Antonio Covaz
Prominent Istrians


Dei Rimgliani o Vlahi d'Istria

[Tratto da: Antonio Covaz, "Dei Rimgliani o Vlahi d'Istria", L'Istria, I. Anno., Sabato 10 Gennaro 1946 -  Trieste, I. Papsch & Comp. Tip. del Lloyd Austriaco - redattore Dr. Kandler, pag. 7-8.]

Nella Valdarsa [note], la quale dalle pendici del Monte Maggiore e dalle alture di Bogliun e di Pedena s'estende a Cosliaco e Sumberg, abita un popolo che sè stesso altravolta Rimgliani (Romani) chiamava, e che oggi adottando il nome che gli estranei gli danno, si dice vlahi. La lingua che parlava e che ancora parla famigliarmente, non é la slava, non l'italiana, ma un latino rustico, comunque frammisto a voci slave. Questa lingua che diremmo romanica, non nella Val d'Arsa soltanto si parlava, ma nel Carso di Pinguente per fede del Flego riportato dal Tommasini, nei dintorni di Trieste in Opchiena, Trebiciano, Padriciano, nel distretto di Castelnuovo per fede del'Ireneo della Croce (pag. 335) anche da quelli che per sopranome vennero detti Cicci a motivo dell'uso sonoro e frequente della lettera c e nel loro linguaggio e che essi dicevansi Rumeri (Rumeni). La lingua slava ha sbandito, progredendo, interamente la romanica del distretto di Trieste e quello di Castelnuovo, meno le ville di Mune e di Sejane, a fra non molto la sbandirà interamente anche dalla Valdarsa*, per cause che inutile sarebbe d'accenuare. Nè forse a queste sole terre limitavasi la lingua romanica, ma se d'altri comuni fu propria, come il tipo di razza ed alcune custumanze sembrano attestare, manca ogni notizia storica, perché gli scrittori slavi che appendice del Carnio considerano la provincia, tacquero della lingua romanica o forse a loro conoscenza non pervenne o non ne curarono.

Questa lingua é tuttogiorno parlata famigliarment da 6000 persone, famigliarmente, quasi lingua di confidenza, che pronunciare non saprebbe nelle chiese, negli usi civili della vita.

Essi non sanno più le orazioni in romanico, sebbene la chiesa latina l'usi nobilitato come lingua di liturgia; essi non conoscono in romanico più che i primi dieci numeri, ed anche di questi, due sono espressi con voci slave; pure questa lingua tuttor viva, é quella che parlava il popolo che 2000 anni or sono conquistava l'Istria, quella che per 2000 anni ha durato.

Comunque povera si conservi in questi ultimi giorni di sua esistenza, comunque il popolo a tale sia declinato da assumere esso medesimo quel nome che ingiurioso pel passato considerava, inferiore in ciò alli stessi Cicci lor confratelli, che lo straniero nome insultante ricusano, il serbare memoria é cosa di decoro non solo ma di giovamento nelle ricerche storiche.

Romanica ella si é all'intutto, e non diversa da quella che in altri paesi conservasi viva nei discendenti delle colonie che i romani trasportarono per esempio nella Dacia; indentiche con quelle della Dacia ne sono le costruzioni, le flessioni, identiche le voci, di poco variate le desinenze. Sennonché nell'Istria grande propensione si ha di cangiare nella r specialmente le lettere che n od l sono; anche in Trieste i nomi di Silvola, Calvola, Scolcula, si cangiarono in Servola, Ciarbola, Scorcola. Terminano spesso in u quei mascolini che in latino avrebbero desinanza in us, i femminili in a, in ece quelli che l'avrebbero in x; hanno gli articoli ru (lu), ra (la), ur (un), formano il genitivo colla de; hanno il pronomi personali io, tu, je, noi, voi, jegl (illi), i pronomi dimostrativi cesta, cella, ceschi, cegli, çasta, çaste, ça, çelle, i verbi in à (are), in é (ere), lungo e breve in i (ire), l'ausiliare avè (avere), (essere), il presente l'imperfetto; compongono il futuro col verbo votè volere, hanno l'ottativo, hanno pure i verbi irregolari, hanno insomma la grammatica daco-romana, ed anche le voci, comunque alcune slave abbiamo adottato, che usano frammettere.

Declinano p. e. e a questo modo çace (tata latino) de çace, luçace - çaci, de çaci, lu çaci, di lu çaci - carle (il quale) de cire, lu cui, lu carle (col quale), di lu carle (dal quale), je (egli), de je, a lui, gla, cu je - (suo) a lui, de a lui, a lui, lu a lui, de a lui. Coniugano p. e. jo am (io ho), tu ari, je are, noi aremo, voi arez, jegl aru - jam avut (ho avuto), jo voi avä (avrò), je vas avä (avrei), jo vas fost avä (avrei avuto), are (abbi), avè (avere); io lucru (lavoro), tu lucri, je lucra, noi lucramo, voi lucraz, jegl lucra, jam lucrat, jo voi lucrà, jo res fost lucrà.

Ecco due narrazioncelle di questi romanici nealla loro lingua insieme alla versione latina volgare alla quale facilmente può ridursi ed alla versione italiana.

Rumero

Latino

Italiano

Doi omir (n) ämnata en ra (la) se calle; ur (un) de jegl afflata o secura, e cgläma: Oh veri ça am jo afflat. N' am afllat moresti sice, sice cella ato; ma aremo afflat. Salec pocle verita cegli cargli secura pglierdut, e resulta secura en mera lu cela car le vo afflat, poç  nita maltrateil sa tata. O morz-esmo cglamata jeigl tunce. Compagna a lui. Nu smo, moresti sice, ma jessam. Saz c'ai tu secura afflat cglämat-ai, jon vo e no noi amo vo afflat. Duo homines ambulant in illa sua calle; unus de illis.... unam securim, et clamat: Oh vide quid ego habeo... Non habeo... dicere dixit illi alter; magis habemus... pauculum post venirunt illi qui securim perdiderant, et visa securi in manu illius qui habeta... O morti sumus clamavit ille tune. Compagnus illi:  Non sumus,... dicere, magis ego sum... quando habbes tu securim... clamasti ego habeo eam, non nos habbemus eam... Due passeggieri se ne andavano all alor via: l'un d'essi adocchia una scure e grida: Oh vedi qel che ho trovato! - non ho trovato, dovresti dire, rispose l'altro; ma "abbiamo trovato". Sopragiungono poco dopo coloro che avevano perduta la scure, e adocchiatala in mano al viandante, cominciarono a maltrattarlo per ladro. - Oh siamo morti! Gridò quegli allora. - E il compagno a lui. Non "siamo" devi dire, ma "sono". Giacchè poco fa quando tu avevi ritrovata la scure, tu gridavi, l'ho, non l'abbiamo trovata
Jarna fosta e cruto race. Frùmiga car avut neberito en vera çuda hrana, stata smirom en rä cassa. Cercecu sebodit su pemint, patita de home e de race. Rogata donche fruniga necaegl duje salec muncà xivi. E fruniga sice, juva ai tu fost en jirima (inima) de vera. Suç che n'ai tu tunce a te xivlenge prevavit. - En vera sissa cercecu cantatam mi divertitam cargli lrecut. E fruniga ersuch: S'ai tu en vera canta, avmoci che jarna, e tu xoca Vernus fuerat et cruda glacies. Formica quae habuit... in vere multa grana, stabat... in illa sua casa. Cicada sedebat subtus pavimentum, patita de fame et glacie. Rogavit dehine formicam ut ei det solum manducare ut vivat. Et formica dixit, ub fuisti tu in anima de vere. Sed ad quid non habes tu tune praeparata victuaria. - In vere dixit cicada cantabam et... illos qui... Et formica...Si habes tu in vere cantatum, mox quod est vernus, et tu joca. Era d'inverno, e gran freddo. La formica che aveva già raccolte molte provigioni nella state, se ne stava tranquilla in sua casa. La cicala, ficcatasi sotterra, languiva di fame, di freddo. Pregò dunque la formica che le desse un po' da nutrirsi, tanto da vivere. E la formica a lei: Dov'eri tu nel cuor della state? Perchè dunque allora non ti prepararsti al tuo vitto? - Nella sate, rispose la cicala, cantavo e divertivo i passeggeri. E la formica sorridendo: Se tu di state cantavi, ora che è il verno, e tu balla.
Quelli che pensano essere nati i dialetti italiani e la stessa lingua colta italiana dal miscuglio del latino colle lingue di popoli settentrionali, in questi Rimliani d'Istria hanno esperimento come fallace sia l'opinione, e come piuttosto dalle lingue vive volgari siasi in antico composta la lingua nobile latina, quale in tempi moderni la lingua mobile italiana, lingue delle quali nessuna parlossi mai dal volgo, bensì dai dotti soltanto fu scritta, e nelle pubbliche solenni occasioni adoperata. Imperocchè questa tribù di Rimliani in remoto angolo confinata, fuori di ogni consorzio e di ogni condizione meno che rozza in mezzo a popolo che altra lingua non italica parla, ha potuto nella lingua sua confidenziale conservare e quelle voci che sono della lingua nobile latina e quei modi che adottaronsi poi nella lingua nobile italiana.

Nè credasi già che questa schiatta di gente da altre regioni in tempi a noi vicini nell'Istria passasse, troppi argomenti indubbi avendosi in contrario; l'immigrazione rimonta a tempi più lontani, e la colonia dei Rimliani d'Istria ha la stessa origine di quelle che vediamo conservare la stessa lingua nella Dacia, nell'Epiro, nelle isole dalmate, e forse in più altri paesi.

Questi Rimliani d'Istria son per cangiare la lingua, come altri lor fratelli nella provincia hanno fatto: questi Rimliani non l'hanno alterata siccome altri popoli fecero adottando i modi della lingua moderna; il raccogliere i rimasugli dell'antico volgare romanico non sarebbe opera oziosa nè perduta, ed è anzi meraviglia come fatto non siasi studio di una lingua la quale è assai più preziosa di codici scritti, perchè non adultarata. Forse altravolta si ritornerà su questo argomento, e darassi un saggio migliore della grammatica, ed una raccolta delle voci più in uso.

Antonio Covaz
Pisino, gennaro 1846

Note:

In 1946, the name Valdarsa referred to the region of Val or Vale d'Arsa, not the town of Susnieviza (now  Sušnjevica) that was renamed as Valdarsa by Italy after World War I. Vedete Dario Alberi, ISTRIA - storia, arte, cultura, Edizione LINT (Trieste, 1997).


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Created: Thursday, November 15, 2001, Last Update: Sunday, April 03, 2016
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