BOGLIUNO e VRAGNA.

Vuolsi che i Romani, dopo l'assoggettamento dell'Istria, fondassero nel sitò dell'odierno Bogliuno una mansione militare a presidio della strada, che, attraversando il varco del Monte Maggiore, congiungeva l'Istria centrale con la Liburnia. Questa mansione, per la sua posizione limitanea, sarebbe stata chiamata, come quella già esistente all'opposto termine occidentale dell' Italia, ad fines, donde il nome Finale, che si trova usato, specialmente nelle scritture tedesche, sino al cadere del secolo scorso. Però nei documenti latini del medio evo il castello e l'annesso borgo portano il nome di Baniol o Bagnoli, corrotto poi dagli Slavi in Bogliuno (1).

Vari indizi fanno credere che Bogliuno fosse anticamente un paese di qualche importanza, forse il capoluogo di tutta la regione a' piedi del Monte Maggiore, da Vragna a Cepich. A conferma della sua origine romana starebbero le monete e gli altri oggetti di quell'epoca colà rinvenuti, fra cui un'ara con iscrizione, che ricorda un Caio Valerio Prisco di Aquileia, mercante di vestiti. Ne' tempi di mezzo Bogliuno ebbe chiesa collegiata, dipendente dal vescovo di Pola; fra le [338] più antiche cappelle del suo territorio è degna di nota quella già intitolata a S. Pietro, ora in rovina, che risaliva senza dubbio al IX secolo, conservandosi della stessa qualche frammento d'ornato italo-bizantino. Inoltre nella sottoposta valle, a mezzogiorno della borgata, esiste la vasta chiesa della B. V. del Carmine, che dovrebbe essere appartenuta in origine ad un monastero di Benedettini, portando tuttora quella località il nome di Abbazia.

Dopo la conquista franca e l'introduzione del sistema feudale in Istria, Bogliuno perdette gran parte dell'antico suo agro, che andò diviso in tante piccole frazioni quanti furono i fortilizi ivi eretti in difesa dei confini della provincia. Sorsero quindi a breve distanza tra loro i castelli di Cosliaco, Letano (Letai) e S. Martino (Possert), e più prossima a Bogliuno la rocca di Vragna, situata alle falde del Monte Maggiore, sull'orlo di un'ampia rupe che sporge a cavaliere di un'immensa voragine.

Bagnoli e Vragna figurano fra i beni dell'Istria, che il marchese Ulrico di Weimar-Orlamùnde ottenne dalla munificenza del re Enrico IV; nel 1102, in forza dell'atto di donazione di Ulrico II, figlio del marchese anzidetto, i due castelli passarono in proprietà della chiesa aquilciese.

I patriarchi tennero in propria amministrazione Bagnoli, come pure Cortalba, S. Martino e Letano sin verso la metà del XIV secolo. Queste quattro ville della Val d'Arsa formavano altrettante comunità rustiche, ognuna delle quali veniva governata da un gastaldione nominato dal patriarca. Il ga-staldione esercitava sul territorio a lui commesso la giurisdizione semplice civile e criminale, mentre le liti fra due o più comuni e i reati maggiori venivano giudicati dal marchese. Ogni massaro o colono era tenuto a contribuire annualmente un modio di frumento, uno di avena, uno di vino e una pecora; inoltre di censo fìsso due soldi di piccoli veronesi. Il gastaldione imponeva e riscuoteva le tasse personali, chiamate collectae e albergariae, e aveva diritto alle regalie d'uso, alle multe giudiziarie e ad altre minori esazioni (2}.

[339] Sembra che Vragna, a differenza di Bagnoli, venisse subinfeudata assai per tempo dai patriarchi, non figurando nella pianta del governo marchionale dell' Istria nel secolo XIII, che comprende tutti i luoghi allora direttamente dipendenti da Aquileia. Il Kandler, sulla base di vaghe congetture, volle far derivare il nome Vragna da Aurania, che sarebbe poi stato tradotto dai tedeschi in Goldsburg (Castel d'oro). Però negli antichi diplomi questo castello porta esclusivamente il nome di Urana o Frana, mai di Aurania. Soltanto il capitano generale veneto Domenico Michiel, che diresse negli anni 1368-1369 il famoso assedio di Trieste, lo chiama nel suo carteggio col doge A. Contarini Auragna; ma nel rogito del trattato di pace fra la Republica e l'Austria (1370) lo troviamo appellato castrum Vragne. Quanto al presunto suo nome germanico Goldsburg, osserveremo anzitutto, che, qualora gli fosse stato realmente attribuito nel 1200, lo avrebbe con ogni probabilità conservato anche ne' secoli successivi e sino agli ultimi tempi, come avvenne di Mahrenfels per Lupoglavo, di Wachsenstein per Cosliaco e così via. Risulta invece che già ne' primordi del millequattrocento i tedeschi chiamavano questo castello Frajn o Fraian, evidente alterazione di Vragna. Secondo il Kandler e altri scrittori che gli tennero [340] dietro nel secolo XIII, i feudatari di Vragna si sarebbero appellati di Goldsburg. Scorrendo il Codice Diplomatico Istriano c'incontriamo bensì nel 1257 (15 gennaio) in un Henricus de Golpurch e nel 1274 (14 agosto) in un Almericus filius quondam Anz de Golpurch, che comparisce anche in un documento del 1275 (24 febbraio) come Almericus de Golpurch, entrambi ministeriali dei conti di Gorizia; ma nulla ci lascia supporre che fossero signorotti o castellani di Vragna. Anzi, siccome il loro predicato si trova scritto costantemente Golpurch e mai Goldspurch o Goldpurch, dobbiamo con maggior fondamento ritenere che esso derivi dal nome di qualche altro castello dell'Istria o della Carsia, forse da Gollaz (nell'odierno distretto di Castelnuovo), che potrebbe essere stato chiamato tedescamente Golpurch.

Nessun signore o feudatario di Vragna viene ricordato nelle antiche scritture a noi pervenute. Solamente nel preteso atto di confìnazione del 5 maggio 1325 si fa menzione di un Giacomo di Vragna, cavaliere dal cingolo d'oro e vassallo del conte di Gorizia, dal quale avrebbe ottenuto in quella occasione il diritto di sorveglianza e di giurisdizione nella fiera di S. Pietro della Villa, sul territorio Albonese. Bisogna però osservare che, mentre nel prefato istrumento i castelli di Vragna e di Bogliuno vengono attribuiti alla contea d'Istria, da dati positivi risulta che essi mai appartennero almeno stabilmente ai principi goriziani, e che appena i duchi d'Austria, eredi del conte Alberto III, li ebbero sia dall'ultimo Duinate, sia dai Walsee, come avremo occasione di dimostrare in seguito.

L'atto di confìnazione in parola, se compilato sulla scorta di documenti autentici, come havvi ragione di ritenere, potrebbe servire di ottima guida per rintracciare gli antichi confini di quei comuni, ai quali esso si riferisce. Risulterebbe dal medesimo, che nel 1200 il territorio di Bogliuno si estendeva verso ostro sin presso la chiesuola campestre di S. Bartolomeo, tutt'ora esistente nella Val d'Arsa a' piedi del colle di Tupliaco, dove sarebbe sorto il trifinio fra Bogliuno, Cherbune e Pedena. Verso ovest Bogliuno avrebbe confinato col comune di Gollogorizza (Moncalvo), abbracciando anche le [341] ville di Passo e Gradigne, che più tardi formarono una piccola signoria a parte (3).

Abbiamo accennato che Bagnoli con quasi tutto il suo antico agro, quindi coi castelli di Vragna, S. Martino, Letano, Passo e fors'anche Cepich, rimase sotto Paltò dominio della chiesa di Aquileia sin verso la fine del secolo XIV.

Quando i patriarchi, già spodestati della massima parte de' loro possedimenti istriani, s'avvidero di non avere più nè l'autorità nè la forza di tenere in propria dipendenza diretta neppure i pochi beni conservati nella Val d'Arsa, si risolsero a darli in fruizione e custodia a quei vassalli, che per ragioni di opportunità si mostravano loro maggiormente devoti, e ne' quali riponevano ancora un po' di fiducia. Queste infeudazioni erano per lo più temporanee, e i patriarchi si riservavano il diritto di ricupera dei beni assegnati, sperando in tal guisa di vincolare a sè durevolmente i nuovi investiti.

Bertrando di S. Gines, che occupò la cattedra di Aquileia dal 1332 al 1350, fu il primo che dispose di Bagnoli, dandolo in feudo assieme a Cernogrado e ad altri luoghi del marchesato, al nobile cividalese Giovanni Turini.

Il suo successore, patriarca Nicolò di Lussemburgo, confermò in data 9 gennaio 1356 a Isacco Turini, in benemerenza dei fedeli e zelanti servigi prestati tanto da lui che dal defunto suo fratello Giovanni alla chiesa Aquileiese, il temporaneo possesso del castello di Salice con le annesse ville di Cudugliano (Codoglie) e Cerniscila (Cernizza), dei castelli di Bagnoli e Cernogrado con ogni loro pertinenza, e dei villaggi di S. Sirico (Socerga) e Nugla.

Isacco Turini, inginocchiatosi dinanzi il patriarca, giurò sul vangelo di custodire fedelmente le anzidette castella e ville, onde dalle stesse non ne potesse derivare mai guerra o danno alla chiesa di Aquileia; di tenerle si in pace che in guerra aperte ai patriarchi e chiuse ai loro nemici, e di non dar ricetto nè in alcun altro modo aiuto a ladri e predoni. [342] Promise inoltre di restituire integralmente gli anzidetti luoghi ad ogni richiesta del patriarca attuale o de' suoi successori, previa rifusione di tutte le spese che egli eventualmente dovesse sostenere per la riattazione dei castelli e dei fortilizi (4).

Dopo la morte di Isacco Turini il castello di Bagnoli doveva ricadere alla mensa patriarcale. Invece se ne impadronirono (non è noto il tempo preciso nè il modo) i fratelli Nicolò e Alberto di Eberstein, i quali lo ritennero abusivamente sino all'anno 1373. Era allora marchese dell'Istria Ugone di Duino, il quale, benché staccatosi sette anni prima da Aqui-leia e datosi in soggezione all'Austria, aveva saputo riamicarsi il patriarca Marquardo, che gli affidò la suprema magistratura provinciale.

Siccome gli Eberstein non si decidevano di sgomberare Bagnoli, il Duinate espugnò questo castello, obbligando quindi i due fratelli a rinunciare  — con scrittura di data Senosecchia 7 novembre 1373 — ad ogni pretesa sul medesimo.

In ricompensa di questo servizio, il patriarca Marquardo diede in fruizione per tutta la vita a Ugone di Duino il villaggio stesso di Bagnoli (Vaniol) (11 marzo 1374), riservandosi però la facoltà di redimerlo in qualsiasi momento, verso rifusione di una somma di 200 marche. Sembrerebbe che la rocca propriamente detta fosse stata smantellata in antecedenza d'ordine del patriarca, giacché il medesimo inibì in quell'incontro al Duinate di erigervi senza suo consenso alcuna opera fortificatoria (5).

Ugone di Duino possedeva in precedenza anche Vragna, senza dubbio quale feudo della chiesa aquileiese. Nel 1369 il [343] detto castello fu conquistato dai Veneziani, i quali l'anno appresso lo restituirono, con l'approvazione del Duinate, ai duchi d'Austria. Ed ecco come si svolsero questi avvenimenti.

Durante la guerra fra Trieste e Venezia, tanto il signore di Duino che i conti di Gorizia e il patriarca di Aquileia parteggiavano più o meno apertamente per i Triestini, temendo, e non a torto, che i Veneziani, messo una volta stabile piede a Trieste, attentassero all'integrità dei loro domini.

Essi cominciarono a radunare i propri soggetti e ad organizzarli per un'azione comune contro i Veneti. Nel gennaio 1369, un centinaio d'uomini a cavallo, quaranta de' quali sudditi duinesi, passarono dal Friuli sul Carso e poi nell'Istria interna, fissando il loro quartiere a Vragna, donde intrapresero delle audaci scorrerie sul territorio della Repubblica. Domenico Michiel, comandante supremo delle milizie venete che assediavano Trieste, mandò tosto in Istria il marescalco Pileo di Vonico, alla testa di 260 cavalli e cento balestrieri, con l'incarico di dare la caccia alla banda nemica.

Il dì 7 febbraio il marescalco si spinse sino a Raspo, ma — come si scusò di poi — non avendo trovato alcuna guida che Io inoltrasse per i sentieri dei monti verso la Val d'Arsa, dovette ritirarsi due giorni appresso a Capodistria. Quivi apprese che i nemici, nel frattempo, eransi recati a depredare il territorio di S. Lorenzo, per cui rifece in tutta fretta il cammino, nella speranza di raggiungerli e di disperderli; ma arrivato presso Castclnuovo, ebbe avviso che si erano di già rifugiati a Vragna col bottino, e, non bastandogli l'animo di andarli a snidare da quella rocca, fece nuovamente ritorno a Capodistria (6).

[344] Intanto il governo della Repubblica aveva iniziato pratiche per attirare a sè Ugone di Duino, il quale, protestando simulatamente di non aver avuto alcuna ingerenza ne' fatti dell'Istria, promise d'impartire severi ordini al castellano di Vragna, onde non dia più ricetto nè altrimenti presti mano agli infestatori de' luoghi veneti (7). Ma in realtà il Duinate seguitò ad avversare i Veneziani ed a congiurare a loro danno; e quando, dopo la dedizione di Trieste ai duchi d'Austria, questi mossero con un forte esercito in soccorso della città assediata, egli somministrò loro un contingente di cento fanti (8).

Da quell'istante, abbandonata ogni idea di prudente riserbo, Ugone entrò in aperta lotta coi Veneti, che combattè per proprio conto sì in mare che in terra, anche dopo la sconfìtta e la ritirata del duca Leopoldo (9). I Veneziani dal [445] canto loro attaccarono per rappresaglia il castello di Duino, senza riuscire però ad impadronirsene. Miglior successo ebbe la spedizione contro Fiume, da essi intrapresa verso la fine del 1369. La città venne espugnata e abbandonata al saccheggio e alle fiamme (10). Crediamo che in quell'incontro piombassero dal Monte Maggiore sulla rocca di Vragna, che occuparono e guernirono di forte presidio.

I Veneziani si mantennero in possesso di Vragna sino alla conclusione della pace di Kaissach (30 ottobre 1370) fra il doge Andrea Contarmi e i duchi Leopoldo e Alberto.

Nel relativo trattato i principi austriaci rinunciarono ai loro diritti di sovranità su Trieste, verso un indennizzo di 75 mila fiorini d'oro; la metà di questo importo doveva venir loro pagata per S. Caterina (25 novembre), e della rimanenza una metà per Natale e l'altra metà per la Madonna di febbraio (2 febbraio 1371). I Veneziani si obbligarono a restituire Vragna ai duchi otto giorni dopo che avessero ceduto loro il castello di Moccò. Il versamento dell'ultima rata della somma pattuita per il riscatto di Trieste doveva effettuarsi soltanto qualora Ugone di Duino dichiarasse di approvare la cessione di Vragna ai duchi; altrimenti il predetto castello doveva essere riconsegnato ai Veneziani (11).

[346] Giova rammentare che il Duinate aveva partecipato alla guerra contro Venezia come vassallo di casa d'Austria, ed in tale sua qualità egli venne pure compreso nel trattato di pace. Le disposizioni riguardanti Vragna non possono essere state fissate che in seguito ad un accordo fra i duchi e Ugone, dal quale i Veneziani esigettero, come abbiamo già detto, la ratificazione degli articoli della pace riferentisi a quel castello. Appena il 3 marzo del 1371, dunque un mese dopo trascorso il termine prefìsso, il Duinate dichiarò in iscritto al doge di Venezia di approvare la restituzione di Vragna ai prìncipi austriaci come se fatta a lui in persona, o ad un suo nuncio a ciò espressamente delegato (12).

Certamente ai Veneziani interessava che Vragna non ricadesse in mano del signore di Duino, il quale offriva loro ben poca garanzia per il mantenimento della pace in Istria; d'altronde i duchi d'Austria, dovendo in forza del patto di successione del 1364 raccogliere un giorno l'eredità del conte Alberto di Gorizia, desideravano di mettere già allora piede in Istria, onde far valere, al bisogno, dopo la morte del conte con maggior prontezza ed efficacia le loro ragioni sulla Contea di Pisino.

Riteniamo quindi che il castello di Vragna rimanesse da quel momento in stabile dominio dei duchi d'Austria. Esso segui le sorti della Contea, alla quale non venne però aggregato, in via definitiva, prima della seconda metà del 1400.

[347] Nel gennaio del 1380 il duca Leopoldo aveva ipotecato a Ugone di Duino la provincia d'Istria con la contea di Pisino (das I^and Isterreich mit der Grafschaft Mitterburg) (13), compresa dunque anche la rocca di Vragna. In data 21 febbraio del 1407 i duchi d'Austria Leopoldo ed Ernesto diedero in pegno a Ramberto di Walsee, successore dei Duinati, l'anzidetta Contea ed i castelli di Piemonte e Frain (Vragna) in Istria, oltre ad alcuni beni nella Carniola e nella Stiria, verso il mutuo di 32.000 fiorini per un periodo di 28 anni (14).

Sciolto il vincolo pignoratizio coi Walsee, la Contea con le sue dipendenze rimase per alcun tempo direttamente soggetta ai principi austriaci, i quali vi delegavano un capitano. Ma nel 1447 l'imperatore Federico III la diede in affittanza a Febo della Torre per annui fiorini 863, assieme ai castelli di Fraiana, ossia Vragna, Laurana e Berschez (15), evidentemente non incorporati ancora alla medesima (16).

Della rocca di Finale o Bogliuno non è fatta particolare menzione negli or citati documenti, dal che si deve argomentare o che fosse già considerata come parte integrante della contea, oppure che non appartenesse ancora agli Absburgo, ma ai Walsee, i quali l'avrebbero conseguita in eredità dai Duinati. Quest'ultima supposizione sembra la più probabile, venendo avvalorata dalla circostanza, che intorno la metà del secolo XV vantava dei diritti feudali su Bogliuno la famiglia dei Zechorner, nobili della Carsia e vassalli dei signori di Walsee.

[348] Un Giovanni di Zechorn, cavaliere della Marca di Stiria, figura dal 1373 al 1390 fra gli ufficiali di Ugone VI di Duino, il quale nel 1386 lo investì dell'importante castello e signoria di Gonowitz nella Stiria; inoltre nel codicillo del 1390 gli assegnò un legato in retribuzione de' suoi lunghi e profìcui servigi (17). Un altro Giovanni Zechorner o Cechorner, forse figlio del prenominato, apparisce possessore di molti beni a Fiume, sul Carso e nell'Istria interna, de' quali dispose nel suo testamento, rogato a Trieste in casa di Romeo Zovenzoni il dì 30 ottobre del 1452 dal piranese Facino Malaspina, pubblico notaro e cancelliere della Terra di S. Vito di Fiume. Lasciò ai nipoti Giovanni, Gerolamo, Giusto e Chiara, figli di un suo fratello di nome Sigismondo, la maggior parte delle sue sostanze e rendite, tra cui le decime degli agnelli, del vino e del grano nella villa di Beun (Bogliuno), situata nel distretto di Pisino (18). Un terzo Giovanni dello stesso casato, cioè il figlio di Sigismondo e coerede dello zio, era vassallo di Volfango di Walsee, e dopo la morte del suo signore ricevette nel 1467 dall'imp. Federico III la rinnovazione dell'investitura feudale di tutti i beni posseduti nel territorio di Fiume e nella signoria di Guteneck (19).

Dai Zechorner le rendite di Bogliuno passarono, non sappiamo se per vendita o per via di matrimonio, ai Moyses di Cosliaco.

Nell'urbano della contea di Pisino dell'anno 1498 è compreso anche il castello di Bogliuno, che viene chiamato Vynal (Finale). Dal medesimo urbario si rileva, che la quarta parte della [349] decima degli agnelli, come pure la quarta parte dei desini del vino e del grano spettavano ai sacerdoti, e del rimanente tre parti ai Moyses e una parte alla camera di Pisino, la quale riscuoteva tutto il censo fisso, l'intera decima del vino e del grano e le regalie minori. Nè i Zechorner nè i Moyses ebbero altre prerogative su Bogliuno, che era del resto soggetto alla giurisdizione del capitanato di Pisino (20).

Il Barbo e ì Nicolich, eredi testamentari di Giorgio Moyses, godettero in comune i diritti feudali su Bogliuno, anche dopo essere addivenuti nell'anno 1529 alla divisione della signoria di Cosliaco (21). Però in appresso essi devono avere ceduti questi diritti al re Ferdinando, il quale nell'aprile del 1555 diede in pegno a Cristoforo Mosconi e Giambattista Valvasor, per una somma di 9200 fiorini, i luoghi della contea: Bogliuno, Pedena, Corridico e Antignana. (22)

Giambattista Valvasor erasi da poco trasferito dal Bergamasco, sua patria, nei paesi austriaci insieme al cugino Gerolamo, che divenne il capo stipite del ramo carniolico della famiglia, da cui discese l'illustre storico Gian Vicardo Valvasor. Giambattista visse alcuni anni in Istria; dal 1549 al 1552 lo troviamo castellano di Lupoglavo. Ammogliatosi con Emerenzia figlia di Vito Khisel, non ebbe prole; laonde nel suo testamento del 2 agosto 1591 nominò eredi dei suoi vasti possessi nella Carniola e nella Stiria in parte il cugino Gerolamo ed in parte i nipoti Alessio, Innocente, Pietro e Marcantonio Mosconi, nati da una sua sorella. Costoro appariscono del medesimo casato di Alessio Mosconi, capitano di Pisino dal 1532 al 1540, sposato a Eufrasina Prampergo, la quale gli diede due figliuoli: Giovanni e Cristoforo. Quest'ultimo era il pignoratario, in unione al Valvasor, dei quattro luoghi della contea già menzionati, e sembra lasciasse, morendo, una parte de' suoi beni, tra cui le rendite di Bogliuno, all'ospedale di Pisino, fondato nel 1548 da suo fratello Giovanni.

[350] Nel 1600 Giovanni Sincovich, signore di Lupoglavo, prese in affittanza dalla Camera arciducale per annui fiorini 1200 le ville di Bogliuno, Vragna e Brest. Ne' primi tempi non ne ricavò alcun utile, giacché il 28 luglio di quell'anno i Veneti per rappresaglia contro gli Uscocchi — che, spalleggiati dall'Austria, infestavano le coste dell'Istria e della Dalmazia — fecero un'incursione nella Contea, spingendosi sino a' piedi del Monte Maggiore, dove arrecarono gravi danni alla vita e agli averi dei miseri coloni sparsi per la campagna. In conseguenza di ciò il Sincovich supplicò l'Arciduca Ferdinando di esentarlo per due anni dal pagamento del prezzo d'affìtto; ma non conosciamo l'esito di questa sua domanda (23).

Come abbiamo già altrove ricordato, anche negli anni seguenti la Val d'Arsa patì orribili guasti da parte delle milizie venete, le quali il 12 settembre del 1612 assaltarono Bogliuno, invasero il borgo che misero a ferro e a fuoco, uccidendo tra altri il pievano del luogo Vincenzo Furlanich. La maggior parte degli abitanti si era però rifugiata nella ben munita rocca, la quale resistette ai ripetuti assalti nemici (24).

Nell'anno 1578 in cui entrò in vigore il nuovo urbario del Contado, riformato ed accresciuto per disposizione dell'arciduca Carlo, Bogliuno contava sudditi ossia capifamiglia 124, Vragna 35 e Brest 19 (25).

[351] L'intera comunità di Bogliuno pagava di censo fisso il giorno di S. Michele (29 settembre) marche 16, ossia fiorini 28. 26. 2; le comunità di Vragna e Brest per ciascuna marche 10, ossia fiorini 17. 46. 2 (26).

I sudditi dei tre villaggi anzidetti erano obbligati a corrispondere la decima dei grani, del vino e degli animali minuti, come pure delle arnie. Oltre alla decima degli agnelli, che veniva riscossa a S. Giorgio, coloro che avevano almeno dieci pecore dovevano dare ogni secondo anno una pecora col suo agnello. Avendo meno di 10 pecore pagavano un tributo in denaro e precisamente quei di Bogliuno soldi veneti 6, quei di Vragna soldi 10 e quei di Brest soldi 8. Inoltre per ogni gregge di animali minuti davano un formaggio. I capifamiglia di Vragna e Brest erano tenuti a corrispondere a Pasqua una gallina e nel giorno di S. Michele un castratello a testa, oppure in mancanza di bestiame ovino un piccolo importo di denaro fissato per quei di Vragna in soldi 10 e per quei di Brest in soldi 16. I sudditi di Bogliuno invece del castrato davano per S. Michele una spalletta di maiale.

A Bogliuno il pagamento dei cosidetti desmi era regolato come segne: Chi aveva un paio di buoi corrispondeva uno spodo di frumento ed uno di avena; chi aveva un solo bove corrispondeva mezzo spodo di frumento e mezzo di avena, e chi non aveva alcun animale bovino corrispondeva uno starolo e mezzo di frumento e altrettanta avena. Inoltre facendo una raccolta di cinque o più some d'uva davano uno spodicchio di vino, antica misura di Bogliuno.

All'incontro i sudditi di Vragna contribuivano per un paio di buoi 2 spodi di frumento e 2 di avena; per un solo bove 1 spodo di frumento ed 1 di avena; e non tenendo alcun bove uno starolo e mezzo di frumento ed altrettanta [352] avena. Le vedove possessionate pagavano indistintamente uno spodo di frumento e uno di avena per ciascheduna. Ogni suddito che possedeva vigne doveva corrispondere 2 spodi di vino; le vedove soltanto la metà.

Riguardo alle prestazioni o servitù personali gli abitanti di Bogliuno e Vragna, come del resto anche gli altri sudditi della Contea, non ne erano gran fatto aggravati. Essi dovevano carreggiare a proprie spese il ricavato delle decime, dei desmi e delle regalie minori a Pisino od eventualmente in altri luoghi di smercio. Inoltre prestare V opera loro per il riattamento del castello di Pisino e delle rocche di Bogliuno e Vragna.

Nell'urbano del 1578 si trova indicato, che a Bogliuno le decime degli agnelli e delle arnie, inoltre i desmi del grano e del vino, dopo detratti i quartesi pei sacerdoti, dovevansì dividere in quattro porzioni eguali, tre delle quali andavano a profìtto dell'Ospizio Mosconi di Pisino, mentre la quarta porzione veniva rimessa alla Camera della contea (27).

Il comune di Bogliuno confinava a levante con Vragna, a tramontana con la signoria di Lupoglavo, a ponente con Borutto e Passo e a mezzogiorno con Possert e Lettai. I due comuni di Vragna e Brest confinavano a levante con Lovrana e Veprinaz, a tramontana con la signoria di Lupoglavo, a ponente e mezzogiorno col territorio di Bogliuno.

Duravano lunghe controversie fra i sudditi di Vragna, soggetti alla contea d'Istria e i sudditi di Veprinaz, dipendenti dal capitanato di Fiume, per questioni di pascolo e di legnatico sul Monte Maggiore. Una prima regolazione dei confini fra le due comunità aveva avuto luogo nel 1495 ad opera dei commissari cesarei Acacio de Sobriach vescovo di Trieste e Giovanni Ellacher capitano di Pisino; però 36 anni dopo, sorte nuove divergenze, si rese necessaria una revisione dell'anteriore confinazione, ed all'uopo furono delegati a commissari riformatori i magnifici e chiarissimi signori Raimondo de Duracz (Durazzo) regio consigliere della reggenza dell'Austria Inferiore, Erasmo Braunbart consigliere e vicedomino del ducato della Carniola e Giovanni Hoffer capitano di Duino. [353] Costoro si portarono il dì 16 maggio del 1531 sulla vetta de Monte Maggiore dinanzi alla chiesuola di S. Pietro apostolo, dove erano convenuti il zuppano Giorgio Facchinich con due altri rappresentanti di Vragna e il zuppano Bernardino Tomissevich con quattro altri rappresentanti di Veprinaz; inoltre quali testimoni per il comune di Vragna tre sudditi di Bogliuno e per il comune di Veprinaz tre sudditi di Castua.

La linea di demarcazione, che venne tracciata incidendo dei segni di croce sopra pioli di pietra, andava dalla chiesuola di S. Pietro lungo il crinale della montagna sino ai confini di Brest. Quivi si unirono agli altri anche alcuni rappresentanti di Brest e di Lupoglavo, e alla presenza di tutta la numerosa comitiva il preposito di Pisino don Giovanni Gollubich di Modrussa, pubblico notaro incaricato a rogare l'istrumento di confinazione, lesse ad alta voce il tenore del medesimo, quindi il pievano di Vragna don Bernardino Trost cantò sul posto il principio del vangelo di S. Giovanni. Con ciò ebbe termine l'operazione, che andò accompagnata, come si vede, da un certo apparato di solennità; ai contravventori del presente accordo, i quali avessero osato di smuovere o asportare gli apposti confini, fu comminata la pena di 150 ducati d'oro, de' quali cento andavano devoluti alla Camera regia e dovevano essere pagati al capitano di Pisino se i colpevoli fossero i sudditi di Veprinaz, e al capitano di Fiume se i colpevoli fossero i sudditi di Vragna. I rimanenti 50 ducati spettavano al comune danneggiato. Nel medesimo giorno i commissari procedettero pure alla delineazione dei confini fra i territori di Brest e Veprinaz (28).

Le rocche di Bogliuno e Vragna, come si può dedurlo dalle rovine che ne rimangono, non avevano nè l'aspetto nè la configurazione dei castelli baronali; esse erano semplici fortilizi, di carattere esclusivamente militare, destinati a servire precipuamente di ricetto e difesa agli abitanti del paese in tempo di guerra. Sembrano ricostruite o almeno in parte rinnovate nella seconda metà del secolo XV, quando urgeva in [354] Istria il pericolo delle incursioni turchesche; diffatti sappiamo che nel 1478 l'imperatore Federico IV aveva impartito l'ordine al capitano di Pisino Nicolò Rauber di contribuire con 400 ducati d'oro, prelevabili dalle rendite della sua amministrazione, all'erezione e consolidamento dei castelli, cioè delle opere fortificatorie nei principali villaggi della contea (29).

Quando il bisogno lo richiedeva Bogliuno e Vragna venivano presidiate con pochi uomini di milizia regolare, ai quali si univano i paesani atti alle armi, che, interessati a difendere le proprie persone e sostanze dal nemico invasore, combattevano di solito con molto ardire e accanimento. Abbiamo già veduto qualmente durante la guerra degli Uscocchi, le suddette castella — senza dubbio restaurate e rafforzate per l'occasione — si mostrassero atte ancora ad una efficace difesa. Nel 1616 il provveditore veneto Marco Loredan in una relazione al governo della repubblica descriveva Vragna « fondata sopra il sasso vivo impenetrabile da tutte le bande fori che per il ponte posto sopra un precipizio profondissimo sotto tal quale passa un'acqua che discende dal Monte Maggiore». E di Bogliuno scriveva: «Vi è Bognon, forte per la torre che lo custodisce et commodo per i bisogni della guerra» (30). Subentrato a questo un lungo periodo di pace e di tranquillità interna, le due rocche, sguernite e abbandonate, caddero in un lento ma progressivo deperimento.

Il castello di Vragna, per la vastità e disposizione delle sue rovine, darebbe piuttosto l'idea di un villaggio fortificato, difeso da un riparo murale rettilineo, rasentante il ciglio occidentale della rupe, la quale in quel punto non è di diffìcile accesso, mentre agli altri lati cade a piombo nell'abisso.

L'unico sentiero che vi conduce attraversa sopra un rozzo ponticello di pietra un piccolo torrente, che scende con precipitoso corso nel sottoposto burrone; a capo della viottola [355] due lembi di mura, che servivano di sostegno alla porta, indicano il punto d'entrata nella vetusta rocca. Il principale corpo di fabbrica, la cui facciata posteriore veniva costituita dallo stesso muro di cinta, aveva la forma d'un rettangolo lungo quasi 50 metri e largo appena 6, diviso in parecchi scompartimenti; ed era munito di una torre semicircolare. In prosecuzione a questo edifizio, che sembra destinato in origine ad alloggiamento per le soldatesche, si vedono gli avanzi di molte casupole disposte regolarmente in due lunghe file; la tradizione vuole che in quel sito sorgesse pure l'antica chiesa parrocchiale di Vragna, della quale però non rimane alcuna traccia.

Di struttura più solida, di aspetto più belligero si presenta la meglio conservata rocca di Bogliuno, sulla estremità d'una breve catena di monti, tre chilometri a sud-ovest di Vragna.

Il fortilizio si compone di un semplice recinto quadrangolare dalle dimensioni massime di metri 24 X 23, cui precede, verso occidente, un antemurale a foggia di corsia d'ingresso, fiancheggiato da un massiccio torrione rotondo. Per tre giri di porte si entrava nella rocca: la porta esterna ad arco, ora abbattuta, si apriva all'angolo destro dell'antemurale; la seconda era praticata in un muro divisorio della corsia, la terza infine metteva nel maggior recinto. Il principale munimento della rocca era il torrione di tre piani d'altezza, largo internamente metri 5.80. Vi si accedeva tanto dalla corsia, per una piccola porta, come pure dal cortile interno, salendo una scala che riferiva al primo piano dell'edifizio. Su due angoli opposti della cinta, le muraglie più elevate simulavano due torri quadrate; al lato di mezzogiorno si vede una specie di contrafforte, di costruzione più recente (forse dei primi anni del sec. XVII), dalla base foggiata a scarpa.

La rocca serviva di baluardo al grosso borgo che gli giace alle spalle, un tempo anch'esso circondato da mura. Il paese oggidì decaduto e negletto era considerato altra volta, per il numero e per la condizione degli abitanti, uno dei maggiori e più civili centri della contea.

Parecchie famiglie borghesi lo abitavano, ora per la [356] massima parte andate estinte, tra cui i Barbarizio, i Belvedere, i Ferranda, i Fedele, i Gonano, i Pattai, i Peruzzi, i Velliani. Nobili erano i Domicelli col predicato di Schoenhaus, provenienti a quanto pare da Fiume, de' quali menzioneremo i due fratelli Gian Battista pievano di Bogliuno, e Gian Paolo dottore in legge, contrascrivano della contea negli anni 1691 e seguenti. Costui, ultimo rampollo della famiglia, morì nel 1712, dopo avere con disposizione testamentaria fondato due stipendi scolastici per alunni del seminario di Fiume, ed instituito erede universale il nobile Pasqualino Godenich de Godenberg, che in appresso troviamo stabilito a Gallignana.

Come in tutte le borgate e ville della contea, anche a Bogliuno l'autorità comunale era rappresentata dalla coeidetta Banca dei giudici, che si componeva del zuppano e di dodici Consiglieri eletti dal popolo. La Banca teneva le sue adunanze pubbliche sotto la loggia di tre arcate sorrette da colonne in pietra, la quale sussiste tuttora addossata alla casa dominicale (caschio), sul piazzale dinanzi la chiesa matrice di S. Giorgio.


Note:

  1. Così da Bagnolo o Bagnoli, villaggio presso Trieste, gli Slavi fecero Bogliunz.
  2. Gli obblighi feudali dei coloni di Cortalba, S. Martino e Bagnoli erano, con poche differenze, eguali a quelli dei sudditi di Albona. Nella carta del 1208, contenente l'esposizione dei diritti della chiesa aquileiese sull'Istria, si legge: Item in Albona ponit (d. Patriarcha) Gastaldionem suum, qui exercet omnem jurisdictionem et imponit ibi collectas et recipit albergarias et a quolibet, qui habet decem oves, vel plures debet habere annuatim unam ovem cum agno et... unum alium agnum. Item a quolibet massario unum modium frumenti, unum modium aluone et unum modium vini. Item a communi libras decem novem Veronenses; habet regalia et omnem jurisdictionem et condemnationes et multa alia iura minuta. —- ...Item in Cortalba habet prout in Albona per totum e tanto plus, quod quilibet massarius dat unam be-stiam et duos soldos. — Item in villa Sancti Martini habet per omnia ut in Cortalba. — Item in Bagnoli habet per omnia, ut in Cortalba. — Item in Letano, in sancto Petro, in Nugla... in omnibus supradictis villis ponit dominus Patriarcha Gastaldiones suos, qui exercent omnes jurisdictiones, ponit collectas, recipit albergarias, habet regalia et condemnationes et de loco hominibus et territorio facit secundum quod vult, tamquam de suis. (Cod. dipl. istr.).

  3. Cod. dipl. istr. 1275, 5 maggio. — Carlo De Franceschi, Studio crìtico sul!' istrumento della pretesa reambulazione di confini

  4. Cod. dipl. istr. 1356, 9 gennaio, Aquileia. — I Turini erano oriundi di Firenze, donde vennero in Friuli ad esercitarvi l'industria bancaria. Isacco aspirava alla carica di marchese d'Istria; invece il patriarca lo rimeritò delle sue prestazioni in prò del governo temporale di Aquileia con la suddetta infeudàzione. loppi, Saggio di serie dei marchesi-governatori dell'Istria Arch. Triest N. S. A. II).

  5. Arch. di Stato in Vienna. V. Carlo De Franceschi, L'Istria, note storiche. Parenzo, 1879, pag. 205 e 386. — Pichler, Il castello di Duino, Trento, 1882 pag. 199.
  6. Sardagna. Lettere del doge A. Contarini e del cap. gen. Domenico Michiel (Arch. Triest. N. S. Vol. IX Trieste 1882 pag. 31-32). Audito quod inimici numero CXXX equestres congregati erant super Carsis venturi ad damnificandum subditos nostros Ystrie, ut per alias vobis scripsi, equi tare feci die jovis VII mensis presentis circa nonam marescalcum nostrum cum equitibus CLX et pedestribus et ballistrariis centum de bastita nostra ad obviandum inimicis ut inde redire non possint sine capite rationis; qui marescalche traxit cum dictis gentibus Iustinopolim et prout scripsit dominus potestas dedit dicto marescalcho equestres centum, ita quod secum habuerit de gentibus nostris equestribus CCLX et pedestres centum ballistrarii... et sic cum predicta gente sibi comissa idem marescalchus die veneris sequente traxit usque Raspurg, et ulterius non transivit et ibi audito quod inimici se reduxerant in Auragnam volens ipse marescalchus Auragnam accedere ut dicit guidas nullo modo habere potuit... que ipsum cum gente sibi comissa guidarent ad Auragnam. Ex quo idem marescalchus alio non facto cum gente predicta die sabati sequenti Iustinopoli redivit et ibi... audito quod inimici traxerant versus San-ctum Laurentium iterato dictus marescalchus die dominica sequenti cum gente predicta equestri et pedestri... equitavit versus partes Castrinovi et ibi sentito quod inimici cum alia preda quam fecerunt ad Sanctum Laurentium versus partes Auragne per certas viilas se diviserant... idem marescalchus non ulterius procedens cum gente nostra fessa et fracta prout considerare potestis die martis proximo preterito Iustinopoli redivit.
  7. Loc. cit. p. 218-219. Il Michiel scriveva in data 21 marzo al doge:... idem comes... mihi promisit quod vult et esse intendit ami-cus dominacionis vestre verus et propensus, et quod sic iam fecit et faciet quod ille de Auragna qui est servus servitorum de cetero non receptabit aliquos laboratores venientes contra nostrum honorem neque derobaciones neque furta, neque latrocinia quocunque facta vel Benda subditis nostris in partibus Ystrie prout idem de Auragna receptare et facere hactenus consueverat etc.
  8. Pichler. Op. cit. p. 202.
  9. Idem, ib.
  10. Almanacco Fiumano A. VI. Fiume, 1860, pag. 84.
  11. Arch. Triest. N. S. Vol. I. Trieste, 1869-70 p. 293... Item su-prascriptus sindicus prefati Domini ducis et comunis Venecie sindicario nomine ipsorum contentus fuit convenit et promisit suprascripto sindico et procuratori predictorum dominorum ducum Austrie sindicario et procuratorio nomine ipsorum recipienti quod dictus dominus Dux et comune Veneciarum restituent et assignabunt, seu restituì et assignari faciant suprascriptis dominis ducibus Austrie vel eorum nuncio vel nunciis castrum vragne infra octo dies immediate sequentes post-quam castrum Mocho cum fortilicia superius nominata fuerit restituitum et consignatum domino duci et comuni Veneciarum ut superius est promissum, Cum ista condicione quod ultima solucio pecunie superius promisse per dictum sindicum domini ducis et comunis Veneciarum suprascripto sindico dictorum dominorum ducum Austrie nunquam detur neque fìat nisi primo dominus Duyni certifìcaverit dominum ducem et comunem Venecie quod de restitucione et consignacione dicti castri Vragne facta dominis ducibus Austrie ipse sit bene contentus, alioquin dicti domini duces Austrie restituent domino duci et Comuni Venecie ipsum castrum Vragne omni causa et occasione remotis et recipient pecuniam suam silicet nltimam pagam.
  12. Archeogr. Triest. N. S. Voi. I p. 3n. Fontes rerum tergestinarum Anno 1371. 3 marzo, Duino. Illustri et excelso domino domino Andree Contareno dei grafìa duci inclito Veneciarum et caetera Hugo de duyno sincerum in omnibus affectum complacendi Illustris et excelse domine dominationi ac comuni vestro notifico et ipsam et ipsum comune certifico quod de restitucione et consignacione castri Vragne quam Vragnam piene restituistis seu restituì fecistis Illustribus dominis ducibus Austrie sum bene contentus et ipsam restitucionem ratam habeo et approbo omni modo de quo melius possum et debeo ac si michi vel nuncio meo ad hoc specialiter deputato facta foret in cuius rei testimonium litteram presentem sigillo meo solito et consueto ter-gotenus apposito duxi muniendum. Datum et actum in castro meo Duyno die tertia mensis Marzii Anno septuagesimo primo. (Arch. gener. di Venezia).
  13. Carlo De Franceschi, op. cit. pag. 392. Pichler, op. cit. pag. 219. — Muchar. Geschichte des Herzogth. Steiermark Vol. VII p. 17.

  14. Muchar. Geschichte des Herzogth. Steiermark Vol. VII pag. 98.
  15. Codice dipl. istr. 1447, il lunedi dopo il giorno di S. Erardo, Vienna.
  16. «Nel 1465 Giorgio Hohenegger vendeva all'Imperatore Federico III la decima del vino, grano ed agnelli nel villaggio Krannow in Istria per fior. 50. Qui potrebbe esservi errore di scrittura in luogo di Frainow (Vragna), in qual caso questo luogo avrebbe allora appartenuto ai Hohenegger; ciò che sarebbe possibile, essendoché Febo della Torre era capitano di Pisino dal 1447 al 1456. — Carlo De Franceschi, op. cit. pag. 385.
  17. Pichler, op. cit. pag. 189-90 e seg.
  18. Ienner, Genealogie triestine, ms. III, Vol. I. — Arch. dipl. di Trieste.
  19. Birk, Urkunden-Auszüge zur Gesch. K. Friedr. IlI in den Jahr. 1452-1467. Wien 1853, p. 129-130. Giovanni Zechorner di Sigismondo fu investito dall'imperatore di parecchi mansi a Elsach (Ielsane), Scallnicz (Scalnizza), Dollenach (Dolenie) sul Carso, di una casa con orto a Fiume, del villaggio di Dùrmpach presso Guteneck, e di altri terreni a Bunsal, S. Cecilia, Pessakh, Skurin ecc.

    Nel 1478 lo stesso Giovanni Zechorner vendette alla comunità di Antignana un monte chiamato lesen (Chmel, Regesta chronologico-diplomatica Friderici III. Wien, 1859 pag. 688).

  20. Urbar der Grafschafjt Mitterburg, 1498. — Arch. prov. in Parenzo.
  21. Vedi il cap. seguente su Cosliaco.
  22. Arch. del castello di Pisino.
  23. Carlo De Franceschi. L'Istria p. 428 in nota.

  24. Valvasor. Ehre des Herzogth. Krains. IV, 15. Nella cosidetta Cronaca di Bogliuno si legge sotto la data del 12 settembre 1612: Gl'infedeli Albanesi (!) vennero sotto Bogliuno, incendiarono il paese, posero infruttuosamente l'assedio alla fortezza e molline perirono. Ammazzarono il parroco di Bogliuno. Va notato che il corpo d' operazione dei Veneti si componeva di 500 mercenari Corsi.
  25. Calcolandosi in media 5 persone per famiglia risulterebbe che Bogliuno avesse in allora una popolazione approssimativa di 620 anime, Vragna di 175 e Brest di 95. Secondo l'ultimo censimento ufficiale, il comune locale di Bogliuno contava nel 1890 abitanti 771, quello di Vragna 319 e quello di Brest 291. I sudditi di Bogliuno possedevano complessivamente campi per giornate 266 di aratura, prati per giornate 91 di falciatura e vigneti per giornate 458 di zappatura; i sudditi di Vragna campi per giornate 82 di aratura, prati per giornate 44 di falciatura e vigneti per giornate 143 di zappatura; i sudditi di Brest campi per giornate 102 di aratura, prati per giornate 56 di falciatura e alcuni vigneti.
  26. Nell'urbario del 1578 le contribuzioni in denaro dei sudditi furono calcolate secondo il sistema monetario austriaco, introdotto da Ferdinando I. I fiorini erano di 60 carantani l'uno, e il carantano di 4 bezzi. Ma la nuova moneta ebbe poco corso nella contea, dove si seguitò ad usare di preferenza la lira veneta di 20 soldi. La marca era moneta puramente nominale, del valore di 9 lire venete.
  27. Urbario del contado di Pisino, dell'a. 1576.
  28. Arch. del castello di Pisino.
  29. Chmel Monumenta Habsburgica. Das Zeitalter Maximilians I. Wien, 1855. II vol. p. 931-932.
  30. Relazioni di provveditori veneti in Istria al tempo della guerra di Gradisca. Negli Atti e Memorie della Soc. istr. di arch. e storia patria, vol. II, fasc. II p. 67 e seg.

Tratto da:

  • Camillo de Franceschi. "I Castelli della Val d'Arsa", in Atti e Memorie della Società di Archeologia e Storia Patria, Vol. XIV, fasc. 3.º e 4.º, Tip. Gaetano Coana (Parenzo, 1898), pag. 337-356. Courtesy of Google books.

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Created: Sunday, June 06, 2010; Last Updated: Tuesday, August 23, 2016
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