|
|
||
|
Fu Dante a
Pola? *Il presente articolo fa parte di un lavoro più ampio, intitolato Dante e Pola, di prossima publicazione. Vuolsi che nel tempo della signoria castropolese la città di Pola, quando appunto, dopo un lungo periodo di prostrazione; parve risorgere, ma per poco, a vita più gagliarda e fiorente, non rimanendo estranea all'influsso della rinascenza primordiale dell'arte e del pensiero italici, fosse onorata dall'ospitalità del divino poeta, allora profugo da Firenze e ramingo per le terre d'Italia come «legno senza vele e senza governo, portato a diversi porti e foci e liti dal vento secco che vapora la dolorosa povertà». Alloggiando nella Badia di S. Michele in Monte, fuori le mura, d'onde il suo occhio poteva spaziare per l'ampia necropoli romana, estendentesi tutto all'intorno, egli avrebbe avuta quivi, dalla natura stessa del luogo, l'ispirazione a rappresentare, nei Canto IX dell'Inferno, il cimitero degli eretici coi noti versi;
Noi che scriviamo storia e non poesia, ci sentiamo obbligati a dichiarare s úbito: che non esistono prove né assolute né relative di un soggiorno di Dante in Pola. Gli scrittori istriani che, auspice il triestino Pietro Kandler, tanto benemerito iniziatore degli studi storici della Regione Giulia, si occuparono negli ultimi cinquantanni o poco più della questione, si valsero, per giungere alle loro deduzioni affermative, delle seguenti tre argomentazioni :
Riguardo alla tradizione, invano se ne cercherebbe una qualunque conferma nelle vecchie croniche e descrizioni storiche dell'Istria sinora conosciute, nelle opere del Manzuoli, del Tommasini, del Petronio, del Vergottini, e nemmeno ne'due Dialoghi sulle antichità di Pola dei dottore Pietro Dragano, cittadino polese, ma oriundo veneziano, vissuto nella seconda metà del secolo XVI, il quale pur cercò di raccogliere — spesso anzi magnificandole ampollosamente — quante più notizie e memorie ridondar potevano ad onore della sua patria d'elezione. Il Kandler fu il primo che cotesta pretesa tradizione divulgò (1), esumandola forse da alcuna di quelle tarde ed informi cronistorie polesi manoscritte che gli fu dato di scorrere fugacemente durante un suo soggiorno in Pola, nell'ottobre del [185] 1285 (2). Diciamo forse, perché invero negli appunti ed estratti che egli allora ne fece, e che noi avemmo opportunità di esaminare, non si trova il benché minimo accenno a Dante. Ma lo storico triestino dice d'una tradizione «consegnata agli scritti», senza indicarne in alcun modo la fonte, (3) anzi nel 1865, in ricorrenza del centenario dantesco, interpellato in proposito, non potè ricordare d'onde l'avesse attinta, e fece invano pratiche presso i suoi amici dell'Istria perché lo aiutassero a rintracciarne il filo d'origine. Si tratterebbe, comunque, d'una tradizione letteraria, del resto l'unica possibile, specialmente a Pola, che, da' tempi di Dante in poi, ebbe a soffrire tante e si varie ed esiziali vicende, da ridursi ad una città morta, che dai Veneziani dovette venire ripetutamente colonizzata, essendo estinte andate ne' secoli XVI e XVII, per le infezioni pestifere e malariche, tutte, quasi senza eccezione, le antiche famiglie patrizie e borghesi. Laonde una tradizione orale, in particolare d'un avvenimento cosi semplice e d'interesse del tutto privato come la presunta venuta di Dante, non avrebbe avuto neppure la possibilità di mantenersi e tramandarsi; e difatti, persino gli eventi storici locali; più clamorosi e memorabili, come le guerre con : Venezia, le lotte civili e la cacciata dei Castropola non si conservarono che assai coni usamente nella memoria del popolo. Non c'è motivo di dubitare che il Kandler, scrittore veridico e coscienzioso, non abbia letto o almeno inteso dire ne' suoi giovani anni, probabilmente, come dicemmo, nel 1825, essendo ospite in Pola del preposi to capitolare Giovanni Lucich, diligente raccoglitore di memorie storiche polesi, di una siffatta tradizione, alla quale però, mancandole ogni indizio di origine remota, e quindi ogni carattere di autenticità, non si può dare alcun valore probativo. Né migliore indizio ci apparisce il brano della Volgare Eloquenza risguardante la parlata degli Istriani, giacché e dall'aver messi questi quasi in un fascio con gli Aquileiesi, e dal breve esempio dialettale offertone, sembra fuor di dubbio che Dante abbia inteso alludere al dialetto ladino dell'Istria settentrionale, anziché all'istriano propriamente detto della parte meridionale della provincia (4). L'unico argomento in favore della presenza di Dante in Pola ci viene dato dai citati versi del Canto IX dell'Inferno, che paiono veramente scritti da chi abbia veduti coi propri occhi i territori suburbani di Arles e di Pola, seminati di quelle caratteristiche arche mobili di pietra, le quali, poiché appunto ne fece motivo di similitudine, non dovevano, almeno a saputa del Poeta, trovarsi altrove sparse in cos ì gran copia in aperta campagna. Dalla personale osservazione e reminiscenza di almeno una, se non proprio d'entrambe le località da lui accennate, deve l'Alighieri aver tratta l'ispirazione a immaginare e descrivere il sesto cerchio infernale come un immenso cimitero, ove le anime degli eresiarchi bruciano negli avelli infocati.[186] Se fosse storicamente accertato che Dante fu in Arles nei primi anni del suo esilio, e che da quivi potè ricavare l'immagine del gran campo d'eterna pena per i colpevoli d'eresia, risulterebbe meno necessaria, e di conseguenza meno probabile, la sua gita a Pola. Ma anche la visita del Poeta ad Arles è fondata su semplici congetture, benché venga di solito riconnessa al viaggio di lui a Parigi, per la via della Provenza, che i moderni critici tornano ad ammettere per vero, dando ragione al Villani e al Boccaccio, che ne parlano con tanta sicurezza (5). Se non che, per conoscere l'esistenza della grande necropoli di Arles, non apparisce affatto indispensabile che l'Alighieri dovesse trovarsi colà personalmente; egli può averne avuto notizia — come osserva giustamente il prof. Zingarelli (6), — dalla lettura della Cronica dello Pseudo-Turpino, o della vita leggendaria di S. Trofimo, o per lo meno dell'Aliscans, ch'egli deve aver conosciuto per l'accenno a Guglielmo d'Orange e a Remoaldo di Tinel, contenuto nel Canto XVIII del Paradiso. In ogni modo, l'andata di Dante ad Arles è del tutto suppositiva, come suppositivo è il suo viaggio a Pola. Considerando però che almeno in una di coteste città il Poeta dovrebbe essere stato sicuramente — e in ciò s'accordarono molti critici moderni — per descrivere con tanta verità ed efficacia, sulla precisa immagine dei due caratteristici sepolcreti d'Istria e di Provenza, l'immenso cimitero dei peccatori contro Dio, ed ammettendo che le relative notizie intorno ad Arles egli possa, anzi debba averle conosciute dai libri allora più in voga, ne risulta indirettamente la probabilità di un soggiorno di Dante in Pola. Giova notare che diversi autorevolissimi scrittori di cose dantesche — cosf il Tommaseo (7) Carlo Cipolla (8) e ultimamente il Kraus (9) — considerano il ricordo dei sepolcri di Arles come un argomento probativo del viaggio di Dante in Francia. E Flaminio Pellegrini, nella sua dotta illustrazione del Canto IX dell'Inferno (10) asserisce che, mentre si hanno dei validi motivi per ammettere una gita di Dante ad Arles, non si può dire lo stesso riguardo a Pola, indicata con determinazione molto meno precisa «presso del Quarnaro». Fra i validi motivi della sua congettura egli pone la piena rispondenza tra il sepolcreto arelicense e quello infernale architettato dal Poeta; la quale circostanza però si adatta perfettamente anche alla necropoli di Pola, come avremo occasione di addimostrare altrove, trattando particolarmente degli antichi sepolcri polesi. Con la notevole differenza che, mentre l'esistenza del cimitero di Arles era conosciutissima nella letteratura provenzale, del cimitero di Pola non si ha notizia in alcun opera letteraria anteriore al Trecento. Riguardo alla posizione geografica della città istriana, Dante ebbe a precisarla con la nota espressione, «presso del Quarnaro»: di fatti, non ci sono che meno di sette chilometri in linea retta da Pola a Pomer nel seno di Medolino, e sedici chilometri da Pola alla punta di Promontore, d'onde ha principio il golfo del Quarnero, verso cui si estende una buona parte della riviera polese, cioè sino alle foci dell'Arsa. Ma più che cotesto accenno alla ubicazione della città, è interessante — come ci proponiamo pure di comprovare altrove — la designazione del Quarnaro quale confine orientale d'Italia, designazione esattissima nella sua originalità, dimostrante nell'Alighieri una sicura conoscenza, sia pratica o sia teorica, della configurazione littoranea della penisola istriana. Nicola Zingarelli dice esser ormai riconosciuto «che anche l'accenno al sepolcreto di Pola, presso la foce (sic) del Quarnaro, non prova la presenza di Dante in quel luogo, siccome già ad Arli presso le foci del Rodano: erano curiosità locali molto note per racconti scritti e orali, nella frequenza delle relazioni con quei paesi (11)». [187] A noi sembra però alquanto arrischiato di voler affermare, come cosa certa e naturale, che nelle umili condizioni in cui si trovavano peranco, all'alba del Trecento, le scienze e le lettere, Dante abbia potuto avere nozioni così particolari e precise di una oscura provincia e di una ancor più oscura cittadetta, mentre sappiamo per dolorosa esperienza, che ancóra ai dí nostri, non ostante là straordinaria diffusione della coltura geografica ed i progrediti mezzi di comunicazione che diminuiscono le distanze, letterati italiani di chiarissimo ingegno e di fama universale scrissero dell'Istria (non esclusa la grande città di Trieste) e degli Istriani le più erronee e strampalate notizie, prima di aver avuto occasione di visitare e di conoscere dersonalmente questo paese. E senza ricordare le sviste nelle quali incorsero su tale argomento un Cesare Cantù, un Gabriele d'Annunzio e tanti altri, basti dire che lo stesso Zingarelli, il quale pur si propone di dimostrare che a' tempi di Dante dovevano essere abbastanza comuni le notizie contenute net Canto IX dell1Inferno concernenti Pola e il Quarnaro, scambia questo golfo con un fiume! (12) Fu detto e ripetuto dai piú positivi indagatori recenti della vita di Dante, i quali per eccesso di scetticismo e di critica negativa caddero talora nel vizio opposto a quello imputato ai troppo creduli e poco perspicaci biografi da essi combattuti, che volendosi stabilire da ogni ricordo o accenno locale riscontrantesi nella Divina Commedia la personale presenza del Poeta in que' dato luogo bisognerebbe venire alla conclusione, che egli avesse visitato mezzo il mondo allora conosciuto, e fosse stato in Boemia, in Germania, in Russia, in Etiopia. Osservano d' altronde gli oppositori, con molta giustezza, che ci corre una bella differenza fra il nominare semplicemente e incidentalmente un luogo e il descriverlo più o meno minutamente. C è dunque da distinguere descrizione da descrizione — conclude Carlo Cipolla nel suo bellissimo studio sopra Sigieri nella Divina Commedia — e la questione non va risolta in complesso, ma particolarmente, caso per caso! (13) Anche lo Scartazzini è della stessa opinione; anzi egli arriva ad ammettere che tutte le descrizioni topografiche della Commedia derivino dall' impressione personale del Poeta, il quale in molti casi non potrebbe neppure essersi giovato di una lontana reminiscenza, ma dovrebbe avere concepiti e composti i relativi versi sui luoghi stessi da lui ritratti con maravigliosa precisione ed efficacia di colorito. (14) Certamente nessuno oserebbe affermare che Dante, durante i vénti anni del suo esilio, non abbia soggiornato che in quei tre o quattro paesi, ne' quali la sua presenza è storicamente accertata sulla base di documenti irrefutabili. D'altronde lo stesso Dante in un passo del Convivio (15), ove si lamenta d'avere sofferta ingiustamente «pena d'esilio e di povertà», dichiara esplicitamente di essere andato «per le parti quasi tutte alle quali questa lingua (l'italiana) si stende peregrino, quasi mendicando»; e più innanzi riconferma di essersi «quasi a tutti gì' Italiani appresentato». Dunque, già né primi anni dell'esilio, cioè avanti il 1308 in cui, a giudizio dei critici più autorevoli, fu scritto il Convivio, il grande poeta avrebbe visitato la massima parte delle regioni e terre d'Italia. Dei moderni biografi e critici danteschi, am- ' mettono la presenza di Dante in Pola il Lubin (16) il Bassermann (17), il Padre Berthier (18) e il De Gubernatis (19), mentre il Kraus non la esclude (20), e lo stesso Zingarelli, pur negando, come abbiamo veduto, ogni prova all'accenno al sepolcreto [188] polese, non può non avvertirvi un «debolissimo indizio affermativo (21)». Tanto per il supposto viaggio di Dante ad Arles, quanto per la presunta sua visita a Pola, vale la medesima circostanza: sf l'una che l'altra dovrebbero naturalmente essere avvenuti avanti il componimento definitivo della prima Cantica del divino Poema. Anche su questo punto le opinioni dei critici non sono pienamente concordi; ma ormai, viene in generale ammesso e riconosciuto che Dante debba avere non solo abbozzato ma anche composto l'Inferno entro il primo decennio del suo esilio, e lo prova il fatto che, meno qualche singola eccezione, non vi sono ricordati avvenimenti posteriori a quel tempo, pur continuando forse a correggerlo e limarlo fin dopo il 1314, come lo indicherebbe la predizione della morte di papa Clemente V nel Canto XIX (22). Il preteso soggiorno di Dante in Pola andrebbe dunque posto più probabilmente fra gli anni 1304-1308, in nessun caso dopo il 1315, quando, anche per ammissione dello Scartazzini, la prima Cantica della Commedia era senza alcun dubbio composta definitivamente. Laonde cade senz'altro la congettura del Kandler e di altri scrittori che fanno veleggiare il Poeta di Ravenna a Pola nel tempo del suo rifugio alla Corte di Guido di Polenta, cioè fra il 1317 circa e il 1321 (23), mentre d'un anteriore soggiorno di lui in Ravenna non si ha altro indizio che la lettera da Venezia del 1314, della cui apocrifità non è più lecito di dubitare. Se l'Alighieri fu in Venezia già né primi anni dopo l'abbandono della patria — forse durante o súbito appresso il suo primo rifugio in Verona — come alcuni ammettono, specialmente sull'indizio della minuziosa descrizione dell'Arzanà dei Viniziani, nel Canto XXI dell1Inferno (24), potrebbe darsi che in quella occasione egli visitasse anche l'Istria, dove, in particolare a Trieste, un rilevante numero di sbanditi fiorentini, tra cui e parenti e amici personali del Poeta, avevano trovato benevole ospitalità e sicuro asilo. *** Volendo ora passare ad una premessa del tutto opposta, con l'escludere senz' altro il viaggio di Dante a Pola, ci si affaccia spontanea la domanda: d'onde o da chi avrebbe potuto attingere il Poeta le particolari notizie riferentesi alla città istriana? La risposta non è delle più facili, richiedendo anzitutto uno studio speciale sulle fonti geografiche della Divina Commedia, argomento di non dubbio interesse ed utilità non peranco pertrattato esaurientemente da alcuno. Giacché i lavori del Moore, del Toynbee e di qualche altro, non possono considerarsi che dei parziali tentativi dei genere. Dalle indagini fatte il più accuratamente possibile su tale argomento, crediamo però di dovere escludere senz'altro, che Dante abbia attinto le precise sue cognizioni intorno l'Istria in generale e Pola in particolare a fonti letterarie. Notoriamente ne' tempi di Dante, fra i popoli latini le discipline geografiche cominciavano appena a risorgere dal completo abbandono in cui erano cadute durante i secoli barbari. Dal Settecento al Milletrecento non si conosce alcuno speciale trattato latino di cosmografia. Ristoro d'Arezzo nella sua Composizione del Mondo (25), scritta in volgare circa il 1250, dedica alla rappresentazione dei vari climi, ossia alla descrizione dei paesi della terra, soltanto poche pagine, contenenti un arido elenco di nomi stravaganti, tolti a prestito allo scrittore arabo Alfragano. I più eruditi compilatori delle grandi enciclopedie medioevali non sapevano né potevano fare di meglio che raccogliere confusamente le scarse reliquie della sapienza antica. Nello Speculum Majus, opera monumentale della metà del secolo XIII, il domenicano Vincenzo di Beauvais riprodusse, con tutti i loro errori, le stesse notizie geografiche non solo di regioni lontane, ma persino di terre a lui più prossime e conosciute, che settecento anni prima Isidoro di Siviglia inseriva nel libro XIV delle sue Ethimologiae (26) come il Bellovacense, cosi tutti gli scrittori di quel tempo ; eglino riproducevano più o meno fedelmente le stesse istorie, ripetevano gli stessi nomi, le stesse descrizioni di paesi dell'antichità, come se nel corso di tanti secoli nulla fosse mutato nel mondo! Ma i monaci, quasi soli rappresentanti della coltura scientifica medioevale, non vivevano con lo spirito nella realtà del presente: chiusi ne' loro cenobî, non prestavano attenzione a ciò che vedevano, a ciò che udivano a sé d' intorno; essi erano più che altro lavoratori manuali, che, senza alcuno sforzo indagatore, senza lume di critica, raccoglievano e univano insieme gli aridi materiali delle loro produzioni letterarie (27). Brunetto Latini, l'enciclopedista italiano amico di Dante, giudicato dal Villani l'uomo più dotto del suo tempo, avanza di poco in originalità i suoi compagni di Francia alle cui fonti del resto attinse largamente nella sua grande opera enciclopedica, scritta in lingua francese e intitolata Li Tresors. Nella parte quarta del libro primo, egli discorse della geografia, servendosi — come rilevò Thor Sundby — dei Collectanea rerum memorabilium di C. Giulio Solino. Neppur dell' Italia il Latini fu in grado di lasciarci notizie nuove ed esatte; mostrò anzi di avere un idea assai precisa de' suoi confini orientali, confondendo in parte l'Istria con la Dalmazia. Nel pieno decadimento della civiltà occidentale intorno al Mille, furono i Musulmani, Arabi e Persiani, ad applicarsi con genio innovatore alle scienze fìsiche e matematiche, dando in ispecie un vigoroso impulso allo studio della cosmografia; ma le loro opere, per la difficoltà delle lingue straniere in cui erano scritte, non potevano avere una grande influenza per la diffusione della coltura geografica in Italia e negli altri paesi d'Europa. Non si ha alcuna prova che Dante conoscesse l'arabo; ma pur ammettendo che questa lingua gli fosse stata familiare, quale profitto avrebbe egli potuto ritrarre — per quanto concerne le notizie di Pola — da quei trattati, per lo più compendiosi, di geografia generale? Se perfino il cosiddetto Libro del re Ruggero dello sceriffo Edrisi, la più ampia e la più reputata opera di tutta la produzione geografica araba, opera compilata in Italia, in gran parte, senza dubbio, dietro ragguagli di viaggiatori italiani, non contiene che succinti, insignificanti e spesso cervellotici accenni alle città dell' Istria, dicendo p. e. di Pola : «La città è bella, grande e popolata, ed ha naviglio sempre allestito», mentre al Quarnaro dà il nome arbitrario di golfo d'Istria. Dalla geografia descrittiva passando alla cartografia, si deve convenire che dall'esame d'una mappa dettagliata ed esatta dell'Italia, Dante poteva bensì formarsi un concetto giusto della posizione tipografica di Pola rispetto al Quarnaro e al confine orientale della Penisola. Fa duopo innanzi tutto di prendere in considerazione lo stadio di sviluppo della scienza cartografica nei primi anni del Trecento. Osservando le riproduzioni delle poche superstiti carte medioevali, sino a tutta la prima metà del secolo XIII, nell'atlante del Lelewel, si resta tosto convinti della grande imperfezione dei mezzi e dei sistemi adoperati alla loro delineazione. La configurazione dell'Italia vi comparisce orrendamente deformata, e la penisoletta istriana vi è tutt'al più segnata con una leggerissima curva sporgente dal profilo della costa orientale dell'Adriatico. Manca ogni indicazione di monti e di fiumi, e mancano spesso anche i nomi delle città più importanti, le cui ubicazioni sono poi di regola inesatte. Però, dalla seconda metà del secolo XIII la cartografia prese in Italia un notevole sviluppo, ad opera percipua della gente di mare, che cominciò a disegnare, per proprio uso, carte nautiche del Mediterraneo, ed in ispecie delle coste italiane. Il mappamondo e le carte particolari delineate al principio del Trecento dal veneziano Marino Sanudo, principalmente quelle «de mari mediterraneo» annesse al Liber Secretorum Fidelium Crucis, di cui una rappresenta l'Italia — ed è da ammirarvi, come osserva fra Placido Zurba, la bellezza della forma e dei contorni — segnano un immenso progresso della scienza cartografica fra gli Italiani, di fronte ai prodotti degli altri popoli, compresi gli Arabi. Difatti la configurazione della Penisola italica vi è tracciata mirabilmente, non esclusa la piccola appendice istriana corredata, tra altri, de' nomi di Polla, Veruda. Prementor, e più in basso, anzi troppo in basso, presso Nona, di quello di Gulffo de Quarner. Queste carte che il Sanudo, nella prefazione al Liber, dice di avere offerte in [190] omaggio a papa Giovanni XXII in Avignone nel 1321, non sarebbero, giusta il parere di scrittori competenti, opera originale del Sanudo stesso, ma piuttosto copie perfezionate di mappe anteriori del genovese Pietro Vesconte e di altri cartografi taliani (28). Siccome le prefate carte nautiche, di cui più non avanzano che rari cimeli, dovevano essere già abbastanza comuni nelle città marittime al tempo di Dante, non è escluso, anzi appare probabile, che questi avesse avuto occasione di procurarsene alcuna fra le migliori ad oggetto di suoi studi di geografia, senza però amméttere la supposizione di qualche scrittore, che egli giungesse a conoscere le stesse tavole perfezionate del Sanudo (29). Ma le mappe geografiche in nessun caso potevano essergli d'aiuto per fissare il termine d'Italia alla riva settentrionale del Quarnaro, là infino a dove si estendeva realmente nei secoli XIII e XIV il territorio della Marca istriana; per fare ciò il Poeta doveva avere precise cognizioni della circoscrizione politico-amministrativa dell' Istria; cognizioni che difficilmente poteva acquistare altrimenti che visitando e studiando il paese personalmente. Che se per l'esatta conoscenza topografica dell'Istria l'Alighieri può avere avuto forse il sussidio delle mappe, per l'accenno descrittivo della necropoli romana, non volendo attribuirlo ad una reminiscenza individuale, bisogna ammettere che Dante fosse stato informato della esistenza e del carattere speciale dei sepolcri di Pola da chi aveva avuto l'opportunità di vederli ed esaminarli, da chi dunque aveva visitata la nostra città, e probabilmente soggiornato in essa per più lungo tempo. Queste informazioni potrebbe Dante averle avute da qualche esule fiorentino, di quei tanti che nel funesto periodo delle lotte civili in patria, nell'anno 1289, eransi ricoverati, a più riprese, in Friuli ed in Istria, alcuni soltanto a tempo, passando di poi in altre provincie d'Italia (30). Ma è pur possibile che gli fossero suggerite da qualche podestà o vicario, o giudice criminale, stato già in servizio del Comune di Pola, e poscia da lui incontrato altrove, forse in qualche città di Lombardia. A tale proposito va riferito, come un possibile indizio, che il cavaliere trivigiano Monfiorito da Coderta, il quale, dopo essere stato nel 1299 podestà di Firenze fu podestà di Pola nel 1304-1305, e quivi ritornò, ospite dei Signori di Castropola, altre volte ancóra negli anni successivi, certamente nel 1312 (31), era amico e seguace di Gherardo e Rizzardo da Camino e di Cane della Scala, co' quali, specialmente con quest'ultimo, Dante fu unito da noti legami d'intima amistà. Ma un più forte argomento abbiamo per supporre che Dante possa avere raccolte le notizie intorno a Pola nella città di Verona, durante il suo primo rifugio presso gli Scaligeri, dopo staccatosi dalla compagnia degli esuli, co' quali era andato vagando per la Toscana. Questo primo soggiorno del Poeta in Verona, presso il «gran lombardo», Bartolomeo della Scala, viene fissato dai critici più autorevoli agli anni 1303-1304. Ora noi sappiamo che ne'primordi del 1304 fu chiamato ad occupare, per la terza volta, la podesteria di Verona il patrizio veneziano Ugolino figlio di Marco detto Orso Giustiniani (32). Il quale Ugolino e un suo figliuolo Marco, soprannominato pure Orso o Orsatto, erano commissari e procuratori (e sembra anche parenti) degli eredi di Ruggero Morosini nella lunga lite per la ricupera del feudo episcopale polese, di cui la famiglia Morosini era stata privata, nel 1286, dal vescovo Matteo di Castropola, che ne aveva quindi conceduta l'investitura ad Andrea degli Ionatesi (33). In tale ufficio di tutore e rappresentante di Nicoletto del fu Donato Morosini, Ugolino Giustiniani ebbe occasione di portarsi spesse volte a Pola, senza contare che, anche prescindendo da ciò, i Veneziani ne' loro continui viaggi in Schiavonia e in Levante avevano l'opportunità di [191] visitare frequentemente la nostra città, nel cui capace e sicuro porto i navigli mercantili e di guerra della Repubblica facevano consueta sosta. Laonde è possibile che fosse stato precisamente cotesto Ugolino Giustiniani, podestà di Verona, a comunicare a Dante, da lui senza alcun dubbio conosciuto alla Corte dello Scaligero, le notizie intorno a Pola e al Quarnaro, alle quali si accena nel canto IX dell'Inferno. Notisi che in Verona il ricordo di Pola sorge spontaneo dalla vista dell'Arena, sul cui argomento Dante dovrebbe essersi intrattenuto con interesse, in particolare se è vero — come pretendono alcuni, tra cui il Venturi, l'Ampère, l'Hell e Carlo Cipolla — che alla forma interna dell'Anfiteatro veronese egli si fosse inspirato nella concezione del gran baratro infernale (34). *** Comunque, se non è dato di addimostrare storicamente provata la presenza di Dante in Pola, non si può disconoscere che il pensiero del Poeta percepì chiara la visione dell'antica città marmorea, cui volle onorare nel verso che ne determina l'appartenenza fisica, storica ed etnica alla terra d'Italia. Quasi che, inspirato d'un lume divinatore, ! egli si proponesse di statuire e tutelare ne' secoli, con l'autorità del suo gran Nome, i sacrosanti | diritti nazionali della patria, contro ogni insidia | ed ogni prepotenza straniera. Onde ben fecero i liberi cittadini della nuova Pola a dare espressione; di onoranza pubblica e solenne al loro sentimento di gratitudine verso questo sublime intelletto della stirpe italica, sommo maestro della lingua nostra e simbolo della coscienza nazionale, erigendogli nella loggia del Palazzo comunale un superbo busto in bronzo, opera d'illustre artista romano. Trieste, settembre del 1906. Camillo de Franceschi |
||
Note:
Tratto da:
|
||
|