Carlo De Franceschi
Istriani Illustri


 

(Lettera) Al sig. Dr. Kandler.

TRIESTE.

[Tratto da L'Istria, Sabato 9 maggio 1846, p. 101-102.]

Ella ripetutamente mi raccomandò di rintracciare i castellieri di questa parte d'Istria subocrina, e specialmente dell'agro tenuto dai romanici, che più esteso deve essere stato dell'odierno dacchè si hanno memorie che fossero intorno Pisino già detti Rùmani, e quel nome di dileggio Cicci non è straniero in queste parti, ove ai romanici si dà l'epiteto insultante di Ciribiri, di Ciciriani, e Ciciliani. Sennonchè li offici di debito che appena mi lasciano tempo a ciò che é indispensabile, m' hanno vietato di fare quella dovizia di raccolta che altrimenti avrei potuto; non pertanto ciò che potei rilevare glielo comunico, nella speranza che sia di giovamento alle cose patrie, e se ciò non dovesse esserle, a mostrarle almeno il grandissimo desiderio che ne ho.

Nulla di antico v' ha in Pas, nè fu luogo di rilievo come l'attestano la posizione ed il meschino territorio circostante; stando a cavaliero della valle di Bogliuno poteva benissimo essere valido propugnacolo a chi volesse sforzare il passo naturale del Monte maggiore ed avesse superato la prima linea dei Castellieri di qua del passaggio.

La seconda linea sulla quale sta Pas, comincia con Bogliuno, poi Pas, poi altro Bogliuno ora diruto, poi Berdo, poi Oriz, Pedena, Gallignana, Cosliaco, Jesnovico e tanti altri. Questo secondo Bogliuno sta sopra monte isolato al termine di filone che separa le valli di Bogliun e di Susgnevizza; presso Lettai, poco inferiormente dove sorge la chiesetta di S. Giorgio. Quì come in tutti i castellieri dei quali sono per favellare, trovai cocci di quella stessa pasta che rinvenni nei castellieri dintorno Pisino; le frequenti esplorazioni dei perseveranti cerca-tesori dànno certezza che è luogo di antiche rovine; mi fu detto che volessero trovare pietra con sopra incisavi vacca, la quale avrebbe indubbiamente mostrato il luogo ove stanno nascosti i danari. Questo secondo Bogliun corrisponde coll'altro dal quale è distante non più che 3 miglia piccole. A Berdo non vidi più che pezzi di embrici; la forma del paese lo indica però castelliero; non potei esaminare nè Cosliaco, nè Jesnovico.

Il molto reverendo D. Matteo Musina paroco di Vragna, distinto per amore di patria e per cortesia, fu gentilmente guida a me ed all'amico comune Covaz nel visitare i castellieri del Monte maggiore. Sull'altipiano di Brest nel distretto di Bellai potemmo vedere antica strada larga i 15 piedi che dal Monte maggiore, superato il ciglione del Grog calcato soltanto dalle zampe delle capre, e dai sandali, sotto il giogo di Galinbreg vi trovammo un castelliero che domina la strada e quel lato del Monte maggiore che sta fra la fontana e Vragna; sulla cresta detta Orliak altro castelliero vedemmo che domina la strada antica romana là dove si unisce all'attuale strada postale, un miglio circa al di sotto della fontana, dirimpetto all'altro castelliero di Nesseil che sta in piano a cavallo di profondissimo burrone che taglia il fianco occidentale del Monte maggiore; il giro del vallo è di 800 passi andanti; un miglio al di sotto di Nesseil ve ne ha altro detto Gradaz, alquanto minore, il cui vallo è largo 15 piedi; un miglio ancor più sotto vi è quello di Vragna, ove vuolsi che vivesse relegata una principessa. In quest' ultimo si rinvennero per l'addietro monete romane anche in argento dei tempi della repubblica; fra queste una colla leggenda F. SABIN. Tutti questi castellieri stanno sulla sponda destra del burrone; la strada romana che calava dal Monte maggiore scende all'incontro sulla sponda sinistra e riusciva presso Mandichi, presso Bogliuno. Mi fu detto che anche sulla sponda destra vi fosse strada, ma non potei verificarlo.

Ma è tempo che venga a luoghi maggiori. La città, ch' ella dice doversi collocare fra Pinguente ed il mare, non altra può essere che Bogliuno. Andai in traccia del nome antico, che l'attuale o è moderno od è strana corruzione (come da Bagnoli di Trieste se ne è fatto Bollunz), mi fu detto essersi chiamato Finale; ma non merita gran fede.

Bogliun fu certamente luogo maggiore come lo segna la tradizione; il vallo che sorge a settentrione del paese, e che sembra fasciasse gran parte della collina sulla costa occidentale, ove negli orti veggonsi ancora vecchie muraglie, accoglie nell'ambito fonte di buon' acqua perenne. Vuole la tradizione che la fontana fosse già in mezzo della città o borgata; e presso l'attuale fontana veggonsi le rovine della chiesuola di S. Pietro, le cui pareti erano ornate di antichi affreschi.

Bogliuno per estensione maggiore di Pedena e di Pinguente, è dirimpetto al Monte maggiore sulla grande strada che dalla Liburnia metteva nell'Istria; bello e fertile ne è l'agro, intersecato dall'Arsa, mite il clima, di piacevole posizione. Noti che la chiesa è dedicata a S. Giorgio, che è situata nel centro dell'antica città (a forma di croce latina); noti che accanto alla porta d'ingresso vi ha piccola chiesetta dedicata a S. Giovanni Battista; noti che nella valle sottoposta vi ha la chiesa della Beata Vergine lunga da circa 19 tese viennesi, il nome della località sembra indicare che fosse già Abbazia; vi era già in tempi assai remoti capitolo, ed era soggetta al vescovato di Pola. Sulla chiesa vi ha inscrizione che mi si dice del 1450, in certi caratteri slavi non infrequenti, che io non conosco, nè altri seppe spiegarmela.

La mensa dell'altare nell'antichissima chiesa di S. Pietro era già un'aretta alta 3 piedi larga 2; ora capovolta, serve di piedestallo a tavola dirimpetto alla canonica; è di bel lavoro, di buona conservazione ed in bellissimi caratteri segna

C • VALERIVS
PRISCVS
VESTIARIVS
AQVILEIENSIS
DEDIT.

È questa di un fabbricatore o mercadante di vesti della città di Aquileia, che per essere forse stato felice in qualche speculazione, si mostrava riconoscente a qualche suo dio bugiardo. Ella, nei Cenni su Parenzo, aveva avvertito che colla lana istriana, più simile a vello che a pelo, mista ad altra e tessuta a quadriglie, tessevansi stoffe celebrate. Ella certamente tolse la notizia da Plinio nelle sue storie naturali Lib. VIII, 48, il quale parla altrettanto della lana Liburnica. Sarebbe mai di quelle pecore, che su queste balze sì bene allignano simili a quelle della Liburnia? Ali sovvengo di avere letto già tempo nell'Appendice dell'Osservatore triestino certa inscrizione di Aquileia che parlava di lavatori di panni, dei quali gran commercio facevasi in quell'emporio; mi sovvengo di avere veduto in Pola la leggenda di un fabbricatore di pettini, che suppongo non essere già quelli da testa; niuna meraviglia se in Bogliuno si facessero anticamente affari in lane istriane e liburniche; che non vi ha dubbio che l'Istria fosse in ben altre condizione in allora, siccome vi ha speranza che lo ritorni.

Mentre le scrivo, ricevo lettere dal benemerito Don Musina che mi annuncia la scoperta da lui fatta di altri tre castellieri (uno dei quali sul ciglione Crog presso Brest, ovale, della circonferenza di passi 400), e la prosecuzione della strada antica di Brest alla volta di Pinguente, e mi avviene di parlare con contadino ottuagenario. Il quale mi racconta essere tradizione che i castellieri fossersi fabbricati quando non si conoscevano fucili e cannoni, e che gli uomini combattevano a sassate, ed erano sì forti che a forza di mano slanciavano una leva di ferro (palo della lunghezza di tre piedi) dall'uno all'altro castelliero. Mi narra avere inteso da sua madre e dall'avo, che i terremoti fossero una volta sì frequenti che non passava anno che non ve ne fosse uno. L'antico castello di Lupoglau venne appunto distrutto da terremoto. Rilevo da lui (che vide costruire la strada di Giuseppe II attraverso il Monte maggiore) che tra Bogliuno e Vragna la strada presente è nuova del tutto, nè in antico ve ne era; che l'unica strada carreggiabile fosse quella che da presso la villa di Uzka scendeva alla sinistra del burrone detto Veladraga e riusciva ai Mandichi.

Sospendo la lettera per verificare le cose di cui vengo a conoscenza.

Eccomi di ritorno da breve corsa; e continuo. II castellier di Brest esiste realmente, ed ho rilevato che presso il Planik fra Ulaka e Sinoset ve ne fosse un altro simile a questo, detto Gradaz come questo di Brest. Così presso Semich ve ne sono due, a settentrione ed a mezzogiorno della villa, il primo del diametro di 40, il secondo del diametro di 80 tese viennesi, ambedue detti Gradischie, aggiungendosi per distizione al secondo Nod Maj. Progredendo verso Rozzo altri se ne incontrano, tra i quali due prossimi l'uno detto Beligrad che rimane al di qua della chiesa di S. Andrea, il quale misura in giro 800 tese viennesi, ed ha triplice cinta di muro e traccie di abitazioni; l'altro detto Cernigrad che è intorno la chiesetta di S. Tommaso; fra questi due passava una strada di cui veggonsi le traccie, la quale dalle parti inferiori metteva verso Lanischie; la strada che dal Monte maggiore si dirige verso Pinguente passa a settentrione di questi due castellieri. Ve ne ha un altro a Stefancich, ed altro ancora sul monte Orliak presso Lanischie.

Ho passato qualche tempo fra i romanici della Valdarsa, però con niun profitto, perchè poco intendo la loro lingua, e Covaz non era meco; feci inchiesta dei nomi che essi nel loro linguaggio danno alle castella, alle borgate ed alle ville, ma con niun risultato; non dubito che essi sieno depositarî di antiche nomenclature, assai giovevoli nelle esplorazioni; la nuova nazionalità slava che essi adottano fa sì che il tempo sia ormai l'estremo, perchè ogni conoscenza di cose siffatte è ristretta ai contadini soltanto; però non dispero, e vi darò mano, quanto prima possa avere tregua.

Pubbliche incombenze che qui mi tennero alcun tempo, mi chiamano altrove; onde ella diriga le sue lettere a Pinguente ove mi tratterrò, e dove, se i voti non vanno falliti, spero di poter continuare colle linee dei castellieri del Monte maggiore. Non le dò più che la speranza, perchè le ore non sono di mia disponibilità, e quel poco che posso dedicare alle cose di patria, devo sottrarlo a quelle ore che ogni uomo ha bisogno e diritto di avere per suo riposo; il che poi sempre non mi è concesso.

Ma qualunque sia l'effetto, ella mi tenga nelle sue buone grazie, e disponga di me ovunque possa.

Bellai, il dì 20 aprile 1846.

Devotissimo

Carlo de Franceschi


Al sig. Carlo de Franceschi.

PINGUENTE.

Mi è di doppio piacere il ricevere suoi fogli e per le notizie che ho della di lei persona, e per quelle della di lei operosità, la quale in breve giro di tempo fu di profitto maggiore di quello che sarebbesi potuto attendere. Non si lasci spaventare dalle condizioni attuali; un tempo gli uomini di affari potevano limitarsi agli affari soltanto, e, cessati questi, darsi ad onesto riposo; la società provvedeva altrimenti; i cleri regolare e secolare attendevano alli studi geniali, se non tutti qualcuno almeno, e le loro fatiche andarono disperse in sul finire del secolo passato, in sul principio del presente, perchè così volevano i tempi; ma oggigiorno le cose sono diverse; e chi sente carità della patria, ha il debito di prestarsi, anche in quelle frazioni di tempo che darsi ad altro potrebbero e che pur tornano tanto di profitto. Perseveri, caro De Franceschi, ed in qualunque incontro raccolga quanto può memorie; l'uomo può più di quello che lo si pensi. Dura ancora fra noi la memoria onorata di persona che fondò in Gorizia biblioteca e stamperia, che fondò in Trieste biblioteca, giornale e stamperia, e fu promotore di una società letteraria; crede forse che quest'uomo fosse dovizioso? Tutt'altro: era un militare sortito da servigio che doveva guadagnarsi il pane quotidiano.

Ed ella meno che altri si scoraggisca; ho tenuto conto di quanto mi ha favorito, ed ingenuamente le dico che sono materiali i quali recano novella luce sull'Istria che sta a piedi del Monte maggiore, e distruggono quelle credenze che forestieri propagarono e che noi stessi (ed io pure fui del numero) abbiamo scioccamente creduto, che l'Istria addetta alla confederazione fosse, cioè, un paese del tutto diverso da queir altra parte della provincia, e che nulla avesse di comune col rimanente. Ed io devo a lei il convincimento che le antichità romane non le sono straniere, che le condizioni nel medio evo furono comuni. Le cause speciali fecero che in tempi a noi più vicini le cose si cangiassero; queste cause hanno cessato da gran tempo, comunque in qualche parte rimangano gli efretti. È tutto una provincia, sulla terra della quale non veggo dipinte quelle striscie di confini che mi mostravano sulle carte geografiche quando andava alle scuole.

Le tradizioni sui castellieri che si conservano nelle regioni del Monte maggiore, sono quelle medesime che io udiva nei dintorni di Trieste, allorquando faceva per la prima volta conoscenza di questi. Ne ho memorie di un centinaio, di forme assai svariate; quando saranno rilevati tutti, potrà farsene giudizio, il quale mi sono bensì formato, ma è cosa che non ardisco ancora pubblicare. Non le dia spavento la loro frequenza, che assai in verità ve ne furono. Ella ha la soddisfazione di averne completa la serie da Rozzo al Monte maggiore, e di averne segnato la linea per la quale entravano verso i monti della Vena, per proseguire fino al vallo che chiudeva il territorio contro i Giapidi; Cernigrad e Beligrad stavano a custodia di quella gola per la quale si penetra nelle montagne. Questi due fortalizî si dissero anche due castelli, Aquileia, e fra i molti nomi di località figurano duo castella, quorum nomina sunt Cernogradus et Bellegradus come donati ad Adalberto. Riteneva che si parlasse di due Castelli di Leme o di Draga, nè poteva comprendere come avessero anche nomi slavi, in tempo nel quale gli Slavi non erano ancora alla spiaggia del mare; nè poteva combinare i nomi slavi con quello di castel Parentino che ebbe sempre quello dei due castelli che stanno a settentrione al confine del territorio antico di Parenzo. Se ella non ha il diploma del 1102 glielo invierò: vi troverà il nome di Lettai, di Vrane, di Cholm, di Pinguent, di Josilach, tutti castelli. - Beligrad aveva triplice cinta come l'ebbe il castellier del Manderiol, il quale nelle dimensioni mi sembra però maggiore.

Ella non potea darmi notizia più consolante di quella della scoperta del sito d'antica città o castello a' piedi del Monte maggiore, città o castello che fu già capo di un comune ivi collocato e che abbracciava tutta la vallata dell'Arsa superiore, dalle alture di Pas al lago. Non le dirò il nome di questa città, che sarebbe fuor di tempo il pronunciarlo prima di averne conferma dalla voce del popolo; ma come a lei hanno mancato i nomi che i romanici dànno alle castella circostanti, così hanno mancato a me per quanto ne facessi ricerca od insistenza; però non dubiti che ci verremo a capo. È distrutto l'archivio di Pedena, è distrutto quello di Pola, furono distrutti tanti altri (e sia detto fra noi soli) a' tempi nostri; ma tutte le memorie, tutti gl'indizî non possono essere spariti, ed un'unghia sola che possiamo vedervi, sapremo dire se sia gatto o cane. Mi fu detto che si chiamasse Pozzuoli, non so ancora che pensarne. Ho calcolato l'ampiezza del terreno occupala da questa città, ed arriva ai 17000 passi romani quadrati, maggiore di Pinguente che ne conta 12500, maggiore di Rozzo che ne ha 9000, maggiore del castello proprio di Umago che ne ha 12500, minore di Cittanova che ne ha 23500, e che fu città di soli 6000 passi. E secondo le proporzioni mie potrebbe avere contato i 2600 abitanti circa.

La notizia sulle lane istriane la trassi da Plinio, è vero. Allorquando ne ebbi a parlare non citai la fonte, perchè se avessi voluto dare i documenti di ogni cosa che asserisco, sarebbe divenuto un processo intero; ed io non ho la smania di voler sempre avere ragione; chi non vuole credermi è padrone, che io non lo sforzo certamente. Appunto in prossimità a Bogliun, nel castello di Lupoglau al Monte maggiore, il nobile conte Paolo de Brigido introduceva in quella sua signoria la migliorazione delle pecore colle capre d'Angora, in sul principio del secolo presente, razza che se non è propagata non è perduta; nel secolo passato il dotto Gianrinaldo conte Carli attivava nel territorio di Capodistria un lanificio; ed io penso che se nessuno di questi due tentativi riuscirono a dilatarsi, ne furon causa le condizioni della provincia che non erano in sui finire del secolo decorso quali nei tempi in cui venne fatta l'inscrizione di Bogliuno; ma i tempi ritorneranno; noi non li vedremo, ma ritorneranno. Non è antico proverbio quello che in cent'anni e cento mesi l'acqua torna ai suoi paesi? Se i cento anni sono passati, non sono passati ancora i cento mesi; Trieste comincia a tenere le veci dell'antica Aquileia, come questa, è Trieste unita a perpetuità coi destini dell'impero alle rive del Danubio; l'Istria riprenderà l'antica sede, e si sveglierà dal sopore che per essere di secoli sà quasi quasi di letargo; ed i tempi moderni avranno ciò di preferenza agli antichi, che ora abbiamo l'emporio in casa, mentre prima era fuori della provincia. Io sottoscrivo prontamente che quel Valerio Prisco della lapida era un mercante o fabbricatore di vesti, che veniva nella città ch'era già nel sito di Bogliun, per far affari in lane. La lapida di Aquileia che ella rammenta è ora nel museo del cavalier Vicentini in Ronchi, diligente raccoglitore di cose antice, ed a mio credere parla di lavatori di vesti di lana, di folloni, come anche si dicevano che erano della gente Artoria; e noti che il dedicante della lapida aquileiese è ancor lui un Valerio, come questo dell'istriana, e che frequentissimi sono in Àquileia i liberti di questa gente. Se non avesse tratto copia della leggenda aquileiese, gliela invio

MINERVAE
AVGustae SACRum
Marcus VALERIVS
VENVSTVS ET • MVICEDATIA • TAIS
GENTILIBUS
ARTORiorum PANlS  • LOTORIBVS
ARAM • D • D

La voce panius lotor sarebbe nuova.

Ella giudicò saviamente fabbricatore di pettini da scardassare lana quel Maisio Terentino, di cui nella lapida polense, favoritami dall'amico Carrara, la sola voce pettine basta ad indicare il lanificio.

TITIA • EUTICHIA
VIVA • FECIT • SIBI • ET
L • MAISIO • L • F • MODESTO
FILIO • ANN • XVIII
VACINIAE • VERAE
FIL • ANN • VII
L • MAISIO • TERENTINO
FABRO • PECTINOR
CONIVGI • DVLCISSIM

Nei lati vi si veggono incisi i pettini, la forchetta ed altre insegne.

L'inscrizione di Bogliuno non è certamente l'unica che abbia esistito, ed io la tengo per arra di quelle che, frugando un po', sarebbero per rinvenirsi.

Mi conferma la credenza che fosse antico castello, non solo l'esistenza di capitolo il quale segna come il governo di chiesa fosse collegiale, indizio certo di politico reggimento collegiale, ma altresì quella cappella di S. Giovanni fuori della chiesa essere stata battistero. 11 titolo della chiesa è S. Giorgio, ed è questo il titolo del più dei castelli anche insigni che ebbero governo di sè medesimi: veda Pirano, veda Rovigno per non dirle d'altri. So bene che siffatti argomenti voglionsi adoperare con grande cautela perchè e l'edifizio ed il titolo possono non rimontare fino all'epoca primitiva d'istituzione, ma è vero altresì che la propagazione del cristianesimo, l'ordinamento delle chiese avvenne fra noi a' tempi del governo romano, e sulle forme di questo applicossi; ed è pur vero che religiosa osservanza fece conservare le antichissime condizioni anche nelle rinnovazioni materiali.

Ed argomento di essere stato insigne questo castello è per me la vicinanza dell'Abbazia di S. Maria, la di cui chiesa lunga 19 tese viennesi circa, non è certamente di villa, o di vicinato.

Prosegua alacremente nell'investigazione degli antichi castellieri; quello di Vragna, che anche dicono Urania è insigne; le mie memorie ne darebbero la forma assai dilungata con un lato lungo 125 passi romani, l'altro in media 33 della superficie di passi quadrati 4125; simile per la forma al fortalizio di S. Giorgio del Quieto, però maggiore, contando questo soltanto 2500 passi quadrati, maggiore pure del castello di s. Lorenzo del Parenatico il quale sembra tipo di vero castello romano, e misura in superficie 3333 passi. Non posso sovvenirmi se questa forma, che si scosterebbe dalle solite rotonde, sia richiesta dalla natura del sito; ad ogni modo sembra che fosse destinato a stanza fissa e commoda di militi. La tradizione che vi fosse relegata una regina, io non la derido; ho fatto nella mia gioventù di simili sciocchezze, ma l'esperienza mi ha insegnato a rispettarle, ed a cercarne piuttosto ragione o nelle storie, od in altri monumenti; non la sottoscrivo oggi, però non la ripeto come il volgo la fa, ma non la derido; difficile è il comprendere talvolta le tradizioni più che nol si pensi, ma sono sempre preziose testimonianze.

Di Pas, le dirò qualcosa. Ella mi aveva favorita già tempo la leggenda incisa sulla porta del castello che io leggo sciogliendo i nessi:

MESSALDus BARBus
1570
AEDIFICIVN HOC ANTIQVISS / / / /
/ / / / / / / / / / / / / /

Nell'Albo dei decurioni di Trieste del secolo xvi trovo appunto registrato Messalto Barbo, ma facedolosi morto nel 1526 ai 6 d'ottobre, non è certamente quello della lapide.

Frugando fra carte favoritemi dal signor Luigi de Jenner, trovai leggenda che di questo medesimo Messaldo Barbo fa memoria, già incisa sulla lapida che copriva la tomba di Bernardino Barbo giureconsulto insigne, assessore del governatore (come oggi diremmo del Carnio) padre a Messaldo. La famiglia Barbo non è straniera a Trieste; trecento anni fa non si pensava mica come oggidì, e non si agiva così, che quelli della città credano di essere nella sesta parte del mondo, e quelli della provincia venendo alla città di Trieste, credano di sortire da casa, e trovarsi in altro globo. La leggenda venne tratta da una memoria del dabbene nodaro Aloisio Corsini che la trasse nel mese di maggio 1639; la pietra se ne andò con tante altre quando nel 1774 fu rifabbricata la chiesa di S. Antonio vecchio in Trieste, ove riposava il cadavere; non si scandalizzi però, che altrimenti io chiederei se siasi fatto in modo diverso quando nel presente secolo illuminato si sciolsero i conventi, si profanarono le chiese; ringraziamo il nodaro che la ha copiata, quand'anche malamente.

D • O • M
BERNARDINO • BARBO • CONSORTI
ARCIS • BAXESTA *) • |
• C • vere
DOCTISS • ET • RARO
ILLVSTRIS • DVCATVS • CARNIOLAE
PRAESIDIS • ASSESSORI • A • SERMO
ROM • ZC • REGE • IN • EX • INF
AVSR • REGIMEN • PARUm • ANTE
MORTEM • ELECTO

                      *) Wachsenstein

(stemma gentilizio, leone coronato rampante, scudo traversato da sbarra che scende da sinistra a destra)

OBIIT TERGESTI ANNO DNI MDLI
VI KAL DECEB AETATIS • VERO SVAE
ANNO XLVII • ET L, VIREVERIT
NII SEϽ PMATVRE
NOBIS ABREPTus SIT TN QVIA
DEO VT AIT • PHus OVDEN
MATHN T TOIEII SIC • PLACVIT
PATIENTER • ET • EO • Q  • POSSVus
 
AEQ° FERAMus AIO DEVMus Q
RESA VT EI MISERICORS EE VELIT
PCEMVR MESSALDus ET • VALERIus
F1LII POSVERE

Ora vengo a soddisfare un debito antico che ho verso di lei: le scrivo appena oggi, però non ne faccia caso, che io scrivo quando posso, e quando scrivo ad amici non guardo mai il calendario.

Ho riscontrato le due lapidi di Coridico sulla faccia del luogo, e sono precisamente come ella me le ha inviate; non le ho riscontrate perchè ne avessi dubbiezza, ma perchè è mio costume di ricopiare sempre dai marmi le inscrizioni (quando il possa) anche per la centesima volta; la centesima volta ho veduto ciò che nella cinquantesima non aveva veduto. Essa è di gente della quale si trovò memoria in Parenzo, che fu come pare distinta, però non di genere romano ma celtico, corrispondendo il suo cognome a quello di Boscaroli; fu come sembra posseditrice di Monte Corona, aggregata alla curia di Parenzo; Monte Corona difatti apparteneva alla diocesi di Parenzo fino al cadere del secolo passato, ed ella sa che le diocesi conservarono gli antichissimi confini.

P • CALEDIVS • C • F
MVSSIA • L • F • SECVNDA
V • F • SIBI • ET • SVIS • C • CAL
EDIO • PATRI • P • GNOIAE
MATRI • L • MVSSIO • PATRI
SECVNDAE • CLAVSIAE
MATRI • ET • FRATRIBVS
SVIS • SECVNDA
L • C • T • M • MVSSIS

Questa indicazione di fratelli Secundani mi pare accenni ai fratelli di Mussia nati dalla madre comune Secunda Clausia, che vengono ammessi al sepolcro comune, volendone esclusi i fratelli da lato di padre ma di madre diversa. Mussia medesima porta il nome di Secunda. Non saprei dare altra spiegazione.

Ho verificato anche la leggenda di

M • HOSTILIVS
CRESTVS
SIBI
V • F

sopra cippo tratto egualmente da monte Corona; seppi da poi che dovesse esistere una terza lapida.

Sa ella che il monte Corona è il più ampio, ed appariscente cartelliere che mi abbia veduto? Misura non meno dei 12500 passi romani in quadratura; vi ho veduto assai rovine, una cisterna, un arco di finestra, frammenti d'inscrizioni, delle quali lessi solo il brandello / / / / IENIO/ / / / senza parlare delle rovine dell'ospizio o convento che vi tenevano i padri di S. Pietro in Selve. Corrisponde direttamente coll'altro castellier non meno appariscente di Montauro nel comune di Mondellebotte, col castellier insigne di Pisino, col Moncastello di Leme, con Valle, con S. Lorenzo, con S. Angelo di Parenzo che è pure insigne, con Orsera, con S. Giorgio di Gemino. Mi sovvengo sempre della vista da quella sommità, che arriva ai 1000 piedi, ma più di tutto serbo grata memoria della gentilezza del M. R. paroco Don Giovanni Radetich che volle essermi guida.

Ella mi scrive che la lapida all'Augusto (santo) Silvano

SILVANO
AVG
C • ÀQVILIVS • CELER
V • S • L • M

che doveva essere in Cepich alla porta della chiesa, sia perduta o coperta dalla calce; pazienza, contentiamoci dell'apografo; in ricambio di questa le mando una che lessi in Parenzo nel basamento di casa privata in Predo), il giorno seguente dacchè ebbimo a convenire insieme nell'anno decorso; la devo all'amico Oplanich.

D • M
AEL • FORTVNA
TAE • CONIVGI
SANCTISSIMAE • IVNI
APRIO • VIVVS • FECIT
ET • SIBI • POSTERISQ
SVORVM

È sopra cippo in forma di piedestallo.

Grande piacere mi recò l'altra di Chersicla, scritta sopra tavola di pietra.

MEGAPLINA
MAXIMILLA
V • F • SIBI • ET • CAE
MONIAE • MAR
CELLAE • FILIAE

Mi pare di avere detto in qualche stampato, che i celti indigeni affettassero modi e lusso romano, tramandando i loro nomi incisi sopra tavole di bronzo, e vi aggiungo: per indennizzarsi di non venire ammessi a tutti gli onori. Lamina di bronzo si disse scoperta nel 1730 in Ariolo contrada esterna di Capodistria in podere che era degli Ingaldei, pubblicata dal Carli II, 97 la quale registra nomi di figli e liberti di questa stessa gente Magaplina e della gente Celtica MARX (legga l'x come la pronunciano i Veneziani nel xè), mi prendo licenza però di dubitare che sia stata trovata in Ariolo, che era dell agro colonico di quella illustre città, degna di essere meglio conosciuta. Il Carli scriveva a Milano sopra materiali inviatigli, e potrebbe essere corso equivoco. Però, però lascio la verità a suo luogo; perchè la lamina può avere camminato fino in Ariolo. In Rozzo pure si rinvennero lamine di metallo con nomi di celti che sembrano essere stati illustri. Ah! Rozzo non lo dimenticherò. Un giorno venne da me un villico da quel castello con uno specchio rotondo, di metallo con manico e merlatura all'ingiro, che pareva fosse allora allora uscito dalle mani dell'artefice, nero bensì, ma lucidissimo; era stato rinvenuto entro un sepolcro antichissimo. Il baggiano venne da me non già per offerirmelo in vendita, ma per averne indizî di tesori (ella conosce il costume) e per sapere di che metallo fosse, e non fu modo di persuaderlo che non era già un metallo che valesse più dell'oro. Provai a comperarlo: gli offerii cinque, gli offerii dieci fiorini, gliene avrei dati di più, perchè ognuno ha le sue ore; non potei venirne a capo. Il dopo pranzo ritornò offerendomelo per qualunque prezzo volessi dargli, mi consegnò l'involto, lo specchio era ridotto a bricciole, limato da ogni parte; lo cacciai, furibondo, e feci pur troppo una baggianata a non pigliare anche quelle bricciole. Era stato da un fabbro perchè ne facesse l'assaggio, e questi idioti spesso dichiarano metallo ciò che è oro, sembrando loro impossibile che lo sia, e spesso il contrario. Questi tali preferiscono vendere le monete o gli oggetti, come fosser robe rubate, e come robe rubate si colano subito; offerirle ad un intelligente e galantuomo sarebbe peccato mortale.

Ma torniamo alle inscrizioni. Mi viene detto che la mensa dell'altare nella chiesa di Racizze sia un piedestallo con lunga inscrizione, della quale ebbi anche un apografo, ma non potei rilevarne senso, tanto è scorretto. Sarebbe in 14 linee (e non sarebbe completa), se è vera la relazione, perchè... me ne furono raccontate di

belle... e di belle me ne sono toccate nelle mie peregrinazioni.

La leggenda di Pedena

VALERIA
P • F • T • E • R • T • I • A / / / /
M • A • T • E • R • ANTO / / / /
L • F • PROQV / / / / / / / /
ANNO • N • XVII / / / / / /

singolare per la stolida frapposizione di punti dove non ci stanno, mi era nota, per un manoscritto avuto da Lubiana, nel quale si dice che stésse «in foribus domus Andreae Urbanich retro Cathedralem ecclesiam». Ella dice che è stipite della porta di cantina d'Antonio Fumich; giudichi se sia ancora nel sito in cui doveva essere nel 1780 circa.

Frughi in Pedena quando ne abbia occasione; v'era leggenda «in aedibm R. D. Matthaei Francovich Canonici Primicerio» interessante perchè segna la tribù

L • VIBIVS • L • F • PVP
CANALIVS • ANN • L

forse è nascosta ma non perduta.

I laterizî inviatimi, provenienti da S. Pietro in Selve segnano la località di fabbrica di cotto che ebbe nome PANSIANA; ma dei cotti non oggi voglio parlarle; che abbastanza la ho tediata.

E conchiudo dicendo che se Ella aggiunge a queste lapidi quella ricuperata dal zelantissimo Don Musina, e vi aggiunge le esplorazioni fatte e gli studî della lingua romanica cui intende l'amico Covaz, ne avrà convincimento come in breve giro di mesi colla perseveranza, colle indagini, anche a distanza di tempi, siasi fatto molto per una regione la quale era sconosciuta del tutto, anzi traveduta. C'è molto da fare, senza sfrondare gli allori dei padri nostri all'ombra dei quali riposiamo. Vi sono di quelli che ridono di siffatte investigazioni; ridiamo ancor noi, ma per quell'impulso soltanto per cui siamo tratti al riso quando si vede altri ridere per cose frivolissime. Mentre era giovanetto mi vollero mandare alle scuole di nautica ed io mi rallegrava pensando alle barche ed ai bastimenti, ed al vogare ed al tirare delle corde; ma quando invece di cose siffatte cominciarono col darmi lezioni di astronomia e di matematica, scappai dalla scuola ridendo in mio cuore, che si gettasse danaro per ispiegare ai naviganti il movimento delle stelle, quasi dovessero navigare pel firmamento, e lodava i tempi in cui i capitani non sapevano nè leggere nè scrivere, ed avevano le regole del martologio. Oggidì rido di quel mio ridere d' allora.

Ho notizie da Albona del Luciani; la carità della patria talmente lo riscalda, che ricca è la messe delle cose antiche per lui raccolte ed esplorate; mirabile, come trovi il tempo in mezzo a faccende private e pubbliche; Iddio lo benedica. Le scriverò di lui altra volta.

Ella perseveri nel proponimento, Ella non ha duopo di giustificazioni come non può temere di rimbrotti; la sua vita pubblica e privata sì operosa, mostra bene che ella non fa delle antichità scopo ridicolo, bensì mezzo a conoscere la patria, a prendere lezioni dal passato, per giudicare del presente, per aver norma dell'avvenire. L'avvenire è un bisogno per l'Istria tutta, è un debito per ogni Istriano; ella perseveri che meriterà bene della patria; e mi tenga nella sua memoria.

Trieste, 9 maggio 1846.

Devotissimo P. Kandler.

La Redazione.


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Created: Friday, September 23, 2011; Last Updated: Tuesday, August 23, 2016
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