Carlo De Franceschi
Prominent Istrians


 

Studio critico sull'istrumento della pretesa reambulazione di confini
del 5 maggio del 1325

Indizione VIIII

Tra il patriarca di Aquileia Raimond della Torre col mezzo del suo marchese d'Istria Guglielmo di Cividale, il conte Alberto di Gorizia ed Istria ed i veneziani

(Traduzione Italiana del canonico Giovanni Snebal di Pinguente fatta nel 1548)

[Tratto da: "Atto di confinazione del 1325, traduzione italiana del canonico Giovanni Snebal di Pinguente, fatta nel 1548", Archeografo Triestino, Nuova Serie - Vol. XI. (Trieste, 1885) p,. 41-118.]

Il nobile signore Giuseppe de Susanni, ora defunto, rinveniva intorno al 1850 fra le vecchie carte del suo archivio nel castello di Chersano al lago d'Arsa un fascicolo, legato, scritto in caratteri slavi glagolitici. Ignaro di questa scrittura, consegnava il manoscritto ad un suo amico croato, il quale alle sua volta lo cedeva all'illustre letterato slavo Gaj, che lo passava alla Biblioteca provinciale di Zagabria.

Il chiarissimo Giovanni Kukuljević non tardò a pubblicarlo in caratteri latini nella seconda parte del II volume della pregiata sua raccolta intitolata Archiv za poviestnicu jugoslavensku (Archivio per la storia slavo-meridionale) nell'anno 1852 [traduzione di Ante Starčević], — e più tardi, nell'anno 1863, con caratteri glagolitici, nell'altra sua raccolta de' Monumenta Slavorum meridionalium.

Contiene esso una reambulazione o revisione di confini, che sarebbe seguita nel 1325 tra il Conte Alberto d'Istria della casa di Gorizia, il Patriarca d'Aquileia Raimondo, rappresentato dal suo Marchese d'Istria Guglielmo di Cividale, ed i Veneziani, per i rispettivi loro limitrofi territori istriani. La novità e voluminosità di questo atto esteso in forma di pubblico documento, munito di certificazioni notarii, essere esso copia di copia tratta dall'originale istrumento redatto in tre lingue, latina cioè, tedesca e [42] slava; l'indicazione precisa del nome di un gran numero di persone d'ogni grado intervenute a questa reambulazione, durata non meno di 21 giorni e fatta con gran pompa principesca; l'ampiezza del paese percorso, la esatta esposizione dei comuni attraversati, la minuta indicazione dei segni di confine, il particolareggiato racconto delle circostanze dell'operazione, destar dovettero grande interesse anche presso i dotti delle vicine Provincie che delle cose storiche dell'Istria s'occupano solo in quanto credono che possano avere qualche relazione colle proprie, o recarvi alcun appoggio. Specialmente gli scrittori croati vi attribuiscono somma importanza, perchè con esso si credettero arricchiti d'un nuovo documento storico di antica data scritto nella loro lingua, il quale attesterebbe l'uso che se ne faceva anche negli atti pubblici dell'Istria cinque o sei secoli addietro.

Nessuno in Istria conosceva a' di nostri l'esistenza di questo documento slavo sino a che non venne prodotto, come si disse, a Zagabria in caratteri latini. Riposavano però, ignote a tutti i nostri scrittori, in qualche archivio traduzioni italiane del medesimo fatte nello scorso secolo.

Il conte Coronini di Gorizia diede di quest' Istrumento per primo pubblica notizia, (2) che trasse dall'opera manoscritta del Gesuita P. Martino Bauzer [aka Baucer, 1595-1668] Rerum Noricarum et Forojuliensium, esistente a Gorizia, recandone un estratto in latino; sicchè il Bauzer la possedeva in questa lingua, nella quale lo vide il Carli, presso l'abbate Bini di Gemona.

Il Kandler, non riuscito d'avere il testo del Bauzer, s'accorse già dal brano riportato dal Coronini che esso era una traduzione dallo slavo, riteneva però che il Bini potesse aver posseduto, se anche non l'originale latino, almeno una genuina copia del medesimo esibita al Carli; ma ne fece invano ricerca.

Il Kandler, durante il tempo che redigeva il suo giornale L'Istria (1846-1852) aveva ricevuto da due parti (se non erriamo da Trieste e da Pisino) copia identica d'una traduzione italiana del testo slavo di Chersano, fatta nel 1717 dal notaio Patricio [43] Giuseppe Bellassich, cancelliere della Contea di Pisino. Sempre nella speranza di scuoprire un sincero testo latino, differiva di pubblicarla; sino a che, vedendo dato in luce a Zagabria il testo slavo, là stampò nel Codice diplomatico istriano, accompagnandola d'un dottissimo commento.

Il Dr. Andrea Amoroso, vice-capitano della Dieta provinciale istriana, rinveniva nell' anno 1872 a Moschienizze altra traduzione italiana di data 15 novembre 1740, fatta da Antonio Giuseppe Cerovacz, canonico capitolare di Segna e protonotario apostolico.

Alla diligenza del chiarissimo cav. Tomaso Luciani, incaricato dalla Giunta provinciale dell' Istria di rintracciare nell'Archivio generale di Venezia i documenti che risguardano la storia della nostra provincia, dobbiamo la scoperta (1873) [Ljubić] colà di due differenti testi latini [uno proviene dal 1526 e l'altro?] dell'Istrumento in discorso, nessuno dei quali completo, che sono traduzioni dallo slavo, e di uno italiano [1548, in istroveneto] corrispondente a quello trovato dal Dr. Amoroso.

Questi tre testi erano stati anteriormente scoperti dal chiar. scrittore dalmata abate Simone Cav. Ljubić, direttore del Museo archeologico dì Zagabria, il quale in un opuscolo slavo (3) pubblicò uno dei testi latini a fianco dell'italiano del Bellassich, perchè i lettori possano farne confronto.

Nell'anno 1880 l'egregio cultore degli studi patri signor conte Stefano Rota di Pirano, rinveniva nel suo archivio domestico del castello di Momiano un nuovo testo slavo manoscritto dell'Istrumento in discorso, scritto dal prete Levato Crisanich con caratteri glagolitici, oltre ad una traduzione italiana del medesimo fatta nei 1548 dal canonico di Pinguente Giovanni Snebal ad istanza del nobile giustinopolitano Aloisio de Elio, luogotenente del Castello di Momiano presso Buje, in quell'anno comperato dalla famiglia dei Conti Rota.

Ceduti dalla gentilezza del suddetto conte Rota i due testi alla Giunta provinciale istriana, m'affrettai di darne avviso al diligente raccoglitore di cose slave dell'Istria don Giacomo Volcìć, carniolico, curato a Cerovglie presso Pisino. Risaputasi la cosa dai chiar. Kukuljević e Ljubić soprannominati, essi [44] poterono ottenere dalla compiacente Giunta provinciale l'ispezione del testo slavo, e prenderne copia per farne confronti coll'altro di Chersano, e pubblicarlo.

Il manoscritto italiano del medesimo manca di tre carte e mezza, ed in vari luoghi è corroso dall'umidità.

Per farlo conoscere ai nostri lettori italiani, mi sono dato premura di trascriverlo diligentemente, e supplire alle parti mancanti traducendole dal testo slavo pubblicato dal Kukuljević e segnandole in carattere corsivo. Lo pubblico in fine del presente lavoro, onde il lettore possa averlo sott'occhio nell'accompagnarmi nelle presenti disquisizioni.

La reambulazione portata dall'atto di cui ci occupiamo, sarebbe avvenuta, stando ai medesimo, nell'anno 1325, indizione VIII, ed incominciata li 5 Maggio, in giorno di lunedi. Sarebbe stata intrapresa d'accordo tra il patriarca d'Aquileia Raimondo della Torre, il conte di Pisino Alberto II ed i Veneziani, il primo rappresentato dal suo Marchese Guglielmo di Cividale, autorizzato dalla Signoria Veneta di agire anche per lei, il secondo apparisce intervenuto in persona a tutta l'operazione. Il marchese mostrò lettere patenti dei Patriarca che lo qualificava Capitano generale dei Friuli, dell'Istria, della Carnia e Carniola, con pieni poteri in spirituale e temporale.

Siccome però nè il Patriarca Raimondo, né il conte Alberto II, né il vescovo di Parenzo, rammentati nel diploma, esistevano più nel 1325, essendo il primo morto nel 1299, il secondo nel 1304, l'ultimo nel 1283, è evidente che l'anno recato dall'Istrumento è erroneo, oltreché non è esatta nemmeno la indizione VIII, correndo in quell'anno la III.

Il Carli, (4) col solito suo acume critico, giudicò quel documento un centone di atti di confinazione di varie epoche. Il Kandler, il quale lungo tempo non gli attribuiva importanza, terminò col credere riferirsi esso ad una reambulazione realmente avvenuta di confini dei possedimenti istriani del Patriarca Raimondo e del conte Alberto II, riportandola però prima all' anno 1277 (5) [45] e poi al 1275, (6) sebbene nemmeno con quest'anno combini l'Indizione VIII.

Il Kandler credeva che varie interpolazioni viziassero le copie che si posseggono, tra l'altro, l'asserto essere stato l'originale redatto in tre lingue, latina, tedesca e slava; ritenendo esso che il testo originario sia stato scritto, come usavasi, in latino, e che il testo veduto dal Carli fosse copia dall'originale latino, dal quale poi si facessero traduzioni slave. Riteneva errore facile del copista scambiarne la vera data MCCLXXV in MCCCXXV, e l'indizione III con la VIII.

Il Ljubić (7) al contrario, al pari del Czörnig (8) è persuaso che l'Istrumento fu redatto in dette tre lingue, e che tutte le copie e traduzioni sinora conosciute derivino dall' originale slavo.

Il Ljubić pertanto, al pari del Kandler, cerca di mostrare come gli amanuensi devono avere cambiato alcune lettere numerali della data; senonchè la diversità della forma slava delle medesime da quelle che voglionsi viziate, suffragano meno il Ljubić che il Kandler, che da lui viene incolpato di cecità partigiana in tutti i suoi scritti.

Ammettendo il Ljubić col Kandler che la reambulazione segui nel 1275, crede viziato il giorno ed il mese della data che rettifica cosi: 25 marzo 1275 in giorno di lunedì. Trova egli in fatti che uno dei testi latini reca: mensis martij vigesimaquinta die Lune, e che il giorno di lunedi non cade nel 5 maggio, bensì nel 25 marzo 1275.

Il Ljubić possiede inoltre un brano della confinazione in italiano che riguarda i confini di Marcenigla, Verch, Sovignaco e Pinguente, fatto estrarre per conto di Michele Gravisi, possessore di Marcenigla, da Pietro Valdera giustinopolitano, cancelliere del cavaliere e conte di Momiano. Dall'introduzione si vede chiaramente che esso brano deriva dalla traduzione del canonico Snebal, da noi riportata in appendice, colla differenza che in luogo del mese di marzo, nell'integrale testo sta scritto chiaramente mese di mazo ossia maggio.

[46] Uno dei testi latini termina colla reambulazione dei confini tra Montona, Treviso, Caschierga e Zumesco, e col motto seguente in tre lingue:

Laus Deo eterno amen;

la stessa forinola, come pare, in carattere glagolitico, che nella traduzione italiana del Bellassich suona:

Dio sia con noi;
e: Hillff Unns Gott und Maria.

Indi viene la chiusa dell'Istrumento, cioè la certificazione notarile come nel testo slavo: "Et ego presbiter Nicolaus Capellanus Domini Comitis et plebanus Golegorize publicus Apostolica et Imperiali Authoritatibus Notarius et Comitis Pisini Cancellarius," etc.

Poscia:

"Et ego presbiter Jacobus Crisanich de Barbana publicus Apostolica et Imperiali Authoritatibus Notarius fidem facio qualiter transsumpsi ad publicam formam hoc instrumentum suprascriptum lingua Latina, Alemana et Sclava scriptum, de et ex originali ac protocollo Instrumentorum confiniorum supranominatorum per manus Domini Joannis de Cremona ac Domini Bernardi de Goricia, ac Domini Nicolai de Golagoricza publicorum Natariorum, supra hec ut supra scriptum Instrumentum ut continetur eorura manibus subscriptio, et sic ego presbiter Jacobus rescrispi hoc preditum Instrumentum de verbo ad verbum, rette, fideliter, nill adendo uel minuendo quod posset mutari sensum nec uariari intellectum, cujus Instrumenti cxistens fuit Interpretator Magnificus et Generosus Dominus Georgius Ellechar tunc temporis Pisini et Comitatus Capitaneus sub anno Domini 152 (sic, invece di 1502) quem suo consueto sigillo roboravit impresentiarum Iudex Blasius de Adignan qui tunc temporis venerat metdesimus undire dittum originale nominatum confinium, super quibus nomen et signum consuetum aposui. In fidem et robur omnium premissorum."

(Segno del tabellionato)

[47] Contìnua:

"Et ego presbiter Joannis Golobicsch de Modrussia publicus Apostolica Authoritate Notarius fidem facio indubiam quod hoc publicum Instrumentum scriptum manu Venerabilis Domini Jacobi Cristhanich de Barbana plebam Vermi et publici Authoritatibus Apostolica et Imperiali Notarij in lingua sclava eruditi et de sciavo in latinam trasumpsi linguam uti melius scivi et potui, cum varijs vocabulis confinium interpretavi de verbo ad verbum, de sillaba in sillabam, ita ut in originali preditti Venerabilis Domini Jacobi Notarij publici reperi, non minuendo uel augendo quod posset mutari sensum nec variare intellectum, super quibus omnibus et singulis hec ompia suprascripta de sciavo in latinum, ut premititur fideliter trassumpsi et me subscripsi et in hanc publicam formam redegi nomen et signum meum in fidem omnium premissorum aposui consuetum."

(Segno del tabellionato)

In fine:

"Quoniam autem ob locorum distantiam de notariorum atque tabellionum fama atque legalitate sepenumero dubitari solet, eapropter nos Bartbolomeus de Raunach Vice Capitaneus et Locumtenens Pisini et Comitatus omnibus et singulis presentes inspecturis fidem indubiam perhibemus atque testamur qualiter suprascriptus presbiter Joannes Cralovitz (sic) de Modrussia est notarius publicus, legalis et autenticus, ejusque scripturis tamquam autenticis fides firma apud nos ubique adhibeatur.

In quorum fidem et testimonium presentes fieri jussimus, et nostri soliti sigilli mediocri impressione roborari.

Datum Pisini die tertia mensis februarj Millesimo quingentesimo vigesimo sexto, Indictione XIIII.

Forius Scheu
Cancellarius mandato scripsi."

(Tratta da copia esistente nell' Archivio generale veneto, e precisamente nell'Archivio: Provveditori sopraintendentti alla Cantra dei confini: Istria: Busta nr. 1, filza segnata nr. 1; [48] Capodistria: Scritture pertinenti alla esecution delle sententie di Trento).

Questo Giovanni Golobich di Modrussa dovrebbe essere il Preposito della chiesa di Pisino, indicato sotto l'anno 1531 nella serie di quei Prepositi dal Kandler nella sua opera Indicazioni per riconoscere le cose storiche del Litorale. Reca meraviglia che egli, sacerdote, non seppe tradurre la parola slava podreka in quella di patriarca, poichè ripetutamente dice Raimundus podreka de Aquileja. Similmente sbaglia sovente nei nomi dei luoghi, cui non sa applicare l'appellativo italiano; il che lo mostra straniero all'Istria.

NB.: "Hic sequi deberent confinia Bullearum, Momiani, Grisignanae, Pirani, aliorumque locorum dictionis Venetae, quorum descriptio brevitatis causa fuit omissa."

E chiude:

"Et ego Presbiter Nicolaus Capellanus Domini Comitis et Plebanus Gollogorizae, Publicus Auctoritate Sacrae Romanae Ecclesiae et Comitatis Pisini Notarius et Cancellarius, etc."

Non v'è poi menzione della copia fatta dal prete Crisanich, nè che l'esemplare latino sia traduzione d'un testo slavo — com'è manifesto per indubbî indizî — nè chi la esegui ed in qual anno. Lo scrittore apparisce senz'altro istriano, conoscendo bene la denominazione italiana dei luoghi; che poi egli tradusse da un testo slavo, lo si scorge dal mantenere p. e. la dizione slava di Mochor invece di Ermagora, Bilelmus per Guglielmo, Carmin per Cormons, Marchès in luogo di Marchio, quantunque una volta in principio lo avesse adottato ecc., e per varie caratteristiche di lingua poi egli si palesa posteriore in tempo al Golobich.

Veniamo ora a discorrere dell'esemplare italiano dell' Istrumento di reambulazione, trovato, come fu accennato più sopra, a Moschienizze, e corrispondente all'altro scoperto dal cav. [49] Luciani a Venezia — nel sopraccitato Archivio dei Provveditori e Sopraintendenti alla Camera dei confini — Istria, busta 6.

Questo esemplare porta l'intestazione notarile di Pre Giacomo Crisanich nella seguente forma:

"Io Pre Giacomo Crisanich di Barbana con pubblica facoltà Apostolica, e de' Signori Notaro, facio la fede, qualmente abbi scritto in publica forma questo istrumento sopra scritto col linguaggio Latino, Tedesco, e Slavo, scritto dall' originale, ed istromento de' confini su accennati colla mano del signor Giacomo Skrigno, e del signor Bernardo da Gorizia, e dal signor Pre Nicolò da Golegoriza publichi Notari per ciò su accennati, l'istrumento fu scritto, come si contiene colla mano di loro sottoscritti. E con ciò io Pre Giacomo antedetto ho scritto questo detto istromento de verbo ad verbum fedelmente, giustamente, e rettamente, niente aggiongendo nè tralasciando, il che confonder potesse l'umano ingegno, essendo interprete e (el) Magnifico ed Illustre signor Giorgio Elikar essendo degno della Contea di Pisino l'anni del Signore 1502 e col suo proprio sigillo impresso confermò e per ciò il nome, et il mio segno solito e consueto imposi per maggior fede del su scritto."

In calce poi si legge la seguente nota:

"Segniae die 15. 9bris 1740:

Vigore praesentium, ego infrascriptus universis, ac singulis, respective quibusq. expedit, indubiam fidem facio, qualiter ex instrumento illyrico, vulgo vocitato glagolitico, cui prima deside-ratur pagina, mihi in originali exhibito, hanc italicam copiam fideliter, juste, ac genuine (quantum illyrica frasis patiebatur) de verbo ad verbum formauerim, ac descripserim, quamvis descriptionis intervallo ob angustiam temporis meae quaedam aliquib. in locis limaturae đeluciđanđae Italicae phrasis Illyricae magis uniformandae causa irrepserint.

In quorum fidem ac majus robur haec propria manu subscriptas, ab usuali sigillo firmatas extradedi.

Segniae die et anno, quibus supra.

Ant. Ios. Cerovacz Can.cus
Capitularis Segniensis, Protonot Apostol."

[50] La traduzione italiana del Cerovacz è di gran lunga inferiore a quelle del Bellassich e dello Snebel, sia rispetto alla lingua che riguardo all'interpretazione, e siccome esso è straniero all'Istria, che mostra di non conoscer punto, non è nemmeno in grado di dare ai luoghi la comune denominazione italiana, riportandoli invece come gli trovò scritti nel testo slavo, dove sono indicati nella forma loro attribuita dai contadini slavi.

Questa copia, come si scorge dalla testé riportata nota del Cerovacz, manca d'un foglio contenente l'introduzione dell'Istrumento di reambulazione, ed una parte della medesima, cioè sino al punto dove i Pinguentini chiedono ai comunisti di Sovignaco e Verch la concessione di poter tagliare nei loro boschi il legname occorrente per uso domestico. Confrontata colia copia Bellassich, vi mancano inoltre alcuni passi; termina come quella colle attestazioni notarili di Prè Nicolò di Gollorizza e Giacomo Crisanich di Barbana.

Però, immediatamente dopo la predetta autenticazione di Prè Giacomo Crisanich, vi si trova la seguente strana aggiunta fatta in via di ricordo dallo stesso Prè Nicolò di Gollogorizza, estensore dell'originale Istrumento in lingua slava.

Ci permettiamo soltanto di aggiungere, per intelligenza dei lettori, fra parentesi, le denominazioni italiane delle persone e dei luoghi indicati slavamente dal traduttore.

"E dopo tali spartimenti de' termini ai fine d'un anno e mezzo, il Comune Veneto, ed il loro Doggie spedirono i di loro messi e le lettere al signor Conte, acciochè da loro venisse a cagione di buona amicizia e vicinanza, e per essere stati cosi in buona armonia a tali termini col signor Marchese, e con quelli i quali con lui furono, e per aver dato a ciascun il suo, e cosi in pace tali Comuni fra loro viveranno, e che il Comune Veneto voglia col signor Conte in buona volontà e vicinanza con loro stare, e con que' Signori della sua Contea, e così il sig. Conte spedi i suoi messi, che' si presenti il sig. Menardt (Mainardo) servo o sia Vassallo di Sovignaco, il sig. Milcher (Vilker?) Vassallo da Lupoglava, il sig. Panspetal Vassallo da Mulano (Mondano), il sig. Giacomo Vassallo da Rauna (Vragna), il sig. Filippo Macich Vassalo à Coslachi (Cosliaco), il sig. Giacomo servo o sia Vassallo da Gerdosello, il sig, Rodger (Ruggiero) [51] Vassallo da Rigrano (Nigrignano) ed il sig. Orozon Vassallo, e così vennero tutti questi signori ed a sufficienza con loro Nobili e buoni uomini, e così li mostrò le lettere de' Signori Veneti, e del loro Doggie, ed i messi aspettavano à tali lettere la risposta, e pregavano ch'il sig. Conte spedisce a Venezia i suoi messi, e cosi lungamente consultarono frà loro, e cosi il sig. Conte li raccomandò la sua Contea fin che ritorni da Venezia, e così andò con quelli messi e con lui 4 Cavaglieli, primieramente il sig. Rodolfo, il sig. Andrea, il sig. Beloli, il sig. Martino, e così vennero a Venezia, ed il Commune Veneto col suo Doggie degnamente ed allegramente ricevettero il sig. Conte, e così lo vollero introdurre nella loro casa: ma il sig. Conte cortesemente li ringraziò, e così andò al suo alloggio, e così ogni giorno i Signori Veneti li facevano grand'onore e ciascun dì l'invitavano, che con loro venisse nella loro casa, e così non volse andare fin'à 40 dì; e così avendolo ingannato, quando andò con loro nella loro casa, non lo vollero lasciare fuori, se non li promette di voler fare secondo il loro volere, e così che debba distruggere Tinana (Antignana) tutta, e Terviso, e Moulano (Momiano), e Cosgliun (Castiglione o Castion presso Buje) e Nigran (Nigrignano), e quando il sig. Conte venne avanti Sant Lorec (San Lorenzo) non lo vollero lasciar in città, quando venne a Tinana (Antignana) allora già la gente Veneta l'avevano tutta diroccata, ed ammazzata molta gente, e tagliatala, ed ivi furono i quali erano feriti dalla sentinella di Mulano (Momiano), e di Cosgliun (Castiglione), di Nigrano (Nigrignano), e così là si presentarono al sig. Conte feriti, ivi li parteciparono d'essere tutti quei luoghi diroccati, e così venne a Pisino, ed ivi trovò tutti i Signori in gran cordoglio, e piangenti, e cosi ivi si trattennero appresso lui otto di, e così licenziò tutti alle loro case, sig. Panspetal Vassalo, ed il sig. Rodgiero Vassallo rimasero appresso il signor Conte, che non avevano case, e cosi li distribuì i suoi sudditi a Berma (Vermo), a Trusa (Treviso), a Gemino, a Zarec, a Racischia (Gallignana), a Cerdole (Ceroglie), a Botogna (Bottonega), a Chersicoli (Chersicla) a Borutti (Borutto), ed in altri luoghi, e come venne a casa il sig. Menardt morì il terzo dì, e la sua Signora, e due figliuoli e figlia, e sei servitori suoi nei luoghi del defunto, ed il Velkar e la sua Signora e due figliuoli e figlia, [52] ed il sig. Giacomo Zran (di Vragna?), il figliuolo e tre figlie, e la sua Signora, il sig. Filippo de Coslaco, e la sua Signora, il figlio e la figlia, ed il sig. Giacomo de Romolo (?), e la sua Signora, e due figli, il sig. Panspetal, colla sua Signora, e tre figli e due figlie, ed il sig. Rodgiero e la sua Signora, il figlio e figlia, e così fu fatto che tutti que' signori morirono, e così furono estinti, e cogl'altri Principali e Nobili della Contea, e così furono morti, e così subito il Comune Veneto cominciò impossessarsi de' luoghi del sig. Raimondo Podreke (Patriarca), e de' luoghi del sig. Conte, e del di lui confine. E ciò scrissi io Prè Nicolò giustamente, come successe e fu fatto, e fui presente a tutto questo à Venezia ed à Pisino, e ciò scrissi per una memoria di tal fine di tanti Signori essendo io parimenti debole della mia vita avvicinandomi alla morte."

Noi possediamo adunque finora due testi slavi dell'Istrumento 5 maggio 1325, Indizione VIII, due traduzioni latine, e tre italiane del medesimo fatte in tempi diversi. Nel Bauzer, come nota il Kandler vi deve esistere altra copia latina, e per accertarsi che esso pure sia traduzione dallo slavo basta il cenno fattovi dallo stesso Kandler (9) che il Marchese Guglielmo di Cividale viene chiamato Wilhelmus Marchio de Cabdada, nome questo che gli slavi danno a quella città. Abbiamo osservato di sopra che il Kandler, per le ragioni esposte nel suo commento all'Atto inserito nel Codice dipl. istr. nella traduzione italica di Patricio Bellassich, ritenne che la reambulazione in discorso seguisse nell'anno 1275, alla quale opinione aderirono più tardi il Czoernig, il Ljubić ed il Kukuljević.

Con tutta la reverenza che professiamo verso i suddetti autorevoli scrittori, noi crediamo essere dimostrabile che nemmeno al 1275 si possa riportare la data dell'Istrumento e della reambulazione, e che anzi esso sia assolutamente falso.

In primo luogo non combinerebbe coll'anno 1275 l'indizione VIII, mentre allora correva la III.

Osserveremo poi che il Marchese d'Istria Guglielmo di Cividale, il quale sarebbe intervenuto quale rappresentante del [53] Patriarca col Conte Alberto II alla reambulazione, governò l'Istria appena nel 1363-65; (10) che nella serie conosciuta dei Marchesi patriarchini nessuno apparisce di nome Guglielmo fuori di lui; e che nel 1275 fu Marchese d'Istria Goffredo di Ermano della Torre, e nel 1277 Corrado della Torre detto Mosca, e dal 1319 al 1329 Francesco della Torre. (11)

Nell'anno 1275 apparisce Abbate di S. Pietro in Selve Semprebono, e quell'Alberto che sta nell'Istrumento non esisteva nemmeno nel 1325, perchè allora era Abbate Mengosio. (12) Parecchi dei luoghi che nell'Istrumento si vedono di ragione del Conte si trovavano nel 1275 ancora in possesso del Patriarca.

Diffatti il patriarca Raimondo nello stesso anno aveva dato il castello di Momiano a Conone e Volrico dello stesso luogo, (13) ed appena nel 1312 per poca fedeltà dimostrata da quella casa, e quantunque nel 1295 Volrico avesse messo tutta la sua masnada a disposizione del Patriarca, questi cedette il possesso del castello al Conte d'Istria.(14)

L'Istrumento mostra come assolutamente appartenenti al Conte, Cosliaco, Chersano, Sumberg e Cozur. Si deve ritenere però che nè nel 1275 nè nel 1325 essi ancora appartenessero a' Conti di Pisino come lo dimostrano i fatti seguenti:

Nel 1332 possedevano Cosliaco come vassalli i fratelli Filippo e Volrico. Avendo quei terrazzani fatti prigionieri due sudditi veneti di Parenzo, la Repubblica s'accordò colla contessa Beatrice che governava la Contea pel minore suo figlio Gio. Enrico di poter farne vendetta e prendere quel castello, su cui [54] essa sembra vantasse diritti di proprietà; a che permise che i Veneti occupassero il di lei castello di Chersano nominandovi podestà Marco Venier, per dirigere di là le operazioni d'assedio. Ma quando Cosliaco era sul punto di doversi arrendere, questo si rivolse al Patriarca, il quale fece occupare come proprietà della Chiesa aquileiese il Castello, penetrandovi con venti Cavalieri il di lui Vice-Marchese d'Istria. L'impresa dei Veneti per ciò falliva. Proponeva la Repubblica che la questione tra il Patriarca e la Contessa intorno la proprietà di Cosliaco venisse rimessa in arbitri; sembra che l'arbitramento fu accettato, ma non se ne conosce l'esito.(15)

Che il castello di Chersano occupato dai Veneti con permissione della Contessa fosse, come viene detto, di proprietà di questa, è lecito dubitare; essa potrebbe avervi vantato forse dei soliti diritti pretesi in forza di occupazione in tempi anteriori in occasione di guerre dei Conti d'Istria col Patriarcato, alle cui spese tanto questi che Venezia cercavano d'estendersi; e giacchè questa aveva già posto un podestà a Chersano è verisimile che l'impresa dei Veneti contro Cosliaco per segreta convenzione mirava a far cadere in mano della contessa Cosliaco, e Chersano ai Veneti.

Comunque sia la cosa, è certo che nella pace del 14 agosto 1274 seguita a Cividale fra il Patriarca Raimondo ed il Conte Alberto II è accennata la distruzione nella precedente guerra del castello di Carsac (Carsano) di ragione del Patriarca; (16) ed è certo del pari che nell'anno 1338, addi 23 d'agosto, Patriarca Bertrando investiva il nobile Carlo Crothendorter, rappresentato dal Preposito della Chiesa di Pisino, Guglielmo, a titolo di feudo della metà del Castello di Carsano con tutti i diritti e pertinenze già goduti dal defunto suo padre Enrico. (17) Secondo il Kandler appena nel 1358 (18) colla pace seguita tra Lodovico re d'Ungheria il Patriarca, il conte d'Istria ed i Veneziani, Chersano e Sumberg, [55] staccati dal territorio d'Albona sarebbero stati dati al Conte d'Istria; ma questa dovrebb'essere semplice congettura del Kandler; attesochè nell'atto di pace non si fa cenno di quei castelli, ed il patriarca ed il conte essendo alleati del re, non v'avea ragione di togliere al primo due castelli per darli al secondo. Apparisce però che da Vienna, 2 settembre 1388, Alberto duca d'Austria concesse in feudo la metà del Castello di Chorsan nell' Istria ad Ugone di Duino suo capitano della Carniola. Nel 1450 Chersano trovavasi in possesso dei Veneti, poichè in quell'anno Doge Francesco Foscari rinnova investitura feudale ad Antonio Gartschaner (Cherschianer) delle ville di Gartschan e Sumberg già possedute da lui, suo padre e progenitori, in feudo della Chiesa Aquileiese; (19) però nel 1457 Chersano era già ritornata agli Austriaci, che vi avevano costruito, cioè ricostruito, il Castello. (20) Lo stesso Patriarca investiva nel 24 ottobre del 1341 Pietro Davanzo di Firenze della villa di Cozoro (Cozur) in Istria, qui locus fuit et est feudum antiquum Ecclesie Aquiljensis, con tutti i diritti a flumine Arse usque ad aquas safeas; (21) dunque questa villa non poteva appartenere nel 1275 o nel 1325 al Conte d'Istria nè egli farne donazione a Filippo Macich di Cosliaco. Dunque da quanto abbiamo esposto risulterebbe che negli anni 1275-1325 il Conte d'Istria non possedeva ne Cosliaco, nè Chersano, nè Cozur.

E ritornando a Cosliaco, osserveremo che nell'anno 1367 Patriarca Marquardo investiva il nobiluomo Doimo di San Vito del Fiume delle ville di Jaschinbik (oggidì Jessenovik) presso il Castello di Cosliaco e di Latoy (Letai) situata tra il detto castello e Bray (Bellai), però solo vita durante dell'investito. (22) Ciò farebbe ritenere che il Conte d'Istria non era ancora giunto al possesso di quella regione, e quindi nemmeno del Castello di Cosliaco attiguo a Jaschinbik.

Addì 3 di luglio del 1363 fu segnata una convenzione tra i Comune di Albona rappresentato dal Lovrizza capitano generale [56] di quella terra e dai giudici e consiglieri (tra i quali compariscono un Rumen o Romano ed un Lupatino, nomi che appaiono anche nell'Istrumento del 1325) e tra Filippo signore di Cosliaco per la giudicatura nella festività e fiera di San Pietro della Villa, che esso Filippo dimostrò con testimoni aver egli ed i suoi antecessori esercitata ab antiquo; e fu stabilito, eh' egli continuerà ad avere la giurisdizione per rendere giustizia durante la fiera; che però nè egli nè i suoi successori possano obbligare nessun Abbate, Chierico o Laico ivi dimorante a preparargli nessun pranzo, merenda o altro pasto, nè ad alcun altra angheria nell'incontro di quella fiera, salvochè l'Abbate non lo volesse fare di sua libera volontà; e che la detta chiesa debba rimanere, come da antico, coi suoi territori, pascoli ed altre cose ad essa chiesa spettanti, del Comune di Albona. (23) Quest'atto fu redatto in Albona in lingua latina, sebbene i nomi degli Albonesi intervenuti alla Convenzione siano slavi. Il che concorre a mostrare falso l'atto di confinazione di cui ci occupiamo che sarebbe stato esteso nelle lingue latina, tedesca e slava.

Da questo documento intanto rileviamo che nel 1363 vi fu un Filippo signore di Cosliaco, che questi ed i suoi predecessori avevano ab antiquo la giurisdizione della fiera di San Pietro al confine fra Albona e Cosliaco, che la chiesa era dell'Abbazia, che questa Abbazia in quell'anno esisteva, parlandosi di Abbate e di chierici, e che quindi la sua distruzione asserita nell'Istrumento di confinazione del 1325 non era ancora seguita, e finalmente che le asserzioni essere quella chiesa di S. Pietro stata riconosciuto del comune di Sumberg, e che la giurisdizione su quella fiera sia allora stata attribuita al lontano signore di Vragna, non sono ammissibili.

Nell'anno 1380 e precedenti vi fu lunga guerra ed asprissima fra il Patriarca ed i Veneti, i quali misero in campo forti armate, terminata colla pace di Torino nel 1381.(24) La distruzione dell'Abbazia di S. Pietro potrebbe pertanto venire posta in quell'epoca. Certo è però soltanto che nel 1368 Cosliaco era dei Conti d'Istria. (25)

[57] Nell'Atto di reambulazione uno dei personaggi maggiormente spiccanti si è Filippo Macich signore di Cosliaco. Come abbiamo veduto, nel 1332 era proprietario di questo castello un Filippo; e Filippo chiamavasi pure quello che stipulò nel 1363 con Altana la convenzione per la giurisdizione sulla fiera dell'Abbazia di S. Pietro; potrebbe ritenersi pertanto che siano l'identica persona; e costui dovrebbe essere il padre di quei Nicolò ed Ermano fratelli (Gotnicar) appellati de Castro Wachsenstein seu alio nomine Cosliaco in Istria sito, i quali assieme coi loro figli (che dovevano essere già maggiorenni per obbligarsi) donarono nell'anno 1395 alll'Ordine dei Paolini della regola di S. Agostino la chiesa della B. V. di Cepich al lago sotto il detto Castello, con tutti i beni e possessioni alla medesima assegnati dal loro padre felicis memoriae, Filippo.(26)

Siccome poi abbiamo veduto che nel 1332 Cosliaco era del Patriarca, la convenzione di Filippo signore di quel castello con Albona nel 1363 fa credere che lo fosse ancora in quest'anno, altrimenti non si spiegherebbe come un dipendente della Contea potesse esercitare atto di giurisdizione sopra un luogo d'altro Stato, cioè sopra S. Pietro situato nel territorio patriarchino d'Albona.

Questi signori Gotnicar derivarono il loro nome verosimilmente dal castello di Gutenek, detto in slavo Gotnik, di cui anteriormente saranno stati in possesso. Il Valvasor li chiama Gutteneker. Forse il nome originario di famiglia era Macich, quando questo non fosse uno storpiamento del nome Moyses famiglia che negli anni 1430 e 1436 apparisce investita da Federico duca d'Austria del castello di Cosliaco.(27)

Altri documenti indicatici dal chiarissimo signor Consigliere ministeriale Giovanni Kobler di Fiume, dotto ed indefesso raccoglitore di materiali per la storia della sua patria, mostrano che nell'anno 1342, li 25 giugno, Patriarca Bertrando dava in feudo il Castello di Cosliaco a Giorgio e Rodolfo figli di Ugone di Duino ed a Ugolino cugino dei medesimi, e sotto la data degli [58] 11di marzo del 1374 Marquardo patriarca conferiva ad Ugone di Duino suo Marchese d'Istria il villaggio Vaniol nell'Istria, vita sua durante, e nello stesso anno in data da Senosetsch, 7 novembre Nicolò ed Alberto di Eberstein rinunziavano allo stesso Ugone il Castello di Vaniol nell'Istria. Questo luogo detto in altre carte Baniol non è altro che Bogliuno, e forse storpiamento dell'antico nome di Finale.

Dunque nè CosliacoBogliuno erano della Contea negli anni 1275 e 1325.

Alla reambulazione sarebbe intervenuto anche il signore di Lupoglavo Viliker o Velkar vassallo del Conte d'Istria.

Ma nel 1275 Lupoglavo non apparteneva ancora alla Contea, poiché nel 1264 Patriarca Gregorio investiva Enrico di Pisino ed i figli di questo del castello di Lupoglau, e d'una villa, "que est sub castro, que Ober-Lupoglau dicitur,"(28) né ancor vi apparteneva nel 1300, poiché Enrico figlio del fu Enrico de Merinvuels (Marenfels) — cosi chiamano i tedeschi Lupoglavo — riconobbe d' avere in feudo dalla Chiesa aquileiese il castello di Lupoglavo colla sottoposta villa ad esso spettante. (29)

Al seguito del Marchese Guglielmo di Cividale è indicato nell'Atto di confinazione il signore Manzol o Mazol, o Mangol (secondo i diversi testi), al quale in ricognizione della sua fedeltà il Patriarca aveva dato Marcenigla (Marceniga). Consta però da atti del 1371, 27 marzo, che D. Patriarcha Marquardus concesse nobili viro Manziglo qm. Ottonis de Cernomel in pattern remumerationis serviciorum suorum ad rectum et legalem feudum in villam nostrani de Marchnech sitam in Istria, quam olim a nobis, et eadem Ecclesia Aquilejensi obtinebat in Feudum nobilis Herardus de Herbersteyn miles ad nos devolutam, quia idem Herardus sine egitimis heredibus ex se descendentibus diem clausit exéremum.(30) Questo Manciglo di Marcenech è il Manzol di Marcenigla, ed è troppo evidente che nell' Istrumento del 5 Maggio 1825 fu riportato un fatto dì data assai posteriore.

[59] Basterebbero le cose da noi sinora esposte per dimostrare che l'istrumento di cui ci occupiamo non può essere nè del 1325, nè del 1275 come suppone il Kandler, all'opinione del quale opporremo altre considerazioni ancora.

Nell'anno 1275, li 24 febraio, seguiva in Cividale una tregua tra il Patriarca Raimondo e Conte Alberto per sè e per le città di Capodistria e Pirano, dopo magne discordie et guerre discrimen, per quod utrimque strages horum locorum incendia cum depopulatione etiam et rerum destructione plurima prouenerunt.

Varie questioni dovevano venir risolte per poter conchiudere la pace. Quella, se il castello di Cormons appartenesse al Patriarca od al Conte, restava riservata al futuro parlamento del Friuli; l'altra riguardo a Gemona fa rimessa in due arbitri; altri due arbitri, cioè il Marchese patriarchino dell' Istria Goffredo della Torre ed Enrico di Pisino, dovevano far rilievi e decidere intorno tutte le questioni per offese e danni recatisi vicendevolmente dai due potentati nelle precedenti guerre.

Quest'ultimo affare richiese naturalmente molto tempo, sicché la pace definitiva fu conchiusa appena nel 1277.(31) Non è dunque ragionevolmente possibile che nell'anno 1275, anzi sino al 1277, siavi stata la ricognizione di confini di cui si tratta, che promette un finale assetto di ogni vertenza pendente, una durevole pace, e sincera amicizia. In vece, la discordia scoppiò di nuovo nel 1278 tra il Conte Alberto II ed il Patriarca Raimondo, che s'unirono poi soltanto per resistere ai Veneziani comuni nemici, i quali cercavano d'allargare i loro possedimenti istriani.(32)

Se le ragioni addotte dal Kandler pongono fuor di dubbio che la reambulazione ed il relativo Istrumento non possono essere avvenuti nel 1325, i fatti storici da noi esposti vengono a dimostrare con pari evidenza che non è neppure ad essi attribuibile, come vorrebbe il Kandler, la data del 5 maggio 1275, e meno ancora quella del Ljubić che la fa retrocedere al 5 marzo di quell' anno, quindi soli 9 giorni dopo conchiusa la tregua.

[60] Ma noi riteniamo non essere la pretesa reambulazione seguita nè prima, e nemmeno dopo gl'indicati anni, e che l'Istrumento sia apocrifo, e null'altro che un'impostura escogitata assai più tardi, a fine di valersene nelle incessanti questioni di confine che si agitarono tra i Veneti ed i Principi Austriaci subentrati ai Conti d'Istria nei loro possedimenti in questa provincia.

La reambulazione, giusta l'introduzione dell' Istrumento, aveva per iscopo di determinare e precisare i confini tra i territori spettanti al Conte d'Istria, e quelli del Patriarca, e le terre possedute nell'Istria dai Veneziani. È strano però che non viene nominato alcun luogo di cui si potesse desumere che fosse soggetto alla Repubblica.

La reambulazione non è completa, come dovrebb'essere stata; ed inoltre in buona parte riguarda la revisione di confini tra comuni appartenenti al Conte; operazione questa in cui non entravano per nulla il Marchese patriarchino ed i Veneziani. Non è completa, perchè si tace dei confini tra Rozzo e Colmo patriarchini da una parte, e Lupoglavo e Semich, che sarebbero stati del Conte, dall'altra; similmente non furono riveduti i confini sul Montemaggiore tra Lupoglavo, Vragna, Bogliuno e Cosliaco che si pretendevano allora della Contea, ed i patriarchini di Castua, Veprinaz, Moschienizze. Non si passò nemmeno a stabilire i limiti di Sanvicenti del Conte con Valle del Patriarca, nè di Castione o Costigliene (Coslun), comitale, con Cittanuova, veneta, e manca pure la confinazione tra Antignana soggetta al Conte da un lato, e gli agri di San Lorenzo e Montona dall'altro.

All'opposto si stabilirono i confini esterni tra i comuni del Conte: Gollogorizza con Cerovglie, Gallignana, Bogliuno e Gradigne, e quelli tra Bogliuno e Pedena e Cherbune; e verso il territorio di Pola e Dignano furono pure risolte le questioni di confini tra Barbana, Golzana e Sanvincentì, tutti luoghi del Conte.

La reambulazione portata dal controverso Istrumento apparisce inverosimile per le ragioni sopraddette, ed anche perchè, come fu già accennato, essa avrebbe presupposto uno stabile e definitivo assestamento di domini fra il Patriarca, il Conte d'Istria ed i Veneziani, che era impossibile perchè contrario alle intenzioni tanto del Conte che della Repubblica, intesi entrambi ad allargarsi. Il [61] Marchesato d'Istria non era mai in pieno e quieto dominio dei Patriarchi. Nel 1112 s'era formata la Contea d'Istria coll'assegno fatto di Pisino e di Pedena ad Engelberto di Eppenstein, la quale passò poi da questa famiglia ai Conti di Gorizia. La Contea era affatto indipendente dal Marchesato, ed i Conti da una parte, dall' altra i Veneziani che avevano posto piede in Istria in base di antichi diritti e di atti di dedizione, s'affaticavano senza posa ad estendere sempre più i loro domini a spese di quelli del Marchesato patriarcale. Quindi continui contrasti e guerre; le tregue e le paci durano brevissimo tempo.(33) Subentrati nel 1374 ai Conti d'Istria i Principi Austriaci, e poi nel 1420 i Veneti ai Patriarchi riguardo agli ultimi loro possedimenti in Istria, le questioni si riaccesero tra i Veneziani e gli Austriaci, ognuno dei quali tendeva ad avere l'intiera provincia. Ove questa sin dal 1200 avesse avuto un solo padrone, le sarebbero state risparmiate quelle incessanti agitazioni, discordie e guerre con esternimi di uomini e di luoghi e devastazioni di campagne ed animali, che furono, coll' aggiunta delle molte pesti, la principale causa della secolare sua deiezione, da cui viene risorgendo dopo la sua unificazione avvenuta appena al principiare del secolo in cui viviamo.

È detto nell'introduzione dell'Istrumento che al marchese Guglielmo fu conferita dal patriarca piena autorità tanto nel temporale che nell'ecclesiastico. In quest'ultimo riguardo ciò 6 assolutamente inammissibile, essendochè la podestà ecclesiastica in assenza o per impedimento del patriarca veniva, com'è naturale, esercitata sempre da un delegato ecclesiastico, sotto il titolo di vicario.

Nell'Istrumento sono accolti dei fatti estranei alla reambulazione, come la notizia che allora i vescovi di Pedena abitavano nel monte di Vermo presso la chiesa di S. Michele (che dista due ore e mezzo da Pisino) e che soltanto nei giorni pontificali andavano a funzionare a Pedena, oltre alle condizioni sotto le quali Pietro Slovenanin di Gallignana fu fatto cavaliere, e la cagione per cui a Manciglo venne assegnata Marcenigla.

[62] I Conti d'Istria s'intitolavano sempre Conti di Gorizia: in quest'Istrumento Alberto è chiamato Conte di Metlica (Moettling) e Pisino, e mai di Gorizia; e persino, cosa notevole, il titolo di Pisino è posposto a quello di Metlica, lontano possedimento di altra provincia.

La reambulazione avrebbe durato niente meno che ventun giorni. Vi sarebbero intervenuti dodici principali cavalieri col cingolo d'oro, ognuno dei quali aveva un seguito di altri dodici di minor grado, ed altrettanti pedoni. Di questi cavalieri di primo rango quattro coi relativi dipendenti accompagnavano, ultimata l'operazione, il Marchese a titolo di corteggio sino a Capodistria (si noti però che i Marchesi solevano abitare nel castello di Pietrapelosa), gli altri otto ritornarono col Conte a Pisino.

Il Marchese venne pure con grande scorta, e sono nominati quindici cavalieri, e s'intende che anch'essi avevano i loro servi. Finalmente sarebbero intervenuti alle reambulazioni i giudici è zupani di ogni singolo comune percorso, i quali (cosa ben strana!) non venivano già licenziati dopo regolate le cose del loro comune, ma erano costretti senza scopo ad accompagnare il Conte ed il Marchese in tutte le successive reambulazioni, ingrossando di tal guisa ogni giorno la già numerosa comitiva sino a compiuta operazione. Perfino il Vescovo di Pedena, dopo sbrigate le sue faccende a Gimino avrebbe trottato a fianco del Conte per parecchi giorni, senza alcuna ragione, sino al di lui ritorno a Pisino. Dimodochè si può calcolare a oltre 450 il complessivo numero delle persone componenti questa pomposa comitiva. Per quei tempi era un piccolo esercito! Come poi una tal moltitudine coi rispettivi cavalli venisse alloggiata la notte nei piccoli villaggi e castelli, e come si provvedesse di vitto, nessuno saprebbe immaginarlo, perchè la cosa sta fuori dei limiti del verisimile, specialmente poi avuto riguardo alle condizioni dell' Istria in quei tempi.

E tutta questa turba si sarebbe aggirata con grandi disagi per l'Istria ventun giorni per regolare i confini ! Cosa che poteva agevolmente farsi, come fu sempre fatto in tutte le questioni per confini, mediante un paio di commissari a ciò deputati da ambe le parti.

[63] Incominciate già nel 1263 (34) siffatte questioni, continuarono vivissime tra Patriarchi, Conti e Veneti, e tra Veneti ed Austriaci sino alla fine del secolo XVIII, della cui definizione venivano incaricati sempre commissari.

Difatti, come si vede dal Codice diplomatico istriano, nel 1367 Patriarca Marquardo nominava con pieni poteri Stefano Vigilio e Ranieri de Vecchi a commissari per comporre le questioni di Montona ed altri castelli della Contea.

Nel 1368 vennero dallo stesso Patriarca eletti Giovanni de Stegberg, Mancellino capitanio dell'Istria e Lovrica suo fedele d'Albona per definire col Conte le questioni vertenti tra Due Castelli ed i sudditi di quest'ultimo.

Nel 1388 Doge Antonio Venier deputava Francesco Zane e Marco Venier a regolare le differenze per confine tra Montona e Pola di fronte alla Contea d'Istria.

L'opera Notizie storiche di Montona del Dr. Kandler, reca altre simili commissioni per regolare i confini tra Veneti ed Austriaci, e vi si trova, tra l'altro, un'interessante Relazione (Arricordo) 3 agosto 1457 delli Antonio Venier e Francesco Caodelista commissari veneti, dal quale si rileva che i commissari austriaci produssero un istrumento falso con cui pretendevano giustificare gli usurpi di terreni a danno dei Montonesi, il quale essendo stato dagli oratori veneti dimostrato apocrifo, non fu da quelli più allegato. Abbiamo qui il notevole fatto che già allora nelle questioni di confine si ricorreva a documenti falsificati.

Dalle cose finora esposte risulta, ci pare, a sufficienza dimostrata l'apocrifità dell'Istrumento 5 maggio 1325. Ma quanto ora saremo per dire lo dimostrerà viemmaggiormente.

Il testo slavo di cui si servi nell'anno 1740 il canonico di Segna Cerovaz per la sua traduzione italiana, porta in calce la Memoria da noi riferita del Nodaro Pre' Nicolò di Golagorizza sopra importanti fatti posteriormente successi, dei quali tutti egli sarebbe stato testimonio.

Prescindendo dalla circostanza che questa Memoria comparisce dopo la certificazione notarile di Prè Giacomo Crisanich [64] portante la data del 1502, e sarebbe perciò solo sospetta, osserveremo comprender essa accumulati vari fatti storici tra loro distinti, che successero in epoche diverse e di parecchi anni tra loro lontane, svisati ed in nessuna relazione l'uno coll'altro.

Vi è detto che un anno e mezzo dopo la reambulazione il Conte Alberto venne insidiosamente invitato dal Doge a recarsi a Venezia, ove dopo 40 giorni di dimora sarebbe stato costretto a promettere la distrazione de' suoi Castelli di Àntignana, Treviso, Momiano, Castion e Nigrignano, e che difatti ancora prima del suo ritorno i sudditi veneti gli avevano diroccati.

Qui si allude evidentemente alla pace stipulata a Venezia li 21 agosto 1324 tra i Veneziani e Conte Alberto III.(35)

Scoppiata nel 1343 tra essi la guerra pel castello di San Lorenzo, posseduto dai Veneti e che il Conte pretendeva a sè tributario, questi cadde prigioniero dei Provveditori Andrea Morosini e Marino Grimani, i quali lo lasciarono libero, come sembra, sulla sua parola d'onore, per lo che furono aspramente rimproverati dal loro Governo. (36) Stipulata una tregua, il Conte si condusse poi a Venezia a trattare la pace. Essa fu conchiusa a condizioni gravi pel Conte, il quale dovette promettere verrebbero demoliti i castelli, le mura ed i fortilizi di Treviso, Momiano ed Àntignana, nè possano più rifabbricarsi; che pure nessun altro castello o fortificazione egli possa erigere da Valle sino al fiume Quieto, e che nelle questioni di confini tra i suoi luoghi ed i luoghi dei Veneti la decisione spetti al Doge.(37)

Dal racconto di Prè Nicolò risulterebbe che i sudditi veneti appena risaputa la pace e le sue condizioni, che il Governo veneto si sarà affrettato di far loro conoscere, e prima che il Conte ritornasse in Istria, andarono a demolire i castelli e le fortificazioni, e che i sudditi del Conte, forse ancora ignari della pace, vi facessero opposizione accompagnata da spargimento di sangue.

[65] Stando dunque alla narrazione di Prè Nicolò la réambulazione avrebbe dovuto aver luogo non più nel 1325, bensì nel 1342.

Continuando egli la sua Memoria, ci racconta come in seguito morirono tutti i vassalli del Conte nominati nell'Istrumento, colle loro famiglie, indicando presso ciascuna il numero degl'individui colpiti da morte, e finalmente s'estinse la famiglia del Conte, e scese nella tomba egli stesso. Indi aggiunge: "e cosi subito il Comune Veneto cominciò impossessarsi dei luoghi del sig. Raimondo Podreka (Patriarca), e dei luoghi del sig. Conte e deii di lui confini."

Queste morti sembrano riferirsi alle stragi che fece la terribile peste del 1360-61 in Istria ed in tutta Europa, e che sarà penetrata sterminatrice anche nei castelli, senza che però si possa supporre che per essa s'estinguessero tutte le famiglie indicate. Dovette però risentirsene grandemente la provincia, se il Governo Veneto in data 17 novembre 1376 ordinava a tutti i Rettori che per ripopolare la campagna ed i luoghi dell'Istria venga proclamato, che tutti quelli, i quali entro un anno venissero ad abitarvi, saranno liberi da ogni angheria personale e reale di dette terre e luoghi per lo spazio di cinque anni. Ed ancora anteriormente le pesti andavano distruggendo la popolazione dell'Istria, poichè in un deliberato del Senato sotto la data 27 agosto 1348 si osserva: et cum terre nostre de Istria sint multum exute de civibus. qui propter postem preteritam defecerunt, et maxime civitas Pole, vadit pars ecc.(38)

Il Conte Alberto III d'Istria però morì appena nel 1374 senza successione, onde la Contea di Pisino passò, in forza di stipulati patti di mutua successione, nei Duchi d'Austria.

Dunque la Memoria di Prò Nicolò sarebbe redatta dopo il 1374.

Che i Veneti incominciassero appena allora a impossessarsi delle terre del Patriarca è falso, perchè a quell'epoca erano padroni della massima parte dell'Istria patriarchina; senonchè il presunto Prè Nicolò sembra accennare alla successiva completa conquista dei territori ancora rimasti al Patriarca ed alla [66] distruzione del suo dominio temporale in Istria, avvenuta nel 1420; il che porterebbe a ritenere che la Memoria fu scritta almeno intorno il 1400.

Ma questo Prè Nicolò, pievano di Gollogorizza, ha egli mai esistito?

Rispondiamo affermativamente; ed è egli l'unica persona, fra le nominate nell' Istrumento del 5 maggio 1325, che potrebbe stare al suo posto, per essere istorìcamente provata la sua esistenza in quell'anno.

Dal diploma di data 24 marzo 1335, Indizione III, riportato nel Codice diplomatico istriano, si scorge, che l'Abbate di Bosazzo per incarico del Patriarca Bertrando: quia sibi constitit ex publico instrumento quod dominus Nicolaus plebanus Gologoricie generalis Vicariuso olim Venerabilis patris domini Fratris Enoch Dei gratia Episcopi Petenensis in spiritualibus, et temporalibus, in Millesimo trecentesimo vigesimo quarto, Indictione VII, die VIII exeunte Novembris de predicta plebe Gallignane vacante per mortem olim presbiteri Johannis de Justinopoli dicte plebis plebani provido viro presbitero Cernar de Pisino superiori providit, et ipsam plebem sibi contulit, eundem presbiterum in plebanum jam dicte plebi preficiendo, de cujus potestate, et auctoritate conferendi nec per Instrumentum speciale, nec per insertionem factam in Instrumento provvisionis predide constitit, nec constare potuit ecc., esso Abbate annullava quest'elezione, nominando in vece a pievano di Gallignana il prete Jacopo di Lavazzo proprio Vicario di Manzano.

Questa notizia è per noi sotto più aspetti importante.

Risulta in primo luogo dimostrato che nel 1324 Gollogorizza era già plebania ossia parocchia, contro l'opinione del Kandler e dello Scematismo ecclesiastico della diocesi di Trieste-Capodistria, che pone appena nel 1656 l'istituzione di questa parocchia.

Questo Prè Nicolò doveva essere uomo di vaglia se, morto il Vescovo Enoch, era, vacante sede, per molti anni Vicario in spiritualibus et temporalibus della diocesi di Pedena; doveva essere erudito nel latino, lingua sempre usitata nella liturgia di quella come di tutte le altre diocesi dell' Istria, e che pure dev'essere stata delle plebanie, se alla pieve di Gallignana era preposto un plebano nativo di Justinopoli e poi un friulano di Lavazzo, che difficilmente si può ammettere conoscessero la [67] lingua e liturgia slava. E questa semplice circostanza potrebbe indicare che a quel tempo a Gallignana gli Slavi non erano ancora tanto numerosi da dover loro dare sacerdoti della loro lingua.

Pertanto, se esso Prè Nicolò fosse intervenuto, come vien detto nella Memoria citata, non solo alla reambulazione, ma anche alla stipulazione della pace del 1344 in Venezia, egli vi sarebbe stato nominato nell'Atto relativo, e siccome conosceva il latino ed anche il tedesco, perchè nell' Istrumento di reambulazione si qualifica cappellano del Conte, il quale parlava soltanto il tedesco ed ignorava affatto il latino, sarebbe senza dubbio stato adoperato quale interprete, senza bisogno di ricorrere per questa bisogna ai due frati tedeschi Guglielmo di Colonia e Corrado di Bolzano, ed allo scrivano del Conte di Gorizia, od almeno vi avrebbe figurato, siccome uomo di somma fiducia del Conte Alberto, in concorso dei medesimi.

Il preteso Istrumento di reambulazione è redatto in forma e stile tale da non potersi ammettere che la sua compilazione derivi da persone istruite come dev'essere stato il Vicario Prè Nicolò, ed i Nodari del Patriarca; la Memoria poi, che si vuole aggiunta dallo stesso Prè Nicolò, dimostra nello scrittore un idiota dei più grossolani.

Ora si presenterebbe il quesito: quando venne fabbricato questo falso Istrumento?

Abbiamo veduto che nel medesimo e nell'aggiuntavi Memoria si accennano a fatti e persone che sono degli anni 1363-65 (Marchese Guglielmo di Cividale), 1371 (Manzol o Mancillo di Marcenigla), 1374 (morte del Conte Alberto III), 1400-1420 (cessazione del dominio temporale dei Patriarchi). Si può dunque ritenere senza timore d'andare errati che quella Scrittura venne elaborata tra il 1400 ed il 1502 almeno, nel quale ultimo anno ne sarebbe stata tratta la prima copia che si conosca. Abbiamo pure veduto che nella tentata regolazione di confini fra Montona veneta e la Contea nell'anno 1457, i commissari austriaci produssero un documento ripudiato dai commissari veneti perchè riconosciuto falso. Potrebbe essere questo di cui ci occupiamo, rimesso poi in luce nel 1502 dal citatovi Capitanio di Pisino [68] Giorgio Ellacher, sebbene noi propendiamo a crederlo fabbricato sotto la sua amministrazione.

Ma questo Istrumento può egli ritenersi redatto, come nel medesimo sta espresso, in tre lingue, latina, cioè, tedesea e slava?

Fra coloro che l'hanno per sincero, carne il Kandler ed il Czoernig, mentre il secondo lo ammette trilingue, il primo, per le valide ragioni indicate nel suo Commento, lo vuole latino soltanto. Difatti, tra le moltissime scritture pubbliche antiche di pgni genere, nessuna finora comparve redatta in lingua slava; il latino e più tardi l'italiano sono le sole lingue adoperate in tutte le confinazioni che pervennero in buon numero sino a noi.

Ciò nell'Istria propria fra i monti ed il mare; altrimenti stavano le cose nella confinante Liburnia dove preponderava l'elemento e lo spirito slavo, sicchè in questa lingua ebbero gli statuti municipali ed altre scritture, come testamenti scritti da preti e libri di nascite, morti e matrimoni.

Senonchè essendo per noi apocrifo quell'Istrumento, la questione delle lingue usitate nelle scritture dei secoli XIII e XIV diviene oziosa, e dobbiamo soltanto proporci il quesito: se la falsificazione fu fatta in una o in tre lingue. Crediamo in una sola, cioè nella slava.

Uno dei tre esemplari originali latino-tedeschi-slavi sarebbe stato deposto nel castello di Pisino. Il prete e nodaro Giacomo Crisanich dichiara d'averlo trascritto integralmente nel 1502 in tutte e tre le lingue, ed essere stato confermato col suo suggello dal magnifico Capitano di Pisino Giorgio Ellacher alla presenza dei Giudici Biasio de Biasio e Standorfer (?) di Dignano e del Giudice Antonio Malusa e dieci consiglieri di Pola, delegati ad udirlo ed ispezionarlo in causa di certe questioni di confini. In una delle copie latine sta invece espresso che l'Ellacher nel 1502 confermò la copia e ne fu interprete al Giudice Biagio di Dignano venuto in persona ad udirlo. Anche nella copia italiana del Cerovaz è detto che l'Ellacher fu l'interprete senza indicare però a quale persona.

Dal che si deve dedurre, che al delegato o delegati italiani di Dignano e Pola (di questi ultimi ne sarebbero stati undici?!) non fa esibito l'Istrumento originale, ma la copia [69] fatta dal Crisanich, e che nemmeno di questa si volle, come sarebbe stato naturale, rilasciarne ad essi copia, ma ne fu fatta soltanto l'interpretazione dal Capitano Ellacher.

Però, se l'Istrumento originale trilingue esisteva nel 1502, se esisteva la copia autentica integrale che si pretende fatta dal Crisanich, perchè, anzichè dare ai delegati il brano latino relativo alla questione di confini insorta tra Pola e Dignano, onde possano recarlo seco, gliene venne fatta interpretazione (dallo slavo)? Come avvenne poi, che nell'anno 1526, cioè soli ventiquattro anni più tardi, occorresse far dallo slavo una traduzione latina dell'Istrumento ad opera del prete Giovanni Golobich, e precisamente della stessa copia autentica del Crisanich, la quale oltre il testo slavo conteneva anche il latino ed il tedesco?

Di questa incongruenza, che avrebbe svelata la falsificazione, devono essersi accorti più tardi coloro cui interessava di far giucare l'Istrumento nelle continue questioni di confine tra Venezia e gli Stati Austriaci, e specialmente in quelle che furono risolte colla sentenza arbitramentale a Trento dd. 7 giugno 1535, dove agli arbitri fu spedita la copia latina del Gollobich, sicchè ricorsero all'espediente di far apparire che dalla pretesa copia trilingue del Nodaro Giacomo Crisanich altri Nodari ne traessero soltanto copie slave, dalle quali poi si fecero traduzioni latine ed italiane.

Come sta indicato nei testi slavi, latini e italiani che or possediamo, un esemplare dell'originale Istrumento trilingue fu consegnato al Patriarca, uno venne depositato nel castello di Pisino, l'altro in quello di Gorizia. E perchè due esemplari originali al Conte, e nessuno ai Veneziani, che pur diconsi intervenuti mediante il Marchese del Patriarca, pei loro possedimenti istriani, alla reambulazione?

È chiaro, che se fosse stato detto in quest'Atto che uno degli originali venne rimesso alla Repubblica, questa che gelosamente conservava nel suo Archivio anche gli atti meno importanti, avrebbe facilmente scoperto, per la mancanza dell' Istrumento, la falsità dell' asserzione, e l'apocrifità del medesimo. Che se poi ano degli originali fosse stato depositato nell'Archivio dei Conti di Gorizia, esso sarebbe stato rinvenuto dal Barone Czoernig che lo compulsò per iscrìvere la sua Storia di Gorizia [70] e del Patriarcato d'Aquileja, e da altri esploratori. Un atto di tanto volume e rilievo poi non sarebbe sfuggito al cancelliere Odorico de Susanni, il quale compilò nell'anno 1367 il Catalogo di tutti gl'istrumenti risguardanti il patriarcato d'Aquileja trovatisi nell'Archivio patriarcale, pubblicato dall'Abate Bianchi sotto il titolo: Thesaurus Ecclesiae Aquilejensis; nel qual Catalogo esso non è punto accennato.

Di copie tedesche non s'ebbe mai sentore.

Convien dunque ritenere che quest' Istrumento provatamente apocrifo venne fatto redigere da qualche Capitanio della Contea di Pisino a bella posta in lingua slava e con caratteri glagolitici noti soltanto ai preti della campagna (nè certo a tutti), con l'intenzione di viemmeglio mascherarne la falsificazione, e che poi in vari tempi ne furono eseguite traduzioni latine e italiane allo scopo di servirsene nelle secolari contese di confini coi Veneti, com'è dimostrato dall'essersi queste rinvenute nell'Archivio generale di Venezia fra gli atti appunto che trattano di questioni confinarie.

Per compilare questo Istrumento slavo, era necessario servirsi dell'opera di preti versati in questo linguaggio. Diffatti, oltrechè fu posto come preteso nodaro estensore dell'Atto Pré Nicolò pievano di Gollogorizza, veggiamo comparire come autori delle copie o testimoni alla loro autenticazione o come traduttori i nodari preti Giacomo e Levato Crisanich, Vincenzo Brencovich, Michele Marcovich, Giorgio Glavanich, Giovanni Golobich ed Antonio Giuseppe Cerovaz. Il solo Patricio Giuseppe Bellassich traduttore italiano non sembra uomo di Chiesa; e trovai sotto questo preciso nome al principio del 1700 un cancelliere della Contea di Pisino.

Meno i due ultimi, tutti codesti individui appariscono vissuti nel 1500, ed accennandosi al Capitanio di Pisino Giorgio Ellacher ed al Vice-Capitanio Bartolomeo Raunoch, entrambi della prima metà di quel secolo, siccome aventi una qualunque ingerenza in quelle copie e traduzioni, si può ritenere che l'Istrumento fu elaborato sotto l'amministrazione dell'uno o dell'altro.

Se nell'Archivio generale di Venezia si potrà rilevare quando la prima volta venne portato in campo dagli Austriaci quel documento, sara più facile determinare l'approssimativa data della sua origine.

[71] Il compilatore era senz'altro uomo di non molta levatura, mostrando d'avere avuto qualche cognizione superficiale della storia dei secoli precedenti, confondendo però le date e affastellando, quasi fossero contemporanei, persone e fatti tra loro assai distanti. È strano poi che la pena di 300 marche stabilita a chi contravvenisse a quanto veniva determinato sulle linee dei confini dei singoli comuni, dovesse venire divisa non già fra il Patriarca, il Conte ed i Veneziani, bensì fra il Conte, tutti gl'intervenuti nobili, ed i singoli comuni danneggiati in parti uguali.

Ma chi avrebbe ciò mandato ad esecuzione, chi avrebbe esatto queste penalità fra comuni soggetti a potentati diversi, e ripartite le tangenti spettanti ai singoli numerosi nobili patriarchini e comitali intervenuti alla reambulazione?

La Memoria poi che Prè Nicolò avrebbe aggiunta all' originale slavo, e che, come fu notato, si trova riportata nella traduzione del Cerovaz dopo l'autenticazione notarile di Giacomo Crisanich, mostra ad evidenza derivare essa da un prete ignorantissimo, dico prete, perchè solo i preti usavano la lingua slava ed i caratteri glagolitici cotanto disformi dai latini; e lo stile adoperatovi è precisamente quale si trova nella piccola Cronaca di Bogliuno, ed in alcune notizie che in via di ricordi essi solevano segnare nei secoli XV e XVI sui cartoni dei messali ed altri libri liturgici slavi, a'nostri tempi raccolti e trasportati a Lubiana, ove esistono nella Biblioteca ginnasiale ed in quella della Società storica della Carniola.

Per poter elaborare questo falso Istrumento due erano i modi da adottarsi. Il compilatore cioè, o doveva portarsi sopraluogo, intraprendendo reambulazioni su tutte le linee ove si toccavano già i territori del Patriarca, del Conte e dei Veneti informandosi e annotando i confini ed i singoli loro segni, e tracciando quelle nuove linee che intendeva far apparire a vantaggio della Contea, oppure egli deve aver avuto sott' occhio vecchi atti di confinazione, da cui desumere il materiale della compilazione, che poi alterava a vantaggio della Contea in quei passi che si riferivano a questioni di confine allora esistenti, e lasciando inalterati i passi che riguardavano confini su cui non vertevano contestazioni.

[72] Il primo modo era troppo laborioso, e che non fosse seguito lo si scorge dalla più sopra indicata mancanza di confinazione tra alcuni comuni. Convien quindi ritenere essere stato applicato il secondo.

Infatti troviamo riferite nell' Istrumento scritture di anteriori (che si dicono le prime) confinazioni degli anni:

1025,

 tra Pola con Momorano, e Castelnuovo o Rachele;

"  , 

 tra Dignano e Goran e San Vincenti, Barbana e Golzana;

1058,

 tra Barbana e Goran di Dignano;

1087,

 tra Momiano e Castelvenere;

1125,

 tra Fianona e Chersano;

1130,

 tra San Lorenzo, Corridico e Due Castelli;

"   ,

 tra San Lorenzo, Corridico, Treviso e Montona che si toccano a Ternova Loqua;

"   ,

 tra Buje e Momiano;

"   ,

 tra Grisignana, Momiano e Sorbaro;

"   ,

 tra Castion di Nigrignano e Buje;

1140,

 tra Barbarla e Goran di Dignano;

1150,

 tra Barbana, Santivanaz e Cozur;

1170,

 tra Gollogorizza e Cerouglie;

"    

 tra Cozur ed Albona;

1187,

 tra Pirano, Momiano e Castelvenere;

1195,

 tra Sovignaco, Verch e Pinguente;

1200,

 tra Momiano, Oscurus e Sorbaro;

1271,

 tra Montona e Treviso.

Si dovrebbe adunque ritenere che il falso Istrumento venisse elaborato colla scorta degli or citati atti, i quali sarebbonsi sin allora trovati nell'Archivio del Castello di Pisino; mentre è a credersi che istrumenti di confinazione si formassero sin dall'istituzione della Contea d'Istria che si fa risalire all'anno 1112, ed in seguito, a misura che la medesima, dapprima limitata a Pedena e Pisino, si veniva ingrandendo, e si conservassero per la loro importanza. Di quell'Archivio oggidì nulla più rimane che qualche fascio di carte del 1500 e 1000; ma èsse mostrano a sufficienza che si teneva conto di tutti gli atti di [73] rilievo, anzi del dettaglio delle amministrazioni e delle controversie tra signoria e sudditi; sicchè siamo tratti a credere che lo stesso sia avvenuto anche nei secoli precedenti; anzi che vi si conservassero gl'istrumenti di confinazione, lo si scorge chiaramente dalla Relazione del vescovo di Pedena Antonio Zara, e di Gregorio Cramer dd. 28 marzo 1605 all'Arciduca d'Austria, dove raccomandano che i medesimi vengano custoditi sotto doppia chiave.(39)

La completa distruzione dell'Archivio successe tra il 1830 ed il 1840, quando la Signoria fu privata della giurisdizione civile e politica avvocata dallo Stato, e le polverose carte contenenti chi sa qual tesoro per la storia, credute inutili e di niun valore, venivano mano mano levate dagli scafali dagl'inservienti per accendere il fuoco nelle stufe, e da qualche ingordo basso impiegato per venderle ai pizzicagnoli del distretto, dai quali alcune poche vennero casualmente ricuperate.

Se le sopra enumerate scritture di confinazione esistevano realmente, e se il compilatore dell' Istrumento 5 maggio 1325 le adoperò onestamente riportando i confini come stavano nelle stesse indicati, quell'Atto, quantunque apocrifo, ha storica importanza, poiché lo scorgere accennati confini, trifini, formati da chiese campestri, da stagni, da rupi ed altri stabili segni tuttora riconoscibili, porterebbe come bene osserva il Kandler, a riferirli a divisioni di territori ben più antiche, svelando essi segni l'arte gromatica dei Romani, e permettendo così di risalire in gran parte alle ripartizioni territoriali da essi stabilite, durate sino a Carlo Magno (800), e sostanzialmente anche dopo, sino intorno al 1000, con quei cangiamenti che il progrediente sistema feudale faceva loro subire.

Mentre l'organismo romano si conservava meglio alle spiagge, questi cangiamenti si effettuarono specialmente nell'Istria interna. Il trasporto di Slavi nella nostra provincia dovrebbe avere concorso a produrre più o meno mutazioni territoriali, attesoché dediti com'erano per lo più alla pastorizia, conveniva avervi principale riguardo nell'assegnare loro e dividere i [74] territori. Noi veggiamo difatti nell' Istromento, che i confini tea i comuni venivano determinati sempre per regolare il pascolo fra un comune e l'altro. Se pertanto le indicate scritture esistevano realmente, si può ritenere che parecchie furono fatte nell'incontro delle varie traslazioni nell'Istria, e ci potrebbero venire in sussidio per istabilirne la sinora ignota epoca.

Sarebbe pertanto utile d'istituire indagini per accertarsi della sincerità ed esattezza dei confini riportati nell' Istrumento, che potrebbe agevolmente farsi coll'opera simultanea d'intelligenti persone dei singoli comuni, prendendo per base i confini attuali, i quali ragionevolmente devono ritenersi risalire ad epoca molto remota, cioè alla primitiva costituzione dei comuni odierni, essendochè questi gelosamente li conservano e difendono, e se per qualsiasi causa possono essere avvenute delle alterazioni, queste non devono essere di grande momento, purchè non derivino da cessioni territoriali a Stati contermini in seguito a conquiste, stabilite da trattati di pace.

Noi intanto abbiamo verificato che i confini attuali di Gollogorizza in gran parte ed in modo essenziale non corrispondono a quelli recati dall'Istrumento. Ora confina a settentrione con Previs e Borutto, ad oriente con Pas e Gradigne. Dei tre primi luoghi non è ivi alcun cenno, s'indica invece che confina con Bogliuno, da cui appunto lo dividono Borutto e Pas. La rammentata chiesa di S. Ganciano, di cui abbiamo veduto gli avanzi, è situata nel comune di Borutto ed ivi appresso è il trifinio tra questo, Gollogorizza e Pas. L'altra chiesa nominata, di 6. Nicolò, ora pure in rovine, è collocata sopra una catena di monti al cosine tra Gradigne e Possert, il qual ultimo luogo è sul versante orientale verso la valle di Bogliuno, mentre Gradigne ne è situato sull'occidentale fra Possert e Gollogorizza con Cherbune. La chiesa di S. Bartolomeo sta tuttodì in piedi nella valle dell'Arsa ed appartiene a Tupliaco, che però potrebbe essere stato in antico contrada di Cherbune. Il monte Goretino ora non fa parte di Cherbune ma di Pedena, a cui per la naturale posizione, vicinissima a Pedena, deve avere sempre appartenuto.

Se vero fosse che ancora all'epoca dell'Istrumento, Bogliuno toccava Pedena e Cherbune presso l'or nominata chiesa di S. Bartolomeo, ciò porterebbe a riconoscere avere Bogliuno avuto [75] un ampio agro che dai limiti di Lupoglavo s'estendeva sino al lago d'Arsa e più oltre, ed abbracciava, oltre il comune attuale, quelli di Borutto, Pas, Vragna, Possert, Letai, Berdo, Cepich, Susgnevizza, Villanova e Jesnovik, agro che presuppone appartenenza a città. Il vero nome romano di Bogliuno è, come fu già detto, Finale, durato sino al secolo XVIII. Il Kandler riconosce in questo Finale il caput d'una tabella o colonia agraria romana precisamente entro i confini da noi indicati.

Diremmo ancora soltanto che le informazioni da noi prese intorno alla confinazione tra le terre del Conte d'Istria e l'agro patriarchino di Montona ci mostrano una differenza notevole tra l'asserto passato ed il presente, poichè giusta l'Istrumento avrebbe appartenuto al Conte Montreo e Navaco, mentre ora fanno parte del comune di Montona già patriarchino, poi veneto, cui furono anche attribuiti dalla sopraccitata sentenza di Trento, come si rileva dalle relative scritture esistenti nell'Archivio provinciale di Parenzo, contenenti anche le esatte mappe dei confini controvergi.

Su questa linea vi furono particolarmente secolari litigi di confini durati quasi «ino alla caduta della Repubblica.

Abbiamo osservato più sopra che le antiche scritture di confinazione tra comuni menzionate nell' Istrumento di reambulazione, se effettivamente vedute ed adoperate dal compilatore dell'apocrifo Atto, potrebbero per avventura additarci il tempo delle varie trasmigrazioni di Slavi nella nostra provincia.

La storia ci dimostra ad evidenza che l'Istria mai venne occupata o dominata da qualche nazione slava.

I Croati stabilitisi intorno al 620 nella Dalmazia, nello estendersi successivamente verso settentrione non oltrepassarono i confini dell' Istria; il loro regno, giusta il Porfirogenito, arrivava sino alle catene del Montemaggiore; anzi sembrerebbe che giungesse soltanto sino al fiume Tarsia (l'odierna Fiumara) e che quindi la città di S. Vito, oggidì Fiume, non v'avesse mai appartenuto. Qualche autore scrisse che i Croati s'estesero sino all'Arsia, ma fu errore di scambio col suddetto fiume Tarsia.

Gli Slavi dell'Istria vi si stabilirono non già per violenta invasione ed occupazione, bensì gradatamente in varie epoche, per traslazioni operate da principi e comuni istriani all' effetto [76] di colonizzare contrade qua e là disertate di popolo, in seguito alle pesti e guerre che avevano recato stragi fra gl'indigeni.

Lo stabilire le varie epoche di questi trasporti, e da quali paesi si effettuarono, è argomento riservato agl'indagatori delle nostre cose storiche, specialmente ai giovani nostri, che a cotesti studi intendono, infiammati da amore di patria.

Noi intanto ci facciamo ad esporre in proposito i nostri pensamenti.(40)

Lo storico dei Longobardi Paolo Diacono ci narra bensì d'irruzioni devastatrici di Slavi avvenute nell' Istria intorno al 600, ma furono, come chiaramente fa conoscere, incursioni passaggere, senza che quei barbari si stabilissero nella provincia, la quale continuò a rimanere in possesso dei Bizantini, sotto il governo degli Esarchi di Ravenna.

Appena dal Placito tenutosi nella valle del Risano nell'anno 804 vien fatta menzione di Slavi trasportati tre anni innanzi in alcune contrade dal Duca di Carlo Magno Giovanni, il quale assegnato aveva loro delle terre dei comuni e delle chiese, e che per la loro rapacità, ed essendo ancora pagani, riuscivano oltremodo molesti agl'Istriani. Ma avendo egli, in seguito ai forti reclami per ciò fatti dai deputati della provincia ai messi dell'Imperatore, promesso di cacciarli, non può esservi dubbio che codesti importuni ospiti furono espulsi, e che anche sotto i successori di Carlo Magno non vennero più intodrotti.

Ma dopo il 1000 dell' èra volgare incomincia quel doloroso periodo durato pel corso di cinque o sei secoli in cui  l'allargarsi del sistema baronale, poi l'agitarsi delle città per riavere l'autonomia municipale, le sanguinose contese tra loro, indi le continue guerre tra i Veneziani, i Conti di Gorizia ed Istria ed i Patriarchi, e più tardi coi Principi Austriaci pel possesso dell'Istria, ridussero questa in miserande condizioni. Questo periodo, il più ricco d'avvenimenti, nè inglorioso, della storia nostra, reclama uno scrittore che ne dissipi le tenebre che ancora l'avvolgono. A mostrare il triste stato della provincia in quei tempi, [77] accenneremo qualche fatto, ed addurremo alcune testimonianze storiche.

Nel 1193 i Pisani alleati degli Ungheri in guerra coi Veneziani prendono Pola. Doge Enrico Dandolo li caccia, e dirocca le mura della città dal lato di mare (Kandler, Annali). Nel 1242 Pola si ribella ai Veneti, che nell'anno seguente la ricuperano incendiandola; essa dovette promettere di non riedificare le smantellate mura (Minotto).

Nel 1262 Patriarca Gregorio dava il beneficio della pieve di Lint, di cui era plebano, al Vescovo eletto di Pedena Vernardo, perchè Ecclesia (petinensis) propter guerrarum discrimina in temporalibus pene penitus est collapsa, ita quod idem Electus nequit de ipsius reditibus sibi et sue familie vite necessaria ministrare (Cod. dipl. istr.).

Dall'atto di pace seguita li 8 Marzo 1285 tra Venezia da una parte, il Patriarca Raimondo, il Conte Alberto e Trieste dall'altra risulta che super diversis et variis insurrexerunt jurgia, contentiones e' lites, ex quibus postmodum tanta guerrarum discrimina provenerunt maxime in provincia Istriae, quod propter incendia, depopulationes, spolia, et infinitas rapinas crudèli caede sunt caesi quamplures.(41)

Negli anni 1287, 1288, 1289, 1290 e 1291 continuavano guerre in Istria; di quest'ultima si dice nell'istrumento di pace che era guerra saevissima, in miserabiles trages hominum, locorum desolationes, rerum dispendio et animarum invalescente periculo.(42)

Durante le lunghe mortali lotte della Repubblica di Venezia con quella di Genova, le città venete dell'Istria ed i loro territori furono orribilmente devastati. Nel 1354 l'ammiraglio genovese Paganino Doria prende Pola, Parenzo, Capodistria ed altre città ponendole a ruba e fuoco; furono distrutti Muggia, Due Castelli, San Giorgio al Quieto. Nulla diremo, per non dilungarci di soverchio, delle altre guerre di cui l'Istria fu misero teatro, nè delle desolazioni operate dagli Ungheri e Croati dei re d'Ungheria Ludovico e Sigismondo, in guerra coi Veneziani, né delle [78] lunghe e feroci lotte al principio del 1500 e nel 1600, tra Veneziani ed Austriaci.

Ma forse più che le guerre, le pesti furono cagione della desolazione della nostra patria. Per l'attivissimo commercio che i Veneziani esercitavano coll' Oriente, avveniva che ad ogni tratto qualche nave trasportasse a Venezia la peste, la quale poi facilmente s'estendeva anche all' Istria. Venezia ne fu invasa negli anni 991, 1006, 1010, 1073, 1080, 1102, 1118, 1137, 1149, 1151, 1157, 1165, 1178, 1182, 1205, 1217, 1222, 1230, 1245, 1248, 1263, 1277, 1284, 1293, 1301, 1307, 1312, 1330, 1343, 1347-48, 1349, 1350-51, 1359, 1360, ed altri successivi in gran numero.(43)

Sappiamo da documenti che alcune di queste pesti desolarono l'Istria, specialmente poi quelle del 1349 e 1360. Dobbiamo ritenere che quella del 1006 la quale disertò Lubiana ed il Carnio e s'estese poi in Friuli, a Venezia ed altre parti d'Italia, penetrata nell'Istria per mare e per terra sia stata a noi particolarmente micidiale, in guisa da necessitare la colonizzazione di alcune contrade con famiglie slave, locchè veniva poi ripetute in varie epoche successive di mano in mano che nuove pesti spopolato avevano il paese dagl' indigeni abitanti. I dialetti, i tipi ed i cognomi dell'attuale popolazione sarebbero bastanti indizi per ritenere che questi coloni slavi vennero tolti in parte dalle isole della Dalmazia, in parte dalla costa marittima della Croazia tra Buccari e Segna che viene denominata Vinodol (ed in carte antiche Valdevino e Vallis vinaria).

Questi trasporti dovrebbero avere incominciato dopo il 1000, poichè appena più tardi compariscono alcune denominazioni slave di villaggi e castelli, come nel 1102 Golgoriza, Cernogradus e Bellegradus (Cod. dipl. istr.) e di nomi di persone, come in atti del 1199 Pribisclavo gastaldo di Barbana, Sclavogna de Pismo de supra, Stipizo di Plagna (Porgnana), luogo in vicinanza di Barbana e Golzana Mirosclavo e Pridizio.(44)

Qualora pertanto si ritenga vera l'esistenza delle scritture di vecchie confinazioni accennate nell'Istrumento di reambulazione, [79] al tempo che questo fu redatto, cioè intorno al 1500, si potrebbe supporre che le loro date segnino i principi e la continuazione del trasferimento degli Slavi nei contemplati comuni, dacchè ogni colonizzazione involve determinazione dei confini delle terre assegnate. Ciò vediamo fatto anche nell'occasione dei trasporti di Morlacchi, Albanesi e Greci avvenuti nei secoli XVI e XVII. Le vecchie confi nazioni portano date del 1058 al 1271, le quali trovano approssimativo riscontro cogli anni di parecchie delle pesti sopra enumerate. Sicché si avrebbero indizi che le più vecchie immigrazioni di Slavi siano avvenute in questo periodo, nel quale difatti, come si è detto, principiano a comparire dei nomi di villaggi e persone slave; oltre due vie slavoniche, che l'una da Pola, l'altra da Parenzo conducevano nell'interno della provincia.

Come fecero più tardi i Morlacchi ed Albanesi, anche questi primitivi Slavi si divisero secondo famiglie le terre pubbliche loro in corpo assegnate, accasandosi ognuna nel centro della propria tangente. Aumentatesi per propagazione queste singole famiglie di robusta schiatta, originarono quelle molte villette o casali sparsi per la campagna che conservano il nome dell' originaria famiglia, e che oggidì possono servir di base a riconoscere approssimativamente il numero che al certo non era grande delle prime investite in un comune. I luoghi murati rimasero degli antichi abitanti italiani, soliti per indole e civiltà a vivere uniti, conservando oltre la propria possidenza campestre i traffici ed i mestieri, mentre gli Slavi, dediti soltanto all'agricoltura e pastorizia, e vivendo come sino ad oggidì in massima parte isolati in casali nelle campagne aperte, si crearono essi medesimi il pia forte e stabile ostacolo al proprio incivilimento.

Questa convivenza delle due razze italiana e slava, senza fondersi assieme ancora al tempo della pretesa reambulazione, [80] sarebbe attestata dall' asserta circostanza che i nuovi atti di revista confinazione venivano rilasciati al popolo di ogni singolo comune in lingua latina e slava. Ma siccome abbiamo dichiarato falso l'Istrumento, dev'essere falso del pari quest'asserto di scritture redatte in due lingue nella nostra provincia, dove non apparisce mai usata che la latina e poi l'italiana.

Ritenendo noi redatto l'Istrumento nella prima metà del 1500, quando il protestantesimo aveva trovato proseliti anche nell'interno dell'Istria e precipuamente fra il clero che sembra volesse farne istrumento per iscopi di risorgimento nazionale e politico degli Slavi meridionali, diffondendo libri liturgici ed altri in lingua slava perfino nelle provincie turco-slave, crediamo che la compilazione di quell'Atto in lingua slava e l'indicazione che i risultati della reambulazione venissero comunicati alle popolazioni oltreché nell'usitato linguaggio latino anche nello slavo, siano state ispirate dallo stesso scopo nazionale politico. Osserveremo che nel 1563 i sacerdoti Matteo Zivcich, Vicario del Preposito di Pisino, Levato Crisanich (che apparisce trascrittore dell'Istrumento nel 1545), Francesco Claj di Gallignana ed Un prete benestante Fabiani, rivedevano la versione di alcuni libri sacri scritti in lingua slava con caratteri glagolitici per uso della missione luterana.(45)

Se il nostro sospetto fosse vero, l'agitazione slava che i preti stranieri ed alcuni indigeni vanno da alcuni anni suscitando nell'Istria, sarebbe una seconda edizione dei tentativi fatti nel 1500. Questi allora abortirono perchè repressi dall'Arciduca Carlo; oggidì stà loro di fronte altra forza, quella del prevalente elemento italiano, il quale saprà sostenere, calmo, costante e imperterrito, la guerra mossagli nell'intendimento d'impedire il progresso dell'antichissima ed unica nostra civiltà.

Carlo De Franceschi.

Note::
  1. Vedi le mie Note storiche dell'Istria. Parenzo 1879, pag. 140.
  2. Tentamen genealogico chronologicum Comitum Goritiae. Vienna, 1759, pag. 276.
  3. Razvod istarski u latinskom i talijanskom jeziku, Zagabria, 1874.
  4. Antichità Italiche.
  5. Indicazioni per riconoscere le cose storiche del Litorale. Trieste, 1855, pag. 32.
  6. Cod. dipi istr.
  7. Op. cit.
  8. Dos Land Görz u. Gradisca.
  9. Cod. dipl. istr.
  10. II Manzuoli reca quanto segue: "Nel 1363 quando ancor Albona era sotto Aquileia fu fatto lite con l'Imperiali per li confini, ma finalmente fecero un istrumento di composizione, e dopo che è sotto la Repubblica sono state molte difficoltà per questi confini con quelli di Sumbe, "Villa sotto Lupoglavo, e con quelli di Chersano, come appare del 1548" ecc. (vedi Archeogr. triest. 1831, vol. III, pag. 193-194).
  11. Vedi "Serie dei Marchesi d'Istria" nell'Archeogr. triest, 1871, vol. II, pag. 252.
  12. Vedi "Serie degli Abbati di S. Pietro in Selve", Istria, anno IV.
  13. Cod. dipl. istr.
  14. Manzano, Annali del Friuli.
  15. Vedi Minotto, Acta et diplomata e regio Tabulario Veneto, vol I, Sect I.
  16. Cod. dipl. istr.
  17. Cod. dipl. istr.
  18. Indicazioni ecc. pag. 41.
  19. Cod. dipl. istr.
  20. Vedi l'Arricordo nelle Notizie stor. di Montona, Trieste 1875, pag. 197.
  21. Cod. dipl. istr.
  22. Thesaurus Eccl Aquilej. N. 1245.
  23. Cod. dipl. istr.
  24. Cod. dipl. istr.
  25. Czörnig, op. cit pag. 627.
  26. Cod. dipl. istr.
  27. Kandler, Annali aggiunti nell'Arch. prov. istr.
  28. Cod. dipl. istr.
  29. Thes. Ecc. Aquil.; e Manzano, 1. c.
  30. Cod. dipl. istr.; e Thes, Ecc. Aquil.
  31. Cod. dipl. istr. e relativa Nota.
  32. Czörnig, op. cit, pag. 302.
  33. Vedi Czörnig, op. cit.
  34. Kandler: Annali, agg.
  35. Cod. dipl. istr.
  36. Muratori, Annali d'Italia e mie Note stor, dell'Istria, pag. 177.
  37. Vedi le mie Not. star. l. c.
  38. Manoscritti dell''Arch. gen. ven.: Raccolta Luciani.
  39. Vedi le mie Not. stor. pag. 417.
  40. Vedi le mie Not. stor., cap. XXXIX.
  41. Cod. dipl. istr.
  42. Cod. dipl. istr.
  43. Vedi le mie Note stor., cap. XXXVIII.
  44. Doc. dell'Arch. di Venezia: Raccolta Luciani.
  45. Dimitz, Geschichte Krains.

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Created: Tuesday, March 10, 2009; Last updated: Tuesday August 23, 2016
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