XXXVIII.

Infelici condizioni dell'Istria in conseguenza delle guerre e delle pestilenze.

Colla pace di Madrid si chiude il periodo delle guerre nella storia dell'Istria, che sino a' di nostri non avrà  più a registrarne. Intorno allo stesso tempo terminò pure la lunga serie delle pesti che travagliarono la nostra provincia, essendo stata l'ultima quella che infierì nel 1630-31, descritta per Milano maestrevolmente da Alessandro Manzoni.

Prescindendo dalle vicende politiche che esercitano grandissima influenza sulle sorti dei paesi, — le molte repentine invasioni di orde barbare, le guerre e le pesti si furono le precipue cause che l'Istria dalla floridissima prosperità, cui aveva raggiunto durante la lunga dominazione romana, e conservata puranco sotto l'italico regno dei Goti, venisse poi gradatamente decadendo nelle sue economiche condizioni, ed a più riprese si trovasse siffattamente diradata la sua popolazione, da dover ricorrere ad altri paesi per ripristinarla, specialmente nelle aperte campagne che più erano rimaste scarseggianti ed in alcune contrade pressochè del tutto deserte di abitatori.

Le incursioni passeggiere, e le guerre regolari combattute in Istria, le furono in ogni tempo funestissime. Imperocchè essendo essa rinchiusa in breve ambito da aspre montagne e dal mare, e separata pronunciatamente dalle altre provincie contermini, le incursioni sia da parte di terra che dal mare riescivano più facilmente improvvise ed inopinate; sicchè non rimaneva sufficiente tempo ad apparecchiarsi alle difese. Inoltre la poco numerosa popolazione di piccola provincia non valeva a resistere eternamente a grosse masse d'irrompenti nemici, che collo sproporzionato numero aggiunto ad impetuoso furore, superavano i luoghi murati meno forti, ad onta del disperato valore degli abitanti, e facilmente poi sgominavano quelli delle aperte campagne. Ciò non pertanto è certo che quelli eccidi [333] totali, o quasi, di popolo sofferti da altre provincie, in Istria non ebbero luogo; mentre, quando le incursioni avvenivano per terra, molti abitanti del paese interno, oltrechè nei boschi e burroni dei territori montuosi, trovavano rifugio nelle città marittime da antico murate, e pressochè tutte poste in isola o penisola, e quindi facilmente difendibili, per ritornare dopo cessata l'irruzione ai patrii distrutti focolari. Nelle incursioni marittime poi che ordinariamente limitavansi alle spiaggie, ne si facevano con grandi masse, la popolazione non atta o non disposta a combattere, riparava nelle parti interne. Inoltre e a ritenersi che molti fuggissero per mare sui lidi opposti d'Italia, in Grecia e Dalmazia.(1)

Ma eziandio successivamente le guerre regolari seguite senza interruzione durante il dominio patriarchino (1208-1421) tra veneti e patriarchi, genovesi, conti d'Istria, rè d'Ungheria, arciduchi d'Austria; poi (1508-1523) tra Venezia ed Austria e suoi alleati; indi quella per gli uscocchi (1612-1617), furono rovinosissime per la provincia, perchè divisa nel suo ristretto perimetro fra tre potentati, e combattendosi le guerre non soltanto fra soldati, ma ben anche fra popolazioni, queste trovavansi sempre ostilmente di fronte, alle rapine, le devastazioni, le uccisioni erano frequentissime; e quasi direi giornaliere.

La rovina economica, e la diminuzione degli abitanti che necessariamente ne derivavano, furono oltremodo accresciute dalle frequenti pestilenze che per secoli infestarono la nostra provincia. Enumereremo quelle che ci sono note dal 10° secolo in poi, indicando in nota le fonti da cui le abbiamo tratte:

[334] Esse seguirono negli anni 954, 958, 1006 (2,) 1248, 1330, 1343 (3), 1347-48 (4), 1360-61, 1449 (5), 1456-57, 1467 (6), 1468, 1477 (7), 1478 (8), 1479, 1497 (9), 1510 (10), 1511 (11), 1527 (12), 1543 (13), 1553 (14), 1554-55 (15), 1557 (16), 1573 (17), 1577 (18), 1600 (19), 1601 (20), 1630-31 (21). 

Ma non potrebbesi dubitare che tra il 1006 ed il 1248, e tra quest'anno ed il 1330 altre pesti ancora penetrassero nella nostra provincia, specialmente da Venezia, colla quale essa aveva sin dai primi secoli della di lei crescente prosperità continui e vivissimi rapporti di traffico e legami politici, come lo mostra tra l'altro ad evidenza il trattato di pace del 933 tra Vintero marchese d'Istria ed i veneziani (V. Capit. XVI). Questi nei loro commerci col Levante trasportavano assai frequentemente la peste nella capitale, da dove poi si diffondeva nei luoghi e paesi circostanti. Prendendo a guida il Kandler troviamo che Venezia fu travagliata da pesti negli anni 954, 958, 1007, 1010, 1080, 1102, 1118, 1137, 1149, 1153, 1157, 1165, 1177, 1182, 1205, 1217, 1248, 1263, 1281, 1293, 1301, 1307, 1343, 1347, 1348, 1350-51, 1359, 1393, 1413, 1421, 1423, 1456, 1468, 1478, 1483, 1498, 1503, 1506, 1513, 1527, 1536, 1556, 1575. Parecchie di queste coincidono con quelle dell'Istria in modo, che se ne scorge il legame.

Non in tutti i luoghi della provincia le pesti menarono stragi eguali; sia che ciò dipendesse da casuali circostanze, o da maggiore o minore energia e saggezza di provvedimenti per impedire l'invasione e la diffusione del contagio, o da particolari condizioni locali e climatiche; certo è che mentre Pirano, Rovigno, Isola e Muggia, e nell'interno Buje, Montona, [335] Pinguente ed altri castelli ne furono meno travagliati, Pola, Parenzo, Cittanova, Umago e Capodistria ne risentirono più orribilmente gli effetti.

Pirano (lat. Piranum), circa 1650.

 

Inoltre, dal principio del 1500 al 1700 e più tardi, la costa dalla Punta di Salvore a quella di Promontore venne in fama d'avere l'aria micidiale, in guisa che quelle città venivano dai forastieri fuggite, e chi era costretto di toccarle per ufficio od affari, vi si allontanava più presto che potesse. Questa creduta naturale insalubrità dell'aria derivava dalle case dopo le pesti cadenti in rovina per la morte dei proprietarì, o per l'abbandono in cui essi le lasciavano, e altrove trasportandosi; mentre la scarsa popolazione rimastavi, viveva immiserita ed avvilita in mezzo alle macerie, fra cui crescevano lussureggianti le male erbe; e non curando la nettezza delle contrade e delle abitazioni, respirava un'aria pregna di miasmi, e gli abitanti privi di medici e di farmacie soggiacevano alle febbri, che dopo averli resi spettri ambulanti, lentamente li spingevano nella tomba, o in forma di perniciose li uccidevano in pochi giorni.

Non furono adunque le sole pesti che a quei tempi distrussero gran parte della popolazione, ma forse più le infauste condizioni igieniche locali da esse derivate, poichè mentre le prime erano passeggiere, queste durarono lungamente.

Pola che sino al 1300 circa s'era conservato il primo rango fra le città istriane per la sua posizione, pel grande sicuro porto, per popolazione, ampiezza e fertilità del territorio, maggiore di quello di ogni altra città, poichè come fu già osservato oltre alcuni castelli numerava 72 ville, sofferse più delle altre città per le fiere pesti del 1348,(22) 1630-31, e 1371, mentre contemporaneamente fu bersagliata dai saccheggi datile dai [336] genovesi negli anni 1328, 1351 ed in quello del 1379, accompagnati da uccisioni ed incendi, ed in cui perdette i suoi archivi, e molti oggetti preziosi trasportati a Genova, tra cui la bellissima porta di bronzo della cattedrale; sicchè la popolazione fu in buona parte distrutta, e la città da quel tempo decadendo, i magnifici suoi monumenti e le sontuose abbazie incominciarono a rovinare.(23)

Pola vista dal mare (dallo Stuart)

«Pola ed il suo territorio, narra il provveditore in Istria Marni Malipiero (24), fiorirono per molti anni anche sotto il  dominio veneto(25), e fu città lungamente celebre e mercantile. Ogni muda di galee grosse che usciva da Venezia, faceva scalo «per tre giorni a Pola tanto nell'andata che nel ritorno. Declinò in conseguenza della peste del 1527, crudelissima peste che ridusse la provincia tutta in estrema calamità. Ora Pola manca di abitatori, la maggior parte delle case sono cadute» o cadenti, ed il paese è tutto orrido ed inculto.»

L'ultima peste del 1631 segna l'epoca d'una ancor maggiore dejezione. Sebbene la città fosse stata ripopolata con famiglie cipriotte (dell'isola di Cipro), dopo la peste non contava che 300 abitanti. Risulta dalla relazione del Provveditore in Istria Vincenzo Bragadin 26 Aprile 1638 (26), quindi sette anni più tardi,

"che la città di Pola era ridotta allora a sole tre famiglie di cittadini, cioè dei Capitani, Pelizza e Contin, che tutte le altre sono in poco numero, in povertà costituite, della  nazion Cipriotta, solita in gran numero abitarvi, sono in parte morti, e parte abbandonarono il paese, talchè in tempo dell'estate, quando la stagione e l'aria è più pericolosa, tutti si ritirano nelle ville vicine, ed ivi dimorano, si può dire ìl tutto ottobre; onde se per tal pauroso estremo e per la rarità delle genti che rimangono non praticasse per la città qualche soldato di Fortezza, non si vedria altro che le case da per tutto distrutte, e li avanzi deplorabili dell'andate memorie, e quando non sia applicato rimedio, i mali sempre più andranno crescendo con total diminuzione e sterminio del resto.»

[337] Dei nuovi abitanti alcuni vendono, contro diritto, le investiture avute di beni, altri li affittano, e partono, ritornando soltanto per riscuotere gli affitti.

Non vi è a Pola ne medico nè chirurgo nè farmacista, convien ricorrere, purchè il tempo lo permetta, a Rovigno.

A sollievo della infelice città egli proponeva al governo, come avevano fatto in precedenza altri provveditori:

  1. istituzione di forni a Pola per fabbricar biscotti, ed i relativi magazzini pel bisogno delle galere e barche armate;

  2. che i condannati per delitti siano tenuti a ristaurare le case a ciò abili, e che colà vengano relegati i delinquenti.

I. Istria veneta settentrionale; II. Istria veneta occidentale; III. Quieto; IV. Pinguentino; V. Albonese e VI. Contea di Pisino.

Collo spopolamento e dejezione di Pola incominciò e progredì di pari passo l'abbandono e la rovina degli splendidi monumenti architettonici, ond'essa era ricca e celebrata. Per ristaurare le mura tante volte diroccate nei diversi assalti e prese della città, si dava mano alle massiccie pietre delle antiche fabbriche; di tal guisa i gradini ed altri massi della parte interna dell'anfiteatro, e dello stupendo teatro scomparvero; il teatro stesso durato, se anche ogni dì più rovinoso, sino a tutto il 1500, e di cui il celebre architetto Serlio diede il disegno e la descrizione (27), venne poi completamente distrutto prima da un'uragano e poi nel 1630 dall'ingegnere De Ville per fabbricare colle sue pietre la fortezza del castello.

Specialmente per la peste del 1630-31 cessarono nell'Istria molti conventi, e così pure i capitoli delle chiese di Sissano, Memorano e Medolino nell'agro polense (28); nella città poi lentamente finirono di esistere la sontuosa abbazia di S. Maria Formosa o del Canneto eretta nel 500 da S. Massimiano di Vistro, poi divenuto arcivescovo di Ravenna, e quelle di S. Michele in Monte e S. Andrea dello Scoglio colle insigni loro bizantine basiliche, ricchissime di colonne, marmi e mosaici di squisito lavoro; crollarono le belle chiese di S. Stefano, di S. Giovanni e Felicita ecc.

Dalla chiesa di S. Maria Formosa furono asportate le 4 [338] colonne diafano di alabastro orientale, che oggi adornano l'altare del Sacramento dietro il maggiore della Basilica di S. Marco in Venezia, e l'antichissima pila d'acqua lustrale che in quella chiesa si conserva.

Nel 1545 veniva spedito dalla Repubblica veneta a Pola il Sansovino, per levare le 18 colonne di marmo greco della stessa abbazia; e ritornatovi l'anno seguente, asportò altre colonne e marmi, che furono impiegati nella chiesa di S. Marco e nel palazzo ducale.

Nella succitata relazione del provveditore Vincenzo Bragadin del 1638 si legge: 

«Quattordici colonne di marmo greco ritrovate fuori della città di Pola in una chiesa antica già precipitata ed abbandonata, sepolte fra quelle cadute rovine, e per parte ancora incalcinate nel muro furono conforme alle avute Ducali preservate por l'impiego della Madonna votiva «della Salute (in Venezia).»

Fu già altrove osservato, che le 4 grandi colonne presso l'altar maggiore dell'or nominato tempio derivano dalle rovine del teatro di Pola.

In fine dall'Istria, probabilmente da Pola, vennero le bellissime colonne di marmo africano che sorgono sul pianerottolo della vecchia libreria, ora palazzo reale.

Il magnifico palazzo medioevale in cui risiedevano i conti veneti di Pola, era divenuto inabitabile al tempo del Bragadin, il quale osservava che «ogni giorno va precipitando maggiormente, e se a lungo si differirà di ristaurarlo caderà in tutto a terra.» Ciò avvenne difatti nel 1651.(29)

In questi desolati tempi e ad onta che nel 1458 il comune di Pola vietasse la vendita ed asporto di pietre dei pubblici monumenti, scomparvero gradatamente i copiosi mausolei e sarcofaghi, che ancora Dante (30) vide fiancheggiare le strade che dalle porte della città conducevano in provincia, specialmente quella che usciva dalla Porta aurata, le pietre riquadrate delle [339] rive, dei bracci o dighe dei porti artificiali e dei moli; delle antiche ville e palazzi vicini al mare; poichè spopolatasi in gran parte quasi affatto la costa, chiunque volesse veniva a prenderne le pietre, ormai per gli indigeni senza valore, e che con le barche facilmente trasportavansi a Venezia, o in altri luoghi dove se ne aveva bisogno. Da Salvore a Promontore la spiaggia dell'Istria era divenuta una cava, che offriva a chi volesse approfittarne gratuitamente pietre preparate, colonne, capitelli, marmi, statue, oggetti archeologici d'ogni sorta. E giacchè mi cadde detto di statue, osserverò che tre bellissime di marmo, le quali adornavano la riva di Pola, nel 1568 furono donate dai cittadini al capitanio della città, Giustiniano Badoer, in segno di benemerenza. (31)

Parecchie nobili ed antiche famiglie aveva Pola ancora alla fine del 1500, tra cui nobilissima quella dei Barbo provenuta da Venezia, di cui fu rampollo papa Paolo II, i Tattari, i Benintendi, i Capitani, i Bonassi, i Galli, i Conti, i Condulmieri; molte famiglie antiche erano già allora estinte, altre eransi trasportate altrove, come in Albona i Lupatini, gli Scampicchio, che a quel tempo esistevano facoltosissimi anche in Montona, i Notagi, i Galli, i Gacci, i Loschi, i Zeni, i Gambari, i Bocchi. Più recenti vivevano allora a Pola le nobili famiglie Locatelli, Dragoni (o Dragonetti), Sargo, Albini, Roberti, Cassinati, Barbabianca, Bolis, Marini, Franceschi (venuti da Capodistria), Forlani, Sozomeno (cipriotti) (32); famiglie che successivamente, in ispecialmente dopo la peste del 1631, o andarono estinte, o fissarono altrove il loro domicilio.

Questa peste aveva ridotto, come sopra fu detto, a sole 300 persone la popolazione della città; dodici anni dopo essa arriva a 347, poi meglio si mosse: nel 1664 ne aveva 533, nel 1682: 696; nel 1731: 800; nel 1779: 875; nel 1799: 753; nel 1809: 696; nel 1819: 957; nel 1828: 1010; nel 1844: 1148, (33) oggidì [nel 1879] Pola conta oltre 18000 abitanti.

Tanto era caduta in basso questa illustre città, che fu [340] l'ultima di tutte a rilevarsi. Noi viventi la viddimo ancora mestamente accasciata in breve ambito, e respirante sotto un fulgido cielo aria febbrile, — e gioiamo ora del repentino suo risorgimento, che la rese la più popolosa e bella città istriana.

[Parenzo]

Tra i luoghi che maggiormente patirono desolazione ci fu Parenzo.

Non appena la città incominciava a rimettersi dai gravissimi danni, che nel 1354 le cagionarono i genovesi con stragi, saccheggi ed incendi, sopravvenne nel 1360 la notoria terribile peste, di cui conservasi memoria nella seguente iscrizione esistente nella Cattedrale a fianco dell'altare dei ss. martiri Projetto ed Acolito:

MCCCLXI die XVIII Novembris. Inventa fuerunt B. Corpora SS. Martyrum Projecti ed Acoliti, in altari S. Anastasiae Ecclesiae Purentinae temporibus S. S. D. Innocentii Papae VI, et Reverendiss. D. Fratris Joannis Episcopi Parentini, atque Nobilis et Potentis D. Nicolai Alberti Honorandi Potestatis Parentii. Post quam inventionem Sanctorum, Pestis, et Mortalitas, quae undique imminebat totaliter in civitate Parentina cessarit.

Parenzo rispecchio del mareErasi Parenzo ristorata dei patiti danni, quando nel secolo seguente ritornarono a flagellarla le pesti. Quella del 1456 si sparse per tutta la provincia; e come da essa e dalle susseguenti penetrate in Istria negli anni 1467, 1478 e 1485 ne venisse desolata questa città, lo indica il Vergottini. (34 )In quella del 1467, che infierì particolarmente a Rovigno, moriva a Trieste un quinto degli abitanti. (35)

Al principio del 1500 la popolazione di Parenzo, che in addietro contava oltre 3000 anime, come pure quella del suo territorio, si trovò di molto scemata. Le pesti che invasero la provincia in quel secolo, e poi l'ultima del 1630 andarono gradatamente stremando la città in guisa, che nel 1580 contava 698 persone, nel 1601 circa 300, nel 1646 appena 100 (36), e più tardi fu ridotta persino a soli 36 abitanti. (37)

[341] II vescovo Tommasini parlando di Parenzo così si esprime:

«II palazzo del rettore è sopra il molo, ed è assai rovinato. Questo rettore o podestà come si legge nello statuto soleva condur seco un vicario per giudicare le cause civili e criminali, per la copia di popolo che vi era. Ha delle belle contrade con fabbriche spesse fabbricate di pietra viva, ed intagliate eccellentemente, il che da indizio della ricchezza dei suoi antichi abitatori. Ora giacciono queste cadute o cadenti, e affatto prive di gente con orrore a chi entra in essa città, le cui pompe son chiuse dentro le numerose sepolture che si veggono davanti la cattedrale, in S. Francesco ed altre chiese, ammonizione al nostro secolo del flagello dell'ira divina caduta sopra questo popolo, che contumace al suo vescovo, a lui ed alla sua chiesa negando il suo diritto, l'obbligò ad escomunicarlo, ed indi poi come da Dio maledetto per esempio ad altri se ne andò a poco a poco distruggendo, così che al dì d'oggi di tremila e più abitatori ch'erano, non ne sono appena cento.

Il giorno terzo di Marzo 1646 fui a vedere questa città, la quale fa spavento a chi vi entra. Si vedono le belle fabbriche di una canonica che maggiormente non vi poteva essere, standovi in essa dodici canonici ed altri chierici, ed ora anche questa è rovinata, e con due soli canonici poveri che appena hanno entrate per vivere, negando i nuovi abitanti di pagare le dovute decime. (38)

Un sì squallido stato, osserva il Vergottini (39), partorì l'effetto, che fossero avvocate in sen pubblico la maggior parte delle case inabitate, e dei terreni incolti resi boschivi, osservandosene tuttogiorno sopra le porte di molte civiche abitazioni le sovrane numeriche marche, quai contrassegni funesti del tragico successo; essendo stato a ricordo anche dei vecchiardi dei primi di questo secolo (1700) essere state persino a giorni suoi la piazza e le strade coperte di folta erba, spesso raccontando che qualche giovinetto vi si portasse ad uccellare; le fabbriche poi di absinzì, sambuchi, edere e cicute coperte, [342] come no corre oggidì l'universal tradizione. Si rileva pure da registri del consiglio, che fino nell'anno 1665 non si poteva ritrovar sufficiente numero di letti per uso della prima carica eccellentissima di Capodistria, che principiava anche costà portarsi in visita dopo molto tempo.»

I bei tempi romani di Marte e Nettuno che sorgevano sull'antico Foro, ora detto piazza di Marafor, vennero verosimilmente rovinati negli assalti dati alla città dai genovesi, anche siccome più esposti all'attacco, trovandosi presso il mare all'imboccatura del porto. Le pietre dei medesimi che giacevano sparse in Marafor, furono, impiegate sotto il reggimento del podestà Marco Lion (1507) nel ristauro della riva e del molo della città. (40) Restano però i basamenti, pezzi di cornicioni e di colonne, a testimonio dell'ampiezza e bella architettura di questi monumenti, e dura in parte l'originario selciato del Foro.

Che il governo veneto si prestasse a sollevare la desolata città col far l'istaurare le case rovinate o cadenti a sè avvocate, assegnandole poi a nuovi abitanti, lo si scorge dalla relazione 21 Agosto 1676 (41) dell'avvogador Bernardino Michiel, spedito a visitare l'Istria, là dove parlando di Parenzo dice: — «Si faciliterebbe inoltre la popolatione della città stessa, quando Vostra Serenità facesse almeno coprire venti case per hora, il che non sarebbe di molta spesa, mentre vi sariano novi habitanti se vi fossero ricoveri.» Durante la guerra per la successione spagnuola (1701) la Repubblica teneva a Parenzo una flottiglia a presidio dell'Istria; locchè contribuì a rilevare lo stato della città, la quale si veniva ripopolando con famiglie civili, artigiane e marittime da vari luoghi dell'Istria e dalle altre provincie italiane, nonchè della Grecia ed Albania, e crebbe così che alla caduta della Repubblica essa contava 2000 abitanti (42), oggidì aumentatisi a più che 3000. 

[Cittanova e Umago] 

A miserande condizioni trovavasi a quei tempi, e per le stesse cause, ridotta pure Cittanova col suo territorio. Il vescovo Tommasini scrivendo intorno al 1650 narra:

«Essere il territorio [343] di Cittanova assai fertile, nel quale si enumeravano diverse ville ove ora sono campagne e sterpi, tra i quali la contrada Mareda ch' era villa, e si legge un istrumento in vescovato di un tal Suppano di Mareda, e dall'istrumento dei beni episcopali si vede come tutto il territorio era abitato, e vi erano tuguri, vie, alberghi dei pastori, e contadini del vescovo con vigne diverse, che adesso sono tutte distrutte.(43)
Cittanova (David Meisner, 1638)

Considerata la città con li borghi già caduti e disfatti sino dai fondamenti, e massim e quelli che erano fuori della città nella riviera di S. Antonio e di S. Lucia, ove cavandosi ancora si ritrovano pietre e tavellato che argomenta essere stati ivi alberghi di qualche considerazione, mostra essere stata una città di 1400 anime distrutta a poco a poco dall'aria insalubre, che quivi non men che a Parenzo ed Umago vien chiamata la più pestifera e mortale. (44)

Di cento case di cittadini e duecento di plebei ormai sono ridotte a sei ovvero sette di quelli, e venticinque degli altri (45). Le famiglie di cittadini sono: Busini, due dei Rigo, Oichiogrosso, Soleti e Pantatera. )46 )In dodici anni che io qui dimoro, sono mancate trenta e più case. Qui si vede con quanta difficoltà si allevano i fanciulli, e quanto poco vi vivano le donne, come complessioni più gentili. Qui si vedono con volti macilenti esser le persone, e le creature con ventri gonfi camminare cadaveri spiranti. Vi sono sempre ammalati, ed a questi per consueto non vi è alcun sollievo, non essendovi nè medici ne medicine, ne chirurgici, o speziali - benchè la comunità è assai ricca. (47)

La peste del 1630 portata dai marinari veneti ha fatto grandi stragi a S. Lorenzo in Daila ed a Verteneglio, ridotti in quest'ultimo luogo gli abitanti alla metà. (48) Sopra S. Floriano nel comune di Grisignana si vedono le vestigia di una villa di nuovi abitanti che si chiamava la Villa amorosa, già quaranta anni in essere, ed ora non ha neppure un abitante.» (49)

In data 31 Maggio 1678 fu presa parte del consiglio di [344] Cittanova:

«che attrovandosi quasi spoglia la città di cittadini ed abitanti, per l'insalubrità dell'aria, ridotte in casali quasi tutte le abitazioni, e per conseguenza non abitata la campagna, abbiasi a ricorrere a piedi del Principe perchè faccia per pubblica pietà ristorare almeno cento case, ed ivi spedisca cento famiglie ad abitarle scielte dal Trevisano, Visentino e Bassanese, promettendo essi Cittadini e Possidenti di assegnare ai medesimi nuovi abitanti le loro campagne in colonia, sempre che somministri il Principe a detti nuovi Abitanti qualche caritatevole imprestanza di denaro per potersi sostenere almeno un'anno, e ciò a fine di veder la città nuovamente popolata, ed il Territorio coltivato» (50).
Anche Umago, secondo il Tommasini (51), dopo essere stata abbruciata dai Genovesi nel 1370, e per altre calamità e l'aria insalubre, era ai suoi tempi assai disabitata, mostrando la sua miseria al pari di Cittanova, Parenzo e Pola

[Capodistria]

Capodistria fu una delle città più travagliate dalle pesti nel 1500 e 1600.

Se si deve prestar fede al podestà e capitanio Nicolò Donado (52), essa nei tempi addietro contava ordinariamente da 10 a 12000 abitanti. Quantunque nel 1527 avesse, come l'intera provincia, molto sofferto dalla peste, pure nel 1533 contava 7 in 8000 anime, e poco meno nel suo territorio (53), nel 1548 circa 10000 (54), ed intorno a 9000 nel 1552. (55)

Però l'anno seguente 1553 fu fatalissimo alla città per la introdottasi peste, che ridusse la popolazione a 2300 persone. (56) Questa peste non ostante gli espurghi praticati; scoppiò nuovamente d'improvviso nel 1573 per una fune infetta rimasta [345] occulta dietro una cassa, e si diffuse anche in altri luoghi della provincia. (57)

Castello Leone, Capodistria
 

Nel 1579 Capodistria aveva 3500 abitanti (58), e nel 1581 ne contava 4252, ed il suo territorio 6577 (59); nel 1584, 3921, e nel territorio 5494 (60). La popolazione nel 1596 s'era elevata in città a 5000 anime (61), invece nel 1601 era di sole 4300 anime, di 8000 nel territorio. (62)

Il numero degli abitanti poi s'accrebbe, ma la peste del 1630-31 ne uccise due terzi, sicchè furono ridotti a soli 1800 circa. Essa avvenne sotto il podestà — capitanio Alvise Cabriel, a cui, penetrata in palazzo, tolse due famigliari, mentre estinse affatto la famiglia del suo Cancelliere. Tre volte s'insinuò nel'abitazione del provveditore in Istria, Nicolò Surian, uccidendogli tre persone di servizio; e ne perirono pure nelle famiglie del suo seguito. Nel territorio morirono 3000 persone. La peste menò strage a Muggia, Verteneglio e Fasana. (63)

Quando scriveva il Tommasini (1650) la città era cresciuta a circa 4500 anime (64), nel 1709 a 4630, nel 1781 a 5200; nel 1787 ne aveva 5075, nel 1846, 6800 (65), e nel 1870, 7008.

Ai tempi or descritti di desolazione di Pola, Parenzo, Cittanova, Umago e Capodistria, in migliori condizioni per numero di popolo si trovavano: Muggia, che giusta il Tommasini era piena d'abitanti, Isola che ne aveva 2000, Pirano che era tra le più grosse terre dell'Istria, Rovigno con 4000 abitanti, e nell'interno, Dignano con 3000, Valle con 1200, Buje, Montona ecc., le quali rispetto ai tempi erano discretamente popolate.

[San Lorenzo e Due Castelli]

[346] Sembra che per gli attivati provvedimenti questi ed altri luoghi andassero esenti dalla pestilenza del 1630-31, o che almeno non ne risentissero gravissimi danni. Notizie più precise di questa e delle anteriori pesti ci avrebbero forniti gli archivi municipali, se sgraziatamente quasi dèl tutto non fossero stati distrutti.

Fra i castelli maggiormente decaduti si contavano già allora quelli di Memorano, S. Lorenzo del Pasenatico e Due Castelli.

«II castello di S. Lorenzo, narra il Tommasini, è circondato da grosse mura con spessi bastioni all'antica, forti con batterie da mano, con borghi che lo circondano di giro poco men d'un quarto di miglio. Già soleva esser ricetto a più di duecento famiglie, ora da un secolo o meno in qua, non si sa per qual mala costellazione fatta l'aria insalubre, non tiene quaranta fuochi, e le persone sono di cattivo colore. Gli abitanti sono distinti in cittadini che parlano all'italiana, - ed i popolani che parlano slavo, e vestono di panni di lana dell'istesso paese.» (66)

Il castello andò anche in seguito deperendo, i borghi scomparvero, le case del castello a poco a poco ruinarono. Nel 1833 io scrittore trovai nel medesimo sole sei famiglie; in presente il loro numero s'è di molto accresciuto, ed è in continuo aumento.

Momorano un tempo forte castello ed importante, al cui governo veniva mandato un nobile del consiglio di Pola, e che già nel 1600 era povero di popolo, trovasi ora pressochè disabitato.

Due Castelli, posto in forte posizione sopra il vallone della Draga, era luogo di rilievo in mano dei Patriarchi di fronte al limitrofo gagliardo castello di S. Lorenzo posseduto dai veneti, ed entrambi reggevansi municipalmente con proprio statuto. Questo castello, le cui case oltre la vetta del colle ne ricoprivano anche i fianchi sino alla valle, rovinato ed arso nell'ultima guerra tra Venezia e Genova, risorse in appresso; [347] sicchè contava 200 famiglie, ma dopo l'assalto dategli dagli austriaci nel 1616, che ne distrussero le borgate, e poi per la peste del 1630, e la malaria, andò precipitosamente perdendo i suoi abitanti, in guisa che a' tempi del Tommasini vi dimoravano sole tre povere famiglie, essendosi ritirate le altre nelle ville circostanti d'aria più salubre. (67) Ora il luogo presenta un'interessante complesso di rovine di mura, torri, bastioni, case e chiese, emergendo sovra tutte in alto le rudera dell'antica bizantina chiesa collegiata di S. Sofia.

Secondo la relazione del podestà capitanio di Capodistria Nicolò Donado del 1580, l'Istria veneta, che in addietro non contava più di 50,000 abitanti, ne aveva allora 70,000. Nell'anagrafe fatta eseguire dal governo nell'anno 1649 non vi si trovarono che 49,332 anime, ma negli anni 1651 e 1652 successero carestie ed infermità, per cui questo numero scemò di molto (68). Giusta la numerazione fatta nel 1765 l'Istria veneta aveva 84,000 abitanti (69), i quali nel 1780 arrivarono a 90,000.(70)

L'Istria ex veneta nel 1806 contava 89,000 anime ( 71), nel 1816 103,000 e nel 1870 152,000.


Note:

  1. Da secoli sino a' dì nostri, arrivano di quando in quando segretamente individui Greci e Dalmati a cercar tesori colla scorta di carte, che ne indicano con precisione i siti, e talvolta perfino recano i disegni. Ciò non può spiegarsi altrimenti che colla fuga d'istriani nelle incursioni barbariche in Grecia e Dalmazia, i quali morti colà senza aver potuto ritornare in patria, lasciarono quelle memorie a famiglie che li avevano caritatevolmente accolti.
  2. Kandler, lettera al Dr. Guastalla nell'Osservatore triestino 1871. 
  3. Kandler (Ann.) Annotazioni [parte del Regesti Codice Diplomatico Istriano (CDI)].
  4. Kandler ed Archivio di Venezia. Secreta, e ne sofferse specialmente Pola; inoltre iscrizione di Muggia. 
  5. Kandler Ann. e fu orribile.
  6. Vergottini Stur. di Pctrenzo, e Notizie stor. di Montona p. 206.
  7. Kandler Ann.
  8. Vergottini op. cit.
  9. Kandler Ann.
  10. Codice dipl. Istr.
  11. Kandler Ann.
  12. Questa peste fece stragi accennate più tardi nelle loro Relazioni dai provveditori Nicolo Salamon nel 1588 e Francesco Basadonna nel 1625.
  13. Kandler Ann.
  14. Valvasor 4. p. 406
  15. Kandler Ann.
  16. Valvasor. 4.
  17. Kandler Ann. 
  18. Cronaca di Bogliuno.
  19. Kandler Ann. 
  20. Cronaca di Bogliuno.
  21. Kandler Ann. [end 334]
  22. Ripetiamo qui il passo riportato al Cap. XXV: «Cum per nova que habentur coadhunatio gentium fieri videatur pro˛ descendendo ad damnum Istrie, et terre nostre de inde sint multum exute de civibus, qui propter pestem preteritam defecerunt, et maxime civitas Pola — vadit pars ecc.» Arch ven. Secreta de 27 Agosto 1348 — Un'iscrizione esistente a Muggia reca di quell'anno: «Et eodem tempore ruit divino judicio maxima mortalitas per universum orbem, taliter quod medietas humanae naturae persolvit debitum universae carnis.» [end 335]
  23. Kandler, Cenni al forestiero che visita Pola.
  24. Relazione al Senato 29 Giugno 1583.
  25. La dedizione seguì nel 1331.
  26. Archivi gen. di Venezia. [end 336]
  27. Vedi Notizie storiche di Pola, 1876, ed Opere di Architettura e Prospettiva libro III Venezia 1619.
  28. Kandler Ann. [end 337]
  29. Kandler Ann.
  30. Inferno can. IX.
    Siccome a Pola presso del Quarnaro
    Che Italia chiude e i suoi termini bagna
    Fanno i sepolcri tutto il loco varo.
  31. Dialoghi nei Cenni al forestiero che visita Pola, di Kandler pag. 117.
  32. Dialoghi suddetti.
  33. Giorn. «L'Istria» a. VI. N. 20.
  34. Op.cit. pag. 40.
  35. Kandler Ann.
  36. Vergottini 1. c.
  37. Giorn. «L'Istria» An. VIl N. 20.
  38. Commentari, pag. 374 e 375.
  39. Op. cit. pag. 41.
  40. Vergottini pag. 39.
  41. Arch. gen. di Venezia.
  42. Vergottini pag. 47.
  43. pag. 191-92.
  44. pag. 194.
  45. pag. 195.
  46. pag. 201, 202. Di tutte queste famiglie, poi estinte, non resta che quella dei conti Rigo.
  47. pag. 199.
  48. pag. 258, 266.
  49. pag. 273.
  50. Sommario dei Libri de' Consigli di Cittanuova compilato nel 1794 dal conte Bartolomeo Rigo.
  51. pag. 293.
  52. Relazione al Senato fatta nel 1580.
  53. Relazione del podestàcapitanio Leonardo Venier e di Francesco Navagier.
  54. Relazione del pod. — cap. Francesco Navagier.
  55. Relazione del pod. — cap. Domenico Gradcaigo a. 1553.
  56. Relazione del pod. — cap. Alvise Priuli a. 1577. Essa infierì per otto mesi a Muggia e Trieste. [end 344]
  57. Kandler Ann.
  58. Relaz. del pod. cap. Nicolò Bondulmier.
  59. Relaz. del pod. cap. Alessandro Zorzi.
  60. Relaz. dei pod. cap. Giacomo Lion od Alvise Morosini.
  61. Relaz. del pod. cap. Francesco Capello.
  62. Relaz. del pod. cap. Girolamo Contarini.
  63. Relazione del provv. Nicolò Surian.
  64. Egli cosi s'esprime alla pag. 331: «Può far la citta quattromille e cinquecento persone, ma dopo la peste del 1630 è scemata assai». Se nel 1631 ne aveva 1800 non è credibile ne avesse 30 anni soli più tardi quante accenna il Tommasini.
  65. Giornale «L'Istria» I. 165.
  66. pag. 437.
  67. Tommasini, pag. 431.
  68. Ibidem pag. 145.
  69. Relazione del podestà — capitanio di Capodistria Giuseppe Michiel.
  70. Abate Toderini nel Gior. l'lstria I. 208.
  71. Ibidem pag. 165.

Tratto da:

  • Carlo de Franceschi, L'Istria, Tipografia di Gaetano Coana (Parenzo, agosto 1879), p. 332-347.

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Created: Sunday, February 03, 2002; Updated Sunday, April 03, 2016
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