Domenico de Rossetti
Prominent Istrians

 

Studio biografico
Letto nella Sala maggiore della «Società del Gabinetto di Minerva» in Trieste, nel giorno 28 febbraio 1869.

di Giovanni Benco

[Tratto dall' Archeografo triestino, Nuova Serie - Vol. I. Tipografia di L. Herrmanstorfer (Trieste, 1869-1870), p. 1-24.]

Era giorno di grave lutto per Trieste, quello del 29 novembre 1842. — Dinnanzi al palazzo di città non meno che dinnanzi all'umile catapecchia, i cittadini raccoglievansi a capannelli per comunicarsi a vicenda una ben triste novella.

Ahi triste si! — imperocchè in quel giorno Domenico Rossetti, il migliore dei triestini, aveva cessato di vivere!

Generale, sincero, profondo era il cordoglio per tanto obito.

Nel giorno dei funerali tutte le classi della popolazione si univano al pomposo corteo che accompagnava la diletta salma all'ultima dimora, ed erano parate a lutto le vie per le quali muoveva il funebre convoglio.

Speciali emblemi di dolore decoravano la fronte dell'edifizio in cui risiedeva la nostra Società di Minerva, la quale nel Rossetti perdeva colui che l'aveva fondata e retta di poi fino all'ultimo istante di sua vita.

E la nostra Minerva si fu anche la prima — come era di giustizia — a rendergli tributo di ricordo.

Difatti nel giorno 29 maggio del successivo anno 1843, l'egregio dr. Antonio Lorenzutti leggeva per primo affettuosissimo discorso sulla vita e sulle opere del dr. Domenico Rossetti. Questo discorso fu poi stampato in Trieste nell'anno 1859 assieme ad altri dello stesso oratore. (1)

[2] Altra orazione in onore del dr. Domenico Rossetti fa detta il di 29 novembre dell'anno 1843, primo anniversario della sua morte, nella sala del Consiglio municipale, dal dr. Pietro Kandler. In tal occasione il chiarissimo oratore, l'amico costante del Rossetti, scopriva il busto marmoreo decretato a quell'Illustre dal Consiglio cittadino e lo fregiava della civica corona.

L'orazione del Kandler fa pur dessa pubblicata nel successivo anno 1844 in Trieste coi tipi del Marenigh in edizione di lusso, in pochi esemplari; — e fu poi riprodotta alla lettera una seconda volta nel "Monumento di Carità" edito da Nazario Gallo in Trieste nell'anno 1857.

A perpetua ricordanza del suo fondatore, la Società di Minerva aveva stabilito di far coniare medaglia in sua memoria. Tale deliberato preso nell'anno 1843 ebbe effetto però appena nell'anno 1847, e si fu in allora che il Kandler scrisse di bel nuovo su Rossetti in articolo pubblicato nell'"Istria" (a. II. p. 319-322) ed intitolato "Sulla medaglia pel dr. Rossetti".

Lo stesso chiarissimo dr. Kandler ci dava ulteriori notizie del Rossetti in altri dei moltissimi suoi scritti ed in ispecialità nel suo bellissimo "Discorso sulle storie triestine" che forma uno dei supplementi alla storia cronografia di Trieste dello Scussa da lui pubblicata in Trieste coi tipi Coen nell'anno 1863, e cosi pure nella pregiata sua "Storia del Consiglio dei Patrizii di Trieste" stampata dallo stesso Coen in isplendida edizione nell'anno 1858.

E con ciò la bibliografia di Domenico Rossetti sarebbe esaurita, dappoichè per quante ricerche io mi abbia fatte non mi venne dato di eruire altro scritto che di lui o delle opere sue particolarmente trattasse.

Quando si consideri però, che i preaccennati discorsi del Lorenzutti e del Kandler, — per non dire degli altri scritti di quest'ultimo, nei quali del Rossetti si parla per incidenza soltanto — altro non sono che due elogii accademici di genere apologetico, si deve convenire senz'altro, che ben poco da noi sia stato fatto per onorare la memoria di un uomo che ha speso tutti gl'istanti di sua vita a lustro ed a vantaggio di questa sua terra natale e che ha perciò acquistato diritto incontrastabile a che il suo nome sia tramandato, qual retaggio d'amore e di gratitudine, alle generazioni avvenire.

[3] Una biografia propriamente detta di Domenico Rossetti, ossia un esame critico della vita e delle opere di questo grande triestino, che fosse atta a mostrarci con tutta evidenza quanto egli valesse come nomo, come cittadino e come letterato ci manca del tutto.

Nè io pretendo di supplire a tale mancanza con questo mio discorso, — non me lo consentirebbe il tempo ristretto assegnatomi in oggi allo svolgimento del nobilissimo tema, quando pure mi bastassero le forze a tanto assunto.

Se imprendo ciò non pertanto a parlare del Rossetti, lo faccio, perchè in difetto di un pubblico monumento destinato a perpetuare la sua memoria, mi sembra opportuno, dacchè un quarto di secolo e più è ormai decorso dal giorno della sua morte, di ricordarlo a viva voce alla generazione che sorge; lo faccio da questa cattedra, perchè mi sembra che la nostra Società di Minerva sia precipuamente chiamata a tale ufficio; lo faccio in questi giorni, perchè appunto adesso si tratta di ripigliare la pubblicazione di periodico scientifico da lui fondato, voglio dire dell' Archeografo Triestino di cui si sta approntando il primo fascicolo della nuova serie ; lo faccio inoltre in questi tempi, perchè mi lusingo che il suo nome e il suo esempio possano confortarci ed infonderci lena e coraggio nel combattere mai sempre per quei principii a sostegno dei quali egli aveva consacrato la sua intera esistenza.


Nasceva Domenico Rossetti in Trieste nel giorno 19 marzo 1774 da Antonio de Rossetti patrizio triestino, ricco possidente e negoziante elevato al grado di nobiltà dall' imperatrice Maria Teresa, ed insignito del titolo di conte da Ercole III duca di Modena.

Sembra però che il nostro Domenico avesse dato poco peso a tali titoli, o almeno al secondo di essi; ed anzi una sua lettera autografa che tengo sott' occhi, mi farebbe supporre che egli assai tardi s' accorgesse di essere conte di Modena. — Ed in vero, cosi egli scriveva scherzevolmente in data 11 maggio 1830 a persona amica: "chi vi scrive la presente è il conte Rossetti.

[4] A fine però non abbiate a trasecolare di stupore e di confusione a tale annunzio, ve ne spiegherò il mistero. — La mia famiglia ha per la grazia di Dio e di S. A. il serenissimo duca di Modena da mezzo secolo e più il titolo di conte. — Mio padre ebbe, per aver fatto poco più che nulla per lui, il titolo di conte, ma per aver fatto assaissimo per Trieste ebbe da Maria Teresa quello di nobile de: Ecco spiegato il mistero, coll' aggiunta però che la nostra contea non conta se non entro i vastissimi domimi di quell'Altezza serenissima."

Fatto adolescente il nostro Rossetti fu mandato dal padre in Toscana, e precisamente nella città di Prato, per apprendere grammatica ed umanità in quel collegio Cicognini; di là passava poi a Graz a studiare filosofia, ed indi a Vienna ove si dava allo studio delle discipline politico-legali.

Laureato in legge nell' anno 1800 egli ritornava in patria e di subito incominciava ad intrattenersi delle cose del comune e si poneva in quella brillante carriera che lo rendeva poi il modello dei cittadini.

Già nell'anno 1802 egli fu iscritto fra i membri del Consiglio dei patrìzii; nell'anno 1805 provvedeva alla cosa pubblica nel tempo della seconda invasione francese fungendo quale relatore della giunta per l'estinzione del debito della guerra; nell' anno 1811, durante la terza ed ultima dominazione dei francesi in Trieste, gli veniva offerta da Joubert la carica di maire di Trieste, distinzione questa che egli però rifiutava assolutamente; nell'anno 1814 il comune gli affidava la difficile ed odiosa mansione di regolatore delle taglie francesi non peranco soddisfatte; nell'anno 1816 era inviato oratore del comune presso V imperatore Francesco I. per la restituzione dei nostri privilegii; nell'anno 1817 egli per primo fu investito della in allora istituita carica di civico procuratore, carica questa che egli coperse per ben 25 anni pressochè gratuitamente, imperocchè l'annuo emolumento all'uopo assegnatogli lo destinava a formare il primo capitale pella fondazione dei premii municipali di cui parlerò in appresso; nell'anno 1839, quindi tre anni prima di sua morte, fu aggregato al Consiglio dei quaranta, istituito per disposizione di nuovo statuto municipale in quell'anno appunto promulgato, e nell' anno 1841 [5] finalmente, quantunque riconvalescente appena da gravissimo morbo, fa spedito a Vienna con missione importantissima a pro del comune.

Allorchè nell' anno 1835 si riuniva a Vienna una commissione per compilare il progetto di un nuovo codice marittimo, il Rossetti fu chiamato a farne parte ed a lui affidavansi le mansioni di relatore della commissione stessa.

Tutte queste importanti occupazioni non impedivano però al Rossetti di dedicarsi all'avvocatura; esercizio questo che egli apriva per la prima volta nell'anno 1804, che sospendeva di poi nell'anno 1809, e ripigliava quindi nuovamente nell'anno 1814.

Ha alla sua operosità veramente ammirabile erano poche ancora tutte queste faccende, per cui egli trovava tempo di darsi allo studio delle lettere, delle arti belle, del giardinaggio, dell'idraulica, e negli ultimi suoi anni a quello della storia e dell' archeologia.

Frutti di questi studii furono in primo luogo i molti scritti da lui lasciati, dei quali altri pubblicati per le stampe ed altri non pochi, tutt'ora inediti; ed in secondo luogo le varie opere di pubblica utilità da lui ideate ed in gran parte eseguite, e fra le quali alcune portate a compimento a tutte sue spese.

Volendo parlare dell' attività del Rossetti come scrittore, conviene dividere i suoi scritti in due categorie e comprendere nella prima i suoi lavori poetici nonchè quelli attinenti alle belle lettere ed alle belle arti ; e nella seconda le sue opere d'indole legale, politica, amministrativa, storica ed archeologica.

Il Rossetti coltivò la poesia lirica e la drammatica.

Di lui possediamo quattro lavori drammatici in versi: il primo, scritto nell' anno 1799, esiste inedito nel nostro Archivio diplomatico e s'intitola: "Laura" dramma comico per musica. — il secondo dal titolo: "Il Naufragio" venne pubblicato nell'anno 1800 — il terzo è una tragedia stranissima in 5 atti, che s'intitola: "I Persiani secondi, ossia il nonagesimo ottavo ed ultimo figlio di Eschilo" la quale fu da lui composta nella solitudine del suo giardino durante la terza invasione dei francesi; fu poscia letta in questa Società nelle sere del 28 ottobre, 11 e 25 novembre 1814, e fu da lui trascritta di proprio pugno nel 2.do [6] volarne dei "Passatempi di Minerva"; altra copia della medesima si trova fra i m. s. del Rossetti conservati nella civica Biblioteca. — Il quarto suo lavoro drammatico si è: il "Sogno di Corvo Bonomo" pubblicato in Trieste nell' anno 1813 con bel corredo di note storiche ; fu eseguito sulle scene del nostro Teatro Comunale per festeggiare la liberazione di Trieste dal dominio francese.

"I Persiani secondi" è una parodia dei Persiani di Eschilo, scritta in istile alfieriano, piena di livore contro Napoleone I; e il protagonista della tragedia subisce una catastrofe non dissimile a quella di Serse. — Quantunque i personaggi della tragedia sieno indicati con pseudonomi, pure il governo austriaco, subentrato al napoleonico nell'anno 1814, non credette opportuno di permettere la stampa di questo lavoro dal quale traspariva, anche oltre il velo dell'allegoria, troppo aperta la intenzione misogallica dell'autore.

Questi quattro lavori drammatici e gli ultimi due accennati in ispecie, sono tenuti in istile classico, arieggiano un po' la maniera dello Zeno ed un po' quella dell'Alfieri; 1'unità dell'azione vi è discretamente mantenuta, ma di converso poi manca l'azione propriamente detta, per cui riescono pesanti, e ciò tanto più in quantochè i versi in cui sono scritti, quantunque buoni, sono però troppo uniformi nelle loro cadenze.

Il Rossetti scrisse inoltre grande quantità di poesie liriche, sonetti, canzoni, odi, anacreontiche ecc. ecc.

Ritengo di avere avuto sott'occhi pressochè tutte le sue poesie liriche, la maggior parte delle quali furono da lui lette in questa Società e poi di suo pugno riportate nel 2.do volume dei "Passatempi di Minerva".

Fra queste merita speciale menzione il poema allegorico "Irene" in cinque canti, di bella fattura e scritto in ottimi versi, mai stampato, e di cui l'autografo si conserva nel nostro Archivio diplomatico.

Va inoltre ricordato il volumetto da lui stampato clandestinamente nell' anno 1814, probabilmente in Venezia, senza indicazione di luogo e di tipografo, sotto il titolo: "La veglia, e l'aurora di un solitario". — È un libercolo di poche pagine, l'edizione del quale si trova pressochè tutta accatastata in una delle stanze della nostra civica Biblioteca.

[7] In questo lavoro il nostro autore fa una parodia delle 4 Babilonie e della Canzone sull' Italia del Petrarca, ed adatta tutte le invettive che il divino Messer Francesco scagliava contro il reggimento papale d'allora, al reggimento dei francesi in Italia. — I versi sono belli, sentiti e più vibrati del solito, e se ciò non di meno la lettura dell'operetta finisce col riuscire stucchevole,

lo si deve attribuire più ohe ad altro alla circostanza, che le parodie tenute in sul serio sogliono riescire pesanti già per loro natura.

Dell' "Abdereide" altra parodia delle imprese napoleoniche

il di cui m. s. si conserva nella civica Biblioteca, delle "Cento fantasie sull'universo" e delle moltissime liriche che si trovano inedite parte nel nostro Gabinetto (Passatempi di M. v. 2.*), parte nella civica Biblioteca e parte nell' Archivio diplomatico, tutte o pressochè tutte in quanto alla forma di scuola petrarchesca, tralascierò volentieri di parlarvi più dettagliatamente, perché mi urge di passare ad argomenti più importanti.

Continuando ad intrattenervi del Rossetti come letterato, mi incombe d'avvertire come egli fino dalla sua adolescenza professasse un culto appassionato pell' italo cantore delle grazie e degli amori. — Francesco Petrarca era l'idolo del Rossetti, come lo era già stato per altri sommi italiani d'ogni secolo, non escluso il nostro.

Vedemmo difatti un Giacomo Leopardi spendere tempo e fatica per compilare una esattissima interpretazione analitica del Canzoniere di questo principe della lirica italiana, "la stima del quale" come egli si esprime "cresceva in lui tanto, quanto ella scemava in qualche imbrattatore di fogli che non si degnava di nominare" volendo con ciò alludere probabilmente a qualche neoguelfo ostinato, che non poteva perdonare al Petrarca di essersi conservato ghibellino, pur vivendo fra i prelati, e di aver osato con tutta franchezza di stimmatizzare le brutture della corte avignonese, con quei robustissimi versi che, come quelli della canzone dedicata a Cola Rienzi, saranno mai sempre collocati fra i più bei modelli di poesia lirica italiana.

Il Rossetti pubblicava in Trieste nell'anno 1828 coi tipi Marenigh un'opera intitolata: "Petrarca, Giulio Celso e Boccaccio" [8] illustrazione bibtiologica delle vite degli nomini illustri del primo, di Gajo Giulio Cesare attribuite al secondo, e del Petrarca scritta dal terzo"; e nel successivo anno 1829 egli pubblicava in 3 volumi una prima volgarizzazione delle poesie minori latine del Petrarca, fatta da poeti viventi o da poco defunti.

Queste due opere e di più una sua illustrazione di una singolarissima edizione del "Canzoniere" ed il suo "Catalogo bibliografico delle opere del Petrarca e di Enea Silvio Piccolomini" pubblicato nel 1834 coi tipi Marenigh, sorpresero i letterati e nominatamente i bibliografi d'Italia, ed il nome del triestino Rossetti già prima conosciuto in qualche parte d'Italia e specialmente a Milano, per esser egli stato collaboratore degli annali di statistica che si pubblicavano dal Sacchi, fu mano mano registrato nell'Albo dei socii onorari delle più cospicue Accademie italiane.

Accennerò brevemente degli altri lavori letterarii del Rossetti, e nominerò per primo il bel volume stampato a Venezia nell'anno 1832 col titolo: "Dello scibile e del suo insegnamento" quattro discorsi e due sogni di Domenico Rossetti, del quale esistono centinaia d'esemplari nella civica Biblioteca; farò cenno indi del volumetto da lui pubblicato nell'anno 1819 col titolo: "Perchè divina Commedia si appelli il Poema di Dante, memoria di un italiano" e dell'altro intitolato: "Considerazioni critiche intorno agli antichi popoli italiani del Cavalier Micali".

La nostra Società di Minerva conserva poi manoscritti i seguenti suoi discorsi, già letti in seno a questa Società e poscia trascrìtti nei "Passatempi di Minerva" vol. 1.o, e cioè: Prodromo d'Isagogica, ossia Divisione delle scienze coll'aggiunta di un saggio di bibliotecologia (letto nel novembre 1812). — Saggio di sistema tecnologico e calitecnico (letto nel dicembre 1813). — Discorso dell'origine di ogni poesia (letto nel marzo 1814). — Ragionamento sull' essenza e sullo scopo della poesia (letto nel gennaio 1815). — Discorso sulla caratteristica e classificazione dell' italiana poesia (letto nel dicembre 1815 e gennaio 1816).

La nostra Minerva ridivenne inoltre da circa un anno in possesso di altri manoscritti e discorsi per lo più inaugurali del dr. Rossetti, i quali si credevano smarriti, ma che invece l'egregio [9] dr. Kandler teneva conservati nel timore ben giustificato che non si perdessero davvero, come si sono perdute molte altre cose in quell'epoca fatale di incuria in cui giacque la nostra Società nel decennio succeduto alla morte dell'indimenticabile suo fondatore.

Nel discorso col quale io aveva l'onore d'inaugurare la serie dei nostri trattenimenti accademici del decorso anno sociale, mi sono permesso di far appello a tutti coloro che si trovassero in possesso di medaglie o di scritti attinenti alla Minerva di farne dono a questa Società, che a malincuore se ne vedeva priva; — il Kandler si fu il solo che generosamente rispondendo al mio povero appello m'indirizzava i preziosi m. s. più sopra accennati, e credo mio dovere di rendergliene qui pubbliche grazie in nome della Società intera.

Era inoltre il Rossetti amante delle arti belle e prediligeva sopra tutto le conversazioni cogli artisti. Trattò di belle arti nel suo discorso "sul sistema tecnologico e calitenico" e per incidenza in altri suoi scritti; promosse in seno alla nostra Società le annuali esposizioni di belle arti, che durarono fino a tanto che a Trieste si costituiva — sempre auspice il Rossetti — una apposita Società di belle arti, che pur troppo di pochi anni gli sopravvisse.

Allorquando si approssimava l'epoca delle nostre esposizioni di belle arti, egli riscriveva agli allievi triestini delle Accademie di belle arti di Venezia e di Vienna, e gli istigava a lavorare e dare saggi dei loro talenti nelle patrie esposizioni.

Ohe se taluno di voi avesse letto, come per avventura accadde di leggere a me, alcune di quelle lettere, egli dovrebbe meco convenire ohe tutti gli studiosi triestini di pittura e scultura, vivente il Rossetti, erano divenuti, malgrado loro, altrettanti suoi pupilli, dappoichè egli voleva sapere a ogni costo cosa facessero, e si rivolgeva all' uopo per informazioni ai molti amici ohe contava per ogni dove, e perfino ai professori delle Accademie, e prorompeva in esclamazioni di gioia quando gli veniva fatto di intravedere in qualche giovine artista triestino una futura gloria per questa sua patria dilettissima.

Potrei citarvi, in conferma di ciò, nomi e fatti e testimonianze di persone tutt' ora viventi, ma mi astengo dal farlo per [10] amore di brevità e persuaso d'altronde, che, per questa volta almeno, crederete alla mia parola.

Aggiungerò soltanto, prima di abbandonare quest'argomento, che la sua dimestichezza cogli artisti da un canto, e la squisitezza del suo sentimento estetico dall'altro canto, lo avevano reso padrone assoluto anche di questo campo, per cui ragionava in fatto d'arti con tale giustezza, con tale tatto artistico, con tanta cognizione tecnica, da sostenere vittoriosamente non poche discussioni polemiche con valenti pittori, scultori ed architetti.

Possessore di un magnifico giardino, il primo di tal genere che fosse stato piantato a Trieste, il Rossetti era pure dilettante di orticoltura, e si studiava d'infondere l'amore per l'arte del giardinaggio anche nei suoi concittadini.

Ancora nell'anno 1807 egli faceva piantare a tutte sue spese l'attuale passeggio dell'Acquedotto, il primo viale ad alberi che fosse stato piantato fino allora a Trieste, e dirìgeva in persona i lavori relativi.

Fra i suoi m. s. conservati nella Biblioteca civica si trova scritto di suo pugno un trattato "Sul Giardinaggio" ed altro ancora intitolato: "Saggio détta Cariofilologia".

Sembra infatti che egli avesse particolare affezione pei garofani (Dyanthus caryophilus) come lo dimostra il suo trattato predetto e più ancora la circostanza, che egli parlando del suo giardino in fondo all' Acquedotto, lo chiamava in varie lettere il suo "Cariofileo".

E chi di noi non si ricorda del Cariofileo del dr. Rossetti, del vago giardino, delle statue colossali ombreggiate da superbi cipressi, che s'innalzavano frammezzo al cupo rosso di lussureggianti cespi di valeriana, il simpatico fiore, che la moda ha in oggi sbandito dai giardini?

Chi, fra i miei giovani uditori, non rammenta quei giorni dell'infanzia nei quali il babbo o la mamma lo sollevava in braccio perchè egli arrivasse a intravedere, oltre la fitta inferriata, le statue ed i fiori di quel giardino, che in oggi dimezzato, spogliato di piante, di fiori, di statue, di tutto, sembra stare ancora come monumento di derisione consacrato dai posteri a quell' illustre che con tante cure lo aveva piantato ed abbellito.

[11] Andiamo innanzi e consideriamo il Rossetti come scrittore di cose amministrative, di storia patria e di archeologia.

In seguito all'infelice esito della guerra del 1809, Trieste fu per la terza volta invasa dai francesi, ai quali fu poscia formalmente ed incondizionatamente ceduta. Quel governo resosi già tanto odioso ai triestini nelle precedenti due invasioni del 1797 e del 1806, si rese loro ancora maggiormente maleviso col levare alla città nostra poco a poco tutte le sue franchigie, tutti i suoi privilegi e persino la sua autonomia provinciale, incorporandola al nuovo regno d'Illiria. — Quanto dolore sentisse il Rossetti per queste inesorabili sciagure che piombavano addosso alla sua patria, quanto fosse di conseguenza il malumore suo contro i francesi, lo provano le sue poesie satiriche composte in quei giorni di cui poc' anzi ebbi a fare menzione.

In seguito alla disfatta di Lipsia, si ripristinava in Trieste nell'anno 1814 l'austriaco dominio a grande gioia dei cittadini, che speravano di rientrare nelle avite franchigie e di ricuperare puranche la loro autonomica amministrazione.

Siccome però tutte queste lusinghiere speranze tardavano alquanto ed avverarsi, e siccome per giunta ancora si andava bisbigliando, che Trieste sarebbe stata trattata da allora impoi come paese di conquista, il Rossetti credette opportuno di scongiurare tale pericolo collo scrivere una memoria che servisse a dimostrare l'origine delle triestine franchigie nonchè la conferma delle medesime seguita di volta in volta da parte degl' imperatori dopo la loro assunzione al trono, e vi aggiungeva inoltre un ragionamento di pubblico diritto, nel quale faceva distinzione fra paese conquistato e paese riconquistato, facendo valere a favore di Trieste il diritto di riconquista e non già quello di conquista da parte degl' imperatori d'Austria. — Ebbe per tale modo origine il libro intitolato: "Meditazione storico-analitica sulle franchigie della città e porto-franco di Trieste dall'anno 949 al l814" di pag. 315 in 8.o grande, pubblicato a Venezia nell'anno 1814. L'opera fu scritta dal Rossetti colla massima fretta in soli 40 giorni; ad essa doveva far seguito più tardi un supplemento, che però non fu mai pubblicato.

Questo lavoro, molto ricercato in quei giorni, è improntato del più caldo affetto patrio, ma porta impresse però le traccie [12] della prestezza col quale Tenne compilato. — La distribuzione delle parti è un po' sconnessa, e qualche lieve inesattezza storica vi si è pure innestata ; ciò non pertanto merita di essere tenuto in gran pregio, pella ricchezza delle notizie storiche in esso contenute e perchè scrìtto con molta franchezza almeno pei tempi che correvano allora.

Abbiamo del Rossetti un trattatalo intitolato: "Storia e statuti dell'antico porto di Trieste" che esiste m. s. nell'Archivio diplomatico e fu poi stampato nel giornale "l'Istria" a. V. È lavoro preziosissimo per la storia del diritto triestino. — Altro interessantissimo suo lavoro si è la "Tecnonomia tergestina, ossia considerazioni sulla storia e sulla legislazione delle arti nel comune di Trieste" di cui una copia manoscritta si trova nell'Archivio diplomatico ed altra nella civica Biblioteca. Fu scrìtto nell' anno 1825 ed era destinato a veder la luce per le stampe, ma non ebbe "l'admittitur" della censura, colla quale il Rossetti si trovava in litigio perpetuo.

Fra i più pregiati lavori del nostro autore in materia di storia patria, vanno annoverati i seguenti quattro, tutti stampati nei tre primi volumi dell' Archeografo Triestino, e cioè:

  • "Statuti antichi di Trieste descritti ed illustrati bibliologicamente" (A.T. v. 2.ͦ)
  • "Storia e statuti delle antiche selve triestine" (A. T. v.3.ͦ)
  • "Cose memorabili sulla Compagnia di Gesù in Trieste" (A. T. v. 2.ͦ)
  • "Condizioni di Trieste all'epoca dell'imperatore Giuseppe I." (A. T. v. 2.ͦ).

Coi predetti lavori egli si fece iniziatore della nuova scuola storica triestina con metodo crìtico, sendochè gli altri storici che lo precedettero non erano stati ohe semplici cronacisti e raccoglitori di fatti.

Il nostro Archivio diplomatico conserva inoltre un pregevolissimo autografo del Rossetti, intitolato: "Statuti pel porto, per la pesca e per la navigazione triestina" nonchò molte altre sue monografie storiche parte complete e parte no, come sarebbero:

un estratto della cronachetta del prete Antonio Scussa;

  • un compendio della storia della città di Trieste fino al 1382;
  • una consultazione sulla migliore costituzione e semplificazione dei civici dazii;
  • una relazione sull'operato per la ripristinazione delle franchigie triestine;
  • considerazioni sul diritto di vicinia nello [13] statuto di Trieste;
  • statuti suntuarii;
  • un rapporto sulla forma municipale da darsi a Trieste;
  • massime generali per la conservanone e per il perfezionamento del porto di Trieste;
  • progetto di statuto municipale;
  • suppliche e proposte pella ripristinazione degli statuti, per l'abolizione delle gravezze introdotte dai francesi e pella restituzione dette franchigie;
  • diario della deputazione triestina del 1844, ed altri ancora di minore importanza.

In fatto di archeologia abbiamo di lui un opuscolo intitolato: "Sopra mosaico antico scoperto nell'aprile del 1825 in Trieste" stampato in Trieste nel 1825, più una sna lettera al dr. Giov. Labus "Sopra un frammento lapidario del duumviro L. Apisio" stampata nel 1.ͦ  Vol. dell' Archeografo Triestino.

Il Rossetti che s'interessava vivamente di tutte le quistioni triestine, non poteva trascurare quella sempre aperta dell'acqua potabile.

Difatti nell'anno 1833 egli faceva stampare negli "Annali di statistica di Milano" e ristampava poi in opuscolo separato (1835) una sua "Dissertazione sui pozzi artesiani, sulle sorgenti ed acque per Trieste e suo territorio" e qualche anno dopo poneva assieme "Un corpo d'idrografia triestina" il cui programma e le tavole illustrative furono da lui presentate nel congresso degli scienziati italiani radunati a Padova.

Questo interessantissimo studio sull'idrografia triestina non fu mai stampato; esso si trova però conservato nell'Archivio diplomatico, e potrebbe somministrare qualche luce a coloro che si fanno a studiare questa eterna quistione, supposto sempre il caso che dessi non l'abbiano ancora consultato.

A complemento del mio discorso sugli scritti del Rossetti, mi conviene far cenno di due opuscoli da lui stampati, a difesa dei triestini, l'uno contro attacchi reali, l'altro contro attacchi ipotetici.

Certo Giuseppe Kreil, dopo aver letto su pei libri di geografia che l'Isonzo forma il confine d'Italia, intraprendeva un viaggio in queste contrade, ed allorchè ebbe passato l'Isonzo rimase trasecolato nell' udire che anche al di qua di quel fiume e perfino a Trieste, la gente azzardava di parlare italiano. — Su questo suo viaggio il Kreil scrisse un diario che fece stampare [14] a Lipsia col titolo : "Mnemosyne" e nel quale per la ragione or ora esposta diceva tutto il male possibile di Trieste e dei triestini in tutti i riguardi

Il Rossetti seppe del libro per via degli elogii che gli erano stati fatti da alcuni giornali, ne fece subito acquisto, e dopo averlo letto e riletto, pensò a confutarlo. — A tale effetto egli scrisse l'opuscolo intitolato: "Alla Mnemosyne del sig. Giuseppe Kreil. Risposta di un triestino" (Trieste Coletti 1818), e lo scrisse in lingua tedesca perchè potesse essere smerciato negli stessi centri librarii in cui si stava vendendo il libro del suo avversario e perchè egli partiva dal giusto riflesso che gli spropositi del Kreil non avevano bisogno di essere confutati ai triestini, ma sibbene ai forestieri, che non conoscendoci più davvicino potevano essere tratti in errore.

Nel detto opuscolo il Rossetti combatte strenuamente polla nazionalità italiana di Trieste, ed avverte il sig. Ereil "che l'addio che egli, giunto all'Isonzo, dava all'Italia, era stato alquanto precoce" (2) e che anche "Trieste ha il vanto di giacersi al di qua di quei monti, che si dicono Alpi Gulie e Cantiche e che costituiscono l'ultimo ramo di quella catena di montagne che genericamente si appellano Alpi e che sono state risguardate sempre quale il vero e naturale confine dell'Italia". (3)

L' altro opuscolo del Rossetti, scritto esso pure in lingua tedesca e qui stampato, è un racconto degli ultimi istanti di vita del Winkelmann.

È cosa troppo nota a tutti, perchè io qui la ripeta, che il celebre scienziato Giovanni Winkelmann soggiornando in Trieste al Grande Albergo cadesse vittima del ferro omicida vibratogli dal suo famiglio, certo Arcangeli, livornese.

L'atroce misfatto era stato casualmente perpetrato a Trieste, ed al Rossetti premeva che tutto il mondo e specialmente i connazionali del Winkelmann sapessero che i triestini non ebbero nè diretta uè indiretta parte in tale assassinio. A tale effetto [15] egli estese succinto racconto del fatto ut lingua tedesca, lo fece stampare a proprie spese e cercò di diffonderlo nei paesi alemanni.

E qui il nome del Winkelmann mi conduce a parlare delle opere di pubblica utilità o di pubblico decoro fondate dal Rossetti, ed incomincio appunto dal monumento a Winkelmann ideato da lui fino dall'anno 1822 e condotto a termine appena nell'anno 1833.

Le difficoltà di ogni genere incontrate dal Rossetti per dare esecuzione a questo lavoro avrebbero stancato ogni altro che non fosse stato come lui irremovibile nei suoi propositi.

Nel 1825 egli scriveva a persona amica: "debbo pensare ad altro collocamento del monumento; e giacchè nè la chiesa di S. Giusto può accoglierlo, nè posso per esso fabbricare apposito tempietto, mi accontenterò di altro collocamento qualunque"; e nell'anno successivo scriveva allo stesso amico: "il magistrato ed il governo non solo non vogliono contribuire nulla per le spese del monumento di Winkelmann, ma non vogliono nemmeno permettermi che io a mie spese ve lo collochi nell'antico cimitero, e negano perfino di farmi la vendita di quest'ultimo a „quelle condizioni che vorranno."

Stanco di tanti inceppamenti il pover' uomo esclamava esacerbato pochi mesi appresso : "Tutta Europa dirà: ohe se un toscano tolse a Winkelmann in Trieste la vita, si vuole a me rapire perfino l'onore di dargli un sepolcro."

In fine tutte le difficoltà derivanti dalla scarsezza delle contribuzioni, dagli ostacoli frapposti da autorità governative, civiche ed ecclesiastiche, furono vinte, ed il monumento Winkelmann, scolpito dal Bosa e in gran parte pagato col denaro del Rossetti, veniva solennemente inaugurato nel marzo 1833. (4)

È òpera ideata e promossa dal Rossetti pure il Museo lapidario, che fu aperto nel vecchio cimitero di S. Giusto, un anno [16] dopo la sua morte. L'idea del monumento Winkelmann e quella della erezione del Museo lapidario triestino nacquero gemelle nella mente del Rossetti, e l'una e l'altra di queste due opere sorsero nel medesimo sito.

È opera del Rossetti questa nostra Società del Gabinetto di Minerva da lui fondata nell'anno 1810, quindi durante la terza invasione francese, e probabilmente traendo profitto delle vedute più liberali di quel reggimento in fatto di associazioni. Nel compilare il relativo statuto egli seppe difatti escludere destramente l'ingerenza della censura dal Gabinetto — e tale esclusione rimase conservata anche dal governo subentrato.

È opera del Rossetti, come ho detto, il passeggio dell'Acquedotto.

È opera sua quella meravigliosa collezione di manoscritti, eodici, edizioni, illustrazioni, traduzioni, dipinti, disegni, schizzi ed altro che s' appella: "Collezione Petrarchesco-Piccolominea" e a comporre la quale egli, dalla sua adolescenza fino a quasi gli ultimi anni di vita, spendeva ogni possibile cura.

Scriveva a bibliografi, a letterati, scriveva in Italia, scriveva in Francia ed era beato quando gli veniva fatto di ottenere una qualche edizione del Petrarca ch'egli non possedesse. Nell'anno 1834 egli pubblicava il 1.ͦ catalogo di questa raccolta "già posseduta e che si va continuando dal dr. Domenico Bassetti". (5)

La Collezione Petrarchesco-Piccolominea legata in morte del Rossetti al nostro comune coll' obbligo di continuarla, vuolsi essere più perfetta di quella celebre del Marsand; ma ciò nonostante vediamo i moderni editori del Petrarca citare continuamente la raccolta del Marsand, nel mentre ben poche volte ci vien fatto di trovar registrata quella del Rossetti. (6)

[17] Di fondazione Rossetti si è l' "Archeografo Triestino" raccolta questa di opuscoli e notizie per la storia di Trieste e dell'Istria, edita per cura della Società di Minerva.

Il 1.ͦ  volume fu pubblicato nell'anno 1829, il secondo nel 1830, il terzo nel 1831, ed il quarto ed ultimo nel 1837. Alla morte del Rossetti erano già in pronto i materiali pel quinto volume, ed era pure fatto contratto col tipografo Stella di Milano per la relativa edizione — ma il quinto volume però mai si vide a comparire.

È finalmente di fondazione Rossetti "L'istituto dei prendi municipali,, da lui ordinato col suo testamento in data 14 giugno 1838 coll' espresso divieto d'intitolarlo col suo nome.

Si legge difatti nell' art 17 ͦ  del codicillo 2 giugno 1839 :

"Questa fondazione di premii porterà perpetuamente il nome di Istituto di premii municipali di Trieste e voglio assolutamente che non vi apparisca mai ed in nessuna maniera il mio nome; perciocchè il capitale ohe vi ho destinato non è che una parte degli emolumenti che ritrassi per le mie funzioni di procuratore civico".

A questo capitale dovevasi aggiungere quello ricavabile dalla vendita dell' avanzo di tutte le sue opere stampate. Gli eredi del Rossetti però sconsigliavano la vendita di queste opere e vi supplirono in altra guisa al capitale mancante ; ma donavano poi al comune il fondo delle opere stampate del Rossetti, che da lui era stato destinato alla vendita.

Ora queste opere stampate giacciono accatastate in una stanza apposita della civica Biblioteca.

La fondazione dei "Premii municipali" consiste in una dote di f. 300 da pagarsi di due in due anni a titolo di premio:

  1. al miglior opuscolo che sarà stato presentato sopra argomento di storia o di statistica di Trieste,
  2. al miglior opuscolo diretto ad istruzione del basso popolo,
  3. a quello dei contadini del territorio di Trieste che tra tutti meriterà il primato nella piantagione e coltivazione di un bosco nel territorio di Trieste,
  4. a quell'individuo di servitù domestica dell'uno o dell'altro sesso che per indubbie prove Barassi distinto per costante servizio, per fedeltà ed astinenza,
  5. all'opera di architettura, o pittura, o scoltura, o [18] poesia, o musica che nel prossimo preceduto decennio sarà stata prodotta da artista di famiglia e nascita triestino.

I premii vengono conferiti ogni biennio nell' ordine preindicato, per cui ogni 10 anni si rinnova la serie. — Quei premii che per difetto di concorrenti o di merito non venissero aggiudicati, sono posti a frutto fino a che se ne abbia una somma bastevole a commettere ad un pittore o scultore italiano e di fama assolutamente primaria un' opera ad illustrazione e decoro di Trieste, da collocarsi in una chiesa od in altro luogo pubblico.

Di quest'ultima disposizione si si è valsi nel 1862 in difetto di degno concorrente al premio 5. col commettere i famosi busti enei dei 3 vescovi, prescindendo però dalla condizione espressamente imposta dal fondatore, che il lavoro di scoltura dovesse essere opera di rinomato artefice italiano.

Giova sperare che ciò non si avvererà una seconda volta.

Legava finalmente il Rossetti la sua ricca collezione di libri alla civica Biblioteca, e nel suo testamento augurava ai triestini tempi migliori di quelli, invero assai fortunosi, nei quali egli era vissuto.

All' egregio dr. Kandler, suo amicissimo negli ultimi anni di sua vita e già in allora distinto cultore delle patrie storie, raccomandava in ispecialità di proseguire le indagini storiche riferibili a Trieste ed all'Istria.

Quale fama il Rossetti godesse ai suoi tempi anche fuori di qui, lo prova il fatto che nell'anno 1807 fu fatto socio dell' Accademia di Pisa, nell'anno 1825 fu ascritto fra i membri della Società agraria del Carnio, nell'anno 1830 fra quelli della Società di agricoltura di Verona, nell' anno 1831 fra quelli dell'Accademia di Torino, nell'anno 1832 fra i socii dell'Ateneo di Brescia e nell'anno 1838 fra quelli dell'Ateneo veneto e della Società archeologica di Roma.

In premio delle assidue sue prestazioni nella compilazione del progetto del nuovo codice marittimo, gli fu conferito l'ordine di cavaliere della corona ferrea.

La distinzione però che egli fra tutte ambiva maggiormente si era l'affetto dei suoi concittadini — ed egli lo ebbe e lo avrà sempre almeno nel nostro popolo, che sempremai [19] con venerazione pronuncia il suo nome e benedice alla sua memoria.

Era il Rossetti nomo di carattere severo e poco socievole, quindi è che non stringeva si facilmente amicizia col primo capitato, e non amava perdere il tempo suo prezioso in futili conversari.

Aveva pochi ma sperimentati e valenti amici; il suo più grande e più costante amico però si era il popolo triestino al cui benessere politico, economico e morale egli consacrava tutti gli istanti di sua vita. Educato in Toscana, egli visitava soventi volte quella classica terra, ma più spesso ancora si recava a Milano nella quale città si compiaceva di passare a preferenza le sue vacanze. Negli ultimi anni di sua vita si recava a Valdagno e a Recoaro "a bevere la sua salute" come egli si esprimeva, e se mai gli veniva fatto di sottrarre un po' di tempo alla moltitudine de' suoi affari, non intralasciava di visitare le mostre di belle arti al palazzo Brera di Milano, nelle quali vedeva esposti talfiata dipinti di una diletta sua nipote, la signora Salvotti. (7)

Come altrove ebbi ad avvertire, il Rossetti era strenuo campione della italiana nazionalità di Trieste, e vedeva di malocchio per conseguenza le tendenze del governo dirette a germanizzare le nostre scuole elementari, che sotto il regime francese erano pur state conservate italiane. Ad un padre che lo consultava in riguardo all'istruzione da darsi al proprio figlio, egli scriveva nel gennaio 1840:

"approvo che abbiate intenzione di mandare il vostro [20] Giuseppe alle scuole di Venezia, giacchè le nostre scuole normali tedesche sono fatte apposta perchè i nostri fanciulli italiani non imparino nò la lingua, nò le cose ohe dicesi volersi loro insegnare."

Ai giovani raccomandava soprattutto di studiare la storia del nostro comune, e tale studio egli lo riteneva indispensabile a coloro che intendevano dedicarsi alle cose municipali. Nella sua illustrazione degli statuti triestini (Archeografo triestino vol. II pag. 103) cosi egli si esprime:

"Per giudicare rettamente del carattere morale, civile ed economico di un popolo, nulla può porgere guida più sicura del corpo delle sue proprie leggi... un popolo non può dare a sè medesimo altre leggi che quelle, che dalle qualità de' suoi costumi e delle sue bisogna sono rendute necessarie; mentre per oggetti ed azioni che non ha conoscenza non ha neppure cupidigia, nò può quindi volerne regolare l'uso."

Corretto scrittore italiano come egli era, non ispregiava però il suo dialetto ed anzi lo teneva in onore come una delle preziose tradizioni avite; ed allorquando gli venne fatto di possedere un foglio originale di un perduto codice comunale del XV secolo, critto in dialetto triestino, così egli scrìveva:

"Rallegriamoci intanto di aver trovato e salvato almeno quest' unico foglio, il quale sebbene non abbia alcun merito nò per la giurisprudenza, nè per la lingua, nè per lo stile, è tuttavia importantissimo per la memoria del nostro dialetto, il quale ad onta dei molti idiotismi e delle strane sue singolarità, è cionnonpertanto di evidente e vero conio italiano, e senza paragone meno barbaro ed idiotico di tanti altri, e sebbene abbia grande affinità col veneto, nè però diverso sostanzialmente per molti particolari." (Archeografo Triestino volume III p. 184).

Allorchè nell' anno 1834 si agitava nelle alte sfere la quistione del porto di Trieste, il Rossetti dettava all' illustre suo amico Pietro Nobile, consigliere aulico nel ramo edilizio, quattro lettere lunghissime che possono dirsi quattro trattati, nelle quali con sanissimo criterio veniva esaminato da ogni suo lato questo vitale argomento.

Debbo alla squisita gentilezza del mio collega in direzione di questa Società, il signor Alberto Tanzi, le comunicazioni di [21] queste quattro lettere, già rese di pubblica ragione a mezzo di un periodico locale. Ben volentieri vi ripeterei qui per esteso il contenuto delle stesse ove non temessi di abusare di troppo della vostra indulgenza. Non posso fare a meno però di accennarvi che il Rossetti conveniva nella necessità di regolare meglio il nostro porto, di dare sfogo ai torrenti tra S. Pietro e Muisiella, ma non voleva all' incontro sentirne a parlare della costruzione di un nuovo porto. "Non capisco, egli diceva, nemmeno adesso che cosa intendesi di dire quando si parla di costruire un porto per Trieste. Non vi trovo più senso che nel dire di voler costruire una casa nella casa. Trieste ha il suo porto nella sua rada interna, sicura per quanto la natura lo comporta, e già come tale sicura abbastanza quando si tolgano gli abusi e le negligenze. Chiunque voglia fare delle costruzioni solide entro alla corda dei due lazzaretti non potrà aspettarsi ohe la maledizione dei posteri, come se la merita quell'ingegnere che nell' anno 1751 chiuse la bocca del molo romano detto "Zucco" ora molo di S. Teresa."

Dopo le cose fin qui dette, non avrei bisogno di aggiungere parola per dimostrarvi ulteriormente quanto generoso e benefico fosse il Rossetti quando si trattava in ispecialità di volgere il beneficio a profitto di questa sua diletta terra natale. In una delle ultime sue lettere e precisamente in data 5 luglio 1844 facendo noto a un amico, come egli avesse ordinato per la stampa il suo lavoro "Sull'idrografia triestina" soggiungeva quanto segue: "proverò metterlo in commercio, ma per bene che vada, non ispero rimborsarmi nemmeno per metà. Pazienza! ho sacrificato denaro pel passeggio dell'Acquedotto, ne ho speso pel monumento a Winkelmann, ne ho speso per due medaglie, ora ne spendo »per una terza (4) e ne spenderò pel Reca ancora."

Se l'amore del Rossetti per Trieste confinava alla mania, la sua laboriosità lambiva i limiti dell' impossibile; dappoichè in onta alle tante e sì svariate e sì pressanti occupazioni, egli trovava tempo per coltivare una estesissima corrispondenza. Scrìveva egli [22] lettere per ogni dove in lingua facile e piana, trattava le più svariate e le più serie quistìoni in via di carteggio, con una franchezza di linguaggio, con una limpidezza di idee, con una effusione di sentimenti, da farci grandemente desiderare che qualcuno raccolga il suo epistolario, la cui pubblicazione riescirebbe senz'altro la più bella illustrazione della storia di Trieste nella prima metà di questo secolo.

Uomo di fermi principii, il Rossetti non sapeva piegarsi all' altrui volontà, per quanto essa fosse potente, allorchè non ne era persuaso. Alcuni suoi coetanei, usi ad inchinarsi sempre agli altrui voleri, lo dicevano ostinato, ed egli rispondeva loro sarcasticamente pochi mesi prima di morire:

"Coll' entrare dei mio 62.ͦ  anno, voglio incominciare io pure ad andare a scuola dell'indifferentismo, e ad imparare come si faccia a trovar tutto ben Catto, bello ed anzi sublime, ma non so ancora se vi riesoirò."

Dopo la cosiddetta rìstaurazione degli ordini europei, la sacra alleanza aveva provveduto per bene affinchè i popoli non avessero a rialzare sì presto la testa, e nelle nostre contrade in ispecie regnava il più assoluto sistema di governo monarchico. Le manifestazioni dell' ingegno venivano represse a tutto studio da una censura pedante e meticolosa, e che diffidava delle più rette intenzioni. Il Rossetti, come ho già detto, era preso di mira dalla censura ed aveva fatte in proposito sì tristi esperienze da renderlo peritoso allorquando intendeva di dare alle stampe il primo volume del sue Archeografo Triestino. In data Valdagno 21 luglio 1829 egli scriveva al chiarissimo suo amico Pietro Nobile:

"Dio sa poi se quest' opera (l'Archeografo) avrà la fortuna di sostenersi, o se non verrà la malora a perseguitarla, siccome tocca pur troppo a tutte le cose mie. Nè vi sarebbe di che stupire dacchè il nostro libretto dei 10 di febbraio non ebbe il permesso della stampa, sebbene non ci fosse che zucchero ed incenso per i morti, per i vivi e perfino per i nascituri." (9)

Stando così le cose, e mancando ai popoli ogni mezzo legittimo di far conoscere e di far valere i loro diritti, altro non restava [23] a un buon patriota, che pure voleva a ogni costo veder progredire il suo paese, che di propiziarsi i reggitori, per ottenere dai medesimi in via di grazia tatto ciò che assolatamente credeva indispensabile di conseguire.

E il Rossetti, benchè a malincuore, non si ristava di adoperarsi col mezzo di potenti amici che egli aveva nella residenza dell' impero, per dare effetto ai suoi divisamente per iscongiurare i pericoli che minacciavano questa sua patria, per ottenere a lei tatto quel po' di bene che credeva poterle procurare. Il conte Saurau già governatore di Trieste, il barone Czernyn, lo Steinbüchel, e soprattutto il chiarissimo suo concittadino Pietro Nobile lo aiutavano in questi nobilissimi e generosi suoi conati.

Ligio al vigente ordine di cose, rispettoso verso le autorità, fedele cittadino, egli dispregiava però le arti della simulazione e del basso servilismo, e nell'esporre le sue vedute anche dirimpetto ad eccelse cariche, usava un linguaggio franco, schietto e senza riguardi "Io non ne insacco mai una" così egli scriveva nel febbraio 1822,

 "io non ne insacco mai una, me ne sfogo subito colla voce o colla penna, secondo le occasioni ed i dettami della prudenza; e così ho la soddisfazione, che o prima o poi si conosce il torto altrui e la mia ragione. Questa, egli è vero, è la via sulla quale non si formano grandi amicizie, ma io stimo più le inimicizie sincere ed aperte che i falsi amici e gli occulti sicari della fama e della quiete. L'unico male che in questo mio sistema è apurtroppo inevitabile, è quello che il bene voluto non vien avvicinato; vi è però di fronte il conforto che tutti possono sapere gli autori degli ostacoli che vi si frappongono. Proseguiamo, amico caro, il nostro genio di promuovere il bene, e non pensiamo al male che altri vogliono darci in cambio."

E in altro suoscritto di data 3 gennaio 1830 così egli dice:

"Conviene distinguere il dire il vero ed il giusto, dal fare. Io sono chiamato a dire la mia opininone ed a dimostrare la verità e la giustizia; e mi stimerei un birbante se dicessi altramente, perchè coloro ai quali tocca il fare vorrebbero ohe altramente si dica."

E questa sua franchezza egli talvolta la spingeva a segno di porre perfino nell' imbarazzo i suoi fautori. Cosi nel marzo 1830 avendo egli pregato un amico di presentare due memoriali, a non [24] so quale ministro, fece quasi cadere in disgrazia l'amico stesso. Non posso trattenermi di riportare l'esordio della lettera colla quale il Rossetti rispondeva all' amico compromesso: "Ho capito tutto" cosi egli scriveva "e mi duole veramente che quei miei due promemoria possano avervi causato un qualche nuvolette su per aulica atmosfera; godo però che il caso vi abbia pòrta occasione di dileguarlo. Se cosi non fosse scrivetemene, e fate che io sappia come vi si possa rimediare per voi, chè già per me non me ne curo. Io ho scritto il vero e per bene, sapendo che il vero ed il bene spiace a molti e da altri non si cura. Ma intanto è bene che sia scritto e saputo da chi ha il dovere di provvedervi."

Dopo avervi dato così, per quanto meglio io lo sapeva, una dipintura di questo grande triestino come uomo, come cittadino, come scrittore, pongo fine al mio dire ed abbandono il carissimo tema.

Prima di farlo però mi permetterò di rivolgere ai triestini che mi ascoltano, una domanda, che già feci a me stesso: Credete voi che un altro comune qualunque, se per avventura avesse avuto la sorte di vedersi nascere nel suo seno un cittadino per cento e cento titoli benemerito, quale si era a mo' d'esempio Domenico Rossetti, si sarebbe accontentato di deporre, a tutta ed a sola sua onoranza, un pallido serto d'olivo sul di lui busto marmoreo, e che fatto ciò, gli avrebbe poi di subito e senza frapporvi indugio di mezzo chiuso in faccia e per sempre la porta del tempio della gloria alla quale aveva incontestabile diritto?

Risponda per me chi vuole... io dirò soltanto, che dopo la morte del Rossetti, l'invidia dei molti prevalse alla carità patria dei pochissimi, per cui lungi dall'onorare tanto cittadino si cercò di porlo in dimenticanza per non dover arrossire nel confronto, dinnanzi alle virtù sue eccelse, si tentò di menomare la sua fama, di distruggere...

Ma bando alle amare parole, ripariamo piuttosto al mal fatto dei nostri genitori ed onoriamo riverenti le memorie di un nomo, di cui Trieste mai ebbe l'eguale e di cui a ragione si disse che fu "di viver pria che di ben far lasso." (10)


Note:

  1. Discorsi mediti del dr. Antonio Lorenzutti. Trieste 1859. Tipografia Pagani.
  2. Zur Mnemosyne des Herrn Joseph Kreil Nachschrift eines Triestine". Triest 1818. Eredi Colletti, pag. 9.
  3. Ivi pag. 8.
  4. Fu veduto e lodato da Antonio Canova nello studio dello scultore Bosa in Venezia. "Bosa gliene presentò il disegno e lo pregò di correggerlo. Canova con amorevolezza ed ingenuità, gli indicò alcune modificazioni e lodò nel resto l'idea, il sentimento e la principiata esecuzione dell'opera. Il nostro monumento può fino dal suo nascere gloriarsi di aver avuto la sanzione di Canova. Bosa n' è consolato ed entusiasmato ed io non lo sono meno di lui." — Cosi il Rossetti in sua lettera di data Valdagno 22 luglio 1829.
  5. Forma ora sezione a parte della civica Biblioteca e fu specialmente in questi ultimi anni arricchita per opera dell'egregio dr. De Fiori attuale bibliotecario.
  6. Il catalogo della Petrarchesca chiuso dal Rossetti li 81 maggio 1842, contava 717 numeri; da allora fino a tutto dicembre 1868, s'accrebbe di 237 e conta quindi in oggi 960 numeri: — quella della Piccolominea coustava li 31 maggio 1842 di 117 numeri, oggi ne ha 159. Il maggiore aumento data dall'ultimo decennio.
  7. Nell'esposizione di Brera dell'anno 1824, la Salvotti poneva in mostra un quadro rappresentante la figura intera di Minerva, che poi donava al Rossetti, e questi poi alla sua volta donava alla nostra Società di Minerva. Ecco come il Rossetti si esprìme in proposito in una sua lettera di data 19 marzo 1835: "Avrete letto nella Biblioteca italiana l'elenco delle pitture esposte nel passato settembre a Brera, ed in esso un articolo di sei quadri espostivi, tra i quali v'era una Minerva. Ora questa Minerva era per me; più, destinata pel nostro povero Gabinetto; più, lodata nella Gazzetta di Milano; più, essa è dipinta da una donna; più, questa donna non conta ancora quattro anni dacchè incominciò a scarabocchiare la prima testa; più, questa principiante non è nè giovinetta nò avanzata, né dipinge per professione; più essa è la figlia di una eccellenza defunta, e quel che più vale per me si é, che questa femminetta é mia nipote. Or che ne dite? Anche dal «sangue Rossetti può nascere un pezzo d'anima pittorica, il che più mi consola che se ne fossero usciti 6 presidenti e 24 consiglieri aulici."
  8. Alludeva e quella che doveva essere coniata in memoria dell'inaugurazione del civico nosocomio; — dessa però fu eseguita più tardi e per cura dell' egregio dr. Lorenzutti.
  9. Allude all'opuscolo che la Società di Minerva intendeva stampare per celebrare la festa secolare del nostro porto franco (1828).
  10. Leggenda impressa in una delle faccio della medaglia che la Società di Minerva faceva coniare in memoria del Rossetti nell' anno 1847.


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Created: Friday, February 05, 2016;  Last Updated: Thursday, March 10, 2016
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