Domenico de Rossetti
Prominent Istrians



Trieste ed i triestini intorno al 1650
DESCRIZIONE ESTRATTA DAL MS. INEDITO DEL VESCOVO TOMMASINI
CON ANNOTAZIONI

Del D.r D.co de Rossetti

[Tratto da Archeografo triestino, 1829, pp. 223-240.]

Giacomo Filippo Tommasini vescovo di Cittanuova nell'Istria, scrisse otto libri = De' Commentarii istorici-geografici dell'Istria = de' quali il sesto libro tratta esclusivamente = Della città di Trieste e sua diocesi =.

Questa sua opera non fu compita, trovandovisi moltissime lcune; nè fu mai pubblicata. Il suo Ms. passò prima al vescovo Francesco Zeno indi ad Apostolo Zeno, e finalmente alla biblioteca di S. Marco a Venezia, ove tuttora esiste nella classe VI de' Mss., ed essendo di due volumi in 4.° porta i numeri CLIX e CLX.

Il Tommasini, che morì vescovo di Cittanuova nell'anno 1654, dando infine di questo sesto libro una serie imperfetta dei vescovi di Trieste, cita per ultimo Antonio Marenzi, di cui dice «1646 fu portato a questa chiesa, ed ora con molta prudenza governa.» Ecco i versi della Farsaglia (lib. VII) cui qui si allude: Euganeo, si vera fides memoraotibus augur Colle sedens. Aponus terris ubi fumiger exit. Atque Autonorei dispergitur unda Tìmavi. Possiamo dunque, senza pericolo di errore, stabilire che la descrizione che egli fa di Trieste si riferisce agli anni 1646 al 1654; quindi propriamente intorno al 1650.

È questa un'epoca della nostra patria, meritevole di qualche considerazione, perchè quella all'incirca dell'ultimo mezzo secolo precedente alla creazione del nostro porto-franco, in conseguenza di cui incominciarono appena le cose ed i costumi a cambiare veramente di aspetto. Non dovrà dunque essere discaro ai miei concittadini di leggere [228] questa relazione quale ce la presenta uno storico contemporaneo, il quale, sebbene non paja troppo fermo nella scienza critica in generale, merita ciò non di meno pienissima fede in tutto ciò, di cui fu testimonio oculare. Io qui la pubblico seguendo in tutto fedelmente il s. marciano, nè mi ci permetto altro cambiamento che quello di praticarvi la moderna ortografia. Vi aggiungerò peraltro alcune annotazioni che potranno giovare ora a chiarire o correggere il testo, ed ora ad illustrare l'ogetto cui si riferiscono. [229]


COMENTARII
DELLA CITTA DI TRIESTE E SUA DIOCESI

Il disegno di questa città fu fatto fare dal sig. conte Benvenuto Palazzi (1), che nei passati anni era capitano di essa; e certo rappresenta esattamente Trieste. Città in vero antica e di molte prerogative degna, sufficiente ella sola a rendere celebre questa provincia, essendo delle sue azioni, così in mare come in terra, molte belle memorie nelle istorie.

Alcuni pensano che fosse chiamata Tergeste quasi per essere stata tre volte riedificata ed adducono i versi del Fazio antico poeta (2):

Vidi Trieste con la sua pendice;
E questo nome udii che gli era detto
Perchè tre volte; ha tratto la radice.

Al che io non voglio opponermi, benchè non legga quando queste tre volte sia stato edificato. Già nella piccola cronica (3), addotta dal sig. Monfurlo, di questo non parla alcuna cosa; ma ben convengo osservare, che si chiamava Trieste anche quando i Romani fecero intendere ai. Triestini, che rendessero obbedienza all'imperio loro. Stavano più lungi dal mare nel Monte Muliano (seguendo essa cronica) quali, negando soggettarsi, come genti alpestri e fiere ributtassero anco le milizie romane colà ascese e non ben pratiche di quei dirupi e balze de' monti. Il che sentito dal senato romano colà mandassero maggiori forze dalle quali [230] spaventati abbandonarono la patria e ai ritirarono più verso la Germania nel luogo ove ora è Lubiana; e dicesi fosse fabbricata, da loro. Reso inabitato Muliano, bramando i Romani che questo posto di nuovo fosse abitato, invitarono i sopradetti Triestini a ritornare, promettendo loro ogni esenzione; ed essi per l'amor della patria volentieri accettarono, fattisi tributarli dei Romani. Quivi furono mandate colonie e vi ebbe sempre l'imperio romano ogni riguardo, onde si legge ne' Commentarli di Cesare al lib. 8, che avendo li Triestini molto patito per una, scorreria de' barbari all'improvviso, ansi quasi oppressi, Cesare mandò la XII legione nella Gallia togata per reprimere l'audacia e conservar le colonie romane, tra le quali era la Triestina annoverata. Dice dunque Cesare: T. Labienum ad se evocat, legionemque XII quae cum eo foerat in hibernis, in togatam Galliam mittit, ad colonias civium Romanorum tuendas: ne quod simile incommodum accideret decursione barbarorum, ac superiore destate Tergestinis accidisset; qui repentino latrocinio atque impeto eorum erant oppressi.

È celebre anco il none di questa città dal golfo che triestino si chiama, qual contiene quel seno del mare dal castel di Duino sin alla punta di Salvore. È una bella e ricca città - e la più insigne delia provincia, la quale gode la sua libertà, quasi picciola republica, riconoscendo però il Sereniss. Arciduca d'Austria per Signore ed a questo ogni anno pagando un piccolo tributo di cento orne di vino. Si governa aristocraticamente. Elegge il consiglio tutti gli officii, e specialmente un magistrato di tre giudici molto riguardevole. Questi eleggono un dottore, ovvero gentiluomo straniero per te cause criminali chiamandolo giudice, del Malefìcio, ed un vicario per le civili; ti quali due soggetti per lo statuto delta città non possono in alcun tempo imparentarsi con alcuno della città e neanco loro è [231] permesso essere compari alli battesimi. Durano un'anno e spesse volte quello del Maleficio vien fatto vicario. Li loro giudici si cambiano ogni quattro mesi. Hanno una bella sala (4) per loro consiglio, la quale tiene molte piccole statue e molte armi con i loro cimieri; il tutto antico: ed affermano essere queste l'armi d'alcuni grandi, che vennero con un imperatore in questa città, ed hanno sotto lettere tedesche. Per 1'aria felice ch' ella gode (5), e per lo traffico che è quivi, è accresciuta sommamente, e fi più di sei in sette mila persone, le quali godono qui con somma quiete le loro entrate e li loro traffichi con poche gabelle.

Ha belli casamenti ed entro adornati; e 1a gente è di bello aspètto. Amano li forestieri ed i virtuosi; sono amorevoli e gentili; molto accostumati; liberalissimi, anzi prodighi nel convitare e banchettare. Non vi è forestiere che voglia fermarvisi il quale non trovi occasione di moglie, èssendo questa città numerosa di questo sesso, e queste sono belle, rosse e bianche, e partecipano del tedesco, anzi per lo più a quella guisa vestono, ed esse donne facilmente ingrassano, e sono feconde ed oneste.

Vi è qui un accademia di virtuosi detti gli Arrischiati che tiene per impresa una nave in alto mare con le vele spiegate e col motto: — Tendit in ardua.

La comunità è molto ricca, e le sue ricchezze consistono in gran copia de' cavedini di sale (6), che al tempo del Manzioli erano 800; ora sono molto accresciuti, fabbricandosene ogni anno de' nuovi, non mancandovi sito e comodo. Spesava un maestro pubblico con buon salario ed un medico; ma dopo che li padri Gesuiti (7) hanno aperto le loro scuole, non conducono più maestro di grammatica, ma solo uno di aritmetica.

Ha un porto capace d'ogni naviglio, ed ha il castello vecchio sovra il monte ove era già tutta la città, ed un [232] altro più a basso per difesa d'esso porto (8). Sbarcano qui continue mercanzie che vengono dal mare, ed altre sono condotte dalla Stiria Carintia ed Austria, e sono queste: ferro, acciajo, legnami, argento vivo, e piombo, che son poi caricate in vascello per la Marca di Romagna e dell'Istria, essendo questa città la scala per la Germania. Sono per tanto qui di ricche famiglie di gentiluomini, ed anco di mercanti, e li più nobili sono li sig. conti Petazzi, li sig. baroni Fin, Marenzi, Francoli, Giuliani che hanno gran privilegi, e specialmente d'esser denominati di Giuliano imperatore. Mi è parso bene qui registrarli nel fine come cosa degna da leggersi.

Vi sono li sig. Marchesetti, Bonomi, Burlo, Bajardi, dell'Argento, Donadoni, Calo, Saurer, Prandi, Picardi, Bottoni, Brigidi, Capuani, ... (9) ed altri molti: tutti arrichiti di molte prerogative dalla Maestà Cesarea dell'Imperatore, alla corte del quale per consueto vanno. Anzi li figliuoli di famiglia contro il voler dei parenti fuggono la patria e vanno a servire varii principi di Germania, e si avanzano negli onori. Sono i loro ingegni assai spiritosi a questo servigio, e di molto splendore alla città,

Ha un duomo posto sovra il monte molto antico e di grandezza, nel quale sono dodici canonici, ed in essi tre dignità; cioè: Decano, Arcidiacono e Scolastico. Nella fabbrica di questo non è di notabile che l'occhio di mezzo fatto con molta maestà. È dedicata la chiesa a S. Giusto protettore della città. Quivi si hanno le reliquie dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, Andrea, Filippo e Giacomo; dei Santi Sebastiano e Stefano; delle Sante Maria Maddalena, Lucia, Orsola, Catarina, col corpo di San Giusto, ed ossa de' Santi di questa città, Zenone, Lazzaro, Servolo e Sergio.

Vi è un monastero di monache, e di nuovo è stata fabbricata la chiesa della B. Vergine del Rosario molto [233] magnifica; e questo specialmente per la facoltà lasciatale dal sig. Antonio Gastaldi. Viene ampliata ogni giorno più dai sig. mercanti Locatelli fatti molto ricchi in questa città; li quali; oltre l'opere di carità verso religiosi poveri, usano sempre di dar a questa chiesa una certa quantità dei guadagni, che appartengono alla assicurazione; dei loro vascelli, quali sovente assicurano a nome della B. Vergine del Rosario.

Vi è anco la chiesa di S. Silvestro, concessa già alcuni anni alli padri Gesuiti, che un monasterio vanno perfezionando molto alla grande, ed introdussero le dette scuole con molto frutto,

Vi è la chiesa di S. Rocco nella piazza; e li dicono una messa a ora terza per quei di essa piazza.

Fuori della città verso il mare sono quattro monasteri l'un dietro l'altro. Il primo de' padri Cappuccini; il secondo dei padri di S. Francesco de' minori conventuali; il terzo de' padri del B. Gio: di Dio, detti Fateben-Fratelli, che attendono all'ospitale; il quarto dei Santi Martiri di S. Benedetto con una bellissima possessione. Ve ne anco un altro dell'ordine de' padri Crociferi, che essendo stato abbandonato da quelli, al presente non ha altro che una chiesuola.

In queste chiese non vi è altro di notabile; e nelle due facciate del duomo vi sono due epitafii, uno a Pio II Sommo Pontefice olim vescovo di questa città, e l'altro a monsignor Rinaldo Scarlichio vescovo passato, li quali aggiungeremo a' loro luoghi parlando dei vescovi.

Vi sono nella città alcune antichità oltre li vestigli del teatro, del quale abbiamo parlalo nel primo libro. Vi è una porta di marmo molto antica, chiamata la porta del re Carlo, la quale è vicina alla fabbrica nuova de' padri Gesuiti. Molti altri marmi con iscrizioni romane erano in questa città, e furono trasportate a Venezia in casa [234] Michieli a San Giovanni Nuovo, le quali daremo in fine dell'opera.

La lingua di questi abitanti è furlana corotta; e vi sono molti che usano la lingua slava, e la tedesca, ma questi non sono quivi naturali. Vi sono ebrei che trafficano i quali portano il cappello (10) nero, onde non si conoscono da i cristiani. Ha buonissimo territorio, e vini grossi, che li cittadini vendono nella loro città molto bene; non lasciando che ne vengano de' forestieri (11). [235]

ANNOTAZIONI

(1) Ilconte Benvenuto Petazzi fu creato capitano della città e castello di Trieste dall'imperatore Ferdinando II nel 1630 e vi rimase fino al 1636. Nel corso dunque di questi sei anni fu fatto il disegno, di cui qui parla 1' autore, dicendo che «rappresenta esattamente Trieste », senza farci intendere se questo disegno e rapprentazione fossero eseguiti in pianta geometrica od in prospettiva, od in altra maniera qualunque, e molto meno se restò in semplice disegno, o se fu anche inciso. Interessantissima cosa sarebbe il poterlo scaturire da qualche parie; ed io non posso che pregare chiunque lo possedesse o ne avesse contezza, di farmene partecipe.

I disegni più antichi ch' io m' abbia, veduto di questa nostra città, sono i seguenti:

  1. La pittura nell'abside della navata principale di S. Giusto; che rappresenta un santo avente in mano un modollo della città di Trieste, opera del secolo XV.
  2. II disegno a penna dell'anno 1694 inserito in una relazione MS. del Sacerdote D. Pietro Rossetti esistente nella civica nostra biblioteca. [236] La pianta della città e del porto, incisa e pubblicata nel 1725 circa. La famiglia de' sig. Costanzi ne possede tuttora la tavola in rame.

(2) Quest' è Fazio degli Uberti il quale nel suo Dittamondo cosi accenna Trieste. Il Tommasini riferisce meno correttamente questi tre versi.

(3) Questa è quella cronichetta apocrifa, che fu pubblicata dal p. Ireneo della Croce nella sua = Historia di Trieste = ove trovasi a p. 42, 43, 44, 45. Che non abbia da farsi alcun conto di quanto vi si narra, è cosa che non abbisogna più d'essere ricordata.

(4) La «bella sala del Consiglio con piccole statue e molte armi col cimiero» è quella del palazzo del comune che allora esisteva, e fu, rifabbricato nel 1690 per l'incendio dell' antico. Non so poi, quali abbiano da essere quell'imperatore e quei grandi seco lui venuti in questa città, dei quali le armi con epigrafi tedesche ( saranno state latine a carattere quadrato) si trovavano pure in quella sala.

(5) La salubrità o felicità dell'aria di Trieste, era celebrata anche in tempi molto più antichi del Tommasini. Già ai 7 di settembre del 1363 il Petrarca ((Ep. Sen. Lib. III ep: 1 verso la fine ) così ne scriveva da Venezia al Boccaccio, invitandolo a venirvi, e soggiungendogli che se temeva meno buona l'aria della laguna «Ibimus hine: erisque tu mihi secessionis, fortasse utilis at profecto delectabilis, auctor et comes. Commigrabimus Justinopolìm ac Tergestum, unde mihi fidelibus litteris votiva temperis nunciatur. Ad postremum boni hoc saltem habiturus est reditus tuus, [237] ut quod jamdudum cogito Timavi fontem vatibus celebrem, multis vero vel doctoribus ignoratum ubi est, non ubi quaeritur; hoc est non patavins in finibus, vestigemus; quem errorem peperit Lucani versiculus (*), quo Apono illum junxit Euganeo: sed in agro potius aquilejensi ubi illum cosmographi certiores locant:

Unde per ora novem vasto cum murmure montis
Il mare praeruptum
, et pelago premit arva sonanti.

Così Virgilio Aeneid. lib.I v. 247.

Da questo passo del Petrarca si desume ch' egli allora avesse corrispondenza con Trieste e Capodistria, e può supporsi che l' avesse co' loro vescovi o podestà. Vescovi erano allora Antonio de' Negri in Trieste, e Lodovico Morosini in Capodistria; ambidue veneziani, come lo erano certamente anche i podestà, sebbene io non ne trovi notati i nomi positivi.

(6) Il sale fu sempre un articolo importante pel commercioodi Trieste, e tale da suscitare querele da parte delle vicine città. A Zaule v' erano i principali stabilimenti, altri minori nel sito oggi occupato dalla città nuova più presso al mare, ed uno sebbene piccolo sulla piazzetta del Campo Marzo.

(7) La compagnia di Gesù si stabilì in Trieste nel 1619. Voltò a suo tempo dare qualche relazione storica circa questo stabilimento, e pubblicare parecchie carle inedite, che vi si riferiscono. [238]

(8) Questo castello «più a basso per difesa del porto» intendasi essere quella batteria che cuopre la darsena, detta Mandracchio, e che tuttora si nomina batteria del porto.

(9) Varj di questi nomi sono nel ms. erroneamente riferiti, Io li ho corretti fino all' ultimo che dice «Lissenidi» , e non so come rettificare. Gradirei molto di potere esibire almeno un saggio storico delle famiglie patrizie triestine ; ma la difficoltà di averne gli elementi ed i documenti necessari, me ne toglie quasi ogni speranza, a meno che i viventi ultimi rampolli di quelle antiche generazioni non sì affrettino di raccoglierli e comunicarmeli. L'uso che ne farò non potrà che ridondare ad onore di loro e degli avi loro.

(10) Merita e ricordo e lode questa circostanza provante io spirito di religiosa tolleranza dei nostri triestini, 'i quali non obbligavano gli israeliti di portare sulla testa quel marchio di convenzionale disprezzo, che allora per questi usavasi quasi generalmente.

(11) Qui segue nel ms. un «Epilogo di alcune azioni de' Triestini » poi il diploma di Federico alla famiglia Giuliani, e finalmente un brevissimo articolo «Del vescovato di Trieste e de' suoi vescovi.» Tutte cose superficialissime che in altro tempo si daranno più estese e digerite. Se non che in questo articoletto dei vescovi, trovo accennata la serie dei ritratti de' vescovi triestini, che allora vedevansi nella sala vescovile. E questa potrà qui riferirsi, onde averne memoria, giacchè nel 1786 furono que' ritratti distrutti, allorchè l'antico vescovato fu convertito in spedale. [239]

Anno [Nome]
680 Gaudenzio.
931 Taurino II.
944 Giovanni.
1032 Adalgero.
1139 Diatimoro.
1172 Bernardo.
1192 Vascaldo.
1208 Enrico Ravizza.
1223 Conrado.
1230... (Bernardo III)
1236 Giovanni II.
1253 Odolrico.
Leonida (Leonardo).
Arlongo.
1255 Guatocrio (Guarnerio).
1282 Ulvino.
1287 Brissa da Toppo.
1304 Enrico II.
1305 Rodolfo Morandino o Pedrazzani.
1320 Giorgio vescovo di Feltre amministratore.
1327 Fra Guglielmo.
1331 Fra Pace da Vedano.
1342 Francesco Amerino.
1347 Ludovico della Torre.
1350 Antonio Negri.
1368 Fra Angelo da Chiozza.
1390 Enrico III de Vildestein.
1396 Fra Simone Saltarelli.
1408 Giovanni.
1409 Fra Giovanni de Carturis.
1417 Fra Giacomo Bellardi.
1424 Marino Coronini d'Arbe.
1441 Nicolò Aldegardi.
1447 Enea Silvio Piccolomini. [240]
1451 Lodovico della Torre.
1451 Antonio Sago (Goppo).
1487 Acacio di Sebriach.
1502 Pietro Bonomo.
1549 Francesco Rizano.
1549 Antonio Xanquez Castilegìo.
1560 Giovanni Bertis.
1572 Andrea Rapicio.
Giacinto Frangipane.
Nicolò Coret.
1591 Giovanni Bagarino.
1621 Rainaldo Scarlichio.
1631 Pompeo Coronini.
1646 Antonio Marenzi.

(*): Ecco i versi della Farsaglia (lib. VII) cui qui si allude:

Euganeo, si vera fides memoraotibus augur
Colle sedens. Aponus terris ubi fumiger exit.
Atque Autonorei dispergitur unda Tìmavi.

Main Menu


This page compliments of Marisa Ciceran

Created: Tuesday, December 14, 2010. Last Updated: Tuesday, August 02, 2011
Copyright © 1998 IstriaNet.org, USA