Carlo De Franceschi
Istriani Illustri


L'ISTRIA

ALLA GIOVENTU' DELL'ISTRIA 
QUESTE NOTE STORICHE AFFETTUOSAMENTE DEDICA L'AUTORE CARLO DE FRANCESCHI NEL 1879

Note Storiche

Infelici condizioni dell'Istria in conseguenza delle guerre e delle pestilenze

Colla pace di Madrid si chiude il periodo delle guerre nella storia dell'Istria, che sino giorni nostri non avrà  più a registrarne. Intorno allo stesso tempo terminò pure la lunga serie delle pesti che travagliarono la nostra provincia, essendo stata l'ultima quella che infierì nel 1630-31, descritta per Milano maestrevolmente da Alessandro Manzoni.

Prescindendo dalle vicende politiche che esercitano grandissima influenza sulle sorti dei paesi, - le molte repentine invasioni di orde barbare, le guerre e le pesti si furono le precipue cause che 1'Istria dalla floridissima prosperità, cui aveva raggiunto durante la lunga dominazione romana, e conservata puranco sotto l'italico regno dei Goti, venisse poi gradatamente decadendo nelle sue economiche condizioni, ed a più riprese si trovasse siffattamente diradata la sua popolazione, da dover ricorrere ad altri paesi per ripristinarla, specialmente nelle aperte campagne che più erano rimaste scarseggianti ed in alcune contrade pressoché del tutto deserte di abitatori.

Le incursioni passeggiere, e le guerre regolari combattute in Istria, le furono in ogni tempo funestissime. Imperocché essendo essa rinchiusa in breve ambito da aspre montagne e dal mare, e separata pronunciatamente dalle altre provincie contermini, le incursioni sia da parte di terra che dal mare riescivano più facilmente improvvise ed inopinate; sicché non rimaneva sufficiente tempo ad apparecchiarsi alle difese. Inoltre la poco numerosa popolazione di piccola provincia non valeva a resistere eternamente a grosse masse d'irrompenti nemici, che collo sproporzionato numero aggiunto ad impetuoso furore, superavano i luoghi murati meno forti, ad onta del disperato valore degli abitanti, e facilmente poi sgominavano quelli delle aperte campagne. Ciò non pertanto è certo che quelli eccidi totali, o quasi, di popolo sofferti da altre provincie, in Istria non ebbero luogo; mentre, quando le incursioni avvenivano per terra, molti abitanti del paese interno, oltreché nei boschi e burroni dei territori montuosi, trovavano rifugio nelle città marittime da antico murate, e pressoché tutte poste in isola o penisola, e quindi facilmente difendibili, per ritornare dopo cessata l'irruzione ai patrii distrutti focolari. Nelle incursioni marittime poi che ordinariamente limitavansi alle spiaggie, ne si facevano con grandi masse, la popolazione non atta o non disposta a combattere, riparava nelle parti interne. Inoltre e a ritenersi che molti fuggissero per mare sui lidi opposti d'Italia, in Grecia e Dalmazia.1

Ma eziandio successivamente le guerre regolari seguite senza interruzione durante il dominio patriarchino (1208-1421) tra veneti e patriarchi, genovesi, conti d'Istria, rè d'Ungheria, arciduchi d'Austria; poi (1508-1523) tra Venezia ed Austria e suoi alleati; indi quella per gli uscocchi (1612-1617), furono rovinosissime per la provincia, perché divisa nel suo ristretto perimetro fra tre potentati, e combattendosi le guerre non soltanto fra soldati, ma ben anche fra popolazioni, queste trovavansi sempre ostilmente di fronte, alle rapine, le devastazioni, le uccisioni erano frequentissime; e quasi direi giornaliere.

La rovina economica, e la diminuzione degli abitanti che necessariamente ne derivavano, furono oltremodo accresciute dalle frequenti pestilenze che per secoli infestarono la nostra provincia. Enumereremo quelle che ci sono note dal 10° secolo in poi, indicando in nota le fonti da cui le abbiamo tratte:

Esse seguirono negli anni 954, 958, 1006 2, 1248, 1330, 1343 3, 1347-48 4, 1360-61, 1449 5, 1456-57, 1467 6, 1468, 1477 7, 1478 8, 1479, 1497 9, 1510 10, 1511 11, 1527 12, 1543 13, 1553 14, 1554-55 15, 1557 16, 1573 17, 1577 18, 1600 19, 1601 20, 1630-31 21

Ma non potrebbesi dubitare che tra il 1006 ed il 1248, e tra quest'anno ed il 1330 altre pesti ancora penetrassero nella nostra provincia, specialmente da Venezia, colla quale essa aveva sin dai primi secoli della di lei crescente prosperità continui e vivissimi rapporti di traffico e legami politici, come lo mostra tra l'altro ad evidenza il trattato di pace del 933 tra Vintero marchese d'Istria ed i veneziani (V. Capit. XVI). Questi nei loro commerci col Levante trasportavano assai frequentemente la peste nella capitale, da dove poi si diffondeva nei luoghi e paesi circostanti. Prendendo a guida il Kandler troviamo che Venezia fu travagliata da pesti negli anni 954, 958, 1007, 1010, 1080, 1102, 1118, 1137, 1149, 1153, 1157, 1165, 1177, 1182, 1205, 1217, 1248, 1263, 1281, 1293, 1301, 1307, 1343, 1347, 1348, 1350-51, 1359, 1393, 1413, 1421, 1423, 1456, 1468, 1478, 1483, 1498, 1503, 1506, 1513, 1527, 1536, 1556, 1575. Parecchie di queste coincidono con quelle dell'Istria in modo, che se ne scorge il legame.

Non in tutti i luoghi della provincia le pesti menarono stragi eguali; sia che ciò dipendesse da casuali circostanze, o da maggiore o minore energia e saggezza di provvedimenti per impedire l'invasione e la diffusione del contagio, o da particolari condizioni locali e climatiche; certo è che mentre Pirano, Rovigno, Isola e Muggia, e nell'interno Buje, Montona, Pinguente ed altri castelli ne furono meno travagliati, Pola, Parenzo, Cittanova, Umago e Capodistria ne risentirono più orribilmente gli effetti.

Pirano (lat. Piranum), circa 1650.

 

Inoltre, dal principio del 1500 al 1700 e più tardi, la costa dalla Punta di Salvore a quella di Promontore venne in fama d'avere l'aria micidiale, in guisa che quelle città venivano dai forastieri fuggite, e chi era costretto di toccarle per ufficio od affari, vi si allontanava più presto che potesse. Questa creduta naturale insalubrità dell'aria derivava dalle case dopo le pesti cadenti in rovina per la morte dei proprietarì, o per l'abbandono in cui essi le lasciavano, e altrove trasportandosi; mentre la scarsa popolazione rimastavi, viveva immiserita ed avvilita in mezzo alle macerie, fra cui crescevano lussureggianti le male erbe; e non curando la nettezza delle contrade e delle abitazioni, respirava un'aria pregna di miasmi, e gli abitanti privi di medici e di farmacie soggiacevano alle febbri, che dopo averli resi spettri ambulanti, lentamente li spingevano nella tomba, o in forma di perniciose li uccidevano in pochi giorni.

Non furono adunque le sole pesti che a quei tempi distrussero gran parte della popolazione, ma forse più le infauste condizioni igieniche locali da esse derivate, poiché mentre le prime erano passeggiere, queste durarono lungamente.

Pola che sino al 1300 circa s'era conservato il primo rango fra le città istriane per la sua posizione, pel grande sicuro porto, per popolazione, ampiezza e fertilità del territorio, maggiore di quello di ogni altra città, poiché come fu già osservato oltre alcuni castelli numerava 72 ville, sofferse più delle altre città per le fiere pesti del 1348,22 1360-61, e 1371, mentre contemporaneamente fu bersagliata dai saccheggi datile dai genovesi negli anni 1328, 1351 ed in quello del 1379, accompagnati da uccisioni ed incendi, ed in cui perdette i suoi archivi, e molti oggetti preziosi trasportati a Genova, tra cui la bellissima porta di bronzo della cattedrale; sicché la popolazione fu in buona parte distrutta, e la città da quel tempo decadendo, i magnifici suoi monumenti e le sontuose abbazie incominciarono a rovinare.23

Pola vista dal mare (dallo Stuart)

Pola ed il suo territorio, narra il provveditore in Istria Marni Malipiero, fiorirono per molti anni anche sotto il  dominio veneto, e fu città lungamente celebre e mercantile. Ogni muda di galee grosse che usciva da Venezia, faceva scalo «per tre giorni a Pola tanto nell'andata che nel ritorno. Declinò in conseguenza della peste del 1527, crudelissima peste che ridusse la provincia tutta in estrema calamità. Ora Pola manca di abitatori, la maggior parte delle case sono cadute» o cadenti, ed il paese è tutto orrido ed inculto.

L'ultima peste del 1631 segna l'epoca d'una ancor maggiore dejezione. Sebbene la città fosse stata ripopolata con famiglie cipriotte (dell'isola di Cipro), dopo la peste non contava che 300 abitanti. Risulta dalla relazione del Provveditore in Istria Vincenzo Bragadin 26 Aprile 1638, quindi sette anni più tardi, che la città di Pola era ridotta allora a sole tre famiglie di cittadini, cioè dei Capitani, Pelizza e Contin, che tutte le altre sono in poco numero, in povertà costituite, della  nazion Cipriotta, solita in gran numero abitarvi, sono in parte morti, e parte abbandonarono il paese, talché in tempo dell'estate, quando la stagione e l'aria è più pericolosa, tutti si ritirano nelle ville vicine, ed ivi dimorano, si può dire ìl tutto ottobre; onde se per tal pauroso estremo e per la rarità delle genti che rimangono non praticasse per la città qualche soldato di Fortezza, non si vedria altro che le case da per n tutto distrutte, e li avanzi deplorabili dell'andate memorie, e quando non sia applicato rimedio, i mali sempre più andranno crescendo con total diminuzione e sterminio del resto.

I. Istria veneta settentrionale; II. Istria veneta occidentale; III. Quieto; IV. Pinguentino; V. Albonese e VI. Contea di Pisino.

Dei nuovi abitanti alcuni vendono, contro diritto, le investiture avute di beni, altri li affittano, e partono, ritornando soltanto per riscuotere gli affitti. Non vi è a Pota ne medico ne chirurgo ne farmacista, convien ricorrere, purché il tempo lo permetta, a Rovigno. A sollievo della infelice città egli proponeva al governo, come avevano fatto in precedenza altri provveditori:

  1. istituzione di forni a Pola per fabbricar biscotti, ed i relativi magazzini pel bisogno delle galere e barche armate;

  2. che i condannati per delitti siano tenuti a ristaurare le case a ciò abili, e che colà vengano relegati i delinquenti.

Collo spopolamento e dejezione di Pola incominciò e progredì di pari passo l'abbandono e la rovina degli splendidi monumenti architettonici, ond'essa era ricca e celebrata. Per ristaurare le mura tante volte diroccate nei diversi assalti e prese della città, si dava mano alle massiccie pietre delle antiche fabbriche; di tal guisa i gradini ed altri massi della parte interna dell'anfiteatro, e dello stupendo teatro scomparvero; il teatro stesso durato, se anche ogni dì più rovinoso, sino a tutto il 1500, e di cui il celebre architetto Serlio diede il disegno e la descrizione, venne poi completamente distrutto prima da un'uragano e poi nel 1630 dall'ingegnere De Ville per fabbricare colle sue pietre la fortezza del castello.

Specialmente per la peste del 1630-31 cessarono nell'Istria molti conventi, e così pure i capitoli delle chiese di Sissano, Memorano e Medolino nell'agro polense; nella città poi lentamente finirono di esistere la sontuosa abbazia di S. Maria Formosa o del Canneto eretta nel 500 da S. Massimiano di Vistro, poi divenuto arcivescovo di Ravenna, e quelle di S. Michele in Monte e S. Andrea dello Scoglio colle insigni loro bizantine basiliche, ricchissime di colonne, marmi e mosaici di squisito lavoro; crollarono le belle chiese di S. Stefano, di S. Giovanni e Felicita ecc. Dalla chiesa di S. Maria Formosa furono asportate 4 colonne diafano di alabastro orientale, che oggi adornano l'altare del Sacramento dietro il maggiore della Basilica di S. Marco in Venezia, e l'antichissima pila d'acqua lustrale che in quella chiesa si conserva.

Nel 1545 veniva spedito dalla Repubblica veneta a Pola il Sansovino, per levare le 18 colonne di marmo greco della stessa abbazia; e ritornatevi l'anno seguente, asportò altre colonne e marmi, che furono impiegati nella chiesa di S. Marco e nel palazzo ducale.

Nella succitata relazione del provveditore Vincenzo Bragadin del 1638 si legge: 

«Quattordici colonne di marmo greco ritrovate fuori della città di Pola in una chiesa antica già precipitata ed abbandonata, sepolte fra quelle cadute rovine, e per parte ancora incalcinate nel muro furono conforme alle avute Ducali preservate por l'impiego della Madonna votiva «della Salute (in Venezia)

Fu già altrove osservato, che le 4 grandi colonne presso l'altar maggiore dell'or nominato tempio derivano dalle rovine del teatro di Pola.

In fine dall'Istria, probabilmente da Pola, vennero le bellissime colonne di marmo africano che sorgono sul pianerottolo della vecchia libreria, ora palazzo reale. Il magnifico palazzo medioevale in cui risiedevano i conti veneti di Pola, era divenuto inabitabile al tempo del Bragadin, il quale osservava che ogni giorno va precipitando maggiormente, e se a lungo si differirà di ristaurarlo caderà in tutto a terra. Ciò avvenne difatti nel 1651.

In questi desolati tempi e ad onta che nel 1458 il comune di Pola vietasse la vendita ed asporto di pietre dei pubblici monumenti, scomparvero gradatamcnte i copiosi mausolei e sarcofaghi, che ancora Dante 24 vide fiancheggiare le strade che dalle porte della città conducevano in provincia, specialmente quella che usciva dalla Porta aurata, le pietre riquadrate delle rive, dei bracci o dighe dei porti artificiali e dei moli; delle antiche ville e palazzi vicini al mare; poiché spopolatasi in gran parte quasi affatto la costa, chiunque volesse veniva a prenderne le pietre, ormai per gli indigeni (nativi) senza valore, e che con le barelle facilmente trasportavansi a Venezia, o in altri luoghi dove se ne aveva bisogno. Da Salvore a Promontore la spiaggia dell'Istria era divenuta una cava, che offriva a chi volesse approfittarne gratuitamente pietre preparate, colonne, capitelli, marmi, statue, oggetti archeologici d'ogni sorta. E giacchè mi cadde detto di statue, osserverò che tre bellissime di marmo, le quali adornavano la riva di Pola, nel 1568 furono donate dai cittadini al capitanio della città, Giustiniano Badoer, in segno di benemerenza.

Parecchie nobili ed antiche famiglie aveva Pola ancora alla fine del 1500, tra cui nobilissima quella dei Barbo provenuta da Venezia, di cui fu rampollo papa Paolo II, i Tattari, i Benintendi, i Capitani, i Bonassi, i Galli, i Conti, i Condulmieri; molte famiglie antiche erano già allora estinte, altre eransi trasportate altrove, come in Albona i Lupatini, gli Scampicchio, che a quel tempo esistevano facoltosissimi anche in Montona, i Notagi, i Galli, i Cacci, i Loschi, i Zeni, i Gambari, i Bacchi. Più recenti vivevano allora a Pola le nobili famiglie Locatelli, Dragoni (o Dragonetti), Sargo, Albini, Roberti, Cassinati, Barbabianca, Bolis, Marini, Franceschi (venuti da Capodistria), Forlani, Sozomeno (cipriotti); famiglie che successivamente, e specialmente dopo la peste del 1631, o andarono estinte, o fissarono altrove il loro domicilio.

Questa peste aveva ridotto, come sopra fu detto, a sole 300 persone la popolazione della città; dodici anni dopo essa arriva a 347, poi meglio si mosse: nel 1661 ne aveva 533, nel 1682: 696; nel 1731: 800; nel 1779: 875; nel 1799: 753; nel 1809: 696; nel 1819: 957; nel 1828: 1010; nel 1814: 1148, oggidì Pola conta oltre 18000 abitanti.

Tanto era caduta in basso questa illustre città, che fu l'ultima di tutte a rilevarsi. Noi viventi la viddimo ancora mestamente accasciata in breve ambito, e respirante sotto un fulgido cielo aria febbrile, - e gioiamo ora del repentino suo risorgimento, che la rese la più popolosa e bella città istriana.

[Parenzo]

Tra i luoghi che maggiormente patirono desolazione ci fu Parenzo. Non appena la città incominciava a rimettersi dai gravissimi danni, che nel 1354 le cagionarono i genovesi con stragi, saccheggi ed incendi, sopravvenne nel 1360 la notoria terribile peste, di cui conservasi memoria nella seguente iscrizione esistente nella Cattedrale a fianco dell'altare dei ss. martiri Projetto ed Acolito:

MCCCLXI die XVIII Novembris. Inventa fuerunt B. Corpora SS. Martyrum Projecti ed Acoliti, in alteri S. Anastasiae Ecclesiae Purentinae temporibus S. S. D. Innocenfii Papae VI, et Reverendiss. D. Fratris Joannis Episcopi Parentini, atque Nobilis et Potentis D. Nicolai Alberti Honorandi Potetatis Parentii. Post quam inventionem Sanctorum, Pestis, et Mortalitas, quae undique imminebat totaliter in civitate Parentina cessarit.

Erasi Parenzo ristorata dei patiti danni, quando nel secolo seguente ritornarono a flagellarla le pesti. Quella del 1456 si sparse per tutta la provincia; e come da essa e dalle susseguenti penetrate in Istria negli anni 1467, 1478 e 1485 ne venisse desolata questa città, lo indica il Vergottini. In quella del 1467, che infierì particolarmente a Rovigno, moriva a Trieste un quinto degli abitanti.

Al principio del 1500 la popolazione di Parenzo, che in addietro contava oltre 3000 anime, come pure quella del suo territorio, si trovò di molto scemata. Le pesti che invasero la provincia in quel secolo, e poi l'ultima del 1630 andarono gradatamente stremando la città in guisa, che nel 1580 contava 698 persone, nel 1601 circa 300, nel 1646 appena 100, e più tardi fu ridotta persino a soli 36 abitanti.

II vescovo Tommasini parlando di Parenzo così si esprime:

«II palazzo del rettore è sopra il molo, ed è assai rovinato. Questo rettore o podestà come si legge nello statuto soleva condur seco un vicario per giudicare le cause civili e criminali, per la copia di popolo che vi era. Ha delle belle contrade con fabbriche spesse fabbricate di pietra viva, ed intagliate eccellentemente, il che da indizio della ricchezza dei suoi antichi abitatori. Ora giacciono queste cadute o cadenti, e affatto prive di gente con orrore a chi entra in essa città, le cui pompe son chiuse dentro le numerose sepolture che si veggono davanti la cattedrale, in S. Francesco ed altre chiese, ammonizione al nostro secolo del flagello dell'ira divina caduta sopra questo popolo, che contumace al suo vescovo, a lui ed alla sua chiesa negando il suo diritto, l'obbligò ad escomunicarlo, ed indi poi come da Dio maledetto per esempio ad altri se ne andò a poco a poco distruggendo, così che al dì d'oggi di tremila e più abitatori ch'erano, non ne sono appena cento

Parenzo rispecchio del mareIl giorno terzo di Marzo 1646 fui a vedere questa città, la quale fa spavento a chi vi entra. Si vedono le belle fabbriche di una canonica che maggiormente non vi poteva essere, standovi in essa dodici canonici ed altri chierici, ed ora anche questa è rovinata, e con due soli canonici poveri che appena hanno entrate per vivere, negando i nuovi abitanti di pagare le dovute decime.

Un sì squallido stato, osserva il Vergottini, partorì l'effetto, che fossero avvocate in sen pubblico la maggior parte delle case inabitate, e dei terreni incolti resi boschivi, osservandosene tuttogiorno sopra le porte di molte civiche abitazioni le sovrane numeriche marche, quei contrassegni funesti del tragico successo; essendo stato a ricordo anche dei vecchiardi dei primi di questo secolo (1700) essere state persino a giorni suoi la piazza e le strade coperte di folta erba, spesso raccontando che qualche giovinetto vi si portasse ad uccellare; le fabbriche poi di absinzì, sambuchi, edere e cicute coperte, come no curre oggidì l'universal tradizione. Si rileva pure da registri del consiglio, che fino nell'anno 1665 non si poteva ritrovar sufficiente numero di letti per uso della prima carica eccellentissima di Capodistria, che principiava anche costà portarsi in visita dopo molto tempo.

I bei tempi romani di Marte e Nettuno che sorgevano sull'antico Foro, ora detto piazza di Marafor, vennero verosimilmente rovinati negli assalti dati alla città dai genovesi, anche siccome più esposti all'attacco, trovandosi presso il mare all'imboccatura del porto. Le pietre dei medesimi che giacevano sparse in Marafor, furono, impiegate sotto il reggimento del podestà Marco Lion (1507) nel ristauro della riva e del molo della città. Restano però i basamenti, pezzi di cornicioni e di colonne, a testimonio dell'ampiezza e bella architettura di questi monumenti, e dura in parte l'originario selciato del Foro.

Che il governo veneto si prestasse a sollevare la desolata città col far l'istaurare le case rovinate o cadenti a sé avvocate, assegnandole poi a nuovi abitanti, lo si scorge dalla relazione 21 Agosto 1676 dell'avvogador Bernardino Michiel, spedito a visitare l'Istria, là dove parlando di Parenzo dice: - Si faciliterebbe inoltre la popolatione della città stessa, quando Vostra Serenità facesse almeno coprire venti case per hora, il che non sarebbe di molta spesa, mentre vi sariano novi habitanti se vi fossero ricoveri. 

Durante la guerra per la successione spagnuola (1701) la Repubblica teneva a Parenzo una flottiglia a presidio dell'Istria; locchè contribuì a rilevare lo stato della città, la quale si veniva ripopolando con famiglie civili, artigiane e marittime da vari luoghi dell'Istria e dalle altre provincie italiane, nonché della Grecia ed Albania, e crebbe così che alla caduta della Repubblica essa contava 2000 abitanti, oggidì aumentatisi a più che 3000. 

[Cittanova] 

A miserande condizioni trovavasi a quei tempi, e per le stesse cause, ridotta pure Cittanova col suo territorio. Il vescovo Tommasini scrivendo intorno al 1650 narra: «Essere il territorio di Cittanova assai fertile, nel quale si enumeravano diverse ville ove ora sono campagne e sterpi, tra i quali la contrada Mareda di' era villa, e si legge un istrumento in vescovato di un tal Suppano di Mareda, e dall'istrumento dei beni episcopali si vede come tutto il territorio era abitato, e vi erano tugurì, vie, alberghi dei pastori, e contadini del vescovo con vigne diverse, che adesso sono tutte distrutte.

Cittanova (David Meisner, 1638)

Considerata la città con li borghi già caduti e disfatti sino dai fondamenti, e massim e quelli che erano fuori della città nella riviera di S. Antonio e di S. Lucia, ove cavandosi ancora si ritrovano pietre e tavellato che argomenta essere stati ivi alberghi di qualche considerazione, mostra essere stata una città di 1400 anime distrutta a poco a poco dall'aria insalubre, che quivi non men che a Parenzo ed Umago vien chiamata la più pestifera e mortale. 

Di cento case di cittadini e duecento di plebei ormai sono ridotte a sei ovvero sette di quelli, e venticinque degli altri. Le famiglie di cittadini sono: Busini, due dei Rigo, Oichio-grosso, Soleti e Pantatera. (Di tutte queste famiglie, poi estinte, non resta che quella dei conti Rigo.) In dodici anni che io qui dimoro sono mancate trenta e più case. Qui si vede con quanta difficoltà si allevano i fanciulli, e quanto poco vi vivano le donne, come complessioni più gentili. Qui si vedono con volti macilenti esser le persone, e le creature con ventri gonfi camminare cadaveri spiranti. Vi sono sempre ammalati, ed a questi per consueto non vi è alcun sollievo, non essendovi nè medici ne medicine, ne chirurgici, o speziali - benché la comunità è assai ricca. 

La peste del 1630 portata dai marinari veneti ha fatto grandi stragi a S. Lorenzo in Daila ed a Verteneglio, ridotti in quest'ultimo luogo gli abitanti alla metà. Sopra S. Floriano nel comune di Grisignana si vedono le vestigia di una villa di nuovi abitanti che si chiamava la Villa amorosa, già quaranta anni in essere, ed ora non ha neppure un abitante.

In data 31 Maggio 1678 fu presa parte del consiglio di Cittanova: che attrovandosi quasi spoglia la città di cittadini ed abitanti, per l'insalubrità dell'aria, ridotte in casali quasi tutte le abitazioni, e per conseguenza non abitata la campagna, abbiasi a ricorrere a piedi del Principe perché faccia per pubblica pietà ristorare almeno cento case, ed ivi spedisca cento famiglie ad abitarle sciolte dal Trevisano, Visentino e Bassanese, promettendo essi Cittadini e Possidenti di assegnare ai medesimi nuovi abitanti le loro campagne in colonia, sempre che somministri il Principe a detti nuovi Abitanti qualche caritatevole imprestanza di denaro per potersi sostenere almeno un'anno, e ciò a fine di veder la città nuovamente popolata, ed il Territorio coltivato.

[Umago e Capodistria]

Anche Umago, secondo il Tommasini, dopo essere stata abbruciata dai Genovesi nel 1370, e per altre calamità e l'aria insalubre, era ai suoi tempi assai disabitata, mostrando la sua miseria al pari di Cittanova, Parenzo e Pola. Capodistria fu una delle città più travagliate dalle pesti nel 1500 e 1600. Se si deve prestar fede al podestà e capitanio Nicolo Donado, essa nei tempi addietro contava ordinariamente da 10 a 12000 abitanti. Quantunque nel 1527 avesse, come l'intera provincia, molto sofferto dalla peste, pure nel 1533 contava 7 in 8000 anime, e poco meno nel suo territorio, nel 1548 circa 10000, ed intorno a 9000 nel 1552.

Però l'anno seguente 1553 fu fatalissimo alla città per la introdottasi peste, che ridusse la popolazione a 2300 persone. Questa peste non ostante gli espurghi praticati; scoppiò nuovamente d'improvviso nel 1573 per una fune infetta rimasta occulta dietro una cassa, e si diffuse anche in altri luoghi della provincia.

Castello Leone, Capodistria. 
 

Nel 1579 Capodistria aveva 3500 abitanti, e nel 1581 ne contava 4252, ed il suo territorio 6577; nel 1584, 3921, e nel territorio 5494. La popolazione nel 1596 s'era elevata in città a 5000 anime , invece nel 1601 era di sole 4300 anime, di 8000 nel territorio. Il numero degli abitanti poi s'accrebbe, ma la peste del 1630 - 31 ne uccise due terzi, sicché furono ridotti a soli 1800 circa. Essa avvenne sotto il podestà - capitanio Alvise Cabrici, a cui, penetrata in palazzo, tolse due famigliari, mentre estinse affatto la famiglia del suo Cancelliere. Tre volte s'insinuò nel'abitazione del provveditore in Istria, Nicolo Surian, uccidendogli tre persone di servizio; e ne perirono pure nelle famiglie del suo seguito. Nel territorio morirono 3000 persone. La peste menò strage a Muggia, Verteneglio e Fasana.

Quando scriveva il Tommasini (1650) la città era cresciuta a circa 4500 anime 25, nel 1709 a 4630, nel 1781 a 5200; nel 1787 ne aveva 5075, nel 1846, 6800, e nel 1870, 7008. Ai tempi or descritti di desolazione di Pola, Parenzo, Cittanova, Umago e Capodistria, in migliori condizioni per numero di popolo si trovavano: Muggia, che giusta il Tommasini era piena d'abitanti, Isola che ne aveva 2000, Pirano che era tra le più grosse terre dell'Istria, Rovigno con 4000 abitanti, e nell'interno, Dignano con 3000, Valle con 1200, Buje, Montona ecc., le quali rispetto ai tempi erano discretamente popolate.

[San Lorenzo e Due Castelli]

Sembra che per gli attivati provvedimenti questi ed altri luoghi andassero esenti dalla pestilenza del 1630-31, o che almeno non ne risentissero gravissimi danni. Notizie più precise di questa e delle anteriori pesti ci avrebbero forniti gli archivi municipali, se sgraziatamente quasi dèl tutto non fossero stati distrutti. Fra i castelli maggiormente decaduti si contavano già allora quelli di Memorano, S. Lorenzo del Pasenatico e Due Castelli.

II castello di S. Lorenzo, narra il Tommasini, è circondato da grosse mura con spessi bastioni all'antica, forti con batterie da mano, con borghi che lo circondano di giro poco men d'un quarto di miglio. Già soleva esser ricetto a più di duecento famiglie, ora da un secolo o meno in qua, non si sa per qual mala costellazione fatta l'aria insalubre, non tiene quaranta fuochi, e le persone sono di cattivo colore. Gli abitanti sono distinti in cittadini che parlano all'italiana, - ed i popolani che parlano slavo, e vestono di panni di lana dell'istesso paese.

Il castello andò anche in seguito deperendo, i borghi scomparvero, le case del castello a poco a poco ruiarono. Nel 1833 io scrittore trovai nel medesimo sole sei famiglie; in presente il loro numero s'è di molto accresciuto, ed è in continuo aumento.

Memorano un tempo forte castello ed importante, al cui governo veniva mandato un nobile del consiglio di Pola, e che già nel 1600 era povero di popolo, trovasi ora pressoché disabitato.

Due Castelli, posto in forte posizione sopra il vallone della Draga, era luogo di rilievo in mano dei Patriarchi di fronte al limitrofo gagliardo castello di S. Lorenzo posseduto dai veneti, ed entrambi reggevansi municipalmente con proprio statuto. Questo castello, le cui case oltre la vetta del colle ne ricoprivano anche i fianchi sino alla valle, rovinato ed arso nell'ultima guerra tra Venezia e Genova, risorse in appresso; - sicché contava 200 famiglie, ma dopo l'assalto dategli dagli austriaci nel 1610, che ne distrussero le borgate, e poi per la peste del 1630, e la malaria, andò precipitosamente perdendo i suoi abitanti, in guisa che ai tempi del Tommasini vi dimoravano sole tre povere famiglie, essendosi ritirate le altre nelle ville circostanti d'aria più salubre. Ora il luogo presenta un'interessante complesso di rovine di mura, torri, bastioni, case e chiese, emergendo sovra tutte in alto le rudera dell'antica bizantina chiesa collegiata di S. Sofia.

Secondo la relazione del podestà capitanio di Capodistria Nicolo Donado del 1580, l'Istria veneta, che in addietro non contava più di 50,000 abitanti, ne aveva allora 70,000. Nell'anagrafe fatta eseguire dal governo nell'anno 1649 non vi si trovarono che 49,332 anime, ma negli anni 1651 e 1652 successero carestie ed infermità, per cui questo numero scemò di molto. Giusta la numerazione fatta nel 1765 l'Istria veneta aveva 84,000 abitanti, i quali nel 1780 arrivarono a 90,000. L'Istria ex veneta nel 1806 contava 89,000 anime, nel 1816 103,000 e nel 1870 152,000.

[Trasporti di nuove genti, avvenuti in diversi tempi per ripopolare l'Istria]

[Trasporti di nuove genti, avvenuti in diversi tempi per ripopolare quelle ontrade dell'Istria che le irruzioni di orde barbare, le guerre e le pesti avevano disertato di abitatori.]

La storia dei ripopolamenti in varie epoche dovuti attivarsi in Istria in conseguenza delle stragi che vi portarono le frequenti incursioni e atroci guerre, e le spesso ricorrenti pestilenze ed epidemie, ed i quali cangiarono in gran parte le condizioni etnologiche, di linguaggio e di civiltà nella nostra provincia, è tuttogiorno riguardo ai tempi più remoti coperta di velo; - soltanto dal 1500, o poco prima, in poi è stabilita da dati positivi e chiari. Ma riandando con attenzione il corso degli avvenimenti che abbiamo tracciati in queste Note storiche, si potrà mediante ragionevoli induzioni giungere a determinare con molta probabilità le epoche di trasferimenti di novelli coloni, anche nei secoli più da noi lontani. 

 
Il Placito del Risano, anno 804 (originale a Venezia).

Che dopo le passeggiere ma sterminatrici irruzioni dei Longobardi, Avari e Slavi nei secoli 6°, 7° ed 8° la popolazione indigena dell'Istria non fosse giunta, allorquando Carlomagno conquistò la provincia (789), colle proprie forze a riprodursi quanto lo richiedeva l'agricoltura, si scorge da ciò, che giusta il Placito dell'804, glì Istriani tenevano a servizio delle proprie campagne dei forastieri (advenas homines), e che v'erano delle contrade deserte, sulle quali il duca Giovanni proponeva di collocare quegli Slavi, che aveva trasportato in provincia ed assegnato loro qua e là terreni tolti ai comuni ed alle chiese, sollevando con ciò altissime doglianze da parte degli Istriani, i quali oltre alla spogliazione della loro proprietà, erano fatti bersaglio alla rapacità di quella barbara ed ancora pagana gente, di cui il Duca servivasi per istabilire il nuovo sistema baronale, di fronte alle opposizioni dei provinciali26 .

Era stato  ritenuto nel Placito che questi slavi venissero espulsi dai luoghi dove facevano danni agli indigeni, oppure se ciò a questi piacesse (si vobis placet, diceva il Duca), fossero invece traslocati nei luoghi deserti; ma giacché ciò dipendeva dalla volontà degli Istriani, è ben naturale che essi li volessero del tutto allontanati, onde liberarsi per sempre di questi ospiti malevisi e pericolosi. E tanto più ciò è a ritenersi, in quantochè l'introduzione del sistema feudale in Istria, che doveva trovare forte appoggio appunto da questi slavi, fu per allora sospesa, come lo dimostra il diploma dell'imperatore Lodovico, figlio di Carlomagno, dell'anno 815, con cui riportandosi a quanto era stato stabilito dal citato Placito, riconfermava agli Istriani l'antica forma provinciale e comunale.

E così abortì quel primo tentativo del governo francico d'introdurre slavi in Istria, per servirsene di docili strumenti ad abbattere le vetuste di lei libere istituzioni. Che se i suoi abitanti, tutti allora italiani, ebbero bisogno di chiamare stranieri su quelle campagne, che difettavano di bastante numero di coltivatori, li avranno certamente tratti da paesi per linguaggio e costumi affini al proprio. Che poi la lingua degli istriani fosse italiana, è manifesto dal Placito stesso in cui si usano parole, frasi e modi pretti italiani con forma barbaramente latina, e che lo rendono un documento interessante per gli studiosi delle origini della nostra lingua. Questa circostanza e l'essersi gl'Istriani doluti acerbamente nel Placito che il Duca trasportò Slavi in provincia (insuper Sclavos super terras nostras posuit. Per tres vero annos illas decimas quas ad Sanctam Ecclesiam dare debuimus ad paganos sclavos eas dedimus, quando eos super Ecclesiarum et Populorum terras transmisit in sua peccata et nostra perditione) servono di chiara prova che in precedenza non ve n'erano di stabiliti, ed essere quindi in errore qualche scrittore, che suppose osservi rimasta nei luoghi montani una parte di quelle orde che nel secolo settimo fecero irruzioni nella nostra provincia. Imperocché penetrati costoro parecchie volte a sciami con repentine invasioni, devastarono bensì con saccheggi, incendi e stragi d'uomini il paese; ma se avessero potuto occuparlo, vi si sarebbero fissati ovunque, come fecero nel vicino Carnio ed altre provincie, e non già soltanto nella parte montana, che é la meno fertile ed importante.

Coi soccorsi che agli Istriani prontamente giungevano dagli èsarchi di Ravenna e nel secolo ottavo dai duci Longobardi del Friuli, venivano costretti ad abbandonare, se anche carichi di predo, la provincia, che mai cessò di appartenere ai Bizantini, sinché per alcuni anni se ne impossessarono i Longobardi, dai quali passò poi a Carlomagno. Ritenuto pertanto che l'Istriani avranno voluto sbarazzarsi di quei primi slavi del duca Giovanni, e non essendovi sotto quest'imperatore e sotto suo figlio Lodovico avvenute nell'Istria incursioni nemiche, o guerre, che si combattevano fuori dei suoi confini, la tranquillità goduta sotto questi sovrani dalla nostra provincia facilitò l'accrescimento spontaneo della indigena popolazione, senza bisogno di trasporti di gente da altri paesi.

Senonchè successe presto un nuovo periodo di frequenti incursioni nemiche, quelle operate dai Saraceni, dai Croati resisi indipendenti dai Franchi, e dai Narentani, durate dall'839 al 998, in cui questi ultimi vennero definitivamente domati dai Veneziani. Grandi furono le depredazioni e stragi sofferte dalI'Istria ad opera di quelle selvaggie e feroci masnade nelle parti litorane e nelle interne più vicine alla spiaggia; verosimilmente a queste devesi la distruzione delle non più risorte città di Arsia, Nesazio, Siparo  e Salvore esistenti per testimonianza dell'anonimo Ravennate ancora nel 7.° od 8°. secolo, e di quanti luoghi ornavano (tra cui 1'antica Vistro) la lunga costa, ora disabitata, da Rovigno a Peroi. Rovigno stesso era stata distrutta intorno al 966 dai Narentani (Il castello - castrum - di Siparo esisteva nel 929). Il condottiero dei croati Inigo, che nell'incursione fatta col Bano Domagoi nell'876 era penetrato nell'Istria interna crudelmente devastandola, sbarcò verosimilmente le feroci sue genti nei porti a ciò opportunissimi del Quarnero tra Fianona e Barbana, e quella regione deve aver subito orrende devastazioni, se pressoché nessun antico nome dei villaggi di quelle contrade si è conservato.

Dal 1000 al 1200 l'Istria godette di una relativa tranquillità, non essendovi succeduti avvenimenti guerreschi, che avessero impegnato tutta o gran parte della provincia; che anzi dalle opposizioni che le città marittime della costa occidentale facevano alla supremazia di Venezia, e dai trattati commerciali di Rovigno con Ragusa nel 1188, di Pirano con Spalato nel 1190, di Capodistria con Traù nel 1216, tutti in conferma di anteriori, si deve dedurre che esse in quell'intervallo di tempo si fossero rinvigorite di popolazione, e rimesse in prospere condizioni materiali.

Non così nell'interno; poiché mentre sino al 1000 tutti i nomi dei luoghi che si trovano indicati nei diplomi, sono italiani, cento anni più tardi incomincia a comparirne taluno di slavi, come nel 1102 si trova Golgoriza (Moncalvo) e Cernogradus e Bellegradus (traduzione del loro originario nome Nigrignanum e Albinianum) 27, in mezzo a molti altri luoghi citati tutti di nome italiano. Dal che si deve inferire che appena dal 1000 al 1100 incominciarono quei parziali trasporti nell'Istria interna di slavi che, come vedremo, si ripeterono in varie epoche nei secoli seguenti sino alla metà del 17° per ripopolare quelle contrade che per le vicende di guerre, pestilenze ed epidemie trovavansi prive o scemate di coltivatori. Quest'opinione vigeva già nei secoli passati; il Tommasini nei suoi Commentari storico-geografici dell'Istria (p. 52) indica venuti gli slavi come agricoltori dalla Dalmazia, erroneamente però ritiene che vi si piantassero nel 966, non essendo allora avvenuta che una incursione passeggiera di narentani, accompagnata, come fu già detto, dalla distruzione di Rovigno. In uno scritto del 1764 di Fra Paolo Chiachich del cessato convento illirico di S. Gregorio di Capodistria, contenente notizie intorno alla chiesa del convento di S. Maria di Campo presso Visinada, apparisce espresso che gli slavi vennero in Istria nel 1011. Queste opinioni di scrittori a noi troppo vicini sembrano fondarsi più che altro su tradizioni costanti, alle quali però, in mancanza di notizie positive, convien attribuire non lieve valore.

Il Kandler li ritiene 28 - trasportati dopo il 1000 dalla Dalmazia nell'interno della provincia in seguito a forte spopolamento avvenuto per le pesti, e particolarmente per quella, che sviluppatasi nel 1006 a Lubiana, vi durò per ben tre anni, diffondendosi nella vicina Italia compresavi la confinante Istria mediterranea, che in modo speciale ne venne afflitta, in un tempo che già per le scorrerie precedenti dei croati e narentani, come abbiamo osservato più sopra, la popolazione indigena delle campagne trovavasi di molto scemata, particolarmente nelle regioni che più erano esposte ai loro sbarchi ed incursioni, cioè quelle al Quamero. Noi per tanto supponiamo che i primi slavi allora trasportati in Istria siano quelli del territorio albonese e della Valdarsa, ove s'incontrarono cogli antichi romanici, in gran parte ad essi commescendosi, e che furono presi dalle contraposte isole dalmate, coi cui abitanti hanno grande affinità di linguaggio, tipo e taglio di vestimenti. Vi si trova perfino in buon numero identità di nomi. La contrada e porto di Rabaz sottostante ad Albona ricorda l'isola d'Arbe, detta in slavo Rab, e secondo il Farlati gli arbesi avrebbero avuto nel 1250 possessioni nell'albonese. Vennero senz'altro a gruppi di famiglie come nel 1500 e 1600 i morlacchi, albanesi e greci. Questa schiatta dovrebbe essersi diffusa oltre il canale dell'Arsa nei territorì di Barbana, Golzana (per questi due luoghi abbiamo documenti, già citati, del 1199) - e luoghi vicini, dove però scomparve in seguito per le pestilenze, dovutasi poi surrogare cogli attuali morlacchi. A misura che questi slavi albonesi s'aumentavano, e che le guerre e le pesti successive diradavano in altre parti della provincia gli abitanti, essi recavansi, convien credere, qua e là a famiglie per riempirne i vuoti, appunto come successe dopo il 1500; ed avviene tuttodì, che famiglie slave vengano a stabilirsi, in cerca di migliore esistenza, negli agri più fertili delle città occidentali, dove la popolazione dei luoghi non corrisponde all'estensione dei terreni. Che codesta schiatta dalmata siasi per tal modo sparsa in parte anche in qualche luogo dei distretti di Pisino, Pinguente ed altrove 29 si può desumere da certi suoni nel parlare propri specialmente agli slavi  di Albona, i quali, per esempio hanno l'a chiusa, che diviene quasi o, l'e aperta che s'avvicina all'a, l'o che pronunciano uo. [Ed: Questo non descrive il slavo ma la lingua dei "cici" o "vlahi" di quelle parti - vedi la mappa di sotto.]a Una stirpe slava alquanto differente dall'or indicata, cioè la croata, stabilita al di là del confine orientale della provincia, forniva a quei tempi e più tardi, un forte contingente per ripopolare l'interno dell'Istria. Che anche questi slavi venissero trasportati a più riprese ed a piccoli gruppi, e che loro fossero assegnati terreni per famiglie, risulta dalla circostanza che si trovano tuttodì sparsi in piccoli casali portanti pressoché tutti nomi di famiglia. Costoro fondarono pochissimi villaggi; gli altri in cui poi si stabilirono, conservano tuttogiorno le antiche denominazioni italiane e celtiche, oppure essi ne fecero traduzione, o storpiatura, conforme al genio della propria lingua.
   
Castello di Lupoglavo
Il castello di Lupogliano (dal Valvasor). 
 

Il castello montano che nell'anno 1112 portava il nome di castrum Mahrenfels, in diploma del 1264 si chiama castrum Lupoglau; - la villa formatasi all'ombra del castello viene ivi appellata Ober-Lupoglau - 30, segno evidente che fra quelle due epoche furono colà trasportati slavi nella campagna, ma che il castello di Mahrenfels, sebbene battezzato da essi Lupoglau, continuava ad essere posseduto da baroni tedeschi, come tutti gli altri castelli. Un forte trasporto di slavi croati dovrebbe essere avvenuto appunto intorno al 1262 nella contea d'Istria, dove erasi assai diminuita la popolazione per avvenimenti guerreschi non ben noti; dacché in quell'anno il patriarca Gregorio dava all'eletto vescovo di Pedona Wernardo la pieve di Lint (in Carintia?) di cui era plebano, a motivo che quella diocesi per le vicende di guerra era quasi affatto distrutta, sicché dai suoi redditi il vescovo non era in grado di procurare per sé e suoi famigliari il necessario sostentamento.

Certo per le frequenti, lunghe ed accanite guerre avvenute a quei tempi e più tardi, e per le pesti spesso ricorrenti, anche colà le campagne avevano perduto buona parte degli abitanti, alla cui mancanza conveniva supplire con traslazioni di nuove genti, da altre provincie. 

I conti d'Istria devono avere tratte molte famiglie dai loro possedimenti nella Marca Vindica ossia Metlica al confine della Carniola e Croazia, e verosimilmente anche dal più vicino Vinodol (tra Fiume e Segna), paese di roccioso e poco felice suolo, posseduto dai conti Frangepani signori di Veglia, Segna e Modrussa, imparentati con essi conti di Gorizia ed Istria; dacché appunto nella Contea vi si trovano famiglie di nomi identici a quelli dell'ora indicata regione. Ne accenneremo alcuni che desunsimo dalle ville notate nella carta dello stato maggiore austriaco, e sono Dorcich, Damianich, Marussich, Benich, Antonich, Stanich, Zagon, Bencovich, Corich, Clarich, Buretich.

Crediamo che le famiglie di questa schiatta sparsa per la Contea, si estendessero anche sulla riva destra del Quieto nelle ville dei territorì patriarchini sino alla Dragogna, mescolandosi con coloni trasportati dalla Carniola, non però in grande numero, perché il loro attuale linguaggio è di gran lunga più croato che sloveno.

 

[I Savrini]

All'opposto tra la Dragogna e la Lusandra le ville sono popolate da una stirpe, la cui lingua è slovena. Vengono costoro appellati Savrini; ed e notevole che non attribuiscono a sé l'appellativo d'istriani, bensì agli slavi croati oltre la Dragogna; loché sembrerebbe indicare che vennero in Istria più tardi che i croati. Pertanto, benché taluni suppongono che questi sloveni possono essere i discendenti di genti accennate nel Placito dell'804, poi confinati nei luoghi eventualmente allora deserti di quella regione, gli è più verosimile che sianvi venuti molto più tardi. In diploma del 1234 contenuto nel Codice diplomatico istriano è menzionata la Villa Selavorum de Longera presso Trieste. Questa denominazione speciale di villa degli Sciavi indica senz'altro che le altre ville non erano occupate da slavi, e che questi abitavano quel luogo da non lungo tempo; e confermerebbe che la loro introduzione incominciasse appena dopo il mille, e seguisse, secondo i bisogni, in vari tempi, alla spicciolata. Difatti il nome di Passiavàs (villa dei cani) dato da essi alla villa Decani, che prese il nome dalla famiglia De Cano di Capodistria, che ne fu proprietaria nel 1300 e nel successivo 1400, li mostrerebbe apparsi colà appena a questo tempo, cioè dopo le grandi pesti del 1348 e 1361. Affini per lingua, indole, costumi e vestito ai Mandrieri del territorio di Trieste, dovrebbero essere venuti nel territorio di Capodistria ed in alcune ville di quelli di Pirano, Isola e Pinguente contemporaneamente a quelli, (cioè intorno al 1300), più che altro forse in qualità di pastori, come lo indicherebbe il cappello a larghissime tese, il berrettone di pelo di lupo, ed i lunghi capelli, in questi ultimi decenni affatto smessi.

La tradizione vorrebbe i Savrini provenienti dalle regioni della Sava, - in tal caso forse da quella che è bagnata dalla Savra confluente della Sava superiore. È ben naturale che nei bisogni di ripopolamento i governanti, i baroni ed i comuni dell'Istria avranno ricorso anche alla vicina Carniola. Abbiamo già accennato nel capitolo XXVIII, che nel 1376 il Senato veneto ordinava ai suoi rettori in Istria di proclamare che qualunque forestiero entro un'anno venisse ad abitare sulle terre della Repubblica, sarebbe libero per cinque anni da ogni prestazione ed angaria. Gli spopolamenti che avvennero per le pesti del 1400 e specialmente degli anni 1456, 1467, 1478 e 1483 indicate dal Vergottini, rendevano necessari in varie parti della provincia assegnamenti di terreni incolti a coloni tolti da altri paesi. Invitati dal governo veneto, che saggiamente preferiva ripopolarli con intelligenti ed attivi agricoltori italiani, accorsero nel territorio di Pola in buon numero dal Padovano, Trevisano e Friuli, ma l'aria e la mancanza di buona acqua fecero sì che perirono, locchè distolse altri di andarvi 31. Convenne quindi ricorrere ad altre schiatte pel loro modo di vivere più indurite e resistenti. Le conquiste fatte dai turchi della Bosnia. Erzegovina, Albania e Grecia in questo e nei seguenti secoli, offrirono ai governi veneto ed austriaco l'opportunità di provvederci coi numerosi fugiaschi di queste province che riparavano sui loro domini, implorando salvezza e collacamento.

[I Morlacchi]

Di questi trasporti di morlacchi, greci della Morea e delle isole, e albanesi schipetari, siccome seguiti in tempi a noi più vicini, la storia può indicarne in gran parte con precisione le epoche. Noi verremo ora esponendo quelle che abbiamo potuto sinora raccogliere, nella lusinga che altri vorranno proseguire in queste indagini.

Nel 1449 le famiglie morlacche di Michele Pavecich, Ivan Narevich e Matteo Druscovich, che da qualche anno vagavano intorno Grisignana e Momiano, vennero investite di terreni nel comune di Buje, con licenza di formare una villetta nella contrada Bibali. Erano senz'altro gente che riparata dopo le conquiste fatte dai turchi nella Bosnia ed in Croazia, si rifugiavano sui limitrofi territori austriaci, e nella Dalmazia veneta. Per sbarazzarsene i governi cercavano di collocarli nelle contrade spopolate dei loro domini, e per tal modo pervennero intorno al 1490 sul Carso, tanto austriaco che veneto, ed in qualche villaggio del territorio di Capodistria, dove per le pesti ed incursioni turchesche la popolazione era assai diradata, famiglie morlacche e croate. Erano mandriani, e mescolatisi cogl'indigeni carsolini di razza romanica, che, giusta lo storico Fra Ireneo, ancora intorno al 1700 fra loro denominavansi Rumeri (Romani), ebbero dai triestini il nome di Cicci (Nel 1413 Trieste assegnava terreni fra Contovello e Prosecco a Slavi che per opinione di taluno sarebbero stati Bosniaci.)

Le frequenti pesti e mortali epidemie susseguentisi nei secoli 1500 e 1600 produssero la necessità di molteplici trasporti di nuovi abitanti tolti da vari paesi, per rimettere a coltura le ampie contrade per spopolamento rimaste incolte. Il governo veneto li sottoponeva tutti, a titolo di privilegio, alla giurisdizione del capitano di Raspo; ma più tardi, riuscendo incomodo ai medesimi di recarsi per tutte le controversie civili a Pinguente, ed onde poter meglio esercitare sovr'essi la sorveglianza di polizia e le procedure penali, li soggettò a parità degli abitanti vecchi, alla giurisdizione dei podestà dei rispettivi territorì.

Specialmente dopo la peste del 1527, che ridusse la provincia ad estrema calamità, i beni incolti s'erano andati accrescendo a dismisura; sicché nel 1556 il principe veneto delegò tre provveditori, che avvisassero al modo di ridonarli all'agricoltura, e venne istituito apposito Magistrato dei beni incolti, che prese possesso di tutti i terreni deserti per darli a nuovi coltivatori. Nella sola Polesana furono occupati 135,632 campi padovani.

Ma già nel 1525 morlacchi della Dalmazia vennero trasportati in una contrada del territorio di Rovigno, dove fondarono un villaggio (la Villa di Rovigno), e nel seguente anno 1526 ottennero d'aver un proprio zupano. Più tardi, nel 1596, il capitolo di Rovigno concesse loro di avere cappellano di loro nazione, di nomina ed a dispendio di esso capitolo.

Famiglie morlacche vennero trasferite nello stesso anno 1525 anche nel territorio di Parenzo, coll'obbligo di fondare un villaggio unito, che fu appellato Villanova (dista dalla città tre miglia). In data 15 Gennaro 1544 fu fatto processo contro alcuni di costoro, per aver fabbricato abitazioni oltre i confini designati con sentenza 7 Gennaro 1526 dal podestà Pietro Zane sotto penale di 50 lire. Imperocché il governo veneto assegnando terreni a più famiglie di nuovi abitanti, come li chiamava, imponeva loro sempre l'obbligo di formare ville unite; mentre i morlacchi facevano ogni sforzo per vivere isolati in mezzo alle loro campagne, locchè difficoltava la loro sorveglianza; laonde coi loro costumi selvaggi ed indole rapace riuscivano molestissimi ai vecchi abitanti. Intorno a questo tempo il comune di Montona accolse nelle contrade mezzo deserte del suo agro morlacchi trasportati dal governo veneto, verso l'obbligo di pagargli, come gli altri antichi villici, annualmente un moggio di frumento ed uno di avena per ogni famiglia 32. Furono posti nelle ville di Montreo, S. Giovanni della Cisterna e Mondellebotte; in altre vennero frammischiati ai vecchi abitanti 33.

Anche nell'agro di Umago ed in alcune contrade di quelli di Cittanova e Buje furono a quei tempi introdotti coloni morlacchi, albanesi e greci. Mancandoci sinora notizie più precise e dettagliate di questi trasporti, invitiamo i cultori delle cose storiche di quei luoghi, di rintracciarle negli archivi comunali, ecclesiastici e delle famiglie private.

A cura del provveditore generale di Dalmazia Alvise Badoer ritornarono nel 1541 nell'agro di Parenzo i morlacchi in precedenza venuti, e poi emigrati, e con essi vennero pure altre famiglie dalla Dalmazia. Costoro fondarono le ville ossia casali di Radolovich, Radmani, Jecnich, Starich, Delich e Prodanich 34

Nel 1558 venne fondata con famiglie merlacene, levate in Dalmazia, nel territorio di S. Lorenzo al Leme una villa, che tuttodì porta il nome di Villanova 35. Intorno a quel tempo da Zara vecchia passò a Torre presso il Quieto una colonia di morlacchi, più tardi furono pur con morlacchi ripopolate le ville di Abrega e Fratta 36.

Il capo Giorgio Filippini da Zemonico, fortezza nel territorio di Zara, e possessionato a Knin, condusse nell'anno 1570 quaranta famiglie morlacche di quei paesi sul territorio di Parenzo, nel luogo oggidì chiamato villa di Sbandati, ed in data 28 Ottobre 1595 egli venne investito dal capitanio di Raspo Giacomo Renier di 600 campi nello stesso territorio, ove condusse dalla Dalmazia 5 famiglie, come egli asseriva antichi suoi coloni, fra i quali divise quei terreni, verso corresponsione di afflitti e decime, e costruì loro case, dando alla nuova villa il nome di Varvari 37.

[Si cerca di ripopolare Pola]

Fra i luoghi maggiormente caduti per spopolamento in miserevole dejezione, era Pola ed il suo territorio. Il governo veneto durante un intiero secolo non mancò di sollecitudini ed energia per portarvi riparo; ma troppi ostacoli incontrava da quegli stessi che avrebbero dovuto nel proprio vero interesse appoggiare i suoi sforzi d'impedire la totale rovina di quella città , allora spaventosamente decaduta dallo splendore dei tempi passati. «I tentativi fatti dal Governo veneto per restituirla nello stato primiero sempre abortirono per la mala volontà di pochi nobili polesi rimasti dalla pestilenza; fatti tanto più potenti gustarono la dolcezza del dominar soli, e vogliono essere padroni di tutti i beni incolti, e stornano i nuovi abitanti non solo con male voci, screditando la terra e l'aria, ma usando perfino violenze ed omicidi». Sono parole del provveditore Marin Malipiero spedito in Istria specialmente per promuovere il ripopolamento di Pola e la ricoltivazione del suo territorio 38.

Trasportava pertanto il governo nel 1540 settanta famiglie di napoletani (da Napoli di Romania, oggidì Nauplia), e malvasiotti (dalla città di Malvasia) cacciati dai Turchi, che furono stabiliti nella città e nel territorio di Pola 39.

Con ducale 24 Marzo 1562 veniva conceduto a Leonardo Fioravanti, Sabba de Franceschi e Vincenzo dall'Acqua bolognesi licenza di condurre in Pola centoventiquattro famiglie per dissodare terreni, i quali si obbligarono di purificare 1'aria, scoprire sorgenti, introdurre novelli metodi di agricoltura. Ebbero esenzione da imposte, dal servizio militare e fazioni per venti anni, e due fiere franche da tenersi nell'anfiteatro 40.

Sopravvenne nell'anno 1578 ad opera del Governo, altra colonia di greci, napoletani e cipriotti 41, cui furono assegnate terre da mettersi in coltura entro cinque anni, concedendo loro case a patti vantaggiosissimi, ed esentandoli per anni venti da prestazioni reali e servigi personali. Essi incontrarono però tali opposizioni da parte dei cittadini di Pola, i quali usavano lore insolenze e sopraffazioni continue, furti d'istrumenti rurali, uccisione d'animali, ed altri atti di ostilità e molestie, che in massima parte si determinarono ad abbandonare il paese.

Il provveditore Marin Malipiero (1579-83) assegnò terreni (400 campi) in Peroi a 25 famiglie napolitane, altrettanti circa aveva in precedenza accordati il provveditore Calbo a famiglie dell'isola di Cipro. Il Malipiero stabilì di più altre 40 famiglie di sudditi veneti ed alieni, venuti da diversi luoghi. A quel tempo Pola non contava che 31 vecchie famiglie, cioè 8 di nobili e 23 popolane, le altre erano tutte di genti nuove e avventizie, stabilitesi da 30 in 40 anni addietro 42.

Nell'anno 1580 una colonia di greci di Candia passò a Pola e Parenzo, la quale ultima città contava allora appena 698 anime 43. - Nel 1581 trovavansi nel territorio di Parenzo 100, in quello di Cittanova 320, e nell'agro di Umago 120 famiglie di morlacchi 44. Dalla relazione al Senato 8 Ottobre 1585 del provveditore Giacomo Renier risulta che i napoletani abbandonarono quasi tutti Peroi. Vennero, narra il Renier, sotto il suo regime 12 famiglie di morlacchi di Zara e Sebenico. I zaratini in numero di 8 famiglie ed 80 anime circa furono accomodati sulle Promontore.

Voleva assegnar loro terre a Medolino che già fu molto popolata come lo dimostrano le sue vestigie, ed avrebbero avuto anche case già fabbricate, ma temendo, per sospetto, che l'aria sia cattiva, prescelsero Promontore, dove fabbricheranno una villa, avendo colà un'antico pozzo di perenne acqua potabile, e lachi pei loro animali 45. I sebenzani, 4 famiglie venuti più tardi, verranno collocati dal successore. In precedenza erano stati collocati morlacchi zaratini a Marzana, Pomer e Monticchio, altri poi sparsi pel paese, e fecero ottima prova, dedicatisi con fervore all'agricoltura. Si attendevano altre 10 famiglie di nuovi coloni, già investiti di terreni nel territorio di Sissano e nelle Merlere (punta Merlerà sotto Lisignano) che dovevano condurre i fratelli Cà da Chiozza di Rettimo (isola di Candia), e di quelli altri, pure investiti, che verrebbero colà sotto la condotta di Michele Pandimò pure da Rettimo.

Nicolo Salamon provveditore nell'Istria per 27 mesi, nella sua relazione 5 Marzo 1588 tra l'altro espone: «Che l'aria di Pola non può essere tanto cattiva, se i cipriotti ed altri nuovi abitanti hanno passato la loro vita d'inverno e d'estate sanissimi in questi 9 anni che vi sono stati.» Si trovavano allora nella Polesana 79 famiglie cipriotte, 9 di napoletani e malvasiotti. Inoltre 27 famiglie di morlacchi dai territorì di Zara, Sebenico e Traù sudditi turcheschi ultimamente venuti; 11 famiglie dei quali sotto il reggimento del suo predecessore Giacomo Renier. A 4 di esse non potute compartirsi da questo, e ad altre venute sotto la Provvederia di esso Salamon furono assegnati da lui terreni nelle pertinenze di Sissano e Lisignano, non volendo andare a Medolino. Furono collocate anche alquante famiglie d'Imperiali, gente consimile ai morlacchi, robusti e molto atti all'agricoltura 46. In tutto il reggimento di esso Salamon sono venute 52 famiglie. I cipriotti ebbero molto a soffrire per le molestie e liti sui vecchi abitanti, e per la tenuità dei raccolti degli anni procedenti. Il Salamo cercò di ultimare tutte le controversie tra vecchi e nuovi abitanti, e rappacificarli, ma i vecchi sono sempre oppugnanti alla riabitazione e coltivazione del paese.

Come da sua relazione del 1590, il provveditore Lodovico Memo nella sua carica durata 29 mesi ha fatto accomodare così i cipriotti e napoletani, come le famiglie di morlacchi sudditi del Turco, che sono al suo tempo venute, delle quali ne collocò 25 famiglie a Fratta territorio di Parenzo 47.

Ha poi dispensati terreni incolti non solamente nel territorio di Dignan, Gallesan, Sissan, Stignan, Lisignan, nella Punta delle Promontore, e per tutta la Polesana, ma anche per i territorì di Cittanova, di Valle, di Due Castelli, e di altri luoghi della Provincia.

Fatta la rassegna dei Cipriotti, Napoletani ed altri nuovi abitanti nella città di Pola, ve ne sono 300 anime incirca; gli altri nobili cittadini e vecchi abitatori della città colle loro famiglie ascendono al numero di 964.

Nel castello di Momoran e contrade sottoposte alla città di Pola, si trovano anime 3665, quindi in tutta la Polesana tra vecchi e nuovi abitanti, 4939 in circa. Nel castello di Dignan, ove fece residenza, computate quelle del territorio, vi sono anime 2987. - Greci e Polesi erano per venire alle mani con armi - accorse egli da Dignano e ripristinò l'ordine.

II capitanio di Raspo Giacomo Renier in data 25 Aprile 1593 investiva Antonio e Martino Gulich venuti già quattro anni di Turchia, di 80 campi circa di terre incolte nello spiàdino e territorio di Parenzo nella contrada di Maggio, vicino alle terre che già il clarissimo suo predecessore Nicolo Salamon, assegnava a Martino Marzanich, Iurai Gossinosich e Ivan Chenesich pur venuti di Turchia in detta contrada, alle quali terre confina circum circa il territorio di Parenzo di nuovi coloni 48.

In data 3 Ottobre 1595 il capitano Bernardo Borisi da Antivari, che era caduta nel 1571 in mano dei turchi, viene investito dal capitanio di Raspo di terreni nelle contrade di Fontane Aquadizza, Monte Pighera e scoglio Riviera presso Parenzo 49, sui quali trasporta dalla Zeta in Albania alcune famiglie morlacche formanti in complesso 47 persone 50.

Il capitanio di Raspo Alessandro Zorzi in data 15 Febbraro 1604 (1603 M. V.) investiva il capitano Vincenzo Cuchich da Sebenico d'un corpo di terreni incolti della circonferenza di circa quattro miglia nel territorio di Umago, sul quale furono da lui trasportate trenta famiglie da paesi turcheschi. Il Cuchich vendette nel 1623 la tenuta, che ora chiamasi di Seghetto e Giuba, ai N. U. Valier di Venezia, dai quali più tardi 1'acquistò la nobile famiglia De Franceschi, attuale posseditrice, emigrata dall'isola di Candia dopo conquistata dai turchi nel 1669 51.

Addì 30 Aprile 1764 Seghetto di Umago

Nota delle famiglie de Greci, che si trova a Seghetto, come segue: Toderin Capelogiani con la sua famiglia Nr. sei de Coron, Panieti Popartochi con la sua famiglia, N. quattro de Napoli di Malvasia, Giorgachi Popadochi con la sua famiglia, Nr. quattro de Napoli di Malvasia, Cariaco Libi con la sua famiglia Nr. tre de Napoli di Malvasia, Spiro Crona con la sua famiglia Nr. quattro de Coron, Apostoli Malaco con la sua famiglia Nr. undici de Napoli di Romania, Anastasio Pacidoti con suo fratello Nr. due de Napoli de Romania, Zorzi Cicra con la sua famiglia Nr. quattro de Corinto, Dimitri Sulvagassi con la sua famiglia Nr. sei da Napoli de Malvasia, Giani de Marco con sua nona Nr. due Montenegrin, Zorzi Sulvagassi con la sua famiglia Nr. tre de Napoli de Malvasia, Anastazi Sulvagassi con suo fratello Nr. due de Napoli de Malvasia, Vitorio Lebi con la sua famiglia Nr. due de Napoli de Malvasia, Pietro Alessich con la sua famiglia Nr. quattro Montenegrin, Stefano Petrovich con la sua famiglia Nr. quattro Montenegrin, Rode Radolovich con la sua famiglia Nr. sei Montenegrin, Andrea de Nicola con suoi fratelli Nr. tre Montenegrin, Petro Dupila con la sua famiglia Nr. sei Montenegrin, Zuane Zucovich con la sua famiglia Nr. quattro Montenegrin, Dimitri Lublutina con la sua famiglia Nr. otto Montenegrin, Stippe Lublutina con la sua famiglia Nr. tre Montenegrin, Cristo Zaffiri con la sua famiglia Nr. sei de Arta, Giani Miliotti con la sua famiglia Nr. due de Arcipelago, Giovo Popovich con la aua famiglia Nr. due de Bosena (Bosnia), Michiel de Giovo con sua madre e fratelli Nr. cinque Montenegrin, Marin Lupatin, Simon Dubaz, Antonio Drignan. Di queste ultime tre famiglie forse non conoscevasi più la provenienza; certo i Lupatini erano d'Albona. Oltre le suindicate, altre famiglie di origine greca eranvi a Giuba, come i Carciotti e Stradiotti. Stranieri devono pure essere stati i Melisana, Atica e Chitriza.

[Parenzo si ripopola] 

Il convento di S. Francesco in Parenzo dava in data 28 ottobre 1610 in affittanza, verso corresponsione della decima, per ventinove anni rinnovabili, a Zuane e Pietro Mircovich dei terreni boschivi in contrada Monterosso sopra Molinderio, coll'obbligo di costruirsi le abitazioni 52.

Il capitanio di Raspo Pietro Bondulmier in data 13 Marzo 1611 investiva di ampio tratto di terreni incolti (campi 1239) nella contrada Monghebbo territorio di Parenzo il capo Luca Duimo colle 18 famiglie albanesi da esso condotte da Scutari, coll'obbligo di formare una villa 53. Dietro istanza di Marco Juro albanese, zupano di Monghebbo, il capitanio di Raspo Pietro Emo in data 8 Marzo 1621 assegnò loro altri 100 campi in quella contrada 54. Nel 1612 altre famiglie di morlacchi vengono dalla Dalmazia trasportate in Istria 55.

Orcevano presso Medolino nel terrtorio di Pola viene dato dal governo veneto ad Elia Micalevich venuto da Vercovaz sotto il turco 56 - Pietro Emo capitanio di Raspo nel 18 ottobre dava investitura a dodici famiglie d'albanesi venute da Scutari sotto il capo Simone Chiurco di 1400 campi incolti in contrada Monsalese nel territorio di Parenzo, coll'obbligo di fabbricare un villaggio, assegnando al suddetto Chiurco anche una casa nella città di Parenzo in contrada Predol. - Questa colonia veniva poco più tardi accresciuta; poiché in data 8 Maggio 1623 ottenevano terreni in contrada Monsalese il capo Giorgio Gini ed i suoi fratelli Antonio e Simone venuti da Dulcigno «paese del signor Turco» unendosi ai nuovi abitanti albanesi già insediati in quella villa.

Il capitanio di Raspo Andrea Contarini sotto la data 21 Settembre 1622 investiva il reverendo P. Zorzi Arman albanese e le otto famiglie da lui condotte, della vicina contrada di Canai Cherin (oggidì Valcarin), coll'obbligo di costruire la villa. Iessenòviza contrada di quei dintorni venne pure a quel tempo abitata da albanesi venuti in numero di dodici famiglie sotto il capo Paolo Succola 57. Nell'anno 1623 il capitanio di Raspo Andrea Contarini concedeva terreni incolti nella contrada Monspinoso, territorio di Parenzo, a diecinove famiglie di albanesi condotte dal Padre Porubba, coll'obbligo di farvi una villa, che ora con traduzione slava chiamasi Dracevaz 58

«Piantar la Villa nel Monte Dracevaz. Terre che se gl'assegnano: in contra di Carsieto de Campi circa tre  mille, boschive, sassose, spinose, et inculte come di sopra. Confina in Levante ragion del Vescovato, Chiesa Cathedral et di  S. Moro di questa città di Parenzo; in Scirocco, strada pubblica che tende verso Monpaderno; in Ponente strada publica tende anche verso Monpaderno. Dovendo esse Famiglie conservar in dette terre tutti li Roveri buoni, et che fossero per venir buoni per la casa dell'Arsenale. - Parenzo il 21 Febbraro 1623

Lo stesso Contarini li 12 Decembre 1622 investiva il greco Pappa Giovanni ed alcune famiglie da lui condotte di circa 900 campi di terre incolte nella contrada di Rojal, territorio di Due Castelli (oggidì Canfanaro) 59.  - Nel 1624 altre colonie slave passano dalla Dalmazia in Istria 60. - Nel 1628 venne ripopolato il territorio di Sanvincenti dei Grimani di Venezia con coloni tratti dalla Dalmazia e dalla provincia di Treviso 61. Avanzi di quest'ultimi sarebbero le odierne famiglie Follo, Ferlini, Morosini, Salambatti, sparsi per la campagna.

Nel 1627 la nobile famiglia veneziana Cappello posseditrice di Geroldia al Leme, vi trasportò otto famiglie di contadini trevisani, cioè di Battista Facchini, Zuane Zaninel, Domenico Pisatto, Giacomo Fasinato, Angelo Semioni, Mattio Franchetto, Santo Busato ed Antonio Fachinetto. Esistevano colà da prima le famiglie d'Elia, de Seja, Villan 62.

Giovanni Renier capitanio di Raspo in data 8 Maggio 1633 investiva il capo Toma Popovich da Braicoviza sotto Castelnuovo giurisdizione del signor Turco venuto con famiglie 6 e persone 22 compresa la sua, unitesi con Nico Peros, Rado Franco, Piero Sredanovich, Ivan Milovan, Zuane Nico; Piero Rudis, e Tome Ivan con le loro famiglie al N. di 22 per abitare questa provincia, di terre spinose, sassose e boschive e parte estirpate decadute al fisco, di campi N... incirca, che sono in due squarci, il 1° primo situato in contrada Moniosso, nominate le Terre della Frattia, confinante in ostro con Monghebbo, in levante strada pubblica che da Monghebbo va a Parenzo, da ponente i Mircovich, le ragioni del convento di S. Nicolo e della Madonna degli Angeli mediante la strada di Parenzo a Mulinderio, e da tramontana le ville di Mondemuro di Parenzo; il 2° squarcio situato sotto Molinderio confina da levante il Dabanovich, da ostro il confine di Fontane, da ponente la marina e la Mensa vescovile, e da tramontana il porto di Molinderio, - contentandosi di unirsi con le altre 5 famiglie di abitanti vecchi che sono al N. di 12 già investiti, e che si attrovano sotto Molinderio, coll'obbligo di unirsi alle altre 5 famiglie suddette, e costruire sopra il monte dove è la casa di Barbetta figlio del q. Capo Ivessa, una villa e case per loro abitazione, la quale sia intitolata Renierà 63.

[Morlacchi e Montenegrini a Dignano, Peroi, Pola e altrove]

Nella villa di Filippano nel territorio di Dignano furono collocati morlacchi nell'anno 1635 64. Nel 1647 quattrocentotrenta morlacchi provenienti da Meriche luogo tenuto dal Turco, sotto la condotta di Filippo Zupanovich e recando seco 4500 animali, vengono trasportati nell'agro di Pola fra Monticchio e Castagna (Castagnovizza), in Altura e S. Martino 65. Monticchio (anticamente Rumianum), che comprendeva Castagna e Fratta, apparteneva alla famiglia Barbarigo di Venezia, la quale nel 1579 vi aveva condotto coloni dall'agro di Zara 66.

Girolamo Correr, ritornato da capitanio di Raspo, in data 13 Aprile 1650 dava al Senato le seguenti informazioni sul trasporto di nuovi abitanti in Istria:

Molte abitazioni e ricoveri in siti alpestri ed abbandonati si sono costruiti dai Morlacchi venuti per occasione della presente guerra, ed in Polesana particolarmente dalle famiglie venute sotto la condotta del Capo Filippo Zupanovich in Altura, ove si è formata una bellissima villa che ha ora più di 80 fuochi - ad onta delle molte difficoltà loro mosse specialmente dagli illustrissimi Barbarighi, i cui ricorsi però dal Senato furono licenziati. (Senza le premure del Correr i morlacchi sarebbero senza dubbio ritornati al loro paese o passati nello Stato imperiale). 

Altre 68 famiglie capitate sotto la condotta del Capo Zuane Radossevich, furono collocate nella Polesana. Ne sono pure venute 12 in quelle parti, condotte dal Capo Micula Pertorich, e fermate nella contrada di Lisignano. Non molto lungi da queste si trova il Capo Visco Radognich con 10 famiglie, ed il Capo Paolo Vidovich con altre 5 investite in terreni inculti poco discosti dai predetti.

Anco nelle pertinenze di S. Lorenzo (del Pasenatico) sotto la condotta del Capo Luca Rora sono capitate in più volte più di 70 famiglie, ma molestate dall'insolenza dei vecchi sudditi, non hanno potuto stabilire il fermo ricovero, sebbene di presente se ne ritrovano nelle medesime pertinenze più di 50 famiglie, cui furono assegnati i terreni che coltivano.

Tutti i morlacchi venuti ad abitare in Istria durante la reggenza del Correr (18 mesi) ascendono a 279 famiglie con 2200 anime. Ne sarebbero venuti in molto maggior numero, se non fosse sopraggiunta la peste in Dalmazia, e se i vecchi abitanti non avessero spaventati con insolenze, temerità e litigi i nuovi venuti, mal vedendo che i terreni liberi che essi volevano godere ed usurpare, vengano dati ai nuovi abitanti.

Una colonia di montenegrini da Cernizza (distretto al disopra di Budua ed Antivari) si stabiliva nell'anno 1657 a Peroi presso Pola. Dicesi che dapprima venisse collocata sulla Punta di Salvore, ma che non contenta di quei terreni ottenesse poi d'essere traslocata a Peroi 67. Con questi finirono i trasporti di slavi nell'Istria.

Dopo lunga guerra e feroce, caduta Candia in potere dei turchi, parecchie famiglie di quella colonia veneta ed anche della Morea si ricoverarono in Istria, soccorse dalla Repubblica. Ne vennero a Parenzo dal 1669 al 1692 35 famiglie, che furono provvedute di case e terreni, e molte aggregate al Consiglio nobile. Il primo fu Mario Filaretto da Rettimo, poi le famiglie Corner, Salamon. Commeno - Papadopoli, Chiessari, Zora, Cidiri, Gramaticopolo ecc.

[Del carattere dei Morlacchi]

Tra le schiatte trasferite in Istria i morlacchi furono i più riottosi ad una vita regolata, tranquilla ed operosa; essi mantennero lungamente la fierezza della loro indole, e la rapacità. Giacomo Renier mandato, come abbiamo veduto, provveditore in Istria per regolarne il ripopolamento, nella già citata sua relazione dell'8 Ottobre 1585 manifestava la speranza di buonissimi effetti dall'introduzione di morlacchi venuti dai territorì di Zara e Sebenico, e collocati nell'agro di Pola. Nove anni più tardi ritornato capitano di Raspo, nella sua relazione 20 Giugno 1594 sopra la questione insorta tra i morlacchi ed il capitolo di Parenzo, a cui essi rifiutavansi di pagare la decima (veramente d'ogni duodecimo, uno) così s'esprime intorno ad essi: 

«Barbara gente, inutile per la dappocaggine e crapula e fuga della fatica al remo alla spada, alla campagna, solo nata por ubbriacarsi, stare alle strade ed assassinare i popoli, cagione principale por li loro infiniti furti di animali, ed altri danni che fanno, non si abiti l'Istria, anzi si deserti, ed i vecchi Vassalli vadino in rovina, pieni di superstizioni, di costumi barbari, empì e scelerati alla fede e divozione, dei quali prego la Divina bontà, che mai a questo Serenissimo Dominio venga occasione di farne esperienza: ne altro è il pensiero loro, come in qualche parte gli ha successo, che di esterminare gli abitanti vecchi con le chiese ed ogni autorità di magistrato, come si vede por la poca stima e sprezzo che ne fanno, ed ogni cosa ridurre in potere e libertà loro.

Ancorché avanti settanta ed ottanta anni i loro progenitori siano venuti scalzi, nudi, poveri e mendichi in questo paese, sono al presente in tanta ricchezza, che non cedono ai Vassalli ricchissimi di questo Serenissimo Dominio; perché il Capo Giorgio Poropatich, come dal clarissimo Signor Pietro Gradenigo, e da altri, si potrà sapere, ha fatti mille Ducati d'entrata, altrettanti, più o meno, ne ha Filippino, Casalaz, Florich, Cernizar, e gli altri chi seicento, cinquecento, più e meno, e grandissimo numero di Biade, Terreno, Vigne, Olivari e danari, di Animali e di ogni altra cosa, che possa rendere comodo, e ricco un Vassallo, del che se ne può da persone degne di fede avere certissimo testimonio, poiché oltre l'altre filtrate di Vini, Oglii ed Animali fanno 400, 500 e più stara di robba» 68.

Il vescovo Tommasini indicando le varie popoÌazioni che al suo tempo (1650) abitavano l'Istria, fa pure cenno 69 dei morlacchi come segue: 

«A motivo della guerra coi turchi, molti morlacchi sono stati condotti da quelle parti sopra i confini della Dalmazia infestata dal Turco ad abitar questa provincia, ma essendo avvezzi alla rapina che esercitano ordinariamente in quei paesi, inquietano tanto i contorni delle loro abitazioni che riescono molestissimi e dannosi.»

Il conte e provveditore di Pola Davide Trevisan nella sua relazione al senato 31 Maggio 1650 70 espone:

«Fra la città di Pola con un castello (Memorano) e 14 ville vi sono abitanti 4394 - oltre i Morlacchi novissimi, dai quali i vecchi patiscono danni nelle vigne e campagne, dandosi quelli piuttosto alla rapina che alla coltivazione, rubando animali grossi e minuti.» 

E Girolamo Priuli, capitanio di Raspo, nella relazione 21 Aprile 1659 informa che: 

«Dietro ordine venuto andò nella Polesana per reprimere i latrocinii, estirpare i malviventi, e poner in quiete quei fedelissimi sudditi, e vi è riuscito con gli ultimi supplizii di alcuni, prigionia di molti, e numero considerevole mandati in galera. Poi andò a Valle, per consolare quei sudditi dannificati negli averi e nella vita dai Morlacchi di S. Maria Alta con le corrispondenze di quelli d'Altura. Non potè avere in mano il Capo Zuane Radossovich (retronominato, venuto con 68 famiglie), il quale colla sua casa ed i suoi congiunti sono i maggiori ladri che infestino il paese; ma gli diede il meritato castigo (verosimilmente il bando con taglia sulla sua testa) - e propone la demolizione della di lui casa discosta più di due miglia dalla villa in sito vicino a porti e boschi, rifabbricandola nella detta villa di Maria Alta.»

P.S. Cari lettori, abbiamo appena finito di leggere queste brevi puntate descrite dallo Storico Istriano Carlo De Franceschi, con le quali abbiamo apresso l'infelici condizioni nel ripopolare la penisola con i transporti di nuove genti avvenuti in diversi tempi per ripopolare quelle contrade dell'Istria, che le irruzioni di orde barbare, le guerre e le pesti avvevano disertato di abitatori nativi, rimpiazandoli con i nuovi abitanti, com'e descrito, principalmente dai slavi che stavano fuggendo davanti all'invasore Turco nei balcani. Con questo documento, di nuovo é confermata la teoria dell'etnia Istriana come esemplare mosaico secolare di reciproca convivenza. E tuttavia ancor oggi nel 2002 noi Istriani, a causa delle guerre, dei DIKTAT, e delle ingiustizie impostici, non abbiamo un'identità veramente leale all'Istria o reale negli occhi del mondo. Voi amici e parenti che siete rimasti a casa, e noi esuli che siamo sparsi nel mondo come foglie sbattute dal vento, ancor sempre ci chiediamo, CHI SIAMO?... Siamo o non siamo prima di tutto ISTRIANI?

Mario Demetlica, Histrian
Australia

Note:

  1. Da secoli sino ai dì nostri, arrivano di quando in quando segretamente individui Greci e Dalmati a cercar tesori colla scorta di carte, che ne indicano con precisione i siti, e talvolta perfino recano i disegni. Ciò non può spiegarsi altrimenti che colla fuga d'istriani nelle incursioni barbariche in Grecia e Dalmazia, i quali morti colà senza aver potuto ritornare in patria, lasciarono quelle memorie a famiglie che li avevano caritatevolmente accolti.
  2. Kandler, Pietro - lettera al Dr. Guastalla nell'Osservatore triestino 1871. 
  3. Kandler (Ann.) Annotazioni [parte del Regesti Codice Diplomatico Istriano (CDI)].
  4. Kandler ed Archivio di Venezia. Secreta, e ne sofferse specialmente Pola; inoltre iscrizione di Muggia. 
  5. Kandler Ann. e fu orribile.
  6. Vergottini Stur. di Pctrenzo, e Notizie stor. di Montona p. 206.
  7. Kandler Ann.
  8. Vergottini op. cit.
  9. Kandler Ann.
  10. Codice dipl. Istr.
  11. Kandler Ann.
  12. Questa peste fece stragi accennate più tardi nelle loro Relazioni dai provveditori Nicolo Salamon nel 1583 e Francesco Basadonna nel 1625.
  13. Kandler Ann.
  14. Valvasor 4. p. 406
  15. Kandler Ann.
  16. Valvasor. 4.
  17. Kandler Ann. 
  18. Cronaca di Bogliuno.
  19. Kandler Ann. 
  20. Cronaca di Bogliuno.
  21. Kandler Ann.
  22. Ripetiamo qui il passo riportato al Cap. XXV:- Cum per nova que habentur coadhunatio gentium fieri videatur prò deacendendo ad damnum Istrie, et terre nostre de inde sint multum exute de civibus, qui propter pestem preteritam defecerunt, et maixime civitas Pola - vadit pars ecc. Arch ven. Secreta de 27 Agosto 1348 - Un'iscrizione esistente a Muggia reca di quell'anno: (i Et eodem tempore ruit divino judicio maxima mortalitas per universum orbem, taliter quod medietas humanae naturae persolvit debitum universae carnis.)
  23. Kandler, Cenni al forestiero che visita Pola.
  24. Inferno can. IX. "Siccome a Pola presso del Quarnaro che Italia chiude e i suoi termini bagna, fanno i sepolcri tutto il loco varo." 
  25. Egli così s'esprime alla pag. 331: Può far la città quattromille e cinquecento persone, ma dopo la peste del 1630 è scemata assai. Se nel 1631 ne aveva 1800 non e credibile ne avesse 30 anni soli più tardi quante accena il Tommasini.
  26. Di ciò abbiamo già parlato nel cap. XV.
  27. Kandler Ann.
  28. Lettera al Dr. Augusto Guastalla, nell'Osservatore triestino dell'anno 1871.
  29. P.e. a Verteneglio nell'agro di Cittanova. Cepich di Portole potrebbe essere colonia di Cepich all'Arsa (entrambi luoghi un tempo del patriarca); similmente S. Domenica d'Albona dovrebbe avere dato coloni a S. Domenica di Visinada, il qual villaggio viene dagli Slavi chiamato Labimi, che in italiano significa Albanesi.
  30. Oggidì Goregmiras, villa superiore, altra più sotto porta il nome di Dolemiras villa inferiore.
  31. Descrizione dell'lstria, attribuita a Don Fortunato Olmo scrittore del 16 e 17 secolo, che cita un Percichi da Montona, la cui opera andò perduta. Arch. gen. ven.
  32. Memorie storiche di Montona del Kandler, 1875, pag. 239.
  33. Tommasini Comm. pag. 54.
  34. Vergottini pag. 43.
  35. Kandler Ann.
  36. Kandler Ann. e Tommasini pag. 405. Fra questi morlacchi vi dovrebbero essere stati anche dei montenegrini, poiché sul torchio di Fratta v'ha lo stemma coll'anno 1590 del capitano Marco Poropat, la cui famiglia ora estinta, veniva soprannominata Cernogoraz (montenegrino).
  37. Da atti esistenti nell'Archivio provinciale.  
  38. Relazione al Senato, 29 Giugno 1583.
  39. Giornale L'Istrici, Ali. I. e Relaz. cit. di Marin Malipiero.
  40. Kandler Ann. agg.
  41. Verosimilmente condotti da Francesco Calergi nobile di Famagosta sull isola di Cipro, il quale in quell' anno aveva ottenuto dal Governo veneto facoltà di trasportare in Istria cento famiglie greche, specialmente per ripopolare Pola. - Kandler Ann.
  42. Relazione succitata del Provv. Marin Malipiero.
  43. Kandler Ann. agg.
  44. Relazione del capitanio e podestà di Capodiatria Alessandro Zorzì.
  45. Queste famiglie provennero da Zvonigrad nel territorio di Zara. Kandler Ann. agg.
  46. Dell'immigrazione nella Polesana di sudditi imperiali, cioè della, contea di Pisino, si dirà nel Capitolo seguente.
  47. Queste furono condotte dal capitano, Giorgio Poropat.
  48. Da copia dell'Investitura.
  49. Kandler Ann. e Giornale La Provincia an. 1873 N. 15.
  50. Mi comunicò il conte Bernardo Borisi che questo traspoto seguì li 2 Ottobre 1674, ma potrebbe essere errore di data, ammenoché i Borisi non avessero trasportato coloni in due riprese. Nel 1648 il Governo veneto diede ai Borisi il titolo di conti, e la giurisdizione in la istanza sul loro feudo di Fontane.
  51. Questa notizia la dobbiamo alla gentilezza del sig. Giambattista De Franceschi deputato al Consiglio dell'Impero, che la trasse dal proprio archivio domestico, come pure il seguente elenco delle famiglie di coloni trovantisi nello scorso secolo nelle suddette tenute della sua famiglia, i quali devono ritenersi dipendenti delle famiglie trasportate dal cap. Cuchich.
  52. Da carte dell'Archivio provinciale dell'Istria.
  53. I nomi di questi Albanesi sono: Luca Duimo, Andrea Pulce, Piero Moro de Marco, Luca de Zuane, Zuane de Perazzo o Peracich, Paolo de Nicolo, Sercondo de Antivari, Marco Jerez, Ivo del qm. Andrea de Zuane, Nicolo de Marco de Susani, Rado de Zorzi de Susani, Stefano de Marco de Susani, Luca de Piero de Antivari, Nicolo de Marco de Susani, Luca de Piero de Susani, Zuane de Nicolo, Cuzzain Turco. - Nel secolo seguente altri nomi ancora figurano a Monghebbo, come Milos, Franca, Chiperco, Basta, Lerà, Cigni, Garbin.
  54. Da investiture ed altre carte favoriteci riguardo agli Albanesi di Monghebbo, Valcarin e Monsalese dal colto albanese sig. Antonio Milos di Monghebbo.
  55. Kandler Ann.
  56. Kandler Ann. agg.
  57. Da carte dell'Archivio prov. istri.
  58. Diamo qui l'investitura, onde il lettore conosca anche la forma consimile delle altre, e gl'intendimenti relativi del Governo veneto. - Noi Andrea Contarini per la Serenissima Signoria di Venetia Cap. di Raspo, Giudice delegato. Essendosi conferiti in questa città di Parenzo, e cavalcato questo Territorio per trovar Terre e sito per le Diecinove famiglie Albanesi condotte in questa Provincia da Padre Fra Fran. Porubba, habbiamo trovato, assegnato, et concesso alle dette famiglie l'infrascritte Terre boschive, sassoso ed incolte, sopra le quali debbano fondar una Villa, et riddur nel tarmine statuito dalle Leggi a buona coltura tutto il coltivabile, et l'inhabile riservare per pascolo degli animali che saranno loro dati dal pubblico, et che giornalmente s'andranno acquistando, dovendo compartir fra loro esse terre a portione et vivere insieme, coadiuvando l'un l'altro la coltivatione delle terre, et fondatione della Villa, come è desiderio Pubblico che per ciò li sostenta e mantiene paternamente di molte cose loro bisognose.
  59. Da investitura.  
  60. Kandler Ann.
  61. Idem.  
  62. Da documento 2 Ottobre 1627 contenente gli obblighi dei sudditi di Geroldia, posseduto dal conte Nicolo da Califfi di Rovigno proprietario del feudo.
  63. Da investitura dell'Archivio prov.
  64. Kandler Ann.. e Tommasini Comment. pag. 488.
  65. Kandler Ann.
  66. Idem, Note manoscritte.
  67. Kandler Ann. e Giornale L'Istria An. VII, 30.
  68. Archivio provinciale dell'Istria.
  69. Comment. Stor. geog. p. 54.
  70. Archivio gen. di Venezia. Culi. Sec. Relazioni dei Rettori.

Bibliografia:

  • Testo - Carlo de Franceschi, L'Istria, ristampato dall'edizione di Parenzo, agosto 1879, Arnaldo Forni Editore.
  • Immagini - Franco G. Aitala, Mario Demetlica, Marisa Ciceran e altri.
  • Mappe - Egidio Ivetic, L'Istria moderna, un'introduzione ai secoli XVI-XVIII, Collana degli Atti, Centro di Ricerche Storiche - Rovigno, N. 17 (Trieste-Rovigno, 1999). 

Main Menu


This page compliments of Franco G. Aitala, Marisa Ciceran and Mario Demetlica 

Created: Sunday, February 03, 2002; Updated Wednesday, October 22, 2008
Copyright © 1998 IstriaNet.org, USA