Pietro Kandler
Prominent Istrians

 

Discorso in onore del D.r Domenico de Rossetti
Cavaliere della corona ferrea, consigliere di governo, procuratore civico
ec. ec.

DETTO IL DÌ 9 NOVEMBRE 1843 ARRIVERSARIO DI SUO OBITO
NELLA SALA DEL CONSIGLIO MUNICIPALE

DAL d.r P. Kandler.

Trieste, Tip. Ved. Marenigh (1844)

Lodevolissima costumanza delle civili società si fu sempre quella di ricordare le persone per lettere, per prudenza di affari, per patrio amore distinte; perchè nobile prerogativa è questa dell' uomo di vivere per chiare gesta oltre la tomba, nella memoria, nella estimazione dei posteri, e colla fama giovare oltre vita a premozione di generose imprese; nobile prerogativa questa, di comunicare per care affezioni e ricordanze cogli illustri che ci precedettero.

Allorquando, or corre un' anno, quest'aula risuonava del lamento per lo dipartirsi del Cav: Domenico de Rossetti, il desiderio di udirne le gesta cedeva al soverchio dolore; in oggi che il dì del trapasso ricorre, è debito di grato animo che si dicano; che in quest' aula medesima si dicano, nella quale buona parte ei spese di pubblica vita, nella quale si udirono i consigli di sua saggezza, di sua prudenza; che in quest' aula si dicano, dove il nome onorato comparisce per comune volere nell' albo dei decurioni, e vi figurerà a perpetuità siccome della patria benemerito; che si dicano dinanzi l'inimagine destinata a segno della tomba ove le ossa affaticate dell' ottimo cittadino riposano, destinata a tramandarne le care sembianze a tempi più tardi. Le lodi di lui non si celebreranno; sciolto dalle umane fralezze, lo spirito suo le abbonirebbe, non meno di quello le abborriva quando era fra noi ; del vivere suo, della sua persona darassi breve relazione; che ottima lode si è quella che la storia, anzichè l'eloquenza comparte.

[4] Nasceva il Rossetti in Trieste il dì 49 Marzo dell' anno 1774 da famiglia che per molti titoli fu in pubblica estimazione e del principe e del popolo. i suoi da parte d' uomini erano oriundi da Venezia; veneziani erano pure gli avi materni di casa Perinello, e di casa Gini, trasferita questa seconda nell' Albania; da dove poi per l'ultima guerra col turco dovette allontanarsi, abbandonando i possedimenti. Gli avi suoi trattarono le armi in servigio della repubblica, ed in famiglia con gran religione guardasi ancora un'immagine della B. V. colpita da fucilata nella battaglia di Napoli di Romania, alla quale un di lui bisavolo comandava un naviglio. Trasferitasi la gente Rossetti in Trieste, (fu il primo l' avo Domenico) e datasi alla mercatura ed alla navigazione, tale ebbe prosperità che la casa annoveravasi fra quante più solerti ed opulenti v'erano, fra quelle che grandemente contribuirono alla prosperità di questo emporio inallora incipiente; nè al traffico solo attendeva, ma ad altri rami che tornavano di vantaggio alla nascente città. Moltissime furono le abitazioni urbane dalla famiglia erette, moltissimi i terreni dissodati e ridotti a vigne, a verzieri, ad oliveti; tutta una via di città, che ora degli artisti si nomina, dalle sue scuderie traeva il nome; villa amplissima, alla città contigua, con palazzino e cappella, e bosco, e rivi e quanto il lusso esigeva, non ha peranco dimenticato il nome Rossetti; la cappella urbana della casa, eretta e dotata, era aperta pel servizio divino, e noi tutti ricordiamo ancora come attestasse la pietà e le dovizie dei fondatori; ned è dimenticato che alla costruzione della chiesa di S. Antonio, alla fine del secolo passato, la famiglia di tutta la pietra facesse dono. L'Augusta Maria Teresa alzava Antonio Rossetti, padre del nostro, al rango di i. R. Consigliere di Commercio, lo insigniva della nobiltà equestre ereditaria dell'impero col predicato de Scander; Ercole III. duca di Modena gli conferiva il titolo di Conte; il consiglio patrizio di Trieste lo aggregava fra i suoi.

Questa era la famiglia onorata, doviziosa, riverita da cui nasceva il nostro Domenico. Soppressa la Compagnia di Gesù, che all' educazione della gioventù e nelle lettere e nei costumi, in regolare convitto con lode provvedeva, ritratto il clero secolare alle cure di chiesa, le scuole d' allora poco più che periodica regolarità di lezioni offerivano; perlocchè fu il Rossetti inviato a Prato in Toscana nel Collegio Cicognini per apprendervi grammatica [5] ed umanità; corsi che el compiva primacchè tolto fosse ai nazionali, di frequentare stabilimenti esteri di educazione. Gli ordinamenti di Giuseppe II. avevano concentrata l'educazione, per queste provincie in ogni ramo di studio, in Gratz, ed ei vi si recava ad apprendervi filosofia. In Vienna attese alle scienze legali, al di cui esercizio veniva destinato; è vi otteneva il grado dottorale nel 1800.

Agli studi d' obbligo, che di tale nome segnavansi quelli la di cui comprovatone era indispensabile requisito a futuro collocamento, egli altri di buon grado vi aggiunse, e fra questi coltivò con grande amore la poesia italiana, spintovi forse meno da gemo proprio che da cause estrinseche; del quale amore per la poesia, rispetteressimo il giudizio che ne faceva il Rossetti medesimo, parlandose forzato e come di cose giovanili, se più tardi questo genio non fosse stato fecondo di altra, forse non divisata impresa. Lo studio delle leggi e dette lettere, delle filosofiche discipline e dell' arti belle esercitarono la gioventù del Rossetti e nella giurisprudenza oltre le leggi civili, coltivò il diritto pubblico, e l' amministrativo. Restituito alla famiglia, le vicende sempre oscillanti del commercio, i guasti che accompagnarono la prima invasione nemica del 1797, gravi perdite avevate recato, e declinava da quella dovizie in cui giovanetto l'aveva veduto, e la quale per probità, per assennatezza, per beneficenze, per meriti, essere doveva costante retaggio.

Alacremente si dispose il Rossetti a riparare i colpi dell' avversa fortuna, e comunque l'ingegno suo lo portasse a desideri di altre occupazioni, di altri studi, comunque rinunciare dovesse a speranze e divisamenti che immancabili essere sembravano, a cui tutto s' era dato, e dai quali onore assai doveva venire, pure s' adattò alle condizioni dei tempi e diedesi ad esercitare l'avvocatura nel 1804, nella quale ebbe fama di valente e di probo.

Nuova carriera e forse per lui inaspettata gli; si dischiuse tosto, nella quale alla patria doveva dedicare queir impaziente sentire, che al benfare il trasportava. Aggregato nel 1802 al Consiglio dei patrizj, collegio cui era affidata l' amministrazione del municipio; poco stante, nel 1805, vedeva le armi napoleoniche prendere questa città, che avversa riguardavasi alle novazioni per genio, per innata fedeltà al legittimo suo signore.

[6] La prima invasione del 1797 era stata dolorosa assai per le esorbitanti taglie imposte dal vincitore, per la inusitata subitaneità di impero militare; nè a mitigarne l'asprezze aveva giovato la presenza di quel Generale in capo che già designavasi a dominatore dell' Europa. Ei medesimo annunciato aveva a questa città il suo mal animo, diretto a toglierle l'importanza mercantile ; malanimo che conservava ancora quando più tardi tenne stabilmente Trieste, ed il quale cangiò appena nei campi di Russia, quando già Dio segnava il termine di sua dominazione. La seconda invasione fu più fatale; ad accrescerne il terrore giovavano la fama avversa, il nome temuto del taglieggiatore Solignac, la presenza d' una legione di mori, spettacolo non pria in queste regioni veduto, ed alla plebe appena credibile; sicchè allontanati i più facoltosi, impaurita la massa, ritratto il Governo di 8. M. Austriaca, restava il municipio abbandonato all'avidità, alla prepotenza di militi che vincitori in tre parti del mondo si dicevano, a disordine inseparabile da repentini cangiamenti. Ed arti invero vilissime furono allora adoprate per estorquere denaro e vettovaglie, non usitate nella prima invasione; noni nella terza; modi insultanti e beffardi per avvocare ciò che di ragione dello stato dicevasi, per ampliare il diritto, se diritto era, di confisca. In tali tristi emergenze gli occhi di tutti si volsero al Rossetti, ed il Rossetti volentieri assumeva l'incarico di provedere alle cose pubbliche col consiglio, colla parola; nè timore di ingratitudine popolare, nè odiosità che ingenerare doveva l'officio in tempi difficili, nè tema di dispiacere al prepotente dominatore, raffreddarono in lui quel cocente amore di patria, che al difficile incarico il chiamava, Così fra rivolgimenti e saccheggi, prepotenza e licenriosità entrava Rossetti in una carriera pubblica, dalla quale più non doveva partirsi, cominciava una vita novella, nella quale ebbe a meritarsi la pùbblica gratitudine.

Ridonata la pace, ed il Rossetti ridonavasi agli studii suoi prediletti, in quanto il debito di carica ardua e difficile gliel concedeva; ma poco tardarono novelle tribolazioni, novelle sventure,

L'infelice esito della guerra del 1809 faceva presentire la perdita di Trieste, e già le cose andavano disponendosi per l'imminente sventura, e sceglievasi il Rossetti a far parte dell'amministrazione municipale; sceglievasi lui appunto, perchè di tutta fiducia onorato dal Governo di sua Maestà, [7] esso aveva il difficilissimo carico di mantenete l'amministrazione nell' integrità di principi sui quali basavasi; carico, ohe se nel vincitore fosse stata meno la moderazione ed il rispetto ad innata fedeltà, avrebbe messo a pericolo grave la persona sua. Pur non si ristette il Rossetti dal difendere la patria, dal suggerire, dal pregare, dallo scongiurare, fermo nel suo pensamento, non poter Trieste essere prospera che nella libertà del portofranco, convinto non poter essere felice che sotto l'egida dell'augusta Casa d'Austria, alla quale ogni desiderio ogni affetto era a tale rivolto, da non tacere l'avversione sua al novello, reggitore; e fino a che durava speranza di imminente ritorno al sospirato Signore, esso servì. Allorquando i destini di queste Provincie furono fissati, verso il 1811, allorquando novello ordine di cose si regolava, Rossetti abbandonato ogni pubblico e privato carico, rinunciate perfino l'avvocatura, agli studii faceva ritorno, troppo spesso interrotti dal dolore della patria perduta. E, eterna giustìzia! quel nemico cui spiacevole era la fedeltà, del Rossetti, all'antico Signore, cui molesta era la fermezza nel sostenerne le ragioni e le basi del governo, quel nemico medesimo tratto ad ammirarlo gli offeriva carica luminosa, certo, che ministro più fedele, più sincero, avuto non avrebbe. Rossetti ricusava onninamente ed agli studii di pace faceva ritorno, alla poesia, alle belle lèttere, alle speculazioni filosofiche, alla bibliologia, e per diletto alla coltivazione dei fiori. Nella villetta all'acquedotto, da esso lui architettata, di sua mano piantata, dava il primo modello fra noi di giardino paesista, lasciate le forme troppo simmetriche dei giardini antichi, che a Trieste non mancarono; nell' aquedotto stesso ei dava il primo campione di un viale regolare. Gli ozj di villa rallegrati venivano soltanto dal consorzio di colleghi e di amici, alcuni dei quali ebbe a compagni nelle esercitazioni poetiche. Compreso d'ammirazione per quell'altissimo ingegno del Petrarca, pervegli, e ben a ragione, che il merto poetico non fosse il più alto in lui, nè il canzeniere la precipua dell'opere sue, comunque grandemente la estimasse; venerava nel Petrarca uno dei più caldi rigeneratori della civiltà italiana, uno dei più saggi promotori di ogni studio storico e filosofico, benemerito delle lettere, e dell'Italia tutta; degno che i pensamemti suoi fossero stati compresi in quel secolo di odii e di ire, ed avessero trovato esecutori pari a lui di integrità, di sincerità. Datosi quindi a [8] rintracciare dà ogni parte, e stampati e manoscritti, e pitture e scolture, e disegni, e medaglie e gessi, ne faceva raccolta doviziosa, non ad ostentazione di fasto, non a puerile curiosità, non a singolarità di capriccio; bensì a materiali di patrio decoro, di italica storia. Raro o non mai è dato a chi per lunga decorrenza di anni si fa a raccogliere materiali, il costruire con questi l'edifizio che intende: pure il Rossetti rivendicava a quel sommo le vite degli uomini illustri che ad altri si attribuivano, e davasi a fare comuni le poesie minori del Petrarca, che all'Italia volle restituite in forma italiana, per opere di illustri di tutta quanta è la penisola, convinto che ormai la lingua latina era a pochi riservata. Tempo verrà, giova sperarlo, che il santo desiderio abbia effetto, e messo l'illustre padre in quella luce di che è degno, a Trieste ne venga parte di lode, come posseditrice dei materiali; a Trieste che il Petrarca ha visitato nelle sue peregrinazioni.

Delle cose del Piccolomini fece pare raccolta, nel quale proponimento alla fama dell' illustre Pontefice Pio IL forse contribuì amore di patria; che il Piccolemini fu per quattro anni vescovo di Trieste, nomo di lettere, di altìssimi generosi proponimenti, personaggio di grande storica importanza.

Fu in quest' epoca che il Rossetti maturava un proponimento antico, un desiderio di sua gioventù, Dolevagli che quel sovrumano ingegno del Winkelmann, del quale da fanciullo udiva ripetersi l'infelice fine, e la pubblica vendetta che placò i suoi mani; di quell'ingegno del quale fatto adulto ammirò il sapere: dolevagli, che nuin segno addittasse in Trieste la tomba al forastiero che invano la cercava; e più dolevagli che rimprovero di ciò si facesse a Trieste, e rimprovero perfino del fatto, infrequente aborritissimo; che l'ira repentina ed il pronto riscuotersi fu notato a diffetto dei vecchi nostri, il tradimento, il vile assassinio non mai. Il pio desiderio ebbe più lardi effetto, e Trieste va per lui superba di avere preceduto di molti anni e la Germania e l'Italia, nell' onorare pubblicamente la memoria del principe degli antiquari. Oggi 1843 si delibera in Prussia onorificanza al Winkelmann.

L'accademia degli Arcadi Sonziaci, che con grande appariscenza subentrava ad altre due per intervalli di tempo sorte, aveva ceduto ai destini, ed al comune di Trieste legato il patrimonio; luogo di riunione per le [9] persone dotte più non v'era, tranne privati convegni frequentatissimi, seguito di antiche patrie abitudini; consuetudini di vita a quelli, che le ricordante di comune educazione, e di amichevole affetto tenevano riuniti; e questi convegni ben tosto convertironsi nel Gabinetto di Minerva, all' erezione del quale precipua parte prese il Rossetti. La poesia non era peranco venuta in uggia e come l'Arcadia destinata anche alle scienze ed alle arti, tutta fu poetica e di piacevole conversare, cosi la Minerva destinata precipuamente alla poesia ed al piacevole convivere, altro cammino prese, ed a studii più gravi rivolta, ebbe a duce finchè visse il Rossetti.

Riordinato il Governo nel 1813 e 1814 ritornò il Rossetti all' avvocatura, ed alle comunali incombenze, lieto del felice riordinamento, volonteroso, pronto, non ischifo di fatica, o di carichi. Invitato ad officio importante dello stato, ad officio ohe miglior testimonianza essere non poteva di sapere, di integriti, di lealtà, preferì i modesti onori municipali, soddisfatto se alle intenzioni venisse quandocchessia fatta giustizia. E tanto si fù l'amore per questa patria, che non ricusò il carico di precipuo regolatore delle taglie francesi non peraneo soddisfatte, officio che qualunque altro avrebbe fatto segno di pubblica odiosità e vi si sarebbe sottratto, ma nel Rossetti tale si fu l'integrità, la prudenza, la fermezza, che ne ebbe all'invece pubblica gratitudine; tanto il retto operare redama giustizia anche da ehi risente la gravezza della legge. Inviato oratore della città dinnanzi il Rappresentante di S. M. in Lubiana, dinnanzi all'Augusto in Venezia si cattivò il benvolere a segno che più tardi tornò a di lui onorificenza. Nel 1818 chiamato a dettare dramma per musica a fine di festeggiare la felice restituzione alla Serenissima Casa, applicò la poesia alla patria storia, detta quale il primo suo saggio fu appunto il sogno di Corvo Bonomo. Poco stante grandi quesiti tenevano gli animi inquieti.

I rivolgimenti d'Europa, più non comportavano le forme precedenti; la popolazione perduto il ribrezzo a cose nuove, le antiche in poca estimazione traeva: le nuove condizioni rendevano impossibile l'antica restituzione in qualche parte, in quella parte appunto che gradita alla generalità più non era; altri facevansi a temere che ogni cosa venisse sovvertita, e la prosperità di Trieste pericolasse. Noi che trent'anni dopo, vedemmo essere [10] state quelle trepidazioni a dismisura precipitose, giudicarle a verità non postiamo. Il Rossetti s'accinse allora dare un saggio della precedente condizione e pubblicò le sue meditazioni, frutto di studi di diplomatica, con tanta celerità spinti, che a chiunque non abbia conosciuto l'autore, sembrar deve impossibile che fosse opera di men che quattro settimane il raccogliere i materiali, lo stenderne il dettato. Non altro mirò in quel libro che svolgere le antiche cose, e facilitarne la conoscenza; perchè l'esperienza gli presentava non esservi umana istituzione la quale niuna saggezza da imitare offra, niuna esservene la quale non mostri cose ad evitare; non essere le istituzioni perpetue ned a tutti i tempi ned a tutte le condizioni adattabili.

Gli offici spontanei con tanto zelo, con tanta disinteressatezza esercitati, fissarono sopra di lui gli sguardi, quando nel 1847 la carica di Civico Procuratore veniva instituita, carica che a nome antico, novelle incombenze univa, quelle cioè di assistere colla legale prudenza l'amministrazione del comune, e di difenderne le ragioni dinnanzi ai Tribunati. Per ben 25 anni ei vi si prestò, pressochè gratuitamente, ma diremo gratuitamente, perchè quel tenue appuntamento assegnatogli egli totalmente restituiva per dotarne una fondazione di comune utilità; per 25 anni continui tali officii alla patria ebbe a prestare, da meritarsi la soddisfazione del Principe, l'applauso dei cittadini. Perchè la mutata condizione delle cose di tutta Europa, ed i novelli ordinamenti di quéste provincie, la restituzione dell'antico non più concedevano, e la transazione dall'antico al novello farsi non poteva che per la perfetta conoscenza dell' antica condizione e dei novelli bisogni. La straniera dominazione nel totale repentino sovvertimento di ogni preesistente elemento sociale troppe ragioni civili del comune aveva stravolte e col subitaneo imperare, appartate o mandate in obblio; a restituirle ne la via era facile, nè pronti i mezzi, nè gli animi parati, perchè il decorrere di tempo,

il survenire di istituzioni diverse, le vecchie relazioni rendevano straniere, le procedure medesime erano argomento di dubbiezze. Quindi ne venne che il carico di Procuratore fa di assai superiore all' officio, perchè non solo le civili ragioni ebbe a rivendicare, ad integrità del municipale peculio; non solo ebbe colla prudenza ad assistere negli atti civili, ma formarono allora precipua mansione, le consultazioni in ogni ramo di pubblico reggimento.

[11] Tanta saggezza, tanta lealtà adoperò nel difficile incarico che l'Augusto il chiamava più tardi a consigli di gravissimo momento; che ei stesso vedeva esauditi i desiderii suoi, nella fissazione di ordinamenti che dell' antico serbando i vantaggi, al secolo novello mirabilmente si conformavano.

Cure tanto assidue, nol distoglievano nè dalle mansioni di causidìco, che onorevolmente sostenne, nè dagli studii suoi prediletti; anzi pubblicata l'opera sul Monumento del Winkelmann, ed altre di belle lettere, a messe nuova gli si aprì campo. Erasi nel 1825 scoperto in Trieste antico musaico ed altri avanzaticci, li quali richiamarono non lieve attenzione, susseguito da li a poco da lapida letterata tratta dalla necropoli dai SS. Martiri. Il Rossetti che zelante era stato dei tasti ed esplorazioni di antiche cose, operatisi nel 1814 da persona a lui amicissima, ben s' avvidde come la civiltà in queste provincie tutta era di primitiva romana provenienza e che il rinvenire sulle fonti sincere, opera sarebbe stata utilissima, non per la scienza soltanto, ma per la vita. La defficienza di opere storiche era da lui sentita; ei sentiva altamente come la storia fosse maestra della vita, ma conosceva puranco come a comporla fosse prima indispensabile cura il raccoglierne materiali, opera di fatica assai, ingrata, lunga. Egli aveva esperito come i materiali finallora raccolti, indigesta mole, fallaci erano; ed alacremente alla cosa per doppia via si assunse. L' una di pubblicare periodicamente colle stampe, e materiali ed opuscoletti che in chiara luce porre potessero le cose tutte di Trieste e dell'Istria, e la raccolta ebbe nome di Archeografo Triestino; ¥ altra di aprire un museo di antiche lapidi tergestine. Dell' Archeografo quattro volumi vennero pubblicati, e le dissertazioni sue sulle selve triestine, sugli statuti municipali, sulla Società di Gesù, mostrano quanta sapienza ei sapesse adoperare nel versare su argomenti dei tempi di mezzo tirandone precetti pratica utilità pelle cose d'oggigiorno; queste dissertazioni mostrano come ei voleva si trattasse l'antichità, postergate quelle sconcezze, che non a torto spinsero fino alfa ridicolezza, per non dire di peggio, la veneranda scienza dell'antico. All'aprimento di un Museo pose ogni cura, costanza moltissima; perchè desiderava dare degna corona alle ceneri di quel Winkelmann che ad ogni possa volle onorare; perchè voleva servisse di sprone a migliori' studi; ma i fati non concessero che ei vedesse mandato ad esecuzione il nobile [12] desiderio, che pure in sua vita fu dal Municipio assentito ed eseguito; Aveva a promozione degli studii patrii cominciato a raccogliere quanto d' opere, stampate in Trieste, gli veniva fatto di avere, a corpo di materiali per futuri studii; e di questa raccolta fece in morte legato col carica di completarla e trasmetterla in successivo ordine di persone che trarne potessero vantaggio.

La quale prudentissima disposizione diretta a dare facilità di nobili studj, ebbe di già compimento, perchè a volontà di questo Municipio un'istituzione ne sortiva sotto il pubblico patrocinio, la quale per le desiderabili guarentigie di stabilità, si trova di già alacremente operosa, e d'incipiente maturità di primi frutti.

A rimerito di tante sollecitudini per le scienze e le lettere l'Augusto FERDINANDO I. lo fregiava delle insegne minori dell'ordine della corona ferrea nel 1835; epoca che il vedeva già trasferito dalli officii municipali ad altri maggiori in servigio del principe, negli interessi dello stato intiero. Le leggi di mare dovevano comporsi a codice sistemato, farsi concordi alle legislazioni in altri rami di pubblico e privato diritto, l'incarico poggiavasi ad aulica Comniissiene nella capitale, alla quale venne addetto il Rossetti in qualità di referendario, e compilatore dei testi e della legge e di quelle ordinanze in materie affini, che la di lei esecuzione dovevano predisporre od agevolare. Questo novello carico che di frequente lo chiamava alla capitale, nol distolse dagli officii municipali; imperocchè attivata l'istituzione decurionale, veniva il Rossetti rinvestito del sommo onore municipale, della Presidenza speciale, membro dell'uno e dell'altro Consiglio. I lavori pel Codice gli ultimi furono che in vita potè portare a compimento; il rimeritava Cesare col titolo di Consigliere di Governo.

[13] In sul finire dell'anno 1840 gravissimo morbo lo spinse all'orlo del sepolcro; ricuperò, ma non potè interamente riaversi; le forze abbattute da una vita si attiva, si pronta, tutta spesa in servigio del principe e della patria, cedevano all'eterea legge, che ogni cosa mortale danna a termine; la sua carriera approssimavasi al fine.

Pure anche gli ultimi giorni suoi, spender li volle in prò della patria, di onorevole missione, siccome in ogni incontro lo era dinnanzi gli Augusti od i loro Rappresentanti, incaricalo alla capitale. Il dì 26 Novembre del 1842 s'addormentava placidamente nel Signore, compiuto l'anno sessantesimo ottavo di sua vita, brevi di troppo al desiderio nostro, ma che assai più si direbbero se dalle cose per lui fatte numerar si dovessero.

Quella costante carità di patria che l'operare suo regolò in vita, |o animò anche in morte, alla patria lasciando testimonianza perenne di sua affezione. Legava al Consiglio municipale un calamajo che nelle patrie storie ha memorabilità; legava alla civica biblioteca la collezione delle cose del Petrarca e del Piccolomini, e stampati e codici e monumenti di ogni genere, con ciò che le raccolte venissero progredite; legava alla civica biblioteca l'intera sua libreria, piccola sezione eccettuata che al comune doveva ritornare ampliata e completa; istituiva del proprio peculio ogni biennio seicento fiorini a premiare il migliore opuscolo di storia o statistica triestina, il miglior opuscolo per l'istruzione del basso popolo, per premiare il villico che avrà il primato nella piantagione di un bosco, il servo che sarà più fedele e probo; le opere di belle arti di artista per famiglia o per nascita triestino; ed in diffetto di cose degne di premio, ordinava un'opera di pittura o scultura ad illustrazione e decoro di Trieste da collocarsi in una chiesa od altro pubblico luogo. Delli quali premii commetteva il giudizio, in parte all'Istituto di scienze e lettere di Milano o di Venezia, in parte a quelle due accademie di belle arti ed in parte al consiglio municipale di Trieste; vietava che l'istituzione portasse mai od in modo alcuno, il di lui nome..

Fu il Rossetti di media figura, di gracile sanità, di gradito aspetto; la testa di lui ricordava tipi antichi, ampia spaziosa la fronte, fermo lo sguardo, [14] rilevato e ben conformato il naso, composta la bocca a mestizia anzichè a sorriso, grave di modi, come di parole, una veneranda calvizie ben gli si addiceva. Curava moltissimo la mondizia della persona, la decenza del vestito; non isfuggiva le comodità della vita, senza eccedere in parte alcuna. Giovane amò la società, e gli onesti passatempi; nella virilità fu ritirato assai, a modo che i soli viaggi, ed il rivedere di dotte persone, per concambio di lettere a lui unite, gli era alleviamento. Piacevole sempre, di rado mostratasi gioviale, ma l'ilarità sua era franca, spontanea, ripiena di spirito, nè priva di sali; pazientissimo dell' altrui dialogo, anche frivolo, prontamente vi si adattava, senza segno che a lui riuscisse soverchiamente luogo o discaro. La sobrietà, la regolarità del vivere, gli diedero forze maggiori di quello a più robusti è conceduto; e tal vigoria ebbe che postosi al tavolo a nov' ore, non vi si allontanava che alle due per ritornarvi pocostante e rimanervi fino alle una o due del mattino. Mirabile assai si fu in lui la prontezza della mente, perchè interrotto a mezzo lavoro, e fosse pure importante e premuroso, da estranio novello affare, prontamente e sagacemente discorreva anche a lungo, anche per ore; e non ben allontanato l'interruttore, il Rossetti continuava come mai fosse stato distolto. E prontissimo era pure ad accingersi a qualsiasi argomento non pria conosciuto, e con tale facilità il trattava come fosse messe sua; più facile del resto al dettato che all' improvvise parole. Benevolo di cuore, fu severo per officio, non per inclinazione, le ingiurie con rara prudenza non curava e dimenticava. Nobilissimo era in lui il sentire, nobilissimi i modi, e la compostezza della persona. Abituato fino dalla prima gioventù ad avere convincimento per sequenza di principj, a questi tenne fermo, fino a che miglior convincimento lo persuadesse al richiamo; e se le più di volte nel confronto ei tennesi al proprio, ciò fu meno effetto di irremovibilità, di quello che difficoltà di incontrarsi in quelle vie per cui altri a diversa sentenza venivano. Sebbene nato ed educato in tempi in cui su basi novelle ricomponevasi la società; gli eccessi, le aberrazioni inseparabili da subitanei movimenti, lo retrocessero all'ammirazione del vecchio; e se in questo forse eccedette, bene vi ebbimo compenso nel veder rivivere in lui la virtù, la bontà, dei prischi tempi; perchè figlio affettuoso ricambiò al nonagenario cieco suo padre le sollecitudini familiari; religioso di cuore e senza ostentazione, chiedeva ei medesimo di [15] prepararsi al tremendo passaggio coi conforti di quella religione santissima della quale venerava i misteri, e seguiva i precetti. Ei sta ora, come speranza abbiamo, dinanzi al Giudice eterno, scrutatore dei cuori, ed a lui alza le mani incontaminate, pregando alla patria che tanto ha in vita amato, le celesti benedizioni.

Citadino benemerito, questo serto d'olivo alle tue virtù consacra la patria.

E qui l'oratore, Preside speciale del Consiglio municipale, poneva corona di olivo sul busto marmoreo.


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Created: Friday, February 13, 2016; Last updated: Saturday, February 13, 2016
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