Cenni storici

Antichissime tradizioni ripetute dagli storici narrano che, fuggita Medea con Giasone e gli Argonauti, e col vello d'oro dal Coleo alla spiaggia del mar Nero, Aeta suo padre molti de' suoi mandasse a perseguitarla, i quali entrati nel Danubio rimontassero la Sara e la Lubiana, e giunti a' piedi delle Alpi, le scavalcassero trasportando sulle spalle le navi fino nell'Adriatico; e disperando di più rinvenire la fuggitiva e gli Argonauti rapitori di lei, temendo di ritornare al re loro colle mani vuote, si fissassero nell'Istria, e Pola fabbricassero.

Queste tradizioni, forse troppo derise, narrano la trasmigrazione di un popolo tracico dalle foci del Danubio, ove aveva stanza in penisola che Istria dal nome del fiume chiama vasi, il quale le proprie tradizioni della spedizione degli Argonauti e del rapimento del velo d' oro aveva; popolo che, mossosi ai tempi del re Dario Idaspe e di Milziade, toglieva ai Celti le spiagge dell'estreme Alpi, le quali nell'Adriatico in penisola scendono, ed a questa in memoria dell'antica patria diedero il nome d'Istria.

[4] Pola se al nome abbadiamo, e più che al nome alla posizione sua in porto bellissimo e sicuro, fu opera dei Traci istriani, i quali grandemente s'occuparono delle cose di mare ed il vivere in comune ebbero caro; mentre i Celti aborigeni od autottoni preferirono vita pastorale e l'abitare dispersi, e lingua ben diversa dalla grecanica adoperarono. Quale si fosse la condizione di Pola nel secolo sesto avanti G. C, in cui Scimno da Chio visitò la spiaggia istriana, fino alla conquista fattane dai Romani nell'anno 171 noi sapressimo dire; arditi navigatori erano gli istriani, e fama suona che dati si. fossero a piratiche imprese, per le quali o per la ingenita ferocia andarono famigerati.

Conquistata la provincia dai Romani, Pola fu fatta colonia, estrema fortezza d'Italia e del dominio romano contro i Liburni e i Dalmati, ed allora fu cinta di mura, ebbe campidoglio, e quella distribuzione di città che a romane colonie bì addice ed era di consuetudine. Comunque nel primo secolo di Bua colonizzazione precipua importanza avesse per le cose militari, pure è a ritenersi che non estranea rimanesse alle cose di mare, e viva mantenesse la comunicazione con Ancona, con Ravenna e colla incipiente Aquileia.

Corre fama che Pola, nelle guerre civili avvenute dopo la morte di Cesare, fosse per ordine di Augusto smantellata da soldati liguri; rifatta poi dallo stesso Augusto mosso alle preghiere di Giulia.

La quale tradizione sembra accennare a fatti importanti che si possono congetturare soltanto. Cioè, dichiaratasi Pola pel partito republicano. venne nel 712 di Roma, 42 av. G. C, assediata e distrutta da Augusto in odio a Bruto ed a Cassio che le parti republicane guidavano; e vinta la battaglia di Filippi, e vendicata così la morte di Giulio Cesare, Augusto [5] concedette Pola in premio a' suoi soldati, e rifattala ebbe nome di Julia pietas, non già per la misericordia usata verso i PoIobì, ma sibbene per la filiale pietà che Augusto attestava verso Giulio Cesare di cui dicevasi figlio. Anche Parenzo ebbe da Augusto il nome di Giulia; la colonia cioè, non il municipio, come da lapidi s' apprende, poichè Parenzo fu colonia e municipio nello stesso tempo.

Crediamo essersi ristabilita la colonia dopo la battaglia di Filippi anzichè dopo quella di Azio, pel nome di Pietas che porta, mentre la guerra contro Bruto e Cassio fu o si disse guerra di vendetta, quella di Azio di politica; la distruzione di Pola non toglieva a questa il diritto di colonia; nuova colonia non potevasi condurre ove altra già esisteva; soltanto i terreni a novelli possidenti bì diedero.

Fondata la monarchia nel 723 di Roma, o 31 av. G. C, la Liburnia, la Giapidia, la Dalmazia, le Pannonie eransi unite all'impero, il quale dal Danubio stendevasi fino ai deserti dell'Africa; l'Egitto era provincia romana; Aquileia sorgeva già a precipua città dopo Roma, ad emporio delle nazioni cisdanubiane e trasmarine; la prosperità, frutto del commercio, grandemente aumentavasi. Pola veniva in allora a collocarsi nell'incrociatura di due grandi linee di movimento, quella che da Roma dirigevasi per Ancona ed attraverso il mare fino al Danubio; quella che dalla Bretagna per Aquileia dirigevasi a Costantinopoli; Pola era centro del passaggio per Ancona e Zara, e, come dagl'itinerari si apprende, regolari erano le traversate. Aquileia erasi formata a colossale emporio, quale appena in oggi puossi ideare; 600,000 nuraeravansi gli abitanti; il servigio di mare esigeva per il commercio di Egitto e di Levante, numerosa flottiglia; e Pola alla navigazione ai commerci prendeva parte, sicchè alla feracità naturale [6] del suolo, univa il movimento frequente fra Roma e le Provincie, fra le provincie stesse, fra grandi città; univa la frequenza del navigare; per modo che non deve recare sorpresa se la prosperità di Pola, della quale sì solenni prove rimasero, fosse di assai superiore air estensione della città, al numero del popolo, nè recar deve sorpresa, se, cessate le cause di sua prosperità ch'esterne erano, cadesse in umile condizione, nè più potesse risorgere.

Le spedizioni daciche di Traiano tornarono propizie assai a Pola, ed i tempi degli Antonini segnano forse il punto di massima prosperità, sicchè a questa epoca riferiamo la descrizione dell'antica città.

La quale aggiravasi fìtta intorno il colle, che oggi ancora è città. Sull'alto di quel colle stava il campidoglio od acropoli in forma ovale, in due terreni certamente spartito, l'uno del quali ad uso di militare presidio, l'altro per i tempi delle divinità capitoline, pegli edifizî ad uso del pubblico reggimento: il campidoglio era cinto di mura e torri.

Dal campidoglio scendevano clivi alle parti inferiori, quasi raggi che da un punto divergano, per mettere alle porte della città, od alla via principale, od alle secondarie che in cerchio correvano come il colle portava. Appiedi di quello presso alla spiaggia del mare situavasi il foro o piazza nobile, in fondo a cui due tempi gemelli, l'uno dei quali in onore di Roma e di Augusto, con intorno statue d'illustri persone, allato alla basilica. Chiudeva la città in forma circolare una muraglia, forse assai negletta nei tempi di tranquillità e sicurezza, attraverso la quale aprìvansi frequenti porte assai decorate, che al mare, od alle borgate esterne ed alle strade precipue, dirigevano. Delle quali strade si accenneranno, quella che dalla porta dell'Arena conduceva verso settentrione alle città di Parenzo, [7] Trieste ed Aquileia; quella che dalla porta Gemina ad Albona, a Fiume verso le Pannonie; quella che dalla porta aurata al porto flanatìco e Medolino per navigare a Zara e passare a Costantinopoli; quella del porto per cui imbarcavasi verso Ancona; senza far calcolo delle altre vie e porte minori.

Fuor delle mura, lungo le vie precipue sui colli circostanti, stendevansi le borgate, e la brama d'imitare, come stile era delle colonie, la comune madre Roma, faceva ravvisare sette colli occupati, se non tutto coperti, dalla città di Pola, cioè a dire città, Mondipola, Arena, Zaro, S. Michele, S. Martino, e S. Giovanni.

Nelle borgate collocavansi l'Anfiteatro al mare presso la strada parentina, il Teatro presso al porto e le mura della città sulla via al porto flanatìco era il Campomarzio, oggidì prato grande; questo e le isole del porto e le spiaggie e le strade seminate di monumenti funebri, di cippi sepolcrali a migliaia. Un'acqua condotta giungeva da lontano assai alla città e nella parte inferiore e nella superiore; un ninfeo presso l'Anfiteatro ornava lo sgorgo di ampia sorgente naturale; una lanterna in forma rotonda segnava da lontano il porto di Pola.

L'accesso a Pola era più naturale più frequentato per la via di mare, e certo l'antica città presentavasi in forma maestosa ed incantevole. Che la città, poggiandosi sul declivio del colle isolato, sembrava elevarsi per fare mostra di sè, coronata delle mura, delle torri, dei tempi del campidoglio, da un lato di essa stava l'Anfiteatro, dall'altro il Teatro, alti quanto il colle della città, maestosi monumenti di lusso e di bellezza; sulle sommità dei colli o tempi od edifizî; sul declivio verso il mare i caseggiati delle [8] borgate; per le spiaggie per l'isole, colorate di perpetuo verde, i bianchi cippi e le memorie funebri dei defunti; la torre della lanterna, più indietro i casini, le villette, le vie, i fortalizî a presidio delle strade a sicurezza dei campi, mostravansi su terreno che lentamente s'alza, e sul quale sovrasta la bella cima del Monte maggiore.

Seguendo le norme, riconosciute, nella capacità degli anfiteatri e dei teatri, per cui la popolazione di una città è uguale alla capacità dell'anfiteatro od alla doppia capacità del teatro, dovrebbe dirsi che Pola contasse circa 25000 abitanti nel primo secolo di N. S.; ma siccome ebbe tempi prosperi anco più tardi, può la popolazione portarsi ai 35000, come anche l'estensione della città giustifica.

Pola nei tempi di sua floridezza fu gradito e celebrato soggiorno; illustri principi, i quali o sorte di guerra o vicende di corte costrinsero al confino, senza rinunciare agli agi della vita, qui ebbero stanza. Rasparagano re dei Rossolani, vinto da Adriano intorno il 120 di G. C, ritiravasi in Pola a vita privata, e sullo scoglio degli Olivi nel porto veniva egli sepolto ed il figlio suo.

Crispo, figlio primogenito di Costantino, qui veniva relegato, e qui nel 326 ucciso d' ordine dello snaturato padre, mossi, come corse voce, dalle calunnie della moglie di lui Fausta, matrigna a Crispo, la quale a cose turpi faceaglisi supporre da questo tentata. Crispo morì innocente, ma fu vendicato poco dopo dalla morte di Fausta medesima.

In Pola nel 354 veniva ucciso Gallo Cesare d' ordine dell'Imperatore Costanzo.

Fino a che ebbe vita.l'impero di Roma, Pola ebbe propizi i destini; che le incursioni dei barbari, le devastazioni di Attila non arrivarono fino a queste parti.

[9] Nel 493 fu suddita del gran re Teodorico, e rimase dei Goti fino al oonquisto che ne fece Belisario in persona l'anno 539; e questi tempi continuarono felici, perchè saggio e benevolo il governo alla prosperità dei sudditi intendeva; le istituzioni romane furono tutte conservate nella città e nelle borgate; Ravenna aveva preso il luogo della distrutta Aquileia; e di profìtto erano le relazioni coll'Italia. Della condizione dell'Istria nei tempi dei Goti migliore testimonianza non può aversi di quella che somministra l'epistola XXII del lib. XII del celebratìssimo Cassiodoro, secretano del re Teodorico e dei suoi successori; epperò la registriamo perchè a Pola precipuamente si riferisce:

"Il Senatore prefetto del Pretorio ai provinciali dell'Istria.

I publici dispendi, in certiper la varietà dei tempi, non altrimenti possono equilibrarsi se non col porre le esazioni delle publiche imposte in giusta proporzione col reddito dei terreni; perchè facile torna l'esazione quando copioso è il raccolto, e perchè, richiedendosi ciò che la sterilità ha negato, la provincia viene a sofferire, e non si consegne ciò che si aveva in animo di avere.

Persone che visitarono la provincia ci hanno riferito, che l'Istria, già in fama per eccellenza di prodotti, sia stata in quest' anno benedetta da Dio con copia di vino, di olio e di fomento. Vi concediamo quindi di pagare con altrettanti generi siffatti l'imposta fondiaria che in questo primo anno d'indizione vi verrà prescritta; condonando benignamente gli altri tributi alla devota provincia.

Siccome peraltro noi abbisogniamo di questi generi in maggiore copia di quella che ci darete in equivalenza dell'imposta dovuta, noi abbiamo spedito altretanto danaro nella provincia, traendolo dalla [10] nostra cassa, per comperare abbondantemente i vostri prodotti senza alcun vostro disagio. Perchè essendo voi costretti di vendere le derrate a mercadanti forestieri, grave pregiudizio vi deriva quando compratori mancano; e senza mercadanti denaro non ne vedete. Miglior cosa è quindi il secondare la volontà del principe, che il dare le proprie cose agli stranieri; preferibile assai è il pagare debiti con proprie produzioni che l'avere i fastidì inseparabili dal vendere. Oltrechè equa è al tutto la misura che prendiamo, non volendo noi nè recarvi pregiudizio nei prezzi, nè caricarvi delle spese di nolo.

La vostra provincia, a noi prossima (a Ravenna), collocata nelle acque dell'Adriatico (!' autore dice Jonio, che così anche chiamavasi l'Adriatico), popolata di oliveti, ornata di fertili campi, coronata di viti, ha tre sorgenti copiosissime d'invidiabile fecondità, per cui non a torto dicesi di lei che sia la campagna felice di Ravenna, la dispensa del palazzo reale; delizioso e voluttuoso soggiorno per la mirabile temperatura che gode dilungandosi verso settentrione. Ned' è esagerazione il dire che ha seni paragonabili a quelli celebrati di Baia; nei quali il mare ondoso, internandosi nelle cavità del terreno, si fa placido a somiglianza di bellissimi stagni, in cui frequentissime sono le conchiglie e morbidi i pesci. Ed a differenza di Baia, non trovansi un solo averno, un sol luogo orrido e pestilenziale; ma air invece frequenti peschiere marine, nelle quali le ostriche moltiplicano spontanee anche senza che l'uomo dia opera alcuna; tali sono queste delizie che non sembrano promosse con istudio, ed invitano a goderle. Frequenti palazzi che da lontano fanno mostra di sè, sembrano perle disposte sul capo a bella donna; e sono prova in quanta estimazione avessero i nostri maggiori questa provincia, che di tanti edifizî la [11] ornarono. Alla spiaggia poi corre paralella una serie d'isolette bellissime e di grande utilità, perchè riparano i navigli dalle burrasche, ed arricchiscono i coltivatori coir abbondanza dei prodotti. Questa provinola mantiene i presidt di confine, è ornamento air Italia, delizia ai ricchi, fortuna ai mediocri; quanto essa produce passa nella città reale di Ravenna."

Ai tempi gotici susseguono i tempi bizantini, dalla conquista di Belisario a quella di Carlomagno, dal 539 al 786 pel corso di 250 anni, durante i quali la chiesa ed il governo ebbero cangiamenti.

Non è a dubitarsi che Pola insieme a Trieste ed Aquileia fino dal primo secolo ricevesse le evange liche dottrine; corre tradizione che nei secoli anteriori al sesto, Trieste e Pola avessero episcopati in precedenza di tempo alle altre città istriane, ma la cosa non è chiarita, ed è più verisimile che nel 524 avessero il primo vescovo regnando il re Teodorico. La chiesa più antica di Pola sembra essere stata quella intitolata a Santo Stefano, giacchè a questo santo, che fu protomartire, dedicavano i cristiani la prima chiesa secreta nei tempi delle persecuzioni. Patrono di Pola si è l'apostolo S. Tommaso; il tempio di lui avrebbe dovuto stare nel campidoglio, ma nessuna contezza è fino a noi pervenuta; a' tempi bizantini lo troviamo altrove, non ispregevole indizio forse che Pola nel collocare il duomo si scostasse per ignoti motivi dai canoni osservati in altre città.

Non appena rassodato il governo bizantino in Pola, gli ordinamenti di chiesa si foggiarono sulle forme solite di Oriente; capitoli, abbazie, monasteri si moltiplicarono, chiese tennero luogo degli antichi tempi; la religione cristiana sfoggiò in Pola pompa maggiore che non il culto di bugiarde divinità, precipuamente per opera dell'arcivescovo di Ravenna S. Massimiano.

[12] Era questi povero sacerdote di Pola, nativo di Vistro nel territorio Polense, e nel campo paterno aveva scoperto tesoro nascosto che facilmente avrebbe potuto appropriarsi; esso invece, impreso il viaggio di Costantinopoli, lo recò all'imperatore Giustiniano, al quale venne perciò in grazia tale da promuoverlo all'arcivescovato di Ravenna. S. Massimiano che suntuosi tempi alzava in Ravenna, costrusse il magnifico alla Beata Vergine Formosa, detto di Canneto, o volgarmente dell'Abbazia dal chiostro annesso. Altre numerose chiese si eressero in allora per modo che questa è l'epoca in cui il catolicismo prendeva tutto il suo sviluppo.

Altri cangiamenti seguirono nel civile governo. L'Istria veniva sottoposta all'Esarca di Ravenna siccome a luogotenente dell'imperatore nelle possessioni d'Italia; all'Istria preponevasi un maestro dei militi, specie di governatore civile e militare che in Pola teneva residenza, di modo che questa era la capitale dell'Istria. Le relazioni con Ravenna, con Costantinopoli erano frequentissime e di grandissimo profitto alla città per le navigazioni e pei traffici.

Al cadere del governo bizantino Pola conservava ancora la forma romana, meno i cangiamenti che la religione vi aveva introdotti, cangiamenti che voglionsi annoverare.

 Il duomo era nel sito dell'attuale, di forma bizantina che però ci è ignota; dinanzi, il battistero, unito forse per portico che circondava il cortile, di forma singolare perchè a croce, mentre ottagoni o rotondi erano i più. L'abbazia era insigne per ricchezza di mosaici, di marmi preziosissimi, di bronzi; S. Stefano era chiesa d'importanza per tacere d' altre minori entro l'ambito delle mura. Fuori di queste v' era nel colle di San Michele altra abbazia, San Matteo presso il teatro: l'abbazia di S. Andrea [13] sull'isola maggiore nel porto detta allora di Serra, la quale isola per ponte univasi all'isoletta di S. Caterina, sulla quale alzavasi tempietto fra quanti mai gentile.

La città teneva ancora coperto il colle, le borgate s1 estendevano nel sito tenuto dalle antiche sebbene, forse non estese tanto. Quest'epoca ha lasciato più che altre memorie di sè nelle chiese, il di cui tipo bizantino si estese alla campagna tutta.

Conquistata l'Istria da Carlomagno nel 789, il tempo che corse fino al 1831, in cui divenne soggetta a Venezia va diviso in tre periodi: quello dei marchesi d'Istria elettivi, cioè dei governatori, che durò fino al 1177; quello dei marchesi ereditari fino al 1230; quello dei patriarchi di Àquileia fino al 1331.

Durante il primo periodo Pola si tenne ancora metropoli dell* Istria, e residenza dei duchi e marchesi che ai maestri dei militi erano succeduti, ed in questo periodo cade la ricostruzione del duomo avvenuta nell'857 per opera del vescovo Andegiso, che insieme era abbate di S. Maria di Canneto; e la costruzione di una seconda chiesa detta di S. Michele, abbinandola ad altra bizantina precedente, costruzione che cade intorno il 1000, strano miscuglio di architettura bizantina e di barbara. Non fu questo periodo tranquillo nè pel reggimento interno nè per l'esterno. Il duca dl'Istria Giovanni, preposto da Carlomagno al governo della provincia, volle di propria autorità levare l'antico modo di reggimento municipale, ed introdurvi le forme feudali, aborrite per le violenze adoperate. Rimane ancora prezioso documento di quell'epoca, il parlamento tenuto dai messi o legati di Carlomagno; epperò qui lo registreremo voltato in italiano, tratto dal celebre Codice Trevisani di Venezia.

"In nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, Amen.

[14] Noi Izzone prete, Cadolao ed Ajone conti, essendo stati inviati in Istria per ordine del piissimo ed eccellentissimo Carlomagno imperatore, e del re Pippino suo figlio ad oggetto d'intendere le querimonie contro le sante chiese, il publico governo e le violenze in pregiudizio del popolo, dei poveri, delle vedove e dei pupilli, ci siamo recati nel luogo detto Risano distretto di Capodistria, ove trovammo congregati il venerabile patriarca di Grado Fortunato, i vescovi Teodoro, Leone, Staurazio, Stefano, Lorenzo, ed i seniori col popolo d'Istria. Abbiamo allora eletto per le singole città e castelli cento settantadue deputati, e li abbiamo fatti giurare sui santi evangeli e sulle reliquie, di dirci sinceramente e senza alcun timore di persone quanto era a loro cognizione sulle cose di cui li avressimo interrogati; cioè a dire, primieramente delle sante chiese di Dio, indi dei tributi dovuti ali1 imperatore, per ultimo delle violenze patite e delle consuetudini del popolo, degli orfani e delle vedove.

Ed essi ci produssero attestazioni fatte ai tempi dei maestri dei militi Costantino e Basilio per le singole città e castella, dalle qnali appariva eh1 essi non davano sussidi alle chiese, e che non avevano in ciò consuetudini.

Il patriarca Fortunato rispose: Non so se intendiate parlare di me, però vi è noto che tutte le consuetudini, le quali la mia chiesa godette da antichi tempi fino adesso nei vostri paesi, voi me le avete condonate; per il che ogni qual volta ho potuto venni in vostro sussidio, e voglio farlo anche in futuro; voi sapete che molte cose ho dato per voi, e per voi ho inviato messi all'imperatore; per altro sia fatto come più a voi piace.

Il popolo unanimamente replicò che sia in futuro com'era per lo passato, eccettuato però che [15] arrivando i legati dell'imperatore, abbiano ad abitare insieme alla famiglia del patriarca, secondo usavasi in antico.

Il patriarca soggiunse: vi prego figliuoli miei, ditemi la verità, quali consuetudini aveva lamia chiesa? Il primo decurione di Pola rispose: quarfdo il patriarca veniva nella nostra città, sia per incontrare i legati dell'imperatore, sia per abboccarsi col maestro dei militi al tempo dei Greci, il vescovo gli andava all'incontro coi sacerdoti e col clero in pianeta, colla croce, coi cerei e coll'incenso, cantando come a sommo pontefice; i giudici col popolo escivano coi vessili, e lo accoglievano coi migliori onori.

Quando il patriarca entrava nel palazzo vescovile, il vescovo, pigliate le chiavi, le metteva ai piedi del patriarca, il quale le dava al suo maggiordomo, e questi disponeva del palazzo per tre giorni; nel quarto giorno il patriarca passava nel proprio alloggio.

Noi legati abbiamo quindi interrogati i giudici delle altre città e castella, se così veramente fosse, e tutti dissero così fti e desideriamo che così sia da qui innanzi, nè altro abbiamo a dire sul conto del patriarca, e gli accordiamo che anche in futuro le sue greggio dominicali possano pascolare senza alcuna tassa dove le nostre.

Ma a carico dei vescovi molte cose abbiamo a dire. 1° Per le spese dei legati dell'imperatore, ed in qualunque altro contributo o colletta, le chiese davano sempre una metà, l'altra il popolo. 2.° I legati imperiali alloggiavano sempre presso i vescovi, e vi si trattenevano fino alla partenza. 3.° Non si erano mai vedute, come oggidì, viziature o dolose supplantazioni nelle carte di enfiteusi o di livello. 4.° Nessuno era costretto colla forza per l'erbatico [16] e pel glandatico oltre il consueto, 5.° Delle vigne si dava soltanto il quartese, ora si pretende il terzo. 6.° Mai le famiglie dei vescovi diedero in eccessi contro uomini liberi, nè giunsero a batterli; ora ci percuotono, e e' inseguono perfino colle spade; e noi per timore dell'imperatore, non azzardiamo fare resistenza, affinchè non ci arrivi di peggio. 7.° Chi teneva in affitto terre delle chiese per tre continue locazioni, non poteva essere più cacciato. 8.° I mari erano pubblici, ed il popolo vi pescava liberamente; ora se azzardiamo pescare ci battono e tagliano le reti.

ln quanto alle imposizioni che pagavamo all'imperatore bizantino, diremo la verità. Pola pagava 66 zecchini, Rovigno 40, Parenzo 66, Trieste 60, Albona 30, Pedona 20, Montona 30, Pinguente 20, Cittanova 12, in tutto zecchini 344, i quali andavano nella cassa imperiale. Dacchè il duca Giovanni venne al governo di questa provincia, esso li applicò a sè, e non disse che fossero imposta imperiale. Egli gode la villa di Orcione con oliveti molti, porzione della villa Petriolo con vigne, terre, oliveti e con casa rustica; egli ha la possessione ch'era del maestro dei militi Stefano, e la casa rustica Serontiaca colle pertinenze, e le possessioni ch'erano dei consolari Maurizio e Teodoro, e del maestro dei militi Basilio; e la possessione di Poiacello con terre, vigne, oliveti, e tante altre terre. In Cittanova gode il patrimonio pubblico che ha più di 200 coloni, ed il quale in buona annata rende più di cento moggia di olio, più di duecento anfore di vino; ha boschi di ontani e di castagne a sufficienza; ha le pesche che gli fruttano meglio che 50 zecchini, oltre il consumo della cucina. Tutti questi redditi sono di proprietà del duca eccettuati i zecchini 344 sopradetti, che spettano all'imperatore.

[17] Delle violenze patite, delle quali c'interrogate, diremo quanto sappiamo a carico del duca Giovanni.

I. Egli ci tolse i nostri boschi, ne' quali godevamo il fieno e la ghianda; egli ci tolse le ville dette inferiori, che similmente i nostri padri godevano: ed ora ci nega tutto. Oltre di questo trapiantò gli Slavi nelle nostre possessioni; essi arano le nostre terre e' nostri colli, segano i nostri prati, pascolano su questi i loro armenti, e delle nostre terre pagano affitto al Duca. A noi non restano nè buoi nè cavalli, e se ci lamentiamo, minaccia subito di ucciderci; egli tolse le nostre .... che i padri nostri secondo le antiche instituzioni disposero.

II. Anticamente quando eravamo sotto l'impero dei Greci, i nostri genitori godevano il diritto di creare i propri magistrati, tribuni cioè, vicari e giudici locali; e per queste cariche si entrava in consiglio e parlamento ognuno seeondo il proprio rango. Chi voleva onori ancor maggiori chiedeva air imperatore il titolo d'ipato o consolare; e chi era ipato imperiale prendeva il posto subito dopo il maestro dei militi. In adesso il duca Giovanni prepose a noi dei centarchi, divise il popolo fra' suoi figli, figlie e genero, e sforza i poveri a fabricargli castelli. Egli ci tolse le nostre magistrature, non ci permette di aver giurisdizione sopra uomini liberi, ma ci costringe di andare contro il nemico coi soli nostri servi; egli ci tolse i nostri liberti, e ci ha levata ogni giurisdizione sopra i forestieri. A' tempi dei Greci ogni tribuno aveva cinque zecchini e più; anche questo egli ci ha tolto. Non mai per lo passato abbiamo somministrato foraggio, mai abbiamo lavorato pei castelli, mai coltivate le vigne altrui, mai fabbricate case di villa, mai cotta calce, mai alimentato cani, come adesso ci tocca fare. Per ogni bove dobbiamo dare un moggio, dobbiamo fare collette [18] di pecore, dobbiamo dare pecore ed agnello; dobbiamo colle navi andare a Venezia, a Ravenna, in Dalmazia e su per fiumi. Ciò dobbiamo fare non solo pel duca Giovanni, ma anche po' suoi figli, figlie e genero suo. Quando gli tocca andare pel servigio dell'imperatore, e mettersi alla testa delle sue genti, egli prende i nostri cavalli colla forza, e colla forza ci toglie i figli, e li fa trascinare carichi per oltre 30 miglia, e poscia li spoglia di tutto, cosicchè hanno appena il corpo per camminare; i nostri cavalli poi o li manda in Francia o li dona alle sue genti.

Egli dice al popolo: raccogliamo un regalo da presentare all'imperatore come si faceva al tempo dei Greci, e venga un vostro deputato e lo presenti; noi raccogliamo volonterosi, e quando il regalo è pronto, e si tratta di partire, ci dice: non occorre che voi veniate, io sarò il vostro intercessore presso l'imperatore; ed egli va coi nostri doni, e procura onori per sè e pei figlij e noi... noi frattanto siamo in grande oppressione e dolore.

AI tempo dei Greci si raccoglieva una volta l'anno pei legati imperiali; e' era necessario, di ogni cento pecore se ne dava una: oggidì di ogni tre una. Il duca Giovanni ha tatti quei redditi che aveva il maestro dei militi, ma questi spendeva sempre per i legati imperiali noli' andare e nel venire: oggidì si fa sempre colletta. Quelle decime che dobbiamo alle chiese, le dovemmo dare per tre anni agli Slavi che son pagani, quando li trasportò sulle terre delle chiese e del popolo con grave suo peccato e nostra perdizione. Tutte queste angario e soprangarie le facciamo colla forza: i nostri padri non ebbero mai questi carichi, ed è perciò che siamo caduti in grande miseria. Se l'imperatore Carlo ci soccorre, possiamo ancora campare; altrimenti, meglio è morire che vivere a questo modo.

[19] In allora il duca Giovanni disse:

Questi boschi e questi pascoli, di cui parlate, io credeva sempre che fossero dell'imperatore; se però voi giurate che sono vostri, io non vi contradirò. Non farò collette di pecore più di quanto era in uso anticamente; nè diversamente farò del dono per l'imperatore. Quanto alle opere che prestate alla navigazione ed altre angario, se vi paiono gravose, non le esigerò; restituirò i vostri liberti secondo la legge dei padri vostri; vi concedo giurisdizione sopra uomini liberi affinchè stieno sotto la vostra autorità, come sarebbero stando sotto quella dell'imperatore; i forestieri che risiedono sui vostri territori, staranno sotto la vostra giudisrizione.

Quanto agli Slavi di cui parlate, portiamoci sulle terre ove risiedono, e se recano danno ai campi, alle vigne, ai boschi, io li caccierò tutti. Se piace a voi, mandiamoli piuttosto in luoghi deserti dove possano stare senza vostro pregiudizio e con publico vantaggio.

In allora, noi legati imperiali, abbiamo proveduto che il Duca desse garanziadelle sue promesse tutte per le sovraimposte, pel glandatìco ed erbatico, per le opere, per le collette, pegli Slavi, per le angarie, e per la navigazione; e questa garanzia l'abbiamo data in custodia a Damiano, Onorato e Gregorio; e sebbene venga accordato che il Duca possa far calce, non dovranno pertanto mai rinovarsi i disordini reclamati. E se il duca, i suoi eredi o gli aventi causa da lui innovassero siffatte oppressioni, cadranno nelle multe da noi fissate. Delle altre querele poi tra il patriarca Fortunato ed i vescovi, il duca Giovanni, i giudici ed il popolo, dovrà eseguirsi quanto fu concordato con giuramento, e secondo le carte recate; e chi non vorrà adempire, pagherà la multa di nove libbre d'oro al fisco imperiale.

[20] Questo giudizio e concordato fu fatto in presenza dei legati dell'Imperatore Izzone prete, Cadolao ed Aione, e le parti si firmarono in presenza di questi:

Fortunato patriarca.
Giovanni duca.
Staurazio vescovo.
Teodoro vescovo.
Stefano vescovo.
Leone vescovo.
Lorenzo vescovo.

Io Pietro, peccatore, diacono della s. Chiesa aquileiese, ho scritto la presente carta d' ordine del mio signore Fortunato patriarca, del duca Giovanni, dei vescovi, dei seniori e del popolo d'Istria".

Il duca Giovanni veniva deposto dall'imperatore, ad onta delle sue promesse solenni di non voler aggravare più gl'Istriani, e di lasciarli nel godimento delle antiche loro consuetudini, mirabile esempio di giustizia in tempi ne' quali la spada prevaleva al diritto. Non però a tutte le comunità dell'Istria fu tale benefizio esteso, ma alle sole municipalità ed ai comuni in precedenza affrancati; il rimanente e la più gran parte del terreno continuò nel reggimento feudale, mite però e sicuro, perchè alla sola decima ristretto. Più tardi l'eredità della carica di governatore, ed il genio progrediente del secolo diedero carattere di feudalità air amministrazione provinciale tutta.

Il reggimento dei governatori elettivi non fu spregevole; ma la libertà data ai comuni ed ai dinasti di muover guerra l'uno all'altro, e di trattare come fossero potenze, rallentando il vincolo, e scemando i benefizi di comune governo, cominciò a far sentire i tristi effetti sopra di Pola; perchè, diminuite [21] le relazioni coi vicini, i veneti a sè tiravano il commercio e la navigazione dell'Adriatico, e colla preponderanza le altre città umiliavano. Non sappiamo con certezza quali scissure abbia avuto Pola con Venezia intorno la metà del secolo XII; antica cronaca manoscritta l'accusa di avere corso i mari, di essersi posta alla testa di un movimento di tutte le città istriane tosto dopo la prima crociata, talchè vi erano cento legni che l'Adriatico rendevano male sicuro. Il doge Domenico Morosini spedi una flotta al castigo degl'Istriani; Pola fu presa a forza ed abbandonata al saccheggio: e questa forse è la prima sventura che la conduceva a deperimento. Alla spedizione della prima crociata non fu forse straniera Pola; poco dopo vediamo i templari fissarvisi in due stazioni, a S. Giovanni del fonte presso l'anfiteatro ove tenevano ospizio, a S. Giovanni del prato ove avevano commenda.

Divenuto ereditario il marchesato nel 1170 circa, le famiglie degli Sponheim, degli Eppenstein, degli Andechs che n' erano investite, non tennero residenza in Istria ma in Germania, con grandissimo pregiudizio di Pola e della provincia che, priva di potente principe, risolvevasi in municipalità inette a difendere sè medesime contro esterni nemici.

Scoppiò la guerra di gelosia fra Venezia, Pisa e Genova; Pola che in Venezia vedeva la distruttice della sua prosperità, tollerò che nel 1193 i Pisani la prendessero; a questi la tolsero i Veneziani che le mura diroccaronle; parteggiò di nuovo pei Genovesi, e nel 1243 Giacomo Tiepolo e Leonardo Quirini crudelmente la castigarono, minandola.

E Pisa e Genova avevano in mira d'impedire a Venezia di farsi padrona del commercio e della navigazione per l'Adriatico; commercio che dopo la spedizione delle crociate novello sviluppo aveva preso, [22] e sembrava volersi dirigere per Venezia. Questa non ancor determinata di farsi padrona di Pola, unicamente mirava a rendere impossibile uno stabilimento straniero nell'Adriatico; epperò tendeva a ridurla nella impossibilità di tenersi forte, e la smantellava ripetutamente.

Frattanto le sventure esterne suscitarono interne discordie, inseparabili compagne di debole reggimento. L'autorità dei patriarchi d'Aquileia, divenuti marchesi d'Istria nel 1230, veniva spregiata; ben dessi ricondurre volevano la provincia tutta ad unità, e forza di governo, e saggezza e prudenza non mancavano in loro; ma il rilassamento che i marchesi ereditari per l'assenza loro causarono, a tale giunse che dovettero i patriarchi convenire con Pola, ed Accettare nel 1258 il pagamento di annue lire 2000, equivalente di quei diritti che su Pola credevano poter esercitare, e che al comune lasciavano. Questo medesimo tributo non veniva sempre pagato, ed incapaci i patriarchi di ridurre Pola all'obbedienza colla forza, dovettero talvolta far porre la città al bando dell'impero. Nel rilassamento degli ordinamenti generali, il popolo a novità fu proclive, ed avrebbe desiderato di affrancarsi onninamente dal potere altrui; ma due partiti dividevano la città, l'uno che al popolo voleva conservato il dominio, l'altro che il voleva confidato ad un solo, potente, valoroso; capi del primo erano i Ionatasl, del secondo i Sergî , antica famiglia di origine romana.

Era questa famiglia dei Sergî  Polensi, duumviralicia di rango, certamente doviziosa ed in grande onoranza, se entro la città fu conceduto ad una donna l'alzare un monumento funebre in forma d'arco trionfale a tre di sua casa, tutti e tre edili e duumviri, un colonnello nella legione XXIX ed altro censore municipale.

[23] Grandi distretti tributari avevano tutto all'intorno dell'agro polense e di quello parentino, che dicevano tenere dalle chiese di Aquileia, di Parenzo, di Pola, e dai conti d'Istria, i quali poi l'ebbero dalla liberalità degli imperatori; vassalli si dicevano di Aquileia e vicari del patriarca; molti onori e privilegi avevano, tra' quali il privilegio di nominare essi soli nodari in Pola. Armigeri per genio e per politica, i nomi stessi che usavano di Nascinguerra, di Vincinguerra, di Fortinguerra, accusavano l'inclinazione, prontissimi a collegarsi con chiunque volesse menare di spada o colpire di lancia. Un Monfiorito di questa famiglia, venuto a contesa col vescovo parentino per certe investite feudali, non titubò di entrare nel 1260 armata mano in Parenzo, di assalire il palazzo vescovile, e di gettar al mare le carte che chiarito avrebbero la questione.

In Pola erano i Sergî semplici cittadini, e vi tenevano palazzo, i di cui avanzi non del tutto oggigiorno disparvero; ma pel loro potere venivano preferiti nella carica di capitano generale del popolo, carica che dapprima temporanea e di elezione, divenne nella famiglia ereditaria, e com' esercente il potere militare preparava la vìa alla signoria perpetua, siccome avvenne in altre città italiane nelle quali i capitani generali giunsero a dominare. Fu allora che i Sergî, lasciate le antiche residenze, abitarono la rocca di Pola, l'antico campidoglio, vasto castello di forma elittìca con doppia cinta di mura, fortemente torrito, ad uso di guerra oltre credere adattato, e che stando a cavaliero nel centro della città, la dominava tutta, e facilmente poteva tenerla a volontà. Dal castello, che ormai in loro proprietà tenevano i Sergî, nome presero di signori de Castro Polae o Castropola, e ne assunsero la forma nelle insegne gentilizie. Di rimpetto ai Polani tenevano i Castropola le parti del patriarca; ma [24] è a credere non sincera ne sarebbe stata la fede, se giunti fossero a consolidare e perpetuare il loro dominio, foss' anco col solo chiederlo in feudo al patriarca; il quale poi facilmente avrebbe dato ciò che non poteva nè acquistare nè tenere.

I Polani mal comportando la novella signoria, e non potendola colla forza distruggere, ricorsero al tradimento, e fatto capo nella famiglia dei Ionatasi, giurarono la distruzione dei Castropola. Era pratica della chiesa patriarchìna — e lo è tuttora in molte venete regionidi tenere processione solenne la sera del venerdì santo, alla quale intervenire doveva ogni ordine di persone, nè i Castropola avrebbero plausibilmente potuto dispensarsene. I congiurati si formarono in due drappelli: l'uno, vestito colle assise dei fratelli di S. Stefano, coperte le facce colle cappe, non si tosto giunse la processione alla chiesa di questo santo, tratte le armi, mise a morte i Castropola tutti; l'altro intanto assaltava il castello e sgozzava i rimanenti. Un fanciullo soltanto, ultimo rampollo dei Castropola, veniva dalla pietà domestica tolto alla strage, e calato con una fune nel sottoposto convento dei Francescani, un santo frate lo accoglieva e lo recava in sicuro oltre il bosco di Siana. E la famiglia mostrossi poi generosa verso quel convento, che nuova chiesa magnifica potè alzare per le liberalità avute, e nel chiostro incideva lo stemma dei benefattori, e si vuole perfino che il convento fosse chiamato erede dei Castropola.

Ciò avveniva nell'anno 1271. Ma, fosse pietà dell'atroce caso, fosse incapacità dei Polani a reggersi da sè, fosse rispetto ai diritti che la famiglia dei Castropola aveva, la si ritrova più tardi rientrata in città, e forte e vogliosa di ricuperare l'antica potenza.

Frattanto nell'Istria la cosa pubblica cangiava di aspetto; i Veneziani avevano nel 1267 accolto sotto [25] il dominio loro la città di Parenzo, che i Capodistriani volevano assoggettare; air assedio aveva preso parte un Castropola, nè fa questo un motivo di amicizia coi Veneti; S. Lorenzo del Pasenadego erasi dato alla republica nel 1271, Rovigno nel 1330; Venezia era in contatto colle città istriane e sosteneva i movimenti popolari.

Nel 1328 aveva novellamente Pola parteggiato pei Genovesi, nei quali, siccome emuli ed avversarî al veneto nome, pensava di trovare un forte sostegno delle municipali libertà e dei traffichi. Soprafatta poscia dalle armi venete, presa ed abbandonata al saccheggio, s'avvide che impossibile ormai le tornava di conservare il proprio stato, che amico lontano non poteva tutelarla contro nemico vicino, nè dal patriarca nulla poteva attendersi perchè alle cose di mare straniero, e perchè incapace a misurarsi coi veneti, nonchè, come al feudale reggimento propenso, poca fiducia ispirava.

I Castropola volevano impegnare i Polani in fazioni di guerra, per il che cresciuto il malcontento del popolo, deliberava questo di darsi nel 1331 alla republica Veneta e di bandire l'irrequieta famiglia. Il capitano del popolo Dettacomandi con altri nunci entrava in trattative col capitano del Pasinatico Giovanni Contarini, e fu la dedizione convenuta. La Municipalità di Pola dava al doge di Venezia la città, la fortezza, le ville, le castella ed i beni, dava il dominio, dava il mero e misto impero, e le giurisdizioni tutte, giuravagli fedeltà, rinunziava alle appellazioni in Ravenna, e voleva appellare alla corte ducale; chiedeva che il doge mandasse un conte a Pola per giudicare insieme ai quattro consoli, eccettuati solo i casi di omicidio, di rapina, di furto maggiore, di donna violata e d'incendio, riservati al solo conte; chiedeva che lo statuto fosse conservato; che gli uffizî inferiori fossero affidati ai Polani; chiedeva che i Castropola [26] venissero banditi dall'Istria, dal Friuli e dalla Schiavonia, godessero però i beni della Polesana, e potessero recarsi in Pola una sol volta l'anno; chiedeva che i veneti e chiunque altro che facessero acquisizione di terre in Polesana, fossero soggetti ai carichi comunali.

La republica accettava la dedizione dei Polani, confinava i Castropola in Treviso, e mandava un podestà con titolo di conte.

Sebbene la dedizione di Pola seguisse senza la forinola, salvi i diritti del patriarca, pure la republica, la quale, per le altre città si era convenuta col patriarca, convenne anche per questa, e nel 1331 prometteva 225 marche annue per Pola, Dignano e Valle, riconoscendo per tale modo una dipendenza dal patriarca; questa convenzione era un' appendice a quella pace conchiusa nel 1310 dopo tante trattative, dopo il compromesso nel papa, per la quale la republica si obligava di pagare al patriarca 450 marche per le giurisdizioni istriane.

In quest'epoca, corsa dalla denominazione di Carlomagno fino alla dedizione di Pola alla republica veneta, comunque le sorti si mostrassero avverse, pure due monumenti insigni pervennero fino a noi ad attestare la condizione delle arti di quei tempi, la chiesa di S. Francesco ricostruita per la liberalità dei Castropola che tutta si conserva, ed il palazzo comunale, del quale un lato rimane ancor in piedi, ambo di bellissima architettura a sesto acuto, tutti di pietra squadrata, ricchi di ornamenti ad intaglio.

Del 1300 è il palazzo publico, il quale, a giudicarne dal lato che ancora in piedi rimane, fu certo sontuoso e attesta che Pola non era peranco scaduta dalla sua prosperità e civiltà. La leggenda che rammemora la costruzione si conserva tuttora, ed è memorabile pei ricordi. —

"Era l'anno mille trecento [27] quando fu alzato il palazzo comunale, venerando perchè destinato a radunanza di consigli, ed a tribunale di giustizia. Se ministro i, saggio saprà seguire i buoni consigli e porli ad esecuzione, appena è a temersi che il popolo si divida in parti. Siate dunque a concordi, o cittadini, affinchè i visceri lacerati non abbiano a n viziare il capo sano".

Dal contenuto di una lapide del 1348 che potemmo leggere, puossi arguire che in quel torno qualche grave sciagura la minacciasse, sciagura che non ci è dato di poter conoscere. Questa lapide dice:

"O Gesù Cristo, piegatevi alle preghiere ed ai meriti » del vostro apostolo e martire S. Tommaso protettore e custode della regale città di Pola, alle di cui parole non poco è dovuta d la propagazione della vostra santa legge. Siate voi il protettore vero ed il custode di questa città, difondete la pace, impedite a gli scandali, soffocate le invidie, distruggete i nemici. Conservatele il suo conte il nobile Andrea Morosini, che illeso seppe tenerle il castello, conservatele lo stato, la fama, ed i diritti; conti servatele la tranquillità; salvate in eterno i consoli, il popolo, ed il dominio. Amen."

Ardeva feroce la guerra tra Genova e Venezia, guerra di gelosia che la distruzione d'una o dell'altra republica doveva portare, siccome altra volta fu di Roma e di Cartagine. Nel 1354 i Genovesi presero Pola e la trattarono a ferro e fuoco. Nel 1379 la flotta veneta sotto il comando del celebre Vettor Pisani erasi ricoverata nel suo porto; la flotta genovese le stanziava dinanzi nel canale dei Brioni, e sfidavala a battaglia: ma l'avveduto Pisani ricusavala, fermo nel proponimento di salvare la patria temporeggiando. Tutto mostravasi contrario; pure i comandanti delle galee venete, raunati a consiglio militare, decisero di tentare la giornata; [28] la battaglia fu data dinanzi al porto di Pola nel canale dei Brioni, e la flotta veneta fu rotta onninamente. A mala pena 7 navi sdruscite poterono riedere a Venezia e recarle la nuova del disastro: Vettor Pisani, in una di queste, appena giunto fu posto in carcere. Il vincitore nella feroce ebrezza prese Pola, e sopra di essa vi fece pesare tutto il suo sdegno.

Nel secolo XIV va posta l'epoca di distruzione di Pola, li frequenti assedi, le ripetute prese della città costrìnsero a por mano negli antichi edifizî per trarne materiale da rattoppare le mura, contro il divieto dei patriarchi di Aquileia che di cento zecchini multavano chiunque levasse una pietra dall'anfiteatro o dal teatro; e come gli ordinamenti civili andavano tutti scomposti ed annichiliti, così li stupendi edifizî dell'antichità guasti e distrutti; sopraggiunsero le pesti, venne la povertà a dare l'ultima mano, l'aere cominciò a farsi grave e pestilenziale. Corre tradizione che Dante visitasse Pola, ciò che seguito sarebbe fra il 1302 ed il 1321, e che albergasse nell'abbazia di S. Michele in monte; di che si ha conferma laddove nella sua Comedia accenna i tanti sepolcri che coprivano le vicinanze di Pola; (nota) ei fu in Pola quando la città era ancora popolata e di conto; al cadere del secolo essa non presentava che un mucchio di rovine; nemmeno le chiese tutte furono preservate dalle stragi come l'uso dei ' tempi portava, perchè l'abbazia di S. Maria di Canneto, la quale era da molti secoli unita a quella di S. Andrea in sull'isola maggiore nel porto, fu distrutta, data in commenda alla insigne basilica marciana di Venezia, ed a Venezia trasportati i suoi [29] marmi, le colonne, i bronzi: il duomo medesimo fu guasto dai Genovesi.

Nel secolo successivo, del 1400, si diè mano a ripopolare la città: nuove genti vi vennero trasportate, nuovo statuto delle leggi compilato, purgata la città dalle rovine, rialzato il duomo, ma tutto ciò inutilmente; il commercio col di fuori aveva cessato per le cangiate condizioni dei paesi intorno l'Adriatico; le pestilenze si rinovavano coutinuamente, e nel 1500 e fino al 1631 che fu l'ultima; di 72 ville che contava il territorio, tredici appena conservavano un nome ed un segno. Quale fosse in sul principio del 1600 la condizione di Pola l'apprendiamo da due dialoghi inediti, che in manoscritto originale conservansi nella biblioteca di S. Marco in Venezia, in copia nel museo di Trieste, I quali reporteremo alla fine, nella speranza che non siano per tornare discari, ma giovevoli anzi per la conoscenza dell'antica Pola.

Nel 1630 la republica veneta per porre argine alle scorrerie degli Uscocchi ordinava la costruzione di una fortezza nel sito già tenuto dal campidoglio, sulle rovine del quale nei tempi di mezzo erasi eretto un castello già residenza dei Sergî  signori di Pola, e la cura venne commessa a certo Deville ingegnere francese, adoperato con successo nelle fortificazioni di Levante. Si fa colpa a questi di avere adoperato per la nuova fortezza pietre del teatro, e di averlo anzi distrutto; egli è certo però che più di cent' anni prima di lui era guasto assai, e del guasto se ne accagionava un uragano. Deville lo distrusse affatto per modo che appena qualche segno rimane.

L'ultima peste avendo tolta quasi tutta la popolazione a Pola, potè essa appena giungere a 600 abitanti quando nel 1797 la republica di Venezia scioglievasi. [30] La parte piana dell'antica città era soltanto abitata e questa non tutta; sul colle le tracce delle antiche strade vedevansi conservate; le aree, già coperte dagli edilìzi, erano rovine sulle quali a stento un po' di terra vegetava; deserte le abbazie, le chiese pressocchè tutte furono conservate al culto; la religione serbava le antichità dei tempi bizantini. Vi risiedeva un vescovo; v' erano, un convento di donne in S. Teodoro, altro di francescani in S. Francesco, e agostiniani alla Misericordia, e francescani a S. Mattia; romane antiche pressochè tutte le porte della città; di quelle verso terra due sole aperte, le altre mascherate da contramuro esterno. In piedi stava ancora la lanterna antica; sullo scoglio maggiore nel porto ampio castello quadrato teneva il luogo dell'antica abbazia.

La soppressione dei conventi e delle chiese operatasi nel 1806 e le fortificazioni fatte in allora dì molti antichi monumenti furono rovina, perchè le chiese crollarono, o vennero smantellate, l'antica lanterna distrutta; molto materiale fu adoperato, e la fretta faceva dar mano a pietre lavorate; le porte erano state diroccate in sul principio del secolo, nel pensamento di migliorare l'aria. Ed è vero pur troppo che la povertà degli abitanti, la pazza smania di qualche forestiero di prendere seco memorie di Pola di molti monumenti cagionasse la sparizione; non più vedesi quella dovizie di marmi preziosi, per cui altra volta ebbe nome.

Conta in oggi Pola 1300 abitanti ed è ancor sede voscovile, abbinata però la sua diocesi a quella di Parenzo. Crediamo fondato il vescovato nel 524 di nostra salute, e fu senza dubbio il più insigne della provincia, per l'estensione della diocesila quale comprendeva i due versanti del monte Maggiore e la stessa città di Fiume, per la dominazione [31] temporale ch'esercitava su gran parte di quella, per la qualità delle abbazie e dei capitoli, per la copia del clero, per la sontuosità degli edifizî sacri. Allorquando nei tempi addietro nuovo vescovo prendeva possesso della sede, la città di Fiume mandava in omaggio un cavallo, uno smeriglione, due cani bianchi; Castua in occasione di visita offriva ottanta braccia di tela, sessanta Moschenizze. Nel secolo XIII, quando Pola ancor tenevasi città di qualche conto, il suo vescovo circondavano l'opulente abbate di S. Maria e di S. Andrea dell'ordine cassinense, quello di S. Michele dell'ordine camaldolense, quello dell'isola dei Brioni, il commendatore dei templari, l'abbate di Barbana, l'abbate di S. Giacomo di Rosacis, e tanti altri di cui perfino il nome oggidì ignorasi. Aveva il prelato numerosa corte di vassalli, che a lui giuravano fedeltà, tra questi li stessi Sergî, signorotti di Pola; non meno di undici capitoli, numerava l'episcopato; frequentissime le arcipreture ed i conventi semplici di uomini e di donne; ricco il patrimonio della chiesa. Corre voce, che il vescovato di Pola fosse dato suffraganeo non sapressimo dire in qual tempo, all'arcivescovo di Ravenna e che appena nel 1028 ritornasse al naturale metropolita, al patriarca di Aquileia. Fu intorno la metà del secolo decorso sottoposto all'arcivescovato di Udine, in tempi recenti al patriarca di Venezia, nei recentissimi ali1 arcivescovo di Gorizia. Nello smembramento della diocesi, avvenuto nel 1790, venti parochie furono tolte alla diocesi di Pola, e date a Trieste.

Pola è residenza di commissariato, presidio militare. L'agro suo non ha l'estensione che l'antico aveva, ma di questo conserva ancora la feracità, bisognoso di braccia a trarne utile maggiore.

La città di Pola comunque posta alla latitudine di 44° 52' 16" (campanile di S. Francesco, la [32] longitudine è di 11° 30' 24") avanza di molto pel clima le regioni poste sotto egual parallelo; la vegetazione è quale di paesi assai più meridionali, imperciocchè non l'alloro soltanto e l'olivo, a tutta l'Istria comune, liberi vegetano, ma le spiagge e l'isole coperte sono di corbezzoli, di mirti, di filliree, di eriche arboree, di arbusti, e di mill'altri sempreverdi che perpetua fanno la primavera, sotto cielo tanto mite. Che se altre piante vi si coltivassero, non dubitiamo punto che l'agave, il carrubo, il dattero, gli agrumi a cielo aperto prospererebbero.

In pessima fama stava già Pola per l'inclemenza dell'aria, e le più strane cose pensavansi sulle cause che la viziavano, le quali si vollero ceroare in telluriche influenze, in esalazioni nocive di piante, talora nella mancanza talora nell'abbondanza di boscaglie. Ripetute osservazioni fanno certi che l'aria nulla contenga di maligno per la respirazione, e prova ne sono gli animali dalla mal'aria non affetti. La causa devesi cercare nella soverchia umidità dell'atmosfera, impregnata delle esalazioni marine, e delle paludi e valli al di là dell'Adriatico, esalazioni che i venti rovesciano sulla penisola, troppo priva di aque. Di che fanno prova la rigogliosa vegetazione che si mantiene più che noi comporti l'estrema penuria di pioggie nella estate; le macchie che sui tetti sulle muraglie veggonsi frequenti, e che sono pianticelle vegetanti; il verdastro che sui pavimenti di pietra, sui marmi si riscontra di spesso; l'odore di umidità net pianterreni e nei luoghi chiusi; l'ossidazione del ferro, la trasparenza mirabile dell'aere, appunto nelle stagioni più pericolose. Questa soverchia umidità agisce essenzialmente sulla cute, ed a preservarsene non v' ha che imitare la natura, la quale dando agli animali un riparo nel pelo, ha additato il modo di difendersi. Nulla ha da temere il forestiero [33] dall'aria di Pola, nella quale vivere si può sani come inaltro paese purchè certe norme si osservino, comuni ai luoghi di aere umido. E queste riduconsi a tenere ben riparato il corpo contro sbilanci della traspirazione cutanea: a coprirsi e tenere chiuse le stanze mezz'ora prima che il sole tramonti, e dopo tramontato, a non eccedere nel mangiare, a non far uso di bibite fredde. Un corpetto di seta o di flanella sulla carne, un mantello che impedisca all'umidità di posare sulle vesti che toccano immediatamente il corpo, quando il sole tramonta, bastano a guarentire il forestiero dalla mal'aria, la fama della quale supera la verità.

Sulla storia della mal'aria e sulle cause aggiungeremo in fine, a migliore intelligenza, un articolo tratto dall'Osservatore triestino dell'anno 1843, N. 22.

Nel guidare il forestiero per la città odierna di Pola seguiremo la via dal porto all'anfiteatro, rientrando per la porta aurata, e rinumerando le cose memorabili nell'ordine che si trovano collocate.

E primo luogo fra queste darassi al tempio dalla colonia eretto in onore di Roma ed Augusto. Comunque insolito non fosse l'erigere tempî ai proconsoli, Augusto mostrava ricusare questa onorificenza, nè altrimenti l'avrebbe permessa se in unione a lui non fosse dedicato quel tempio a Roma, nella quale non ne tollerò mai di siffatti. Nel 735 di Roma o 19 anni avanti G. C, epoca in cui ad Augusto confermasi la potestà proconsolare, la città di Pergamo nell'Asia fu la prima ad erigere un tempio in onore di Roma e di Augusto, esempio imitato poco stante dalle altre città che ad Augusto boIo ne inalzarono, e a questi tempi unirono collegi di sacerdoti detti Augustali, scelti dal consiglio dei decurioni, e che formarono più tardi un ordine di cittadini intermedio fra i decurioni e la plebe, come i [34] cavalieri in Roma. La costruzione del tempio di Pola è da collocarsi nel torno dell'anno 735, e da ritenersi come segno di quell'affezione che i novelli coloni di Pola, già commilitoni di Augusto, a lui serbavano.

Di piccole dimensioni è il tempio, composto di cella e di pronao a quattro colonne di fronte, conservato pressochè intero. Non lo descriviamo, ma desideriamo invece che il forestiero lo vegga e giudichi se altro più gentile di quell'epoca si conosca.

Parallelo alla fronte di questo di Augusto altro tempio gemino stava, del quale la parte postica soltanto rimane; il volgo lo attribuisce a Diana ma senza che possa renderne ragione; dacchè anche al Ninfeo, di cui fra poco ragi onerassi, davasi il nome di Diana. Il tempio di Augusto, incendiato, abbandonato, fu per buona sorte in tempo non assai remoto convcrtito in publico granaio; l'altro da più di cinque secoli erasi incorporato al palazzo publico, al quale oggi ancora è unito; quello di Augusto, con nobile divisamente è in oggi destinato a custodia di lapidi, ed altre anticaglie. I due tempi sono gli unici avanzi dell'antico foro: dell'antica basilica rimane solo un rocchio di colonna, appena memorabile.

Il forestiero ammiri il fianco dell'antico palazzo ohe ancor rimane in piedi, allato il tempietto che il volgo dice di Diana; ammiri la distribuzione di questa facciata, gli intagli di quest' opera sontuosa dei tempi di mezzo; vi si vedono le mutilazioni fatte ad una loggia, ed alla scala; la parte precipua verso la piazza crollò improvisamente nel 1651. Fra gli ornamenti voglia egli osservare la figura in marmo a bassorilievo di un cavaliere, collo stemma ripetuto di un leone, che sospettiamo essere l'unico monumento degli antichi marchesi d'Istria.

Visiti il forestiero l'antico battistero dinanzi al [35] duomo, opera dei tempi bizantini, singolare per la forma che ha di croce greca; le colonne sono di marmo non ispregevole. Vi aveva in mezzo la vasca esagona della quale niuna traccia; sopra di essa eravi un baldacchino o ciborio di marmo sostenuto da sei colonne pure di marmo; delle quali, due si veggono in un capitello ali1 ingresso della città, altre due al corpo di guardia; le pareti del ciborio con intagli si veggono ancora nel battistero stesso nel capitello anzidetto, e nel cortile della Misericordia.

Il duomo è memorabile meno per l'architettura sua, che per l'equivoco del sig. Seroux d' Agincourt, che gli ha dato celebrità. Il Seroux, lavorando la grande opera della storia dell'arte, non venne in persona a visitare questa chiesa, ma fìdossi ai disegni fatti prendere; e appoggiato alla inscrizione che sta di lato al duomo, la quale ricorda il tempio eretto nell'857, credette che all'attuale chiesa si riferisse, e la dichiarò tipo dell'architettura sacra in Italia nel secolo IX.

Del quale tempo non un solo pezzo d'ornato rimane nella chiesa; bensì qualche colonna di marmo e qualche capitello dell'epoca romana, ed il più dei capitelli ed il sesto delle arcate, che dall'acuto passano al semicerchio, e gli ornamenti accusano il secolo XV, nell'incipiente seconda metà, quando il gotico passava al moderno. La distribuzione della chiesa conserva dell'antico. Forse sotto il coro esiste ancora lo scurolo o chiesa sotteranea, ora chiusa, la quale tracce sicure dell1 antica basilica potrebbe dare. Nel pavimento della chiesa si veggono sparsi frammenti in marmo che a tempi assai remoti risalgono. Forse del primo duomo bizantino erano le porte di bronzo, le quali nel 1379 furono tolte dai Genovesi.

Ammiri il forestiero nel duomo di Pola la [36] tavola, che già deoorava l'altar maggiore ad intagli d'alto rilievo di genere gotico colla B. V. ed altri santi, di ottimo lavoro; veneri le reliquie del S. Salamone re d'Ungheria, il quale ricoveratosi in Pola nel 1060 circa presso il cognato Uldarico marchese d'Istria, visse penitente e morì santo.

Un dipinto sulla tela rappresenta una di quelle tante pesti che disertarono la città. Altro quadro allude al vescovo Gio. B. Vergerio [Giovanni Battista / Gianbattista, il fratello di Pier Paolo Vergerio, il giovane] morto nel 1548, ritenuto protestante.

Del duomo ricorderemo, che costruendosi nella seconda metà del secolo passato il campanile, quante pietre scritte e lavorate poterono rinvenirsi, tante furono adoperate, per povertà, per eccesso di zelo cristiano.

Sulla via all'anfiteatro a sinistra s'alza la chiesa di S. Caterina, già convento di donne, poi abbandonata, e dal 1580 data per uso di famiglie greche venute da Candia e da Morea; a deetra la caserma di artiglieria, già monastero di donne, intitolato a S. Teodoro, non privo quest' ultimo di antiche pietre lavorate, or materiale di muro.

Presso all'anfiteatro è il Ninfeo, or coperto da edifìzio ad uso di fontana pubblica: ivi sgorga da naturale sorgente ricchissimo filone d' aque, e lo sbocco ne è ornato con gradini a semicerchio, di romana costruzione a modo di bagno.

L'anfiteatro!... Il mondo intero non tiene un suo pari! La cinta esterna esiste tutta: si tutta può dirsi, che la mancanza di qualche pietra non sturba l'insieme ch'è integro. Dell'epoca di sua costruzione nuli1 altro di certo può dirsi se non se che fu alzato nel I. secolo del cristianesimo; la fama porta che lo fosse per liberalità degli imperatori non meno che il teatro, e se la proprietà esser potesse di norma sicura, la tradizione avrebbe in ciò conferma, [37] che di proprietà del patriarca, sovrano feudatario della provincia, si furono questi due edifizî nei tempi di mezzo; ed anche quando il comune di Pola fu tolto all'obbedienza di questo, non vediamo prendersi dalla Municipalità provedimento alcuno contro i guasti, sebbene contro lo sperpero di altre antichità si provedeva. Tuttogiorno lo si riguarda proprietà del principe, ed il difetto di qualsiasi inscrizione autorizza a supporlo opera publica. Ad Augusto non sembra poterlosi attribuire, come suona la fama, ma piuttosto a Vespasiano, dacchè frequenti possidenze ebbero i Flavi in questa provincia, molti i liberti; un secretano privato di Tito era istriano, ed in Istria presso i parenti terminava giovane ancora i suoi di. Cenide, potente favorita di Vespasiano, era istriana se non di nascita almeno di dimora; L'impero di 10 anni di quel principe fu lungo abbastanza per darvi compimento. Cosi forse ha spiegazione la voqe tradizionale che una favorita di Giulio Cesare grandemente per Pola prendesse affezione, ed in di lei onore vuole alzato non sapressimo precisamente se l'anfiteatro od il teatro; la tradizione come scambiò Giulio Cesare con Augusto, così Giulia, che nè di Cesare nè di Augusto fu favorita, con Cenide, che lo fu di Vespasiano; però la tradizione serbò memoria di una donna che a Pola portò affetto, e della sua condizione, comunque il nome e le circostanze alterasse.

L'anfiteatro era destinato a spettacoli di gladiatori, di fiere, e tutto era già di pietra, meno l'ambulacro superiore, il quale aveva l'impalcatura di legno;,le gradinate eran pure di pietra come da attestazioni d'indigeni, e dai rimasugli. Anche allorquando i combattimenti di sangue furono onninamente interdetti, servi l'arena ai clamorosi trattenimenti del popolo, sempre passionato degli esperimenti di forza, di destrezza, e degli spettacoli. Abbiamo già detto che in [38] prossimità all'anfiteatro aveano i templari un ospizio; siamo perciò tratti a credere che dell'anfiteatro profittassero per giostre e tornei, i quali al certo tornavano graditi ai Polani se nel 1425 ordinavano la rinovazione di essi, appunto nel dì di S. Giovanni.

Destinato l'anfiteatro a scena di spettacolo, sedevano gli spettatori sulle gradinate disposte all'ingiro, riparati dal sole con velario che tutto l'edifizio copriva, teso sopra pennoni infissi nel muro di cinta esterna; le Magistrature avevano propria loggia, siccome sedili altre persone, secondo il loro rango e proprietà, Terminavano le gradinate in ambulacro spazioso, grande quanto il passeggio dell'aquedotto di Trieste, sul quale potevasi passeggiare godendo la vista del porto e della campagna per le finestre quadrate che vi corrispondono. Alle gradinate mettevano scale praticate sotto le gradinate medesime, o dalla parte del monte vi si arrivava scendendo; altre quattro scale praticate in quattro contraforti mettevano nel piano superiore ed al velario.

Di tre ordini si compone nell'esterno l'arena, due ad arcate il terzo a finestre, 72 sono le arcate, 137 metri è l'asse maggiore, 110 il minore; l'arena misura nell'asse maggiore 70 metri, 44,8 il minore; la capacità dell'arena era di 21,000 persone, lasciando libera la galleria superiore destinata ad ambulacro, altrimenti arrivava alle 26000 circa.

Fino al secolo XIV sembra che l'anfiteatro siasi conservato pressochè integro, dietro il divieto del patriarca di levarne le pietre; ma in questo secolo, secolo appunto delle massime sventure furono tolti i gradini per riparare le mura; e, dato il malo esempio, la povertà persuase a levare tutta la pietra che facile smercio trovava in Venezia per la via di mare; destino che ad altri anfiteatri fu comune. Pure questo di Pola ebbe la sorte di conservare intera la cinta [39] esterna; ed appunto alla mancanza di gradinate deve il maraviglioso ch' eccita l'aspetto di ampia cinta traforata, che sorprende il forestiero, per quanto e' sia abituato al vedere grandiosi avanzi dell'antichità. Nessun monumento più di quest' anfiteatro costringe a venerare l'antichità, nessuno di più unisce il prestigio dei colori e delle forme, sia che lo si guardi giungendo dalla parte del mare, sia che a chiarore di luna, nella solitudine e nel silenzio s'abbandoni lo spettatore a dolce mestizia, sia che col pensiero vegga l'anfiteatro traboccante di popolo, risuonante dei clamori del partito che sostiene il vincitore.

Del Coliseo di Roma poca muraglia avanzò al guasto dato dai Barberini, le gradinate sono macerie piuttosto; del Veronese le gradinate sono opera delli Scaligeri, della cinta decorata appena un segno, tenuto saldo da spranghe frequenti; ma la cinta dell'anfiteatro di Pola tutta si mostra intera, genuina, ed il difetto di gradinate le accresce anzi bellezza.

Ci è accaduto di vedere di notte l'anfiteatro dal lato di mare, mentre nell'interno della cinta grandi falò ardevano a segno di letizia per venuta di principe, e la vista delle arcate che sulle fiamme disegnavansi ci faceva quasi tenere vera la credenza del popolo, che le fate lo avessero in una notte costrutto.

Niun edilìzio più di questo svela a colpo d'occhio la sua antica destinazione: pure v'ebbe, ed il ricorderemo per la stranezza del pensiero, ohi il disse acquedotto; v'ebbe chi il sostenne teatro, e ci spiace ricordare il nome dell'illustre marchese Maffei, che tale lo suppose, ma il ricordiamo non per farne colpa a quel sommo ingegno che umano pur era, ma perchè ebbe a ricredersi di quel suo errore.

Fu progettato altra volta di trasportare l'anfiteatro a Venezia, ed il Lido si designava a sua futura dimora, ma i destini furono propizi e questo [40] monumento orna ancora Pola e la provincia, ed è bastante a mostrare quale fosse l'antica condizione degl'Istri-romani, quale la loro civiltà.

Dall'anfiteatro può il forestiero dirigersi alla porta aurea e seguire le antiche mura per vedervi le porte di esse. Prima a presentarsi si è la gemina, così detta perchè a due aperture, precipua fra quelle dell'antica città, che dalla parte superiore della colonia e dal campidoglio per questa si scendeva all'anfiteatro ed alla strada militare verso Arsa ed Albona. La porta stessa è vagamente decorata e di più lo era prima che venissero tolti gli oggetti in bronzo che le erano applicati. Per questa porta entrava nella città l'aqua condotta da lontano probabilmente per ordine di Augusto, perfezionata e dotata da illustre personaggio polense, come da marmo tuttora esistente. L'aqua veniva distribuita per la città e fino alla piazza mediante tubi di piombo, e per simili forse conducevasi fino a Pola. L'antico selciato della porta è ancora visibile come lo è pure la traccia della via che direttamente metteva alla porta dell'Acropoli.

Prossima a questa si è la porta d' Ercole, delle secondarie e minori, di semplice costruzione, la quale ai tempi più antichi della colonia rimonta. Vi si vedono rozzamente scolpiti la testa d' Ercole e la clava, ed i nomi dei duumviri, supremi magistrati di Pola, durante il reggimento dei quali venne aperta.

Le mura dalla porta S. Giovanni a quella aurata sono di varie epoche, colle quali si ricopersero e mascherarono le antiche per togliere al nemico la cognizione del sito più debole che lasciavano le porte; peraltro il crollo accidentale di qualche parte le ha fatte rinvenire.

L'ultima porta di terra si era l'aurata, triplice, perchè al fornice principale pei carri altri due minori si attaccavano pei pedoni, porta che crediamo [41] fosse consacrata a Minerva. Era una delle precipue perchè dalla via principale e dal foro metteva al Campomarzio, ed alla strada pel porto flanatico; e fu detta aurata pei cancelli di bronzo dorati che la ornavano. Maggiori città ebbero al pari di Pola la porta aurata, siccome Costantinopoli, Ravenna ed altre molte. La polense più non esiste.

Esiste bensì l'arco dei Sergî  che alla porta si addossava a sua decorazione interna, ad ostentazione di fasto della famiglia dei Sergî , insigne nelle magistrature e nella milizia. Essere dovrebbe dei tempi di Traiano: il certo si è ch'è uno dei monumenti più gentili dell'antichità.

Dall'arco dei Sergî  può il forestiero visitare il sito dell'antico teatro, segnato ancora dall'incavo semicircolare del monte a cui poggiava e da qualche arcata che avanzò dalla totale sua distruzione. Esso era di ampiezza quanto la metà dell'anfiteatro, alto quanto questo, però di architettura ben più ornata e gentile per quanto si possa giudicare dai pochi avanzi osservati. Come l'anfiteatro, aveva i gradini di pietra, disposti a semicerchio, egualmente veniva coperto con ampio velario e poteva capire 10,000 persone circa. Le quattro grandiose colonne di marmo prezioso che decorano l'altare maggiore nella chiesa della Salute in Venezia, furono tratte dal teatro. Il colle sul quale poggiava, conserva ancora il nome Zero, corruzione della voce Theatron pronunciata alla greca.

È a credersi che fosse integro nel secolo XIV, ma gli assedi frequenti avendo portato lo smantellamento delle mura di Pola, appunto dal lato verso il teatro, che sembra essere stato quello d' attacco, il teatro fornì la pietra a ristaurarle. Pietro Martire d'Angora lo aveva veduto nel 1501 e mezzo secolo più tardi il Serlio, che ne trasse il disegno, ma questi [42] lo aveva già trovato guasto assai; ed assai guasto l'assicurano gl'indigeni prima che il Deville vi desse mano, e del guasto accagionavano un disordine elementare. Deville nel 1630 ne usava gli avanzi per costruire la fortezza.

Dal teatro passi il forestiero a visitare i pochi avanzi della insigne Abbazia di Canneto, ora in commenda della Basilica Marciana di Venezia. Null'altro di tanta ricchezza rimane che una cappella a croce greca che attesta le costruzioni bizantine, l'abside crollante dell'aitar maggiore, due nicchie circolari ed una muraglia laterale della chiesa. I marmi passarono a Venezia: quattro colonne trasparenti di belli intagli che in S. Marco si ammirano, diconsi tratte da questa chiesa.

Di questa insigne Abbazia che fondi possedeva in Ravenna, abbiamo la serie abbastanza lunga degli Abbati dall'800 al 1300, tratta dai papiri dell'Archivio Ravennate. Imperfette notizie, ma desideratissime, si hanno di questa chiesa nei dialoghi sulle antichità di Pola che siamo per pubblicare, ai quali aggiungeremo le cose verificate e vedute or son vent' anni. La chiesa era divisa da colonnati in tre navi; le laterali erano più rialzate di quella di mezzo, tutte e tre selciate di squisite opere in mosaico; le pareti, i piedestalli delle colonne erano ricoperti da tavole di marmo. L'abside dell'aitar maggiore, anzi unico, era rialzato, e di preziosi marmi ad opera tessellata selciato: due piedestalli sembravano avere scompartita l'abside. In fondo alle navi minori in luogo di abside per ripositorio di sacri arredi, eranvi due celle rotonde (e vi sono ancora, guaste assai) poco illuminate con ripetute nicchie, selciate a mosaico.

Ai lati della chiesa, sulla linea dell'abside principale, si attaccavano due oratori che però non avevano colla chiesa comunicazione; in forma di croce greca; [43] l'uno tuttora conservato al culto, l'altro assai guasto.

Neil'esterno dei muri si ripeteva con rilievo la distribuzione interna delle arcate: le finestre erano chiuse con tavole di marmi intagliate vagamente a traforo, e con varietà di opera.

Prossima alle rovine dell'Abbazia è la chiesa della Beata Vergine della Misericordia, già Eremo degli Agostiniani. Niun luogo meglio di questa solitudine le vicende di Pola richiama alla mente; imperciocchè dinanzi stanno antiche torri che l'epoca romana ricordano, e prossimo era il sontuoso teatro; da lato è la chiesa della B. Vergine di Canneto che l'opulenza rammenta dei tempi bizantini; e le opere romane e le bizantine furon distrutte per vicende di guerra, per deiezione, per necessità forse; nel campo stesso una croce sopra un umile colonna segna i tanti e tanti morti nelle furiose pesti che all'estremo ridussero la già ricca e popolosa città. — Oh non aveavi luogo più adatto per invocare il benedetto nome della Madre delle Misericordie!

Potrà il forestiero visitare le rovine della chiesa di S. Stefano, altra volta ornate di pitture a fresco, e di colonne preziose di marmo; chiesa memorabile per essere stata, come sospettiamo, la prima che al culto nascostamente si alzasse nei tempi delle persecuzioni dei primi secoli, memorabile pel massacro dei Sergî  avvenuto nel 1271 per opera del partito popolare, guidato dai Ionatasì.

Non tralascierà il forestiero di vedere la porta del campidoglio, da pochi anni scoperta, la quale, di una sola arcata, poneva l'acropoli in comunicazione colla porta gemina, coll'anfiteatro, e colla via militare verso Albona. Il campidoglio era di forma elittica, il cui asse maggiore misurava 90 klafter viennesi, il minore 80, e doppio ordine di mura lo cingeva a [44] separazione, come pensiamo, del luogo destinato a presidio militare, da quello destinato ai tempî e pubblici edifici. La forma del campidoglio, ovale, si scosterebbe dalla solita; possiamo assegnargli intiero l'area di passi romani 9875, alla rocca 8750, ai luoghi sacri 5625, ed alla colonia di Pola la superficie di passi romani 98,750, che disfatti corrisponde anche al vero. Nella rocoa potevano presidiare 375 soldati, e dalle rovine altravolta vedute si scorgeva che avessero cisterna per l'aqua.

Al campidoglio mettevano quattro porte, una delle quali si conserva. Esso non era dei minimi e poco si scostava dai medt, e circondato da 12 a 14 torri.

Se l'ampiezza del campidoglio e la cinta della colonia esser dovessero misura del numero dei soldati condotti nelle novelle colonie, dir si dovrebbe che Pola come Trieste sul tipo d'Aquileia avesse 1126 soldati, 17 centurioni, 90 cavalieri, per cui l'agro assegnato ai novelli coloni tolto agli antichi possidenti sarebbe di 67,680 iugerì, pari a 49,208,360 clafter quadrati, pari a 77 miglia romane, a cui aggiunte 19 per terreno perduto, darebbero 96 miglia romane quadrate.

Crediamo non andare lontani dal vero assegnando alla primitiva colonia di Pola la popolazione o reale o calcolata di 12,000 abitanti, siccome altrettanti ebbe Trieste; se non che Pola li aumentò per li traffici in proporzione ben maggiore di quello che abbia potuto fare Trieste, rimasta straniera a movimenti tanto subitanei.

Il campidoglio nei tempi di mezzo ebbe a Bofferire modificazioni assai per opere rifatte e contrafatte; ad onta delle nuove opere eseguite dai Veneti nel 1630 vi potemmo vedere le tracce d'un alloggiamento militare capace di 60 persone, un'ampia cisterna, le fondamenta a semicerchio di grande nicchia quasi di [45] chiesa, tracce che ormai tutte sparirono. Sembra che il castello non tutto fosse cinto da doppio muro, ma che l'esterno girasse solo per due terze parti della circonferenza.

La fortezza veneta del 1630 merita di essere veduta, costrutta, com'era tutta, in grandi massi di pietre riquadrate, decorata di belli ornamenti architettonici, specialmente la porta d'ingresso, che era in facciata diversa dall'attuale; ai quattro angoli della fortezza v' erano quattro garette tutte di pietra; nell'interno la casa del proveditore; l'arsenale e quartieri per 200 soldati; la republica non aveva però compiuta la costruzione essendo stati omessi quattro barbacani progettati dal Deville.

Nell'epoca della guerra di mare dal 1806 al 1818 subì qualche modificazione; le garette vennero tolte ed ai parapetti di pietra sostituiti ripari di terra; abbandonata nel 1814 subì il destino degli antichi monumenti; in tempi recenti fu ristalirata non solo ma ridotta a perfezione secondo l'esigenze dell'odierno servigio di guerra.

La chiesa ed il chiostro di S. Francesco, comunque convertiti in usi profani, mostrano ancora quale fosse la condizione loro quando a cenobitica famiglia appartenevano. La chiesa semplice perchè di una sola nave, è mirabile per l'ampiezza, per l'opera dei muri tutti di pietra squadrata, per le nicchie dell'aitar maggiore e dei laterali, per le decorazioni dei lati, pel portale, per l'occhio. Nel 1406 in questa chiesa tenevasi concilio provinciale di francescani. Nel chiostro, sul lato che tocca la chiesa, vedevansi frequenti inscrizioni quali incise, quali appena graffite, che ricordavano persone defunte, ora per la sovraposta calce illegibili.

Osservi il forestiero nel chiostro la porta e le due finestre di una già cappella, lavorate a traforo [46] in genere gotico-arabo, con marmi, e collo stemma di quella famiglia dei Sergt che, salvata da un frate, si mostrò al convento riconoscente.

Nel dare questi cenni al forestiero non si ebbe pretensione di descrivere le cose memorabili di Pola, nè si credette di supplire al difetto di una guida; opera questa ben maggiore della possibilità d'isolata persona, ma soltanto di mostrare che non è scarsa Pola e la provincia tutta di preziose memorie, e che assai più sarebbero in copia, se circostanze di tempi antichi e di tempi moderni non vi fossero state di ostacolo. L'ottimo divisamente del Lloyd Austriaco, che manda periodicamente piroscafi a Pola, ha suggerito di segnare in fretta alcune linee, perchè l'altrui e la propria esperienza suppliscano in progresso a quel molto che manca, e giova sperare che il voto abbia compimento. Con nobile orgoglio può l'istriano dire, che nessun' altra città dell'impero austriaco tante antichità ed in istato di conservazione abbia siccome Pola; che in Europa medesima, se Pompei e Roma si eccettuino, nessuna o poche possono starle al paro, perchè non sì frequente è il rinvenire entro il giro di un solo miglio un anfiteatro, due templi, un ninfeo, un arco, tre porte, per tacere di monumenti minori, e di quelli che all'epoca cristiana appartengono.

Che se al forestiero piacesse dilungarsi nelle vicinanze di Pola, nel magnifico, impareggiabile porto vede ancora sulle isole le rovine di abbazie e di chiesette; e fosse pure in piedi la mirabile di S. Caterina, or son pochi anni smantellata! Sul colle di S. Michele può vedere le rovine di due chiese riunite, bizantina l'una, barbara l'altra, e le rovine del chiostro e della cisterna, e nell'antico campomarzio le tracce della Commenda dei Templarî, e presso al porto bizantino S. Mattia, e sui colli, le antiche [47] fortificazioni, ed in piano, frequenti cisterne. Che se alle antiche cave romane volgesse il piede, da dove, come voce corre, si cavò la pietra per l'anfiteatro, rammenti che da queste cave fu tratta quella volta in un sol pezzo che copre la chiesa della Rotonda in Ravenna, già sepolcro del re Teodorico, la quale volta misura in lume nella parte interna non meno di 31 piedi!


Nota:

  1. Inferno C. IX

    Siccome a Pola presso del Quarnaro
    Che Italia chiude e i suoi termini bagna
    Fanno i sepolcri tutto lì loco varo.


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Created: Sunday, November 14, 2010; Last Updated: Sunday, April 03, 2016
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