Pietro Kandler
Prominent Istrians


Della patria di S. Girolamo.
All'abate Dr. Francesco Carrara, Spalato.

Disclaimer

[Tratto da: L'Istria, I. Anno, Sabato 12 Decembre 1846, No. 84-85, p. 335-340.]

Sembra a me, professore riveritissimo, che non bene siasi fatto da coloro, i quali nel darsi a riconoscere [336] la patria di qualche santo, hanno preterito del tutto quegli argomenti che trarre si possono dalle cose di chiesa. Non ignoro che in tempi a noi vicini si è voluto porre in dubbio la sincerità di molte cose che alla religione spettano, ma fu questo un manto preso a prestito per coprire l'ignoranza di cose siffatte, o la noia di farne studio; e grazie al cielo gli studi^ delle cose antiche hanno mirabilmente mostrato come assai tradizioni ed instituzioni di santa chiesa sono in sussidio della storia, e la storia a spiegazione e certezza di quelle.

Giovanetto ancora, aveva udito dalle labbra di pio sacerdote, che svolgeva a me le dottrine religiose (e la sua memoria anche dopo il lasso di 34 anni mi è gratissima) ritenersi S. Girolamo di patria istriano, supporsi patria sua la piccola villa di Sdregna nel marchesato di Pietrapelosa; ma quel dabben prete nel darmi per certe le notizie dei nostri santi triestini ed aquileiesi ed istriani, mi parlava di S. Girolamo come di un santo del quale la patria istriana non era ben certa. A me fanciulletto grave cruccio recava il non averne certezza, e mi sembrava non conveniente l'appropriarsi l'altrui, anzi peggio, perchè o la verità era ad altri nota, o poteva scoprirsi, e l'appropriarsi l'altrui avrebbe meritato non già scusa, ma biasimo. A me fanciullo sembrava strano che se S. Girolamo fosse stato istriano non se ne avesse altrettanta memoria che dei nostri santi, anzi maggiore perchè mi parve santo tale da tenersene onorata qualunque siasi maggiore città. Diceva fra me: se dei nostri santi abbiamo certezza, perchè le nostre instituzioni di chiesa risalgono per ordine non interrotto fino alla pace data da Costantino, e risalgono anzi fino al primo bandirsi del vangelo fra noi; se nelle nostre città di provincia la serie dei vescovi rimonta fino al principiare del sesto secolo, ed abbiamo testimonianze della costanza di ordinamenti ecclesiastici in templi, in riti, in leggende antichissime, se di S. Girolamo all'invece la posizione del suo luogo natale è incerta, conviene ritenere che fosse in provincia nella quale il culto cattolico e lo stato sociale abbiano da antico sofferto tali rivolgimenti, che novello popolo e novello culto abbiano sopralatto l'antico, ed il popolo primitivo sia scaduto in infima barbarie, da non serbarne le memorie antiche, o da tenerle per lo meno ristrette a ceto sì piccolo, sì umiliato, che le memorie non poterono giungere nel mondo colto. E tale mio pensiero credeva vederlo confermato dalle parole del santo medesimo, che attestava saccheggiata, manomessa la patria sua, non la città sola ove nacque, ma la regione intera, e pareva a me che l'accennasse siccome posta su quella linea che corsero i Barbari fra Costantinopoli e le Alpi Giulie.

Questi pensieri non cedettero col crescere dell'età, ed allorquando la questione della patria di S. Girolamo venne novellamente agitata in questi nostri tempi, con tanto clamore, le ragioni di chi lo voleva istriano non mi appagarono gran fatto, perchè mi parve quel ragionare e strepitare non ad altro mirasse che a sostenere una cosa già fitta in mente; così parve a me dal veder sfoggiarsi ogni sorta di escogitabile mezzo, anche inutile, anche peggio.

Or io dunque, ebbi sempre in mente queir intima connessione che hanno i santi colle instituzioni di chiesa, e nelle instituzioni di chiesa credetti poter trovare sussidio.

La predicazione del vangelo fino dal primo secolo in queste nostre regioni è indubbia, siccome è indubbia la fondazione della chiesa aquileiese in questo primo secolo; indubbia è pure l'esistenza di cristiani nei primi tre secoli, attestata dal culto costante reso ai martiri ed ai confessori, e dalle credibili leggende che si conservano nei breviari. L'esistenza di chiese nell'Istria nostra, di congregazioni cioè di fedeli entro un determinato territorio, configurato dagli ordinamenti politici, prima della instituzione dei vescovati è comprovata da indubbi monumenti; la fondazione di vescovati propri avvenuta nel 524 non esclude la esistenza di precedenti congregazioni di fedeli; questa anzi è comprovata dall'esistenza di templi, dal culto tributato ai propri santi, ai martiri che diedero il loro sangue in testimonianza, è comprovata da memorie scritte giunte fino a noi.

I ripartimenti in diocesi, i confini di queste, sono, per testimonianza di dotte persone, gli antichi dell'impero romano in Italia, ed in quei paesi i quali non soffrirono sovvergimenti. In quest' Istria nostra i confini delle giurisdizioni del patriarcato di Aquileia, come anche dei vescovati, sono noti. Cominciava il confine alla Fiumara presso Fiume, seguiva fino ad Oberlaibach il gran vallo costrutto a' tempi della Repubblica romana, e che dura tuttora in gran parte; al di quà di siffatto limite erano le diocesi istriane, o se si vuole l'arcidiocesi di Aquileia, e al di là era l'arcidiocesi di Sciscia, altra provincia ecclesiastica diversa dall'Italia sacra. Emonia Saviana, l'odierna Lubiana, era allora per eccezione compresa nell'Italia sacra, perchè Augusto, debellati i Pannonî, la fe' colonia antemurale d'Italia e politicamente ve la comprese.

Facevano confine verso Liburnia la diocesi di Pola che comprendeva Fiume e tutto il Monte Maggiore fino a Klana, la diocesi di Trieste, che arrivava fino a Planina. Pedena era diocesi mediterranea; le altre erano alla marina, lontane tutte quest'ultime dal confine della provincia verso Liburnia e Dalmazia: Trieste sola confinava verso Pannonia per piccolo tratto, verso l'episcopato di Emonia.

Fu antico costume, e vi aggiungo legale, quello di indicare la patria per agri politici, per municipi, per cui si riteneva essere nativo della città chi era dell'agro il quale colla città aveva la stessa condizione politica. La chiesa segui questa massima, ed essa indica i sacerdoti secondo la diocesi cui appartengono o per nascita o per aggregazione. S. Girolamo nell'indicare Stridone per patria sua, non indicò già una villa, od un castello che fosse soggetto all'altrui giurisdizione, ma un comune che aveva propria condizione politica, e poteva essere noto nella geografia politica; il rango che gli attribuisce di oppidum non indica già castello, ma città, comune di condizione materiale inferiore, nel modo stesso come oppidum si disse Parenzo, mentr'era e colonia e municipio.

Se questa sua patria fosse stata la villa di Sdregna nel marchesato di Pietrapelosa, sarebbe questa stata nella diocesi tergestina, alla quale da tempi immemorabili appartiene Sdregna. Ho veduto carte autografe del 1200 e non lasciano dubbio che fosse della diocesi di Trieste, ed allorquando vi fu tale che la disse di altra diocesi, [337] convien credere che poco si fosse curato di sapere in quale diocesi fosse la patria creduta di sì gran Santo. All'infuori del tempo dal 1790 fino al riordinamento recente, Sdregna fu di Trieste, e nell'intervallo fu di Parenzo, non mai di Capodistria.

Quand' anche S. Girolamo non si fosse curato di dirsi triestino, Trieste non avrebbe certamente dimenticato di annoverarlo fra i suoi santi municipali, ed il nome di S. Girolamo era ed è tale da doverne andare gloriosi; nè l'essere dell'agro anzi che della città, avrebbe impedito dacchè nella prossima Capodistria vediamo annoverarsi fra i santi municipali chi era nativo dell'agro, non della città; nè vi sarebbe stato motivo l'assenza, perchè anche il nostro S. Sergio visse e morì assai più lontano dalla patria che non S. Girolamo, pure non fu dimenticato.

Dei nostri santi municipali conserviamo memorie precise, abbiamo le loro leggende, celebriamo le loro feste, li veneriamo con ispeciale culto; pure fra questi non figura S. Girolamo, nemmeno come patrono di qualche località; in tutta quanta era ed è la diocesi non vi è che una sola chiesa pubblica sotto l'invocazione di S. Girolamo, e questa non è già di Sdregna, ma di Colmo; Sdregna è sotto l'invocazione di S. Giorgio.

E non mi si dica che le vicende dei tempi abbiano distrutta la memoria, perchè avrebbero con maggiore facilità fatte sparire le memorie dei SS. Giusto e Servolo, Sergio e Bacco, Lazzaro, Zenone ed Apollinare, Giustina, Tecla, Eufemia, santi che se la chiesa triestina, le istriane e l'aquileiese non avessero tenuto in onore, non sì facilmente sarebbero noti altrove. Posso bensì supporre che Sdregna, soprafatta dagli Slavi pagani nel X secolo, abbia veduto distruggersi il suo tempio; ma se la memoria fosse perita tutta in Sdregna, viveva in Trieste, e nel restituirsi il culto, sarebbesi restituito anche il santo; S. Giorgio non è santo slavo, è santo romano.

Aquileia, nè le altre diocesi istriane hanno S. Girolamo fra i santi municipali, nè gli tributano altro culto, di quello che la chiesa universale.

Conservasi in Trieste un antico breviario il quale contiene le preci, gl'inni, le leggende dei santi secondo quel rito della chiesa tergestina ed aquileiese, che introdotto da tempi antichissimi, durò fino all'anno 1586, nel qual tempo si adottò il rituale romano. Nel dì 30 di settembre si segna la festa di S. Girolamo; nelle lezioni di sua vita, ben altro che indicarlo triestino od istriano, si dice: Apud Bethelem Judee depositio Sancti Jeronimi. Hic natus in oppido Stridonis quod dalmacie quondam panonieque confinium fuit - patte eusebio - vestem Christi rome suscepit - ibique literis grecis ac latinis ad primum eruditus est. Mirabile concordanza con quanto ne dice la chiesa romana, madre e maestra di verità.

In questo medesimo breviario sono registrate le vite dei nostri santi, la patria dei quali si indica: Tergestinae civitatis in confinio Aquilejae, e queste non sono mica leggende del medio evo, ma risalgono ai tempi più prossimi alla vita d'essi santi.

Vi hanno le litanie della chiesa tergestina; S. Girolamo non v' è collocato fra i santi municipali; vi ha il calendario, ed in questi figurano p. e.:

Sci Projecti Ep. M. et Elpidii Acolith. Parent.
Sci. Lazari de Tergesto
Sci. Servuli de Tergesto
Sci. M. Zenonis et Justinae de Terg.
S. Justi M
. de Tergesto
S. Mauri M. parentinae Civitatis.

Di S. Girolamo null'altro che

Sci Jeronimi presbit. et conf.

Le chiese della provincia usarono certa quale cortesia vicendevolmente, e tutte usarono verso la loro madre Aquileia quella venerazione che si deve; S. Ermagora e Fortunato erano venerati in tutte le diocesi istriane, siccome santi, dirò così, provinciali; però Aquileia celebrava S. Giusto di Trieste; Trieste celebrava S. Nazario di Capodistria, S. Mauro, S. Eleuterio, S. Proietto di Parenzo, e viceversa altre chiese. Se la memoria di S. Girolamo come santo istriano si fosse perduta in una chiesa, sarebbesi conservata nell'altra.

La patria di S. Girolamo era insignita di vescovato, il vescovo di Stridonia apparisce nei concili fra i vescovi pannonici; il supporre che vi sia sbaglio di amanuense e potesse stare Strigonia è basato sull'ignorare che il nome di Strigonia dato a Gran è dal latino ungarico, e che Gran è al di là del Danubio su terra che non fu dell'impero romano, nè della Pannonia. S. Girolamo medesimo accenna di un pastore della sua patria che guidava le anime a perdizione; il supporre che questi fosse paroco anzi che vescovo è basato sull'ignoranza dell'origine delle parocchie, le quali non risalgono in queste nostre parti al di là del XII secolo.

Sdregna non potè essere vescovato urbano, nè fu vescovato rurale. Non vescovato urbano perchè quella parocchia è posta all'estremità della diocesi di Trieste in confine con Cittanova, Capodistria e Parenzo; dal lato ove non confina con altre diocesi vi ha Pinguente, l'esistenza del quale, siccome di luogo distinto, è attestata da antico geografo e da lapide sincera. Questo vescovato sarebbe stato sì piccolo da misurare in superficie appena 2000 iugeri viennesi, sì povero da poter appena alimentar un paroco. Non fu certamente vescovato rurale perchè di quelli che esistettero rimangono tracce sufficienti, se non negli edifizî, almeno nelle instituzioni di capitoli, nelle giurisdizioni, e se si conservarono fra terra per convertirsi poi in vescovati perfetti, la diocesi fu estesa, per supplire coll'estensione il difetto e la povertà di un luogo solo, siccome fu il caso di Pedena, il cui prelato aveva 400 fni. di reddito negli ultimi tempi di sua esistenza. Per poca attenzione che si dia alle cose dell'Istria è facile accorgersi che i vescovati urbani furono eretti ove vi avevano municipalità; vescovati rurali o capitoli ove vi avevano comuni liberi od affrancati; parocchie ove erano ville e terre tributarie, adattandosi così il governo di chiesa al governo politico; intendo dei capitoli antichi, che nei tempi moderni si procedette con altri principi.

Se Rozzo, se Pinguente, che più esposti furono alle vicende dei tempi che non Sdregna, se Rovigno, se Umago, se Due Castelli che soffrirono totali sovversioni conservarono fino a' tempi recenti i capitoli, convien dire che Sdregna nulla fosse più di quello che è [338] oggidì. Ogni vescovato ebbe i propri santi, le tombe o di martiri propri, o di santi sotto il di cui patrocinio si pose, ebbe proprio calendario, e proprie feste. Nulla di tutto ciò in Sdregna, nè fu già effetto di sovversioni, perchè Rovigno, Umago ne soffersero di totali, pure conservano tuttora i loro santi, le loro feste proprie, o le conservarono fino agli odierni cangiamenti. Cittanova non è più vescovato, pure ha capitolo, pure ha propri santi e proprie feste, e per la fusione nella diocesi triestina, non ha perduto ogni traccia dell'antica condizione; la chiesa romana ha saggiamente professato il principio di mantenere l'antico, per quanto possa conciliarsi colle esigenze moderne.

Non può mettersi in dubbio che appena data la pace alla chiesa nel 313 di N. S. vi fossero in Istria comuni ecclesiastiche; ma sarebbe a dir vero cosa strana, che mentre Trieste, Pola, Parenzo non avevano propri vescovi, ed erano provvedute da Aquileia, siccome la tradizione porta, Sdregna avesse vescovo e tale da prendere posto in concilio di altra provincia ecclesiastica, mentre nei concili d'Aquileia non figurano ancora i vescovi istriani.

Io poi le dico che Sdregna non fu mai città, nè castello di conto. Comprendo bene che le città possano crearsi stando a tavolino o vagando pei campi dell'immaginazione; non può dare vita ad una città qualunque, che o un agro naturale, formato da Dio, od un agro artifiziale formato dagli ordinamenti umani che sapientemente mettono a profitto le condizioni più remote; di un territorio artifiziale non può parlarsi in una provincia sì piccola, se non per luoghi al mare, chè il mare soltanto offre facile e pronta la via ai commerci di fuori; la posizione poi di Sdregna su montagna alta 1500 piedi, circondata da burroni e vallate profondissime non è tale da farne centro di movimento per via di terra. Quali elementi mai di città agricola sono quelli di Sdregna? Vegga i Nri. 60-61 di questo foglio e vedrà che tutto il terreno coltivato è di 659 iugeri e 112 tese, che l'olivo non vi alligna; che di terreno messo a pascolo, a bosco, vi sono appena altri 1515 iugeri, 1495 tese, che vi sono 133 iugeri d'improduttivo. Questo territorio non può estendersi perchè circoscritto dalle diocesi di Cittanova, Capodistria, Parenzo, da burroni, contermine ad altro antico comune; quale città sarà mai questa all'altezza di 1500 piedi sopra monte altissimo; che non ha 700 iugeri di coltivabile, e questo a poveri prodotti; mentre il vescovato di Pedena in terreno e posizione assai migliore, aveva 3-7/10 leghe di superficie, pure il vescovo era sì povero? Veggasi la stima censuaria di Sdregna, fni. 5617. 8, la si moltiplichi pure per quattro, la si moltiplichi per otto, non si farà mai il miracolo di darne elementi a città per piccola che fosse; nè può pensarsi a commerci attraverso una giogaia di monti sì alti, mentre le valli sono prossime, non distante il mare, che pei movimenti e pei traffici viene sempre preferito ed a ragione.

Ov' era anticamente una città od un castello non si perdono le tracce o si nascondono talmente che l'indagatore non le scopra a primo occhio; e se rifabbricata la città, con qualche diligenza. Perchè le rovine di fabbricati non si trasportano, ed i calcinacci, i cotti, le monete, le leggende, i mosaici e le tombe ricompariscono dal suolo; se le muraglie vengono distrutte, non per altro avviene ciò se non per costruire novella città od altro edifizio nello stesso luogo od ivi prossimo; in luogo di valle o di pianura possono le tracce coprirsi di novello terriccio, ma le rovine traspariscono sempre e tornano a cielo; in luoghi di collina il terriccio scende piuttosto al basso; in terreno di monte, le incisioni si riconoscono facilmente. Le tradizioni nel popolo non spariscono sì facilmente, e di antichissime si conservano nella provincia. In Sdregna non vi ha che uno dei tanti castellieri romani, null'altro, non pietra, non leggenda, nulla che accenni ad antico abitato; pure come potè conservarsi il castelliere, potevano conservarsi altre antichità. La chiesetta in onore di S. Girolamo non era parocchiale, era chiesa di privata divozione, intorno cui si tumulavano defunti. Così d'altri luoghi, ben minori di quello che avrebbe dovuto essere questa città vescovile, non avvenne; che le città antiche, le quali dalla soggezione romana in poi si formarono sono tutte note; e come il canonico Stancovich potè con lodevole sagacia fissare l'ubicazione dell'antico Nesazio, così il sito dell'antica Faveria non è ignoto, e le tracce si veggono ancora, e sarebbero maggiori se in prossimità non si fosse costrutta chiesa, campanile, casa parocchiale ecc. — Una città, per piccola che fosse, non avrebbe potuto durare sull'altura di Sdregna; se esistita per effetto di condizioni che non possono sì facilmente congetturarsi, non ne sarebbero svanite tutte le tracce. Le cito Bogliuno nella stessa Istria che fu occupato da popolo novello; è ora ridotto a pochissima cosa, pure si vede la cinta dell'antica città o castello, si vede chiaramente il sito ov' era: del capitolo si hanno memorie; le cito Muggia vecchia, Due Castelli ecc. ecc.

Queste considerazioni persuadono a non supporre nella parte più meschina, più povera dell'Istria una città vescovile, per fare proprio un santo, il quale da nessuna chiesa istriana, nè dall'Aquileiese è stato annoverato fra i santi municipali o provinciali; città della quale nessuna traccia si ha o memoria. Il nome di Sdregna, che è l'unico appoggio, è troppo comune e frequente per trarne indizio alcuno.

Quello stesso Breviario il quale registra le lezioni dei nostri santi, e parlando di Trieste lo indica ai lontani siccome posto nelle vicinanze di Aquileia, per risparmiare al lettore la domanda ove fosse questa città; nel parlare della patria di S. Girolamo non la indica già spettante alla provincia dell'Istria, ma la indica come posta ai confini della Dalmazia e della Pannonia, siccome nota che facilmente l'avrebbe fatta conoscere a chi il nome di Stridone appariva nuovo. Parlando della sua patria regione, il Santo sembra accennarla come quella che stava sopra linea di stragi continue dei Barbari, fra le Alpi Giulie e Costantinopoli; queste stragi sono quelle delle invasioni dei Barbari, e si fecero lungo le vie militari precipue, e si fecero dapprima nelle provincie. La patria sua doveva quindi stare su d'una via che dalle radici orientali del Nevoso metteva a Bisanzio; questa non poteva essere l'Istria che è al di qua del Nevoso, attraverso la quale non passava via precipua di terra, e la quale non sofferì incursioni di Barbari, o se sofferte, non altrove che lungo la costa ove erano le città; nessun [339] popolo straniero prese sede in Istria prima del secolo IX; anche in questo secolo, anche nel VI le città non erano altre che le antiche; le spedizioni militari non si fanno che sulle grandi linee di ricchezza, non attraverso sterili lande, in tratto brevissimo quale l'Istria, non si fanno che per stringere i grandi centri; e S. Girolamo nominava Costantinopoli questo centro, siccome l'altro era Emona, antemurale d'Italia. Ammiano Marcellino (L. XXXI) parlando della spedizione dei Goti, Unni, Alani, di quella stessa che distrusse Stridone patria di S. Girolamo, dice che nelle provincie settentrionali fino alle radici delle Alpi Giulie, concorde in ciò a S. Girolamo, Emona soccombette più tardi, più tardi l'Italia venne invasa. L'Istria non fu tocca dalla spedizione che distrusse Stridone.

S. Girolamo non era di linguaggio latino, esso medesimo confessa di averlo appreso a grande difficoltà; esso era quindi di paese nel quale altra lingua era volgare, e la latina non necessaria agli usi della vita. Fino dal tempo della conquista dell'Istria, avvenuta due secoli prima di G. C, nelle colonie e nei municipi romani la lingua latina fu prevalente per tal modo che ogni rimasuglio della tracica era sparito. Augusto rinforzò le colonie istriane; nella parte montana sopra Pinguente parlavasi il latino rustico e lo si parla ancora in Seiane; lo si parlava nella regione montana di Trieste, or sono due secoli, lo si parlava in altre parti dell'Istria, lo si parla nella Valdarsa [Vale d'Arsa]. Sdregna sarebbe stata a brevissima distanza dai montanari di Pinguente, dai latini di Egida e di Emona istriana, circondata da questi. I montanari istriani erano Celti; la Francia, la Spagna hanno mostrato come facilmente la lingua latina siasi innestata colla celtica, le lapidi nell'Istria montana segnano spesso nomi di famiglie celtiche, però sono tutte latine; e seppure voglia supporsi che cinquecento anni dopo la conquista, in Sdregna si conservasse l'uso della lingua celtica, è impossibile che la famiglia di S. Girolamo, non la conoscesse, almeno per necessità di recarsi qualche volta alle città vicine, e pel contatto coi romani circostanti.

S. Girolamo segna una parola che indica la bevanda precipua e gradita della sua patria; e la chiama Sabaja, voce pannonica che indica birra, fatta con una specie particolare di cereale, voce che ha spiegazione nella lingua slava. Dal che sembra venire che il vino nella sua patria non fosse indigeno e frequente, e che slava fosse la lingua dei Pannoni, quand' anche altre prove non vi fossero. Questo paese mancante di vino, nel quale si usavano voci pannoniche, non è l'Istria e meno poi l'Istria subocrina. Quelle poche cose che accenna S. Girolamo della sua patria, della sua famiglia, non potrebbero mai applicarsi a Sdregna.

Non entrerò, professore riveritissimo, nella di lei provincia, contento di avere ragionato di quella che più davvicino m'interessa, per debito di carità patria, e per proponimento di studiarla; però fra amici si possono fare delle confidenze, e gliele farò. Se io dovessi accingermi a rintracciare la patria di S. Girolamo vorrei far ben altro che affaticarmi a mettere le parole sotto tanti strettoi per cavarne quel senso che si desidera; ma farei all'invece così.

La spedizione dei Barbari, che rovesciò Stridone, movevasi fra Costantinopoli e le radici delle Alpi Giulie, e per le provincie al nord di Costantinopoli; la grande via, che da Lubiana dirigevasi per la più breve a Costantinopoli, pare a me che non sia stata dimenticata. Or questa via uscendo da Lubiana correva alle radici orientali del Nevoso, e per Sluin, Jaicza, Traunik, Sarajevo,Pristina andava a Salonicco ed a Costantinopoli. Allorquando questa via passava la Unna a Bihacz entrava propriamente nella provincia che si diceva Dalmazia, la quale da questo fiume si protendeva fino ai due Drini, il settentrionale ed il meridionale. E la Dalmazia nei tempi più remoti non solo abbracciava il versante della gran catena verso l'Adriatico, ma il versante pur anco verso la Sava; senza però che il territorio dalmatico giungesse fino alla Sava; perchè Banialuka era della Pannonia, e prossimo n'era il confine appunto verso la Dalmazia. In questo tratto di paese fra la Unna, Banialuka e le montagne, cercherei la patria di S. Girolamo, nei dintorni di Jaicza, a Drinovo, che ne è poco distante. Jaicza ricostruitasi a città indica l'attitudine di quell'agro a mantenere città, e Jaicza potrebbe essere la Stridone nuova, come è avvenuto di tante altre città distrutte, che si rifecero in prossimità alle antiche. Non già che io calcoli sul nome di Drinovo, assai frequente esso pure; ma in concorso di altre circostanze, e più che tutto dell'esame del suolo, sarebbe di qualche indizio, quando solo sarebbe piuttosto un azzardo. Avrei anche altre indicazioni da darle per altri luoghi di quei dintorni che a me sembrano sospetti; noi faccio per non attediarla, e perchè sono sedotto dall'osservazione che le città antiche le quali non furono opera di condizioni militari od essenzialmente politiche o di condizioni mercantili, ma frutto spontaneo delle condizioni del suolo, rinacquero nel sito ove prima sorgevano altre, se non nell'identico luogo, almeno in breve distanza, perchè le attitudini naturali furono assai spesso messe soltanto a profitto dall'ingegno umano. Veda nella sua Dalmazia, che per la divisione fra due potentati non può ripigliare l'antica condizione, veda come le antiche città rinacquero, non nelle antiche proporzioni, ma in quelle che la provincia odierna concede. Spalato è ancora la prima città per popolo e per commerci, Zara è ancora città di conto, e militare come Augusto la voleva rifacendone le mura, Sign rimpiazza gli antichi Sinotium ed Equum, Knin l'antico Tinninium, Scardona non è perita; se Narona non è risorta, guardi quanto e quale sia il territorio austriaco in quel sito e ne vedrà la cagione; veda fra noi Trieste disporsi a prendere il sito che teneva Aquileia, in questi mari, e se Aquileia non risorse in Aquileia, ne sono causa le condizioni politiche dei tempi allorquando fu proclamato Trieste in porto-franco.

Stridone non fu poi città di sì poco momento, se ebbe vescovato in tempi in cui i vescovati non furono sì frequenti, se Tolomeo credette di farne menzione. Ho sott'occhio antico autore che si fece a copiare antichissimi itinerari romani, mi sembra che accenni Stridone, ma non azzardo ancora trame autorità. Io penso piuttosto che le cose di chiesa, le vicende dei vescovati, il culto pubblico tributato in queste regioni al santo possano dare grandissimi lumi.

Collocando Stridone nel sito ove penso, mi è facile [340] il comprendere come fosse il confine fra Dalmazia e Pannonia, senza prolungare la Dalmazia fino all'Istria, ed entrare nell'Istria medesima in sito, ove la mancanza di antichi monumenti fuori di un castelliere fa credere che più che qualche villico non vi prendesse stanza; come per l'aggiudicazione di parte dell'antica Dalmazia alla Pannonia potesse S. Girolamo dire, che era un tempo luogo di confine; come la chiesa tergestina, l'aquileiese potessero indicarla patria di S. Girolamo, senza far cenno dell'Istria; come la chiesa universale concordasse colle indicazioni delle chiese tergestina ed aquileiese, dichiarando che la patria era sul territorio turco; come la nazione onori tanto quel santo; come corra tradizione che parlasse lo slavo, e come il santo medesimo, cittadino romano per diritto, avuta colla coltura la cittadinanza di civiltà romana, non si calcolasse fra i barbari.

Ella, dotto delle cose dalmatiche, non si scandalezzi, se parlando di quella regione, sia tanto ignaro delle circostanze tratte da condizioni ecclesiastiche di quella provincia sacra; Ella che sa, le supplisca e giudichi se nel pensare che S. Girolamo non appartenga nè all'Istria nè ad Aquileia abbia fatto omaggio alla verità, e con ciò cosa migliore che l'attribuire sia colla reticenza, sia con eccedenza di parole, una gloria che io penso non appartenerci, e che usurpandola a torto ci espone al ridicolo di abbellirci dell'altrui, mentre assai ne resta di cose da menarne vanto nell'intendimento unico di farcene imitatori. Io non le dirò, ho vinta la questione, l'ho dimostrato con tutta evidenza, perchè Iddio solo è infallibile, non l'uomo, e ciò che più pare certo è talvolta il contrario, però la verità sfugge più facilmente a chi si tiene infallibile. Molte altre cose avrei a dirle, e su S. Girolamo e sulla Dalmazia, ma troppo forse ho abusato della di Lei tolleranza, perchè abbia a continuare.

Ella riguardi questa mia, nulla più che un segno dell'amicizia e stima che le professo.

Tratto da:

  • L'Istria, I. Anno, Sabato 12 Decembre 1846, No. 84-85, p. 335-340. Google books - http://books.google.com/books?id=IlM_AAAAcAAJ&dq=sdregna&lr=&source=gbs_navlinks_s

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[vedi anche L'Istria 1847.]


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Created: Monday, January 11, 2010; Last updated: Saturday, February 13, 2016
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