Pietro Paolo Kandler
Prominent Istrians


Li Aquedotti.

[Da: Raccolta delle leggi, ordinanze e regolamenti speciali per Trieste. Pubblicata per ordine della Presidenza del Consiglio, dal procuratore civico, Tipografia del Lloyd Austriaco (Trieste, 1861), p.  1-36.]

In tempi tanto remoti, che toccano, seppur non precedono, le prime notizie che si hanno di Trieste per la scrittura (Giulio Cesare nell'anno 51 avanti l'era comune) Trieste ebbe aqua condotta, adonta delle difficoltà che offeriva il suolo, non per le ondulazioni del terreno, le quali coll'arte possono facilmente essere vinte, quanto per le condizioni geologiche di queste pendici estreme dell'Alpe Giulia verso l'Adriatico. Nel dì che la arida fu separata dalle aque, sembra che prima a sorgere sopra il mare fosse gran massa, ivi appunto ove ora sono le devessità dell'Alpe somma; che questa massa dapprima in piano orizzontale, fosse di pasta calcare, sopra questa fossero strati di arenaria pur questi orizzontali, nè l'una nè l'altra poste in istato di mollizie, od in istato di solidità, stratificazioni che anche oggidì non sarebbe diftìcile il riconoscere e l'enumerare. Questa gran massa pare surta dalle aque per una forza duplice che non sarebbe impossibile di calcolare, l'una che la spingeva dall'imo al sommo perpendicolare, l'altra che la spingeva da N.N.E. verso S.S.O., dando la spinta verso l'Adriatico, così che la pendenza fosse verso il mare.

Sembra che questa gran massa si squarciasse in un primo impeto, staccando il gran filone di montagne che ha il nome di Vena, fra Duino ed il Monte Maggiore, dal grosso dell'Alpe Giulia, ripetendo in minore sulla Vena le forme della Giulia. l'arenaria restò imprigionata fra questi due filoni formando il gruppo di Adelsberg e quello del Timavo soprano. Tutto il filone della Vena può cogli occhi della mente addossarsi al filone della Giulia e si combaciano.

Altro squarciamento avvenne da quel lembo che oggidì è l'estremità meridionale della Vena sulla linea da Trieste a Pinguente, fino alla linea che corre retta da Salvore di Pirano, fino a Gallignana, Pedena e Carsano; dalla quale linea dechina la calcare fino al mare; l'occhio della mente può raccostare una linea all'altra e trarne conclusione che altravolta combaciavano. L'arenaria rimase imprigionata nel gruppo della Val d' Arsa; nel gruppo da Pinguente a Pirano ed a Trieste, corse al mare conformandosi a filoni di colline ed a vallate.

Nell'Arcipelago Liburnico, nello Salonitano la spinta di lacerazione delle isole dal continente, segue le strsse leggi; la spinta è nella direzione del ponente iemale e furono avulse dal grosso di Monte sopra Jablanaz. Raccostando Veglia alla Costa croatica, Cherso a Veglia, combaciano, il lago di Vrana sull'Isola di Cherso viene da aqua dei Monti croatici, passante sotto il mare per sifone rovescio naturale; così i laghi di Veglia. Brazza è avulsione dal Mossor. Nella Dalmazia i fiumi precipui, la Zermagna per più che 50 miglia in canale, che insieme è di mare, così la Narenta; per modo che gli antichi consideravano letto cu fiume, ciò che oggidì si considera canale marino. Le isole dalmatiche sono avulsioni di montagne. E vogliono notato che tutta la costa d'Italia nell'Adriatico non ha isole, all'infuori delle Diomedee o di Tremiti, stranissime; mentre la costa italiana sul mare tirreno ne conta Stianto è lunga la costiera, non intendiamo le tre isole maggiori, sibbene la Uova, Capri, Procida e le Itre tutte non remote dalla spiaggia, conferma dello slanciamento da levante a ponente.

Quel triangolo di arida che stà fra Salvore, Carsano e Pola, dalla linea di squarciamento verso la Vena, scese al Mare, e certamente fu pastiglia molle (e la mollizie potrebbe sottoporsi a calcolazione) siccome per manifesti indizi è chiaro. Questa massa si squarciò dessa pure, aprendo i Canali del Quieto, del Lemo, del Badò, dell'Arsia ed altri minori, con sì manifeste prove che raccostando le due iponde dei Canali, non solo i promontori compassano ai seni, ma uno e lo stesso masso, uno e lo stesso sasso si vede spezzato, l'una metà restando da un lato, l'altra dall'altro del Canale.

Una legge fisica ha presieduto a questo movimento dal quale ebbe forma quella regione d'Istria, di cui è parte la Karsia, figlie almeno gemelle della stessa madre.

[2] Vi ha tale regolarità che dipartendosi dal Monte Bergodaz il filone della Vena fino alle estremità verso Sagrado ha la stessa lunghezza che il filone dal Bergodaz fino al Canale di Bado; sulle due linee si ripetono le stesse forme, li stessi fenomeni; sulle pendici della Vena al contatto di questa coll'arenaria, si ripetono le stesse conformazioni di ridossamenti da Grignano fino a Marenfels, in linea sì retta di collocamento, in forme gradatamente crescenti, che si direbbero fatti simili coll'arte; alle spiaggie del Mare, si ripetono frequentemente le stesse forme, l'estremità della penisola verso Pola ha nelle forme dei Brioni, e dei porti e promontori di Pola ripetizione di forme, certamente non a caso.

Le stesse linee di esterna conformazione alle spiaggie del Mare hanno seguito leggi che non sarebbe impossibile di scoprire. Salvore, Rovigno, Pola, sembrano tre punti solidi i quali hanno trattenuto che il triangolo non colasse tutto nel Mare, o che dal Mare non fosse dilavato; i promontori di Pirano, della punta grossa, del Campomarzo di Trieste, non soltanto hanno egual conformazione e direzione, quello del Campomarzo da Montebello, quello della punta grossa de Antignano, quello di Pirano da Pomiano, ma le punte stanno tutte su d'una linea che sembra avere vietato ai promontori di sorpassarla. La Valle del Largone di Pirano è la ripetizione in dimensioni maggiori di quella di Muggia. Pola è ripetizione in grande di Parenzo.

In parecchi siti dell'Istria è facilmente riconoscibile la posizione reciproca dell'arenaria e della calcare. Isola a mo' d'esempio che tutta circondata da colli arenosi ha il corpo dell'abitato e la campagna in piano tutta di calcare; quello strato medesimo di calcare che ricomparisce con un capo sotto l'arenaria dirimpetto al Castel Venere. — La Valle montana sovrastante alle sorgenti di Bagnoli resta in chiusa fra calcare; Albona mostra in altezza di 1000 piedi l'arenaria in breve massa sopra monte di calcare, avanzo di massa ben maggiore che nell'alzarsi del monte sdruciolò in massima parte; Buje, la Vallata della Piucka, la stessa Rivalonga nelle sue estremità, dalla quale si vede manifestamente la posizione, ed accade che l'impeto dell'aqua latente nella calcare la cacci e scomponga, ed il mare la dilavi, lasciando nuda la calcare.

La posizione dell'arenaria sovra la calcare, è tanto manifesta nel distretto di Buje che può servire di campione alle indagini di cose occulte. La forma esterna del filare di Buje è precisamente di Antignano, di Gallignana, e di altri luoghi. Il gruppo di Buje allacciato in ischiena all'arenaria, sta isolato da tre lati in mezzo alla calcare, il contatto dei due terreni è visibile. Lo spessore dell'arenaria è di 500 piedi in perpendicolo, secondo nostra calcolazione. — Sotto l'arenaria sta la calcare, però anche questa a due stratificazioni, l'inferiore soltanto impermeabile, un filone di aqua perenne si mostra inferiormente a Buje, all'altezza di meno che 200 piedi, e prende la solita direzione di Ponente iemale.

In questo processo di formazione per la svariata durizie delle paste, molti accidenti avvennero che a primo aspetto sgomentano. Quelle stratificazioni così della calcare come dell'arenaria, che in origine stavano orizzontali pigliarono altra direzione, ora inclinante, ora a perpendicolo, ora fuor di piombo, secondo l'impeto di forza che li spingeva secondo loro durizie; strati di calcare si ripiegarono sull'arenaria; strati di arenaria alzati a perpendicolo o quasi si ripiegarono, pigliando forme serpentine, contorcendosi, così che in qualche contatto la calcare ripiegata induce a credere di essere superiore; vi ha qualche stratificazione che sembra di calcare, la quale pare essere corsa in istato di mollizie sopra l'arenaria, e l'arenaria di nuovo esservisi collocata sopra; talvolta l'arenaria si vede spinta fuor della linea a lei prescritta, quasi massa staccata; talvolta si vede l'arenaria in brevi dimensioni in mezzo alla calcare, quasi vi fosse gettata, mentre non è che imprigionamento di porzione di arenaria, mentre, il più della massa corse al mare perchè troppo molle, e troppo rigido il dechino della calcare alzatasi.

A vedere le quali cose, a scoprirne le leggi, occorre forma plastica della regione, perchè le dimensioni naturali sono troppo grandi a ciò occhio d'uomo possa vederle in complesso, mente umana possa comprenderle.

Or in tanto rivolgimento, le leggi delle aque furono grandemente alterate. L'arenaria è compatta tutta, l'aqua scorre sulla superficie, e se tutto fosse arenaria, o se la calcare fosse compatta, l'aqua seguirebbe la legge del livello, e scorrerebbe secondo il massimo declivio di questo, siccome avviene del Timavo soprano, e del Vipacco; scorrerebbe nella direzione che hanno il Risano, la Dragogna, il Quieto, la Butte di Pisino; il Timavo, se tutto potesse scorrere soprasuolo, correrebbe per la Vallata di Beria, di Samarie, di Tuble, di Brestovizza per gettarsi nel Timavo sottano, seguendo due pendenze quella longitudinale che abbiamo testè detta, e quell'altra traversale verso il mare, al quale le aque tendono, siccome è manifesto nel Castelnovano, e nel tratto fra Sdregna e Momiano. Altro filone secondario correrebbe paralello al Mare ed al Timavo nella vallata da Basovizza a S. Pelagio di Duino.

l'Arsia è unico fiume che abbia diversa direzione, correndo da Nord a Sud; però l'angolo che forma la direzione del Timavo e dell'Arsa è angolo eguale a quello formato dalla Vena e dal Monte Maggiore, nuova testimonianza delle due forze che operarono la conformazione dell'Istria, il quale angolo ha l'apertura di 120 gradi.

[3] Ma la calcare va distinta in due grandi masse, l'inferiore compatta, impermeabile, sulla quale scorre senza spandimento l'aqua, e questa massa sembra non avere livello sopra il mare più che 300 piedi, al Nord di Trieste 60, presso ai lidi del mare quasi da per tutto sotto il livello. La massa superiore è foracchiata e cavernosa tutta, attraverso la quale passa l'aqua come attraverso setaceo, ed attraverso la quale sono cunicoli che pongono in contatto la massa inferiore col soprasuolo. Ove l'arenaria che accoglie fiumana soprasuolo tange la calcare, l'aqua entra nella cavernosità, e prosegue suo camino sotterra per uscirne all'estremo lembo della calcare, sia ove è in contatto coll'arenaria addossata, sia alle sponde del mare. L'aqua soverchia alla capacità degli emissari s'alza temporaneamente per le caverne e pei cunicoli, in modo percettibile all'uomo, ma spesso e sempre, ingannevole, facendo credere prossima l'aqua. Altri fenomeni si presentano: laghi di risultanza, quali l'Arsiano più che 100 piedi sovra il mare, altri temporanei, perfino il fenomeno di Cirkniz si ripete in brevi dimensioni; tutta la spiaggia rigurgita di aqua, polle si manifestano per fino in mezzo alle aque marine siccome in Pola, in Parenzo, altrove, fiume intero come è in Ika, pozzi di aqua perenne su isole di mare. E mentre a piedi della Vena, nell'Istria e nella Karsia si mostra basso lo strato impermeabile, più alto sembra stare sul Maggiore non calcolata la fontana a 3000 piedi sul Monte Maggiore, che sembra simile ad altre anche delle prossimità di Trieste, emissari piuttosto di serbatoi colmati nelle escrescenze, di quello che emissari di fiumane; le aque da Salvore a Pola recano tutte, foglie di faggio il quale non cresce che sull'angolo della Vena col Maggiore, e sull'Albio o Schneeberg; potrebbe farsi induzione che dalle caverne del Berlosnig derivi filone d aqua che scorre al triangolo tra Salvore e Promontore, e all'angolo stii il grande serbatojo; però siffatte cose esigono maggiori e migliori indagini che non le fatte privatamente e con mezzi imperfetti, con mezzi che private persone non possono adoperare.

Il fondo del mare intorno l'Istria è piano, non calcolate le ondulazioni, e senza montagne; dalle sponde presto discende, a breve distanza da Pirano è già alla profondità media di 150 piedi, mentre fra l'uno e l'altro Lazzaretto di Trieste è a 50 piedi. La lacerazione che forma il Canale di Leme è profonda 100 piedi, quella dell'Arsa 140, quella del Quieto 60, 60 quella di Badò; maggiori sono di alquanto le profondità a tergo dell'Istria fino a 200 piedi. Sull'isola di Cherso il lago di risultanza di Aurania che è lacerazione avrebbe la profondità di 132 piedi se le indicazioni avute sono esatte, di che dubitiamo; potrebbe l'imo del lago dal quale esce l'acqua dolce essere più basso che non il fondo del mare.

Queste cose abbiamo voluto far precedere, perchè sia manifesto che l'opera di aquedotto in Trieste, non è architettonica soltanto, come lo è altrove; le difficoltà poste dalle forme soprasritte sono vincibili; ben maggiore difficoltà sta nel rinvenimento delle aque da condursi; non sempre si distinsero queste due cose affatto distinte, si vide lasciare al genio civile il rintracciamento (ielle aque; ed i geologi occuparsi di progetti architettonici.

Acque Sotterranee del Carso.

Antichissima si è la credenza del corso di acque sotterranee attraverso questo Carso più prossimo a Trieste, ed ebbe celebrità per le memorie antiche di queste regioni, e per l'antichità delli scrittori che le raccolsero. Posidonio tra i Greci narrava che il Timavo corso che ha lungo tratto sopraterra si sprofonda in caverna, e dopo sotterraneo cammino di dieciotto miglia ricomparisce per gettarsi dopo breve tratto nel mare. Posidonio certamente intese di quel fiume che li Slavi delle regioni prossime dicono Reka cioè a dire il Fiume e che oggidì da parecchi in tutte le lingue s'intitola la Reka supponendo che questo sia nome proprio del fiume. Polibio egualmente tra greci si occupò del Timavo; tra latini non v'è, per così dire, classico che od in prosa od in versi non ne abbia parlato. La quale celebrità non solamente è dovuta al fenomeno materiale di fiume che sparisce e ricomparisce, ma alle memorie che vi si accoppiarono di Diomede, di Castore, di Polluce, di Antenore del bosco sacro, delle razze di cavalli, del porto celebrato, della termale creduta d'acqua marina, della prossimità d'Aquileja, del confine fra la Venezia e l'Istria, dei fatti di guerra, del culto bugiardo di pagane divinità. Il medio tempo ancor lui ebbe in celebrità il Timavo, e pel confine fra Longobardi e Bizantini, e per essere stato principio dell'Estuario Veneto, e meglio per il tempio di S. Giovanni insigne per reliquie di martiri e santi, per fama dell'Abbazia di Benedettini. Il tempo moderno esercitò l'ingegno delli storici, dei geografi, dei naturalisti e non solo nelle [4] grandi opere lo si fece argomento di studio, ma anche in monografie, fatte frequenti in questi tempi moderni, non dimenticando il maraviglioso, sempre congiunto all'incerto,

Però le disquisizioni dei dotti, e la fantasia degli amanti del maraviglioso, preferirono di occuparsi dell'uscita del Timavo, anzichè del suo corso sotterraneo, il quale rimase argomento di dubitazioni e di speranze,

Antica è la fama in Trieste che per la valle che dicono di S. Giovanni corresse anticamente un fiume, sgorgante dal monte, che i romani ne avessero tratto profitto per formare bacino da naumachie sbarrando la valle con forte muraglia tuttor sussistente; poi per timore di rovine chiudessero l'emissario di questo fiume sotterraneo con porte di ferro, che lo tolsero per sempre alla citta. E queste tradizioni venivano raccolte dal Manarutta e consegnate alle stampe; durano tuttora nel popolo che mostra in comprovazione le ghiaje di ciottoli calcari arrotondati che formano strato inferiore nella vallata: e crede ancora al vallo, che miglior esame mostra essere stata la strada che da Trieste pel Monte Spaccato si dilìgeva a Corniate, strada che dai colli di Guardiella passava a quelli del Farneto maggiore. Ma questo stesso equivoco nel giudicare di un vallo, l'uso al quale si supponeva destinato, per contenere cioè ampio bacino per giuochi od esercizi nautici, quasi non fosse mare presso Trieste, viene anzi in prova della ferma credenza in un' acqua sotterranea del Carso, la quale era impedita di più correre nella valle, dalle porte di ferro. Sembrò a noi altravolta che queste porte anzichè battenti di lamarino chiusi a chiave, come la voce potrebbe far supporre, fossero l'otturamento artifiziale di un emissario di acqua corrente nell'interno del monte, la quale acqua perchè scorrente soltanto quando per entro il Carso alzavasi a grande altezza, recava guasti nella caduta era variata nella massa, e scorrente appunto quando di acqua v'era abbondanza per pioggie continuate; sicchè veramente dannifica. Di siffatti emissari d'acque sotterranee ne vidimo parecchi a breve distanza di Trieste in conformazione di suolo, simile a questo, ed udimmo di tali in regioni affatto simili, stati otturati per eguali motivi.

La presenza di acqua sotterranea nel Carso era manifestata da più segni indubbi, noti a pastori, ed a cacciatori, quali il salire da buchi del Carso, di vapori o nebbie, o l'entrarvi, l'impeto d'aria che esciva da questi manifestamente cacciata o vi entrava, il tepore che non permetteva consistenza alla neve posatavasi, per non dire del rumore d'acqua non già d'acqua che corre, bensì d'acqua che gorgoglia per repentino alzarsi nei cuniculi, o per lo scendervi.

Udimmo nella infanzia nostra di progetti fatti per condurre a Trieste un fiume intero, ripulsati per timore che la città ne rimanesse sommersa; ma di queste voci vaghe, o piuttosto di questi ed altri racconti che svolsero in noi inteso amore a questa terra natale, non facciamo conto alcuno; più che per farci certi come vecchia sia la credenza di fiume prossimo, ed appartenga al sapere volgare di questo popolo, sapere che giungerà quandochessia ad essere collocato in miglior estimazione, quando vestito di assise migliori. E quando le grotte intorno Trieste erano oggetti di curiosità che indigeni e stranieri visitavano, e quando altra moda prevalse, ebbimo sempre arditi investigatori che il desiderio forse romanzesco di cose ardue e nuove, il proponimento di giungere ad un' acqua abbondante, spinsero ad investigazioni arditissime, azzardate, non consegnate allo scritto per due motivi, per la sconoscenza dei modi di manifestare acconciamente, per la mancanza dei modi di farlo per la stampa, allor ristretta poco più che ai Lunari. Ed in un Lunario (ci fu detto e non sappiamo se crederlo) e di paese lontano, compariva nel secolo passato relazione della scoperta di acqua abbondante, di lago o che di simile.

L'epoca del 1814 risentì l'impulso dato negli anni che il precedettero per gli studi, epperò in quest' anno a spese del Municipio si facevano i primi scavi nel Campanile del duomo, nell'antico teatro di Trieste, si denudava l'arco che dicono di Riccardo, e si dava studio alle antichità romane, ad incitamento e direzione dell'ingegnere in Capo della Provincia Sig. Pietro Nobile. Queste investigazioni portarono nello stesso anno alla ricognizione dell'antico acquedotto di Bagnoli, o come dicono li Slavi di Bollunz, all'esplorazione di quella sorgiva, [5] intorno cui erasi lavorato a tentone da minatori fatti venire nel 1806 dalla Boemia; ed allor ebbesi speranza di vedere ristabilita l'antica conduttura. Nello stesso 1814, lo stesso Sig. Pietro Nobile indagava il corso del Timavo superiore nella vallata di Wrein, o dell'acqua che li Slavi dicono Reka, e ne segnava il corso nel suo primo transito pel colle sul quale sta S. Canciano, e nell'incavernarsi secondo. E forse allora sarebbesi completata l'esplorazione colla guida di si valente che aveva in suffragio la fama, e la posizione, ma chiamato ad ufficio più alto ed altrove, con lui si partì la speranza di vedere compiuti gli studi, ma non il desiderio.

Altre persone tentarono di verificare la presenza di acque sotterranee che si manifestavano per tanti indizi, nò vi fu aliena la Magistratura civica, la quale anzi, se non versiamo in equivoco, voleva verificata la corrispondenza delle acque che sprofondano con quelle che escono, su di tratto amplissimo di terreno, e con mezzi immancabili, dacchè quello di galleggianti non si mostrò certo negli effetti. E ne sarebbe riuscita bellissima conoscenza della idrografia nel tratto tra Duino, Pinguente, Planina; ma era nei destini che nè allora, nè per quei modi dovesse conoscersi il corso delle acque nei Carso.

Altri tentativi fecersi da altre persone intorno il 1840, tentativi che destano meraviglia e raccapriccio nell'udirsi a narrare le venture, tanta si fu l'arditezza e l'insistenza di persone, nelle quali i mezzi stavano al di sotto assai della volontà, e tra questi registreremo i nomi dell'Ingegnere Sforzi, dell'Ispettore dei vigili, Sigon. Nella Primavera 1841 Antonio Arich, semplice garzone minatore, che stava agli stipendi di certo Lindner impiegato all'Offizio dei Rami di Trieste, penetrò per un buco presso Trebichiano, ove manifestavansi indizi, nella Caverna, che vi sta di sotto alla profondità di 180 tese viennesi, e giunse all'acqua tanto desiderata. Registriamo il nome di questo Arich, perchè sebbene incaricato dal Lindner, per la sagacità e l'arditezza sua, non per altrui direttive giunse alla scoperta, avuto a socio certo Krall di Trebichiano, giovanotto villico di incredibile ardire. Al clamore della scoperta, unissi tosto altro romore sul merito della stessa che veniva contrastata al Lindner, ma che a lui rimase. Il Municipio prese interesse, fé' verificare la cosa e proponeva la chiamata di ingegnere minatore che esplorasse il corso sotterraneo, ma sgraziatamente il partito non fu sancito, e l'acqua di Trebich fu argomento di questioni, di dubbiezze, per i più; di diligenti esplorazioni fatte nel silenzio per private persone. Le quali esplorazioni non solo toccavano il punto di Trebich, ma riguardavano tutto intero il sistema delle acque dal Quarnaro all'Isonzo. Il Cavaliere de Rossetti vi aveva data tutta l'attenzione sua, e fattosi a raccogliere quanti elementi potevano giovare, proponevasi di dettare opera sull'Idrografia triestina; ma fu questo un pensiero suo che morte troncò. Là voce sparsa allora che egli avesse in pronto l'opera tutta, e matura a divulgarsi per le stampe, fu voce bugiarda nata dell'equivo di un semplice annunzio che l'illustre aveva stampato.

Le risultanze delle investigazioni davano, che varie cataratte impedivano l'addentrarsi nella Caverna di S. Canciano, che la Caverna di Trebich non permetteva nè di ascendere per l'acqua nè di discendervi; che l'acqua di S. Canciano sgorgava veramente al Timavo inferiore, non però sola, ma unita ad altre correnti, che al Timavo si univano anche acque dei Vipacco, che l'ipotesi del Berini, avere cioè l'Isonzo ed il Vipacco avuto altravolta corso sotterraneo per comune cunicolo, attraverso il Carso di Monfalcone, e comuni emissari nella laguna del Timavo, essere fatto avverato e durare tuttogiorno la comunicazione.

Le acque sotterranee del Carso caddero presto in dimenticanza; l'argomento fu risvegliato da un Rapporto fatto al Consiglio Municipale nel 18 Gennaio 1850 e dato alle stampe, nel quale si riassumevano vari progetti fatti nei tempi precedenti; e da Rapporto fatto dall'Ingegnere in Capo del Comune Sig. G. Sforzi con piena conoscenza delle cose; del quale Ingegnere dirassi come il Calvi chiamato da Milano nel 1841 a progettare acquedotto, maravigliasse come altrove si facesse ricerca di quel sapere, che Trieste aveva in lui.

[6] Senonchè a tutte queste disquisizioni sul corso delle acque sotterranee, mancava le precisa conoscenza della via che percorre, nè poteva attendersi che il Comune rinvenisse sulla domanda di avere ingegnere Minatore, che non fu più fatta, nè da privati poteva ripromettersi che si ponessero su d' una via che se a privati non è vietata, è difficoltata d'assai, e facilmente può venire repentinamente chiusa, dacchè gli ingegneri minatori non sono facilmente a disposizione di chi li desidera. V'era speranza di mandare ad effetto l'esplorazione per liberalità di privata persona, ma la sorte fu novellamente avversa.

In oggi S. E. il Ministro del commercio e delle pubbliche opere, supplisce col genio suo, ed ha inviato il Dr. Schmiedl di Vienna, l'ingegnere Rudolph e minatori a sciogliere il problema, fornendoli dei mezzi occorrenti. La quale commissione data a persone di sì bel sapere, e di tanto amore alle cose naturali, onora il Ministro, dando alla testimonianza di sua intelligenza personale, e di sollecitudine a voler riconosciuto un elemento che se non dovesse tornare a pubblico vantaggio materiale, sarà sempre di grande interesse per la scienza delle cose naturali; per modo che l'opera non sarà mai sprecata. Noi non diremo quale precisa intenzione del Ministro abbia suggerito quest' impresa di esplorazione, noi non diremo se miri a provvedere d'acqua la strada ferrata che tanta ne consuma, se a dare vita a novelle industrie, chè noi nol sappiamo, ned è nostra messe; a noi basta la certezza che l'esplorazione viene fatta. Nè diremo quali risultati abbia avuti finora, chè nè vorressimo soperchiare chi ha il diritto di primo annunciarle, nè vorressimo per conto alcuno parlare di operazione che è in corso. Noi non abbiamo potuto rimanerci dal laudare il divisamente e l'esecuzione, la quale facendo lato alle investigazioni geologiche fatte dai de Morlot, va a riempire profonda lacuna che avevamo nella conoscenza delle fisiche condizioni della Provincia.

L'esplorazione che oggidì si imprende per ordine del Ministro del Commercio, va a collegarsi con quella che nell'anno decorso fu fatta per incarico dell'Accademia Imperiale delle scienze dallo stesso Dr. Schmiedl delle acque che dal versante settentrionale dell'Alpe Giulia traversano sotterranee dalla valle di Arensberg o come oggidì dicono di Adelsberg a quello di Planina ed a quella di Lubiana, e delie quali si dà relazione pubblica per cura dell'Accademia medesima.

Nè a queste acque, di Planina cioè, e di S. Canciano, speriamo si arrestino le esplorazioni, ma le speriamo estese al lago Lugeo. Dalle quali sarà per risultarne non solo la chiave come dicono, del sistema acqueo della provincia d'Istria che in varie parti ripete ciò che sui Carso comparisce in grandi dimensioni, cioè a dire di acque che si sprofondano, che ricompariscono, di laghetti repentinamente colmi, repentinamente vuotati, di laghi formati da acque che sorgono da forature nel letto; ma del sistema d' acque di quanto è Litorale dal promontorio di Sagrado all'estremità delia penisola greca; delia Dalmazia a preferenza, che ha maggiore interesse per questa provincia alla quale è unita per tanti vincoli. Ivi pure si presentano fenomeni del tutto eguali, o simili; ed il saperne le cause può tornare di grandissimo giovamento, per usare delle acque nel modo che meglio si addica ai vari bisogni, per non dire di più, della vita, per usarle in virtù di quell'intelligenza che Dio ha dato all'uomo al di sopra di ogni animante e che gli fa possibile di dirigere le cose naturali, e di porle quasi sotto giogo.

Spesso, anzi troppo spesso ci accadde di dover riconoscer lo stato delle cose nostre, sieno fisiche, sieno morali, sieno moderne, sieno antiche, nelle cose di altre regioni, le quali ebbero non l'ingegno che le spiegasse, chè Iddio ha dato agli uomini tutti l'attitudine, ma le istituzioni che lasciarono libero il campo all'ingegno; se oggidì gli studi di questa terra servissero all'intelligenza delle conformazioni di altre, noi lo ritenessimo come bell'auspicio di future condizioni migliori.

Le piene straordinarie d'acque che si mostrarono in questi primi giorni del Novembre, ci persuasero a visitare di persona le regioni del Timavo inferiore per trarne argomento [7] o di conferma per quanto ebbimo a ritenere del corso e delle comunicazioni summontane di quell'acque, o di rettificazione o di richiamo per quanto avessimo erroneamente giudicato di quei singolari fenomeni. Ci gode l'animo nello scorgere come lo studio di quelle acque abbia attratto l'attenzione di altri ancora in questi ultimi tempi, di che diè saggio la Triester Zeitung ed il Kohl in un suo bel lavoro uscito per le stampe di Lipsia, sì da breve tempo che porta segnato l'anno 1852, lavoro, che quel celebrato scrittore inscrisse; Reisen im sudöstlichen Deutschland. Le quali investigazioni dànno speranza che altre e maggiori siensi per fare sulle acque sotterranee, nei dintorni di Trieste, e nell'Istria tutta, che abbondano indubbiamente d'acque, ma summontane e sotterranee, e pur troppo tuttor retaggio di ciurmatori dalle bacchette simpatiche, di tentatori a puro caso, di sognatori, non esplorate per segni indubbi che ne manifestano la presenza, non istudiate nel loro corso, nelle loro leggi, da cui venne poi quell'affastellamento di tradizioni, di credenze, di pensamenti che corrono per le bocche di tanti, e che trarranno il riso dalle labbra di quelli cui verrà dato di alzare il velo che copre questa parte di creato, nelle pendici dell'Alpe Giulia.

Noi daremo oggidì una goccia soltanto, che più non ci è dato, ma la uniremo alle altre che sparsimo in questo giornaletto, e che qui ricordiamo, sieno poi goccie dal nostro bicchiere, o d'altrui. Ricordiamo quindi al benigno lettore gli articoli seguenti:

  • "Dell'Idrografia dell'Istria", Annata L;
  • "Delle Terme Monfalconesi" Annata II.;
  • "Geologia dell'Istria" del de Morlot, IL 247;
  • "Storia d'un pozzo in Trieste" II. 249;
  • "Del Fiume Quieto" IV. 48;
  • "Dissertazione sui Timavo" del Consigliere Fra Savio V.: "Dell'Acquedotto Teresiano di Trieste" L 300. 317;
  • "Dell'Acquedotto romano di Trieste detto di Bagnoli (Bogliunz delli Slavi) o di Montecavo" I. 283;
  • "Dell'Acquedotto Romano di Trieste detto del Farneto o di S. Giovanni» II.: "Delle acque sotterranee del Carso" VI. 50.;
  • "Dei contorni del Timavo antico» V. 308, IL 163;
  • "Dell'Alpe Giulia" VI. 161;
  • Berini, "Stato antico del Timavo" VI. 165.

Nè possiamo sorpassare l'erudita dissertazione sull'identità dell'antico e moderno Timavo, del Colonnello Cattinelli, che riveriamo assaissimo per l'umanità e dottrina, inserta nel II Volume dell'"Archeografo triestino".

Abbiamo visitato nel dì 9 Novembre l'estuario di Monfalcone, o le paludi fra S. Giovanni di Duino e quell'antico Municipio, che non esitiamo a dire tale. Quel seno coperto tutto dalle acque ci presentò agii occhi corporei precisamente quell'antica condizione marina che cogli occhi della mente credemmo di riconoscere attraverso i cangiamenti seguiti.

Il monte di S. Antonio o dei bagni e queir altro ivi prossimo detto della punta che è più prossimo all'emissario del Timavo di S. Giovanni, si mostrarono perfettamente in isole a breve distanza l'una dall'altra; quella dei bagni a breve distanza dalla terra ferma, per cui ha conferma la credenza di un ponte di congiungimento, che Marino Sanuto vide nel 1483 e che noi faciamo rimontare fino all'epoca romana. Fra il Monte della Punta, od Isola Amarina rimaneva aperto l'ingresso cui dinnanzi stava la lanterna o faro detto poi Belforte, di cui oggi poche ruine, e la fossa Timavi. l'estuario fra le isole ed i monti posti di contro presentava l'aspetto di amplissimo e bellissimo porto, difeso dalle isole contro i marosi; ma non tutto era porto praticabile da legni maggiori, come altra volta ebbimo ad indicare.

Le sorgenti di S. Giovanni de Tuba, quelle che mettono in movimento il molino, e quelle altre più a levante, erano talmente rigonfie, che le colonne d'acqua sorgiva si vedevano sbalzare oltre il livello della massa del fiume, il quale era alto quanto la traversata pel molino permetteva alzarsi; alle sorgenti più orientali, il livello della massa d' acqua era assai più alto dell'ordinario ed occupava il letto della strada abbandonata ivi prossima; indizio che l'acqua sgorgante era maggiore in copia di quello che il solito letto permettesse di scorrere tosto per equilibrarsi col mare; ondoso era il correre del fiume, non per vento che lo spingesse, o per ineguaglianze del letto, che anzi concede solitamente placidissimo lo scorrere del fiume; ma per la foga dell'acqua sgorgante dalle aperture sottacquee del masso, compressa dall'acqua di più alto livello, contenuta nell'interno dei monti.

[8] L'acqua era torbida assai, non tinta in rosso, ma in flavo, indizio questo che la sostanza che si trovava in soluzione o commista all'acqua, non era la terra del Carso, rossa per l'ocra di ferro, che unica comparisce nel tratto fra Duino e S. Canziano al limavo superiore, ma la terra marnosa, della valle del Timavo superiore, novello indizio a conferma che l'acqua, la quale dalli Slavi è detta il Fiume per eccellenza, Reka, sia quella medesima che esce a S. Giovanni. Non una sola di quelle sorgive fu da noi veduta, non diciamo limpidissima, ma che fosse meno impregnata di sostanze terree.

Tutte le altre sorgive le quali influiscono nel Locaviz, ed il Locaviz medesimo, tutte le acque in una parola che sgorgano dai lato di Levante in quel canale che rimane fra i colli di S. Giovanni, e gli estremi colli della giogaja di Monfalcone che gli stanno dirimpetto, erano di eguale intorbidatura; ed egualmente torbide erano le acque di quel lago bislungo che sta fra il Lago di Pietra Rossa, e la testa del Locavez, e che sotterraneamente comunicano col Locavez. Questo lago nello stato ordinario non presenta che una vallata rinchiusa di ogni parte in mezzo alla quale scorre un rivolo alimentato da sorgive venutegli dal lato di Levante; anticamente era come lo vidimo, ma perchè è stretto e lungo, piuttosto che lago, sembrava fiume di breve comparsa. Nel lato estremo di questo laghetto, nel lato che più si approssima al lago di Pietrarossa, e dal quale non è separato che da un ridosso non alto, altravolta vedemmo scaturigini che ci parvero comunicazione fra questi ed il Pietrarossa: ma dovemmo dubitare della presenza di ampio cunicolo di comunicazione. Imperciocchè le acque di questo lago erano tutte egualmente torbide, nell'angolo accennato vi era soltanto piccola massa di acqua che nella migliore purezza manifestava altra origine; conviene conchiudere che la comunicazione sia angusta da permettere soltanto il passaggio a determinato volume di acqua.

Il lago di Pietrarossa aveva preso un' estensione longitudinale da coprire tutta la vallata; il livello dell'acqua ci parve assai più alto che non quello del laghetto inferiore, che diremo del Locavez perchè in comunicazione con questo; di parecchi piedi più alto. L'acqua del Pietrarossa non era punto torbida, non era limpida affatto, ma somigliava ad acqua che impregnata di sostanze terree, avesse passato pel filtro, che lasciò all'acqua una leggera tinta più difficile a deporsi. Quest'acqua del Pietrarossa non manifestava altra sortita che sotterra attraverso il colle dai lato che corrisponde all'uscita di quell'acqua nell'estuario di Monfalcone, che prende il nome di Tavoloni. Pensiamo che il cunicolo naturale dei Tavoloni non permetta il passaggio che a determinata quantità d'acqua, per cui il Pietrarossa è forzato di porsi a livello del lago di Jamiano. Nel quale proposito, ci ricorda come il Molinajo che ha uno stabilimento in quella Valle, ci dicesse altra volta, come l'acqua alzasse talvolta a segno da dover abbandonare il molino; ma che la valle si sarebbe potuta facilmente liberare dall'allagamento coll'allargare il cuniculo che mette ai Tavoloni, opera che egli diceva essere di non forte dispendio. Abbiamo allor trascurato di farvi attenzione.

Il lago di Jamiano lo vedemmo straordinariamente alto, coperti tutti i campi, coperti quei due gruppi di solite isolette, a' piedi delle quali vi sono scaturigini, l'acqua lambiva il punto più basso dell'antica strada che metteva a Doberdò correndo sulle colline a mezzogiorno del lago.

L'acqua non era torbida, ma precisamente nell'identica condizione del lago di Pietrarossa; nessun movimento vedemmo, nè segno alcuno che accennasse a movimento in quel punto ove sta l'imbuto che pone in comunicazione il lago di Jamiano col lago di Pietrarossa.

Il livello del lago di Pietrarossa sembra a noi che fosse inferiore all'antico livello quando il Vipacco od il Frigido era in altra condizione. Noi non sapremmo dubitare che l'acqua del Jamiano sia quella stessa del Frigido o del Vipacco, filtrata attraverso le ghiaje che otturarono i cuniculi altra volta aperti sotto i monti fra Merna ed il Vallone ed attraverso le ghiaje ridossate a piedi di questi monti dal lato del Vipacco che ad occhio si veggono; l'acqua del Vipacco si vede nei luoghi depressi comparire a piedi delli stéssi monti. L'acqua del Vipacco era alta, non però eccessivamente: torbida, di colore flavo rossastro, come lo [9] porta l'indole delle colline tra cui scorre. Abbiamo udito che in tempi di piena tutte le praterie fra cui scorre il Frigido formando quei meandri che sorprendono il passeggiere mostrando il filone del fiume ora a dritta ora a sinistra, rimangano coperte dall'acqua e diano l'aspetto di quel lago che noi congetturiamo avere esistito ai tempi romani e che aveva la forma di due rami ad angolo retto l'uno nella direzione dell'Isonzo, l'altro del Vipacco. Noi supponiamo che le comunicazioni di vie seguissero attraverso questo lago mediante barche anziché mediante ponti che sarebbero stati e lunghi, ed alti assai per la profondità che avevano le aque; le vie poi avrebbero richiesto due ponti, l'uno dal sito della Manizza a Savogna, l'altro dallo sbocco del Vallone verso Gorizia. Imperciocché una strada veniente da Aquileja per Gradisca continuava verso Aidussina; una seconda veniente da Cividale veniva al Vallone; una terza dal Vallone andava a Salcano per appiedi di Gorizia, indi lungo l'alto Isonzo.

A chiusa diremo qualcosa sullo stato delle acque, veduto dopo qualche giorno dalla inspezione di cui abbiamo detto più sopra.

Il lago di Jamiano, il lago di Pietrarossa, erano dopo qualche giorno più limpidi, il livello delle acque però si manteneva alto. Il Timavo, ed a S. Giovanni, e nel canale superiore si manteneva torbido assai ed impetuoso. Sulla spiaggia del mare di Sestiana le sorgenti a pelo d'acqua erano rigogliose e torbide assai; prova questa della lor provenienza dal Timavo superiore.

Alle quali aggiungiamo la storia di un pozzo, registrata dallo stesso giornale nel di 9 ottobre 1847.

Esperimenti fatti in un pozzo forato nel 1846-47.

Venne fatto esperimento negli anni decorsi di un pozzo scavato a bella posta e ne diamo contezza del risultato.

Il sito scelto è alto sul livello del mare 150 piedi viennesi, su pendio di colline che scendono al mare distante 800 tese con estratti di pietra arenaria dolcemente inclinata verso il mare medesimo.

Fu scavato dapprima un ambiente solito profondo due tese, argillato e murato all'ingiro affinchè nè acqua dall'estremo trapelli, nè dall'interno esca. Gli strati tagliati continuano fino al mare e passano di sotto.

Nel centro di questo ambiente fu praticato un foro di sei once colla trivella per otto tese di profondità e fu arrestato sopra uno strato di grossa pietra arenaria, il quale continua fino al mare, siccome se ne ha argomento dalle percussioni udite in prossimità al mare quasi fossero date sotterraneamente.

Gli strati forati avvicendavano fra corsi disuniti di pietra cattiva, grossa 6 oncie, crostello solito; strati di lastre frangibili disunite, crostello celeste grosso dai 4 ai 5 piedi.

Compiuta la foratura fu a questa applicato un tubo metallico che sortiva nel vano del pozzo e più sopra; isolato il tubo per modo che nessuna comunicazione fosse possibile fra il recipiente ed il loro trivellato.

l'acqua salì dal foro nel tubo all'altezza di quattro piedi sopra il suolo del recipiente; dopo un pajo di settimane salì ai 6 piedi e non più.

Era stagione di estate e di siccità. Fu versata acqua nel tubo; ma per quanta se ne gettasse, il livello di quattro piedi non si alterava punto, quasi uscisse acqua da altra parte.

Fu applicata al tubo una tromba aspirante per estrarre l'acqua dalla foratura (che niuna comunicazione aveva col recipiente); dapprima fu estratta acqua in copia e limpida, poi cominciò uscire biancastra, poi torbida vedendovisi sciolta molto argilla. Dopo un'ora di [10] trombare cessò di uscire acqua; dopo dieci minuti ricomparve, ma a tratti, per cui dovevasi dare riposo alla macchina.

Levata la tromba, l'acqua era al livello solito di sei piedi.

Replicato l'esperimento della tromba dopo qualche giorno l'acqua si estraeva con maggior facilità di quello che nella prima giornata; la trombatura potè continuarsi per ore intere senza che l'acqua mancasse; l'acqua estratta era tinta in bianco, non però quanto nel primo esperimento.

In giornata di grande pioggia sulle colline circostanti fu riempiuto il recipiente d'acqua piovana ed aperta la comunicazione colla foratura, l'acqua versata nel recipiente era torbida; dopo 48 ore l'acqua del recipiente era sortita per la foratura e ristabilito al livello normale di sei piedi. L'acqua rimase limpidissima.

L'acqua nella foratura venne imbrattata ad arte; poco stante ritornò limpida.

Al sorvenire delle pioggie autunnali l'acqua non si alzò sulle prime. Dopo qualche giorno salì ai nove piedi e mezzo al disopra del recipiente, e rimase così fino alla prima metà di maggio, tempo nel quale cominciò a calare.

Nello stesso maggio, senza che avesse da tempo piovuto sulle nostre colline, l'acqua ripigliò repentinamente il massimo livello; 48 ore prima aveva dirottamente piovuto sull'altipiano del Carso.

L'acqua venne deviata mediante fistole dalla foratura, per quanta ne uscisse i livelli normali non perciò vengono alterati. Coll'acqua sortono assai sanguisughe di infima qualità, piccole assai spesso schiacciate quasi foglie, indizio che escono da interstizi posti fra due strati.

Ci asterremo da qualunque deduzione che lasciamo agli esperti di trarne dai fatti. Diremo soltanto che l'acqua entra nella foratura dal lato rivolto verso il punto più prossimo della catena calcare, che da questo punto si stacca un filone di arenaria il quale scende fino al pozzo, e che la distanza dal ciglione calcare al pozzo è di 2,500 tese viennesi.

Delle aque accenneremo ancora qualcosa. Nella vallata del Quieto soprano vi sono aque acidule e solforate; a S. Stefano sotto Sdregna aqua termale, siccome anche in un'isola dell'estuario di Monfalcone che dicono dei bagni, ambedue alla temperatura di 32 gradi R, e che vengono da 3000 piedi di profondità. Le meraviglie che si fecero altravolta della termale di Monfalcone, credendo segua quella termale l'esto marino, cessano al primo esame dell'aqua, la quale è dolce non salsa, sottomarina, del mare non conserva che il livello, e nel traversare il mare si mescola colla salsa; al foro di uscita è dolce, e può facilmente isolarsi ed alzarsi. Quella vena che serve ai bagni non è peraltro l'unica. Sullo scoglio d'Isola vi ha termale, però è della stessa origine di quella di S. Stefano forse della stessa sorgente, che scorrendo per li cunicali della calcare sottoposta all'arenaria perde più che la metà di sua temperatura. Ci fu detto di aqua solforosa in Pola presso alle mura vecchie, entro l'Arsenale; però si può dubitarne, a noi parve aqua contaminata da marcita.

Alpe Giulia è detto nell'antichità quel tratto di Alpe che dal Tricorno o Terglou al trifinio di Carintia di Gorizia e di Carnio si protende al trifinio d'Istria, Carnio e Croazia, la Giulia è prosecuzione dell'Alpe Carnica che si attacca alla Retica; alla Giulia fanno continuazioue gli Albii che sono tra Liburnia e Giapidia. Quest'Alpe Giulia va ripartita in due; la Faroiuliese dal Tricorno al Monte Rè o Nanos, la Tergestina dal Re all'Albio; di quest' ultima parte soltanto ci occorre discorrere più davvicino, il filone grande è calcare fino al Monte Re, poi fra questo e le pendici più occidentali dell'Albio è di calcare con prossima l'arenaria, poi ripiglia la calcare compatta e larga e continua per tutta Croazia. Questo tratto di arenaria interposto, potrebbe chiamarsi Auremiana dal nome della massima sommità che Auremo fu detta nelle carte del medio tempo nel latino di allora, Vrem nella lingua volgare dei villici e nelle carte geografiche che la adottarono. Il filone di Auremo forma la devessità, dalla quale le aque scendono verso settentrione in due filoni principali concentrati presso Adelsberg che poi s'internano, risultano a Planina, tornano ad interrarsi, di nuovo risultano ad Oberlaibach, poi vanno sopraterra fino al Mar Nero. Sul dorso della Giulia che guarda settentrione le aque vengono assorbite dal suolo foracchiato e calcare in vari filoni sotterranei, risultano a Laas, altra volta lago, s'interrano, ricompariscono nel lago di Cirkniz, nel quale altri filoni sotterranei confluiscono; s'interrano, ricompariscono nel lago di Planina ora per sedimenti ridotto a letto di fiume e vanno alla palude altravolta lago di Lubiana. Il lago di Cirkniz è soggetto a quell'alternante allagamento ed essiccamento, predicato maraviglioso, che tutti sanno, e che in minori dimensioni comparisce [11] anche altrove ed in prossimità. Sul dorso meridionale dell'Albio verso Fiume città, altro lago esisteva nel sito che dicono Grobnico, ampio, che rimase essiccato nel secolo XV o XVI, per violenta commozione di terreno, se giusta è la indicazione. Ciò del versante esterno della Giulia Triestina.

Nell'interno, il fenomeno di fiume, derivante dall'Albio, assorbito e rigurgitato, del Timavo, si ripete; altre aque subiscono la stessa sorte, e si si ripete nella vallata del Vipacco, la presenza di laghi; l'Isonzo ed il Vipacco o Frigido confluivano in lago tra Manizza e Merna, dal quale le aque passavano sotterra al lago che dicono di Iamiano, da questo al Pietra rossa, indi ad altro minore, poi si gettavano nell'Estuario delle Terme, nel quale concorreva il Timavo e vi concorre. Questa corona di laghi esterni dell'Istria fisica, non era la sola, altri possono essere stati nella regione subalpina che dicono la Carsia; non così nella regione di Adelsberg che è intralpina; sennonchè queste regioni sottostettero e sottostanno a cangiamenti. Attente osservazioni mostrano che tutta la calcare si abbassa lentamente, ed in proporzioni maggiori che non l'abbassamento di tutta l'Istria e che si può calcolare mezzo piede per secolo. Di Vulcani estinti ninna traccia, l'asserzione o fu burla, o fu equivoco. I moti di terra frequenti e forti. Quello di Fiume dell'anno 1750 fu tale che gli abitanti dovettero riparare all'aperto, quello di Trieste del 1511 guastava perfino le mura e le torri, che crollarono al porto; di questo moto dovressimo dire che non fosse in tutta la città, ma nella parte marina soltanto. Di altri più antichi e forti si ha memoria.

Di gravi alterazioni si hanno testimonianze, volte naturali di caverne crollate, il che avviene non di rado anche oggidì; laghi essiccati, laghi interriti, laghi scaricati per emissario violentemente aperto, nè più rinnovati. È appena un decennio che il lato del Monte Maggiore d'Istria su qualche punto si squarciava per impeto di aque latenti, ed in valle del Quieto staccavansi dorsi di colline. È sovra tutti è degna di menzione quella rottura, avvertita prima di ogni altro dal Berini, per cui l'Isonzo ed il Frigido raccolti in lago, l'emissario del quale era sotterraneo e versava nell'estuario delle Terme, squarciata la sponda estrema che era presso Gradisca s'aprì letto verso Vilesse e verso Aquileja, le cui mura erano bagnate dall'Isonzo ancor nel secolo XV; dalle quali poi recedette gettandosi sempre più a levante. Ed è per questa lacerazione che l'emissario nell'estuario delle Terme che ancor dura, scemò di assai. Il Berini pone tale alterazione verso la fine del secolo IV e non a torto.

La presenza di antichi laghi ora essiccati si manifesta nella Carsia e nell'Istria, e nella vallata del Vipacco, alle sorgenti di questo, alle sorgenti del Risano, alle sorgenti del Quieto; forse al sito dove il Timavo soprano si sprofonda, ove avviene altrettanto alla Butte di Pisino, erano laghi che sotterraneamente filtravano come era dell'Isonzo, e del Frigido; i seni di mare s' addentravano assai così sull'Adriatico come sul Carnero; la valle del Quieto fino presso alle Porte di Ferro, e verso Gherdosella; il Leme fino a due Castelli di che v'era tradizione, il Sorgone di Pirano fin sotto Castel Venere e nella Valderniga, il Campo Marzo di Capodistria era in antico, mare; così la Val di Zaule, e la Val d'Ospo.

Il lago d'Arsa scorreva altravolta liberamente pel canale di Fianona, ora colmato di terreno meno di alluvione che di marcita ed ancor oggidì trapela l'aqua. È tradizione che fosse chiuso l'adito con pelli o caprine o bovine applicate agli emissari per cattiveria di non so quai villici. Non pare peraltro che l'emissario fosse patente. Gli statuti di Albona del secolo XIV indicano il territorio di Albona come fosse in isola, dacchè l'aqua del lago scorreva da due lati, pel canale odierno, e per Fianona.

Ed a giustificazione di tanta alterazione ricorderemo che questa regione giuliana è alpina, che il tratto dalla devessità al mare è di venti miglia italiane, che le Alpi tutte sono sottoposte a siffatte alterazioni fisiche, oltre che hanno maggior latitudine ed altezza, maggiori questi, però in minori proporzioni ne ha più quest' Alpe Giulia Triestina, sconnessa, sconvolta uall'imo al sommo, tanto disparata nelle materie di che è formata. Nella parte inferiore della penisola al promontorio di Montauro presso Rovigno sprofondò nei mare un'isola che ebbe nome di Cissa, la cui sommità è ora a Quindici tese sotto il mare. Le cause sono manifestate dalli scogli più prossimi nella loro composizione di calcare sovrapposta a sabbia non consolidata od imperfettamente a massa; la leggenda del trasferimento dell'area di S. Eufemia narra lo sprofondamento, avvenuto gradatamente, così che può credersi avessero tempo le persone di porsi in salvo; il che avvenne intorno l'anno 800.

I Romani mentre tennero Trieste condussero dapprima due aque nella città, e come crediamo contemporaneamente, però la forma dell'aquedotto facente scorrere l'aqua per coppi, entro canale impraticabile, persuade che siensi fatti fino dai primi tempi della colonia, l'uno di questi lo diciamo di Teminiano, perchè condotto dalla collina di questo nome, l'altro delle Sette Fontane, perchè tratto da regione che ha questo nome, certamente dalle sorgenti. Convien credere che ambedue divenissero insufficienti, perchè diminuite le sorgenti, per cause naturali, operanti nell'interno del Monte, di che si avrebbe conferme in siffatte dimensioni avvenute in secoli più vicini. Da quel giornale anno 1847 tiriamo la descrizione dell'Aquedotto di Temignano, da Rapporto dell'Ingegnere Sforzi quello dell'altro,

[12] Quest' acquedotto non fu ignoto ai nostri vecchi, ma vaga ne era la notizia, per modo che il Manarutta, nostro storico, potè ripeterla soltanto vagamente; però allorquando nel 1817 ad opera precipua del negoziante Czeike, e con contributo di molti veniva aperto comodo sentiero a traverso il bosco Ferdinando allora Farneto per giungere all'altura dei bersaglieri, se ne scopriva un pezzo che fu conservato e sopra venne costrutto pilastro a muro sul quale a lettere cubitali si scrisse ACQVEDOTTO ROMANO, ed a' piedi formossi sedile, prova che le patrie memorie ed antichità erano care anche nel 1817 e si segnavano al pubblico. A questa scoperta fu dovuta la notizia certa dell'acquedotto di Temignano, e trovatone un pezzo facile era il trovarne la traccia tutta; già nel 1749 nel costruirsi l'acquedotto Teresiano se ne ebbe conoscenza, ma non fu tramandata ai posteri più che nella lapida che tuttora si conserva posta sul capofonte di S. Giovanni e che abbiamo pubblicata nei Nri. 74-75 dell'anno scorso.

Il capofonte dell'acquedotto di Temignano era collocato nella Valle di Longera a' piedi del colle di Temignano, ed allacciava quelle sorgive che sgorgano da questo colle e da quello del Farneto che vi sta dirimpetto; fonti assai prossime al torrente e che in gran parte andarono perdute pel dissodamento dei circostanti terreni. Erano piccoli fili che si raccoglievano in serbatoio per poi trasmettere filone maggiore alla città; forse tutti traevansi dal colle del Farneto più adatto a dare acqua; il capofonte e la conduttura stavano però dall'altro lato del torrente, cioè a dire, sulle falde di Temignano. I tagli nelle basi del Farneto prossime al torrente, lo sfranamento che alzò il terreno, non permettono di riconoscere di meglio; del rimanente le piccole sorgive che scorrono da terreno marnoso a pelo di terra sono soggette ad essiccarsi per cause frequentissime, siccome tuttogiorno l'esperienza insegna. La conduttura artifiziale non lascia dubbio che a questa valle si attingesse l'acqua; non già nella Valle di Staribreck che è diversa; però né in questa di Longera né in quella di Staribreck vi ha fiumicello da condurre come suppose qualcuno,

La conduttura venne esplorata in più di venti luoghi diversi; essa si stacca dal torrente ed a linee tortuose secondando il terreno scorre per le falde del Farneto (toccando il punto scoperto nel 1817) attraverso le contrade esterne di Chiadino e di Rozzol, avendo la pendenza di 2-1/2 su 1000 fino al torrente che separa Farneto da Chiadino, sul quale torrente sembra vi fosse ponte-acquedotto. Poi con maggiore declivio scorreva nel castello d' acqua che sussiste tuttora sotto il nome di Gloriet capace di 1100 orne di acqua. Questo castello d'acqua venne modificato nel 1820: non pertanto nella costruzione e nel sito ove le acque si introducevano presso alla volta, si scorgono le opere antiche siccome si scorgono nel sito ove le acque si estraevano a breve distanza dal suolo. Fra questi due punti havvi la differenza di dieci piedi, la quale forma il battente o la pressione per cui l'acqua dal livello di 82 piedi sul mare veniva spinta verso la città.

Un pezzo della conduttura esiste tuttora in villetta ivi prossima e viene utilizzata quasi fosse cantina. Dal castello l'acqua scorreva per tubi di legno, correnti in linea retta lino al torrente maggiore, passandolo al ponte che mette sulla piazza delle legne, poi andava a Riborgo; ed in tutte queste linee se ne vide la conduttura di pietra, e si trassero dei pezzi di tubo.

La costruzione del canale in pietra era di esemplare economia. Stava, e sta incassato nel terreno; i muri laterali sono grossi un piede e mezzo (austriaci); era largo in luce dieciotto pollici, e l'interna altezza di 4 piedi dal fondo alla chiave del volto con cui era coperto. Il lettto del canale era formato da grandi embrici coi rialzi laterali usitati, posti in argilla; sopra questi embrici stavano collocate delle doccie laterizie simili ai nostri coppi, lunghe 28 pollici, curvate a parabola, della quale l'apertura è di pollici 17, l'altezza 7, la grossezza 2, unite nelle estremità a maschio e femmina come dicesi. Lo spazio fra le doccie e gli embrici, sui quali posavano, è riempiuto di argilla bene impastata con sabbia calcare. Né sugli embrici nè sulle doccie vi ha bollo che indichi o la fabbrica, od altro; però la pasta è eccellente.

[13] Tutto il tratto di conduttura offre le seguenti lunghezze e cadute:

Dal capofonte al comunale di Chiadino vi ha la lunghezza di tese viennesi 1000  
caduta piedi viennesi   15
Da Chiadino al castello d'acqua 500  
caduta   60
Dal castello alla città 600
caduta   82
Totale lunghezza. 2100  
Altezza del capofonte al livello del mare   157

La lunghezza importava poco più di due miglia e mezzo romane.

Calcolata la quantità d'acqua secondo la caduta, e le traccie che riscontransi nelle doccie, essa giunge a 6000 piedi cubi in ventiquattro ore, supposta abbondanza di sorgenti, in tempo di scarsezza giungeva verosimilmente a due terzi, cioè 90000 boccali, quantità insufficiente anche a piccola città. Ed è perciò che contemporaneamente altra acqua conducevasi dalle sette fontane per acquedotto di costruzione simile, e del quale altra volta parleremo.

Alcune doccie dell'uno e dell'altro acquedotto sono depositate al Museo, una di queste fino dalla sua fondazione.

Nell'esaminare la linea corsa dall'acquedotto di Temignano, si veggono a colpo d'occhio depressioni disordinate di livello, per cui sembra dovesse l'acqua smontare anzichè scendere; in due siti sono specialmente osservabili, sul comunale di Chiadino, al confine tra Rozzol e Longera ove l'avvallamento parziale giunge ai 9 piedi; in altra parte del Farneto si vede sdrucciolato il terreno ed in mezzo a questo la conduttura, prova delle alterazioni cui andarono incontro quelle colline. In qualche punto antiche quercie abbracciano la conduttura, prova di antico abbandono. Le incrostazioni nell'acquedotto mostrano un conglomerato di foglie di quercia petrificate, cementate di calce argillosa.

L'Aquedotto di Bolunz o Bagnoli fu in prima esplorato dal Consigliere Pietro Nobile, e sono certamente sue le indicazioni che leggiamo nell'Agapito, e che ripetiamo.

Il suolo triestino fra parecchi avanzi di magnifiche opere romane tuttora ostenta un acquidotto antico ben meritevole della più giusta ammirazione.

Il P. Ireneo della Croce nel lib. III della sua storia di Trieste al cap. X, parlando dell'esistenza di parecchi acquidotti antichi in queste città, fa menzione anche del sontuoso acquidotto romano di Clinziza fabbricato con molta arte e non minore dispendio. Egli ne indica il luogo della sorgente distante 7 miglia da Trieste verso levante sotto l'antico castello di Moccò, ora distrutto, non molto lungi da Fünfenberg, così denominato dall'essere cinto da cinque ripidi inaccessibili monti di duro macigno. Quasi in mezzo a questi monti sotto le immense radici di un aspro masso lungo piedi 10 ed aito 6 circa, da un capace foro naturale sgorga un abbondante vena d'acqua fresca e perfetta che mediante questo artificioso acquidotto veniva trasportata in Trieste. Lo storico triestino aveva bensì notate le di lui vestigia apparenti ai fianchi de' monti di Siaris e di S. Michele verso la valle di Zaule e le contrade di Castiglione e di Guardis non che sopra le colline di Ponzano, ma non seppe decidere qual fosse la strada ch' esso teneva per entrare in città.

Il dottissimo i. r. consigliere aulico signor Pietro Nobile, direttore delle belle arti in Vienna nel ramo di architettura, benemeritto scopritore ed illustratore di parecchie antichità triestine, accintosi a riconoscere questo antico pubblico acquidotto, dopo di aver rilevato ch' era esso costruito quasi tutto sotterra, avendo fatte eseguire più di trenta scavazioni in vari punti delle aggiacenti campagne, prevenne a discoprirne altrettante di lui sezioni in guisa che, procedendo su coteste tracce e su quelle già rinvenibili alle sponde de' torrenti ove trapassava, gli venne fatto di riscontrare l'intera linea del suo andamento da Trieste fino [14] alla scaturigine dell'acqua che lo alimentava. I risultamenti dell'esatte oservazioni da lu fette colla perspicacia dell'arte porgono la giusta idea di un si importante edilìzio.

La sorgente dell'acqua nella distanza da Trieste indicata dal P. Ireneo trovasi nell'orrida valle che principia a Bolunez ed emerge precisamente dalla sponda occidentale del fiume Rosandra al di sopra del luogo detto Clinziza. Alcuni passi distante dalla sorgente sussiste il grandioso canale praticabile che riceveva l'acqua e sempre lungo da medesima sponda la trasportava fino a Clinziza dove trapassava la valle sopra un' arcata che più non si vede, proseguendo sulla sponda orientale del Rosandra la discesa fino a Bolunez. Ognuno deve ammirare gli sforzi fatti dai Romani per condurre il suddetto canale dalla sorgente fino a questo punto. Essi scavarono a scarpello un letto nella viva pietra delle montagne ove vi murarono il canale per lungo tratto, ma furono obbligati a costruire una porzione sul dorso della montagna formata di ghiaia, la quale in seguito cedendo alla voracità dell'acque in parte si slamò insieme coll'acquidotto, di cui ne sussiste ancora un residuo per cadere al primo movimento di quel terreno. Del canale incassato nella viva pietra più non resta visibile che l'incassatura medesima; qua e colà poi rimangono alcuni pezzi d'acquidotto che mostrano il modo di sua costruzione e servono di guida a riconoscere il suo artifizioso andamento.

A Bolunez nella vicina campagna scorgesi prominente sul terreno un avanzo di muro che racchiudeva l'acquidotto, il quale segue il suo livello finchè gradatamente passa a celarsi sotterra di circa due piedi. Da qui fino al monte del castello di Trieste il canale sotterraneamente percorre sempre sepolto alla stessa profondità una strada di circa 12 miglia di lunghezza con una linea serpentina costeggiando le prominenze dei frequenti collicelli e le sinuosità delle molte valli che nel cammino s'incontrano. Sembra che il declivio dell'acquidotto non debba essere stato uniforme in tutta la sua larghezza, poichè in alcuni luoghi si osserva di minor larghezza ed altezza, e ciò sicuramente per l'unico motivo che essendo in quei tratti la inclinazione maggiore, maggiore pure diveniva la velocità e giudiziosamente più angusto poteva essere il canale.

Nelle 46 sezioni del canale, parte novellamente scoperte dal sullodato signor consigliere Nobile, e parte già cognite dell'acquidotto si riscontrano differenti misure. Alla imboccatura della sorgente esso trovasi largo piedi 2-1/2 viennesi ed alto piedi 5; nella maggior parte delle altre sezioni è largo piedi 1-1/2 ed alto piedi 2-1/2 fino a 3, in due finalmente fu misurato della larghezza di piedi 1-1/4 ed altezza di piedi 2; rendendosi visibile che ivi l'acqua arrivava a un piede di altezza.

La costruzione di questo acquidotto esaminato nel terreno molle e terroso apparisca molto semplice. Un ammasso di pietre e di calce gettate senza ordine nella fossa escavati ne compone la base; due muri laterali coperti da un volto si ergono sul medesimo e formano il canale dell'acquidotto. Questi muri laterali sono costruiti con certe piccole pietra che paiono squadrate artificiosamente a guisa di mattoni, ma in realtà non sono che pietra aventi una regolarità naturale. Tanto questi muri fatti di buon cemento quanto il muro orizzontale su cui poggiano essendo intonacati da un terrazzo della grossezza di un pollice e mezzo formavano una strada ben levigata all'acqua che si scorrea libera e con piccolo moto onde non guastare l'intonaco delle pareti. Il volto è in generale costruito di pietre senza cemento colla saggia cautela di poterlo senza difficoltà demolire ogni qual volta avesse occorso di scoprire l'acquidotto; il che non avrebbe potuto farsi senza occasionare delle crepature nel canale qualora si fosse costruito con muraglia di maggiore solidità. Dalla durezza del terrazzo e de' cementi si deduce che a quest'opera possa attribuirsi un'esistenza di circa due mille anni, ignorandosi però chi ne fosse l'autore. I

Sebbene l'acquidotto. come nella valle di Bolunez, si vede anche oggidì che fu trasportato e distrutto in tutte le valli ove passa un benché piccolo torrente, ed in alcun altri luoghi tra Bolunez e Trieste si osserva che il movimento del terreno lo ha conquassati [15] e sebbene il rustico agricoltore tutte le volte che arando rinvenne questo sotterraneo edilizio lo distrusse per piantare le viti e favorire la vegetazione de' suoi alberi, pure sono di poco momento le lacune che ne interrompono il corso, in confronto del molto che ancora rimane sotterra, parte affatto vuoto, e parte riempito della terra che le acque vi hanno trasportato.

Egli è possibile che questo acquidotto arrivato fino a quel sito del monte del castello ove ora si vede la strada dietro il mulino di vento, si dividesse in rigagnoli che discendevano per portare da quella parte l'acqua in città, siccome è pur probabile che una porzione d'acqua s'introducesse a suo luogo a Servola e ad altre vicine località. Che poi una grande porzione ne discendesse in città dalla parte ove giacciono la campagna Pontini e la contrada di S. Michele, e venisse a sboccare ove ora esiste il fontanone di Cavana, serve a comprovarlo fuor d'ogni dubbio l'osservazione che in quella vicinanza nel 1805, rettificandosi la strada della Madonna del mare, fu scoperta una porzione di canale sotterraneo praticabile, lungo 130 klafter, fornito di tombini per discendervi, il quale assolutamente altro non è se non la continuazione ed il termine del suddetto acquidotto. Questo canale visibile ad ogni istante, e che giustamente Galleria romana viene appellato, comincia sotto la cereria del sig. Machlig e termina al fontanone di Cavana dove vi porta una porzione d'acqua di qualche sorgente laterale ivi introdottasi, e dove stante la maggiore elevazione di quel terreno anticamente vi poteva essere il serbatoio per fare la distribuzione dell'acqua ai differenti quartieri della città. Una circostanza si è questa che concorre sempre più a provare che l'antica Trieste molto estendendosi da questa parte, occupava il delizioso monte del castello con fabbriche di lusso, come lo dimostrano i molti, avanzi ivi anche recentemente scoperti.

Benchè non sia possibile di determinare la quantità d'acqua che scorreva per questo acquidotto in un determinato tempo mancando l'idea della di lei celerità, pure nella supposizione che l'acqua elevandosi nel canale a un solo piede di altezza corresse colla conosciuta piccola velocità colla quale ordinariamente attraversa le fistole misuratrici ne' serbatoi d' acqua, apparisce ch'esso alimenterebbe circa 180 fistole di un'oncia di diametro e quindi ne risulta che, versando una fistola di un'oncia di diametro boccali 16 di acqua in un minuto ed orne 576 in un giorno, il suddetto acquidotto dava 103,680 orne d'acqua, cioè una quantità 60 volte maggiore di quella che ne somministra l'attuale acquidotto, se si paragona che questo in tempi di siccità somministra appena 3 once d'acqua; potendosi da ciò altresì dedurre la statistica conseguenza della grande popolazione di Trieste a que' tempi. La perfezione poi dell'acqua di Clinziza si può argomentare dalla pochissima incrostazione che si trova sopra le pareti del canale di questo acquidotto, la quale è anche di una bianchezza simile all'alabastro.

Acquedotto romano di Bagnoli
dell'Ingegnere Sforsi.

L'acquedotto, del quale l'autore di quell'opuscolo suggerisce il modo di scoprimento, è assai noto. Allorquando nel luglio 1835 l'ingegnere Calvi di Milano fu chiamato per progettare una conduttura da Bagnoli a Trieste, ebbi l'onore di essere delegato ad assisterlo con tutte le indicazioni di che abbisognasse, e vi fu incaricato il perito G. N. Semetz, molto pratico del territorio; ed ambidue fummo posti agli ordini del prelodato sig. Calvi. Noi dovevamo riconoscere sul terreno i due tipi di planimetria ed altimetria che segnavano l'andamento visuale dell'acquedotto romano, di quell'acquedotto di cui parla il P. Ireneo nelle sue istorie; ed a questi piani rilevati nel 1815 dal cavaliere Nobile consigliere aulico delie fabbriche era unita copia di una memoria dello stesso cavaliere.

L'ingegnere Calvi non partì già dall'arco di Riccardo per andare in traccia delle sorgenti, ma si recò invece a riconoscere le sorgenti medesime, le quali essendo le uniche nel [16] territorio di Trieste che stieno sopra il livello del mare, non era possibile di prendere equivoco. Le sorgenti di Staribrek, delle quali fa menzione il Manarutta, non esistono che in fili sì meschini da non potersene fare calcolo.

Nel dì 29 luglio si fece la verificazione delle acque di Bagnoli e Boliiunz, anzi la si rinnovò poichè fino dal 1827 erasi progettata la restituzione dell'acquedotto romano, e periodicamente s'erano fatti esperimenti sulla loro abbondanza, e posizione sopra il livello del mare.

Di queste sorgenti, due sono quelle che dai villici si dicono di Klincizza, nome che il benemerito Dr. de Rossetti traduceva in Fonte Oppia dall'albero oppio che in slavo dicesi klen, e di questa fonte che può considerarsi per una sola, cantava nel 1817, quando nell'occasione dell'Imperatore Francesco I in Trieste faceva voti per la restituzione dell'acquedotto romano, voti che rinovava in formali istanze nel 1827 in occasione di straordinaria siccità. Queste sorgenti stanno a 52 klafter viennesi sopra la media marea, e nella più perseverante siccità dànno la quantità di 25,000 piedi cubi austriaci ogni 24 ore.

Altra sorgente è quella che chiamano Podjama (alla grotta), la quale è a 32 klafter di altezza sulla bassa marea e somministra 52,000 piedi cubi in 24 ore. Il conte Lovacz, governatore, aveva fatto allargare nel 1803 l'ingresso della sorgente, allorquando pensavasi di condurre acqua nella città.

Oltre queste sorgenti vi sono quelle di Dollina, tre di numero. La superiore è per 66 klafter elevata sopra il mare, ma è soggetta a diseccamento. La media sotto la chiesa è 53 klafter alta e somministra 10,000 cubi in 24 ore; l'infima al molino è alta 34 klafter e somministra 25,000 piedi cubi in 24 ore.

Nelle prelevazioni altimetriche fatte dal Calvi fu riscontrata la traccia dell'acquedotto romano in tutta la sua lunghezza, meno i tratti diruti e distrutti ed in tale circostanza fu anzi riconosciuta l'esistenza di un ramo parziale dell'acquedotto medesimo, cioè quello da Dolina a Bagnoli, ramo di acquedotto del quale non si aveva cognizione, e che non venne a giorno nell'occasione degli studi del cavaliere Nobile del 1815, nè delle esplorazioni fatte nel 1827, ramo che all'Ireneo e ad altri era sconosciuto.

Le diverse relazioni di queste sorgenti di Klincizza, Bagnoli e Dollina fra loro, e relativamente al comune punto di ragguaglio col pelo della media marea, le traccie che tuttodì si ravvisano incominciando dalla presa delle acque sino ad uno dei serbatoi esistenti entro la citta, poterono guidare il cavaliere Nobile, sino dall'anno 1815, a tracciare l'andamento dell'antico acquedotto romano, con precisarne i punti di partenza, di passaggio e di erogazione, sconosciuti al Padre Ireneo, e spontaneamente si offerirono alle investigazioni successive nel 1835 dell'ingegnere Calvi nelle sue operazioni altimetriche per fissarne inalterabilmente tutta la conduttura principale e coll'appoggio di molti tasti di terreno operati in vari incontri anche per quelle parziali.

Sull'appoggio di questi rilievi si dimostra:

Che gli antichi costruttori dell'acquedotto ebbero in mira di tradurvi le acque di Klincizza, di Bagnoli e Dollina riunendole alla più depressa sorgente presso il villaggio di Bagnoli, laddove eravi il Capofonte, collo specchio delle acque, come già precisato, 32° klafter più elevato della marea media.
Da questo capofonte dipartivansi due rami. Quello a sinistra per Klincizza aveva una lunghezza di 700°kalfter ad una pendenza totale di 20° klafter, ciocchè dà una caduta d'acqua di 30 approssimativamente sopra mille. Quello a desfra per Dollina aveva una lunghezza di 190 klafter, nel tronco superiore della sorgente sotto la chiesa fino alla sorgente al molino ed una pendenza di 19° klafter ciocchè dà una caduta d'acqua di 100 sopra mille. Quindi ambedue queste sorgenti riunite, un'ulteriore lunghezza di 800° klafter fino al capofonte in Bagnoli con una pendenza di 2° klafter, ciocché dà una caduta d'acqua di 2-1/2 sopra mille.

La disparità di relazione nell'assegnare le pendenze parziali di questi rami danno prova che i costruttori dell'acquedotto approfittarono della inclinazione naturale del terreno [17] nella linea più breve e più economica colia quale giungere al capofonte, sebbene per essa sia di gran lunga sorpassato ogni limite assegnabile ad un condotto d'acque; però aggregate tutte le sorgenti nel piano di Bagnoli, erano condotte a costa delle colline che si estendono dall'oriente all'occidente assecondandovi scrupolosamente tutte le sinuosità, in modo, che l'acquedotto rimanesse costantemente ricoperto dal terreno; circostanza che obbligò la linea a percorrere tortuosa ed anche in molti punti viziosa ed a scapito della caduta.

Questo tratto di conduttura da Bagnoli fino sull'altura della via della Madonnina di fronte alla via S. Michele, dove eravi un ultimo serbatoio, ha una lunghezza sviluppata di 6200 klafter ed una pendenza di 8-3/4° klafter; ciocchè dà una caduta d'acqua l-2/5 per mille.

La quantità d'acqua che mediante la conduttura romana poteva tradursi a Trieste era quindi:

Dalla sorgente di piedi cubi
Klincizza 25,000
Bagnoli 52,000
Dollina 35,800
Assieme in 24 ore 112,800

ossia pressochè 67,600 emeri d'acqua in ragione di 40 boccali all'emero, e questa quantità era scorrente in un cunicolo artifiziale fondato sopra muratura a sacco, legata con ottimo cemento, sulla quale propriamente si ergeva il canale praticabile coperto a volto a pietre arenarie di piccole dimensioni, greggiamente riquadrate, ma condotte a filari orizzontali possibilmente, e tali che all'aspetto primo sembrano di muratura in pietra da taglio.

Lo speco dell'acquedotto era costantemente intonacato con cemento eminentemente idraulico, lisciato, aveva sezione di 2 piedi sopra 1-1/2 d'altezza, non compresa la muratura superiore che fino alia chiusa del volto aveva per luce interna di tutto il canale conduttore 4 piedi e mezzo di costruzione assai antica.

Interessanti osservazioni possono tuttora farsi sui tratti che ancora integri rimangono di quest'acquedotto, nei quali secondo la loro minore o maggiore pendenza si ravvisano delle incrostazione calcari, dei sedimenti argillosi, vegetabili, talora della grossezza di 4 pollici, e talora non lucenti.

Dall'altura S. Michele era l'acqua condotta con forte depressione attraverso le campagne, ora dei signori Milano, Cosolo, Eisner, Ditta Wagner di Berna alla Cereria fino al così detto fontanone vecchio, dove ancora vi esiste un depositorio, nel quale probabilmente l'acquedotto metteva capo, e dai quale sotterraneamente lo si può percorrere per una lunghezza di 150° klafter ed esaminar parecchi visitatori e sfiatatori.

Le acque che mediante la conduttura antica venivano portate alla città, non erano le più pure; una base attica colossale ricuperata allo sbocco dell'acquedotto, sebbene distante 7000 klafter dalla sorgente e da molti secoli non più in contatto colle acque della sorgente, era tutta incrostata di stalammiti; simili incrostazioni si trovano dappertutto sull'intonacatura delio speco dell'acquedotto, e sebbene da secoli esposte all'aria atmosferica, non si sciolgono. Acque tali che nessuna stalammite facciano, non si trovano nel territorio di Trieste in nessuna, parte, ed anche altrove sono rare; e se l'acqua di Siaris ossia di Bagnoli o di Montecavo fosse passata per l'arco di Riccardo ve ne sarebbero traccie visibili, come lo sono a Salona; uno spandimento sarebbe stato inevitabile. Ma quell'arco nell'interno è disposto in modo colle pietre ancora intatte che un passaggio di acqua condotta non è possibile, nemmeno con fistole di piombo, e chi vuole persuadersene vada a vederne l'interno. Allorquando nel 1815 venne disegnato e studiato quell'arco fino alle basi che furono denudate, cadde il sospetto e fu riconosciuto il contrario; e più che tutto, prova il contrario la presenza dello speco dell'acquedotto a breve distanza.

[18] Quest'Acquedotto non abbiamo testimonianza che la canalizzazione tuttor durevole, un brandello di inscrizione riavenuta presso l'emissario alla Madonna del Mare; alcuni tubi di piombo sui quali leggevasi:

FELIX • PVBL • TERG • F

e che attestano come uno schiavo del Comune di Trieste attendesse alla loro fabbricazione. — Quando fosse tagliato non possiamo che congetturarlo; dovette essere ciò avvenuto per qualche fatto di guerra a cui seguì depressione grandissima della città, la quale noi troviamo nel 568 per invasione di Longobardi. Nessun documento finora veduto del medio tempo ne fa cenno, nessuna tradizione; allorquando il Comune si ricompose nel 1300, e tanti e sì belli provvedimenti dettava per la polizia urbana, neppur cenno dell'Aquedotto, non dico come esistente, ma come desiderato a restituzione. Lo si ignorava completamente, il che attesta antica distruzione perfino uscita dalla memoria degli uomini. Nel secolo XIV il Comune provvide ad ogni sorta di aque, nell'interno della città con pozzi pubblici ad ogni sestiere, dei quali durano ancora parecchi, con pozzo presso la locanda per cavalli, con vasche fuor le mura, p. e. a S. Niceforo, a Cavana per lavare. Però se l'aqua non mancava, non era sì abbondante per non averne letizia grande dalla scoperta di grossa polla d' aqua nel 1300 a S. Pietro presso l'odierno Lazzaretto S. Teresa, e dura l'aqua.

L'aqua nei rivi esterni non era certamente scarsa come è oggidì se in piazza della dogana, in Rione Francesco I., al piazzale delle Legne v'erano mulini.

Maria Teresa nel 1748, allorquando ebbe il reggimento comunale di Trieste per l'abdicazione fattane dal Comune, decretò Aquedotto. Registriamo il brano relativo del decreto:

Estratto del Decreto di Maria Teresa del 19 Novembre 1749

Es ist für eine hochstnöthige Sach angesehen worden, Unsere Stadt Trìest mit ein frischen Trink-Wasser zu versehen, allermassen die wenigen Brünn zum Theil nicht ausgebig, und Theils auch mit reinen Wasser nicht vesehen seynd.

Unsere anwesend geweste Hof-Commission hat dahero denen abzuhelfen vorgedacht, und zu dem Ende Unsero Ingenieur Haubtmann Frass nebst einen Wasserverständigen Bergmann von Hydria zu Recognoscirung derer über Triest liegenden Gebürgen ausgeschiket, weiche beide in ihren Relationen (die Wir dir Sub G. A. H. abschriftlich beyschliessen) darinen übereinskommen, dass die sogenante — Acqua d'Ustia — zwar vortreflich seyn, dahingegen kein hinlänglich Wasser gebe, um solches durch Röhren in die Stadt zu leiten, auf den Berg Starabrech aber drey viertl Stunden von Triest ganz nahe aneinander fänden sich drey Wasser-Quellen, welche wann sie in eine Wasser-Stuben zusammen geführet werden, von solcher Ergiebigkeit seien, dass darmit zwey Brünnen mit Wasser versehen werden können, und wan auf den Grund des Zuflusses zu kommen ware, woraus diese drey Quellen entspringen, so liesse sich das Wasser in noch mehrere Brünnen von daher leiten. Wir wollen demnach, dass zu sothaner Wasserleitung Hand angelegt werde, zu Bewürkung dessen du durch den Ingen. Oberlieut. Bonomo, den Ursprung vorbesagten Wassers nebst dem Situ und Abfall des Terrains wohl nachforschen, und sondiren, anbei auch überschlagen lassen wirst, wie hoch sich die Kösten, dasselbe in die Stadt und auf den Salinen-Grund zu leiten, belaufen wurden; worüber Wir deinen gehorsamsten Bericht nebst dem Ueberschlag gewartigen, sodann vor die Bestreitung dieser Kösten den ad fundum Commercialem gediehenen Dazio del Pesce — widmen, und dich darüber ferners verbescheiden werden. Inndessen soll solcher Dazio nach der bisherigen Norma administriret, die Ertragniss aber, wie schon gesagt worden, in die Commercial-Cassa eingezogen werden, diese Norma ist aber dahin verstanden, dass dieser Dazzio von denen in die Stadt zum Consumo einbringenden Fischen genommen, dahingegen diejenigen Fische davon freigelassen werden sollen, welche aus Triest kommen, und von dar directe per Transito weiters abspedirt werden, immassen an den gehörigen Stationen die Transito - Gebühr bezahlet werden muss, Uebrigens sollen die Brunn in dem Castell weiche unbedekt, und zum schöpfen sehr beschwersam seynd, mit Pumpen besezet bedekt und die Bestreitungs-Unkösten aus dem Castell-Reparations-Fonde hergenommen werden.

[19] Non è questo il solo decreto di Maria Teresa per l'Acquedotto; da altri e da Rapporti apprendiamo che allora si andava in traccia di sorgente nella Valle ai S. Giovanni, che l'Imperatrice voleva fossero chiamate persone istrutte ed esperte, per evitare esperimenti a caso; che all'esecuzione materiale, furono mandati Minatori da Idria, con alla testa uno di cognome Hauptmann, e che l'esecuzione fu diretta da Gio. Batt. Haase. Nel 1751 l'Aquedotto era compiuto; un Castello d'aqua, condutture di legno, dettate pene contro i danneggiatori, accordate guardie, se fosse necessario. l'Aquedotto rimase in cura e dispendio del Governo Imperiale anche dopo restituito il reggimento di Trieste al Cornane nel 1778, e venne al Comune nel 1817 in seguito al cosi detto Reces che abbiamo registrato nella Puntata LIDI, SPIAGGIE e MARINE della presente Collezione.

L'Aquedotto Teresiano non rimase però quale eseguivasi originariamente, si fecero aggiunte poco dopo compiuto e nel principio di questo secolo dall'Ingegnere Adalberto Secker. Di questo Aquedotto si cenna la descrizione da Giornale dell'anno 1848.

Quest' acquedotto Maria Teresa è la restituzione del romano che scorreva attraverso questa valle, non però sulla linea percorsa da quello, e precisamente sulle tracce sue. Dall'acquedotto romano di S. Giovanni s'avrà altra volta occasione di tener parola; in oggi darassi qualche indicazione dell'acquedotto Teresiano.

La valle S. Giovanni, fino dai tempi più remoti la più prossima a Trieste, tributava le acque da naturali sorgenti che sembravano garantire i bisogni della popolazione.

In essa si rinvengono costruzioni idrauliche d'antichità remota, de' tempi a noi più vicini, di recenti e di quelle ancora in costruzione fra le quali, una parte soltanto serve agli attuali bisogni del pubblico, le altre essendo o del tutto sconosciute, o dimenticate o distrutte.

Prima di esaminare gli acquedotti attivi, gioverà far precedere alcune osservazioni sui terreni che circondano Trieste. Sono questi un agglomerato di colline, delle quali afferrando quella più orientale che in forma di promontorio protende nel mare a S. Andrea, la si vede dirigersi per Montebello e mettere le radici sul Carso al monte Klutsch.

Da questo punto la montagna calcare elevata in media, 800 tese sopra il livello del mare, scorre in direzione non interrotta da oriente ad occidente accogliendo tutte quelle collinette di natura eguale a quella di S. Andrea, che circondano il bacino di Trieste.

Il terreno, per quanto fin ora esplorato, si mostra dappertutto disposto a stratificazioni più o meno regolari, variamente inclinate all'orizzonte ed in grandi estensioni di andamento ondulato e sussultaneo.

Gli elementi predominanti di queste masse stratiformi sono: silice, argilla, calce, carbonico, ossidi metallici riuniti in proporzioni variabili in modo che vi hanno tutte le transizioni dall'argilla semplice agli schisti silicei durissimi.

La disposizione dei filari più regolari si manifesta in valle S. Giovanni, l'inclinazione dei quali, parallela alla calcarea cui sta aderente, va sempre più raddolcendo fino al livello del mare in profondità non esplorate. In luogo più discosto dalla calcare si scontrano delle stratificazioni della massima regolarità, pressochè perfettamente orizzontali nel bosco del sig. Napoli in Chiadino, da dove venne estratta la maggior parte del materiale di costruzione pel nuovo ospitale civico.

La giacitura di questi terreni a ridosso della calcare in tutta quell'estensione da Bagnoli a Duino che formano argine continuato ed intercettano il passaggio delle acque racchiuse o scorrenti nelle viscere del Carso, la mancanza di pioggie periodiche, di nevi, di ghiacci, di serbatoi d' acqua superficiali ed elevati, che se anche esistessero non potrebbero irrompere, spiegano perchè il territorio di Trieste manchi del tutto di fiumi o di sorgenti inalterabili, quando fuori di esso si riscontrano appunto nei luoghi dove l'arenaria sparisce e la calcare può emettere quelle acque assorbite alla 6ua superficie raccolte nelle profonde e recondite sue cavernosità ad un livello oramai conosciuto.

La deficienza di doviziose acque perenni obbligò pertanto gl'ingegneri della metà del secolo scorso a cercare il mezzo di supplirvi con artificiosi escavi aumentati mano a mano a seconda del crescente bisogno.

[20] Stimando fosse troppo insufficiente il ripristinamento sulle identiche linee del più antico acquedotto romano diretto a Trieste per questa vallata di S. Giovanni, o troppo dispendioso quello dell'altro acquedotto romano da Bagnoli; adottarono parziali escavazioni che, sotto certi rapporti, avrebbero ottenuto l'esito il più felice e che, quali essi siano, devono riconoscersi per giudiziosissimi. Eccone i principi che furono a guida.

Le acque di pioggia non tutte scorrono superficialmente ai punti più depressi, buona parte penetra il terriccio superficiale, s'infiltra quindi lentamente fra le stratificazioni della pietra arenaria e discende lentamente in qualche idrofilaceo formatosi nelle violenti rivoluzioni della terra, visibili nei loro effetti, all'aspetto esterno delle colline di Trieste, ai fianchi lacerati di quelle colline entro alle quali venne condotte la nuova strada commerciale-postale della Germania, ai burroni ed agli scoscendimenti nella pietra calcare in Valle sopra Montecavo, al Klutsch, presso Contovello ed innanzi.

Un canale a fior di terra che si estendesse in linea longitudinale nella direzione delle nostre colline arenarie con regolato pendìo non avrebbe altro scopo che quello di raccogliere le acque superiori in tempo di pioggia e trasportarle in determinato sito. Cessate la pioggia, ed il canale non sussidiato da altre sorgenti, sarebbesi diseccato ben tosto. Non sarà così quando oltre a questo canale e partendo da esso vengano praticate in opportuni siti delle perforazioni in linea perpendicolare alle stratificazioni; perchè essendovi fra l'uno e il prossimo strato impermeabile, uno intermedio che lascia filtrare le acque di pioggia, queste vengono richiamate in gocce, in filetti, in zampilli nelle gallerie forate, de queste condotte al canale e dal canale al sito determinato. Queste permeabilità delle stratificazioni diede luogo a degli sdrucciolamenti a terreni su vasta superficie, fra i quali fu rimarcabile quello avvenuto nella campagna del signor Chiozza or son pochi anni in cui tutta una pendice di più di 30 tese in lunghezza si steccò dalla strada comunale di Gretta per 3 piedi conservando nella sua perpendicolarità i muri della casa che venne strascinate unitamente al terreno. come sopra una slitte.

La quantità d'acque ottenibile mediante una simile operazione 6terà in proporzione della maggiore o minore permeabilità delle stratificazioni infrapposte a quelle compatte arenarie, e dal numero della loro perforazione per modo che teoretìcamante si mostra ogni facilità di ottenere una copiosa conduttura d'acqua, di qualità eccellente perchè filtrate quasi per forza di capillarità attraverso terreni poco solubili.

Tale fu il sistema di conduttura adottato per somministrare l'acqua alla popolazione di Trieste, della quale però non trovasi ora in attività che quella propriamente dette di S. Giovanni, essendo state abbandonate le diverse diramazioni lungo il torrente Starebrech alla radice di Temignano, la conduttura parziale dette Sussenek presso il piazzale del Boschetto e l'altra parziale dette Slep nel bosco Marchesetti siccome soggette forse ad essiccamento o forse giammai portate a perfette ultimazione.

La conduttura S. Giovanni ha il suo principio presso la chiesette dello stesso nome. Sulla porta della casette al capofonte venne collocate una lapide che indica il repristinamento della romana conduttura.

Nel locale d'ingresso v'è un filtro per depurazione delle acque raccolte nella galleria. Siccome ad evenienza di pioggia queste sortono imbrattate da una parte del filtro havvi uno sfioratore per scaricare una sovrabbondanza d'acque nel mentre da un' altra può regolarsene l'uscita per introdurla nelle doccie e nei tubi per alla città. Da questo filtro si può camminare per una galleria praticabile a lume di candela per una lunghezza di 72 tese, dalla quale divergono a sinistra due diramazioni, una della lunghezza di 44, ed una di 10 tese che assieme formano 126 tése di galleria perforate in roccia arenaria, parte della quale murata a vólto e parte senza alcuna rivestitura, essendosi dimostrate le pareti di solidità sufficienti a sorreggersi senza crollo. Nella lunghezza di queste escavazione si possono facilmente scorgere stratificazioni del terreno, le infiltrazioni dell'acqua e l'incanalamento di [21] quella raccolta e scorrente sotto a' piedi, in una regolare lapide a doccie coperte pure di pietra per una lunghezza di 95 tese e la rimanenza fino al fine dell'escavazione sopra il suolo naturale rinvenuto e soltanto appianato. Il capofonte sta ad elevatezza di 290 piedi sopra il livelllo del mare.

Dal I capofonte al II l'acqua raccolta prosegue a scorrere le doccie di pietra lungo la via pubblica e siccome sopra una lunghezza di 200 tese ottiene la forte pendenza di 107 piedi, così vennero diminuiti la velocità ed i perniciosi effetti per mezzo di salti continuati onde contemporaneamente esporre al massimo contatto dell'aria atmosferica tutte le molecole dell'acqua e perfezionare la sua qualità,

Le doccie sono poste a poca profondità sotto il terreno naturale contornate da apposito canale, lungo il quale sonovi collocati dei visitatori praticabili con coperchio di pietra in tutti i luoghi dei salti d' acqua.

Dal II capofonte al IV è condotta l'acqua per tubi di cotto, inverniciati nelle parti interne, lutati alle loro congiunzioni, per una lunghezza di 100 tese sopra una pendenza di 26-1/2 piedi.

Questo piccolo tratto di conduttura attraversa fondi privati posti a coltura, e sebbene racchiusa in tubi e circondati da un canaletto, ciò non di meno riescono malagevoli i ristauri che devono irtraprendersi, parte perchè l'acqua non è del tutto depurata e depositata sulle pareti dei tubi delle incrostazioni calcaro-argillose che ne diminuiscono la sezione, parte perchè ad onta di tutte le diligenze impiegate nel lutare i tubi e nel racchiuderli ermeticamente col canale d'inviluppo, non fu possibile di tener lontane le abbarbicazioni delle radici delle piante, le quali avidamente vanno in traccia dei più fini pertugi, s'internano nel canale e nei tubi e si sviluppano in modo sorprendente fino ad occupare parecchie tese in lunghezza ed ostruire ogni passaggio all'acqua. Questi due inconvenienti obbligano a smuovere il terreno, distruggere il canale ed i tubi finchè si giunga a trovarne l'origine per mettervi il conveniente riparo.

Dalla galleria S. Giovanni fino al capofonte IV v' è una continuata linea di conduttura nella quale havvi la possibilità di misurare la quantità d'acqua all'origine, al capofonte I, e di riscontrarla al capofonte IV per riconoscere se nulla vada disperso in questo tratto.

Al capofonte IV però vi si congiunge un altro sussidio di acqua portata dalle altre parziali condutture seguenti.

In direzione pressochè parallela colla strada S. Giovanni lungo la campagna fu Griot, ora Stecher, e precisamente sul prato Eredi de Burlo, venne escavata una galleria praticabile conosciuta sotto il nome di galleria Saker dal nome di un Adalberto Seker, impiegato dell'i. r. direzione delle pubbliche costruzioni. È fornita di muri e di volti, e fu destinata a richiamare, con quest' opera traversale alla valle, tutte le acque d'infiltrazione al punto più basso nello speco di questa galleria. In direzione perpendicolare poi furono scavate due diramazioni verso la montagna, la prima verso il mezzo della casa domenicale nella campagna Stecher, la seconda poco discosta dalla prossima strada a sinistra che conduce alle campagne superiori in fianco alla stessa campagna Stecher.

La galleria longitudinale misura 42 tese
Le due diramazioni misurano:  la prima  22   "
  la seconda 110   "
Tutte tre concorrono quindi per cunicolo
     comune al capofonte
IV
80   "

Erasi divisato di prolungare la traversale ancora per altre 40 tese e se ne vede l'opera interrotta ad un pozzo che fu cominciato per estrarre il materiale nel punto più lontano, il quale venne sospeso; così pure vedesi dall'altra estremità della traversale un canale di sfioratura per le acque sovrabbondanti che le scarica nel torrente ivi presso.

[22] Le due diramazioni summentovate furono prolungate appena questi scorsi anni, e particolarmente la seconda di 110 tese del tutto nuova (alla quale non venne dato peranco nessun nome) è murata nelle situazioni dove il terreno non prometteva garanzia, libera in tutte le altre e regolata nel suo pendio con doccie di terra cotta, mentre la traversale ha il cunicolo di pietra ed in quella comune sono disposti tubi di terra cotta fino al capofonte IV. Vi si discende allo speco della nuova galleria da 2 pozzi intermedi con delle scale di pietra a chiocciola, escavati e per estrarre il materiale e per ventilazione durante il lavoro e per visitatori onde potere a piacimento riscontrare la quantità d' acqua raccolta.

Al capofonte IV sono quindi introdotte le acque della galleria S. Giovanni, quelle della galleria Seker e quelle della nuova galleria, dove riunite in doccie di pietra arenaria poste in apposito canale non praticabile, ma munito di frequenti visitatori, passano nella massima loro lunghezza sotto terreni privati e coltivati sino al ponte acquedotto sul torrente Starebrech presso il boschetto e si scaricano al capofonte V presso la casa d'abitazione del fontaniere al boschetto, si filtrano ancora e possono nuovamente misurarsi e riscontrare se in tutta questa lunghezza di 254 tese non ne vada dispersa qualche porzione. Anche a questo capofonte ritrovasi uno sfioratore lateralmente alla vasca per scaricare nel torrente ogni esuberanza alla portata della susseguente conduttura.

La pendenza di questo ramo d'acquedotto dal IV al V è di piedi 20-1/2.

L'ulteriore tratto scorre sotto il pubblico passeggio del Boschetto fino al serbatoio conosciuto sotto il nome del Gloriet e contrassegnato col XXVII. La conduttura continua a scorrere in doccie di pietra arenaria a poca profondità sotto il terreno e con una differenza di livello di piedi 48 per una lunghezza di 592 tese, ed in sostituzione dell'impraticabilità vi suppliscono diversi visitatori. Il serbatoio è un edifizio rotondo coperto a volta del diametro di 19 piedi e capace di contenere circa 1100 orne d'acqua, meschina quantità che dovrebbe servire per alimentare le pubbliche fontane durante il tempo d'improvvise riparazioni delle condutture superiori.

Questo serbatoio, semplicissimo nella sua costruzione, fu ampliato nel 1820 per obbligare l'acqua a varî salti ed erogazioni attraverso 3 vasche ripiene di ghiaia, ognuna suddivisa in due camerette affine di spogliare l'acqua possibilmente delle residue particelle terrose che tiene sospese ancora ed impregnarla dell'aria atmosferica prima che venga immessa nella conduttura susseguente. Anche da questo serbatoio diparte uno sfioratore che in tempi di abbondanza zampilla una fontanetta alla bocca di leone sotto il Gloriet sulla strada di passeggio.

E rimarcabile però in quest' edifizio l'apertura di alcuni fori nella vòlta, per i quali devesi supporre essere stato in tempi più remoti introdotta ed erogata l'acqua in direzione diversa da quella che prende oggidì, circostanza che fa supporre avere avuto una più antica destinazione.

Se le sorgenti raccolte fossero in tutti i tempi di costante portata, esse potrebbero direttamente condursi alle pubbliche fontane della città con tubi chiusi immediatamente da questo serbatoio che sarebbe il luogo della distribuzione posto ad un' elevatezza di 82 piedi sopra il livello del mare, ma nella circostanza che le sorgenti diminuiscono in proporzione della durata delle siccità, ed essendo questa elevatezza più che sufficiente per ottenere la pressione da far sgorgare le acque sulle pubbliche piazze; così vengono queste condotte dal serbatoio XXVII ai capofonte XXVIII con tubi di terra cotta per una lunghezza di 57 tese.

È in questo sito che sin pochi giorni fa esisteva il castello d' acqua al fine del viale dell'acquedotto, ora sostituito con un'ingente copertura di pietra arenaria grossa 15 pollici tutta di un pezzo in larghezza di 7-1/2 e lunghezza 8-1/2 piedi, munita di 4 boccaporte a coperchi levabili per esaminare all'occorrenza l'ultimo sottoposto filtro e la quantità d'acqua tradotta e verificare se nulla di essa vada disperso in confronto colle misurazioni che possono farsi al Gloriet N. XXVII, al N. V.. al IV, alla sorgente N. I, nella galleria Seker ed in [23] quella nuova In tal guisa è vero che viene diminuita la pressione per quello che può influirvi la differenza di livello fra il Gloriet e l'acquedotto, che è di 49 piedi; ma dall'altro canto conviene osservare che tale riduzione è tuttora sufficiente per lo scopo, che essa fu adottata per aumentare la quantità di acqua data da S. Giovanni con quella della galleria e conduttura Giuliani, della quale sta per farsene menzione, la quale viene qui riunita.

Sul fondo Giuliani al molino detto dello scoglio e presso quel muraglione d'antichissima costruzione, che taluno voleva sostegno d' un bacino d'acqua ad uso di naumachie, fu escavato un tratto di galleria lunga 10 tese, prolungata nei tempi recenti per altre 3, onde raccogliere le acque d' una piccola sorgente attiva in questo sito ad ogni stagione. Gli escavi fatti mostrarono un terreno a quanto sembra di disposizioni fangose con frammenti d' assi di legno e quindi instabile, per cui la galleria venne murata tutta all'intorno. Le infiltrazioni non aumentarono perchè non vennero perforati strati d'arenaria e quindi vennero semplicemente raccolte quelle acque probabilmente decubitate dal prossimo adiacente rigagnolo ed in tubi di cotto portate all'ultimo castello d'acqua sovraindicato N. XXVIII, percorrendo una lunghezza sotterranea di 462 tese attraverso campagne private e fondi pubblici con piccola pendenza.

Riunite ora tutte queste acque della galleria S. Giovanni colle sue 2 diramazioni, della galleria Seker con le altre 2 diramazioni, quindi questa di Giuliani all'ultimo castello soppresso N. XXVIII, vengono qui introdotte in tubi di ferro fuso ad eccezione della sfioratura di ogni sovrabbondanza e distribuite, mediante regolatori alle 3 pubbliche fontane della città, la prima sulla piazza del ponte rosso, la seconda sulla piazza della Borsa, la terza sulla piazza grande; oltre di che mediante parziali diramazioni anche nell'edifizio Carciotti, in quello all'albergo Metternich, in quello contiguo Samengo e Zamparo, in quello della Comunità greca, in quello castagna, nel Tergesteo, nell'edifizio già Strati, all'i. r. governo, alla locanda grande e finalmente si lascia scorrere durante tutta la notte per alimentare il fontanone dietro l'edifizio dell'i. r. accademia di commercio e nautica ed in tempo di abbondanza da quei due mascheroni di pietra alla intestatura dal canal grande.

La lunghezza della conduttura che serve per uso pubblico è di tese 850, la differenza di livello fra il N. XXVIII e l'ultimo sbocco della fontana in piazza grande è di 34 piedi, Quest' altezza è sufficiente non solo per far scaturire l'acqua allo sbocco delle pubbliche fontane le quali in tempo di abbondanza spruzzano oltre alle vasche, ma anche dalla cima del tridente di Nettuno in piazza della Borsa, dalle conche dei 4 fiumi personificati in piazza grande, e dalla spina della fontana in 2.do piano dell'edifizio dell'i. r. governo

Riassumendo gli elementi numerici sparsi nella presente relazione si ottengono i risultati complessivi seguenti:

Gallerie d' acqua praticabili escavate sotterraneamente in pietra e stratificazioni arenarie tese 293
Canali di conduttura con doccie e tubi, non compresi quelli nelle gallerie insieme 1633
Conduttura di ghisa per la città 850
Insieme tese 2876
Massima elevazione delle sorgenti sulla media marea a S. Giovann piedi 290
Elevazione al congiungimento delle sorgenti S. Giovanni e delle inferiori dalle gallerie Seker e galleria nuova   263-1/21
Elevazione di dette acque al Gloriet   82
Elevazione di tutte le acque riunite nell'estremità del viale dell'acquedotto   33
Elevazione dello sbocco della sorgente alla fontana in piazza   11
La quantità media delle acque sorgive condotte in città ammonta in 24 ore di tempo   insiejme 5000 piedi
Da S. Giovanni  
Dalla galleria Seker e nuova  
Da quella Giuliani  

Nessuna Ordinanza ci riuscì di vedere che tutelasse questo Aquedotto, o che ne regolasse l'uso, esso veniva retto col gius Amministrativo Comune, per decreti di autorità di caso in caso, senza intervento di Autorità Giudiziarie, senza applicazione di gius Civile; quanto all'uso non era soltanto pubblico, nè la erogazione facevasi agli emissari sulle piazze, ma eransi concesse fistole, non sappiamo se tutte gratuitamente a case singole. Ebbero fistole il Palazzo del Governatore, la grande Locanda, la dogana Imperiale or Tergesteo, il Palazzo Carciotti, qualche altra casa privata siccome quella del Rossetti ora Hotel de la Ville, e la contigua, l'odierna Officio di Polizia. Il Comune teneva come tiene un Fontanaro, che insieme è libratore dell'aqua conceduta ai privati, non potendo questa darsi in detrimento del pubblico uso. La conduttura di aqua, il canale pel quale stanno i tubi, ha in proprio benefizio l'interzione a diritta ed a sinistra di ogni opera agraria od edilizia a distanza consuetudinaria, l'ambulazione è libera al Fontanaro in qualunque tempo sull'Aquedotto anche dove è condotto in mezzo a terreni privati, e recintati. Manifestamente vigeva il gius romano e vi veniva applicato, fino a che era noto, e non andate in sconoscenza le Pandette e li Codici, e Frontino, ed in tedio la lingua latina.

La Giurisprudenza applicata all'Aquedotto Teresiano fu tradizionale, siccome lo era in buona parte la giurisprudenza romana che si seguiva; scoperte posteriori assai, di monumenti epigrafici mostrarono che fosse sincera. L'Aquedotto era opera pubblica, non in condizione di proprietà del suolo ma di servitù, ove non fosse possibile condurlo per pubbliche vie. Il proprietario del fondo era tenuto di lasciare a dritta ed a sinistra zona di parecchi piedi interdetta agli alberi ed a piante di lunghe radici. I terreni sotto i quali stava l'aquedotto potevano recintarsi, l'aquedotto medesimo coperto da valle; nè il recinto nè valli potevano rompersi se non per visitazione, purgazione, e ristauro; nei quali casi era lecito il passaggio attraverso il fondo privato con qualunque materiale. Si potevano dedurre fistole, e tubi dall'aquedotto, non però attraverso fondi privati contro la volontà del proprietario. Lo spillare dagli aquedotti era furto. L'aqua condotta doveva distribuirsi per le fontane pubbliche entro la città, ai bagni poteva darsi a case private, concedersi in benemerenza a cittadini. Il Consiglio Municipale poteva porre sull'acqua un balzello, però a strettezza di voti. Non correva prescrizione, non voleva usucapione, la vindicazione era pronta, mediante la Magistratura.

L'Aquedotto non fu mai considerato uè corpo tavolare, né servitù civile, non fu riportato nelle Tavole, né da Maria Teresa che prima le attivò in Trieste (intendiamo il governo, non la persona del Principe) di che i Civilisti avrebbero avuto spavento non si essiccasse giuridicamente l'Aquedotto. Bensì in tempi prossimi fu comunicato alle Tavole la pianta dell'Aquedotto, nel modo come fu fatto della nuova strada di Opchiena, non a possesso tavolare, non a preservazione di dominio, di possesso o di servitù, ma a semplice notizia, siccome è indicato dalle Leggi registrate nella Puntata Opere di pubblica utilità. In tempi prossimi intervenne il Giudice del civile contenzioso. Adduciamo qualche caso.

Il Magistrato aveva ordinata ed eseguita la scavazione di terreno privato, per riconoscere le cause di otturazione di canale che serviva a liberare l'Aquedotto da aque straniere e fatali. Si chiese interdetto, fu ricusato perchè opera pubblica sotto giurisaizione di autorità politica; però, fu in grado superiore ammessa l'apertura del suolo sovrastante in larghezza corrispondente alla larghezza del Canale, seguendo in ciò i canoni della proprietà secondo perpendicolo, non le leggi di gravità che non impongono a terra molle di stare in linea perpendicolare di taglio, ma esige i 45 gradi.

In altri casi furono prodotte ed accettate petizioni per occasione dell'Aquedotto; vennero ricusate dai Tribunali siccome straniere alla giurisdizione loro. Non lo dissero, ma certamente avevano presenti quel canone pronunciato nel 1820 dal Reggimento dell'Austria inferiore, accolto nella Raccolta delle leggi di quella Provincia, vero, eterno, e normativo = Spetta ai Giudici del Civile quanto tocca le condizioni più prossime private dei cittadini; spettano all'Amministrativo le contingenze nelle quali o l'interesse politico dei privati non c' entra, o c' entra in rango secondario, quando cioè i pubblici riguardi o sono unici o sono prevalenti, i quali devono essere tutelati affinchè il proponimento della pubblica azienda non venga impedito. =

L'Aquedotto Teresiano non bastava alla città sempre accrescentesi, e le menti rivolgevansi alla ricerca di aque non usate, di nuovi progetti di conduttura. Mentre questi secondi richiamavano l'attenzione degli ingegneri civili, mentre in questi medesimi prevalevano le tradizioni degli Aquedotti romani, e rifuggivano da cose non note agli antichi che li ritenevano maestri, mentre stavano a ciò che si vedeva soprasuolo, altri arditissimi facevansi indagatori di aque latenti, senza guida della scienza insieme 5000 piedi [25] geologica, sia la scritta, sia la orale nella bocca dei rustici, ed a buona ventura volevano penetrare nelle viscere della terra, e strappare alla natura i suoi segreti, sperando sorprenderla.

Il Dr. Rossetti, il Nobile volevano la restituzione dell'Aquedotto Romano, dell'ultimo il Nobile aveva fatto esplorazioni; nel 1827 ripigliavano le proposte e gli esperimenti, si decretava il progetto di restituzione del quale venne incaricato l'Anastasio Calvi di Milano — recatosi per pubblico incarico in Trieste — di quel progetto fu data la descrizione.

L'Aquedotto romano sarebbesi senz' altro restituito, superate come si erano le difficoltà inseperabili da siffatte imprese, non calcolata quella della forzosità, della quale più tardi si fece rimprovero al Comune di non averla chiesta, come se ciò che spetta di diritto, avesse dovuto chiedersi quale un favore, taciuto poi che la conduttura di aqua in Trieste era stata riconosciuta dal Principe esplicitamente siccome oggetto non solo di pubblica utilità, ma di pubblica necessità. Il Cholera che irruppe nel 1836 fe' dimenticare puel proponimento, contro il quale stavano in contratto altri interessi privati. Ad ogni siccità nuovi clamori, ad ogni scroscio di pioggia si aquetavano, le pioggie autunnali facevano dimenticare tutto, facevano perfino miscredere alla deficienza di aqua.

Ad ammorzare l'impeto per gli Aquedotti venivano i pozzi artesiani, parecchi cominciati, tutti a mezza via abbandonati e non più curati, quasi opera sprecata e di niun effetto. Pure avrebbero dovuto recarne se poste a registro e ponderate le risultanze per lo meno a certezza della loro inutilità, la quale non può essere giudicata dall'abbandono, nè dalla credenza del volgo ignavio e non curante che mai ne seppe, nè la perfetta ignoranza del volgo può facilmente citarsi a testimonianza della scienza. l'intenzione nel trapanare, per quanto sappiamo, non fu già direttamente quella di venire ad una vena, che aperta ne spruzzasse l'aqua come sotto la lancetta del chirurgo; calcolavasi all'invece di trapassare l'arenaria, di toccare la calcare, per giungere allo strato impermeabile sul quale corrono le aque nella direzione delle due pendenze, almeno di trarne comprovazione sulla sapienza del sistema dei pozzi. Ma nessuna foratura giunse sì profonda. La foratura al Molino dello Scoglio non scese a sotto dei 200 piedi; quella nell'Ospitale poco più dei 300; per questa ultima c'era ancor terreno secondo ragionevoli calcolazioni, le quali avrebbero potuto trovare riscontro, nella ricognizione delle stratificazioni di pietre noti altrove. Antignano, che è culmine di filare marnoso, sta per 1159 piedi sopra il mare; il suolo calcare noto è a 250 piedi; lo spessore a perpendicolo sarebbe di 900 piedi; altro culmine, quello di Buje, avrebbe uno spessore di 500 piedi; riconosciuto che fosse lo strato calcare in seno di Muggia, la calcolazione sarebbe agevolata. Grande giovamento si avrebbe dalle conformazioni del fondo di mare, delle quali vidimo bellissime Carte plastiche del Cavaliere di Littrov, il quale fe' dono alla Biblioteca di Pirano, a nostra preghiera, del Vallone che dicono il Largone. E certo fra il filone di Antignano, che è il maggiore ed il più lungo presso Trieste, e le creste della Carsia, nell'apertura di questa vallata, altre indicazioni possono riconoscersi, le quali sarebbero criterio per calcolare minore la spessezza della Arenaria nelle prossimità di Trieste.

Sennonché abbandonati questi esperimenti colla stessa precipitazione con cui furono iniziati, la trivella fu adoperata per profondare pozzi scarseggianti, e spesso con buon risultato.

Si ritornò all'antico sistema dei pozzi, il quale fu il più costantemente osservato.

L'Aquedotto Teresiano non fe' abbandonare l'antico sistema dei pozzi scavati, né Maria Teresa si limitò all'Aquedotto soltanto, volle purgata e coperta la Fontana di S. Niceforo, volle formato un pubblico Lavatojo. Non giunsimo a notizia che nel Medio evo si aprissero pozzi per cura del Reggimento fuorché quello di Riborgo, or casa Hierschel, e quello di Cavana esterna che era emissario dell'Aquedotto romano, e che soltanto veniva purgato. Bensì aveasi cura dell'aqua di S. Niceforo or Fontanone della Zonta, e della fontana di Cepa alla quale si applicò cicogna (pompa) e del pozzo di S. Lazaro (piazza delle legne che era di aqua acidula, usata dai febbricitanti). L'incremento dei Caseggiati diede occasione a scavi, che il pubblico reggimento eccitò per pubblico uso, senza seguire regolatore alcuno, e senza raccogliere i risultati di esperimenti avutine ed i risultati per dedurne canoni; sembra che il caso fosse guida, o, come dicono, la persuasione.

Quei colli che più prossimi circostanno a Trieste sono composti a tre filari, tutti e tre addossati alle estreme creste della Vena, il più meridionale, che parte da Montebello e per i Plagi termina alla punta di Campomarzo a S. Andrea, quel colle su cui stava e sta la vecchia città, è pendice di tale filare.

L'altro filone da Gattinaria va pel Farneto al capo del passeggio ohe ha nome di Aquedotto.

Il terzo filone parte dalla Contrada che dicono Colonia e termina a Scolcola, ove sta il Capovia della Ferrata.

Dal lato di Ponente a maggiore distanza vi ha il filone che parte da S. Servolo e termina al Mòntelongo o Stramar; da parte del Settentrione v'ha l'altro che da Terstenico termina al Lazzaretto S. Teresa.

Tra filoni s'infossano due vallate che fanno capo nell'odierna città Teresiana, l'una che è quella di Rozzol, l'altra di Si, Giovanni; la esterna niaggiore aveva altravolta per eccellenza il nome della [26] Valle, poi la dissero di Moccò, oggidì non sappiamo qual nome abbia, nelle bocche degli urbani, nessuno che sia costante. L'altra valle esterna ha nome di Rojano, altra volta di L. Retro o di Mortisin.

Sulla devessità del filone di Montebello e delli Plagi corre aqua, la quale alcun poco si spande dal lato settentrionale che è tagliato ripido; il pendio fa scendere l'aqua verso la marina; però sulla sommità l'aqua facilmente è sorpresa: si avevano pozzi antichi sulla sommità del Castello e del Duomo.

L'aqua corre anche sulle devessità del filone del Farneto seguendo le stesse leggi, scendendo nella Val di Rozzol in direzione di gettarsi verso la base del filare dei Plagi, e del Castello, costretta dall'ostacolo di questi a piegare lungo questo filare.

Eguale legge segue il filone da Cologna a Scolcola, e così l'altro esterno di Terstenico.

Dalli quali fenomeni sembra potersi dedurre che nella convessità delle Valli, l'aqua precipua scenda verso mezzogiorno, concentrandosi in maggiori filoni parallelli al corso dei fiumi soprasuolo, Timavo e Risano.

Nell'nterno delle valli si formano i compluvi delle aque latenti e lo sprigionamento di queste. Nella Valle di Moccò vi è l'aqua dell'antico Aquedotto; nella Valle di Rozzol si conserva il nome delle Sette Fontane; nella Val S. Giovanni, la fontana che alimenta l'Aquedotto Teresiano; nella Val secondaria, era la sorgente di Aquedotto romano; in queste tre Valli i Romani costruirono gli Aquedotti. Nella Val di Rojano scorre quell'aqua che fu condotta entro il Lazaretto S. Teresa.

Maggiore fama sopra tutte queste Valli si ebbe quella di S. Giovanni; dura tradizione ripetuta per le stampe che in quella avessero i Romani sbarrate le aque per raccoglierle a lago da Naumachie, quasi mancasse il mare a darle, narrarono di fiume, di porte di ferro per chiuderlo, derise, perchè comprese alla lettera. Quella che dai vecchi fu creduta sbarra è muro di costruzione di strada romana, ivi il terreno è naturalmente alzato, ma poco all'ingiù ove si scavò pubblico pozzo in margine al torrente, l'altezza giunge appena a 48 piedi lo scavo appunto di tanti e più piedi fu attraverso di ghiaia bianca

grossa e di sabbia; allorquando fu scavato il Fontanone Porcia che sta per 30 piedi sopra il mare, ed cui fondo è sotto il mare, fu scavato in ghiara bianca di fiume; di altri scavi nel bacino dell'odierno passeggio dell'Aquedotto ci fu detto di masse enormi di ghiara bianca calcare, di sabbia, testimonianze di fiume corsovi altravolta, fiume di aqua ed indole ben diversa dal torrente che vi corre e che nè per l'impeto nè per la brevità giunge a rotondare i ciottoli. l'aqua corre attraverso la ghiarra, non da vene imprigionate fra li strati di arenaria. Quella valle ancor depressa era libera altrevolte, il mare si avanzava cu molto, colmato dalle ghiaje. Di secoli anteriori al 1300 abbiamo testimonianze che il mare

giungesse alla Caserma maggiore, così che allora non potevasi da Romagna passare diritto al Corso. La fontana di S. Niceforo era in riva al mare; il mare giungeva fino dietro la Chiesa di S. Antonio, e ci fu detto che si abbiano vedute testimonianze nella piazza delle legne e presso all'Ospitale, ma non ne abbiamo certezza, e crediamo avere prove in contrario. Certo che le aque di tutta la cittanova, dalla piazza delle legna in giù, vengono dalla valle di S. Giovanni. Li quali fenomeni fanno credere che le porte di ferro non sieno una fiaba, ma nascondano la tradizione di un emissario, or otturato, del Timavo.

La fontana di S. Niceforo era un naturale sprigionamento di sorgiva sotto il livello del mare, la venerazione al Santo Vescovo di Pedena, l'attribuiva a lui, del pari che le sorgenti del Quieto: culto attribuito a miracolo. Anche i Cristiani solevano collocare chiese di Santi alle sorgenti benefiche; l'aqua di Bagnoli, l'aqua del Risano, hanno alle sorgenti, chiese in onore di S. Maria, al Timavo e presso Trieste chiese in onore di S. Giovanni; allo sprofondamento di aque nella Karsia ed intorno a Lubiana chiese in onore di S. Canciano.

l'aqua di S. Niceforo viene dalla Valle di S. Giovanni; da S. Niceforo passa al fu Lavatoio alla piazza della Dogana al fu Navale Panfili; da S. Niceforo alla chiesa di S. Antonio Casa Hierschl e sono queste le vene più grosse.

Anche la Valle di Rozzol ha traccie di arene bianche, non però di ghiara bianca.

L'Aqua alle prigioni civili e politiche viene dalla devessità del filone del Campomarzo, così quella del Pozzo bianco e del Pozzo del mare, ma tutte hanno nel volgere dei secoli scemato per cause che l'interno del Carso nasconde e che in futuro potranno ancor agire. Imperciocché il livello del Timavo è noto nel suo stato di massima magra, cioè 60 piedi sul mare; in istato di colmata, l'aqua sale fino a 600 piedi sopra il mare, riempiendo quei serbatoi che alimentano le sorgenti che vediamo durevoli a 300 piedi sul mare, e quelle che altre volte erano, le sette Fontane, pure a poco meno di altezza.

In nessuna parte intorno Trieste si è toccato la calcare oltre l'arenaria: il fondo della Valle di S. Giovanni sotto le ghiarre è di arenaria. Fu tastato il terreno cominciando a 60 piedi sopra il mare, 140 piedi più basso durava ancor l'arenaria; all'Ospitale pure 60 piedi sopra il mare, l'arenaria durava ancora 240 piedi, ma l'Ospitale appartiene al bacino di Rozzol.

Non sappiamo che nel mare dinanzi a Trieste siasi toccata la calcare; nella direzione della Valle di S. Giovanni il Mare è già profondo 40 piedi a sole 200 tese di distanza dall'odierna ripa.

[27] Lungo il filone di Antignano corre aqua; di cui parte si sprigiona presso Muggia, il grosso si scarica sotto il mare all'estrema punta dal lato verso mezzogiorno in fossa tenuta netta dall'impeto dell'aqua sgorgante.

Di un pozzo, di quello al nuovo convento dei Cappuccini terremo breve parola. La bocca è 197 piedi sopra il mare: a 90 piedi dopo forato strato di pietra arenaria grosso tre piedi, l'aqua spruzzò in salita di 40 piedi; forse raccolta in tubo verrebbe all'orifizio del pozzo.

Mentre durava il sistema dei pozzi, la Municipalità del 1849 ripigliava uno dei tanti progetti discussi mentre era al governo del Litorale il Conte Stadion quello al quale più inchinavano le opinioni del Timavo interno sorpreso sotto il villaggio di Trebiciano presso al confine del territorio verso Sesana; pur non ne venne a capo, per l'insorgenza di altro dei progetti vecchi, la conduttura cioè di aqua che al confine di Duino verso Trieste sgorgava al mare; fenomeno frequentissimo su tutta la spiaggia istriana, progetto scartato perchè troppo bassa la sorgiva. La necessità di aqua per la Ferrata, fe' volgere il pensiero a questa sorgiva, dacchè mancarono i tentativi di pozzi sul Carso, volendo alzata l'aqua fino all'altezza del Carso, per poi condurla lungo la Ferrata medesima, da un lato verso il Carso per la prossima stazione, dall'altro fino al Capo Via ed alla Città. L'Impresa fu assunta da Società per Azioni, alla quale prese parte anche il Comune di Trieste.

L'Aquedotto sarebbe stato utilizzato dalla Società per certo numero determinato di anni, coll'utile si sarebbe pagata la Società di capitale e lucri; la proprietà sarebbe rimasta in società all'Erario ed al Comune, non all'Erario dello Stato dacchè lo Stato da lunghi anni s' era esonerato dal fornire aqua potabile alle città tutte, ponendola nella categoria del debito di Comune; l'Erario della Strada Ferrata si era il comproprietario, e pensiamo lo sia ancora, ancorchè utente sia oggi di privata Società per lunghissimo tempo.

Apposito Statuto, approvato dal Governo imperiale regola le corse interne della Società e gli obblighi verso il Comune e verso l'Erario; altra convenzione è passata fra Comune e Società.

Registriamo lo Statuto della Società, ed il Componimento fra questa e Comune.

Quanto al Gius che regola il servizio dell'Aquedotto per il Comune di Trieste, è il gius amministrativo, dacchè iu caso avvenuto fu applicato. Quanto ai Pozzi e Fontanoni di pubblico uso, e che veramente sono di pubblico servizio, niun altro gius che il Civile privato viene adottato, il quale poi segue le ragioni geometriche di proprietà, quelle che autorizzano a tagliare le radici ed i rami dell'albero altrui che entrano nel proprio fondo. Così delle vene d' aqua, la giurisprudenza adottata ritiene lecito il tagliarla togliendola al prossimano, o di fare altre opere qualsiansi che ne tolgano o difficultino l'uso, ove patti privati non provvedano al contrario. Nessuna legge, per quanto sia giunto a nostra notizia, pone sotto pubbliche discipline, la scavazione di pozzi, se non fosse per sicurezza personale o reale, come di altra qualsiasi costruzione.

K.

Statuti della Società per l'Acquedotto Aurisina.

  1. Viene fondata in questa città una Società anonima mediante azioni, la quale sulle basi essenziali dei decreti dell'Eccelso i. r. Mininistero del Commercio di data 15 Maggio 1853 N. 3761, e dell'Eccelso Ministero dell'Interno dd. 7 febbraro e 22 marzo 1855 N. 2207-155 — 5116-378 avrà ad iscopo la conduttura, ed utilizzazione economica dell'acqua sorgente a marina dal monte di Àurisina, per servizio tanto della Ferrata, che della città di Trieste, mediante meccanismi mossi da vapore che la alzino, e mediante conduttori la deducano alle stazioni prossime della Ferrata, ed alla città di Trieste.
  2. Questa associazione col nome di Società et Acquedotto Aurisina, sarà duratura per anni 50 dall'apertura dell'acquedotto, ed avrà un capitale di fiorini seicentosessantamila raffigurato da 660 azioni ciascheduna dell'ammontare di fiorini Mille.
         La Società però s'intenderà costituita e darà principio all'opera quando siano assunte azioni 450 corrispondenti al capitale di f. 450,000. Siccome poi in precedenza il capitale era stato diviso in 120 quote da f. 3000 l'una, e queste quote erano anche state impegnativamente sottoscritte; quindi è che per ogni quota erano anche state impegnativamente sottoscritte; quindi è che per ogni quota di f. 3000 verranno a' rispettivi soscriventi rilasciate tre azioni da f. 1000 l'una. [28]
  3. Il capitale delle azioni, del quale tanno parte i f. 100 per ogni quota di f. 3000 già erogati ad iscopo dei preventivi studii, ed esperimenti, dovrò essere versato nella Cassa della Società a ricerca della Direzione in quelle rate e termini, che da essa saranno prefissi, e notificati con apposite circolare ad ogni azionista, almeno 15 giorni prima di quella destinata all'effettivo versamento. In caso di remora, che oltrepassi le quattro settimane, la Direzione è autorizzata di vendere ad altri al prezzo che essa crederà accettevole le azioni morose e rispettivi certificati interinali, a tutto rischio e spese dei rispettivi possessori che con ciò decadono della Società.
         Le somme ritraibili dalla cessione delle azioni vengono restituite all'anteriore possessore, meno le spese di cessione.
  4. Le cartelle di azioni vengono emesse, e rilasciate a capitale intieramente versato. Fino a che segua ciò, viene rilasciata ricevuta interinale: Sui singoli versamenti ha luogo a datare dal giorno dei medesimi la corresponsione dell'interesse in ragione del 5 per cento all'anno.
  5. Qualora i f. 660,000 — preliminati all'articolo 2.do dovessero apparire insufficienti al bisogno, la Direzione, previo consenso del congresso Generale, ed approvazione delle competenti Autorità, è abilitata sì ad emettere nuove azioni, che ad incontrare mutui passivi, i quali però non potranno nel loro complesso mai superare la metà del capitale in danaro corrispondente alle azioni effettivamente emesse ed assunte.
         Nell'atto stesso di chiedere l'autorizzazione a passiva operazione di prestito, la Direzione propone, ed il Congresso determina il modo, tempo, e piano d' ammortizzazione del debito.
         Però gli azionisti non rispondono per verun caso al di là dell'ammontare delle azioni da essi rispettivamente assunte.
  6. La Società è rappresentata da una Direzione composta da un Preside e cinque Direttori, quello e questi eletti dal Consiglio d'Amministrazione dal proprio seno.
         Il Preside nomina di volta in volta fra i Direttori un suo sostituto che lo supplisce in caso d'impedimento, e di assenza. Egli distribuisce le diverse ispezioni fra i membri della Direzione in quella conformità, che giudica più adatta.
  7. È di spettanza della Direzione di allestire i piani e preventivi per l'effettuazione della conduttura d' acqua, ed ottenuto che ne abbia l'assentimento del Consiglio di Amministrazione, di sottoporli alle competenti Autorità, e di portarli ad esecuzione.
         Quali basi ferme di quest' esecuzione si ritengono le seguenti:
         a) Che la sorgente, dalla quale viene dedotta l'acqua alla città di Trieste sia, e rimanga proprietà delle ferrovie erariali. L'ammministrazione di queste concede però alla Società senza alcun buonifico per l'epoca di 50 anni decombili dall'attivazione dell'acquedotto il godimento dell'acqua estraibile dalla sorgente, in quanto dessa non è necessaria nelle proporzioni, che si diranno in appresso, all'esercizio della ferrata.
         b) Che la Società dovrà innanzi tutto fornire alle stazioni della ferrovia in, e presso Trieste per i bisogni dell'esercizio e per l'uso del personale addetto alle medesime 10,000 piedi cubi d'acqua al giorno, restando libero alla Amministrazione delle strade ferrate erariali di chiederne in ogni tempo l'aumento sino 20,000 piedi cubi, in modo che soltanto dopo coperti sino a questo limite i bisogni della ferrata possa la Società disporre nel maggior quantitativo d' acqua, che fosse per estrarre.
         c) Che l'i. r. Erario per le strade ferrate retribuisca alla Società pei sopradetti 10,000 piedi cubi d'acqua al giorno f. 10,000 all'anno in rate trimestrali postecipate di f. 2,500 l'una, e così per l'eventuale aumento sino al massimo di 20,000 piedi cubi un fiorino all'anno per ogni piede cubo d'acqua al giorno.
         Se poi l'Erario abbisognasse di un quantitativo ancor maggiore, in tale caso dovrà procedere a nuove intelligenze colla Società, onde questa possa provvedere l'opportuno nel tempo e al prezzo da convenirsi. [29]
     
       
    d) Che l'i. r. Erario per le strade ferrate sarà tenuto a ricevere dalla Società per tutta l'epoca della concessione il sopradetto quantitativo minimo di 10,000 piedi cubi d'acqua al giorno verso il relativo compenso di f. 10,000 all'anno.
         e) Che la Società pria di procedere all'esecuzione dell'opera è tenuta di sottoporre all'approvazione dell'Eccelso Ministero del Commercio il piano di dettaglio dell'acquedotto a costituirsi coi relativi disegni, e preventivi di spesa.
         f) Che le opere di fabbrica necessarie alla conduttura d'acqua nel corpo della Ferrata verranno dall'Eccelso Erario allestite a sue spese, riuscendo poi la successiva ordinaria loro conservazione a carico della Società.
         g) Che la conduttura d'acqua, almeno per quanto concerne il quantitativo da fornirsi alla Ferrata, debba essere allestita pronta a cotale somministrazione già nell'autunno del 1856 epoca per la quale è pronunziato volere di S.M.I.R.A. che segua l'apertura della strada ferrata da qui a Lubiana.
         h) Che dopo trascorsi i 50 anni dall'apertura dell'acquedotto, accordati alla Società per l'esercizio e godimento della sorgente in discorso, la conduttura con tutte le appartenenze di edifizj, macchine, utensili ec. necessarj agii usi pubblici e comunali passi nell'indivisa proprietà dello Stato e del Comune di Trieste, i quali poscia stringeranno particolare accordo fra loro per la futura conservazione e godimento di questo acquedotto.
         i) Che a preservazione degli interessi della Ferrovia erariale un Commissario dell'Amministrazione dello Stato assista, ogni qualvolta il ritenga opportuno, alle sedute della Direzione, e del Consiglio d' Amministrazione onde accertarsi che la Società adempia i suoi doveri verso l'Erario della Ferrata e non prenda disposizioni ad esso pregiudicevoli.
         Questo rappresentante avrà perciò il diritto di sospendere deliberazioni eventualmente nocive all'Erario della Ferrovia, nel qual caso l'oggetto deve sottoporsi alla decisione dell'Eccelso i. r. Ministero del Commercio.
         k) Che approvato definitivamente il presente Statuto, la Società per organo della Direzione stipoli sulle basi qui dinotate coll'Amministrazione erariale delle strade ferrate formale contratto in iscritto sopra i reciproci diritti ed obbligazioni riguardo all'acquedotto in discorso, e riguardo al compenso da corrispondersi.
         I) Che nella Società sia diritto di chiedere dalle competenti Autorità l'espropriazione temporaria, e definitiva di realità private, che le fossero necessarie per la conduttura d'acqua ed opere relative verso il compenso previsto dal § 365 del Codice Civile.
         m) Che dopo fornito il quantitativo d'acqua occorrente al Ferroviario, la Società fornisca al Comune dai tubi principali, in quei punti della città che verranno fissati di comune accordo, il quantitativo fisso di 15,000 piedi cubi d'acqua al giorno, pei quali il Comune dovrà per tutta l'epoca della concessione retribuire il compenso di f. 15,000 all'anno pagabile di trimestre in trimestre postecipatamente.
         Questo prezzo verrà però accresciuto in quella proporzione, che riferibilmente ai 15,000 piedi cubi la rappresentanza stessa del Comune riterrà equitativa pel caso, che dall'esercizio dell'acquedotto dietro i regolari bilanci non risultassero coperte le spese e gl'interessi del capitale delle azioni. Anche col Comune si stipulerà convenzione in iscritto analoga alle intelligenze precorse col medesimo.
         n) Che il di più dell'acqua ricavabile dalla sorgente, dopo somministrate alla Ferrata ed alla città le quantità sopradette, sia a godimento e profitto della Società per l'epoca di 50 anni decombili dal giorno dell'apertura dell'acquedotto,
         o) Che durante questi 50 anni sia concessa alla Società l'esclusiva della vendita di acqua dolce per qualunque uso a portata del nuovo acquedotto, restando però in facoltà del Comune d'imprendere anche durante quest'epoca opere tendenti a migliorare od aumentare in altra guisa i provvedimenti d'acqua a pubblico uso. [30]
      
     
    p) Che anche al di là dei 50 anni i contratti in corso conchiusi dalla Società debbano essere rispettati, purchè la loro stipolazione avvenga in base a preventiva autorizzazione dell'Amministrazione dello Stato e di quella del Comune.
         q) Che la Società abbia diritto di applicare i tubi di conduttura nelle vie urbane della città, ed adiacenti territoriali coll'obbligo del ristauro delle vie, o del lastrico.
  8. [no # 8 entry]
  9. È di attribuzione della Direzione tutta la parte esecutiva, tanto la virtuale che la materiale, tanto preparatoria, che definitiva entro i limiti dello Statuto. Essa firma e rilascia le azioni, ed i certificati interinali, pianta ed organizza il suo ufficio, detta Regolamenti per le sue sezioni, ed organi esecutivi, conferisce impieghi, assegna paghe ed onorarj, dimette impiegati, incassa ed amministra i fondi e proventi sociali, investe quelli che sono disponibili in cambiali aventi almeno due solide firme, i rendiconti e bilanci, rappresenta la Società dinanzi alle Autorità, ed in tutti i di lei contatti esterni, e riceve col mezzo del Presidente o suo sostituto le intimazioni officiose, segnatamente le giudiziali.
  10. La Direzione, previa approvazione del Consiglio d'Amministrazione, stipola contratti coll'Amministrazione dello Stato, e col Comune, e fissa le tariffe per l'acqua da vendersi ai privati.

  11. Gli atti della Società per essere validi in faccia a terzi devono essere muniti della firma del Preside o suo sostituto, e di due altri membri della Direzione.
  12. La Direzione si riunisce in seduta ad invito del Preside.
         Le di lei sedute sono legali coll'intervento di tre membri compreso il Preside o suo sostituto.
         Le deliberazioni si prendono a maggioranza assoluta di voti. In caso di parità prevale la deliberazione, alla quale si proferisce il Presidente. Se però il Preside non fosse d'accordo colle deliberazioni delia maggioranza della Direzione nelle quali non siano concorsi quattro voti potrà sospenderne l'esecuzione, e portare l'oggetto alla decisione del Consiglio d'Amministrazione. I protocolli sono firmati dal Preside, e da uno dei Direttori presenti. Anche il Comune avrà diritto di nominare un suo delegato presso la Direzione, onde avvisi all'osservanza di quanto esigono i pubblici riguardi della città, facendo al caso i suoi rapporti, e provocando ove spetta le opportune deliberazioni.
         Questo Delegato però non ha voto.
  13. Il Consiglio di Amministrazione si compone di 20 membri eleggibili dal Congresso generale della Società fra i possessori di almeno tre azioni.
  14. Spetta al Consiglio di nominare dal proprio grembo il Preside e i Direttori, di ratificare progetti e piani per le opere da eseguirsi, di autorizzare le convenzioni da stipularsi collo Stato e col Comune, le tariffe per la fornitura d'acqua ai privati, approvare i bilanci e risolvere sopra tutti quegli oggetti, che gli vengono sottoposti dalla Direzione, o dal Preside.
  15. Il Preside della Direzione è anche Preside del Consiglio.
         Il Consiglio si convoca ad invito del Preside o del suo sostituto.
         Le sue sedute sono legali allorchè v'intervengono almeno 10 membri oltre il Preside.
  16. Le deliberazioni hanno luogo a maggioranza assoluta di voti.
         Alla votazione prendon parte con voto individuale anche i membri della Direzione. In caso di parità di voti il Preside dirime.
         Nelle radunanze il Preside propone personalmente, o mediante suo delegato scelto fra i Direttori gli argomenti da trattarsi, e spetta a lui di determinare, se le mozioni fatte da altri membri possano essere ventilate nella stessa seduta nella quale vengono fatte o debbono essere rimesse alla seduta successiva.
         Il protocollo è firmato dal Preside, e da due membri del Consiglio intervenienti alla seduta.
  17. I membri del Consiglio d'Amministrazione vengono eletti dal Congresso Generale degli azionisti a maggioranza anche relativa di voti. [31]
        
    Tanto essi come il Presidente, e i Direttori stanno in carica per tre anni, scorsi i quali si procede a nuove elezioni. I membri cessanti sono rieleggibili, soltanto il primo Preside e Direttori che verranno nominati dopo la definitiva approvazione del presente statuto stanno in funzione per anni cinque, onde abbiano l'aggevolezza di condurre l'intrapresa ad esecuzione, e di organizzarne l'esercizio.
  18. Il Congresso generale deve esser di regola convocato ogni anno per ricevere comunicazione, durante l'opera, dei lavori fatti, ed in seguito dei bilanci che verranno formati dalla Direzione, ed approvati dal Consiglio di Amministrazione, nel quale incontro gli verrà anche dato ragguaglio delio Stato, e dei progressi dell'intrapresa.
  19. La convocazione del Congresso avviene per cura della Direzione, il cui Preside presiede eziandio alle radunanze del Congresso.
  20. Le sedute di questo sono valide quando, previo invito degli azionisti da inserirsi almeno 14 giorni prima nella Gazzetta officiale di Trieste, vi siano rappresentate 123 azioni.
         Sino al totale versamento dei Capitale, e riguardo alla capacità di votare normeggiata dal numero delle azioni, i certificati interinali tengono il luogo delle azioni stesse.
         Delle sedute del Congresso Generale, e delle prese deliberazioni vien tenuto un protocollo, che sarà di tutta regolarità quando sia rivestito della firma del Preside o suo sostituto, e di quella di quattro fra gli intervenuti azionisti che siano membri della Direzione. Il Preside può convocare il Congresso anche a sedute straordinarie ogni qualvolta il creda opportuno.
         La convocazione è di necessità quando sia statuita o dalla Direzione o dal Consiglio d' Amministrazione.
  21. Nelle sedute del Congresso tre azioni dànno diritto ad un voto solo; le deliberazioni si prendono a maggioranza assoluta di voti.
  22. I possessori d'azioni possono essere rappresentati nei Congressi da procuratori eletti fra il consorzio degli azionisti. — Un solo individuo non può esercitare più di 2 voti compresi i propri.
  23. Sino a che non siano compiti i versamenti delle azioni non può aver luogo la vendita o cessione delle medesime, che col consenso della Direzione. Sino al riconoscimento del nuovo, il primitivo possessore dell'azione resta investito dei relativi diritti ed obblighi.
         L'emissione, e gli effetti dei certificati interinali, e delle azioni sono subordinate alle prescrizioni del § 12 della vigente legge sulle associazioni.
  24. I redditi della conduttura d'acqua verranno pria di tutto applicati alle spese di esercizio, di conservazione, al pagamento d'interessi, ed alla progressiva estinzione di eventuali passivi al fondo d'ammortizzazione dell'un per cento, e poscia alla corresponsione d'interessi sul capitale versato delle azioni.
         Sopra il residuo degli utili si assegna alla Direzione in compenso delle di lei cure 12 per cento, che verrà diviso fra il Preside e i Direttori in eguali porzioni con due per cento per ciascuno.
         Altro due per cento si rimette alla Direzione, onde lo distribuisca fra l'impiegati e lavoratori dell'impresa nelle proporzioni a lei ben parse.
         Con un altro dieci per cento si costituise un fondo speciale di riserva per far fronte al eventuali spese straordinarie, e del sopravanzo il Congresso dispone di dieci in dieci fini. [parola troncata]
        
    Il rimanente settantasei per cento viene diviso fra gli azionisti in proporzione delle loro azioni di anno in anno. Anche di questi percetti utili non può esser per nessun evento rimandata ad essi la restituzione.
  25. Per modificare i presenti Statuti occorre una deliberazione presa dal Congresso generale alla maggioranza di due terzi dei voti degli azionisti presenti, e l'approvazione delle competenti Superiorità. [32]
        
    Però nemmeno il Congresso Generale ha facoltà di alterare le basi fondamentali circa la non responsabilità degli azionisti al di là dell'ammontare delle azioni, ed il non obbligo della restituzione degli interessi ed utili percepiti.
  26. Eentuali dissidenze fra la Società, e i singoli azionisti vengono sciolte mediante arbitraggio.
         Ciascheduna parte elegge un giudice arbitro, e se i due eletti non vanno d' accordo nominan essi il terzo.
         La decisione dei due primi arbitri se concordi, o del terzo pel caso di discrepanza fra loro sarà inappellabile, nè vi avrà luogo a reclamo in contrario.
         Se una parte a diffida dell'altra si rifiuta di nominare l'uno dei giudici arbitri, la nomina di esso, sopra reclamo viene fatta dal Tribunale.

Disposizioni transitorie.

  1. I presenti capitoli Statutarj diverranno obbligatorj quando saranno premuniti della superiore definitiva approvazione in consentaneità alla vigenti leggi sulle associazioni.
  2. L'attuale provvisoria Direzione viene autorizzata di fare, ove spetta, i passi opportuni per ottenere questa definitiva approvazione.
         E se per riguardi pubblici non toccanti gli interessi economici della Società si esigessero nelle norme premesse degli eventuali ulteriori cambiamenti, modificazioni, ed aggiunte, viene la Direzione stessa autorizzata ad acconsentirvi operativamente per l'intiero consorzio.
  3. Anche in pendenza della definitiva approvazione dello Statuto la Direzione provvisoria è abilitata ad allestire i piani e scandagli delle opere da eseguirsi, sottoporli, previa la loro approvazione da parte del Comitato, all'Eccelso Ministero, acquistare coll''adesione del Comitato, terreni privati occorrevoli all'impianto dell'Edifizio principale, concertare preliminarmente coll'amministrazione dello Stato, e col Comune i contratti da conchiudersi dopo attivata la Società sulle basi sovràesposte, richiamare in pendenza di approvazione dai primitivi soscrittori delle quote di f. 3000 un ulterior versamento sino al limite del 10% compresivi i già versati f. 100 per ogni quota. Viene finalmente la Direzione provvisoria autorizzata a rilasciare a nome del consorzio una dichiarazione legale all'I. R. Amministrazione delle Strade ferrate, in cui a nome del Consorzio s'impegna ed obbliga di allestire già per l'autunno dell'anno prossimo 1856 tutte le opere occorrevoli per fornire l'acqua alla ferrata nelle misure sudinotate.
  4. Impartita che sia la definitiva approvazione delio Statuto la Direzione provvisoria lo notifica ai soscrittori delle 120 quote di f. 3000 l'una che vi si sono sottomessi, rilascia ad essia i certificati interinali per le rispettive azioni e versamenti, e poi li convoca mediante Circolare al primo Generale Congresso, nel quale si osserverà quanto è disposto agli articoli 17, 20, 21, e 22, dello Statuto. [33]

Trieste il dì 29 Ottobre 1861.

Componimento fra Comune e Società dell'Acquedotto per la fornitura dell'acqua al pubblico uso.

Nelle stanse di uffizo del Sig. Podestà assistito dal Sig. primo Vice-Presidente Costantino Dr. Cumano e dal Consigliere municipale Sig. Felice Machlig.

Intervenuti

Pel Magistrato civico

il Sig. assessore Francesco Wallop l'attuario Sig. Ferdinando Comelli.

Per la società privata dell'Acquedotto d'Aurisina il sig. G. B. Dr. de Scrinzi Cav. di Monte Croce, Preside della Società medesima, ed i due Direttori Signori Daniele Caroli ed Antonio Martin, muniti di pieni poteri da parte della Società stessa con atto 16 Febbraro 1861 che viene esibito e del quale si trattiene copia autentica.

Il Procuratore civico, in esercizio di sue incombenze.

Il Sig. Podestà annuncia di avere convocato d'innanzi a sè i suddetti Signori, ciascuno per la parte che lo riguarda e nell'esercizio delle rispettive mansioni di cadauno, per recare a terminazione le attitazioni circa l'acqua che la Società "Aurisina", è per fornire ad uso pubblico degli abitanti di questa città, ed in altre contingenze di pubblico servizio secondo che è stato preliminato negli atti finora precorsi.

In merito a che il Podestà dichiara che la partecipazione del Comune di Trieste alla formazione del capitale primitivo della Società con f. 60,000, ora ridotto a f. 33,000 V. A. in sessanta azioni, rimane affatto straniera alle odierne pertrattazioni ed illesa dacchè questa partecipazione mediante 60 azioni, è meramente privata e regolata dal gius civile e dallo statuto della Società, approvato dall'Ecc. i. r. Ministero dell'interno il dì 4 Ottobre 1855 N. 22029-1717.

Che del pari rimane straniero all'odierna concertazione ed illeso il diritto di reversibilità dell'acquedotto "Aurisina" con tutte le appartenenze di edifizi, macchine, utensili necessari agli usi pubblici e comunali, al Comune di Trieste per una metà in comunione all'i, r. Erario, cui è riversibile l'altra metà, ambedue metà a parti virtuali; riversibilità ch'è retta dalle concessioni Ministeriali in proposito, e della quale si occupa apposito paragrafo dello statato della Società "Aurisina" che porta il numero 8 (otto) lettera A, reversibilità che si verifica dopo il decorso di 50 anni dal dì dell'attività dell'acquedotto medesimo, che fu il di 13 Marzo 1859.

Che l'odierna concertazione riguarda unicamente la fornitura d'acqua alle fontane pubbliche e ad altri usi pubblici comunali pel triennio del 1. Gennaio 1861 a tutto Dicembre 1863.

[34] Premesse le quali cose, e dietro le concertazioni passate colla Società "Aurisina" recapitolate nella Nota del Magistrato civico 5 Gennaio 1861 N. 13854 e nella Nota della Società dell'acquedotto "Aurisina", 18 marzo 1861 N. 128.

La disposizione compresa nel verso segnato colla lettera m dell'articolo 8.° dello Statuto della Società dell'Acquedotto "Aurisina" espressa nelle parole:

m. "Che dopo fornito il quantitativo d'acqua occorrente al Ferroviario, la Società fornisca al Comune dai tubi principali, in quei punti della città che verranno fissati di comune accordo, il quantitativo fisso di 15,000 piedi cubi d'acqua al giorno, pei quali il Comune dovrà per tutta l'epoca della concessione retribuire il compenso di f. 15,000 all'anno pagabile di trimestre in trimestre, postecipatamente.
  Questo prezzo verrà però accresciuto in quella proporzione, che riferibilmente ai 15,000 piedi cubi la rappresentanza stessa del Comune riterrà equitativa al caso che dall'esercizio dell'acquedotto dietro i regolari bilanci non risultassero coperte le spese e gl'interessi del capitale delle azioni. Anche col Comune si stipulerà convenzione in iscritto analoga alle intelligenze precorse col medesimo."
Deve d'ora inanzi e per tutta la durata dei 50 anni della concessione cessare affatto nel suo effetto e riguardarsi come se non fosse mai stata inserita nello statuto. Conseguentemente il prezzo dell'acqua da fornirsi dalla Società alle fontane pubbliche, sarà da stabilirsi in via di speciali accordi fra quest'ultima ed il Comune.

Questo prezzo tanto per l'acqua fornita in passato come per quella a fornirsi durante il triennio del 1. Gennaio 1861 a tutto Dicembre 1863 viene concordemente fissato a f. 2 80 (fiorini due e soldi ottanta) per ogni trecento sessantacinque piedi cubi (365 p. c.) austriaci d' acqua fornita.

E siccome nella succitata Nota 5 Gennaio 1861 N. 13859, il Comune aveva posto a condizione che entro l'estate dell'anno 1861 venisse ampliate la conduttura per alimentazione ad uso del pubblico di tre nuove fontane, l'una nei Rione di S. Giacomo, la seconda alla facciata laterale dell'Ospitale generale che riferisce in contrada del Boschetto, la terza nell'androna del macello vecchio, così si dichiara che la Società ha già dato adempimento a questa condizione, trovandosi la conduttura per le tre fontane già allestita sino ai punti d' accordo fissati.

È in facoltà del Comune di decretare entro il triennio anche altre pubbliche fontane nei punti che lungo la linea esistente dei tubi principali gli sarebbe per indicare, ove venissero richieste dalle necessità del pubblico servizio, fermo sempre, che il Comune non farà spreco di pubbliche fontane, nè andrà al di là del reale bisogno della popolazione.

L'acqua dovrà essere fornita costantemente (salvi casi fortuiti d'interruzione) nella quantità che sarà richiesta dal Comune, e la Società si adoprerà per quanto stà in lei onde la stessa corra potabile e limpida, mentre il Comune d'altra parte non concederà che se ne faccia deviazione ad abitazioni od opifizi, nè tollererà che dai tubi conduttori si faccia clandestina sottrazione d'acqua. La quantità d'acqua scorrente dagli emissari applicati a ciascuna delle pubbliche fontane verrà eretta mediante calcolatori, ed il prezzo ne verrà pagato alla Società di trimestre in trimestre postecipatamente.

Avvenendo che per imperioso bisogno in caso d'incendio occorresse prendersi dell'acqua dalla conduttura della Società, la quantità adoperata sarà rilevata dall'edifizio edile d'accordo coll'uffizio tecnico della Società, e dato indennizzo secondo calcolazione di questo uffizio.

Compiuto il periodo triennale continuerà il concordio presente per altro triennio ove dall'una o dall'altra parte non venga rinunciato, per atto scritto, prodotto 90 giorni prima del cessare del triennio. Alle quali cose tanto il Comune, quanto la Società, dichiarano di acconsentire accettandole reciprocamente in tutto e per tutto, e dichiarando di voler confor-marvisi, promettendo l'adempimento.

[35] Dietro alle quali dichiarazioni il Podestà accolse le firme degli intervenuti.

CONTI Podestà.

Cumano Vice-Presidente.   G. B. Cav. Scrinzi di Montecroce
Felice Machlig Consigliere municip..   Preside.
    Daniele Caroli
    Ant. Martin.
  Fr. Wallop Assessore.  
    Coraelli Attuario.

Ed io Dr. P. K. Procuratore civico d'incarico del magnifico Sig. Podestà, fungendo il mio uffizio, ho rogato l'atto presente per mano dell'attuario, accogliendo le firme delle persone intervenute, tutte a me note, ed in comprovazione segui il presente apponendovi il suggello del Magistrato civico.

(L. S.) Dr. P. Kandler Procuratore civico.


bbiamo raccolto da discorso tenuto dall'Ingegnere Sforzi nel di 24 Marzo 1861, sulla scoperta del Timavo nella Caverna di Trebich quanto qui registriamo:

Nelle vicinanze di Orleg udivasi un rumore cupo come di grosso volume di aque scorrenti sotto ai piedi degli astanti fino a produrre un traballamene del suolo e contemporaneamente veniva espulsa dai crepacci dei massi vicini una fortissima corrente d'aria. Altrove apparivano improvvisamente delle aque eruttate dal terreno che allagavano per disperdersi nelle prossime fessure, come nel 1844 al mezzogiorno del 10 febbraio successe nella depressione d'una vallicola in vicinanza della via comunale presso Repentabor. Questo ed altre particolarità raffermò la credenza in quei territoriali che nella situazioni indicate dovessero defluire le aque del fiume Recca a pochi piedi sotto la superficie e quindi il desiderio o la curiosità di rinvenirle, di utilizzarle. Il primo che volle farne degli esperimenti si fa certo Matteo Bilz che nel 1819 prescelse una situazione non discosta da Orleg dove si manifestavano tatti gli indizj mentovati e qui preso domicilio stabile, sopra fondo privato intraprendeva degli scavi, scopriva delle caverne, dei precipizj che francava successivamente fino a considerevoli profondità sotto terra e finchè esausto di mezzi pecuniarii, combattuto dal proprietario del fondo, bersagliato dai creditori, dovette abbandonare quest'impresa che poi nel 1841 ripresa dal decesso montanistico Carlo Lindner, in sito più prossimo a Trieste, con mezzi assai limitati, fu portata al suo fine colla scoperta del fiume dopo un anno di perseveranza e di coraggio.

Lindner pertanto sullo spirare del 1839 e durante il 1840 fecesi a studiare gli avvallamenti del carso da S. Canziano ove spariscono le aque del fiume Recca, in tutta l'estensione dell'altipiano. Fece molte osservazioni e rilievi sulle stratificazioni calcari, sugli squilibra atmosferici in differenti circostanze; raccolse tutte le tradizioni popolari e visitò tutti i luoghi dove gli erano indicati quei fenomeni di rumori sotterranei, di aque comparse, di nebbie od arie espulse dai fori naturali che erano indizio infallibile di vacui sotterranei; visitò e fece esplorare le grotte non ancora visitate nella direzione supposta del sotterraneo fiume, e si associò anche per un tempo il fontaniere civico S. Giacomo Svetina, dalla cui scienza sperava ottenere più sicuramente gli indizj per giungere alla scoperta di esso fiume.

Descritte le forme e dimensioni dei cunicoli e la Caverna, narrato come dalla volta di questa sino a monte di sabbia fossero 132 piedi di altezza, e dal monte di sabbia all'aqua 150 piedi, la misura dal sopraterra sino al fiume 1020 piedi, l'oratore continuava:

Ultimata ogni operazione tecnica e prima e durante l'ascesa raccolsi alquante note degli oggetti che mi si pararono innanzi e di queste dirò:

Nel sito in cui si discende coll'ultimo gradino nella gran caverna calcasi una sabbia minuta arenarea, di colore grigo-verdognolo, disseminata di molte particelle nere. Il suolo superficiale è ondulato da colline lacerate da solchi di aque irruenti ed in generale fortemente declinando verso il fiume.

Sopra queste sabbie vivono diverse specie d'insetti. Alcuni ricoperti di nera corteccia rassomigliano a piccoli scarafaggi; altri molli di corpo di colore giallo rosso a lunghi piedi tengono dell'oragno; altra specie ritrovasi della grandezza del pidocchio, di colore biancastri quasi diafano.

[36] Discendendo grado grado il piano inclinato delle sabbie, emergono dal suolo scogli caduti dalla volta della caverna, la sabbia non è più nè così continua nè di grana tanto fina, ad un certo livello vedesi una strascia isometrica di sedimenti di macerie vegetabili, piccole conchiglie lenticolari, scheggie di legnami lavorati, il tessuto dei quali è macerato a segno che si scorgono tutte le fibbre. Al tatto è spungoso e può spremersene l'aqua. In questa stratificazione si ritrovano dei vermi di diverse grandezze che hanno molta analogia coi lombrici comuni, ed una specie particolare di colore biancastro, a molte gambe, dotati di movimenti blandi.

Dopo questa stratificazione la sabbia dispare. I Massi di pietra sono predominanti, formano per così dire una barricata, un caos precipitoso sul quale si percorre con tema dalla punta d' uno scoglio sopra uno più depresso che tante volte vi bilica sotto ai piedi, e fra l'uno e l'altro scoglio tante fessure, nell'imo delle quali sono depusti ciottoli, pietrisco e gbiaja oscura, per cui accorgesi di calcare l'alveo del fiume che scorre a pochi passi.

Uno sguardo alle pareti ed alla volta che si vanno restringendo ed abbassando avverte il deambulante di stare al principio della vasta galleria d'aqua, verso la quale spiegando la voce, rìfrangesi con eco centuplicato, disperdendosi poco a poco in querulo mormorio, ed a questo per strana coincidenza seguì un rotolare di sassi spostati dalla loro inerzia che dai superstiziosi minatori fu interpretato colla presenza dei gnomi, gelosi custodi dei tesori ivi accumulati..

La spessezza della massa di 1020 p. non presenta molta diversità di materia. Essa è tutta di carbonato di calce, friabile alla superficie, di colore grigio biancastro, molto vitrea e di massa oscura nel fondo dell'ultima caverna. Fra le fessure, le grotte ed i vacui che s'incontrano, sono predominanti quelli che s'innalzano perpendicolarmente a guisa di cono dolcemente rastremato a raggiungere talvolta la considerevole altezza di 240 e più piedi, mentre le gallerie ed i piccoli ripiani si avvicinano all'orizzontale e sembrano costituire tanti filoni banchi della calcare spostati nei cataclismi avvenuti e sopra questi di regola scorgonsi decubiti d'argilla e ciò in tanta maggiore copia, quanto più si discende. È quest' argilla molle di bellissimo giallo-ocra, impalpabile e facilmente stemperabile nell'aqua e completamente. L'ordine inverso tengono le cristallizzazioni. Più abbondanti presso alla superficie diminuiscono gradatamente fino alla grande caverna dove mancano quasi del tutto.

A piccole profondità le incrostazioni calcari rivestono le pareti perpendicolari con drapperie, colonne striate e velature, pendono dalle volte in istalattiti, in diacciuoli orillandi, crescono dal suolo, in ietalammiti, tronchi fusati ed in fignre bizzarre tutte ingemmate. A maggiori profondità le cristallizzazioni non si presentano sotto quelle forme candide, ma sono impregnate da altre sostanze coloranti e piuttosto di colore disaggradevole. Di questa gradata diminuzione devesi ricercarne la causa nei processi naturali fisico-chimici e meccanici, nella luce, nel calorico e nell'elettricità che in sommo grado si trovano combinati alla superficie della terra, e che agiscono alla decomposizione lenta della materia calcare, L'aqua di pioggia che dissopra passa si satura di quelle molecole di calce che può disciorre, e che a maggiori profondità per mancanza dell'uno o l'altro degli elementi è costretta di abbandonare nuovamente e formare quei precipitati cristallini moltiplicandoli nello svolgere dei secoli e costruendo nelle vaste grotte sotterranee, delle loggie intiere di colonne bianchissime, dei veri labirinti fra i quali può talvolta perdersi la traccia del cammino preso ed errare con incalzante angoscia per rinvenirne l'ingresso. Nè dico esagerazione perchè così avvenne a due miei condiscepoli ed amici nella grotta di Markoschina presso Castelnuovo appena scoperta, saranno ormai 45 anni, i quali si avventurarono incautamente soli senza altra guida, e senza bussola. Così avvenne all'inspettore del corpo dei civici pompieri nella caverna di Bnschie non discosta da Grabrovizza che solo scalando un baratro di oltre a 400 piedi di profondità, poco mancò non rimanesse vittima della sua intrepidezza e vi trovasse la tomba del vivo; così avvenne ad ignoto individuo nel profondo della grotta di Corniale, dove si mostrano le traccie d'uno scheletro umano avvinghiato ad una colonna e con essa lapidefatto, unico esempio forse in tutto il mondo.

Riguardo alla diversità di temperatura furono fatti nel mese di Agosto del 1842 alcuni esperimenti. Il termometro segnava all'aperto 24° Reaumur, avvicinandosi al fiume scemava il grado di calore fino a 12°, quindi un abbassamento quasi repentino di 12° in un'ora di tempo impiegata nella discesa. 


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Created: Saturday, August 22, 2015; Last updated: Thursday, October 08, 2015
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