Pietro Kandler
Prominent Istrians

Li Cici [I Cici]

[Tratto da Storia cronografica di Trieste dalla sua origine sino all'anno 1695 del Canonico D. Vincenzo Scussa Triestino. Cogli Annali dal 1695 al 1848 del procuratore civico Cav. Pietro Dott. Kandler.]

Testo originale

Testo moderno

A questo nome che richiama alla memoria grassatori di strada, e bruciatori di carbone, arriccieranno le narici gli abitanti di Trieste, non così gli amatori di geografia; la quale fu sì alterata che udiamo dare il nome di Cici a quelli che non appartengono a questa tribù, e vediamo sulle carte geografiche moderne dato il nome di Cicerìa, a regione la quale nè ha diritto di portarlo, nè lo si ascriverebbe ad onore; ma tanto è, nel mondo volgare e nel mondo civile sono così marchiati, e sarebbe opera sprecata il tentar di rettificare siffatti errori. Il terreno che è abitato da Cici, non corrisponde, è assai maggiore della Ciceria geografica. Indarno si cercherebbe di venir in chiaro col sussidio dei letterati, ma non sono dessi li unici che sappiano le cose; e dalla bocca di Cicio, avanzato in età, frequentatore in sua gioventù di tutte le regioni intorno a Trieste, e di altre lontane, seppimo con nostro grande profitto, quanto qui registriamo. A sentire questo nome, che fa venire in mente rapinatori di strada, e carbonai, i triestini proveranno disgusto, ma non lo proveranno certamente gli amanti della geografia; la quale è stata così falsificata che sentiamo dare il nome di Cici a chi non appartiene a questa popolazione, e vediamo sulle moderne carte geografiche scritto il nome di Ciceria su una regione che non ha il diritto di portarlo, né penserebbe che sia un onore averlo; ma così è, fra la gente maleducata come fra la gente educata i Cici sono segnati da questa fama, e sarebbe lavoro sprecato cercare di correggere un tale errore. Il terreno abitato dai Cici in realtà non corrisponde, ma è molto più grande di quello indicato sulla carta geografica. Inutilmente si potrebbe tentare di mettere in chiaro la questione con l’aiuto degli studiosi, ma non sono loro a sapere tutto; invece dal racconto di un Cicio, già anziano, che da giovane aveva frequentato la zona intorno a Trieste ed era andato anche più lontano, abbiamo saputo con grande nostro vantaggio quanto è scritto in questo capitolo.
La Ciceria è distretto alpino fra la strada da Trieste a Fiume, ed i ciglioni della Vena che soprastanno a Pinguente e Rozzo; fra una linea tirata dal pilone dedicato al martire triestino S. Primo, fra Materia e Castelnuovo, ed il Monte Cavallo sopra Jelovize, fino al ciglione, sotto il quale sta l'Istria pedemontana, — ed una linea tirata da Castelvecchio (Starada), fra Castelnuovo e Sappiane, ed il confine di Marenfels o Lupoglavo con Colmo. La Ciceria comprende Scadanschina, Gollaz, Jellovizze, Wodizze, Danne, Brest, Slum, Terstenico, Lanischie, Bergodaz; agro questo conterminato da limitazioni certissime, e non alterabili facilmente. Quanto sta a Levante della linea da S. Primo a Monte Cavallo, porta sulle carte moderne scritto il nome di Tschitschenboden, ma è all' invece Savrinía, agro che dalle prossimità di Trieste si estende sino alla Dragogna, dai monti verso il mare. La Ciceria è una zona montagnosa compresa tra la strada che va da Trieste a Fiume e i margini dei monti della Vena che stanno sopra Pinguente e Rozzo; tra una linea che va dalla stele dedicata al martire triestino San Primo, tra Materia e Castelnuovo, ed il monte Cavallo sopra Jelovize, fino al margine montuoso sotto il quale sta l’Istria pedemontana, - ed una linea che va da Castelvecchio (Starada), tra Castelnuovoe Sappiane, al confine di Marenfels o Lupoglavo con Colmo. La Ciceria comprende Scadanschina, Gollaz, Jellovize, Wodizze, Danne, Brest, Slum, Terstenico, Lanischie, Bergodaz; questo territorio è quindi delimitato da confini molto precisi, che non si possono cambiare come si vuole. Il territorio che sta a Est della linea da San Primo a Monte Cavallo, sulle carte geografiche moderne porta il nome di Tsitschenboden, ma è invece la Savrinia, territorio che dalle vicinanze di Trieste si estende fino alla Dragogna, dai monti verso il mare.
La Berkinía, ossia il Montano, s' estende da una linea tirata dal pilone di S. Primo, a S. Canciano sul Timavo soprano, sino verso Starada, dalla strada di Fiume al filone del Timavo soprano, ed abbraccia Artoise, Eriausche, Pregarie e Prem. La Berkinia, cioè il Montano, si estende da una linea che va dalla stele di San Primo a San Canciano sul Timavo superiore, fino verso Starada, dalla strada di Fiume al punto deve il Timavo superiore è più profondo e impetuoso, e comprende Artoise, Eriausche, Pregarie e Prem.
La regione che sta a ponente della Ciceria e della Berkinia, è Cársia per eccellenza, che si estende fino a Duino e Sagrado; la vallata del Timavo soprano appiedi della Vena, è Cucciania; quanto poi è da Jelshane a Fianona, è Castellanía; da Castua è propriamente Liburnia con Fianona ed Albona fino all' Arsia. La regione che sta a Ovest della Ciceria e della Berkinia, è la Carsia vera e propria, che arriva fino a Duino e Sagrado; la valle del Timavo superiore ai piedi della Vena, è la Cucciania; invece da Jelshane a Fianona il territorio si chiama Castellania; da Castua si estende poi la Liburnia con Fianona ed Albona fino all’Arsia.
La Pivka è Adelsberg; al di là della Giulia sono i provinciali — Deselani. La Pivka corrisponde ad Adelberg; più in là della Giulia si trovano i provinciali – Deselani.
Questi sette agri che abbiamo raccolto dalla bocca di un Cicio, sono scompartimenti territoriali che svelano antiche ripartizioni, romane ed anteriori ai romani, conservate nella tradizione di popolazioni idiote. — Vi si addattano li antichi territori giurisdizionali delle due Colonie Trieste e Pola, e le composizioni di diocesi — Imperciocchè Carso, Savrinia, Ciceria, Berkinia appartenevano alla diocesi di Trieste; Cucciania, Castellania, Semich e Lupoglavo, alla diocesi di Pola. Dal 1784, più dal 1788, li scompartimenti diocesani seguirono altre norme. Queste sette regioni, così come ce le ha spiegate un Cicio, sono divisioni territoriali che rivelano l’esistenza di antiche suddivisioni, romane e anche precedenti ai Romani, conservate nella tradizione di popolazioni incolte. Esse corrispondono alle antiche giurisdizioni delle due Colonie di Trieste e Pola, e alla composizione delle diocesi vescovili. Infatti il Carso, la Savrinia, la Ciceria, la Berkinia appartenevano alla diocesi di Trieste; la Cucciania, la Castellania, Semich e Lupoglavo alla diocesi di Pola. Dal 1784, e ancora di più dal 1788, le ripartizioni diocesane hanno seguito altre regole
Ma quella stirpe che dicono Cici, diversi dai contermini, per dialetto, per vestimento, per costumi, è presente in altri agri che non la Ciceria; abita l'agro di Lupoglavo; piccola parte di Berkinia, in Castelnuovo e Starada, la Cucciania, parte della Castellania, quella che si scosta dal mare, Doleine, Jelshane, Ruppa, Lippa, Klana, Skalniza, Mune, Sejane, Bergut. Ma quella popolazione che chiamano Cici e sono diversi dalle altre popolazioni confinanti, per dialetto, per tipo di indumenti, per usanze, è presente anche in altri territori, e non solo nella Ciceria; infatti i Cici si trovano anche nel territorio di Lupoglavo, in una piccola parte della Berkinia, a Castelnuovo e Starada, nella Cucciania, in una parte della Castellania, quella che non è sul mare, a Doleine, Jelshane, Ruppa, Lippa, Klana, Skalniza, Mune, Sejane, Bergut.
Delle quali regioni, che veramente erano tanti Pagi, diremo: Di queste regioni, che erano veramente costituite da villaggi, diremo:
La Carsia fu romanizzata, ne sono testimoni i nomi, i Castellari, le strade, le inscrizioni, le anticaglio di ogni genere. La Carsia fu romanizzata. come testimoniano i nomi, i Castellari, le strade, le iscrizioni, le antichità di ogni genere.
La Berkinia, accusa nel nome: Montano: di avere appartenuto a Comune che aveva altra regione — bassa, litoranea. I nomi, ancorchè bisbeticamente contorti e contraffatti, accusano radice romana, in tanta copia da equiparare regioni che non rinunciarono alla lingua latina; abbondanti, magnifici, frequenti i Castellari, frequenti le anticaglie, non escluse le inscrizioni, le strade; un' iscrizione attesta essere stato ripartito queir agro fra soldati, da Imperatore Claudio, per commissione data [322] al notissimo Aulo Plautio, suo luogotenente dell' armata brittanica. La Cucciania, la Castellania, abbondano di testimonianze romane; castellari, strade, tombe, monete, nomi. La Berkinia rivela nel nome “Montano” di aver fatto parte di un Comune di altra regione – ora è bassa, litoranea. I nomi, anche se assurdamente modificati e deformati, rivelano una etimologia romana, in tale numero da raggiungere il numero di regioni che non hanno mai rinunciato alla lingua latina; abbondanti, magnifici, frequenti sono i Castellari, frequenti le antichità, non escluse le iscrizioni, le strade; un’iscrizione testimonia che il territorio era stato distribuito tra i soldati dall’imperatore Claudio, attraverso l’incarico affidato al famoso Aulo Plauzio, suo luogotenente nell’armata britannica. La Cucciania e la Castellania rono ricche di testimonianze romane: castellari, strade, tombe, monete, nomi.
Queste regioni stanno fuori del nostro proponimento, indirizzato alla sola Ciceria, della quale poi ignoriamo l'antico nome. Di romano non seppimo fuori del Castellaro di Gollaz, del Castello di Raspo, di qualche strada e della serie di Castellari che sembravano chiudere questa regione sui ciglioni della Vena, che sovrastano all'Istria pedemontana. Gollaz su d'un colle nel pendio settentrionale della Vena, conserva ruine, furono trovate monete romane, veduti cisterne e mosaici. Certo era castello di momento se i Conti di Istria, della casa di Gorizia, lo tennero per sè, e vi facevano soggiorno estivo; intorno Raspo si rinvengono monete romane, e fu certamente fortalizio di grande momento, ma Raspo è anteriore alla dominazione romana. Una strada veniva dal Timavo soprano, e metteva nel cuore dell'Istria. Ma i nomi sono pretti slavi, fuor dei dintorni più prossimi a Raspo, niun avanzo romano, non lapidi, non monete, non altro, per quanto giunse finora a nostra notizia. Una strada romana, staccata dal varco del Monte Maggiore, per Brest, Semich era diretta verso Trieste, questa strada era presidiata da Castellari. Di strade traversali, oltre quella per Raspo, correva una da Cosina o Rodig a Lonche; un varco era certamente presso Gollaz, ove si conserva il nome di Porta, ma crediamo fosse di infima categoria. La Ciceria era per tale modo chiusa o tagliata da quattro vie, a tempi di Roma. Tutte queste regioni restano fuori dal nostro scopo, cioè la sola Ciceria, della quale non sappiamo il nome antico. Di testimonianze non abbiamo saputo niente a parte il Castellare di Gollaz, il Castello di Raspo, qualche strada e la serie di Castellari che sembravano delimitare questa regione sui margini della Vena, che sovrastano l’Istria pedemontana. Gollaz sta su un colle sul pendio settentrionale della Vena e conserva rovine, vi sono state trovate monete romane, e viste cisterne e mosaici. Certamente era un castello importante se i Conti d’Istria, della casa di Gorizia, lo tennero per sé, e vi abitavano d’estate; intorno a Raspo si possono trovare monete romane, e fu certamente fortezza di grande importanza, ma Raspo è precedente alla dominazione romana. Una strada veniva dal Timavo superiore, e arrivava nel cuore dell’Istria. Ma i nomi sono genuinamente slavi, a parte i dintorni di Raspo, non ci sono resti romani, né lapidi, né monete, nient’altro, almeno per quanto sappiamo finora. Una strada, partendo dal valico del Monte Maggiore, attraverso Brest, Semich, era diretta verso Trieste, ed era presidiata da Castellari. Per quanto riguarda strade trasversali, oltre quella per Raspo, ce n’era una da Cosina o Rodig a Lonche; un passaggio era certamente vicino a Gollaz, dove si conserva ancora il nome di Porta, ma crediamo fosse di poca importanza. In questo modo, ai tempi di Roma, la Ciceria era chiusa o attraversata da quattro strade.
Sullo stato antichissimo ed antico di questa regione, diressimo che fu boschivo, soltanto boschi utilizzati pel pascolo estivo delle mandre, pel carbone, anche per legname, rendite che in origine erano del Fisco Imperiale, per ultimo (e non diciamo una lepidezza od un frizzo) di tutti e di nessuno. La parte della Ciceria che è la Ciceria per eccellenza di oggidì, è possibile che nella più remota antichità avesse laghi, come sembrano attestarlo colla forma quei bacini, e come stavano al di sotto di Pinguente, essiccati per movimenti di terra, come avvenne di tanti laghi alpini, rimastone esente quello di Zirknitz. Poi tutto fu occupato da boschi, nella antichità più remota di abeti, dei quali durano testimonianze presso al Monte Maggiore, poi di faggi. Per quanto riguarda l’aspetto antichissimo e anche solo antico di questa regione, diremmo che fu boschivo, c’erano soltanto boschi utilizzati per il pascolo estivo delle mandrie, per il carbone, anche per ricavarci del legname, e le rendite che ne derivavano in origine erano del Fisco Imperiale, ma ultimamente (e non lo diciamo per fare una battuta o per scherzo) era di tutti e di nessuno. La parte della Ciceria che corrisponde alla Ciceria vera e propria di oggi, è possibile che in tempi molto antichi avesse dei laghi, come sembra testimoniato dalla forma di quelle cavità naturali, e come erano quelli sotto Pinguente, poi prosciugatisi per movimenti di terra, come è avvenuto in tanti laghi alpini, ad eccezione di quello di Zirknitz. Poi tutto il terreno fu occupato da boschi, prima, nei tempi più antichi, di abeti, in seguito di faggi.
Crediamo che in antico fossero abitati quei boschi durante l' estate da singoli pastori, senza prendervi stanza, come è di tutte le alpi, che poi vi prendessero dimora, fuggiaschi, e che venissero abitati quei luoghi ad assembramenti stabili di caseggiati appena verso la fine del secolo XV; e vi furono, come crediamo, serbli trasportati da Bossina, cristiani che fuggivano dinanzi la scimitarra dei Turchi, e che di cristiani non avevano che il nome. Ma questa non era la unica popolazione, altra ve ne era di razza e lingua latina, che cedette e si fuse nell' altra assai tardi, e non peranco totalmente; quelli di Sejane parlano ancora latino volgare, e dicono romani, sè medesimi e la lingua che parlano. Sul Carso di Raspo, or sono duecent' anni si parlava ancora latino, ora hanno appena qualche voce. Da carta del Codice diplomatico dei tempi di Patriarca Marquardo, che visse in sullo scorcio del secolo XIV, sembra che esercitassero la ladroneria, se ordinava che in Pinguente si usassero speciali cautele nella vendita di cose mobili. Crediamo che quei boschi in antico fossero abitati durante l’estate da singoli pastori, senza che vi avessero fissa dimora, come succede su tutti i monti, e in seguito, solo verso la fine del XV secolo, vi si fossero formati dei villaggi stabili di case; e vi abitavano, come crediamo, serbi arrivati dalla Bosnia [1], cristiani che fuggivano davanti alle scimitarre dei Turchi, ma che di cristiani avevano solo il nome. Ma questa non era l’unica popolazione, perché ce n’era anche un’altra di razza e lingua latina, che dovette cedere e si fuse nella prima solo molto tardi, e neppure del tutto; gli abitanti di Sejane parlano ancora una lingua derivata dal latino, e chiamano romani se stessi e la lingua che parlano. Sul Carso di Raspo, duecent’anni fa si parlava ancora una lingua latina, ma ora ne conservano solo qualche parola. Da un documento del Codice Diplomatico dei tempi del Patriarca Marquardo, che visse verso la fine del XIV secolo, sembra che praticassero il latrocinio, visto che egli ordinava che a Pinguente si facesse molta attenzione nella vendita di beni mobili.
La Ciceria o se si vuole, ed è più decente (dacchè Cicio è voce di somma ingiuria, ed equivale a ladro da strada, e troviamo assai sconcio di dare nome ad un popolo e ad una regione da un crimine) il Carso di Raspo, spettava in giurisdizione ecclesiastica, alla Chiesa di Rozzo, sicuro indizio di antica giurisdizione civile; la presenza di Chiesa nel secolo VI, è attestata da iscrizione cristiana; Rozzo avea Capitolo ecclesiastico, non aveva fonte battesimale, e quanto è richiesto da chiesa plebanale; da Rozzo poi vennero tratte tante inscrizioni ed anticaglie romane, da non dubitare che fosse comune romano, e vi stassero di presidio militi per guarnire i Castellari; luogo presso Rozzo conserva il nome di Roma non infrequente altrove a qualche parte. — Così Ruma, dura ancora presso Cibalis; di Castua medesima si dice che mostrasse inciso il nome di Roma sulle sue mura; Rozzo era il Caput civile romano del Carso, come poi lo fu della chiesa di quel Pago, e vi aggiungiamo, anche di altre Castella pedemontane. La Ciceria, o se vogliamo, ed è più conveniente (giacché la parola Cicio è considerata molto offensiva, e praticamente significa ladro di strada, e ci sembra sconveniente dare ad un popolo e ad una regione un nome che deriva da un reato) il Carso di Raspo, apparteneva dal punto di vista della giurisdizione ecclesiastica alla Chiesa di Rozzo, e ciò è un sicuro indizio di una più antica giurisdizione civile; la presenza di una giurisdizione ecclesiastica nel secolo VI è attestata da una iscrizione cristiana; Rozzo aveva un Capitolo, ma non aveva fonte battesimale, che invece è necessario per una pievania; a Rozzo vennero trovate tante iscrizione ed antichità romane, cosicché è accertato che fosse comune romano, e vi fosse un presidio di soldati per munire i Castellari; una località vicino a Rozzo conserva ancora il nome di Roma, frequente anche in altri luoghi. Così il toponimo Ruma esiste ancora presso Cibalis; della stessa Castua si dice che mostrasse inciso sulle sue mura il nome di Roma; Rozzo era il capoluogo civile romano del Carso, come in seguito fu capoluogo ecclesiastico di quel paese e, aggiungiamo, anche di altri castelli pedemontani.
Abbiamo indicazione che appena nel 1418 venisse instituito Vicariato stabile in Lanischie, dal quale dipendeva tutto il Carso di Raspo; a questa chiesa dovevano ricorrere i Cici tutti per li atti essenziali di parrocchialità, ne altre stazioni di cura furono formate, se eccettuiamo quella di Vodizze in tempi recentissimi. Abbiamo indicazioni che solo nel 1418 venne istituito un Vicariato stabile a Lanischie, dal quale dipendeva tutto il Carso di Raspo; a questa chiesa dovevano ricorrere tutti i Cici per gli atti essenziali della vita parrocchiale, e non furono istituite altre parrocchie, eccetto quella di Vodizze in tempi molto recenti.
La Ciceria è regione da boscaglie e da pascolo; nelle scarse vallicole le rape, i capucci ed i cardi tengono luogo della vite, che non alligna per l' altezza del suolo, per li conseguenti rigori del verno. Le mandre formano la povera ricchezza, nell'inverno secondo antichi diritti fino da tempi romani, trasmigravano colle mandre nelli pascoli della polesana ; 1' acqua di scaturigine non manca. L' orso è ormai fatto raro, il lupo, sbandito, si fa di quando a quando vedere, il camozzo è sparito, dura il capriolo; durano le capre, snelle, ardite, sbalzanti da una rupe all' altra, spettatrici dal sommo dei ciglioni di quanto succede a loro piedi ; numerosi gli avvoltoi, non rade le aquile, però dubitiamo che sieno aquile puro sangue, o non piuttosto grandi avvoltoi affini. L'aere puro in tanta altezza, più frequentemente viziato dalli garbini [libecci] e scilocchi, che dalla bora; il prospetto dalle alture sì vasto, sì variato da dirsi con voce moderna, panoramico. — Da altura che dicono Cropignacco, ove già stava Castellaro romano, poi cappella a [233] S. Barbara, vedesi a piedi l'Istria tutta dai monti che sovrastano a Capodistria fino al Promontorio di Pola, e l'Adriatico; non già a quel modo come si presentano le grandi vedute, delle quali il Cicerone si affatica ad indicare quel punto e quell' altro, mentre lo spettatore non vede che nebulosità; ma le città si vedono, a modo di poter distinguere le case singole di luoghi più vicini, le chiese e li edifizi maggiori di luoghi più discosti, e le colline, e le valli, e le isole, ed il mare distintissimo, e l' occhio armato vede il Conero di Ancona, il Baldo di Verona, e la città delle Lagune, ed il Venda di Padova; nè faccia meraviglia perchè s'ode il tamburo di Trieste, il cannone di Pola, di Ancona, di Venezia, — secondo vento, s'intende. La Ciceria è regione fatta di boscaglie e pascolo; nelle poche vallette, si coltivano rape, cavoli capucci e cardi, ma non la vite che non può svilupparsi a causa dell’altitudine e i conseguenti rigori dell’inverno. Le mandrie costituiscono la sola misera ricchezza, d’inverno, secondo antichi diritti che risalivano ai tempi romani, trasmigravano colle mandrie nei pascoli della polesana; non manca l’acqua di sorgente. L’orso è ormai quasi sparito, il lupo, cacciato, si fa vedere di tanto in tanto, il camoscio è sparito, mentre ci sono ancora caprioli; resistono le capre, snelle, ardite, saltano da una roccia all’altra, a guardare dall’alto dei ciglioni quanto succede in basso ai loro piedi; numerosi sono gli avvoltoi, abbastanza frequenti le aquile, ma dubitiamo che non siano aquile purosangue quanto piuttosto grandi avvoltoi con loro imparentate. L’aria è pura a quella altitudine, disturbata dai garbini [libecci] e dagli scirocchi piuttosto che dalla bora; la vista dalle alture è così ampia e varia che si può dire con parola moderna panoramica. Da un’altura che chiamano Cropignacco, dove c’era già un Castellare romano, e poi una cappella dedicata a Santa Barbara, si vede in basso tutta l’Istria dai monti sopra Capodistria fino al promontorio di Pola, e l’Adriatico; e non si vede certamente come i grandi panorami di cui una guida si dia da fare per indicare questo o quel punto, mentre lo spettatore non vede che foschia; da lì invece si vedono le città in modo tale che si distinguono anche le singole case dei luoghi più vicini, e le chiese e gli edifici maggiori dei luoghi più lontani, e le colline, le valli, le isole, e il mare chiarissimo, l’occhio più acuto vede il Conero di Ancona, il Baldo di Verona, e Venezia la città delle lagune, e il Venda di Padova; e non ci si deve meravigliare se si sente anche il tamburo di Trieste, il cannone di Pola, di Ancona, di Venezia, naturalmente secondo come tira il vento.
Da Cropignacco meglio che in qualunque libro, coll' occhio si legge, come la valle di Montona fosse canale marittimo che con un ramo giungeva sotto Gherdosella, coll' altro avanzava oltre Pietra Pelosa, e si comprende come l' interno di quei seni fosse frequentato dai popoli antichissimi del Montano, che a distanza brevissima, quanto importa la scesa del monte, trovavano i frutti del mezzogiorno, il vino, l' olio, le frutta nobili, i pesci; si comprende che Pinguente e Montona, vanno collocate fra le città antichissime, precedenti in tempo alle grecaniche ed alle romane. Da Cropignacco si intuisce chiaramente alla vista, meglio che in qualunque libro, come la valle di Montona fosse stata un tempo un canale marittimo che con un ramo arrivava sotto Gherdosella e con l’altro andava oltre Pietra Pelosa, e si capisce come quelle insenature fossero frequentate dai popoli antichissimi del Montano, che a brevissima distanza, cioè solo a scendere dal monte, trovavano i prodotti meridionali, il vino, l’olio, la frutta non selvatica, i pesci; si capisce che Pinguente Montona vanno considerate città antichissime, precedenti cronologicamente alle città grecaniche e a quelle romane..
Fino a che durò il dominio dei Patriarchi di Aquileja, la Ciceria ebbe un solo Principe, ed anche quando Venezia surrogò i Patriarchi; ma nelle guerre tra Massimiliano I ed il Principe Veneto, Raspo fu distrutto, i capitani di quel Castello, che erano carica Senatoria, e la maggiore dell' Istria, l'abbandonarono affatto, trasferitisi a Pinguente; le ampie rovine di quel Castello sulla sommità del colle, attraggono da secoli un atto di compassione del raro viandante, attraggono i cercatesori, le volpi e li avvoltoi. Fino a che durò il dominio dei Patriarchi di Aquileia, la Ciceria ebbe un solo Principe, e così fu anche quando il dominio di Venezia sostituì quello dei Patriarchi; ma nelle guerre tra Massimiliano I ed il Principe Veneto, Raspo fu distrutta e i capitani di quel Castello, che avevano titolo senatorio, il più importante dell’Istria, lo abbandonarono del tutto e si traferirono a Pinguente; le imponenti rovine di quel Castello, sulla sommità del colle, da secoli inducono alla compassione i pochi viandanti, attirano i cercatori di tesori, le volpi e gli avvoltoi.
La Ciceria dopo il 1510 rimase divisa in tre parti, la Veneta in obbedienza del Capitano di Raspo, di residenza in Pinguente, sottoposta ad un Valpoto, Capitano di quelle Cernide con bell' emolumento; l' Austriaca parte fu attribuita al Capitano di Castelnuovo; parte fu assegnata alla Signorìa di S. Servolo, nè mai più la Ciceria tornò unita in un solo corpo, fatte le ripartizioni senza alcun riguardo a lingua, a stirpe, ad abitudini di vita, ad identità di suolo, così che nei loro pubblici affari una parte va a settentrione, altra a mezzogiorno, altra a ponente. La Ciceria dopo il 1510 rimase divisa in tre parti, la parte veneta sotto il Capitano di Raspo, residente a Pinguente, e sottoposta ad un Valpoto, Capitano di quelle milizie con un bello stipendio; la parte austriaca fu assegnata al Capitano di Castelnuovo, e un’altra parte fu assegnata alla Signoria di San Servolo; e la Ciceria non tornò mai più unita, e le divisioni furono fatte senza tenere in alcun conto la lingua, la stirpe, le abitudini di vita, le caratteristiche del suolo, cosicchè i Cici per i loro pubblici affari vanno in parte a settentrione, in parte a mezzogiorno, in parte a ponente.
Niuna affatto è la coltura della Ciceria; per secoli e secoli non hanno avuto prete in mezzo alle frazioni; di scuole, neppure ombra; ora in Voidizze il cappellano di proprio impulso li instruisce nei primi elementi; non hanno avuto spezierie o medico, o chirurgo, ma neppure malattie; le fratture o ferite non si curavano. Eppure sono diecimila. I Cici sono del tutto incolti; per secoli e secoli non hanno avuto neppure un prete nei loro villaggi; di scuole neppure l’ombra; ora a Vodizze il cappellano di propria iniziativa li istruisce nei primi elementi della cultura; non hanno avuto mai farmacie o medico o chirurgo, ma neppure malattie; le fratture o le ferite non venivano curate. Eppure sono in diecimila.
Ma la civiltà non era pari alla coltura. Dal 1814 al 1842, mentre in Istria era cessato affatto il reggimento a Comune, questi Cici ad insaputa dell' autorità, formarono Comune, con consiglio, col diritto di punizione fino a dodici colpi di bastone, nè mai se ne lagnarono all' autorità. — L' azienda era ristretta, secondo i loro bisogni, concentrati nella conservazione dei boschi e nella carbonificazione, e vi provedevano sagacemente, senza saper leggere, nè scrivere, nè far conti altrimenti che con segni a creta sul loro cappello, o tagli in un pezzetto di legno; quest' ultimo modo serviva per le elezioni delle cariche municipali, alle quali prestavano obbedienza e religioso rispetto, attribuendo al capovilla autorità paterna illimitata. Allorquando nel 1844 il Conte Francesco Stadion introduceva nel Litorale il reggimento a Comune, annunciatagli la scoperta di Comune fra i Cici, voleva che fosse conservato il vecchio, e non si facessero cangiamenti. Nel 1848 subì la sorte delli altri Comuni, compresa la devastazione del patrimonio Comunale; ma vi suppliscono con altri modi, e la Ciceria eviterà il total disboscamento. — È a sperarsi. Ma la loro civiltà non era uguale alla loro ignoranza. Dal 1814 al 1842, mentre in Istria era cessato del tutto il governo comunale, questi Cici, senza che le autorità lo sapessero, crearono un Comune, con un consiglio comunale, col diritto di infliggere una punizione fino a dodici colpi di bastone, e non presentarono mai lamentele alle autorità. I loro patrimoni erano modesti, secondo i loro bisogni, e l’attività si concentrava nella conservazione dei boschi e nella fabbricazione del carbone, e vi provvedevano con abilità, senza saper leggere né scrivere né far di conto in altro modo che con dei segni tracciati con la creta sui loro cappelli, o con tagli in un pezzetto di legno; questo ultimo sistema serviva anche per l’elezione delle cariche comunali, alle quali prestavano obbedienza e quasi un religioso rispetto, attribuendo al capovillaggio una autorità senza limiti come di capofamiglia. Quando nel 1844 il Conte Francesco Stadion introdusse sul Litorale il governo comunale, avendo saputo che tra i Cici esisteva già il Comune, volle che fosse conservato così com’era organizzato, e non si facessero cambiamenti. Nel 1848 anche il Comune dei Cici subì la sorte degli altri Comuni, e il suo patrimonio fu devastato; ma i Cici vi stanno rimediando in altro modo, e la Ciceria eviterà il totale disboscamento. Almeno così si spera.
Le condizioni del suolo erano a modo istriano, ma la divisione della Ciceria in domini e baronie di diversi vi aveva dato colore diverso, secondo li strani concetti di proprietà fondiaria che si ebbero, secondo ripartizioni di Stato. Crediamo che in tutta la Ciceria il villico avesse la terra a censo, però con libertà di dividerla, di disporne fra vivi ed in morte, però soltanto da Cici a Cici, escluso lo straniero, col diritto di pascolo e legnazione per proprio uso nei boschi tutti signoriali, senza che rimordesse loro lo spoglio delle proprietà baronali, predicate per giuste e legittime; il Cicio vi profittava, ma non vi credeva.

Il suolo veniva trattato secondo l’uso istriano, ma con la divisione della Ciceria in signorie e baronie attribuite a pesone diverse, anche gli usi e le leggi erano cambiati, secondo la strana concezione che si ebbe della proprietà fondiaria, in base alle ripartizioni dello Stato. Crediamo che in tutta la Ciceria i contadini avessero la terra a censo, però con la libertà di dividerla, e di assegnarla sia in vita che per testamento, però soltanto da un Cicio ad un altro, e non a forestieri, col diritto di pascolo e di legnatico per uso proprio nei boschi che erano tutti dei signori, e tuttavia senza che avessero scrupolo a spogliare le proprietà baronali, che pubblicamente erano dichiarate giuste e legittime; i Cici ne traevano profitto, ma non ci credevano.

La terra scarsa e fredda non dava loro alimento sufficiente, nè lo dà; nei secoli addietro il Cicio davasi sovra tutto al trasporto del sale dall' Istria marittima nel Carnio, e di altre cose, e quando fu vietato il commercio del sale, continuò per contrabbando, e di questo e di altre cose che le novelle tariffe doganali allettavano, e l' astuzia del Cicio per deludere la vigilanza era grande; oggidì appena vale la pena di fare contrabbando; è mestiere rovinato. Vi sostituirono il carbone, le doghe, qualche altra cosa di legno; le città ed i porti di Trieste e di Fiume ampliati, diedero occasione di smercio, ora vanno ad altre città d' Istria, a Pola, Rovigno, Parenzo, Pirano, già note loro a causa dei pascoli invernali che vi tenevano.

La terra era poca e fredda e non produceva abbastanza da viverci, e non lo dà neppure ora; nei secoli passati i Cici si dedicavano soprattutto al trasporto del sale dalle coste al Carnio, e anche di altre merci, e anche quando fu vietato il commercio del sale, esso continuò con il contrabbando, sia del sale sia di altre merci che le nuove tariffe doganali invogliavano a contrabbandare, e l’astuzia dei Cici per eludere la sorveglianza era grande; ma oggi quasi non vale più la pena di fare il contrabbando; ormai è un mestiere che non rende. È stato sostituito con il commercio del carbone, delle doghe per le botti e di qualche altro oggetto in legno; l’ampliamento delle città e dei porti di Trieste Fiume ha offerto varie possibilità di smerciare, e ora vanno anche ad altre città dell’Istria, a Pola Rovigno, a Parenzo, Pirano, città già da loro conosciute perché in quei territori portavano d’inverno le mandrie al pascolo.

Il Cicio si getta anche ad imprese, e non di poco momento nei lavori pubblici di Pola, in forniture di lane. S' avanza nelle provincie mediterranee, smerciando aceto di puro vino che compera dalle fabbriche dello stesso paese ove lo vende, siccome prodotto di quelle viti che non ha; e qualche altra simile industria mercantile. I Cici si azzardano anche ad assumere impegni, e non di poca importanza, nei lavori pubblici, e in forniture di lana. Si allargano anche nelle provincie mediterranee, smerciando aceto di puro vino, che però comprano nelle fabbriche degli stessi paesi dove lo vendono, come se fosse prodotto  di quelle viti che invece non hanno; e si gettano anche in altri simili commerci.
Lo stesso smercio del carbone è organizzato: non [234] tutti quelli che si vedono per le vie di Trieste gridando: carbune carotine, con muli e carri, sono produttori di carbone o venditori per proprio conto — sono commessi viaggiatori; nè tutti quelli che hanno aspetto di miseri Cici, trafficatori dei pochi sacchi sui quali sedono, sono tali; v' è fra questi, lacero e sporco, od il proprietario dei boschi, o l' imprenditore, e con queste arti sostengono la concorrenza in Trieste di altri venditori che mai hanno veduto la Ciceria, e che si vestono da Cici, quando occorre. Industria! La loro contabilità mercantile si regola all' osteria, con segni di creta, colle dita; fra l' acqua vita, la pippa e le bestemmie, senza carta e calamajo, senza debitoriali, senza libri, e senza lettere missive, alle quali supplisce il mandar a dire, sia per mezzo di una donna, di un passante o di un fanciullo. — Abbiamo conosciuto uno che sapeva scrivere numeri, che poi egli solo comprendeva, abbiamo inteso deplorare che almeno i figli loro non sappiano leggere o scrivere; ne conoscemmo uno che legge passabilmente italiano, erudito da un gendarme. — Ora hanno una scuola in Vodizze, di sloveno, per primi erudimenti di fanciulletti, per due sessi come dicemmo. Anche il commercio del carbone è organizzato; non tutti quelli che si vedono per le strade di Trieste a gridare carbune, carbune, con muli e carri, producono il carbone o lo vendono per conto proprio – sono commessi viaggiatori; e non tutti quelli che hanno l’aspetto di miseri Cici, e vendono i pochi sacchi sui quali siedono, sono Cici veramente; vi si può trovare, stracciato e sporco, un proprietario di boschi o un imprenditore, che in questo modo combattono a Trieste la concorrenza di altri venditori che non hanno mai visto la Ciceria, e che si vestono da Cici, quando gli serve. Significa arrangiarsi! La contabilità commerciale dei Cici viene regolata all’osteria, con i segni fatti con la creta, con le dita; fra la grappa, la pipa e le bestemmie, senza carta e calamaio, senza cambiali, senza libri-mastri, senza mandati di pagamento, sostituiti con messaggi mandati per mezzo di una donna, di un passante, di un bambino. Ne abbiamo conosciuto uno che sapeva scrivere i numeri, ma li capiva solo lui, li abbiamo sentiti lamentarsi per il desiderio che almeno i loro figli sapessero leggere e scrivere; ne abbiamo conosciuto uno che legge passabilmente l’italiano, ma era stato ammaestrato da un gendarme. Ora però hanno una scuola a Vodizze, in sloveno, per le prime nozioni dei bambini, per maschi e femmine, come abbiamo detto.
Non ci è accaduto di sapere di alcun Cicio che siasi dato ad offici di chiesa, civili o militari: ci dissero di uno, non sappiamo chi sia; il Cicio è proscritto, uno di questi, che deplorava non poter dare educazione ai figli (non manca di mezzi) ci diceva — come volete? cosa direbbero leggendo su d'un foglio "Si cerca un precettore pei figli di un Cicio?" — e se li dassi p. e. a Trieste in qualche scuola, i miei figli sarebbero il ludibrio dei condiscepoli, sarebbero mostrati a dito: "guarda al Cicio" penserebbero e direbbero che Cicio è ladro, e terminerebbe la cosa con qualche brittolata, perchè hanno caldo il sangue; altro è di noi che siamo esperti, ci lasciamo dare del Cicio a tutto pasto. Anche al battaglione dei cacciatori di Trieste danno il nome di Baccoli, che non è la miglior gentilezza, nè il miglior nome per un corpo militare; preso da animale schiffoso, fetente e immondo, che si schiaccia coi piedi. — Eppure se lo ingojano, per forza. Non ci è mai capitato di sapere di qualche Cicio che si sia dedicato a qualche impiego ecclesiastico o civile o militare: ci hanno raccontato qualcosa solo di uno, non sappiamo chi; i Cici sono emarginati, uno di questi che si rammaricava di non poter dare una educazione ai figli (eppure non manca di mezzi economici) ci diceva: Cosa volete che faccia? cosa direbbe la gente leggendo su un giornale Si cerca un maestro per i figli di un Cicio?; e se li mettessi per esempio a Trieste in qualche scuola, i miei figli sarebbero lo zimbello degli altri alunni, sarebbero mostrati a dito: Guarda il Cicio; penserebbero e direbbero che i Cici sono ladri, e la cosa finirebbe con qualche coltellata, perché hanno il sangue caldo; altra cosa è con noi adulti maturi, ci lasciamo dare del Cicio a tutto spiano senza reagire. Anche al Battaglione dei Cacciatori di Trieste danno il nome di Scarafaggi, che non è certo un complimento, nè il migliore nome che si possa dare ad un corpo militare, preso da un animale schifoso, puzzolente e sudicio, che normalmente si schiaccia coi piedi. Eppure se lo tengono, per forza.
Il Cicio è di bella razza, di nobile statura, sciolto della persona, astuto, sagacissimo, pronto alle mani, attivo, loquace, religioso per sentimento, generoso di animo, la parola data sarebbe tenuta anche al nemico. Il Cicio entra volontieri nell' armata e vi si forma buon soldato, la recruta non lamenta o piange quando gli tocca la sorte, nè si sottrae alla coscrizione; fatto soldato, batte colla mano sul polso, chiedendo con tale segno a quale corpo sia destinato; serve volontieri nella cavalleria. Il Cicio guarda in faccia la morte con occhio fermo, e quando gli accadeva di venir appiccato o fucilato alla schiena, non dava un lamento, non chiedeva prolungazione delle scarse ore assegnate al supplizio, anzi, chiesto sinceramente perdono a Dio, e fatti gli atti di cristiano morente, chiedeva di venir giustiziato. I Cici sono di una bella razza, alti, agili nella persona, astuti, molto furbi, pronti a menar le mani, attivi, sciolti nel parlare, di sentimento religioso, generosi di animo, manterrebbero la parola data anche con un nemico. Si arruolano volentieri nell’esercito e diventano buoni soldati, le reclute non si lamentano o piangono quando gli tocca un compito difficile, né si sottraggono alla leva; diventati soldati, battono con la mano sul polso, chiedendo con questo segnale a quale corpo militare sono destinati; servono volentieri nella cavalleria. Il Cicio guarda in faccia la morte senza paura, e quando succedeva che qualcuno doveva essere impiccato o fucilato alla schiena, non si lamentava, non chiedeva che venisse prorogata l’esecuzione della condanna, anzi, dopo aver chiesto sinceramente perdono a Dio, e compiuti gli atti di un cristiano che stesse per morire, chiedeva di venir giustiziato.
Brutta macchia infama il Cicio, il ladroneccio, ma non è poi la cosa come a primo aspetto sembra; il Cicio non è ladro entro la sua regione, appena in un villaggio accadono furti, però campestri soltanto. Lo accusano di grassazione sulle pubbliche strade, meno a danno dei privati, che delle messaggerie imperiali; il Cicio non crede sia grassazione o rapina, la dice Straderia, e la crede braveria, assaltando forza armata, ed esponendo a pericolo la vita. Ma queste storie di grassazione per cui vennero diffamati non sono bene in chiaro. Imperciocché ai confini di Stato, (e la Ciceria lo fu per secoli) le straderie or sono di questi, or di quelli, or di lontani che mentono vesti e lingua, e le grassazioni avvenute in questo secolo, non sempre furono nette dal sospetto che fossero imprese, concepite ed organizzate altrove che non in Ciceria, e sempre quando vi era grossa somma di danaro erariale; nè poi il terreno di siffatte prodezze era nella Ciceria, più frequente intorno Lippa e Scalniza. Gravissimi dispiaceri passavano fra governo austriaco e veneto per le straderie, ognuno incolpando i sudditi dell'altro, ognuno sostenendo che forestieri, sotto mentite spoglie, o di Cici o di Bosniachi (turchi li dicevano) o di Carniolici, grassasse nell'altro Stato; ed in ciò stava del vero. Nelli ultimi tempi della Repubblica di Venezia, l' Austria potè avere precise indicazioni di aggressori, che tutti accusavano siccome Cici; S. Marco li fe' pigliare al loro domicilio, ne fe' fucilare sette, alla schiena, alle rive del porto di Capodistria, fe' gettare i cadaveri su carri e recarli al loro Comune, per venire attaccati a quercie, a terrore, come anche fu fatto. Erano da S. Lorenzo, fra Cittanova ed Umago, alle spiaggie del mare, e potressimo recitare i nomi delle famiglie; altrettanto verificossi con altri Comuni dell' Istria media ed inferiore. Dicono che sulle querimonie dell' Austria, che accusava quelli del villaggio di Dane, il Principe veneto facesse un bel mattino circondare quel villaggio da cavalleria, e ne facesse appiccare quaranta, così a caso, od a sorte. Di che dubitiamo, sembrandoci scena da teatro diurno, in giornata di domenica, il dopopranzo. Il Principe veneto seguì sempre giustizia nel diritto e nelle forme, nè quello era caso da farne eccezione, sostituendo assalto di cavalleria. Una brutta macchia rende malfamati i Cici, il latrocinio, anche se la cosa non è come appare a prima vista; i Cici non sono ladri nella loro regione, raramente nei villaggi accadono furti, e solo di cose di campagna. Li accusano di rapine sulle pubbliche strade, ma non tanto a danni di privati, quanto dei trasporti di merci imperiali; ma i Cici non pensano che questi atti costituiscano rapine, li chiamano “straderie”, e credono atti di coraggio gli assalti alle guardie armate, e l’esporre la vita al pericolo. Ma queste storie di rapine per cui i Cici hanno questa brutta fama non sono accertate chiaramente. Infatti ai confini degli Stati (e la Ciceria per secoli fu terra di confine) le rapine sono effettuate ora dagli uni ora dagli altri, ora da gente di fuori che imita abiti e lingua, e si sospetta che le rapine avvenute in questo secolo fossero imprese pensate ed organizzate altrove e non in Ciceria, e sempre quando si trattava di grosse somme di denaro dell’erario; e inoltre le località di tali prodezze non erano nella Ciceria, ma più spesso nella zona di Lippa e Scalniza. Grandi frizioni si verificavano fra il governo austriaco e quello veneziano per queste “straderie”, e i due governi incolpavano ognuno i sudditi dell’altro, sostenendo che persone di fuori, travestite o da Cici o da Bosniaci (li chiamavano turchi) o di Carniolini, facessero rapine nell’altro Stato; e c’era qualcosa di vero. Negli ultimi tempi della repubblica di Venezia, l’Austria aveva avuto precise indicazioni di rapinatori che tutti accusavano come Cici; la Repubblica li fece arrestare nelle loro case, e sette ne fece fucilare alla schiena, sulle rive del porto di Capodistria Cittanova ed Umago, , dalle rive del mare, e potremmo anche dire i nomi delle famiglie; la stessa storia si verificò anche con altri Comuni dell’Istria centrale e meridionale. Dicono che per le lamentele dell’Austria, che accusava gli abitanti del villaggio di Dane, il Principe veneto facesse un bel mattino circondare quel villaggio dalla cavalleria, e ne facesse impiccare quaranta, scelti a caso o a sorte. Ma dubitiamo che ciò sia avvenuto, perché ci sembra una scena da teatro diurno, di domenica, nel pomeriggio. In realtà il Principe veneto seguiva sempre la giustizia nel diritto e nelle forme, e non si trattava di un caso in cui si dovesse fare un’eccezione, ordinando un assalto di cavalleria.
Le straderie ebbero celebrità per editto del maresciallo Marmont, Duca di Ragusa, governatore generale delle Provincie illiriche per l'Imperatore Napoleone, ed è dell'anno 1810. — I grassatori si dicono in quella ordinanza: assassini. I Comuni sulla strada da Trieste a Fiume, sono fatti risponsabili delle grassazioni avvenute sul loro territorio; gli abitanti del Comune fatti insolidariamente garanti colle persone e coi beni, delle cose derubate. Da ogni Comune venivano presi ostaggi in numero doppio degli assassinati, passati nel castello di [235] Trieste e trattenuti fino a consegna degli assassini. I rei giudicati da commissioni militari, sarebbero stati fucilati alla schiena, i cadaveri appesi all' ingresso dei villaggi, i Comuni fatti risponsabili per la loro conservazione almeno durante sei mesi. Questa ordinanza non la attribuiamo alla persona del maresciallo medesimo, ci sembra piuttosto la manifestazione di un odio ai Cici, e di spavento di furti, accompagnati da esagerazione del delitto (assassinio!) e da esalazioni e vista di cadaveri in decomposizione — proprio all'ingresso dei villaggi, fatti risponsabili di fatti altrui. Ciò era per la strada di Fiume; qualche anno prima erasi data razzia ai ladri nell'Istria veneta, però solo col fucile, a ladri dei quali la reità non era poi certa; dacchè le grassazioni dell'Istria mostravano strette connessioni con urbani, sempre mistero; nei cacciati da bosco a bosco, da casolare a casolare, siccome bestie feroci, non esigevasi poi più che il nome diffamato, l'appartenere a quella tale schiatta, il portare quel tale vestito; l'età non salvava. Il numero dei fucilati nell'Istria fu senza confronto maggiore che sulla strada di Fiume, per ciò che nell'Istria si diede la caccia alli indigeni; per la strada di Fiume l' ordinanza presentiva che fossero di altri luoghi. — Certo era brutta malattia sociale, quel rapinare; però dopo tanti anni sia lecito dubitare se tutti o la maggior parte delli uccisi fossero rei, e se quel modo fuor di ogni legge e giustizia, fosse necessità; perchè quella malattia fu recata da Bossina, e non era delitto nella coscienza dei rei, era braveria; l'educazione del popolo abbandonato del tutto, il promuoverne la economia, sarebbe stato miglior modo, che il terrore disgiunto da giustizia; e non siamo alieni dal credere, che la carica data, fosse dessa una braveria medesima; sappiamo di atti da una e dall' altra parte dei combattenti, di gran fede, di generosità, di tradimenti e di sevizie. Dio perdoni agli uni ed alli altri. Le “straderie” diventarono famose per un editto del generale Marmont, Duca di Ragusa, e governatore generale delle Provincie Illiriche per conto dell’Imperatore Napoleone, emanato nel 1810. I rapinatori vengono chiamati in quella ordinanza assassini. I Comuni collocati sulla strada da Trieste Fiume vi vengono dichiarati responsabili delle rapine avvenute sul loro territorio, e gli abitanti del Comune considerati solidalmente garanti con le loro persone e i loro beni delle cose rubate. Da ogni Comune venivano presi ostaggi in numero doppio degli assassinati trasferiti nel castello di Trieste e trattenuti fino alla consegna degli assassini. I colpevoli, giudicati da commissioni militari, sarebbero stati fucilati alla schiena, i cadaveri appesi all’ingresso dei villaggi, i Comuni resi responsabili della loro conservazione Fiume; qualche anno prima si era data la caccia ai ladri nell’Istria veneta, però solo col fucile, a ladri i cui delitti non erano stati neppure provati; giacché le rapine in Istria rivelavano sempre stretti legami con gente di città, ed è un altro mistero; per le persone inseguite da un bosco all’altro, da una casa all’altra, come se fossero bestie feroci, non si richiedeva nulla di più che la cattiva fama, l’appartenere a quella data popolazione, l’essere vestiti in un dato modo; e neppure l’età costituiva una sicurezza. Il numero dei fucilati nell’Istria fu senza paragoni maggiore di quelli sulla strada di Fiume, perché nell’Istria si diede la caccia agli indigeni, mentre per la strada di Fiume l’ordinanza presupponeva che i rapinatori  venissero da altra località. Certamente tutte quelle rapine erano una brutta malattia sociale; però, dopo tanti anni sarà lecito avere dei dubbi se tutti o la maggior parte degli uccisi fossero colpevoli, e se quel sistema fuori di ogni legge e giustizia fosse proprio necessario; infatti quella malattia era stata importata dalla Bosnia, e non era considerata un delitto nella coscienza dei colpevoli, ma solo una forma di spavalderia; l’educazione del popolo abbandonato a se stesso, il promuoverne il benessere economico sarebbero stati modi migliori del terrore indiscriminato, senza giustizia; ed anzi siamo propensi a credere che il peso di queste punizioni fosse a sua volta una pura dimostrazione di forza; sappiamo di comportamenti da una parte e dall’altra dei combattenti, di grande fede, di generosità, come di tradimenti e di crudeltà. Dio perdoni gli uni e gli altri.
Ci è accaduto di assistere a processo di straderia, della quale incolpati i Cici, in numero di venti e più, e ci sorprese la studiata pulizia, confinante a ricercatezza di vesti, di acconciatura di capo, a compostezza dei processati, che faceva singolare contrasto colla ricercata negligenza di altri assistenti. Quello che sembrava il più reo, era persona che, vestita alla urbana, si sarebbe preso per persona in carica. Uno solo pareva, non si potrebbe dire se più scoraggiato o dolente, ed era quello che più abbandonavasi ad escandescenze; negli altri sembrava dominare od ilarità, od indifferenza al loro destino. — Nelli interstizi del dibattimento, ammesse le loro donne ad avvicinarsi, abbiamo veduto scene di tenerezza, senza sguajatagini, sostenute con dignità dai mariti che si credono superiori per ogni conto alle donne; di una vedemmo come sempre stasse in ginocchio dinanzi al marito suo; — altra inviluppata in processo, perchè sospetta di non avere detta la verità contro il marito, vezzosetta anzi che no, chiedeva che fosse allontanato il marito, mentre avrebbe parlato, e copriva la narrazione di certe avventure con velo sì nobile, sì decente, sì delicato, che una fanciulla avrebbe potuto ascoltare. Fu ritenuta finzione di fatti, può dubitarsene; certo esigette arte assai raffinata, ed astuzia che poi contrastava colle forme gentili della faccia e coll' età. Ci è capitato di assistere ad un processo per straderia, di cui erano accusati dei Cici, in numero di venti e anche più, e rimanemmo sorpresi per la loro accurata eleganza, molto vicina ad una specie di ricercatezza negli abiti e nell’acconciatura dei capelli, ad una compostezza delle persone sotto processo, che contrastava singolarmente con la ricercata negligenza di altri che assistevano al processo. Colui che sembrava il più colpevole, era una persona, che vestita alla foggia cittadina, poteva essere scambiata per un personaggio con una carica. Solo uno degli imputati sembrava, non si potrebbe dire se più scoraggiato o sofferente, ed era quello che più dava in escandescenze; negli altri sembrava prevalere o ilarità o indifferenza al loro destino. Negli intervalli del dibattimento, essendo stato dato alle loro donne il permesso di avvicinarsi, abbiamo veduto scene di tenerezza, senza sguaiataggini, affrontate con dignità dai mariti che in ogni modo si sentono superiori alle donne; ne vedemmo una che stava in ginocchio di fronte al proprio marito; un’altra, compromessa anche lei nel processo perché sospettata di non aver detto la verità contro il marito, piuttosto graziosa, chiedeva che il marito fosse allontanato mentre lei avrebbe parlato, e mascherava il racconto di certe avventure come con un velo così nobile, così decente, così delicato, che anche una fanciulla avrebbe potuto ascoltare ciò che diceva. Il suo racconto fu creduto inventato, e si può avere qualche dubbio; certamente richiedeva un’abilità molto raffinata ed un’astuzia che a sua volta contrastava con le forme gentili della faccia e con l’età.
Ci accade di visitare la Ciceria, ed averne convincimento che se questa regione è sconosciuta a Trieste, non lo è Trieste ai Cici, i quali non solo conoscono la pianta di tutta la città materiale, (e così di altre città all' intorno) ma mostrano conoscere le persone singole, sieno in carica o no, di conoscere le cose interne di famiglie, perfino certi pettegolezzi di donne, di conoscerne le fortune, le qualità morali; si direbbe che tengano a memoria lo scematismo; lo che non deve recare meraviglia, a chi ricordi che vanno per le case a vendere carbone, che sono in contatto colle persone di servigio, che sono accorti, curiosi, loquaci, che hanno l'occhio linceo, l'orecchio acuto. E delle pubbliche faccende, e delle persone in carica hanno più conoscenza di quello si creda. Non sanno leggere, ma si fanno leggere in Trieste qualche brano di giornale, del Diavoletto, il quale nelle cose di persone, aizza la curiosità loro. Ci capita di visitare la Ciceria, e di trarne la convinzione che se questa regione è sconosciuta ai Triestini, non lo è la città di Trieste ai Cici, i quali non solo conoscono la pianta di tutta la città (come pure di altre città vicine), ma mostrano di conoscere le singole persone, sia che ricoprano una carica sia che siano semplici cittadini, di conoscere le vicende interne delle famiglie, perfino certi pettegolezzi di donne, di conoscerne i beni, le qualità morali; si direbbe che tengano a memoria lo scematismo [2]; ma questo non deve meravigliare, se si ricorda che vanno per le case a vendere carbone, che sono in contatto con le persone di servizio, che sono attenti, curiosi, loquaci, che hanno un occhio di lince e un orecchio acuto. E conoscono più di quanto non si creda le faccende pubbliche e le persone che rivestono una carica. Non sanno leggere, ma a Trieste si fanno leggere qualche brano di giornale, del Diavoletto per esempio, che nel pettegolezzo sulle persone stuzzica la loro curiosità.
Non ci è accaduto di udire che trattino quella che dicono politica, e di qualsiasi specie, ancorchè non ignorino certe cose salienti; ci è accaduto di confabulare con qualcuno che fu sui campi di Grobnico, estatico per li squarci di eloquenza spontanea che vi aveva udito, e lo aveva elettrizzato, ma non più in là. Non ci è capitato di udire che si interessino delle faccende di politica, e di qualsiasi specie, sebbene non ignorino certe cose importanti; ci è capitato di chiacchierare con qualcuno che era stato nelle campagne di Grobnico, estasiato per gli esempi di eloquenza spontanea che vi aveva ascoltato e che lo avevano entusiasmato, ma non di più.
Delle cose del proprio governo provinciale e distrettuale sono a giorno così, che qualcuno potrebbe far bella comparsa, se venisse a Dieta, e se si risolvessero a parlare; uno di quelli inviluppati nel processo di straderia, potrebbe fare da oratore. Ma i Cici sono prudenti in certe cose; del resto uomini di mondo, che guardano dall' alto dei monti, parecchie cose che in pianura sembrano complicate. Delle cose del governo della propria provincia o distretto sono così informati, che qualcuno di loro potrebbe fare bella figura se venisse a parlare alla Dieta; per esempio uno degli imputati nel processo di straderia, potrebbe fare da oratore. Ma i Cici sono prudenti in certe cose; del resto sono uomini di mondo, che guardano dall’alto dei loro monti molte cose che in pianura sembrano complicate.
Non ci siamo accorti che amassero svisceratamente le loro montagne; frustano troppo le città per attaccarsi a quelle come i faggi; però si compiacciono delle visite che si fa alla loro regione, e sanno a memoria i nomi, le cariche, le dignità delli visitatori. — L' ultima volta che visitammo quella regione ci tenne compagnia persona che mai vidde quei luoghi, nè fu in contatto con Cici, in Trieste, pure lo salutarono dandogli del Console, e lo era; e non dubitiamo che quei tali avrebbero potuto descriverne l' assisa di gala. Non ci siamo mai accorti che amassero intensamente lo loro montagne; frequentano troppo le città per essere attaccati alle montagne come i faggi; però sono contenti quando qualcuno visita la loro regione, e sanno a memoria i nomi, le cariche, il livello sociale dei visitatori. L’ultima volta che visitammo quella regione fu in compagnia di una persona che non aveva mai visto quei luoghi, né era stato in contatto con i Cici a Trieste, eppure lo salutarono chiamandolo Console, ed effettivamente lo era; e siamo sicuri che sarebbero stati in grado di descriverne l’abito di gala.
Non hanno tradizione alcuna, non hanno neppure curiosità di sapere chi sieno, nè da qual parte venuti. Fra loro usano il serblico, sembra puro, però qualche voce è latina; della lingua latina o rumena, un solo villaggio la ha conservata ed è è Sejane. Allorquando un rumeno di Vallachia visitò quel villaggio, e tenne loro [236] discorso che perfettamente compresero, lo ebbero in religioso onore, e chiedevano di quei Principati ove si parla la loro lingua, e chiedevano se il re di quei paesi, fosse rumeno anch' esso. Non hanno nessuna tradizione, e neppure la curiosità di sapere chi sono, o da dove siano venuti. Fra di loro, usano il serbo, sembra puro, anche se qualche parola è di origine latina; un solo villaggio ha conservato la lingua latina o romena, ed è Seiane. Quando un romeno venuto dalla Valacchia visitò quel villaggio, e parlò con loro in una lingua che tutti compresero perfettamente, lo onorarono con grande venerazione, e chiedevano in quali stati si parlasse la loro lingua, e chiedevano se il re di quei paesi fosse romeno anche lui.
Gli uomini parlano italiano, non le donne, non i fanciulli. Le donne non hanno forme attraenti, ancorchè qualche individualità faccia eccezione; vanno al bosco, attendono alle mandre ed ai campi; qualche po' di attillatura non è ricusata nei giorni di domenica, però l' acqua ed il sapone non sono frequentemente adoperati. Non pare che i mariti abbiano grande credenza in certa virtù muliebre, a promuovere la quale non sono propizi il parlare osceno, gli atti del corpo, nè il viaggiare di notte su carri di carbone, senza riguardo a sesso. Il Cicio è uomo di mondo. Gli uomini parlano italiano, ma non le donne e neppure i bambini. Le donne non hanno forme attraenti, sebbene qualcuna faccia eccezione; vanno a lavorare nei boschi, attendono alle mandrie e ai campi; usano curarsi un  po’ di più nelle domeniche, però usano poco l’acqua e il sapone. Non sembra che i mariti abbiano molta fede in certe virtù femminili, e ciò dipende anche dal fatto che dicono oscenità, si muovono senza grazia e viaggiano di notte sui carri di carbone, senza riguardi al sesso. I Cici infatti frequentano il mondo.
L'abbigliamento sì degli uomini che delle donne, cede alla imperiosità delle mode; abbiamo veduto una crinolina, ma non era di Cicia, le quali si contentano di una camicia e di una sopraveste. L’abbigliamento sia degli uomini sia delle donne obbedisce alle regole delle mode; abbiamo anche visto una volta una crinolina, ma non era di una donna cicia, perché loro si accontentano di una camicia e di una sopravveste.
Facile è oggidì l' accesso alla Ciceria per la strada rotabile che viene da presso Castelnuovo e che scende a Pinguente — e questa sola è per carrozze, sulla quale sta la capitale moderna, Vodizze. Oggi è facile arrivare in Ciceria per la strada rotabile che parte da vicino a Castelnuovo e scende a Pinguente, e solo questa può essere persorsa dalle carrozze e tocca Vodizze, il capoluogo moderno della regione.
Chi volesse visitarla troverebbe albergo, non troppo seducente, ma una minestra, polli lessi e rosti, e frutta, ed insalata, serviti in terraglia inglese con arabeschi bleu, posate di stagno, pane buono, vinello ottimo da pasto, acqua buona, tovaglie sufficienti, caffè, servigio in italiano e serblico a piacimento. — Se al forastiero accadesse di intervenire a ballo, in sala alquanto bassa, udirebbe le stridule melodie dei pifferi di legno a otre di pelle, e vi vedrebbe il Walz, che ormai ha compiuto la conquista del globo, e le saltazioni non troppo misurate. Potrebbe visitare in Vodizze l' orologio di ferro, comperato da poco, di seconda o terza mano, ciò in ramo di meccanica; in manifatture, il telajo unico di un tessitore; la casa della dogana, che altravolta dicono fruttasse da 1500 (15.000 nell’errata corrige) fiorini all' anno; il postino del tabacco e della carta bollata; l' archivio comunale, che veramente è intatto, nessuno sapendo leggere, intendiamo dei Cici; ma v' è il fante di Pretura, vi sono le guardie di finanza, v' è il cappellano, che all' occorrenza, ponno adjuvare. Chi volesse visitarlo, troverebbe un posto dove dormire, magari non molto accogliente, e in ogni modo troverebbe dove mangiare una minestra, polli bolliti o arrosto, frutta ed insalata, serviti in terracotta inglese con arabeschi blu, posate di stagno, pane buono, vinello ottimo da pasto, acqua buona, tovaglie discrete, caffè, servizio in italiano o serbo, a piacere. Se al visitatore capitasse di partecipare ad un ballo, in una sala modesta, sentirebbe le stridule melodie dei pifferi di legno su otri di pelle, e vi vedrebbe ballare il valzer, che ormai ha conquistato tutto il mondo, e salti abbastanza esagerati. Per quanto riguarda cose di meccanica, a Vodizze potrebbe visitare l’orologio di ferro, comperato da poco, di seconda o terza mano; per quanto riguarda la manifattura, un solo telaio di un tessitore; poi la casa della dogana, che dicono che in altri tempi fruttasse anche 1500 fiorini l’anno (15.000 nell’errata corrige); colui che vende il tabacco e la carta bollata; l’archivio comunale, che veramente non viene mai toccato perché nessuno sa leggere, vogliamo dire tra i Cici; ma c’è l’usciere di Pretura, ci sono le guardie di finanza, c’è il cappellano che in caso di necessità possono aiutare.
(Non tocchiamo della chiesa, non amando mescolare il sacro al profano.) (Non parliamo della chiesa, perché non amiamo mescolare il sacro con il profano.)
Di pubblici divertimenti, pubblici perchè sulla strada, per adulti: le borelle, — per giovanetti: il sassetto, il marcomadonna; non abbiamo veduto il pandolo. I pubblici divertimenti, diciamo pubblici semplicemente perché si svolgono per la strada, sono le borelle per gli adulti, il sassetto e il marcomadonna per i ragazzi; non abbiamo visto il pandolo.
Pippe e zigarri, nella sala del ballo, nelle case, sulle strade, dappertutto e per tutti. Pipe e sigari, nella sala da ballo, nelle case, sulle strade, dappertutto e per tutti.
Queste cose che scherzevolmente indichiamo di Voidizze, non intendiamo dette a sfregio o disistima. Anche i Cici hanno le loro glorie patrie; nel 1856 ebbero l' onore di comparire dinanzi le loro Maestà Imperiali Reali nei campi di Sesana, siccome distinti per fedeltà; nell'albo dei Cici si inscrisse illustre Conte, di nome onorato in provincia per somma carica; altri Eccelsi ed incliti si inscrissero; e lo scrittore di queste memorie fu posto nel numero dei Cici, or corrono quindici anni, e non isdegna il rappresentare fra i Cici, la sua qualunque parte di uomo di legge e di lettere. Questi dati che scherzosamente forniamo per Vodizze, non intendiamo dirli con intenzione offensive o di scarsa stima. Anche i Cici hanno le loro glorie patrie; nel 1856 ebbero l’onore di essere presentati alle loro Maestà Imperiali e Reali nei campi di Sesana come gente distintasi per fedeltà; fu scritto nell’albo d’onore dei Cici un illustre Conte, famoso nella provincia per la massima carica; e così anche altri illustri e famosi personaggi; e l’autore di queste memorie fu dichiarato uno dei Cici, quindici anni fa, ed è ben lieto di rappresentare fra di essi la sua parte di giurista e letterato, qualunque essa sia.
K. [Pietro Kandler] Traduzione di Antonio Dianich

Note:

  1. Il testo ha serbli e Bossina.
  2. Scematismo non è attestato nel Battaglia; significa “la diminuzione dei beni, del credito, la decadenza”? oppure “ogni inezia, vanità, scemenza”?

Tratto da:

  • Google books - Storia cronografica di Trieste dalla sua origine sino all'anno 1695, del Canonico D. Vincenzo Scussa Triestino, Cogli Annali dal 1695 al 1848 del procuratore civico Cav. Pietro Dott. Kandler. Testi manoscritti che si conservano nell'Archivio Diplomatico di Trieste, ora pubblicati per graziosa concessione del manifico podestà Stefano Nob. de Conti. Prima edizione Curata da F. Cameroni, Stab. Tipogra.-Litogr. di C. Coen Editore (Trieste, 1863), pag. 231-236.

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Created: Saturday, May 15, 2010; Last updated:  Friday March 11, 2016
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