Pietro Kandler
Prominent Istrians


Di Aquileia Romana
del Conservatore Imperiale

[Tratto da: Archeografo triestino, Serie II, Vol. 1, pp. 93-140, 1 tav.]

Aquileia fu costrutta a nuovo dai Romani 180 anni prima dell'era volgare, in agro che era dei Veneti occupanti le spiaggie marittime, però contrastate dai Norici Carni, che avevano recate molestie seppur non guerra ai Veneti. I Carni non erano propensi al mare, nè trattavano navigazione; avevano costrutta città il cui nome certo non giunse a noi, ma che probabilmente era Segeste, nel sito dell'odierna Palmanova, distrutta dai Romani che avevano ridotta al suolo anche l'altra città che aveva nome Ocra, a nostro congetturare alzata sul gruppo di colli nella valle del Frigido ove sta oggidì Voghersca e S. Pietro di Gorizia. I Romani dominatori della Venezia pretendevano anche il dominio dell'agro a sinistra del Tagliamento, dal quale i Carni sembrano avere cacciati i Veneti stringendoli alla marina, nella quale anche ai di nostri dura il dialetto veneto, mentre nella pianura sovrastante e nei monti ancor oggi dura il dialetto friulano.

Le pretensioni sul terreno di Aquileia non erano il solo motivo per edificare città, volevasi farne antemurale e fortezza contro Carni, contro Giapidi (l'odierna Karsia), e contro Istriani, preparando le conquiste che dovevano porre queste provincie sotto dominio romano, ciò che poi avvenne, e ben in maggiore misura che non le pendici della Giulia.

Intorno Aquileia, dal lato di settentrione e di levante stavano e stanno le Alpi che chiudono la gran vallata padana dal Col di Tenda al Cenisio, al S. Bernardo, poi piegando a sol levante al Pirene, al Monte Croce, al Pizio, indi piegando a mezzogiorno, terminano all'Alino (Schneeberg) attaccandosi alle Alpi che separano Dalmazia cisardiana alla transardiana. Un ramo distacca dal Monte Albano sopra Tarsatica (Fiume) e fatto [94] nucleo nel Caldaro (Monte Maggiore) scende ad Albona ove precipita al mare. Il braccio alpino che dal Picio si stende all'Albano, ebbe in onore di Giulio Cesare il dittatore o piuttosto di Ottaviano che si faceva chiamare anche Giulio Cesare, nome di Giulia, in antico la dissero Alpe veneta ed anche giapidica, però crediamo fosse ciò della Giulia seconda, imperciocchè la Giulia è ripartita in due; la Giulia prima dal Picio al Monteregio (Nanos), le cui pendici di forme tumultuarie, di terreno instabile, ancor oggidì vanno cangiando forma per abbassamento, incerto, ineguale, parziale; mentre la seconda cede in massa, lentamente, ned' è soggetta ad enormi sfranamenti e lacerazioni. Dalla Giulia prima scende il Natisone che passava ad Aquileia, dal limite fra la prima e la seconda scende il Frigido, altra volta assorbito presso Gabria da caverna; dalla seconda scende il Timavo assorbito a mezzo corso da voragine, unitosi sotterra al Frigido ricomparsi a S. Giovanni di Tuba; dalle braccia della Vena scendono il Formione antico confine dell'Italia civile al terminare della repubblica romana, l'Arsia antico confine fra Istria e Liburnia. Misteriose tradizioni correvano sulla Giulia seconda; Antenore sfuggito alle ostilità dei Greci radunati a Troia, aveva valicato coi suoi Veneti il Monte Albano nella pendice meridionale e credevasi ad una comunicazione fra l'Istro adriatico, che oggidì ha nome di Queto, coll'Istro pontico che ha nome di Danubio. La Giulia prima misurava in lunghezza 60 miglio romane, in larghezza 15; la seconda era lunga 40 miglia, 25 larga; le sommità delle Alpi della prima stavano sul mare 9000 piedi (il Tricorno), della seconda 4000, il Montalbano 5600, il Caldaro 4400. — Attraverso la Giulia prima aprivansi varchi da 5000 a 2000, nella seconda ancor più depressi. Aquileia distava dai filoni della Giulia sessanta miglia; Aquileia distava dalle città circostanti: da Trieste e da Forogiulio trenta, da Gemona venticinque, da Emona poi detta Lubiana settantacinque, distava da Ancona censessanta, altrettante da Zara.

La Giulia prima era tutta occupata da Norici, il monte come il piano e la vallata del Frigido e la intralpina dell'odierno Adelsberg. — Il Montalbano stava a metà di Giapidia, ripartita in cisalbiana o prima, ed in transalbiana o seconda, popolata da [95] federazione di comuni dei quali alcuni illirii, altri galli o celtici; la spiaggia dal Timavo al Risano era dominata da Giapidi, dominatori altresi dell'Istria interna; Istriani occupavano la spiaggia marina, e tutta l'estrema parte; Istriani e Giapidi ferocissimi popoli, che molto affaticarono i Romani. Norici, Giapidi e lstri giungevano colle terre loro fino alle porte (per così dire) di Aquileia.

Il suolo su cui si costrusse Aquileia era promontorio avanzato nell'estuario gradense alla cui diritta e sinistra stavano acque marine: il promontorio non più alto sul mare di 44 piedi; di Aquileia voleva farsi arsenale di terra e di mare, ad emporio non si pensava allora; si formò spontaneamente per effetto delle congiunzioni terrestri colle provincie di qua del Danubio.

Ebbe nome di Aquileia per aquila veduta volare nel tempo che si segnava sul terreno la novella città, non perchè ricettacolo di acque che sarebbesi detto Aquilegium non Aquileia come leggesi nei classici e nelle epigrafi.

Siamo tratti a credere che Aquileia si fosse disegnata coi riti pagani in giorno che fu tra il 23 ed il 26 ottobre del 180, così calcolando dalla declinazione del grande asse dell'agro colonico, che avrebbe dovuto seguire la tramontana astronomica, locchè non sapendosi allora precisare preferivasi di prendere a punto certo la levata del sole. Crediamo che'questo giorno debbasi collocare nell'autunno anzichè nella primavera per dissodare il terreno in tempo che conceda disporre le opere agrarie acciò l'agro sia ferace e maturo il raccolto. L'asse della città novella era quello dell'agro; l'asse attraversava la città, la faccia della città era rivolta a sole ponente; la schiena a sole levante, ove il suolo era più eminente, la faccia toccava il livello dell'acqua marina.

Sulla forma della città, sull'estensione sua molto si disse per congetture non giustificate, nè facilmente giustificabili. Sembra più autorevole il partire da altri canoni che non le voci vaghe incerte, o le supposizioni antiche e nuove.

Lo spettatore che guarda l'odierna Aquileia, non vede coll'occhio corporeo alcun edifizio od opera che attesti l'antica colonia, l'occhio della mente vaga per quei campi e paludi, in [96] traccia almeno del sito della città colossale. Alle inchieste rispondono indicazioni nè credibili, nè sincere. Altri dice che in Terso stasse la piazza di Aqnileia, in Belvedere l'opposto altro capo di città; altri Tanno ripetendo che l'ambito dell'antica città misurasse quattordici miglia; altri indicano protendersi le borgate fino ai colli di Ronchi; altri additano Grado, altri altro. Il numero del popolo dell'antica colonia è svariato, ingente, favoloso. Il forestiero riparte da Aquileia coi medesimi desiderii con che è venuto.

Il desiderio di sapere la forma materiale dell'antica Aquileia non è dei viaggiatori soltanto e dei curiosi, lo è dei dotti, per trarne giudizio sulla condizione di quella città che fu antemurale d'Italia romana, seconda a Roma per popolo e per dovizie, porto celebratissimo di mare, stazione di flotta, arsenale di mare, residenza di imperatori, emporio delle genti cisdanubiane, di Egitto e dell'Asia minore, convergenza di strade estesissime; della città, che mentre durava in buo splendore vide l'evangelista Marco, inviato dall'apostolo Pietro a fondare chiesa che durata diecisette secoli, fu amplissima, seconda a Roma, fu provincia dall'Adige al Dravo, dal Chiese al Savo, fulgida per santità di prelati, per sapienza di dottori, per numero di chiese suffraganee.

Maestri si furono i Romani in ogni scienza di buon governo, in ogni genere di opere struttone, le città loro furono con grandissima sapienza disposte e conformate così che niun altro popolo seppe meglio; la ricognizione di un'intera città, piantata a nuovo senza li ostacoli di città che si trasforma in romana, o di insolite e strane conformazioni di suolo, senz'altro guida a riconoscere quelli canoni che certamente ebbero, e costantemente seguirono. Dura tradizione e testimonianza che le antiche colonie fossero anche nella materiale loro distribuzione, come lo erano nel governo, imitazione di Roma; imitazione che creduta a misura dal conte Michele della Torre, pensò di calcare la pianta di Roma sul terreno che sta intorno Cividale, venendo così a proporzioni troppo sconcordanti, fra una città che entro sue mura comprendeva quattro miglia quadrate di superficie, ed una città che appena comprendeva una quarta parte di miglio; con [97] Roma, le cui borgate in serie continuata di abitazioni stendevansi fino al mare, fino al porto proprio di mare distante 15 miglia, le rovine delle quali borgate coprono amplissima campagna a molte miglia di distanza.

L'esecuzione di siffatte imprese nei più è temeraria, e vien giudicata qual mero arbitrio o poesia dell'illustratore; e ricordando li scritti di investigatori delle antichità, dei secoli decorsi, che a capriccio mostrano palazzi, edilizi, città e porti e circhi e naumachie ed anfiteatri e teatri e piramidi e colonne a coclide, in verità si è tratti a sorridere. Pure anche senza vedere soprasuolo avanzi di edilizi, è possibile di riconoscere nel terreno, od in parziali tasti tali elementi, da procedere con sicurezza, e da venire a certissime conclusioni, anche a primo lavoro non completo, che sono guida sicurissima.

Ci è noto che intorno al 1806 i fratelli Zuccolo da Udine, ingegnere l'uno, pittore l'altro, fecero indagini sulla forma dell'antica Aquileia, per le cose struttorie, con grandissimo amore, con pazienti lavori, i quali il colonnello Siauve, esploratore delle antichità di Parenzo e di Pola, era per proseguire, attissimo a farlo con successo; sennonchè chiamato all'armata di spedizione contro Russia, nò riuscito al prefetto della provincia, Somenzari, di ottenere licenza che rimanesse, egli lasciava la vita sul campo di battaglia. Altri valenti in precedenza a questi, presero nota delle cose venute all'aprico, e convenivano essere stata quadrata la forma della colonia aquileiese, e di piccole dimensioni, intendiamo piccole di confronto alle esagerate vociferazioni. Lo scrittore del presente articolo vi diè attenzione, e segnati su tavole i risultati di sue indagini, illustrava queste in più discorsi improvvisati nella sala dell'I. R. Accademia di Commercio di Trieste. Si arrestarono le indagini per mancanza di più essenziali fattori: di un piano di livellazione a stratificazioni, del terreno da Cervignano a Grado, del corpo delle Inscrizioni aquileiesi, dei Codice diplomatico del Friuli, e di altri sussidi, quale la Tavola geografica dell'antica provincia, delle contermini Norico, Pannonia, Dalmazia, e dalla Corografia antica della regione che si estende dal Tilavento all'Alpe Giulia, dal mare alle chiuse di Gemona e di Venzone.

[98] La livellazione del suolo a strati è il miglior modo che noi sappiamo per riconoscere le ondulazioni del terreno, la loro forma, le loro significazioni. Abbiamo veduto la livellazione dei dintorni di Pola del capitano di artiglieria Kubesch, ed ancorchè quei colli superino i cento piedi di altezza, mirabilissimo e sapiente ne è il risultato, tale da dare certezza di poter leggere nella livellazione di Aquileia tutta l'antica condizione del suolo, ed in questo, dei manufatti antichi. I piani e le carte delle quali si lamentava allora la mancanza, or sono compiute per opera del conservatore, dal cui prospetto stampato leviamo l'indice delle cose che riguardano Aquileia, nè cangiarono i giudizi fatti in precedenza.


  1. La decima regione dell'Italia imperiale augustea secondo Plinio, la quale comprende la Venezia, l'Istria, le pendici del Tirolo a mezzogiorno di Pirene, Tusci, Cenomani; dall'Adda all'Arsia, dal Pò e dall'Adriatico fino alle Alpi retiche, carniche ed alla Giulia. — Con indicazione delli agri antichi, delle città, delle strade romane, dei fiumi antichi, dei fari o lanterne di mare.
    Segnata e colorata sul tipo della carta pubblicata dal genio militare, del Lombardo Veneto e del Litorale Austriaco, e di brandelli di Carintia e del Carnio.
    Unite le carte in u solo foglio, scala 1/288.000 del vero.
    Carta planimetrica del Litorale, detta Terrainskarte, in rarissimi esemplari, litografata nella proporzione di un pollice austriaco eguale a 400 tese austriache, postivi a colori i monti, i fiumi antichi, le strade, le città, le castella, i castellari, le rovine di qualsiasi specie, i confini delli antichi comuni romani.
    Fu ripartita in tre quaderni — Gorizia, Istria, isole del Carnero.
    La Gorizia conta 29 fogli, — aggiunte altre carte parziali di Monfalcone, di Aquileia.
    L'Istria conta 29 fogli. — Aggiunta la carta delle visuali da castellaro a castellaro; altra dell'agro parentino; [99] una carta dell'Istria romana, la carta della Idrografia sotterranea.
    Le Isole contano 14 fogli. Il Litorale intero 63 fogli.
  2. Carta del Litorale romano colle città, castellari, strade, boschi, sul tipo della carta del genio militare ridotta.
  3. Carta del Litorale colle ripartizioni ecclesiastiche del medio evo, in vescovati e plebi basata sulle ripartizioni territoriali romane. Sopra carta del Gerin, che è in proporzioni grandi, 7 fogli.
  4. Contea di Gorizia, Adelsberg, Lubiana romane, coi territorii, limiti, strade, fortalizi — sul tipo della carta maggiore del genio, tre fogli.
  5. Carte di Liburnia e di Dalmazia e di Giapidia, ridotte alli scompartimenti romani, con indicazioni delli confini territoriali, strade, città, fortalizi, della condizione a' tempi delle invasioni croate, dei possessi dei latini. Atlante di 35 carte.
  6. Carta di Pannonia colle castella romane al limite dunubiano.
  7. Carta delle Dacie romane in grandi dimensioni, insieme coll'Istria pontica antica, sulla scala della grande carta austriaca del genio militare.
  8. Carta del Carnio colle strade, città e ripartizioni romane, sul tipo della carta del Freyer in 14 fogli.
  9. Carta romana della Carintia romana, sul tipo della carta grande del genio militare, 3 fogli.
  10. Agro colonico di Padova, prelevazioni originali, 4 fogli.
  11. Il Friuli che fu poi dei patriarchi, indi dei Veneziani, 7 fogli, sul tipo della grande carta del genio, colle confinazioni iromane.
  12. Liburnia antica, Japidia; carte e memorie.
    E vi aggiungiamo altre due illustrazioni:
  13. Il Timavo, Trieste Lloyd 1864.
  14. La Giulia, Trieste Lloyd 1867.

Una poesia dei tempi di Pipino ripetuta nel Codice diplomatico istriano, ci ha conservato la descrizione di Verona colonia. [100] — La si dice quadrata, murata con 48 torri, delle quali otto erano eccelse. In Aquileia le torri distavano 25 passi romani; Verona era eguale ad Aquileia primitiva, varie volte un castro Le otto torri maggiori erano agli angoli, ed una stava in mezzana di ogni lato. Aveva il foro con quattro archi agli angoli, così che sembrava sala chiusa, avente quattro porte; aveva piazze pavimentate con pietre riquadrate, anfiteatro, e castello munitissimo, ed era quello di S. Felice sul colle, aveva fossa di acqua che la circondava. Le torri sarebbero state distanti 34 passi romani.

Magna et praeclara pollet urbs haec in Italia,
     In partibus Venetiarum, ut docet lsidorus,
     Quae Verona vocitatur olim ab antiquitus.
Per quadrum est compaginata, murificata firmiter,
     Quadraginta et octo turres fulgent per circuitum,
     Ex quibus octo sunt excelsae, quae eminent omnibus.
Habet altum Laberinthum magnum per circuitum,
     In quo nescius ingressus nunquam valet egredi,
     Nisi cum igne lucernae, vel cum fili glomere.
Foro lato spacioso sternuto lapidibus,
     Ubi in quatuor cantus magni instant fornices;
     Plateae mirae sternutae de sectis silicibus.
Fana et Tempia constructa ad Deorum nomina,
     Lunae, Martis, et Minervae, Iovis atque Veneris,
     Et Saturni sive Solis, qui praefulget omnibus.
Et dicere lingua non valet huius urbis schemata:
     Intus nitet, foris candet, circumsepta laminis,
     In aere pondos deauratos, metalla haud communia.
Castro magno et excelso et firma propugnacela
     Pontes lapideos fundatos supra flumen Athesis,
     Quorum capita pertingunt in urbem ad oppidum.
Ecce quam bene est fondata a malis hominibus,
     Qui nesciebant legem Dei et nova atque vetera
     Simulacra venerabant lignea, lapidea.

Nell'1865 fu pubblicata la pianta dell'Aquileia romana e patriarchina, sotto nome di Icnographia.

[101] L'autore della Tavola suddetta si ristrinse al corpo della città per eccellenza, a ciò che costituiva la città consacrata tale dai riti religiosi, abitazione dei nobili dominanti di Aquileia, preterendo affatto le borgate nelle quali abitavano la plebe, gli schiavi, gli artieri, nelle quali stavano per impero di ordinamento delle città i templi di alcune divinità; parte plebea di città che solitamente sta all'altra nobile come due ad uno. Ned ha compreso poi siccome parte integrante la città mercantile, e la città marittima, l'emporio, la classe ed il porto: le quali parti, secondo notizie venute fino a' tempi presenti per indicazioni di scrittori antichi, furono appunto quelle che diedero splendore ad Aquileia sovra le città di terra soltanto, ed aliene dai traffici di emporio, col movimento di emporio colossale, e di porto celebratissimo, e colle instituzioni di flotta marittima e di arsenale militare, che faceva parte della flotta ravennate tenente in custodia l'Adriatico, l'Egeo e quanto mare sta a levante di linea tirata dalle estremità d'Italia al promontorio di Cirene nell'Africa. Queste che sono a nostro vedere parti integranti dell'antica Aquileia, stessero pure divise tra giurisdizioni civili o militari, o marittime, nel complesso loro, presentano estesa la città da Cervenniano a Grado.

L'Iconografia presenta la cinta della città sacra, della città dominante, in forma quadrilatera, della quale il lato maggiore misurerebbe 1315 passi romani, il minore 852, i quali a dir vero non stanno nella solita proporzione. La superficie sarebbe di 1,120.380 passi romani, mentre la città di Roma ai tempi di Adriano misurava 4,050.000. Questa area che senz'altro è gigantesca, fu segnata per induzione, prolungando gli avanzi di due tratti di mura nell'angolo che sta a settentrione ponente; l'un tratto quello che corre da ponente a levante lungo 852 passi romani, l'altro che corre da mezzogiorno a tramontana lungo 1315 passi romani. Gli avanzi di un torrione isolato esistente sulla linea del tratto minore di mura, ha persuaso l'indagatore che quello fosse l'altro angolo delle mura dirette da ponente a levante, dando così proteso il lato settentrionale dell'area urbana a passi romani 852. La protensione dell'altro lato è meramente congetturale, e dalle indicazioni che accompagnano il piano sembra siasi tratta congettura unicamente dalla elevazione del suolo, che [102] sovrasterebbe al livello di quelle aeque paludose che lo tangono. I due lati, come segnati nel piano di 852 e di 1315, non istanno in ragione alcuna fra loro, nè di eguaglianza, siccome è della forma a quadrato, nè di doppio siccome è di plinto, nè il risultato di superficie quadrata presenta cifra tale da stare in proporzione sia con quella unità che viene data dalle castella romane o dal multiplo di quella unità che si riconosce dappertutto nelle assegnazioni romane di terreno da città. La cifra di quadratura che avrebbe Aquileia di 1,120.380, reca a desiderio di qualche giustificazione a meno che non si voglia supporre che l'ampiezza del terreno assegnato a città, seguisse a caso, il che può facilmente ricusarsi nei Romani, che in tutte le cose struttone ed architettoniche procedevano con modulo, così ai limiti della Scozia come nei deserti dell'Africa.

Non. troviamo in quella cifra di quadratura alcuna ragione numerica dei moduli adoperati per città; non ne troviamo ragione alcuna nelle misure agrarie, neppur nelle forme di superficie agraria, tutte quadrate o multiple di quadrato. L'actus può prendersi ad unità di misura agraria; il iugero componevasi di due actus, due quadrati abbinati in forma veramente bislunga, ed è l'unica eccezione alla forma quadrata a lati perfettamente eguali che hanno l'Heredium, la Centuria ed il Saltus.

Le cifre di queste misure agrarie, di 576 — di 1152 — di 2304 — di 230.400 — di 921.600, non istanno in proporzione alcuna col 1,120.380 della superficie congetturata in Aquileia; nè questa cifra corrisponde in modo alcuno al tipo sia di Roma primitiva, sia di Roma adrianea.

L'autore della Icnografia asserisce di avere trovato fondamenta di torre, in linea delle mura settentrionali della città, a distanza di 250 tese viennesi che sarebbero di trecento ed una tese romane e credette di riconoscervi l'angolo estremo del corpo di città verso levante settentrione.

Vogliamo prestar fede all'asserzione, ma potrebbe facilmente essere stata Specula della quale non sapressimo fare priva Aquileia. Il terreno è prossimo a strada precipua, è più alto il suolo che non il campidoglio ed il palazzo imperiale, ed il punto da cui fare osservazione facilmente poteva con torre [103] portarsi a cento piedi sopra il suolo, dal quale dare e ricevere segnali.

Ai modi di difesa vanno annoverati i telegrafi, mediante i quali celeremente davansi notizie dai punti più distanti; di questi servivasi Tiberio per essere avvertito, mentre stava nel recesso di Capri, di quanto avveniva in Roma quando voleva disfarsi di Seiano che gli insidiava l'impero. — Questi telegrafi erano segnali dati col fuoco di notte, col fumo di giorno, mediante sei fiaccole, al di sopra ed ai lati di tavolato, colle quali faci formavamo combinazioni, o di due al di sopra, o d'una e così ai lati, così e di sopra ed insieme dai lati, come appunto usavasi coi telegrafi a bracci mobili prima della scoperta dei telegrafi elettrici. Crediamo fosse scrittura a segnali, anzi che a lettere d'alfabeto componenti parole; duravano nel Carnio nei tempi delle incursioni turchesche e li dicevano graitfeuer.

Questi segnali davansi, in piano da torri elevate, sui colli da castellari sopra terreno elevato, a distanze misurate, i maggiori a dieci miglia romane, li medii interposti a due miglia; crediamo operassero a tempo sereno i maggiori. Aquileia era in comunicazione celere con Roma per li Euganei, Bologna ed attraverso li Apennini col Danubio soprano attraverso il monte Croce fino a Ratisbona; con Buda attraverso la Giulia seconda, Celleia, Petavio; con Siscia attraverso il Carnio inferiore; con Dalmazia per li Albii; con Pola. — Le notizie di approssimazione di armata o di flottiglia, le domande di soccorso correvano celeri. — Questi castellari sono ancor riconoscibili in tutta la serie loro, interessa di registrare almeno li più prossimi che conosciamo ed abbiamo esplorati; diremo all'infretta del Friuli, nel quale erano precipue stazioni il colle di Meteia, di Udine, di Gemona; della valle del Frigido, Meteia, Ranziano, S. Croce, il Piro, Nauporto; dell'Istria Doberdò, S. Croce, castellaro di Muggia, monte Malio, Buie, castellaro di Parenzo, Geroldia, Valle, e S. Daniele di Pola. In generale puossi adottare che i castellari servissero a telegrafi, in qualunque loro serie.

Sul mare avevano le tabelle che oggidì dicono avviso, di leggera costruzione, di forme snelle, mosse da ruote, girate da bovi moventesi su pavimenta mobile intorno ad asse, legati li bovi colle corna, bendati li occhi. Registriamo qualche testo.

[104] Specularum significationes, bello troiano invenit Sinon.

Plinio Hist. nat VII. 57.

Quae castra, ut fumo, atque ignibus significabatur.

Caesar. B. G. II. 7.

Celeriter, ut ante Caesar imperaverat, ignibus significatione facta, ex proximis castellis eo concursum est.

Caesar. B. G. II. 33.

Caesar, quo facilius equitatum Pompeianum ad Dyrrachium contineret, aditus duos, quos esse angustos demonstravimus, magnis operibus praemunivit, castellaqne his locis posuit

Caesar. B. Civ. III. 58.

In hoc iugo colles sunt excelsi pauci, in qnibus singulae turres speculaeque singulae per veteres erant collocatae.

Caesar. B. Afr. 37.

Cuius in adventum, praesidii causa Caesar complura castella occupavit partim suo equitatu, partim ut pedestres copiae in statione et in excubitu castris praesidio esse possit.

Caesar. B. Hispan. 6.


Il terreno sul quale stava l'antica Aquileia e sta la moderna, in margine a marina, nell'intimo seno dell'Adriatico, molle come è, di svariate ancorchè miti pendenze, ha subito grandi cangiamenti, sia pel corso deviato dei fiumi principali, sia per le corrosioni di mare non più contenuto dai decubiti di fiumi alle loro foci, nei venti secoli che corsero dalla prima fondazione di quella città. Il suolo tutto si è abbassato, per lo meno di cinque piedi, al che però non sappiamo attribuire grande peso, fuorchè nelle parti dilavate dal mare; imperciocchè la depressione fu abbondantemente supplita dalle rovine delle antiche costruzioni e dal terriccio che vi si formò di sopra, e che naturalmente ed abbondantemente si produce in luogo da bosco ed in luoghi coltivati; così che non sembra doversi calcolare gran fatto questo abbassamento, nella generalità, ancorchè lo si debba ammettere per singole parti. Il terreno intorno la città di Aquileia [105] è più avvallato di quanto a primo aspetto nol sembri; un piano che mostrasse a stratificazioni e livelli il terreno tutto all'intorno di Aquileia nell'ingiro di tre o quattro miglia da ogni lato, porrebbe spontaneamente all'aprico forme che per altra via non si presentano facili a comprendersi. Sembra che in precedenza ai Romani il dorso sul quale sta l'odierna Aquileia fosse promontorio avanzato in mezzo a stagni e paludi, fossero marini, fossero fluviatili; vera penisola, il cui punto culminante ancor oggi sta sopra il livello del mare per 44 piedi austriaci. E sembra che da tre lati fosse la penisola di Aquileia circondata da altre isole, specialmente nella direzione verso Grado, la Belinia, il Belvedere, le isolette dell'estuario, e Grado la più avanzata, la quale protendevasi in mare ancor per un miglio almeno.

In mezzo a questo aggruppamento di isole correvano acque fluviatili maggiori o minori, ed il convoglio di due fiumi montani, uniti poi in un solo alveo, l'uno il Turro che ha sua origine nei monti che fanno corona ad Udine e Cividale, ed il Natiso l'altro, che ha sua fonte nei monti di Ampezzo goriziano. L'Isonzo che raccoglieva il Frìgido presso all'odierno Rubiano non giungeva al mare, ma raccolto a grande lago, le acque per sotterranei cunicoli traversavano il filare di monti che si stende verso il promontorio di Sagrado, versando loro acque nel celebratissimo Timavo.

In tempo non ben certo (il Berini pone al quarto secolo, noi nel 587), otturati i cunicoli per ingombro di glarea e sabbia e melma, l'Isonzo s'apri violentemente la via attraverso il varco fra Gradisca e Sagrado, e corse a raggiungere presso Campolongo il Natisone, e con questa scendette ad Aquileia. L'alveo comune di questi quattro fiumi toccava la base di Aquileia, uscendo per Grado e per l'Anfora al mare aperto.

Altra violenta alterazione avvenne nel 1490; il Sonzio, abbandonato l'alveo fra Romane e Villesse, s'avventò contro S. Pietro, del quale atterrò la chiesa, corse nella Sdobba, seguito dal Natiso e dal Turro. Il nuovo alveo comune dei quattro fiumi s'allontanò per quattro miglia dall'antico che era appiedi della colonia pur seguitandone la direzione, ma il nuovo filone ha tendenza di sempre più scostarsi da Aquileia per accostarsi ai monti; [106] l'antica colonia celebrata anche pel fiume, ne fu per sempre privata.

Pei quali violentissimi cangiamenti l'Aquileia dei primi - secoli ebbe fiume di assai minore portata che non quando il Natiso col Turro le correvano presso; poi accresciuti dal Sonzio col Frigido. Non è impossibile il riconoscere l'antico volume di acque, non già assolutamente, colla copia di acque che oggidì convogliano, perchè la distruzione dei boschi sulle montagne ha scemato le pioggie, la spogliazione delle montagne ha recato impeto repentino di acque a modo di torrentacci in certe stagioni, povertà di acque in altre; perchè non più è lentamente assorbita l'acqua piovana per raccogliersi nei bacini sotterranei alimentando così le sorgenti in misura equabile; pure la media d'acqua in tutto il giro di un anno può dar qualche regolo. Più sicuro lo dà l'alveo antico del fiume, fatto calcolo della pendenza. I Romani furono attenti ed esperti nella canalizzazione delle acque correnti, preceduti nel bacino inferiore del Po, dalla sapienza di antichi popoli italiani, non inferiori agli Egiziani, che seppero imbrigliare il Nilo e con ciò farlo mezzo di fecondità delle terre. I Romani aprirono fossa regolare al Natiso da Campolongo ad Aquileia; altra fossa artifiziale corre parallela alle mura residuate dell'antica città; altra fossa artifiziale e romana incontra questa, cadendo ad angolo retto, correndo a metà della città antica, e la dicono l'Anfora, lunga, da quattro miglia; la fossa da Pavia fino ad Aquileia è ancor riconoscibile per buon tratto. Gli scrittori che videro l'antica Aquileia, di lei narrano come il grosso del Natisone corresse lungo le mura dal lato che guarda sole oriente, che le acque del Natisone la circondassero, e che il Natisone fosse navigabile per sette miglia dalla sua foce in mare.

La ricognizione dell'antica idrografia fluviatile reca a tali certezze da non poter dubitare del terreno sul quale sorgeva l'antica colonia; e mostra come quel terreno, toccato a levante dal gran filone del fiume, fosse attraversato da canali secondari, cosi a parziale discarico del fiume maggiore, come a comunicazione facile e propizia nell'interno del corpo medesimo della città. Durano le testate di ponte presso il Monastero, le quali, oltrechè essere punto certissimo, mostrano un'apertura di alveo che sarebbe stato di venticinque passi romani, mentre il ponte avrebbe [107] avuto la larghezza di oltre quattro passi romani, certamente per strada larga cinque passi.

La larghezza di quest'alveo è altresì quella dell'Anfora.

E sembra potersi conchiudere che l'Anfora non fosse già canale di navigazione sibbene alveo del Natiso, ed ancor oggi le acque del canale delle Vergini corrono nell'Anfora in massima parte, la minor quantità corre in laguna. Dal che può arguirsi che i Romani volessero il porto di Aquileia scevero da acque dolci, che indrizzarono verso ponente al porto Buso. Un ponte ad undici miglia di distanza retta da Aquileia, opera magnifica delli imperatori (Antonio e Commodo), ha bisogno di essere riconosciuto. Sembra stasse alla via Postumia che da Genova correva diritta alle Are Postumie sull'Alpe Giulia; sembra fosse quadruvio. Lo si è cercato all'Isonzo, ma stava certo sul Natisone, dacchè a quei tempi l'Isonzo non scendeva al mare; lo si è cercato presso Ronchi ove stava ponticello, e necropoli, non calcolato che passata quell'acqua, non ancor potevasi giungere per asciutto ad Aquileia non calcolato che se passato quel ponte potevasi giungere, la strada doveva correre parallela al corso dei fiumi da settentrione a mezzogiorno, non per traverso da levante a ponente.

L'agro intorno la città di Aquileia porta visibili testimonianze di essere stato a'tempi romani irrigato; irrigato era del pari l'agro colonico di Padova. E ci sono testimonianze che fosse attraversato da canali navigabili, od almeno guazzabili, dei quali il precipuo era senz'altro quello che metteva in comunicazione la gran fossa del Natisone e Turro con Cervignano, la quale recava nome di Alsa (Ausa volgarmente) tuttor fiume sbrigliato, disarginato, che conserva il nome. Questa fossa partivasi da sopra il Campomarzo, veniva retta a Cervenniano, piegava verso l'estuario, usciva al mare per porto Buso, tuttor navigabile dal mare a Cervenniano. Il porto era nell'estuario alla foce dell'Alsa, siccome solevasi nelle lagune. La notizia la dobbiamo a Cassiodoro nell'epistola IV. 8 che ordinava ai decurioni ed ai possessori di fornire a prezzo di valore travi, e di guazzarli al porto Alsuano, trasporto ben più facile per acqua, che non sulle ruote fino all'estuario del Timavo, sul quale i Cividalesi avevano porto e durano testimonianze. Così pel Natisone l'agro cividalese [108] aveva comunicazione fluviatile col mare, e se volevasi anche con Aquileia.

Proinde devotioni vestrae praesenti auctoritate decernimus, et accepto praetio competenti, de locis vestris ad Alsuanum trabes sine aliqua dilatione devehatis; quatenus et nostra ordinatio sortiri possit effectum, et perceptis mercedibus vos videamini sustinere dispendium. — Cassiodoro, Ep. IV. 8.


Del pari correva fossa parallela a quella dell'Alsa, a Terzo, recando nome di Natisone, scendendo alle mura occidentali di Aquileia, ove conserva nome odierno di Atis.

Le fosse di navigazione e di irrigazione scendevano obliquamente all'estuario, seguendo il naturale declivio del suolo. Esatti riconoscimenti darebbero più copiose e più precise notizie. Tali fosse e canali non più alimentate dalla fossa del Turro col Natisone, gettatisi nel seno di Panzano, hanno tolto l'acqua, rimasta in qualche parte quella di proprie scaturigini siccome è dell'Alsa e dell'acqua di Terzo. L'antica sapienza sapeva trarre profitto anche delle scaturigini per accrescere la massa tratta dalla fossa del Turro e del Natisone, come sapeva alimentare questa colle acque del Versa; la canalizzazione teneva in briglia le rotte improvvise di acqua soverchia irrompente.

Così le fosse erano presidio militare di Aquileia, per testimonianza di Ammiano Marcellino che raccontando l'assalto datole l'anno della morte di Costanzo, in nome di Giuliano, che fu il 361, li oppugnatori vennero al divisamento di costruire torri di legno, ponendole sopra tre barche solidamente unite, onde accostarsi alle mura.

Anche le marine conviene sieno riconosciute nelle condizioni loro naturali, dacchè furono base alle opere artifiziali costruttevi, ed alla destinazione loro secondo esigenze dell'emporio. Certo fra Grado e S. Pietro d'Oro fu l'ingresso da mare, certo la stazione propizia di navi maggiori fu non già sotto le mura dell'antica colonia, sibbene a Morsano ed a S. Marco al Belvedere, che al pari della Belinia erano in istato di isola ancor nel secolo XI dell'era comune. La comunicazione acquea col corpo della [109] città, certamente fu con opera d'arte facilitata alle navicelle onerarie. Il porto fa parte integrante dell'antica Aquileia, ancorchè non tangesse le di lei mura, e diede a lei celebrità altissima.

La parte marina di Aqnileia era in vero distinta così, che neppur sottostava alle giurisdizioni civili di quella, anzi formava propria provincia marittima, con proprie magistrature, ed ordinamenti; e quelle isole tutte, esclusa la Belinia, appartenevano alla provincia marittima. Ma le ragioni di governo non alteravano le conformazioni naturali che le facevano appendici di Aquileia. Alle spiaggie marine ed entro le giurisdizioni marittime, devono riconoscersi i luoghi adatti a navali per costruzioni e per armamento di navi; le rive di approdo; i siti per quelli opifici che sono indispensabili all'approntazione ed al corredo delle navi, ed alle stazioni così delli artieri, come della marinaresca in pubblico servigio dello stato e dei soldati marini. La ricognizione delle parti marittime gioverebbe grandemente alla ricognizione delle parti terrestri e fluviali congiungentisi alla marina.

Nobile parte di Aquileia erasi adunque l'estuario o laguna, spazio ampio occupato da isole ed acqua marina fra la terra ferma; e lungo dorso continuato di monticelli d'arena, decubito di fiumi, respinto dal mare, aperti all'ingresso nella laguna da antichi letti di fiume. Questa forma non è speciale della laguna di Aquileia ma comune a tutto l'estuario veneto dal Timavo all'Adige, dalle foci di questo fiume fino al di là di Ravenna e comune alle foci di tutti i grandi fiumi, siccome del Nilo, del Danubio, del Rodano; li stessi antichi giudicarono il Delta padano non inferiore al Delta egiziano per la sapienza nel condurre le acque fluviatili al mare, per la grandiosità delle opere artifiziali, così che da Ostiglia potevasi navigare direttamente a Ravenna da un lato, ad Aitino dall'altro; ed alle foci del Pò, tanta era l'acqua decubitante che la dissero i sette mari. Entro tali lagune placide erano le acque, sicura la navigazione e la stazione, comechè immune dalli impeti e dalle ire di mare. La ricognizione della distribuzione e della assegnazione di singole parti, la ricognizione delle opere antichissime ed antiche è in generale possibile all'infuori di due regioni, della ravennate, [110] congiunta la città altravolta isola per sedimenti alla terra ferma, e la aqnileiese per li dilavamenti che vi fa il mare. Di che ne è causa la deviazione di fiumi nei loro ultimi emissarii, il che avvenne per opera d'uomo intorno Venezia, per opera di natura intorno Aquileia.

Nel secolo XVI Venezia nell'opposizione di suggerimenti, s'appigliò al meno felice, a quello di deviare tutti li fiumi che scorrevano per la laguna propria di Venezia, calcolando dovesse la città evitare il destino cui soggiacque Ravenna. Ed avvenne T opposto perchè le foci delli antichi fiumi che erano li ingressi rimasero interrate per li rigurgiti del mare, ed ai dilavamenti delli dorsi dovette supplirai colle gigantesche opere dei cosi detti murazzi. Aquileia all'invece vide alterato l'antico corso artifiziale del Turro e del Natisone ed il Sonzio divenuto ricettatore dei fiumi alpini di tutta la Giulia allontanarsi da Aquileia per gettarsi nell'Isodohio, interrando a lungo tratto quel seno minore di mare. — L'uomo non corresse le aberrazioni della natura, o le frenò. Cosi avvenne che l'estuario aqnileiese rimanesse senza fiume che coi decubiti vi forma obice, e colla corrente tenesse aperte e nette le loci al mare, il quale rimasto padrone dilavò miglia intere di terreno avanzato nel mare, dilavò la stessa città di Grado nella massima parte, e l'assorbirà tutta ad onta della breve diga costruttasi recentemente. Lo stesso estuario non è difeso più dal dorso di monticelli di sabbia, frequentemente invasi dal mare irato che entro l'estuario cangia frequentemente i canali antichi, e dilava terreni altravolta coltivati. Diremo il poco che giunsimo a riconoscere. Questo, come tutto quanto è l'estuario veneto dal Timavo a Capo d'Argine, era appendice delle colonie di terra ferma più prossime, cosi che l'estuario dal Timavo al Tiliavento era giurisdizione di Aquileia, quello fra il Tagliamento e la Livenza di Concordia, poi di Oderzo, di Aitino, di Treviso, di Padova, di Este, ma oltre le giurisdizioni di giustizia penale e politica, altro governo di pubblica cosa erasi instituito, poggiato a magistratura che aveva titolo di Tribuni dei marittimi; governo che crediamo comprendesse il servigio di navigazione per l'estuario tutto, e pei canali manufatti entro la terra ferma pel servigio del principe cosi per lo trasporto di cose per le quali [111] il principe aveva gius di acquisto forzoso, siccome per derrate, e legnami, e pel servigio di corriere e messaggierìe periodiche e costanti, come era il servigio dei provinciali per le angario della posta sulle strade imperiali. — Questi marittimi erano anche tenuti di navigare all'Istria ed a Ravenna con navi maggiori onerarie pel trasporto di derrate ad approvigionamento di Ravenna. I marittimi dalla Venezia non erano però soldati o marinari della flotta da guerra.

Lo spazio assegnato ai tribuni marittimi e che formava il loro territorio giurisdizionale comprendeva oltre l'acqua marina, per cui crediamo fosse loro assegnato il governo dei porti e delle stazioni dei piloti, e delle barche minori da trasporto, peatte e gondole, ma anche i margini di terra ferma tangenti l'estuario. Curavano la produzione del sale marino, sale che non era di privativa del principe, siccome il sale di rocca. Cassiodoro nell'epistola XII. 24 ne fece descrizione memorabilissima.

E quando li abitanti della citta fuggendo le distruzioni dei popoli rozzi ripararono nelle isole dell'estuario, e vi formarono città in sostituzione delle terrestri distrutte, in Grado si rinnovò Aquileia, col rango di metropoli della Venezia insulare, come già lo ebbe Aquileia della terrestre. Quando avvenisse la istituzione dei tribuni marittimi non ci è noto; certamente ebbero ordinamento quando Traiano creò la flotta aquileiese escorporandola dalla ravennate.

A riconoscere le condizioni dell'antica Aquileia giovano grandemente le cognizioni geografiche e corografiche, così civili come militari, delle provincie transalpine che vi stanno all'ingiro. All'emporio erano tributari i Norici, le Pannonie, Carintia, Austria, Stiria, Ungheria, Croazia austriaca, Croazia turca, le quali come furono causa potentissima dell'incremento di Aquileia, così pel loro distacco dall'impero romano furono causa dello scadimento e dello annichilamento, assai più che non l'incendio ed il diroccamento recato da Attila. Città incendiate presto si rifanno ove potente sia la vitalità, si estinguono ove manchi. La geografia politica delle regioni fra il Danubio e l'Adriatico segna nella sua storia la storia della prosperità e del decadimento di Aquileia. Aquileia non potè essere straniera od indifferente alle [112] ordinamenti militari che del Danubio formarono limite, disposto a colonie, presidiato da legioni; non direttamente ma mediatamente; certo non potea tenersi straniera alla custodia del vallo sulla Giulia; trovata cosi ragione della costante presenza di militi, anzi nei tempi scadenti dell'impero un corpo d'armati stava a presidio dell'Alpe, appiedi di questa.

Allorquando l'Italia venne pel governo assimilata alle Provincie con magistrati provinciali, quella provincia di che fu capo Aquileia stendevasi dall'Adda all'Arsia; la presenza di supremo magistrato provinciale ne crebbe lo splendore, preparando altra provincialità di Chiesa, che durò fino a mezzo secolo passato, non calcolando le provincie, sia mercantili, sia politiche, sia militari; l'agro proprio segnava la condizione di Aquileia, perchè gli agri alimentari danno esistenza alle città, e l'ampiezza dell'agro è misura della ampiezza della città. Il quale agro circoscritto da Trieste, da Cividale, da Gemona e dal Tilavento dava testimonianza della ampiezza e della agiatezza di quella; nè sarebbe fuor di proposito il fare confronto fra la Aquileia destituta delle provincie amplissime a lei tributarie, coll'odierna Udine che nell'agro primitivo la ha rimpiazzata. I Romani consideravano della città, quelli che erano dei vicini gruppi di caseggiati che esistettero intorno quei castellari con che fu presidiato l'agro aquileiese; il riconoscerli, sarebbe certamente propizio.

Sicure indicazioni danno le strade pubbliche di qualunque categoria sieno; perchè convergendo a centro, la convergenza addita il sito della città, quand'anche il sito di Aquileia non venisse indicato dalle vie acquee; nè soltanto per la convergenza loro, ma pel sito ove hanno termine. Imperciocchè le strade s'arrestano alle porte della città, dalle quali hanno, se più piace, cominciamento; la direzione delle strade esterne non continua entro la città, ove la direzione della strada esterna non coincida colle strade interne a rettangoli, il che di Aquileia non accade che di una sola, quella che da Udine corre retta fino a Belvedere. Queste antiche strade sono ancora visibili nella loro direzione, pervenuta fino a noi, ancorchè la materia antica sia celata da sovrapposizione di terriccio o di ghiaratura; sappiamo di strade celate che conservano l'antica lastrìcazione. Il riconoscimento di [113] queste nella direzione e nella materia loro giova; ci limitiamo ad accennare le linee ad Altino, a Quadruvio, ad Udine, a Cividale. a Cormons, al varco della Giulia, a Trieste, a Concordia, e la Postumia che traversava l'agro senza tangere la città.

Il Candido nei suoi Commentari di Aquileia registra otto strade uscenti da questa città.

Veruca per Monfalcone in Istria,
Noritia per Liburni Taurisci e Norici,
Tulminia per Giapidia,
Clusia per Forvibio (cosi intitolata Villaco),
Giulia pel Montecroce,
Bottestania per Vindelicia,
Cancelia pei Reti,
Alta per Bologna.

Meno la Giulia, tutti questi nomi sono immaginarii.

Non conosce la Gemina nota per iscrizioni, non la Annia che veniva da Concordia, non la Petrata che andava a Gradisca; non la Barillaria che sembra corrispondere alla via Belloio, non la Postumia che attraversava il Friuli, non la militare lungo il Timavo soprano.

Le strade con nome romano certissimo sono:

Annia da Concordia,
Gemina alla Postumia,
Giulia al monte Croce,
Postumia traversale.

La Petrata è epiteto, non nome proprio.

I Romani giunsero nel sistema e nella esecuzione delle strade a punto sì culminante e splendente, da venir superati bensì in questo secolo nella esecuzione delle opere materiali, ma da rimanere ancor superiori e maestri nella distribuzione delle strade. I moderni viventi nel distribuire le ferrate agirono od a caso, o secondo regioni, non si alzarono al grande pensiero di provvedere agli interessi della grande famiglia, per cui ne verrà la necessità di rifare parecchie strade moderne spostandole, e congiungendole a' grandi centri rannodati ad uno precipuo, di che ho detto qualcosa nella mia Giulia. Ma ciò non deve dimenticarsi, che i Romani giunsero a quelle risultanze di distribuzione di strade, [114] perchè d'Africa, d'Asia intorno al mare interno, e di Europa occidentale, comprese le isole brittaniche, avevano composto un solo mondo, cui era umbilico la città eterna, nel centro della quale stava il miliario aureo su cui erano incise le strade tutte, e le stazioni su queste collocate.

Ora accenniamo all'infretta che primo rango fra le varie specie di strade prendevano le consolari, poi dette imperiali, anche basiliche, destinate al movimento delle legioni, al corso delle persone che vi avevano privilegio, al trasporto anche di materie mediante carriaggi ausiliari. Nelle provincie conquistate ed irrequiete, siffatte strade militari erano destinate a tenerle in freno, anche a domarle, come fecero Augusto e Tiberio nella Giapidia e Dalmazia colle triplici strade parallele; modo adoperato nei tempi nostri colla Vandea di Francia.

Queste strade imperiali, impria consolari, erano misurate, segnatevi le distanze con pietre, sulle quali stava inciso il numuro delle miglia, numero che si cominciava da una colonia, proseguendosi fino a che si toccasse l'altra; pietre non più alte di tre piedi, l'una pietra distava dall'altra 781,° 1,' 6," 3,''' misura viennese di mia calcolazione, fatto su d'una strada romana. Queste pietre miliari non vanno confuse colle dette colonne miliari, rotonde (le vere miliari erano quadrate) alte da 5 piedi, che ponevansi sulle strade militari in onore di imperatori al confine di due grandi comuni romani, sulle quali incidevasi la distanza dalla colonia. Dal che viene che talvolta in un punto solo rinvengon8i parecchie di tali colonne, però cadauna dedicata ad altro imperatore, e talvolta capovolta, per incidere la novella iscrizione (a risparmio di materiale).

Le quali strade della larghezza di 20 piedi romani, erano marginate, glareate, e solevasi in prossimità a queste collocare monumenti funebri. Su queste strade aveanvi le cambiature di cavalli (mutationes) e le stazioni ove riposare la notte (mansiones).

Il grande asse di strada militare attraverso la vallata del Pò, partivasi da Genova, e per Piacenza, Cremona, Verona, Treviso, medio Friuli, terminava alla Giulia, alle Are Postumie (Adelsberg), continuata poi a Siscia da un lato, a Lubiana dall'altro, [115] e fu opera del consolo Postumio Albino nell'anno 148 che precede l'èra comune.

Dovrebbe dirsi che nel 170 a C. alla prima conquista dell'Istria si aprisse strada attraverso questa provincia e fino a Pola, e fu detto che in questo tempo il consolo Appio Pulcro aprisse strada da Aquileia, ed avesse da lui nome di Appia, però non propendiamo ad accettare questa notizia, inclinando piuttosto a credere che si aprisse la grande strada appena nel 128 a.C. quando ribellatasi l'Istria ad istigazione dei Giapudi, fu domata e romanizzata dal consolo Sempronio Tuditano, che ebbe li onori del trionfo.

A questo attribuiamo la grande strada militare, che si acottasi dalla Postumia nelle prossimità di Gradisca, attraversato il Carso Duinate, scendeva a Trieste, passava alla valle di Costabona del Capodistriano, e poi all'agro emoniense, traversava il Quieto al Porton (Ningum), andava a Parenzo, da questa al Culleo di Leme, indi al Manderiol, ed a Pola, ove pare terminasse. Pare che la strada oltre Albona alla Liburnia fosse opera più tarda, dopo l'anno 28 che precede l'era comune.

Questa grande strada militare ebbe certamente nome dal primo suo costruttore, siccome ebbe nome di Flavia quella da Pola a Medolino dall'imperatore Vespasiano, che la aperse o rifece a nuovo; non ci è riuscito finora di leggerlo su pietra, o di udirlo nei nomi romani attribuiti dal popolo a speciali località.

Era pratica dei Romani di condurre le strade a linee rette ove la conformazione del terreno lo concedesse, rette possibilmente dall'una all'altra colonia che erano veramente presidii militari qualora vi stesse colonia militare.

Queste strade militari erano costrutte a dispendio dello stato romano; ma altre ve ne erano alla costruzione delle quali dovevano contribuire i provinciali con quella specie di opere, e con quelle quote, come si usava dall'Austria.

In terzo ordine vengono le strade che diressimo rurali di minor dimensione, fino a scendere alla largezza dei calli, dei limiti e delle semite.

Ciò vogliamo avvertito, che la convergenza ad un centro di molte strade, di qualunque ordine sieno, è indicazione sicurissima di luogo abitato in antico.

[116] Ove esistono strade romane o luoghi abitati in antico, si rinvengono i cosi detti castellari, i quali sono recinti rotondi, circondati da vallo tumultuario, di rado da muraglie, del diametro solito di 40 tese viennesi, talvolta hanno doppia, talvolta hanno tripla cinta, a distanza di 25 tese, anche di 50. Nell'interno il terriccio è nerastro, quasi terra da orti, vi si rinvengono armi, proiettili rotondi di cotto, della grandezza di noci, con un buco per passarvi funicella, si rinvengono cotti, stoviglie di cotto, idoletti di metallo. Talvolta entro il recinto sta cappella cristiana (per cui le esistenti cappelle si vedono spesso poste entro castellaro) spesso contengono cisterne.

Siffatti castellari si costruivano lungo le strade, su altura a distanza di due miglia, due miglia e mezzo. Talvolta ogni quinto castellaro è maggiore. Servivano a stazione di soldati per presidiare le strade, servivano anche di rifugio ai coloni per le persone e per le derrate, in caso di scorrerie di nemici; se murati, si vede talvolta la rottura patita per assaltamento.

La loro distribuzione lungo le vie è si regolare, che i soli castellari indicano la direzione delle strade, ove queste siano spartite.

Da un castellaro all'altro la visuale è libera, per cui avviene che non sempre sia osservata la distanza solita delle miglia, ma è o più ristretta o più allargata.

La serie di questi castellari guida anche in porti di mare frequentati; i castellari erano pure destinati alla custodia dei porti.

Il nome di castellaro, castellari, è frequente anche nel Veneto ed altrove.

Avvertasi che i castellari hanno talvolta forma quadrata, ed in tale caso sono murati, talvolta (ciò mi è accaduto raramente) il quadrato principale ha intorno a sè, ed alti angoli, quadrati minori che sono pure castellari di piccole dimensioni.

Nelle indagini sulle antiche condizioni della città di Aquileia conviene prendere a base le epoche diverse, le quali furono tre: — la repubblicana, quando Aquileia stava a confine d'Italia; l'augustea, quando l'impero fu ampliato nelle parti più prossime alle Alpi: Carintia, Carnio, le Croazie, — la traianea o più [117] veramente adrianea ed antoninianea, quando Pannonie e Dacie furono ordinate a modo romano e salirono a grande prosperità. Aquileia si ampliò secondo prosperità delle provincie esterne, poi decadde, e fu poca cosa a' tempi di Giustiniano e di Narsete che la vollero ristaurare; sparve a' tempi dei Longobardi.

I Romani costrussero a nuovo la loro città di Aquileia; nessuna città esisteva in precedenza. V'era bensì città piantata dagli indigeni (Galli) nel sito dell'odierna Palmanuova, ma i Romani la cancellarono, perchè pretendevano che il Friuli piano fosse appendice della Venezia, e volevano rincacciati i Galli entro le montagne; la presenza di città galliche avrebbe coonestato le ragioni o pretensioni di quelli. Allorquando i Romani conducevano colonie in città esistenti, ne dedicavano quella parte che loro abbisognava, scorporandola dalla residuante, separando quella con mura; e tanta parte ne escorporavano, quanta èra proporzionata al numero dei coloni condotti su misura individuale prestabilita, per cui è lecito dalla ampiezza della superficie lo argomentare al numero dei coloni condotti, e versa vice. Certo che siffatte escorporazioni di città esistenti non sempre permettevano darvi la forma e le distribuzioni che erano di canone, siccome questa posizione di città entro altra città, sopra assi diverse, dava talvòlta a risultato sconcordanza di forme tra la vecchia è la nuova. E notiamo che l'asse delle città romane era, secondo punti cardinali; fissato coi riti della religione. All'invece in Aquileia piantata a nuovo, v'era tutta libertà di piantare la nuòva città secondo esigevano i canoni civili e religiosi dei Romani, in tutta la loro estensione; così che Aquileia poteva facilmente divenire il tipo di città, per eccellenza romana. In quale preciso sito venisse piantata, lo additano le vie acquee e terrestri; in quale preciso punto, lo segna la èminenza maggiore, la quale, essendo appunto al sito ove sorge il duomo, non potrebbe dubitarsi che ivi fosse collocato il capo della città, il campidoglio. Nè si creda che il campidoglio fosse privilegio esclusivo di Roma; altre città ne ebbero, e di cele: brati; anzi ogni colonia lo ebbe, nel sito più eminente o per natura o per arte. Ed ogni capo avendo la sua faccia, ed ogni città stando sempre e tutta a piedi del campidoglio, mai retro, il campidoglio segnava termine della città da un lato, il tergo [118] del quale era libero da caseggiati, però tutato da condizioni fisiche, da fiumi o da dirupi; la faccia del campidoglio e della città di Aquileia guardava sol ponente, non tramontana, non mezzogiorno; a levante del campidoglio non v'era città.

Di forma quadrata erano le città romane, quella forma che dessi prediligevano; mentre i Greci avevano amore al cerchio. Quadrata era la Roma di Romolo, per cui a Roma si diede l'epiteto di quadrata.

La direzione dei lati era segnata dall'augure e dal mensore secondo i kardini e decumani dell'agro colonico, con ciò che scelto il sito ove piantare il groma, l'augure vi attendeva il levare del sole, e guardatolo e tese le braccia, l'ingegnere tirava a croce le due grandi linee che lo tagliavano a quattro. Il groma per l'agro di Aquileia non fu piantato nel sito della città, ma la città segui le linee segnate dai groma guardando il sole che leva, e certo il groma fu posto su quella linea da settentrione a mezzogiorno, sulla quale veniva a cadere il corpo della città; questa linea è indubbiamente la grande strada da Udine a Belvedere che traversa il corpo della città di Aquileia.

La ricognizione del ripartimento dell'agro colonico di Aquileia, che fu diviso ed assegnato, recherebbe grande sussidio alla ricognizione di Aquileia medesima, la quale al pari di altre colonie non occorreva che venisse collocata entro l'agro medesimo; poteva stare anche fuori a qualche distanza, purchè vi stasse in congiunzione, fosse anche per la sola visuale del kardo. Crediamo che Aquileia stasse fuori dell'agro diviso ed assegnato, però od assai prossimo od in confine.

Fissato così il capo e l'asse della città, crediamo facile cosa il riconoscerne l'ampiezza.

Imperciocchè le storie ci hanno tramandato la notizia che il numero dei coloni condotti fosse di 3000 pedoni, di 240 cavalli, e di 45 centurioni, con assegnazione ai primi di 50 ingerì, ai secondi di 100, ai terzi di 140; così che per le quote di terreno si può prendere la cifra di 3285. Secondo media desunta da altre colonie, la quota di terreno assegnato entro le mura della città sarebbe di 36 passi quadrati, la quale poi essendo media comprendeva strade e terreno da fabbrica, la cui proporzione sta da 1 a 5.

[119] Ma questa calcolazione che sarebbe approssimativa ha modulo più certo in altre misurazioni. Ricordiamo che le città romane somigliavano ai loro accampamenti, e che le colonie loro potevano in verità paragonarsi ad accampamenti stabili, certo con assegnazione di maggior superficie per capo di cadaun abitante. Ci fu possibile di misurare li castri che stavano appiedi della Giulia, l'uno dall'una, l'altro dall'altra parte, conformi ad altri da noi veduti, e ne riconoscemmo la forma quadrata, a mura ed a torri, appunto nel modo di colonie; ricordiamo che il nome di castrum non fu ricusato a colonie militari, e ricordiamo gli esempi frequentissimi nella Britannia romana, e nella stessa Italia. Quei castri dei quali abbiamo detto, non han perfettamente eguali i due lati, siccome neppure gli accampamenti li avevano; però la differenza dal maggiore al minore appena merita di essere presa a calcolazione. La superficie di tali castri è precisamente di 10.125 e non abboniamo dal prenderlo ad unità di misura. Aquileia avrebbe contenuto 14 volte siffatta unità; la superficie sua, inchiuso il grosso delle mura, sarebbe giunta a 161.000. Roma romulea ne comprendeva 24, Roma adrianea 400, questa comprendeva 25 Aquileie. Una ragione numerica si riscontra in tutte siffatte assegnazioni di terreni a città romane. L'Aquileia primitiva sarebbe stata un quadrato del quale l'uno lato di 375 p. r., l'altro di 377.50.

Il precisare il sito delle linee non è operazione incerta. Imperciocchè l'una linea sarebbe in retta continuazione di quel tratto di muraglia che dura ancora e che sta segnato nella Icnografia, il quale è della seconda muratura di Aquileia quando, raddoppiata, ebbe forma di plinto, di due quadrati uniti; e la linea delle mura che a settentrione del plinto girano a levante permette di raddoppiare la misura di un lato, e la distanza porterebbe con precisione a quella strada che corre tra il duomo e S. Felice. Nè saprebbesi facilmente dubitare che questa linea fosse in antico linea estrema di città, dacchè fuor di questa stava antica necropoli, pria pagana e poi cristiana, e dal suolo se ne traggono testimonianze continue. Le leggi di Roma vietavano la sepoltura entro le mura della città, anche la sepoltura di quelli che avevano il privilegio di venire abbruciati nel foro. Quanto [120] è terreno che indichiamo di S. Felice e che era necropoli, stava certissimamente fuor della città. Così era anche in Trieste; ed in Aquileia ed in Trieste le necropoli stavano a mezzogiorno, e toccavano la città. Della quale città diremo che il campidoglio era la decima parte del suolo complessivo, il foro che stava a piedi del campidoglio la quarantesima parte. Nel campidoglio stava il tempio delle divinità capitoline; fuor delle mura abitavano gli artieri e li venditori, fuor delle mura stavano i mercati ed i templi delle divinità; non era lecito inchiuderli nelle mura. Venere doveva stare presso una porta, Marte al campidoglio, Mercurio, Iside, Serapide nell'emporio, Apollo e Bacco al teatro, Ercole all'anfiteatro, fuor delle mura Nemesi, — per Aquileia si può asserire che Beleno fosse fuor delle mura.

Non è difficile il calcolare la popolazione di questa primitiva colonia; erano 25.000, piti meno.

Le borgate si stendevano per necessità verso settentrione su due strade, gli altri lati erano od isole o specchio di mare. Ciò che stava fuor delle mura era maggiore dell'interno, e con edifìzi nobilissimi.

Devesi attribuire a' tempi d'Augusto l'ampliazione di Aquileia che fu vero raddoppiamento di sua estensione. La flotta a presidio dell'Adriatico non fu invero creata da lui, sibbene ordinata, accresciuto il campo di sue giurisdizioni; in quei tempi fu aperta la via attraverso la Giulia, aggiunti all'impero Norico, Pannonia fino a Siscia, Iapudia, Dalmazia, con che cominciò a moltiplicarsi la prosperità materiale, e crediamo si formasse allora abbondante emporio. Non sappiamo se Augusto avesse dato nuovi coloni ad Aquileia, non figurando questa esplicitamente fra le colonie condotte od ampliate, ma appena potrebbe dubitarsene dacchè ebbero coloni novelli Pola, Parenzo, Trieste, Padova, Mantova, e ferace fu il Friuli al pari delle regioni circostanti. Se Augusto ampliò la colonia, condusse 3000 soldati. Però Aquileia deve essersi avanzata collo sviluppo delle proprie forze ordinarie dalla fondazione sua fino ad Augusto, specialmente ai tempi di Giulio Cesare dittatore, che la conobbe e frequentò.

A' tempi augustei alla colonia fu aggiunto altrettanto terreno [121] della primitiva dal lato di settentrione; cosicchè ebbe forma di plinto, del quale il lato maggiore era precisamente il doppio del minore e la superficie crebbe al doppio, cioè a 283.500 p. r., la muraglia che veniva a collocarsi fra i due quadrati venne tolta, la novella città fu cinta di nuove mura e di queste una parte è ancora riconoscibile; il giro della città risultò di un miglio romano, fatta capace la città di 50.000 abitanti. Questa è la città murata, consacrata da riti religiosi, che durò tale fino al cadere di lei, questa è la colonia ampliata, della quale altre parti suburbane divennero appendici, ancorchè nobilissime (come fu l'adrianea che vi fu poi incorporata, come pare) e che della seconda Aquileia formarono colosso. Nell'interno delle mura non sembra essersi alterata la distribuzione, unico e nell'antico sito durò il campidoglio, unico il foro nobile, unica la curia.

La fusione dell'antica città che amiamo intitolare la colonia, colla nuova a cui diamo il titolo di cesarea, non pare avesse tolto alla primitiva quelle precedenze, e quelli diremo cosi privilegi che erano originari di lei, e che i veteres formassero ordine proprio distinto dai novelli. Nuovi ordinamenti di cività furono certamente dati alla città ampliata, di che le sole inscrizioni possono dare indicazione.

Alla novella città, alla cesarea, s'aggiunse parte nobilissima, il palazzo imperiale, il quale va cercato sopra una porta principale della città, e questa o nel lato che guarda settentrione, o nel lato che guarda ponente, propendiamo da questo lato. Augusto e Tiberio, altri imperatori che vennero poi, amarono farvi dimora. Non crediamo si possa cercare il palazzo dei cesari nella colonia o nel centro sia dell'antica sia della nuova città, si nella nuova ed al confine di questa, alle mura. Ai tempi imperiali del periodo da Augusto a Traiano devono attribuirsi altri edifizi richiesti dalla ampiezza e dalla dignità della città, il teatro cioè e l'anfiteatro, ambedue fuor dell'ambito delle mura, quello a mano destra della città, questo a mano manca, e l'uno e l'altro a breve distanza dalle mura, dell'uno e dell'altro durano traccie visibili e se ne trassero avanzi.

L'Ienografia porrebbe l'anfiteatro nel centro della colonia antica, in luogo che nel medio tempo basso ebbe nome di arena, [122] ma è da ricusarsi la posizione di anfiteatro in centro di città; il nome di arena non era esclusivo delli anfiteatri. Roma non dà norma col suo coliseo, del quale poi Svetonio, notando che fu costrutto nel centro della città, per volontà di Vespasiano, sembra manifestare che fosse ciò fuor di regola. Ad un imperatore era lecito tutto.

Aquileia ebbe campo marzo ed era presso Villa Vicentina che ne serbò lungamente il nome, divenuto poi commenda di Templari, poi di Teutonici. Questo fu della seconda città, ma altro potrebbe essere stato della colonia primitiva; ed assai più prossimo, diressimo fra Monastero e Colombara che fu altra necropoli.

Con Traiano comincia quello stato e condizione che fu di massimo sviluppo, che in breve la portò a suo punto culminante. Furono allora aggiunte all'impero le Dacie, popolate di coloni romani, furono ordinate le Pannonie, pur queste frequenti di colonie; Carnunto, Aquinco, Mursa, Sirmio erano divenute città colossali (quesf ultima, gradita residenza di cesari); Siscia, Sabaria, Lubiana erano colonie forti; regolato il limes, tutto presidiato da legionari romani.

Queste città e provincie tenevansi unite all'Italia unicamente per Aquileia e per le vie che in lei facevan capo; il che fu anche causa di vedersi esposta agli attacchi, e di sostenere il primo urto, cosi delle nazioni straniere che muovevano a danno d'Italia, come dei tiranni e pretendenti all'impero.

Traiano staccò dalla flotta pretoria di Ravenna la divisione che poi ebbe nome di flotta aquileiese o veneta, flotta militare con seguito di navi onerarie per servigio dello stato, alla quale fu consegnato l'Adriatico superiore fino ad Ancona e Zara, ed il litorale dall'Adige all'Arsa. Nuova città marittima e di addetti alla marina venne a formarsi, la quale certamente ebbe nome di Classe. Il grande arsenale quadrato di forma, e della dimensione pari alla colonia primitiva fu su quell'isola che ebbe nome di Belvedere, ed in questa li opifizii necessari alle cose di mare. Grado fu anche murato e designato ad abitazione, quadrato di forma; le isole tutte ripiene di case e di popolo. Della condizione materiale di queste isole parlò Cassiodoro in epistola diretta appunto alli comandanti della flotta aquileiese (o veneta, dacchè portò ambedue questi nomi).

[123] A ponente di Grado, sull'isola che ha nome di S. Pietro d'oro, stava faro o lanterna pei naviganti. Tutto l'estuario offre campo amplissimo di indagini, del quale potrebbe cercarsi tipo in Ravenna, che ebbe comune con Aquileia le condizioni fisiche dell'estuario, il suolo fatto solido con palafitte, l'acqua meschiccia tra salso e dolce, l'aere fatto sano ad onta delle paludi, la stazione della flotta, la presenza di colonia e di città imperiale. Di questa Ravenna ricorderemo come si componesse di tre corpi di città, della Colonia, del municipio che ebbe nome di Cesarea, e di Classe; tre corpi di città o di cività distinte così, che mentre la Colonia e la Cesarea eran già cadute in potere dei Longobardi, Classe durava e durò lungamente in potere dei Romani, o più veramente dei Bizantini, indicati li tre corpi con nome comune: Ravenna. La parte marittima ha tanto maggior bisogno di venire indagata, quantochè tutto il governo delle cose di mare dei Romani non è ancora in debita luce. Di quella Aquileia rileveremo come fino dal suo primo impianto fu città marittima, di proponimento.

Per la conquista dell'Istria le legioni mossero per la via di terra, la flotta le accompagnava di pari passo lungo le marine, ed all'impresa di Nesazio flotta e legionari presero parte.

A' tempi di Traiano e di Adriano il corpo di città si ampliò, formata parte nobilissima all'angolo del levante, sopra superficie che calcoliamo fosse di 20.850 passi romani, nella quale stava il tempio del Sole o di Beleno, e foro nobilissimo, al pari o più di quello dell'antica colonia. Dal lato di ponente su tutta la fronte lunga del plinto protendevasi verso il canale che dicono Attis (e ricorda Natiso); il di lui centro di movimento era all'angolo più meridionale del plinto, ove stava il foro mercatorio, e lo fu anche quando Aquileia era quasi spenta. Il grosso dei caseggiati di Aquileia veniva a comporre quadrato della superficie di 500.000 p. r. di mezzo miglio di misura, entro il quale la colonia augustea era cività dominante, forse composto il rimanente a municipio, del quale vi ha qualche traccia nelle inscrizioni, ed il municipio dovrebbe essere traianeo.

L'emporio ebbe nome di Mariniana, riteniamo perchè posta in contatto col mare al porto delle navi minori.

A questo complesso di caseggiati, vario per condizione politica e militare secondo sue parti, facevano coda le Borgate dal lato di tramontana, lungo la via di Udine, di Cividale, di Cormons e di Gorizia, delle quali le parti pia prossime alla citta, furono cinte esse pure di mura modeste, più a segno di separazione che a difesa. A mezzogiorno di Aquileia non vi furono corpi grossi od arrondati di borgate, il suolo ad isole nol concedeva: bensì lungo la via che metteva a Classe, v'erano filari di caseggiati; il più stava sull'isola del Mussone.

I caseggiati di Aquileia, marittima e terrestre, si protendevano per lo lungo, dall'isola di Grado fino a Cervenniano; la fronte di Aquileia per lo lungo misurava così 16 miglia, ma per lo largo era esile da due ad un miglio, secondo terreno.

Nelle esplorazioni dell'antica Aquileia è necessità avere la raccolta ordinata delle inscrizioni aquileiesi, con indicazione del sito di loro rinvenimento. In quelle sta depositata non solo la forma di reggimento che ebbe la antica città, le genti che la abitavano, le corporazioni in che era divisa secondo occupazioni di vita, secondo professione di arti (fra le quali figurano anche li struttori navali) ed ordinamenti sociali; ma anche le parti materiali della città vengono additate dalle inscrizioni secondo sito di loro rinvenimento. Alla quale raccolta altre devono fare concomitanza, la raccolta dei passi di antichi scrittori greci e latini, i diplomi del medio tempo che riguardano la topografia speciale, ed i nomi dei predi.

Nel ristretto agro polense abbiamo potuto raccogliere più che 70 nomi pretti romani di fondi, testimonii della romanità di quella colonia; nell'amplissimo agro aquileiese finora ci sono noti pochi, pure sincerissimi: Gratian, Iulian, Terentian, Saburnian, Laberian, Mursian, Arisian, Tissian, Antonian, Sebellian, Claudian, Cervennian, Calventian, Cassellian, Petrae, Agellus, Puteoli, Altura, Monticelli, Arae.

Allorquando nel 452 cadde Aquileia, era ancor città romana, però la chiesa cristiana vi stava sovrapposta, non creando nuovi ordini di città, bensì conformandosi a quei civili che esistevano. La chiesa cristiana era già sviluppata nelle sue instituzioni governamentali in sul principio del IV secolo.

[125] La croce stava inalberata sul campidoglio, il tempio delle divinità capitoline era già duomo. Gli atti dei SS. Martiri hanno indicazioni del campidoglio e di partì di città. S. Felice era già chiesa dei Santi Martiri, alzata poi a dignità ed a collegio, così S. Stefano certamente la più antica chiesa cristiana; e l'una e l'altra fuori della cinta sacra della città, S. Giovanni era già chiesa per l'emporio. Le chiese ed i collegi di clero corrispondevano alle antiche distribuzioni ed all'ordinamento di città. La tumulazione dei cristiani seguiva li ordinamenti civili, ragione per cui nei siti di tumulazione di pagani, si rinvengono anche inscrizioni cristiane. S. Niceta arcivescovo poteva, mentre la città era assediata dal lato di settentrione, scendere in barca col tesoro della chiesa, col clero, e passare securo a Grado per le vie acquee; il popolo nello stesso modo, per la stessa via, potè seguirlo.

L'evangelista S. Marco recatosi a bandire il vangelo in Aquileia, ed a piantare quella chiesa che in occidente doveva essere seconda a Roma, come era la cività, sbarcava all'estremità del Mussone, che è al porto di Aquileia; in memoria di che, si costrusse, e dura, cappella.

Il medio evo non rifece a nuovo gli ordinamenti di cività nè le distribuzioni urbane, sibbene incedette a traverso di quelli; nel medio evo è possibile di riconoscere le impronte dell'antico. Patriarca Popone quando volle rifatta Aquileia, vi destinò quell'area che era della colonia primitiva, vi incinse breve frazione dell'emporio. La adrianea restò fuori, divenuta monastero di sante dame, tanto illustre da poi L'antico foro mercatorio fu novellamente disposto a stazioni di mercanti, e vi tenevano i Veneziani loro console per la mercatura. All'Aquileia del medio tempo mancavano le provincie danubiane, e la flotta, passata ai Veneziani; come la Aquileia dei tempi imperiali era trasmigrata a Venezia (in minori proporzioni) colle condizioni di provincia marittima, la Aquileia della repubblica romana passò ad Udine, nè più si rimesse.

Qualcosa vogliamo dire a chiusa sul numero di popolo, argomento di incessanti inchieste. Vecchio scrittore ripetè tradizione che numerasse qualcosa più che centomila cittadini, il che [126] porterebbe a 600.000 abitanti, non calcolati li schiavi, ed il basso popolo. La colonia primitiva potè accogliere nel suo impianto 25.000; la cesarea e la colonia potevano contenere 50.000 più meno, tatto il corpo della città intorno 130.000, ma queste calcolazioni secondo superficie, oscillano qualor si ponga mente alla sovrapposizione di piani, ed alla moltiplicazione che ne deriva di abitabile. Nerone vietava in Roma oltre i sette piani; le grandi città moderne mostrano siffatte mostruosità. La capacità di teatro e di anfiteatro sono guida, solendo contenere i tea -tri la metà della popolazione, gli anfiteatri tutta; ma questi moduli non valgono che per città minori; non per Roma, non per le gigantesche; seppur valessero per Acuileia, sarebbero pel tempo di loro costruzione, pel tempo di Augusto e di Vespasiano, non pei tempi posteriori di smisurato aumento. Ignoriamo l'asse del teatro e dell'anfiteatro di Aquileia.

A quella qualunque cifra si voglia prediletta per il corpo di Aquileia città, vanno aggiunte, le borgate, le quali siccome a noi pare comprendevano Terzo, Cervenniano, Villa Vicentina o Campomarzo, e le appendici marittime della Belinia, del Mussone, del Belvedere e di Grado. Certamente Grado e Glasse poterono accogliere i profughi aquileiesi, e l'arcivescovo Niceta ed i prossimi suoi successori poterono prendervi stanza e prontare la nuova Aquileia. Certo vi fu proporzione fra il numero del popolo e la capacità delle basiliche, e questa di Grado che divenne capo della provincia marittima aquileiese accenna a popolo numeroso; nè Grado fu vile, se meritò di essere la capitale dell'estuario veneto, e residenza dei dogi di quel nuovo stato.

Non azzardiamo pronunciare giudizio sul numero di una popolazione, mobile come quella di un emporio, che repentinamente cresce e scema a dismisura per cause inopinate; di una popolazione, la quale dipendeva dalle condizioni di provincie straniere annesse per modi instabili ed artifiziali. Le storie del commercio di tutti i tempi mostrano come repentinamente si formino colossali città e come repentinamente spariscano; le condizioni di Aquileia città erano durevoli, quelle dell'emporio e della marina instabili, le lapidi aquileiesi mostrano come buona parte del popolo di Aquileia fosse di forestieri, e come le dovizie venissero [127] da mercatura e da appalti; mostrano come di confronto alli ingenui, grandissimo fosse il numero di affrancati saliti a fortuna, ostentatori di ricchezze, imitatori delli onorati e nobili.

Roma di Adriano ebbe tal numero portentoso di abitanti da sommarsi a milioni, tanto da miscredervi se non ci fossero Londra e Parigi. Di Aquileia è certo che fu proclamata seconda a Roma per numero di popolo, di preferenza ad ogni altra città d'Italia, che pur ne ebbe di colossali.

Altra guida a riconoscere la popolazione sarebbero gli acquedotti, dei quali ce ne sono noti due soltanto, contigui l'uno all'altro, così che sembrerebbero un'opera sola, venienti da cinque miglia lontano, ma che veramente sono due condutture di epoca diversa. Cadauna avrebbe versato 6,000.000 di boccali al giorno, in complesso 12 milioni. Ma queste calcolazioni fatte su elementi ipotetici, hanno bisogno di venir riconosciute. La Icnografia ci reca un castello d'acqua entro il plinto, ma in orìgine stava fuori le mura, destinato unicamente alla colonia primitiva. Quando fu accresciuta la colonia alla forma di plinto, pensiamo si fosse costrutta l'altra conduttura, per cui ebbe nome di gemina. Vi fu condotta tanta acqua da bastare ai bisogni della città, dell'emporio, dei borghi e di classe — salve rettificazioni, per bibita e per lavacri, non per salienti. L'acqua condotta soleva ripartirsi in tre, una parte per le fontane e lachi pubblici, una parte per li bagni, altra parte per li edifizii privati. Ma, ripetiamo, queste cose vanno verificate, non improvvisate suppositiziamente.

Di un magnifico ponte che sarebbe stato presso Ronchi di Monfalcone diremo qualche cosa.

Il padre Ireneo dalla Croce carmelitano scalzo, al secolo Petreuli detto Manarutta, triestino, dava pel primo la notizia colle stampe, che tra la chiesa parrocchiale di Ronchi di Monfalcone ed i colli contrapposti di Selz, stasse in antico famoso ponte romano. L'Ireneo stampava l'opera sua storica di Trieste nel 1698, or sono cento8ettantun anno; però il suo manoscritto era pronto da parecchi anni.

Nel 1734, in distanza di cinque passi veneti, a piedi della [128] collina elle sta contro la chiesa di Ronchi ad oriente di questa vennero a giorno pietre riquadrate, giudicate appartenenti ad un pilastro e ad un'arcata del ponte, adoperate nel campanile della chiesa di S. Polo.

Fra le pietre ricuperate ve ne erano di scritte; una sola fu murata collo scritto all'aere, e dura ancora; ed è di tomba che Lucio Tizio Grapto liberto, e Barbia Paolina alzaro a' loro figli.

Nel 1755 il padre Basilio Asquini nel suo stampato "Ragguaglio geografico storico del Territorio di Monfalcone" annunciava la presenza di un ponte romano, a Ronchi, non sopra sua autorità, bensì su quella del padre Ireneo della Croce, quasi rifuggisse da proprio giudizio, o da quello del volgo.

Nel 1762 il conte Gherardi facendo scavare fosso presso l'ultimo termine del monte presso S. Polo, presso la strada che conduce a Selz, in distanza di sessanta passi ed un piede dalla scavazione di cui abbiamo detto, altre bellissime pietre riquadrate vennero alla luce, giudicate del primo pilastro di quel ponte. Parte delle pietre vennero estratte, il più rimase sotterra. Su tre delle pietre estratte stavano leggende; una sola fu tolta alla distruzione e collocata nella sua casa dominicale. Era di monumento funebre a L. Vinusio Alessandro, liberto.

Il dottore Giov. Battista Dottori imprendeva un terzo scavo a distanza di sette passi e piedi tre dal secondo, nel campo che sta oltre la strada, e vi trovò belle pietre riquadrate, giudicate parte del secondo pilastro, e parte della prima e della seconda arcata, e ne estrasse circa 72 carra. Molte erano scritte, tutte andarono disperse, di una sola fu tenuto memoria che portasse

HASTA • DONATVS

Il Toscano, cognato del Dottori, proprietario del terreno, prosegui lo scavo, traendone sei belle pietre su d'una delle quali stava scolpito un satiro di grandezza naturale, su altre leggevansi inscrizioni, delle quali una sola durò in memoria per la voce NORAE che recava fra le altre molte. Queste sei lapidi acuite e scritte passarono in Gradisca nel lavoratore dello scalpellino Giuliani; nè altro se ne seppe.

[129] La credenza a magnifico ponte trovava conferma in queste pietre; giudicavasi lungo il ponte 86 passa.

Nel 1826 l'abbate Giuseppe Berini, nel suo stampato "Indagini sullo stato del limavo" ripeteva le notizie di questi scavi, e giudicava appartenere quelli frammenti a quel magnifico ponte che, secondo Erodiano, sarebbe stato ad undici miglia da Aquileia, su fiume impetuoso per accrescimento di acque e di nevi sgelate, opera magnifica che sarebbe stata di due cesari compagni nell'impero. Il ponte fu rotto dagli aquileiesi per impedire che il tiranno Massimino venisse all'assalto di Aquileia.

Il giudizio del Berini non conviene a Ronchi, perchè a quei tempi il Sonzio col Frigido non scendevano al mare, ma venivano ingoiati da caverna; il letto di quell'acqua che passava presso Ronchi era di si poca profondità che poteva guadarsi camminandovi, l'acqua di quella rogia veniva dalli anfratti del monte di Selz; il Sonzio quando si emancipò dalla caverna corse difilato alle mura di Aquileia, ivi recandolo il declivio del terreno, nè poi il Sonzio è fiume che soverchiamente ingrossi per lo sgelo di nevi. Il gran fiume che scorreva a levante e tangendo Aquileia era il Natiso col Turro; sul quale deve cercarsi il ponte ad undici miglia da Aquileia, sulla strada che va a settentrione; Massimino scendeva dall'Alpe Giulia, per la via Postumia, la quale tenevasi lontana da Aquileia, appunto intorno dieci miglia più meno, e volendo scendere ad Aquileia doveva venirvi da quell'unico lato di Aquileia che stava all'asciutto, quello cioè di settentrione, sul quale poteva collocarsi un'armata.

All'occasione dell'apertura della ferrata presso Ronchi, altre pietre vennero alla luce, squadrate, sculte. Vi potemmo vedere la base di grande monumento funebre, quadrata, al quale appartennero alcuni avanzi soniti propri di tombe, potemmo leggere su di un brandello il cognome

  SATVRNINO
su altro IN • FRONTE
su terzo IN • AGRO • XIII

Dal complesso di tutti li soavi, sarebbero venute da venti inscrizioni tutte funebri, le quali con sicurezza guidano a sepolcreto.

su altro su terzo [130] Nel discorso sul Timavo 1864 abbiamo toccato dell'acqua e del ponticello, che vi stava sopra, che apparteneva alla via tergestina, la quale aveva altro ponte a due arcate sopra il Locavez.

Il ponte di Erodiano deve cercarsi altrove e non è difficile il rinvenirlo.

D'altra città terremo parola nelle prossimità di Aquileia, la quale poi fu capo della provincia dai Longobardi detta Frinii, e tenne il posto ed il rango di Aquileia, intendiamo di Cividal del Friuli o di Austria; non già che desumesse quest'ultimo epiteto dalla famiglia augusta, detta Casa d'Austria, o dalli stati che dessa possedeva. Fu detta d'Austria per la positura sua nell'estremità orientale del reame longobardico, mentre la opposta occidentale dicevasi Neustria. Cividale non era su terra italiana, sibbene su terra norica fra il Turro che la toccava a ponente, e l'Alpe Piciana più settentrionale, nè già ebbe nome di Foro perchè luogo di mercato, o luogo di giustizia; forum indicava specie di comune nella serie gerarchica di colonia, municipio, oppido foro, conciliabolo. Siffatti comuni non erano infrequenti in Italia, specialmente nella centrale, più frequenti nel Norico, creati dalli imperatori nella pienezza di loro podestà, ed avevano autogoverno, cittadinanza e giurisdizione su distretti inferiori, ordinati a modo romano. Nel secondo secolo Cividale ebbe rango di colonia, appunto quando in Roma i giureconsulti erano incerti qual differenza corresse fra municipio e colonia, ed ignoravano quale fosse il gius delli stessi antichi popoli di Italia.

Ned è poi certo se il nome di Forogiulio venisse da Giulio Cesare dittatore, o non piuttosto da Ottaviano che diede ordinamento al governo delle popolazioni alpine e subalpine. Certo che parificata nel governo alle città italiane, posta all'estremo confine fra Norico ed Italia e come crediamo compresa nell'Italia giurisdizionale protesa fino al Sanno di Celleia, pensiamo da Traiano, fu considerata posta entro Italia civile, ed ordinata completamente a modo di questa, ancorchè non siasi alzata allo splendore e potenza delle precipue città d'Italia. Ebbe importanza per la grande strada che staccatasi dalla Postumia [131] al gran ponte, conduceva pel Pulfaro al varco Piciano, mentre altro ramo da Caporetto conduceva alla valle del Savo soprano ed a Virano, colonia e precipua città della vallata del Dravo, che oggidì porta nome di Carintia, e che corrisponde all'antica Carnia maggiore. Altra importanza davano le vie fluviatili, il Natisone che crediamo accogliesse in antico le acque del Trenta, e quelle medesime venute da Circhigna che poi formarono l'Isonzo soprano e da Cividale correva il Natisone, conservandone il nome fino alle mura di Aquileia, da cui uscivano per l'Anfora e pel canale che dicono ancora Natissa; mentre un ramo era condotto a Cervenniano nell'Alsa, che usciva in mare per l'odierno porto Buso. Limite dell'agro civitatense era l'odierno Isonzo sottano, fino al suo entrare nella caverna di Capreano (Gabrìa), l'agro stendevasi per punta fino all'estuario di Monfalcone, in fianco al porto del Timavo; da questo lato Cividale aveva comunicazione col mare, non per via acquea, nò per proprio navilio; fruiva immunità di altrui esazioni portone. Per via fluviatile aveva comunicazione col mare dal lato opposto, pel ramo del Natisone che entrava nell'Alsa, fosse poi per navigli, fosse a guazzo dei legnami, prodotto dei colli e dei monti che sovrastano a Cividale dal lato di settentrione e di levante. Così anche da questo lato Cividale era immune dalle giurisdizioni portuali di Aquileia — però non era comune marittimo.

Cassiodoro registra incarico dato ai cittadini coloni, ai semplici possessori, senza gius di proprietà quintana del suolo di recare legname al porto Buso, per fornitura forzosa, non però gratuita. Abbiamo più sopra riportato il passo relativo. [132]


DOCUMENTAZIONI.

Contra munitores, licet pavore discriminum anxii, pudore tamen, ne secordes viderentur et segnes, ubi parum vis procedebat Marte aperto tentata, ad instrumenta obsidionalium artium transtulerunt. Et quia nec arietibus admovendis, nec ad intentandas machinas, vel ut possint forari cuniculi, inveniebatur usquam habilis locus, disparatione brevi civitatem Natisone amni praeterlabente, commentum excogitatum est cum veteribus admirandum. Constructas veloci studio ligneas turres, propugnaculis hostium celsiores, imposuere trìgeminis navibus valde sibi connexis: quibus insistentes armati, uno parique ardore prohibitores dispellere oollatis ex propinquo viribus nitebantur: subterque expeditì velites a turrium cavernis egressi, iniectis ponticulis, quos ante compaginarant, transgredi festinarunt indiviso negotio: ut, dum vicissim missilibus se petunt et saxis utrimquesecus alte locati, hi, qui trànsiere per pontes, nullo interpellante aedificii parte convalsa, aditus in penetralia reserarent.

Ammian. Marcellin. XXI. 12.

Inter quae ne cessaret Àquileiae oppugnatio, cum in reliquia opera consameretur incassum, placuit resistentes acriter ad deditionem siti compelli. Et ubi aquarum dactibus intersectis nihilominus celsiore fiducia repagnarent, flumen laboribus avertitur magnis; quod itidem frustra est factum. Attenuatis enim avidioribus bibendi subsidiis, hi, quos temeritas clauserat, contenti putealibus aquis parco vixerumt.

Ammian. Marcellin. cod.

Glaustra patefacta sunt Alpium Iuliarum.

Am. Marcell. Lib. XXXI. 11.

Latus vero e regione oppositum Thraciis, prona humilitate deruuptum, hincque et inde fragosis tramitibus impeditum, difficile scanditur etiam nullo vetante. Sub hac altitudine aggerum utrobique spatiosa camporum planities iacet, superior adusque Iulias Alpes extenta, inferior ita resupina et panda ut nullis habitetur obstaculis adusque fretum et Propontidem.

Am. Marc. Lib. XXI. 10.

[133] Cuquem ad Alpes venisset, primas stationes occupat. Et cum transitus verticem praetergressus iam in descensu esset, campum equitibus et peditibus oppletum videt.

Sozomen. VII. 24.

In montis vertice ubi castra habebat.

Theodor. V. 24.

Eugenius maximum paravit exercitum, et Italiae portas, quas Romani Iulias Alpes vocant, oocupatas praesidio continuit ut quae per angustias unum dumtaxat accessum praebeant, cum utrique praeruptis scopulis et altissimis montibus praemuniti sunt.

Sozomen. VII. 22.

Victor autem, sicut crediderat et praedixerat Iovis simulacra in Alpibus constituita deposuit, eorumque fulmina quod aurea fuissent iocantibus cursoribus, et se ab eis fulminari velie dicentibus, hilariter benigneque indulsit.

S. Agost. de Civit. Dei V. 26.

Monimentum illud quod super Alpes positum erat, vetus castellum fuit, quod sibi post fugam tvrannus (Magnentius) elegerat eamque tanquam novam arcem reddiderat, in qua fortium virorum praesidium collocaret. Nec ille vero longe inde progrediebatur, sed in vicina urbe permanebat, quod Italiae Emporium est, opulentum imprimis et copiosum, ad mare positum (Aquileia).

Iulian. Orat. II.

Tantaque se rudibus pietas ostendit in annis
Sic actor animos cessit, quererentur ut omnes
Imperium tibi sero datum: victoria velox
Auspiciis effecta tuis: pugnastis uterque;
Tu fatis, genitorque manu; te propter et Alpes
Invadi faciles: cauto nec profuit hosti
Munitis, haesisse locis: spes irrita valli
Concidit et scopulis patuerunt claustra revulsis
Te propter, gelidis Aquilo de Monte procellis
Obruit adversas acies, revolutaque tela
Vertit in auctores, et turbine repulit hastas, [134]
O nimium dilecte Deo, cui fundit ab antris
Acolus armatas hiemes; cui militat aether.
Et coniurati veniunt ad classica venti,
Alpinae rubuere nives, et Frigidus amnis
Mutatis fumavit aquis, turbaque cadentum
Staret, in rapidus invisset flumina sanguis.

C'audiano de III. Consulatu Honorii Augusti.

Quem poscunt tetigere locum: qua fine sub imo
Angustant aditum curvis anfractibus Alpes
Claustraque congesti scopulis durissima tendunt,
Non alia reseranda manu sed pervia tantum
Angusto geminis fidem mentita Tyrannis
Semirutae turres, avulsaque moenia fumant.

Claudiano de Consul Probini et Olybrii.

Quadorum natio moto est excita repentino, parum nunc formidanda, sed immensum quantum antehac bellatrix et potens, ut indicant perpetrata, quoniam raptim proclivia, obsessaque ab iisdem ao Marcomannis Aquileia, Opitergiumque excisum, et cruenta complura perceleri acta procinctu: vix resistente perruptis Alpibus Iuliis, principe Marco.

Amm. Marcel. XXIX. 6.

Sub Iulio et Octaviano Caesaribus per Alpes Iulias iter factum est.

Sext. Rufin. Breviar. cap. 7.

At Theodosius per Pannoniam portasque montium Apenninorum progressus, nec opinantes Maximianos apud Aquileiam adoritur.

Zosimo IV. 45.

Victor autem sicut crediderat et praedixerat, Iovis simulacra quae adversus eum fuerant, nescio quibus ritibus, velut consacrata et in Alpibus constituta deposuit; corumque fulmina, quod aurea fuissent, iocantibus, quod illa laetitia permittebat, cursoribus et se ab eis fulminari velle dioentibus, hilariter benigneque donavit. —

(Eugenius) arta Alpium latera atque inevitabiles transitus [135] praemissis callide insidiis oooupaverat At vero Theodosius in summis Alpibus constitutus etc.

Orosio VII.

Pro limitaneis vero ordinandis quia necessarium nobis esse videtur, ut extra comitatenses milites per castra milites limitanei constituantur, qui possint et castra et Civitates limitis defendere et terras colere, et ut alii provinciales, videntes eos per partes, ad illa loca se conferant, exemplum fecimus unius numeri limitaneorum, ut secundum exemplum quod nos misimus, per castra et loca quae providerit tua magnitudo eos ad similitudinem nostri exempli ordinet, sic tamen, ut, si inveneris de provinciis idonea corpora, aut de illis, quos antea milites habebant, limitaneorum constitutas numero in unoquoque limite, ut, si aliqua forsitan commotio fuerit, possint ipsi limitanei sine comitatensibus militibus una cum ducibus suis adiuvare loca, ubi dispositi fuerint, non longe limitem exeuntes nec ipsi limitanei nec duoes eorum, ut nullum etiam dispendium a ducibus vel ducianis predicti limitanei sustineant nec aliquas sibi consuetudines de eorum stipendiis per fraudem ad suum lucrum convertant Haec autem non solum in limitaneos volumus observari sed etiam in comitatenses milites.

Iustiniani constitutio de officio Pf. P. Africae — L. 2. §. 8. Cod. I. 27.

Universis Lucristanis super Sontium constitutis Tbeodoric. Rex.

Non dubium est ad utilitatem Reipublicae cursus custodiam pertinere: per quem nostris ordinationibus celerrimus praestatur effectus. Et ideo, velut necessariae rei, maior adhibenda cautela est, ut equi ad continuos cursus constituti sunt turpi macie non tabescant: ne ieiuna tenuitas laboribus proeventa succumbat: et incipiat iter fieri morosum, quod ad celeritatem constat esse inventimi. Quapropter devotio vestra, praesenti iussione commonita, terrarum spatia, quae veredis antea licuerat mutation ibus, suis a possessore vendicata restituat. Ut nec illis parvo spatio inducantur damna, et istis recuperata sufficiant.

Cassiodoro L. 29. ep. 43.

[136]

Sull'eccidio d'Aquileia

Canto attribuito al Patriarca S. Paolino dell'800.


Ad flendos tuos, Aquileia, cineres
Non mihi ullae aufficiunt lacrymae,
Desunt sermones, dolor sensum abstulit

Cordis amari.
Bella, sublimis, inclyta divitiis
Olim fuisti celsa aedificiis,
Moenibus clara, sed magis innumerum

Civium turmis.

Caput te cunctae sibimet metropolim
Subiectae urbes fecerunt Venetiae
Vernantem clero, fulgentem ecclesiis
Christo dicatis.
Dum cunctia simul polleres deliciis,
Fiammata multo tumore auperbiae,
Iram infelix sempiterni iudicis
Exagerasti.
E coelo tibi missa indignatio
Gentem crudelem excitavit protinus
Quale properaret ad tuum interitum
Mox adfuturam.
Fremens ut leo: Attila saevissimus
Tymorans Deum, durus, impiissimus
Te circumdedit cum quingentis milibus
Undique gyro.
Gestare vidit aves fetus proprios
Turribus altis per rura forinsecus;
Praescivit sagax hinc tuum interitum
Mox adfuturum.
Hortatur suum illioo exercitum;
Machinae murum fortiter concatiunt
Nec mora, captam incendunt; demoliunt
Usque ad solum.
Illa quis luctus esse die potuit
Cum inde flammae, hinc saevirent gladii
Et nec aetati tenerae nec sexui
Parceret hostis?
Kaptivos trahunt quos reliquit gladius
Iuvenes, senes, mulieres, parvulos;
Quidquid ab igne remansit dirìpitur
Manu praedonum.
Legis divinae testamentum geminum,
Vel quae doctorum reperit ingenium
Subiecto igni, concremavit ethnici
Furor iniquus.
Mortui iacent sacerdotes Domini
Nec erat membra qui sepolcro conderet;
Post terga vineti, captivantur alii
Servituri.
Nequissimorum sacra vasa manibus
Et quidquid turba obtulit fidelium
Sorte divisa, exportantur longius
Non reditura.
O! quae in altum extollebas verticem,
Quomodo iaces despecta, inutilis,
Pressa ruinis; nunquam reparabilis
Tempus in omne.
Pro cantu tibi, cythara et organo
Luctus advenit, lamentum et gemitus;
Ablatae tibi sunt voces ludentium
Ad mansionem.
[137]Quae prius erat civitas nobilium
Nunc heu! facta es rusticorum speleus:
Urbe eras regum; pauperum tugurium
Permanes modo.
Repleta quondam domibus sublimibus
Ornatis mire niveis marmoribus
Nunc ferax frugum metiris funiculo
Ruricolarum.
Sanctorum Aedes solitae nobilium
Turmis impleri, nunc replentor vepribus;
Proli dolor! factae vulpium confugium
Sive serpentum.
Terras per omnes circumquaque venderis,
Nec ipsis in te est sepultis requies;
Proiiciuntur pro venali marmore
Corpora tumbis.
Vindictam tamen non evasit impius
Destructor tuus, Attila saevissimus;
Nec igni simul gehennae et vermibus
Excruciatur.
Christe, rex noster, index invictissime,
Te supplicamus, miseratus respice;
Averte iram; tales casus prohibe
Famulis tuis.
Ymnos precesque deferamus Domino
Ut frenet gentes et constrìngat aemulos;
Protegat semper nos potenti brachio,
Clemens ubique.
Zelo nos pio, summe Pater, corrige,
Pre venis est per tuos, subsequere re,
Ut inoffenso gradientes tramite
Salves in aevum.

[138]
Annali di Aquileia
A.a.C.
1360. Argonauti dall'Eusino passano nell'Adriatico.
1280. ntenore passa la Giulia, scende nell'odierno Veneto.
604. Calata di Celti oltre la Giulia, occupano l'Istria ed il Friuli.
568. Traci passano dall'Istria politica nell'adriaca, ed occupano il litorale dal Timavo all'Arsia.
400. Bazze celebrate di cavalli al Timavo.
202. La Venezia si dà spontaneamente ai Romani, che così giungono al Timavo.
186. Carni scendono nel Friuli piano, sono battuti.
184. I Romani cacciano i Carni entro le Alpi — È decretata la colonia di Aquileia.
180. È condotta la colonia di Aquileia, di 3000 fanti, di gius latino, osteggianti Carni ed Istri.
179. Conquista dell'Istria.
178. Via da Aquileia a Pola.
148. Costruzione della Via Postumia da Genova alla Giulia.
128. L'Istria ribella, è domata da Sempronio Tuditano, colonie di Trieste e di Pola, vallo sulla Giulia.
116. Sconfitta dei Carni cisalpini.
115. Romani danno battaglia incerta ai Celti presso Norcia; i Carni alpini sono domati.
89. I Veneti hanno la cittadinanza romana, le città il diritto di colonie latine.
58. Giulio Cesare è in Friuli.
54. Nuovamente, vi sverna con tre legioni
51. Giapidi sorprendono Trieste.
48. D. Bruto, uccisore del dittatore Cesare, tenta inutilmente di entrare in Aquileia, rifugge sulla Giulia, vi è ucciso.
45. Confine d'Italia portato al Formione.
34. Via Giulia attraverso la Giulia a Lubiana.
11. Augusto è in Aquileia.
7. Tiberio è in Aquileia — Giulia sua moglie vi partorisce bambino tosto morto.
4. Augusto è in Aquileia. [140]
A.d.C.
14. Il confino d'Italia è portato all'Arsia. 44. S. Marco in Aquileia. 50. S. Ermagora.
64. Persecuzione di Cristiani in Aquileia.
105. Istituzione della flotta di Grado ad Aquileia. Traiano restituisce il tempio di Beleno incendiato, abilita li ineoli ad entrar nella curia.
119. Istituzione di consolari e di curatori.
122. Adriano, presente in Aquileia, la benefica. 165. Istituzione dei giuridici.
169. Quando assaltano inutilmente Aquileia. — Il medico Galeno vi dimora cinque anni.
206. Istituzione dei correttori.
212. Cittadinanza romana conceduta a tutti li abitanti dell'impero.
238. Massimine assedia Aquileia.
271. Aureliano è in Aquileia.
286. Ilario vescovo di Aquileia.
29... Diocleziano è in Aquileia.
307. Costantino celebra in Aquileia le nozze con Faustina.
335. Magnesio ripara sulla Giulia, scende ad Aquileia, vi è ucciso.
336. Costantino è in Aquileia.
340. Costantino II è ucciso presso Aquileia per ordine di Costante, il cadavere gettato nell'Alsa.
348. Prima chiesa cristiana pubblica in Aquileia.
353. La basilica Adriana è convertita in tempio cristiano.
360. Aquileia assediata da Giuliano.
369. Arcivescovi di Aquileia.
381. Sinodo provinciale di Aquileia. — Teodosio è in Aquileia.
394. Battaglia al Frigido fra Teodosio ed Eugenio.
452. Attila rovescia Aquileia.
489. Battaglia all'Isonzo fra Teodorico ed Odoacre.
539. Belisario.
541. Patriarca Macedonio ripara in Grado.
568. Longobardi — fine di Aquileia.


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Created: Friday, February 25, 2011; Last updated: Saturday, February 13, 2016
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