Pietro Paolo Kandler
Prominent Istrians


Stridone
Patria di S. Girolamo
Una dissertazione inedita del Kandler

Disclaimer

[Tratto da Atti e Memorie della Società Istriana di Archeologia e Storia Patria, Vol. XVI (Parenzo, 1900), p. 182-211.]

Il chiarissimo Direttore del Museo di Spalato, prof. F. Bulić, pubblicava nel «Bullettino di archeologia e storia dalmata» (a. 1899 f. 7-8), col titolo posto qui in fronte, un notevole articolo, nel quale sono comprese però soltanto alcune idee fondamentali di un maggior lavoro su questo argomento, che sarebbe intenzionato di pubblicare più tardi.

L'articolo, per la sua importanza, è stato riassunto da quel grande ed autorevole archivio, che sono gli e «Analecta Bollandiana» di Bruxelles (Tom. XVIII, f. III), quali Analecta conchiudono col sentenziare, che dopo siffatti studi intrapresi e svolti sull'oggetto, non sia una vana speranza il credere, che resti finalmente sepolto il lungo piato sorto fra le sette città disputantesi la culla di S. Girolamo.

Com'è noto, in codesto piato, ebbe parte essenziale, diremmo quasi provocatrice, l'Istria; essendosi per qualche tempo creduto, sulla fede del canonico Stancovich, che S. Girolamo fosse istriano, nativo di Sdregna. Ne dubitò peraltro il Kandler e questo suo dubbio ebbe ripetutamente a manifestarlo con scritti, che furono parte editi, e parte rimangono ancora inediti. In quest'ultimi, anzi, per quanto concerne alcuni giudizi geografici, intuisce, con quell'acutezza di mente che gli era propria, ciò che, per successivi studi e scoperte, venne riconosciuto [183] incontrovertibile. Cosi, la località di Stridone, che lo Stancovich s'era incocciato di credere avere dato origine alla nostra Sdregna, fu dal Kandler con ottime ragioni riconosciuta appartenente alla odierna Bosnia (1).

Ma piuttosto che divagare in particolari, ci sembra consulto di riassumere brevemente la letteratura che n'è seguita negli ultimi tempi, riflettente la questione della patria di S. Girolamo; con che ci sarà necessariamente offerta l'opportunità, sia di riportare quei brani del Kandler ancora inediti che si riferiscono all'argomento colla'neccssaria loro concatenazióne, sia di rivedere nella sua essenza, il già ricordato lavoro del prof. Bulić.

I.

Non lungi da Portole, sullo stesso altipiano in cui giace quest'ultimo castello, verso nord-est, s'aggruppano pochi casolari intorno ad una chiesa ed un campanile, in vetta ad un colle. Quella è Sdregna, già antico castello della diocesi di Capodistria, e, per la parte politica-civile, sotto la giurisdizione del marchesato di Pietrapelosa. Sdregna sta, si può dire, a cavalcioni fra due profonde valli, e precisamente fra quella per la quale scorre il torrente Brazzana a levante, e la cosi detta Valle di Sdregna a tramontana. La sua altitudine segna 472 metri. Ma è circondata da altri colli più erti ancora — fra cui, a mezzogiorno, uno denominato S. Girolamo — per lo più brulli, come quelli del Carso. AI comune ccnsuario di Sdregna erano ascritte le ville di Pregara, Salice, Mlun e Cernizza; ma le tre ultime furono poi staccate ed aggregate al Comune di Pinguente. Tutte le dette ville, unite insieme, alla metà del [184] secolo XVII, facevano appena 300 abitanti, mentre Sdregna stessa non ne contava che 140. Se anche in oggi il numero degli abitanti si è raddoppiato, pur rimane povera quella gente, perchè scarsa di mezzi e di risorse. Una strada quasi carrozzabile congiunge Sdregna a Portole; ma più oltre di Sdregna non si va se non a mulo, o a piedi, per impervi sentieri.

Dell'antico castello non si conserva che qualche vestigia di pietre murali addimate al suolo; già oltre due secoli fa, esso non esisteva altrimenti. Eppure questo luogo, benchè povero e quasi insignificante, ha fatto, per le ragioni già dette, parlar molto di sè, interessando tutta una legione di dotti, di archeologi, di teologi e di storici.

Prendendo le mosse dal canonico Stancovich, diremo, che questi, fino dall'anno 1824, publicava un opuscolo: Della Patria di S. Girolamo, dottore di Santa Chiesa e della lingua slava relativa allo stesso (Venezia, G. Picotti), dedicato al Patriarca di Venezia Giov. Ladislao Purker, primate della Dalmazia ecc.

Premesso che gli Istriani, i Dalmati e gli Ungheresi si contendono da sei secoli sopra la patria di S. Girolamo, ricorda poi queste patrie che sono: Sdrigna nell' Istria, Scardona al litorale, Sidrona presso Obrovazzo, Strigna verso Costainizza, Strigono sopra Duare nella Dalmazia, Sdrinovaz nell' Ungheria.

In favore dell' Istria trattarono la questione: Tomaso arcidiacono di Spalato nel 1200, P. Paolo Vergerio il seniore, il Biondo, Fra Ireneo della Croce, Domenico Valarsio e l'ungherese Stefano Solagio. — Per la Dalmazia: Marco Marulo dalmata, Lodovico Vergerio istriano, il Villanovano, il Frescot, il padre Dolci e l'abate Cicarelli. — Per l'Ungheria: l'Inchoffer, Pietro Coppo istriano, il Tuhrman, il lordan, il Bedecovich, lo Stiltingo e l'abate Coleti. — Poi ricorda gli indecisi, e quelli che stettero per l'uno o per l'altro.

Dopo ciò, entra ad esaminare se l'Istria abbia fatto parte dell'antico Illirio, e prova che la nostra provincia stava appena ai confini di esso, come della Pannonia.

Se non che i dotti hanno convenuto che S. Girolamo appartenga ad una delle tre regioni: Pannonia, Dalmazia ed Istria; per forza di ragionata eliminazione viene quindi a dichiarare che non può essere che dell'ultima.

[185] Ed ecco quali ragioni starebbero per questa tesi.

S. Girolamo stesso, invero, scrive nel capo ultimo degli scrittori ecclesiastici: Hieronymus patre Eusebio natus, Oppidum Stridonis, quod a Gothis eversum, Dalmatiae quondam Pannoniae que confinium fuit. Ma questa affermazione è varia, secondo i testi, che sono tre; ciò non toglie, peraltro, che interpretati nel loro vero senso, concordano nell'affermare che il santo Dottor fu istriano.

Nè è a dubitarsi che S. Girolamo non conoscesse la geografia dei suoi tempi, anzi egli ha dato prova del contrario. Nè in argomento vale la tradizione, in quanto essa abbia lo stesso valore tanto per gli uni che per gli altri.

Che se gli Ungheri e i Dalmati indicano il sito dove S. Girolamo nacque ecc., anche a Sdregna d'Istria esiste simili tradizioni. Infatti noi abbiamo «un castello diruto, di cui si veggono le rovine; una chiesa di S. Girolamo con altare ed antichissima statua di legno che lo rappresenta; una lapida che si tiene in venerazione costante, come sepolcro di Eusebio padre di S. Girolamo; una lamina di piombo colà rinvenuta, la quale accenna a memorie dello stesso; un pioppo per secoli vicino alla chiesa esistente, e di cui si raccontano prodigi, come efficace a molte malattie; la terra presso detto albero, che si prende da quei popoli, e divotamente si pone sotto il capo dei loro morti; la tradizione esser questa la patria di S. Girolamo sono cose tutte, le quali furono accennate fino da 400 anni (1430) dal Biondo (Ital. III. Reg. XI), e ripetute, come testimonio oculare, da mons. Tommasini, vescovo di Cittanova, il quale si portò espressamente nel 1646 a Sdregna, diocesi di Capodistria, per verificarle, ed in pari tempo venerare divotamente queste memorie: sicchè la parità di circostanze per Sdrinovaz neir Ungheria, e per Sdrigna neir Istria infirmano questo argomento di prova per ambidue questi luoghi, ed in modo che deve per nulla contarsi. Così dicasi pure di Strigono e di altri pretesi luoghi della Dalmazia.»

Ma vi sono degli argomenti ancora. S. Girolamo ebbe commercio epistolare coi più illustri uomini di Aquileja, e le sue lettere commendatizie agli Aquilejesi per sua sorella dimostrerebbero che la sua patria era vicina a quella metropoli [186] capitale dell'Istria. Anzi — cosa da nessuno prima d'allora rilevata — S. Girolamo stesso sarebbe stato educato da giovinetto in Aquileja sino gli anni 15 di sua età. Naturalmente se fosse nato in Pannonia o in Dalmazia, sarebbe ricorso a quelle capitali d'allora per la sua educazione, e non a città tanto distante dove a suo padre sarebbe stato molto diijkilc, se non impossibile, di visitarlo, mentre da Sdregna poteva recarsi in un giorno ad Aquileja. Si badi ancora, che S. Girolamo chiamò patriotti gli Aquilejesi, ciò che non sarebbe stato possibile, se fosse stato della Dalmazia o dell'Ungheria.

Nè osta che S. Girolamo sia istriano, quantunque la chiesa lo chiami "dalmata". Nel linguaggio della Curia romana e nel libro delle Tasse della medesima, non solo i vescovati dell'Istria, ma eziandio quelli di Aquileja, del Friuli e della Carnia si dicevano in partibus Dalmatiæ. Ed è errore che S. Girolamo abbia esclamato: Parce mihi Domine quia Dalmata sum. Questa esclamazione non si trova in alcuno scritto di S. Girolamo.

Ma un forte argomento dei contradditori si è quello di sostenere che, essendo stato distrutto il castello di Stridone nel 392 o 395 dai Goti, ciò prova evidente che non può esser stata Sdregna per il fatto che i Goti in Istria non fecero la loro comparsa prima dell'anno 400. Questo peraltro non è provato. S. Girolamo dice, che tutto l'lllirio fu dai barbari manomesso, unitamente alla Tracia ed al suolo suo nativo: ma ci dice pure, che tutta la superficie di terreno, che stendesi dalle Alpi Giulie sino a Costantinopoli fu teatro del loro furore, e quali luoghi appartengono a queste superficie, è notorio, non esclusa l'Istria.

Da tutto ciò, detto molto in succinto, lo Stancovich conchiude, che la patria di S. Girolamo non fu altrimenti l'Ungheria, nè la Dalmazia, ma che fu l'Istria.

II.

Ma qui non finisce la dissertazione del nostro Canonico, il quale continua l'argomento in un secondo articolo intitolato: Della lingua slava relativa a S. Girolamo.

E prima di tutto si mette innanzi i seguenti quesiti: [187]

  1. La lingua slava e la lingua illirica era una stessa e medesima lingua ai tempi di S. Girolamo?
  2. Nell' Illirio proprio, nella Dalmazia, nella Liburnia, nella Giapidia, nella Pannonia e nell'Istria si parlava la lingua slava prima della conquista fatta dai Romani di queste provincie, e durante l'impero stesso, ed ai tempi della natività di San Girolamo? (2).
  3. S. Girolamo parlava egli e conosceva la lingua slava?
  4. S. Girolamo ha tradotto in slavo il Messale ed il Breviario glagolitico di cui si servono i Dalmati?
  5. S. Girolamo è l'autore dell' alfabeto glagolitico, ossia gieronimiano? (3).

Al tempo dello Stancovich tutto ciò si riteneva per certo, ma egli fu intimamente convinto del contrario.

Non è nota la lingua dei popoli situati alla sinistra dell'Adriatico; ma certo non fu la slava. In prova di che enumera le origini dei diversi popoli che abitavano codeste sponde, conchiudendo, colla scorta dei nomi antichi, della maggior parte dei luoghi e delle persone, che qui certamente non si parlava nessuna delle lingue slave. — Su di che tutti sono persuasi. Si potrebbe forse opporre, che certi nomi tramandatici dai Romani, essendo latinizzati, cangiassero d'indole e di aspetto. Ma questo non implica che, perciò, cangino di natura; in essi vi si scorgerà sempre la radicale, ed il suo proprio carattere distintivo. Stabilito questo, tutti i nostri nomi hanno un'origine ben diversa dalla slava (4)

Gli Slavi furono noti alle sponde dell'Adriatico appena al declinare dell'impero, quando uniti cogli altri barbari settentrionali, Goti, Unni, Avari ecc., infestarono colle loro [188] incursioni le provincie romane. Di queste depredazioni fa una commovente pittura S. Girolamo in vari luoghi dei suoi scritti. In tutti i luoghi, parlando egli di queste nazioni, li chiama sempre col nome di Barbari; e non è presumibile, che se fossero stati suoi connazionali, e con esso unilingui, li denominasse in tal modo, nè che essi stessi usassero tante crudeltà verso popoli di una medesima nazione e lingua.

In tanta lacrimevole devastazione di popoli, di ministri della religione e di templi, sarebbe stato mai opportuno che S. Girolamo traducesse in lingua slava il Messale e il Breviario? No, certamente. Ma se lo avesse fatto, in qual lingua conveniva che lo facesse? e Egli è naturale, che farlo doveva o nella latina ch'era comune e generale al tempo di quei popoli, o se lo avesse fatto nel linguaggio particolare di que' popoli, certamente fatto l'avrebbe, se Istriano in lingua peiasgica o colchica; se liburno nella lingua degli Umbri, o se Pannone o Dalmata nella lingua osia o cimbrica; non mai però nella slava, ossia sarmatica, la quale in quel tempo non era introdotta in quelle provincie.» — Dopo ciò prova, con diversi testi di S. Girolamo alla mano, che la sua lingua non poteva essere altrimenti che la latina.

In quanto poi al Messale e Breviario, suppostamente tradotti da S. Girolamo, il nostro A. osserva, che e «bisogna essere bambini nella storia ecclesiastica, e non conoscere che il rito e l'ufficiatura dei nostri giorni sono ben differenti da quelli del tempo di S. Girolamo, mentre l'uffizio divino non si recitava nella forma d'oggidì, nò si celebrava la Messa come oggi si celebra ecc.»

In quanto ai caratteri glagolitici, chi li attribuisce a certo Metodio eretico, chi a S. Girolamo, e finalmente a S. Cirillo. Esaminato il prò e il contro, e introdotto a parlare della liturgia slava — nella qual ultima questione neppur si sogna di far menzione dell'Istria — conchiude:

  1. che i detti caratteri furono ritrovati verso la metà del secolo nono dal filosofo Costantino, o Cirillo;
  2. che verso quell'epoca furono tradotti i libri sacri nella lingua slava;
  3. che non facendosi menzione di S. Girolamo in tutto ciò, non possono a lui attribuirsi;
  4. che se fossero esistiti in quest' ultima epoca, il Pontefice Stefano non l'avrebbe passata in silenzio, e siccome ne indicò [189] l'autore Costantino, avrebbe pure con più ragione nominato S. Girolamo;
  5. che S. Girolamo avendo preceduto di quasi cinque secoli il filosofo Costantino, e se fosse stato autore dei caratteri slavi, ed avesse tradotto in slavo i sacri libri, e questi sussistendo al tempo di Costantino o Cirillo, superflui sarebbero stati nuovi caratteri slavi, e nuova traduzione ecc.

La prima menzione dell'ifficiatura slava in Dalmazia l'abbiamo nel 916 dal Bomman, dicendo che ne fu introdotto l'uso dalla Moravia. La prima stampa in caratteri glagolitici del Breviario e del Messale in lingua slava, fu fatta in Fiume nel 1537 per ordine di Giovanni de Dominis, vescovo di Segna; come coi caratteri stessi, e nella lingua medesima fu stampato in Tubinga dal Trubero il nuovo Testamento nell'anno 1562. Dietro la scorta quindi del Grubissich il nostro A. si diffonde in proposito, addimostrando qualmente l'alfabeto glagolitico non si mantenesse sempre costante, e qualmente anche in Dalmazia fosse differente dagli altri luoghi, e conchiude che sarebbe persino un'empietà l'attribuire a SS. Girolamo e Cirillo l'invenzione degli alfabeti slavi. — Del resto la lingua slava e l'illirica non furono una medesima lingua; soltanto dopo il secolo VII, slavo ed illirico divennero sinonimi.

III.

Quattro anni dopo che lo Stancovich aveva publicato il suo opuscolo rivendicante all'Istria il dottore della Chiesa, S. Girolamo, comparve a Roma un nuovo opuscolo, pure col titolo: Della patria di 5. Girolamo. Risposta di Don Giovanni Capor dalmatino, e dedicato al cardinale Don Placido Zurla, vicario generale di papa Leone XII.

Non occorre di dire, che il Capor cercò di confutare punto per punto le ragioni dello Stancovich, oltrepassando soltanto la questione della lingua slava attribuita al Santo Dottore, siccome quella che non aveva rapporto necessario colla questione principale. Ma il contradditore del nostro Stancovich intraprese la sua confutazione in modo si confuso e cavilloso, ed infiorò inoltre la sua dizione con sì basse espressioni, con modi tanto [190] inurbani e con maligne impertinenze, che il buon Canonico ne pigliò cappello. Ed in questo aveva ragione da vendere; imperocchè, scrivendo il suo opuscolo e dandolo .da leggere agli amici e alle persone meglio competenti — fra i quali non aveva esclusi dei bravi abati dalmatini — li pregava a volergli liberamente rilevare i fortuiti errori e gli eventuali apprezzamenti inesatti, essendosi egli proposto di appoggiare in tal modo la opinione dei dotti in siffatta materia, prima di elencare nella sua Biografia degli uomini distinti dell' Istria anche S. Girolamo. Visto, dunque, che era passato già tanto tempo senza che nes suno gli contraddicesse; anzi essendosi persuaso di aver colto nel segno dalle dichiarazioni avute dalle persone suddette — fra le quali annovera vasi taluno che prima era caldo sostenitore della tesi contraria a quella da lui sostenuta — ed urgendo di dar fuori il primo volume della detta Biografia, lo Stancovich non risto dall'imbrancare in essa la vita di S. Girolamo dichiarandolo senz'altro istriano.

Si può, dunque, imaginare quale effetto di contrarietà producesse sull'animo del nostro Canonico l'opuscolo del Capor, arciprete di S. Girolamo degli illirici in Roma, e da lui perfettamente conosciuto. Epperciò si decise di rispondergli con un nuovo opuscolo, cui intitolò: San Girolamo il dottore massimo dimostrato evidentemente di patria istriano. Apologia del can. Pietro Stancovich, socio di varie Accademie, contro la Risposta di D. Giov. Capor dalmatino (Trieste Marenich 1829).

Non riassumeremo, come del primo, questo secondo opuscolo dello Stancovich, per non andare all'infinito, e perchè è tutto inteso a rilevare le contraddizioni e le inesattezze del Capor, che furono pure lasciate nella penna. Diremo solo che anche il nostro A. non potè trattenersi dall'indirizzare, qua e là, al suo contraddittore delle stoccate, conchiudendo colle precise: «Tutti i partiti hanno scritto con dottrina, fino discernimento, ed urbanità. Voi solo vi siete distinto sopra tutti con un particolare vostro modo di dire, lo qui vi ripeterò quello che dissi nel fine della mia apologia con Cicerone; che un avvocato ignorante rende la causa peggiore: causa patrocinio non bona pejor erit etc.» — In fine dell'apologia vi mette una Cronaca Bio-Girominiana.

[191] Figurarsi se il focoso arciprete dalmatino la mettesse via! Di fatti nel 1831 egli publicò a Zara (Tip. Battara) un nuovo opuscolo molto più copioso del primo, il quale pure intitolò: Della patria di S Girolamo, seconda ed ultima risposta di Don Giov. Capor ecc. In questo sostiene di aver corroborata la sua tesi di nuovi testi e di ragioni non sentite in prima, arrivando persino col suo libro t a far batter la ritirata in più luoghi a quell'avversario, il quale, dove viene a cedere, si può dire, che propriamente si trova colle spalle al muro. » Avverte, infine, il nostro Canonico di non illudersi sulla ragione che eventualmente gli avesse data qualche dotto, stando il fatto, invece, che fu appunto uno di questi, e dei più competenti, che lo spronò a rispondergli, fornendogli per di più non pochi libri che gli potevano servire alla bisogna.

Nè la questione è finita qui.

Due anni appresso del secondo opuscolo del Capor venne alla luce a Zara (Tip. Battara) un volume intestato: Esame critico della questione intorno alla patria di S. Girolamo libri IV del Padre Francesco Maria Appendini delle scuole pie. Anche questo libro, scritto con maggiore serenità di giudizio e con linguaggio più moderato degli altri del Capor, viene però alle stesse conseguenze, rivendicando alla Dalmazia la nascita di S. Girolamo.

IV.

A questo punto stavano le cose, quando intervenne nel piato il dottor Kandler, che scrisse due lunghe lettere intestate Della Patria di S. Girolamo all'abate dott. Francesco Carrara di Spalato, ed inserite nella sua Istria (anno I, N. 1-2). Ed ecco brevemente di qual parere fosse in proposito il nostro illustre archeologo.

Premette che, a lui fanciullo, un pio sacerdote che gli svolgeva le dottrine religiose lo aveva prevenuto ritenersi S. Girolamo di patria istriano, ma in modo così incerto, che il non averne certezza gli dava cruccio. Ripensandoci poi seriamente, ci faceva a se stesso il seguente ragionamento: «se dei nostri santi abbiamo certezza, perchè le nostre istituzioni di chiesa [192] risalgono per ordine non interrotto fino alla pace data da Costantino, e risalgono anzi fino al primo bandirsi del vangelo fra noi; se nelle nostre città di provincia la serie dei vescovi rimonta fino al principio del sesto secolo (5), ed abbiamo testimonianze della costanza di ordinamenti ecclesiastici in templi, in riti, in leggende antichissime, se di S. Girolamo all'invece la posizione del suo luogo natale è incerta, conviene ritenere che fòsse in provincia nella quale il culto cattolico e lo stato sociale abbiano da antico sofferto tali rivolgimenti, che novello popolo e novello culto abbiano soprafatto l'antico, ed il popolo primitivo sia scaduto in infima barbarie, da non serbarne le memorie antiche, o da tenerle per lo meno ristrette a ceto sì piccolo, sì umiliato, che le memorie non poterono giungere nel mondo colto. E tale mio pensiero credeva vederlo confermato dalle parole del Santo medesimo, che attestava saccheggiata, manomessa la patria sua, non la città sola ove nacque, ma la regione intera, e pareva a me che V accennasse siccome posta su quella linea che corsero i Barbari fra Costantinopoli e le Alpi Giulie.»

Questi pensieri non cedettero col crescere dell'età; e quando la questione della patria di S. Girolamo venne agitata nel tempo su descritto con tanto calore, le ragioni di chi lo voleva istriano non lo appagarono gran fatto.

E qui pone a base del suo ragionamento la tesi, esistervi un' intima connessione fra i santi e le istituzioni di chiesa, dalle quali istituzioni poi crede di poter trovare il sussidio. Esamina quindi la configurazione e l'estensione delle nostre diocesi, ed i confini delle giurisdizioni del patriarcato di Aquileja. Poi rileva esser stato antico costume quello di indicare la patria per agri politici, per municipi, in guisa tale che si riteneva nativo della città anche chi era dell' agro siccome quello che con la città aveva la stessa condizione politica. La chiesa seguì questa massima, ed essa indica i sacerdoti secondo la diocesi cui appartengono o per nascita o per aggregazione,  «S. Girolamo per indicare Stridono per patria sua, non indicò già una villa, od [193] un castello che fosse soggetto all'altrui giurisdizione, ma comune che aveva propria giurisdizione politica e poteva essere noto nella geografia politica; il rango che gli attribuisce di oppidum non indica già castello, ma città, comune di condizione materiale inferiore, nel modo stesso come oppidum si disse Parenzo, mentre era e colonia e municipio.»

Ora la villa di Sdregna nel marchesato di Pietrapelosa stette sempre sotto la diocesi tergestina fino al 1790, e da questo tempo, fino all'ultimo riordinamento delle diocesi istriane, appartenne alla diocesi di Parenzo e mai a quella di Capodistria. Ciò premesso, quand'anche S. Girolamo non si fosse curato di dirsi triestino, Trieste non avrebbe certamente dimenticato di annoverarlo fra i suoi santi municipali, anche se nato nell'agro. E come abbiamo dei nostri santi municipali notizie precise, e conserviamo le loro leggende, e celebriamo le loro feste; altrettanto sarebbe avvenuto di S. Girolamo, il quale, viceversa, non è patrono di nessuna località, e vi è in tutta la diocesi una sola chiesa publica sotto l'invocazione di lui, e non già a Sdregna, ma a Colmo. E dato pure che Sdregna fosse caduta nel X secolo in mano degli Slavi pagani, e che questi avessero anche distrutto il tempio rispettivo, la memoria sarebbe egualmente vissuta a Trieste, trattandosi di un Santo così grande come egli fu.

E quello che si è detto per Trieste, valga per ogni altra diocesi dell'Istria non esclusa Aquileja.

In un antico breviario della chiesa di Trieste, mentre sono registrate le vite dei nostri santi, la patria dei quali si indica: Tergestinae civitatis in confinto Aquilejae; S. Girolamo, invece, lo si dice nato in oppido Stridonis quod dalmacie quondam panonieque confinium fuit, concordando in questo colla chiesa romana.

Parimenti nelle litanie della chiesa tergestina S. Girolamo non vi è collocato fra i santi municipali, «Le chiese della provincia usarono certa quale cortesia vicendevolmente, e tutte usarono verso la loro madre Aquileja quella venerazione che si deve; S. Ermacora e Fortunato erano venerati in tutte le diocesi istriane, siccome santi, dirò così, provinciali; però Aquileja celebrava S. Giusto di Trieste; Trieste celebrava S. Nazario di Capodistria, S. Mauro, S. Eleutcrio, S. Proietto di Parenzo, e [194] viceversa altre chiese. Se la memoria di S. Girolamo come santo istriano si fosse perduta in una chiesa, sarebbesi conservata nell'altra, »

Si badi ancora, che la patria di S. Girolamo era insignita di vescovato, tant'è vero che il vescovo di Stridonia apparisce nei concilii fra i vescovi pannonici. Sdregna non potè essere vescovato urbano, nè fu vescovato rurale. Per poca attenzione che si dia alle cose dell' Istria è facile accorgersi che i vescovati urbani furono eretli ove vi erano municipalità; vescovati rurali o capitoli ove vi erano comuni liberi od affrancati; parrocchie ove erano ville e terre tributarie, adattandosi così in antico il governo di chiesa al governo politico. Di Sdregna non si ha nulla di tutto questo. Anche altre città e terre dell'Istria furono distrutte da vicende guerresche, ma per questo nessuna perde la memoria e la tradizione dei propri santi e delle proprie feste.

Dopo ciò, Sdregna non fu mai città, nè castello di conto. Posta infraterra, circondata da burroni e vallate profondissime, non è tale da esser stata mai il centro di movimento e di commerci. II suo terreno coltivato conta poco più di 700 jugeri, ed il prodotto rispettivo è molto meschino, essendo limitato preponderatamente a povere rendite di bosco e di pascolo. Ma dato anche che qui vi fosse stato un centro di qualche conto, si vedrebbero almeno le rovine, e sarebbe rimasta una qualche memoria. «In Sdregna non vi ha che uno dei tanti castellieri romani, null'altro, non pietra, non leggenda, nulla che accenni ad antico abitato; pure come potè conservarsi il castelliere, potevano conservarsi altre antichità. La chiesetta in onore di San Girolamo non era parrocchiale, era chiesa di privata devozione, intorno cui si tumulavano i defunti». Se si conservano memorie di Muggia vecchia, di due Castelli e di altri siti che più non esistono, tanto più si dovrebbe averne di Sdregna, se questa fosse stata città sede vescovile e patria di un si gran Santo. Invece nessuna nostra chiesa, compresa la chiesa madre di Aquileja, lo annovera fra i santi municipali o provinciali. II nome di Sdregna, che è l'unico appoggio, è troppo frequente e comune per trarne indizio alcuno.

Lo stesso breviario nostro non indica S. Girolamo spettante [195] alla provincia dell'Istria, ma lo indica di patria posta ai confini della Dalmazia e della Pannonia, siccome nota che facilmente l'avrebbe fatta conoscere a chi il nome di Stridone appariva nuovo. Il Santo Dottore soggiunge per di più, che la sua patria era spesso visitata dai barbari.; questa, dunque doveva stare tra le Alpi Giulie e Costantinopoli, su di una via che dalle radici orientali del Nevoso metteva a Bisanzio; nè poteva esser l'Istria che è al di qua del Nevoso, l'Istria che, per soprassoma, non soffrì incursione di barbari.

S. Girolamo inoltre non era di linguaggio latino, se esso medesimo confessa di averlo appreso con grande difficoltà. — Fino dal tempo della conquista dell'Istria, avvenuta due secoli prima dell' èra volgare, la lingua latina si rese da noi comune e prevalente in modo che ogni rimasuglio della tracica e della celtica era sparito. Se così è, e se S. Girolamo fosse stato istriano, la lingua latina doveva essere propria tanto alla sua famiglia che a lui stesso.

S. Girolamo segna una parola che indica la bevanda precipua e gradita della sua patria, e la chiama Sabaja, voce pan-nonica che indica birra, e che ha spiegazione nella lingua slava. Questo paese mancante di vino, nel quale si usavano voci pannoniche, non è l'Istria e meno poi l'Istria subocrina, cui apparteneva Sdregna nostra.

Esposto tutto ciò, il Kandler non entra a metter lingua nella questione se la Dalmazia fu la patria del Santo Dottore; ma si permette di dire qualche cosa circa la spedizione dei barbari, in forma del tutto confidenziale. Premesso, dunque, alcune generali nozioni su quelle irruzioni, gli sembra di dedurre, doversi cercare la patria di S. Girolamo nel tratto di paese che sta fra la Unna, Banialuka e le montagne, e precisamente nei dintorni di Jaieza a Drinovo. Poi dà alcune indicazioni per cercare quali punti della Dalmazia possano offrire appiglio a fruttuose ricerche; ma lo fa con grande riserbo, professandosi ignaro delle di lei condizioni ecclesiastiche.

V.

Meno di un mese dopo che aveva scritta questa lettera, ne vergò un'altra come ho detto, indirizzandola sempre allo stesso abate dott. F. Carrara.

In questa seconda dichiara di essere venuto in possesso — ciò che ascrive a grande ventura — del Periplo di Pre' Guido di Ravenna, meglio conosciuto sotto il nome di Anonimo Ravennate. Esaminato questo libro di geografia con quanta maggior diligenza poteva, s'accorse che pre' Guido copiò le notizie da altri; «che questi medesimi non ne erano autori da sè; e che risalendo dall'uno a l'altro, la geografia sua non fu più che la copia di quelle notizie elementari che si avevano nei primi tempi dell'impero romano, allorquando si compilarono per pu-blico comando siffatte raccolte.» E di ciò egli offre le prove.

Veramente l'opera di Guidò è un portolano dei mari, specialmente del Mediterraneo, ed un itinerario quasi postale per viaggiatori, nel quale si indicarono le provincie, i fiumi. Le città vengono enumerate come si trovano poste sulle vie antiche romane, secondo i tronchi di queste medesime vie. Singole scoperte di antiche città fatte in tempi recenti o di frazioni di itinerari sculti in pietra, hanno mostrato come le notizie di Guido sieno sincerissime ed esatte.

Premesso questo, ecco le conclusioni cui viene nei riguardi della patria di S. Girolamo.

E prima di tutto osserva che l'odierna Dalmazia non è la identica dell'antica; la quale ultima segnava confini ben più ampi e comprendeva la Bossina ecc. ecc. Essa comprendeva^ insomma, una superficie più del doppio maggiore dell'attuale, perciò la divide in Dalmazia Cisardiana (che ò l'odierna) e Dalmazia Transardiana (la più ampia detta di sopra).

Quindi soggiunge, non doversi cercare la patria di S. Girolamo nella prima Dalmazia, ma nella seconda. Non nella prima perchè, essendo stata un tempo in grado alto di civiltà e di prosperità, è diffìcile che declini talmente da non lasciare traode dell'antica condizione. Nella seconda, invece, occupata da barbari, fu distrutto il governo di chiesa, più che la religione; [197] gli elementi sociali e civili vennero in potere dei barbari, ma essi, rozzi, non avrebbero saputo sostituirne di novelli del tutto; guastarli, farli decadere, ciò era facile, non però sostituirne di nuovi. La Dalmazia Transardiana nel medio tempo appartenne all'Ungheria; poi venne in potere del Turco, che menò stragi, violentò le coscienze, e non si curò di rifare la provincia. — Questa parte di territorio, ora chiamata Bossina, fu staccata dalla Dalmazia marittima ed unita pel governo politico alla Pannonia. Per questa parte passava la gran via commerciale, che da Costantinopoli e da Salonicco veniva su su verso Trieste. E parla con bella erudizione di altre strade traversali, segnate dai Romani, che facevano capo nella Dalmazia marittima, a Scardona, a Spalato e a Narona.

«La concorrenza di sette strade che mettono a città precipua nel sito di Serajcvo, basta a me — soggiunge — per trarne conseguenza che fu antica città e romana d'importanza; ne ho oggi certezza, perchè il cav. Sartorio che fu in quelle parti, mi avverte... di avere veduto le arcate di un acquedotto, a due o tre ordini, ove l'avvallamento del terreno lo esige, in lunghezza di due giornate di cammino, in prossimità alla strada, nella direzione di Foccia a Scrajevo; e quest'acquedotto fu per condurre acqua in sito assai irrigato da sorgenti di fiume, che poi si fa maggiore sotto nome di Bosna.»

Poi notar che nella tavola teodosiana vi sono segnate parecchie località della Dalmazia, e le nomina. L'itinerario di Antonino nel guidare da Sirmio a Salona, tocca in parte questa regione, registrando pure altre località.

Confrontando l'itinerario colla tavola, apparisce che nel correre le vie precipue per recarsi dall'una all'altra città, non sempre si teneva la stessa rotta, ma, per cause che oggidì non si saprebbe aiutare, variassero la direzione. Oltre le città e stazioni registrate dalla tavola e dall' itinerario sulle vie da essi segnate, non ve ne figurano; nè altri autori, che si sia, fanno menzione delle città della Dalmazia transardiana; pre' Guido è l'unico che diminuisce questa lacuna. E qui il nostro autore enumera tutte queste città notate da pre' Guido; quindi si fa a spiegare il sito di ciascheduna.

Ora in una di queste, e precisamente in Speridiutn, gli par [198] di scorgere viziato, il nome di Stridonium, trovando nello stesso Ravennate troppi casi in cui si fa scambio fra siri e speri.— Stando così le cose, Stridone verrebbe sì bene a collocarsi nel sito di Drenowo, che egli non tituba a crederla la patria del Santo, confermandolo in questo il Ravennate stesso. «Imperciocchè Strabone accerta che fu Dalmazia questa provincia tran-sardiana, Guido la registra nella Pannonia, Tolomeo non la comprende nella Dalmazia; ed è ben naturale che i Dalmati oltre l'Ardio conservassero la memoria e la gloria di loro nazionalità, anche dopo che per politica fu questa parte di provincia staccata dall'altra ed unfta pel governo alla Pannonia; è ben naturale che il vescovo di Stridone sedesse nel concilio pannonico, anzichè nel dalmatico, ed il Santo parlando della sua patria non omettesse il dire che una volta era al confine fra Pannonia e Dalmazia, volendo ricordare un'epoca di gloria nazionale senza mancare al debito politico. Ed è ben naturale che essendo di gente dalmata, e di condizione politica, pannone, nascessero fra le due genti questioni sulla nazionalità del Santo.»

Il Kandler avrebbe voluto dire volentieri qualche cosa della commemorazione che la chiesa greca e la serblica fanno di S. Girolamo; ma gli mancavano a ciò del tutto i mezzi. La chiesa greca non gli dà culto particolare; la chiesa serblica da oltre un secolo ha fatto capo alla chiesa russa; converrebbe dunque rimontare alle cose antiche, ciò che non era in caso di fare. La chiesa russa commemora il Santo, però in altra giornata che la chiesa latina, nè ha motivo di onorarsi della nazionalità del Santo, nè di partecipare alla gloria come di Santo della sua provincia.

Chiude la lettera ripetendo che non intende di parlare della Dalmazia Cisardiana. di quella che fu provincia politica romana di questo nome; ma gli fa presente che della Transardiana può ristabilirsi con notizie ben soddisfacenti.

Che il Kandler, del rèsto, non fosse lontano dall' apporsi al vero, sta il fatto che nel 1882 è stata riprodotta un'epigrafe trovata sulla via tra Grahovo e Glamoè — dunque nell'antica Dalmazia — edita dall'Alaccvich con bel commento nel [199] Bullettino di archeologia e storia dalmata (anno V, pag. 136), e nel Corp. Ins. Lat. IlI, sup. N. 9860.

Ecco pertanto l'inscrizione:

La restituzione dell'epìgrafe fu fatta benissimo dal prefato Alacevich nel modo seguente: iu(d)ex (d)a(t)us a (F)lavio Va(ler)io Cons(t)a(nt)io [v. e] pfraeside) p(rovinciae) (D)elm(atiae), (f)i(ne)s i(nt)e(r) Salvia(t)as e(t) S(tr)ido(n)e(n)ses (d)e(t)e(r)mi(n)avi(t).

La parola Stridonenses alla linea 6 è sicura; per cui non è lecito dubitare che codesto oppido Stridone appartenesse alla Dalmazia, anzi come vuole l'Alacevich al territorio di Saritte.

Per completare, infine, questa prima parte, diremo, che nel i885 sortì a Sebenico (Tip. Vescovile) un nuovo opuscolo dal titolo Stridon 0 Sidrom patria del massimo dottore San Girolamo, rivendicata alla diocesi di Sebenico. Come rilevasi dal titolo, anche questo opuscolo attribuisce alla Dalmazia il Santo Dottore, facendolo nascere nel villaggio o villaggi che tuttora sussistono col nome di SedramU. L'autore, in fine dell'opuscolo, si trincera dietro l'autorità dell' illustre Nicolò Tommaseo, il quale pure credette S. Girolamo dalmato, anzi scrisse in proposito un articolo intitolato S. Girolamo e la sua patria^ stampato nel 1868 nell'opuscolo La chiesa adagiale di Scardona. Di più in un suo canto disposò assieme Girolamo e la Dalmazia. Nè il Tommaseo era uomo che prendesse leggermente siffatte questioni.

VI.

Ma il Kandler scrisse dell'altro ancora, come si è detto, sullo stesso argomento, ed è rimasto fin qui inedito in quell'archivio [200] di carte, che s'intitola II Conservatore (al N. 376 ex 1871, voi. II). Ed ora ci pare opportuno di rendere di publica ragione quello scritto.

Esordisce il Kandler col dichiarare, che si è questionato già troppo sulla patria di S. Girolamo, e che sarebbe ora di cessare da quelle polemiche oziose. Poi continua:

«Io credo, che in siffatte disamine e questioni siasi proceduto in modo ben diverso da quello che si sarebbe dovuto seguire in siffatte disamine, nelle quali unica base sono le parole di S. Girolamo medesimo, il quale disse di essere stato Pannonio, nativo di oppido, di città provinciale allora panno-nica, e che in antico era confine fra Pannonia e Dalmazia che era città cristiana, ed alla quale presiedeva presbitero, che era di famiglia agiata, e che in quella città v'erano precettori di lingua latina, dice che i suoi conterranei erano brutali e rozzi dediti alla crapula. Questo oppido si sarebbe detto Stridon o piuttosto Stridonla in lingua che ignoro quale poi fosse, o piuttosto Stridona come suonano il più di quei nomi, e sarebbe celtica, ed avrebbe avuto radice in Strid, desinenza frequente anche fuor di Pannonia e di Dalmazia, e di Giapidia e di Liburnia, fino all'estrema Scozia ed Irlanda di un popolo aborigeno. Di quest'Istria ricorderemo Albona, Fianona, e di Liburnia, Aenona, Scardona, di Dalmazia, Salona, Narona, e le innumere altre. La qualifica di oppidum dà certezza che non fosse nè pago, nò vico, nò villaggio, ma come or si direbbe città, con ordinamento di autogoverno; la presenza di presbitero (certamente con diacono) fa indurre che fosse un popolo, una plebe, una di quelle che in Dalmazia verso mare erano dette parrochie e delle quali nel secolo VI si convertirono in episcopati; e questa plebe fa ritenere che il territorio non fosse quello ristretto di una villa, ma almeno almeno al pari di quelle delle plebi istriane. Allorquando nacque S. Girolamo, morto nel 412, il cristianesimo non solo era libero, ma era imperato, ancorchè in tutta una provincia non vi fosse che un vescovo solo, nella capitale. In Stridona non vi fu vescovato, vi fu presbitero, ma neppure nel VI secolo se ne collocò alcuno. S. Girolamo che adottò calorosamente la civiltà e la letteratura latina, fino ad essere censurato, adottò poi interamente la civiltà cristiana, fino [201] a spingersi in anima e corpo nell'ebraico. S. Girolamo era troppo dotto delle cose pubbliche, di governo civile e di chiesa, per ammettere e sospettare soltanto che egli parlasse all' incirca od a caso. Ed appena morto nel 422 ebbe gli onori di Santo, ed il culto, e l'onore di essere intitolato Dottore di Santa Chiesa universale.

Alla sua nascita avevano cessato le persecuzioni, ed in questa Istria v'erano bensì chiese episcopali e plebanali, ma non ancor vescovili, create 102 anni dopo la morte di S. Girolamo (6), e quando ebbero vescovi propri, cessata la giurisdizione ordinaria degli Arcivescovi di Aquileja, ebbero anche ordinamento di culto, e proprio culto di santi, in prima linea di quelli della chiesa universale, poi del santi propri ascritti fra i patroni celesti.

Fu asserto che S. Girolamo fosse da Sdregna che era ed è tuttora nella diocesi propria di Trieste. Sono noti ed ebbero culto solenne i patroni della chiesa di Trieste, scritte allora le leggende di loro vita od almeno solennemente adottate; di S. Girolamo nessuna traccia, nessuna memoria; fra le cappelle poste ai limiti dell'antico agro triestino a custodia celeste di questo, figurano tutti i santi di Trieste, non però S. Girolamo, al quale fu sacrata una cappella in Contovelo, ma è del 1400.— Klana che ha S. Girolamo, era della diocesi di Pola.

Sdregna non fu popolo o plebe antica da sè ed apparteneva ai Subocrini, facente un solo corpo con Pingucnte ed una sola chiesa con questa; l'agro di Sdregna è povero, ed appena sufficiente a formare un bene censuario, ned è terreno ferace, nessun oppido vi può stare. Questo bene censuario di Sdregna era si poca cosa che i vescovi di Trieste lo dimenticarono fra i loro possessi, e quando ne diedero investita ai Gravisi (vescovo Goppo, vescovo Bonomo) la diedero gratuitamente. Il primo censimento dell'Istria vi assegnava la superficie di 4107 jugeri, la stimà di 5617 fiorini, certo non sufficienti a popolo [202] ed a città. Portole era della chiesa di Cittanova, nè questa nè l'altra ebbero culto a S. Girolamo, nè lo ebbe Parenzo, i cui mosaici negli absidi registrano tanti santi, ma fra questi non c'è S. Girolamo; non Pola.

Dei sei vescovati istriani o più veramente degli otto comprendendovi Umago e Cissa, i soli di Trieste, di Capodistria e di Pola ebbero culto ai santi municipali, Pedena, Umago, Parenzo, Cissa, Cittanova dovettero ricorrere a santi di provincie esterne, dell'Africa, dell'Asia minore, del Ponto (7).

Due stirpi di slavi abitano oggidì il Litorale; quelli venuti col seguito dei Longobardi che dalla Giulia prima occuparono tutta la regione fino alla Val Resia, ed il Cormoncse in massa compatta, e a gruppi minori isolati s'avanzarono fino al Tagliamento, pagani che presto adottarono il cristianesimo, e questi nessun culto hanno a S. Girolamo, bensì ai santi provinciali e municipali di Aquileja e di Forogiulio. Questi slavi venuti da Ungheria, non occuparono l'Istria.

In questa, rimasta ai bizantini, pretesa dai Longobardi come abbinata alla Venezia terrestre fu risparmiata dagli slavi dell'Ungheria montana.

Qui il Kandler si diffonde a narrare come, quando e da dove vennero gli slavi in Istria, cose ben note, continua:

La Chiesa universale che aveva le provinciali a sue parti, come le chiese provinciali ebbero le diocesi, la chiesa universale che sì bene conosceva la propria geografia come le provinciali, non ritenne ed onorò S. Girolamo siccome italiano, nè la Aqujleiese, sì la Chiesa dalmata lo ritenne siccome proprio. Queste autorità sono di gravissimo peso, e non sono si facili a rovesciarsi con favoleggiamenti.

Vi si provò qualcuno, con impeto, con fracasso, attribuendo la vittoria a sè, regalando di contumelie li sostenitori di altro [203] giudizio, ma erano di quella scuola che scoprivano le antiche città stando al tavolo, scoprendo Nesazio a Sermino e così via; mentre le rovine e gli avanzi delle antiche città sono ancor riconoscibili in modo manifestissimo; nessuna delle antiche città o castelli dell'Istria è sparito a segno da non sapere ove sia stata, e perfino li suoi popoli antichissimi e li agri di questi sono riconoscibili. Ogni città, ogni castello, ogni oppido deve avere proprio agro alimentario, proporzionato all'ampiezza della città, agricolo se la città non può crearsi agro mercantile od industriale, il che può appena attendersi da luoghi mediterranei e silvestri; non certo nella Sdregna istriana, che non ha agro da alimentare un'oppido, ma a pena di alimentare quel meschino villaggio, quel bene censuario che i vescovi di Trieste dimenticarono di avere in loro patrimonio, e che donarono ai Gravisi. Queste leggi imperiose non possono essere violentate o cassate; Sdregna non diverrà mai oppido, per la sentenza che pronunciasse esservi nato S. Girolamo nel 346.

Si vorrebbe far dire a S. Girolamo di essere nato entro l'Istria, od almeno ai confini di questa, ciò che assolutamente non dice, ed indicando di esser nato in città che un tempo era confine fra Dalmazia e Pannonia, indica città assai lontana dall' Istria.

Quelle devastazioni che distrussero tante antiche città, furono operate dai Goti e dalli Unni nel 374, quando il Santo contava ventotto anni di età, e da dieci anni se ne era allontanato per attendere in Roma alli studi della lingua e della eloquenza latina, nei quali approfondì, seguendo la letteratura pagana, in cui fu eccellente. S. Girolamo conosce quella irruzione e ne parla, ma sapeva benissimo che i Goti non passarono allora le Alpi, la Giulia, la Albia, l'Ardia, il che avvenne assai più tardi, nel 476, cinquantadue anni dopo la* morte del Santo. E se allora fu distrutta la città sua natale, convien inferirne che fosse a settentrione degli Ardici.

La prima Pannonia romana seguiva il corso del Savo e del Dravo colle due colonie di Hemonia e di Siscia che ne era l'antemurale, e comprendeva tutta quella che si disse Croazia turca, della quale era confine il Verbas. A tempi di Vespasiano quella parte fra il Dravo ed il Danubio, che poi formò il grosso [204] delle Pannonie, consideravasi Norico. Tutto il versante degli Ardici verso il Savo fra il Verbas ed il Drino, consideravasi paese barbaro e di nomi diffìcili a bocca romana. L'altro versante verso l'Adriatico che stendevasi dal Krka al Dirilone, ritenevasi formare col versante settentrionale una stessa regione, una stessa Dalmazia che dividevàsi in due, in Dalmazia Cisardiana ed in Dalmazia Transardiana. Il confine formato dal Verbas per Grahovo e Stermiz/a si univa al confine segnato dal Krka. Al di qua di questa linea era la Pannonia primitiva romana, e la Liburnia, che facevano provincie da sè, quella sotto un legato, questa sotto magistratura inferiore. Al di là della linea di confine dei due Drini stavano provincie greche, e verso la marina, verso il Danubio.

Nel 102 si fece radicale cangiamento, costituendo due Pannonie, la superiore cui si uni Vienna, Carnuto, Sabacia; l'inferiore, quanto stava fra l'Arabone ed il Danubio, e così in giù. La Pannonia cangiò forma, da longitudinale che era verso ponente, divennero due paralelle da settentrione a mezzogiorno.

La Pannonia prima comprese la Croazia turca e la Croazia austriaca, come era in origine. La Pannonia seconda comprese la Dalmazia Transardiana, che fu detta Bossina; la Dalmazia rimase sotto nome di Erzegovina, o Ducato di S. Saba. Venuti i Croati al dominio della Dalmazia, dell' Erzegovina, della Bossina, poi i Turchi, le antiche ripartizioni, le antiche confinazioni durarono, e forse anche le interne ripartizioni, come era avvenuto in Italia coi Longobardi; ma cangiata la lingua del popolo, o più veramente divenuta la lingua della plebe, lingua di geografia politica, i nomi furono cangiati al modo che fecero dappertutto li slavi. Colla Liburnia, colla Giapidia, fu più difficoltata la fusione alla Croazia, che si ritenne essere Slavonia, principio di quella provincia slava che si protendeva fra il Savo ed il Dravo, e che era il nucleo della primitiva Pannonia romana. Dalmati e Pannoni erano una stessa stirpe di popolo, e come oggidì il serblico, avevano allora comune la lingua.

Alle spiaggie del mare e nelle isole trovarono i Croati le stesse difficoltà che erano da antico. Imperciocchè alle antiche Colonie di greci o grecanici, erano subentrate colonie di latini, [205] che non volendo piegare il collo ai Croati, nè questi potendoli soggiogare, terminarono col pagare tributo, e col conservare la lingua latina passata nell' italiana. E cacciatisi in mezzo a queste lotte i Veneti per queir impero del mare che seppero mantenere colla forza, sparì il nome di Liburnia, prevalse quello di Dalmazia applicato a quello che era veramente Liburnia. Le costituzioni liburniche erano del tutto diverse dalle Dalmatiche, in quelle erano elemento i comuni conformati a modo di municipi romani; in Dalmazia le tribù di plebi o popoli, ripartiti in decurie. Dalmazia e Liburnia non seguivano lo stesso gius, accarezzati i Liburni comecchè in momento ai romani propizio assoggettatisi e rimasti fedeli, Vespasiano fu loro affezionato. I Dalmati dovettero essere domati dopo asprissime guerre e ribellioni, e tenuti sospetti. Che la stessa persona che fungeva da governatore romano, reggesse contemporaneamente due Provincie o che piuttosto una ne reggesse personalmente, l'altra per suo procuratore, non era esempio nuovo nè infrequente; il celebratissimo storico Dione Cassio fu contemporaneamente governatore di Pannonia e di Dalmazia come in Italia; non ogni provincia aveva proprio correttore, o consolare, o preside, ma si abbinarono le provincie, e non tutti i governatori in Italia erano in rango pari.

Li ordinamenti geografici di chiesa nella Liburnia sono abbastanza noti, e sono ben diversi da quelli di Dalmazia. Si concentrarono bensì più diocesi sotto governo dello stesso vescovo, cosi quelli delle isole ebbero giurisdizione sol titolare, e con quelle diocesi si riconoscono li agri delle città. Siscia vi stava alla testa, poi Salona. Il San Quirino di Siscia ebbe culto nella Liburnia, cantato dal poeta cristiano Prudenzio; le chiese di Liburnia, cui si era incorporata la Giapidia, non tributarono onore di patronato a S, Girolamo, che era di quella parte di Dalmazia che poi fu fatta Pannonia, e che era stata devastata dai Goti. Il che intendiamo di quella parte che era veramente Liburnia, e Giapidia unita a Liburnia lungo il litorale, dacchè la regione di là del Corana, che era Pannonia, sembra prevalesse il tenere amplissima diocesi con unico vescovo.

Bossina, ossia Dalmazia transardiana, divenuta Pannonia, non lasciò a guida sicura la circoscrizione delle diocesi e la [206] sede delli episcopati; nella parte transardiana dubito che vi fosse altro vescovato oltre di Serajevo.

Li Itinerari e la Teodosiana non registrano che una sola strada che da Banialuka o Servitium metteva a Traunik, poi .girava a Livno e finiva a Salona. Non può dubitarsi che questa strada continuasse a Serajevo e terminasse a Salonicco, come non può facilmente dubitarsi che una strada paralella a questa corresse da Segna per Ottochaz, per Udbina a Mostar, nè potrebbe dubitarsi che da Epidauro andasse strada a Trebigne a Gasko, a Vissegrad, a Sreberneza, a Zvornik, al Sirmio; altra da Serajevo per Kokain, per Maglai, per Kotorsk, a Brod, e da Segna per Ottochaz, per Sokolaz, per Kliak a Travnik.

L'Anonimo Ravennate registra serie di luoghi entro la Croazia turca e la Bossina, ma non è facile riconoscere la serie di nomi che corrispondono ad un tratto di via; i cangiamenti fatti dai Croati ai nomi antichi secondo genio di quella lingua e di quel popolo. Ne indicheremo alcuni a campione, ed a norma per li slavisti: Nona, Nin; Bedini, Ubdina; Siclis, Sokolaz; Àrba, Raba; Albona, Labin; Fianona, Plomin; Scardona, Skradin; Muccara, Macarska; lndenenea, Knin; Spalato, Split; Narona, Norin; Matrix, Mostar; Noro, Neretvo; Scusaba, Travnik; Etclavia, Klutsch; Splonium, Plavno; Argentaria, Srebernik; Dioclea, Glubigne; Epidauro, Dubrovnik; Narona, Norin; Varvaria, Bribir; Arucia, Erjavez; Ardetium, Erdoset; Assesia, Jessane; Salvia, Serb; Anius, Iauche; Ausansaliona, Ossek; Assesia, Isaehadi; Assime, Sluin; Lacinium, Lika; e così via. (8) Li scrittori bizantini, siccome il Porfirogenito, hanno fatto ben peggio collo storpiare i nomi propri. Li itinerari delle spedizioni turchesche partono dai confini della Bossina, non toccano questa. Il geografo Tolomeo non giova meglio per riconoscere le antichissime città; però da tutti questi traluce che le tante città desinenti in ona risalgono a tempi celtici, e tra queste puossi facilmente collocare Stridona. il luogo natale di [207] S. Girolamo, del quale sarebbe possibile ai dotti del celtico di trovarne spiegazione.

Recitiamo i nomi recati dall'Anonimo, nelle serie che crediamo proprie. L'anonimo non fa distinzione fra Pannonia primitiva .e Dalmazia Transadiana. Ci pare conoscere una linea e la registriamo Siclis, Sokolaz, Ecclavia, Klun, Saniglon, Susani, Persetis, Priedor, Netabio, Dubilza, Sperldium, Serb, Bedini, Udbina, Necal, Corenize, Brindia, Oresnik, Claude, Skradnig, Assino, Sluin, Berico, Verboresko.

Altra linea corrente da settentrione a mezzoggiorno sarebbe: Servitium, Banialuka, Fines, Kottor, Aematia, Vitoviz, Lausava, Traunik, Salvia, .... Apu, . . . Sarvo (anche Saritte), Serajevo, Bersillum. Ed altra linea sarebbe Bistua novakeuesigne, Derba, Citua .... Anderba (verso Kobuk) Sarminium .... Charmenis .... Scaladis.

Ed altra linea: Sarva la sopradetta Serajevo, Aleba verso Srebernik, Suberadona, Suvo, Asinoe .... Berginium, Beriske al Savo.

I quali nomi recati dall'Anonimo hanno bisogno di venir ridotti a perfetta lezione, il che appena potrebbe farsi col sussidio di epigrafi. E non men grave sarebbe il trovare la corrispondenza di quèi nomi dell'Anonimo con nomi Serbli, che possano guidare a riconoscere gli slavi odierni.

L'Anonimo che copiò li itinerari, registra le città che si trovano sulla linea delle strade romane. Sopra una di queste linee frequenti nella Dalmazia asardiana, non si riscontra la città che così dobbiamo tradurre oppidum di Stridona, la quale appunto per la desinenza deve giudicarsi antica, dal che devesi trarre che fosse fuori delle grandi strade. Il santo dice che Stridona stasse a quel confine che già era di Dalmazia e di Pannonia, e che ai suoi tempi non lo era più. Era però confine fra Pannonia superiore e Pannonia inferiore, stava quindi Stridona alla sponda destra del Verbas, mentre alla sinistra stavano Seritium o Banialuka e Iaice, della quale ignoriamo quale nome avesse. Questa Stridona crediamo trovarla in Drenovo, a mezzogiorno di Iaice, ed a distanza di otto miglia romane da questa, ed ivi si conserva anche il nome di Gradacz, che indica città distrutta. Stridona non pare risorta, il Breviario slavo lo [208] attesterebbe appunto col tacere il nome dell'antica città, e coll'indicare nome generico proprio a qualunque città distrutta; locchè non fecero i latini che conoscevano il nome celtico primitivo, e conservarono non fosse altro, per tradizione.

I Croati pagani spensero affatto il cristianesimo e la chiesa cristiana, poi Re Svehtopulk restituì la chiesa di Bossina e di Dalmazia nel IX secolo. Si conoscono i nomi di queste chiese episcopali ristabilite, nella Bossina non figurerebbe che Bosna-serai; di nomi non antichi nè latini compariscono Sarbio, Bosonio, Drivesto, Poleto, Trebine, Zauclimo. Nel Concilio 530 registrasi: t Ut in Sarsentero, Maccaro et Ludro Episcopi debeant consacrari. Et in Sarsenterensi episcopato Basselcasque in Municipiis de Lontino, Stantino Novense, per Rusticiarium Pecuatico et Beizzavatico... Ludrensis vero Episcopus Magnioticum Acquitinum Salviaticum et Sartiaticum.»

E questo testo al pari dell'Anonimo e di Tolomeo, ha bisogno di essere restituito a corretta lezione.

Stridonia non entra neppur per sospicione in alcuna di queste città vescovili, delle quali nella Cisardiana se ne hanno tante da poterne numerare di qua del Narone trentaquattro, di là del Narone dodici, mentre nella Transardiana non figura più di una chiesa vescovile in Bosnaserai, che fu città romana di conto. Le altre città erano tutte provinciali, compresa Scusaba.

Anche la Chiesa sembra avere ricusata gli ono i vescovili a Sidrona, mentre il Breviario slavo ignora perfino il nome proprio della Stridona.

E certo verrà tempo, nè forse è lontano, che di quelle regioni si avranno ampie e precise notizie, su terreno ove a pena dura un convento di francescani fuor di Bosnaserai.

Nell'indagare oggidì ed in tanta distanza, in tanta segregazione, e dovendo ricorrere a materiali dell' antica geografia romana, è necessità di seguire le vicende amministrative di ambedue le Ardiane, e di non sorpassare i confini precisi e materiali delle due Ardiane, che è quanto dire della Bossina e della Dalmazia propria; di quella ricorderemo come i Turchi non vi hanno fatto alterazione, lasciando intatta la loro Croazia, [209] la primitiva Pannonia, e di non comprendere nella Dalmazia del IV e V secolo la Liburnia, per avanzarne i confini verso Istria, che poi dovrebbero cercarsi a Finale, all'Arsia. Ne convien dimenticare che l'Illyricum dei romani, non era provincia amministrativa, non politica, non sociale, non nazionale, ma semplice concetto geografico, vago, arbitrario. Strabone comincia l'Illirio alle sorgenti del Reno, Svetonio in Tiberio XVI designava la regione che sta fra l'Italia, il Regno Norico, la Tracia e la Macedonia, il Danubio e l'Adriatico. Questa geografia del tutto ideale è fonte di equivoci, anzicchè guida. Fino al punto di credere che alcuni casolari su monte senz'acque, inetto ad alimentare villaggio piccolo, lontano più che mille miglia da Dalmazia Transardiana, potesse comprendervisi, ancorchè estraneo per ragione fisico-politiea e di chiesa, ci corre e corre molto.

A questo scritto, diremmo, maggiore, dell'anno 1871, il Kandler vi interpola parecchie altre Note per lo più di natura geografica antica e riflettenti l'argomento ih discorso. — Dice in una di queste Note di avere esaminati e gli albi delle chiese nell'antico territorio episcopale di Cividale; » ma dichiara di non aver • trovato neppure una pieve dedicata a S. Girolamo, neppure nelle parrocchie urbane e suburbane di Udine e di Cividale. » La qual cosa non lo sgomenta, • dacchè neppure nel montano slavo di Gorizia • ne incontra.

In altra Nota si diffonde a parlare della Pannonia e della sua divisione in due parti creata dall' imperatore Adriano, e di queste due Pannonie dà i confini.

VII.

Ed ora, ritornando donde siamo partiti, riassumeremo brevemente il già citato articolo del chiarissimo prof. Bulić, col quale articolo intende di assodare «dove giaceva Stridone, la patria di S. Girolamo.»

L'A. si richiama a quello che lasciò scritto S. Girolamo sulla sua patria, e che da noi fu già veduto, ed a qualche altra [210] frase, dalla quale si deve dedurre, che essa patria doveva essere collocata in regione abbastanza ricca e facile ai commerci. La distruzione di Stridono data dall'infelice battaglia dì Adrianopoli (a. 378), nella quale l'imperatore Valente rimase ucciso dai Goti. Ciò è ricordato in due punti delle sue opere da S. Girolamo stesso. Più, negli Atti del Concilio di Nicea (325) è ricordata Stridone nella Pannonia, mentre Tolomeo colloca [Greek text] fra le città mediterranee della Liburnia.

L'autore non vede alcun motivo di ammettere che Stridone degli Atti del Concilio di Nicea e la patria di S. Girolamo, come pure la [Greek text] di Tolomeo, siano luoghi differenti. «Solamente gli Atti del Concilio mettono Stridone in Pannonia e S. Girolamo mette questa piccola città Dalmatiae quondam Pannoniaeque confinìum. Unire queste due opinioni, cosi che Stridone sia stato in Pannonia e precisamente proprio al confine dalmato, non mi pare possibile". Poichè se S. Girolamo avesse cosi pensato, egli avrebbe scritto: Pannoniae et Dalmatiae confinium. Poichè niente è di più naturale e di più umano, che S. Girolamo, in una tale descrizione di luoghi, abbia nominato prima la patria e poi la provincia limitrofa.»

La tradizione antica tanto della chiesa cattolica che della greca-orientale conferma questa credenza.

Dell' importante questione, questo era il solo materiale che si aveva. Ma ciò non tolse, che si polemizzò in modo acre.

Dopo ciò, FA. si crede autorizzato di ritenere S. Girolamo per dalmata, non dubitando minimamente di identificare Stridone con [Greek text] di Tolomeo. In questa persuasione si fa forte della lapide dell'Alačević, da noi superiormente riportata, sebbene non concordi col commento di lui, e che è il seguente:

«Dovremmo stabilire con sempre maggiore fondamento che Salviae era a Grahovo, che Stridone era nel territorio di Saritte, che Saritte può essere corrotto da Stridone, e che il nome attuale di Staretina... bene ricorda il nome di Stridone, ed infine che la posizione di Saritte, ossia Stridone, combina benissimo col cenno lasciatoci da S. Girolamo.»

Il Mommsen dubitò della sincerità di quella iscrizione, per la quale si pronuncia però il Bulić.

Ora i topografi tutti — meno l'Alačević che la identifica [211] per Grahovo — concordano nel collocare Salviae a Glavice su Glamocko polje. Di questo parere è pure il prof. Bulić. Una prova per l'opinione che Salviae sia stato a Glamoč egli l'ha trovata in una iscrizione sepolcrale inedita — che riporta — trovata a Sućurac presso Salona, ora in Museo di Spalato sotto il N. 2322, la quale iscrizione ricorda la località di Starue.

E conchiude:

«lo identifico quindi Salviae con Glamoč ed in ciò non mi allontano dall'opinione dei più. Statue io suppongo nelle vicinanze di Glamofi; forse il nome del monte Staretina presso Glamoò, in cui Alačević vede una corruzione di Saritte, non è altro se non il vecchio nome Starue colla desinenza slava in Una.

«Salvia giaceva quindi presso Glamoè. La suddetta iscrizione terminale fra le due località Salviae e Stridon è stata trovata sulla strada fra Glamofi e Grahovo, forse ancora in situ. Non resta quindi altro se non di cercare Stridon a Grahovo, o ancora meglio su Grahovo polje, dove passava presso a poco il confine preaugusteo tra la Dalmazia e la Pannonia, del quale confine, io credo, intende parlare S. Girolamo colle parole: Dalmatiae quondam Pannoniaeque confinium fuit....

Comunque vada risolta la questione, come si vede, la nostra Sdregna resta affatto esclusa, quale patria di S. Girolamo.

T.


Note:

  1. È strano, che si persista ancora in codesto errore di chiamare la nostra Sdregna col nome della bosniaca Stridone. Nulla legittima un tale scambio. In nessuno dei nostri documenti antichi si trova codesta località di Stridone. Viceversa nei Commemoriali abbiamo trovato un documento del 1303, nel quale e indicata la serie dei diritti spettanti nell'Istria al Patriarca d'Aquileia In codesto documento appunto e fatta menzione di Sidrena, la quale è appunto l'odierna Sdregna.
  2. Secondo la più comune opinione, S. Girolamo nacque l'anno 331, e mori in Betlemme l'anno 420 in età di 89 anni.
  3. Tutti sanno ormai che S. Girolamo non fu l'inventore di questo alfabeto,
  4. Nel libro L'Istria fino ad Augusto del Benussi, ciò è dimostrato luminosamente. Se lo Stancovich commise qualche errore parlando, in questo proposito, delle possibili lingue d'allora, era solo nella forma — non essendo allora avanzati certi studi filologici; — fu esatto però e colse bene nella sostanza.
  5. È provato che esistevano ancora prima.
  6. Recenti studi hanno provato il contrario, nel senso cioè di assodare, che l'Istria ebbe chiese episcopali coeve allo sviluppo della cristianità, quanto dire fino dai primi secoli dell'era volgare.
  7. Anche qui l' A. è caduto in errore, essendo noto che anche la chiesa di Parenzo ha patrono ed altri santi locali municipali. Umago e Cissa non ebbero mai vescovato.
  8. La scrittura alquanto incerta del Kandler non ci assicura di avere letto sempre correttamente i nomi di queste e delle altre località citate in questo suo lavoro.

Tratto da:

  • Atti e Memorie della Società istriana di archeologia e storia patria, Vol. XVI, Tip. Gaetano Coana, 1900, p. 182-211.

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Created: Sunday, March 29, 2009; Last updated: Sunday, April 03, 2016
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