Pietro Paolo Kandler
Prominent Istrians


Placito tenuto in Istria nell'anno 804 dai Messi di Carlo Magno Imperatore

[Estratto dal Codice diplomatico istriano, N. 54, Anno 804, p 115-126.]

Di gravissimo momento è la Carta che qui registriamo, rettificata su d'un Codice della Marciana e su altro dell'Archivio viennese, i quali concessero anche di supplire qualche difetto di precedenti edizioni. — Imperciocchè quella segna il tempo di rivolgimento, il quale operò la cessazione della pianta attivata dai romani nella provincia d'Istria, passata pei tempi di decadenza del grande Impero e di quello bizantino che ne fu la continuazione, durato quel sistema per mille anni, ed era sul principio di Municipalità; per dare luogo a quell'altro sistema durato esso pure mille anni, e che fu col principio baronale. Però ad onta di questa prevalenza assai „ elementi del millennio precedente durarono, ed il municipalismo piegato per quattro secoli non fu vinto, ma rialzò il capo, per breve tempo tenuto alto, poi rifuggito sotto patrocinio del Principato. Il primo colpo di ascia alla vecchia pianta fu dato dal Principe austriaco nel 1797, senza però toccarne le radici, il secondo .nel 1806 dal Governo Napoleonico; la pianta traballava scalzata come fu; poi restaurate alla buona ed apparentemente le cose'nel 1814, il Codice Civile, divenuto unico libro di scuola e di vita, scalzava quel vecchio troncone, al quale intorno il 1825 venne dato altro colpo e gagliardo; la legge che dicono di Esonero del suolo compiè l'opera, lasciati soltanto i feudi a reminiscenza del Medio Evo, e T edifizio romano vestito poi alla bizantina, adulterato colle instituzioni franche, crollava del tutto, neppur lasciando di sè la memoria. [115]

Abbiamo creduto di dire qualcosa su questo raro documento, il quale mostra la lotta officiosa dell'antico contro il nuovo; il che è raro esempio. In altre provincie l'antico era stato rovesciato da impetuosa dominazione, risultato di vittoria guerresca, e di assoggettamento senza condizioni del vinto, al quale la vita e la esenzione da schiavitù, era quanto poteva sperare.

Il documento contenente il placito tenuto in Istria dai Messi di Carlo Magno e di Pippino, passò da Grado a Venezia (come crediamo) colle Carte di quell'Archivio patriarcale, entrate nell'Archivio della Repubblica dei Veneziani. Non ci è noto se sia stato mai veduto nella scritta primitiva, giova credere che sì, dacchè comparisce nel Codice detto Trevisani, il quale conteneva documenti tratti da originali, per facile uso di quel Governo; Codice del quale si fecero più esemplari, uno dei quali ed antico, è deposto nell'Archivio Imperiale di Vienna, copia esiste alla Marciana di Venezia; altra era in mano del Verci che scrisse la Storia della Marca Trevisana. L'Abbate D. Ferdinando Ughelli fu, a nostro sapere, il primo a divulgarlo colle stampe nel 1640, nella sua Italia Sacra, Patriarcato di Grado, dal quale lo tolse il Gianrinaldo Carli, inserendolo nell'appendice delle Antichità Italiche; poi fu in tempi recenti ristampato più volte. Il documento contiene tali caratteristiche di sincerità, da non poterlo riporre fra le cose adulterate sia di tempi vicini o dei più remoti.

Espone desso il placito o giudicato che i Messi di Carlomagno fecero sulle lagnanze che il popolo aveva contro gli amministratori della pubblica cosa; compresi il Governatore della Provincia, ed i Vescovi che partecipavano al pubblico governo. Siffatta guarentigia di buon governo era dei Re Franchi, e solevasi in ogni anno inviare tali Messi, convocando radunanza; ma non furono i primi ad escogitare quel modo per l'Istria, l'u-savano anche gli Imperatori bizantini. Da parte dell'Imperatore vennero inviati Izzone prete, Ca-dolao ed Ajone Conti, che figuravano come Sindacatori e Giudici in quel Consesso il quale, fuor di caso siffatto, sarebbe stato lui giudice delle querimonie fra provinciali, siccome più tardi riscontriamo in Istria medesima di placiti siffatti.

La Convocazione non fu tenuta in città, qualunque fosse poi questa; e ciò è a noi indicazione che la radunanza si tenesse qual provinciale. Anche a tempi romani il Governatore doveva starsi lontano dalle colonie o dalle città precipue, gelose oltre ogni dire delle loro libertà; siffatti conventi o parlamenti si tenevano in campagna aperta; altri in Istria si tennero al traghetto di S. Andrea, località la quale se non era presso Orsera al passaggio del Leme, dovrebbe essere stata nel territorio di Rovigno, dirimpetto all'isola che ancor porta tal nome, nota per antica Abbazia di Benedettini. Il placito, di cui nel diploma, fu tenuto nel territorio dell'odierna città di Capodistria, il cui nome antico era Aegida, che è quanto dire città della Capra, nome di frequente dato a città dai Greci e dai Latini, dai quali giunsero fino a noi gli innumerevoli Capri, Capraja, Caprera, Capresia, Cabrerà. Capodistria ebbe nome frequente di Capris fino dai primi secoli dell'era Comune, nome che li Slavi sopraggiunti, ed i Tedeschi nel medio tempo ritennero, e dura ancora nella bocca del volgo, per indicare la patria degli abitanti. Il luogo nel quale fu tenuto il placito era fuor della città di Capodistria, ed il documento gli assegna il nome di Riziano. Ancor oggi vi ha contrada alle estremità del fiume Formione che conserva nome Risano, ed anzi lo diede al fiume; pensano taluni che la voce Risano tragga dallo slavo, e significhi pianura; di che dubitiamo fortemente, perchè quei prati che vi si veggono, formaronsi dopo l'800 per sedimenti di quel fiume, nè meriterebbero per alcun conto nome di pianura, sempre allagata nelle piene di quel fiume; crediamo retta la lezione del documento Riziano, nome romano e colonico di fondo lato, derivato da gente che prima ne fu investita, e che potrebbe essere ARISIAN od ARICIAN. Tutto quel territorio conserva nomi romani, nessuno slavo.

Fu dal Gianrinaldo Carli dubitato che Capodistria obbedisse in quel tempo all'Imperatore Franco, pensando obbedisse allo Imperator Bizantino; e ne prese argomento da ciò che il nome di Capris non figura tra quelli delle città registrate nel placito che pagavano tributo al Principe, ed altrettanto dovrebbe dirsi di Pirano e di Umago, che [116] pur erano Comuni, e non figurano. Della quale apparenza noi cerchiamo ragione in ciò che più tardi svilupperemo, restringendoci a dire che potrebbero non essere comprese nelle città soggette a quella imposta della quale si tratta nel placito. Al tempo del placito erasi fatta pace tra Carlo e Bizanzio, questi aveva concesso (così dice il Decreto) che Carlo tenesse Istria e Dalmazia, all'infuori di alcune città al mare, le quali secondo ci narra il Porfirogeneto erano in Dalmazia, e note; Capodistria ancorchè in isola non poteva fare resistenza ai Franchi; in nessun modo lo potevano Pirano, Umago che sono congiunte a terra ferma, sulla quale i Franchi furono dovunque vincitori, mentre Pola che era la città principale, Trieste, Parenzo, tutte superiori per ogni conto a Capodistria ed a Pirano di allora, erano in dominio dei Franchi; queste città o comuni ommessi dovevano seguire i destini della penisola; le condizioni di Ossero in isola, di Zara, di Spalato, di Ragusi, delle isole dalmatiche era ben diversa, eppure queste che poterono in quell'estremo lembo dilungato dell'Impero Franco, sottrarsi non già resistere alle armi di questo, non poterono resistere all'impeto dei Croati che tutto l'ampio paese dell'antica Dalmazia mediterranea avevano occupato. Fra i prelati intervenuti al placito prende prima sede Fortunato Patriarca di Grado; non interviene il Patriarca di Aquileja che era il Santo Paolino. Venezia ed Istria fino dal primo formarsi della gerarchia cattolica, sottostavano all'Episcopo di Aquileja; dapprima l'Istria siccome a suo ordinario, dopo la instituzione dei Vescovati nelle città, siccome a suo Metropolita; Grado non era più che una plebe di -Aquileja. Sorvenuti gli Unni a distruggere Aquileja, l'Arcivescovo di Aquileja fuggì a Grado; poi vennero i Longobardi, che costrinsero gli Arcivescovi ad abbandonare Aquileja ormai deserta, e piantar sede in Grado che fu dichiarata metropoli della Venezia e dell'Istria; sennonchè mal comportando i Longobardi che Prelato di altra nazione avesse giurisdizione sulle terre loro, e passato in Cividale il Vescovo di Giulio Carnico, annuì il Sommo Pontefice che le diocesi seguissero la estensione dei Principati, con che Grado ebbe le isole e l'Istria tutta; il Cividalese il Friuli longobardico, il quale poi presto assunse l'autorità metropolitica, dicendosi Patriarca Aquilejese, mentre quello di Grado dicevasi pure Aqui-lejese dell'Aquileja nova, cioè di Grado. Le questioni durarono lungamente, decise da Pontefici e da Concilii or in uno or nell'altro modo, secondo le fasi delle liti che dinanzi loro agitavansi, terminate appena con transazione volontaria nel 1180.

U Patriarca che interviene al placito era Fortunato, triestino di nascita, il quale teneva per Carlo Magno e con ogni modo adoperavasi a ciò riuscisse a soggiogare le isole dell'Estuario Veneto, che ad ogni potere volevano andare immuni dal dominio franco, preferendo il nominale dominio delli Imperatori bizantini, dal quale si sarebbero facilmente emancipati, come poi avvenne. Fortunato prese parte grandissima in questi maneggi, mentre il Papa teneva pei Veneziani e voleva distogliere Carlo Magno dall'attribuire le chiese istriane al Patriarca d'Aquileja S. Paolino che le chiedeva. L'anno seguente al placito i Dogi (erano due contemporaneamente) Obelerio e Beato lasciaronsi indurre a riconoscere Carlo, recatisi in Diettenhoffen; Niceforo Imperatore Bizantino nell'806 mandò flotta a ricuperare Venezia, Grado e l'Estuario; Fortunato dovette fuggire e lasciare la sede; chiese ed ebbe in surrogazione quella di Pola, ove stava riparato, il Papa vi appose la condizione di rinunziare Pola ove ricuperasse Grado, che mai più rivide, morto poi di morte oscura. La sua presenza nel placito è giustificata dalle parti che allora sosteneva dinanzi a Carlo Magno. Vescovi intervenuti sono cinque, mancherebbe uno, e pensiamo sia appunto quello di Capodistria la di cui serie cessata per difetto di rendite, ben prima, non rivisse che più tardi. La Chiesa lungamente vedova fu presa in commenda dai Patriarchi di Grado, poi dai Vescovi di Trieste, che cessarono appena nel 1186 quando alli Vescovi venne fatta novella dotazione; tornò in commenda dei Triestini nel 1830.

Fra i cinque Vescovi nominati, di uno solo, Staurazio, è noto che fosse di Parenzo; se la serie in che sono posti segue la precedenza delle sedi, Teodoro sarebbe stato di Pola, Leone di Trieste, Stefano di Cittanova, Lorenzo di Pedena. [117]

Nè oltre i yescovi intervengono al placito dignitari, Abbati cioè o Prepoeiti.

Degli ordini civili intervengono i giudici delle città e delle castella, quattro di Pola, dne delle altre, circa venti persone; intervengono i Primati ed il popolo, i quali primati non sono, come qualcuno credette, dignità ecclesiastiche, sibbene civili, come civili erano le cariche municipali, che per altre vie ci sono note ed hanno conferma in questo stesso documento. È noto cioè che all'intera provincia soprastava un Maestro dei Militi, carica usata in altre parti d'Italia soggette ai Bizantini, ed in Venezia medesima, che avevano l'autorità di Duchi o come in Venezia dicevasi di Dogi; ad ogni città sopraintendeva un Tribuno dei Militi, un Defensor o Loci Servator, Curatore del Comune; i Giudici erano ciò che in antico dicevansi Duumviri o Qnartumviri, poi i Decemprimi delle Curie Municipali, poi i Seviri Decurionali, indi i Decurioni, non calcolati gli offici di Edili, di Questori ed altri officiali del Comune. Dal documento apparisce che Carlo Magno aveva tolto i Tribuni, i Vicarii, i Lociservatores, sostituendovi i Centarchi o Centenarii che sottostavano ai Viceconti, cariche imperiali che assorbivano tutte quelle giurisdizioni che erano da pria dei Comuni. Secondochè possiamo ritenere, tutta l'Istria formava allora una Gau (così dicono in tedesco) e che in italiano suonerebbe un Pago, il quale era suddiviso in parecchie Centurie, il numero delle quali non siamo in grado di sospettare, neppure per approssimazione, dacchè non fidiamo crederle corrispondenti a quelle ripartizioni che poi si dissero Contee, per quel solito andazzo delle cose umane che attribuisce i titoli e le mansioni di offici maggiori ai minori. Sarebbe arrischiato il dire che le Centurie fossero tre, Pola, Parenzo, Trieste, da cui le tre Contee, la media delle quali ebbe poi nome da Pisino. I Centarchi non presero posto in placito, li rappresentava il Duca Giovanni.

I Re Franchi non tolsero i Comuni, li ridussero a bassa condizione, così che curavano la piccola polizia urbana entro il comune proprio, con scarsissimi redditi; pensiamo che i Consigli non cessassero allora, più tardi si convertirono in Vicinie; pensiamo che intervenissero pei Comuni, non i Giudici dei quali non vediamo cenno, bensì i Decemprimi e pel popolo i Seviri, specie di Tribuni del popolo; pensiamo che venissero tutti, dacchè il numero grosso dei cosidetti Capitani, non meno di 112, dei quali 33 da Pola, 20 da Rovigno, 33 da Parenzo, 30 da Trieste, 15 da Albona, 10 da Pinguente, 10 da Pedena, 15 da Montana, 6 da Cittanova, autorizza a credere che numerosi dovessero essere pure i rappresentanti dei primati e del popolo. Se fossero venuti i Consigli intieri le città di Trieste Parenzo Pola, avrebbero mandato 450 persone, il che per ogni conto sarebbe troppo di troppo.

Compariscono in placito gli uomini Capitanei, dei quali pensiamo non fossero già o capitani militari, o capitani civili, ma corrispondendo il numero di 172 precisamente alla metà del numero dei Mancosi che si pagavano al Palazzo imperiale, pensiamo fossero ciò che fino a pochi anni si dicevano Capo Masi nel Goriziano, e più in antico anche nell'Istria; quel maggiore censito cioè, che entro certa misura unitaria di imposta in un distretto preciso, era il responsabile per tutta l'imposta del distretto, esattore poi a sua volta dai minori censiti entro quel distretto. Sembra che il distretto non fosse a misura di terreno, ma ad unità di caput, il quale era di due mancosi, o come opinò il Carli di due zecchini, la quale imposizione era mite assai, dacchè si vede che il Duca percepiva dalle peschiere di Cittanova ora dei Vescovi di Parenzo e di Trieste in luogo di Cittanova, 50 solidi mancosi, quasi un settimo di tutto l'importare di quell'imposta; il che poi non era sufficiente per l'appanaggio di quel Governatore il quale da Cittanova medesima aveva altri redditi di olio, di vino e di castagne, oltrechè tutto l'occorrente per la sua mensa e per quella dei suoi. Questa non era l'unica delle imposte nè la precipua, perchè i Comuni provvedevano a tutto il servigio pubblico senza dispendio dell'Erario, neppure per le guarnigioni siccome lo attesta Cassio-doro; all'Erario rimanevano i pdrtori, dogane ecc., la vigesima delle eredita, il canone dei fondi fiscali, che appunto erano gli agri colonici, redenti dalle mani dei privati col danaro dell'Erario militare e pei quali, conceduti gratuitamente, percepiva [118] un canone, devoluto al Tesoro del Principe. Per Pola ove la antica popolazione e le condizioni del suolo durarono fino a'tempi nostri non può dubitarsi che l'agro colonico pagasse al Principe canone terrenario; per l'antichità lo attestano le tante inscrizioni nelle quali si fa menzione di Tabularli.

Intervenivano dunque al placito, il Duca, il Patriarca, i Vescovi, i Comuni, i quali sono distinti in due specie: Città le quali si intendono quelle che essendo colonie romane od avendo a testa i Duumviri, erano episcopati perfetti, intendiamo non Coroepiscopi, i quali non mancarono; e Castella. E come la voce città non va presa in significazione architettonica, neppure alla voce Castella va ciò attribuito; col quale nome sono indicati i Comuni di secondo ordine i di cui poteri reggimentali erano di poco minori di quelli delle città, e che più tardi furono alle città equiparati fuorchè negli onori e nelle preminenze. Città erano allora in Istria: Trieste, Pola, colonie antiche condotte a'tempi della Repubblica Romana, Parenzo colonia Augustea, Cittanova colonia agraria, Capodistrìa municipio di cittadini romani, e Pedena che recando nell'antico Vescovato l'attestazione di nobile condizione, è renitente a mostrarne le prove con monumenti scritti di tempo romano, od altre precipue caratteristiche.

Castella erano: Maggia, Pirano, Umago, Rovigno subentrato in luogo della Cissa demersa, Albona, Montona, Pinguente, Nesazio al porto di Badò; certamente al tempo del placito perita totalmente , conservato il nome nella contrada Isaci presso Altura.

Questi, le città cioè e le castella, erano i Comuni autonomi, di rango maggiore e minore; questi erano i corpi autopolitici; ma altri corpi ancora vi erano, dei quali si fa menzione nel documento del placito; cioè i Casali, i Casini, e li Vici. Dei primi diremo corrispondere a ciò che più tardi si dissero beni, possessi, che in antico si dicevano Salttis, distrettì cioè di alto dominio territoriale di privata persona, alla quale i rustici obbedivano per la persona, contribuivano quota parte di frutti dei campi; intendiamo di maggiore estensione; i minori li dicevano Casini; nel linguaggio officiale di dieci anni fa, Signorie e Beni, or tolti completamente in quest'Istria colla Legge del 1848 che dicono di esonero del suolo. E questi Casini sieno maggiori sieno minori, stavano sotto le giurisdizioni delle città. Per ultimo vengono le Nicora che preferiamo leggere Vicora, non avendo quella voce significazione alcuna in qualche lingua sia antica o moderna usitata in Istria, mentre Vicora è manifestamente la frequentissima declinazione alla greca o bizantina di Vicus, e la troviamo non solo nelle carte di quella età, ma nell'Anonimo Ravennate Cosmografo che fu del secolo VIII. I quali vici erano le frazioni maggiori dei territori politici; dacchè siffatti territori si ripartivano in Pagi, questi in Vici. Questi vici erano conformati a comune, ed avevano i loro Magistri, il cui nome durò fino a'giorni nostri in Istria in Merigo siccome capo di villa, ed avevano consigli sotto nome di Vicinie siccome i chiamati al Consiglio dicevansi Vicani. Nè altra divisione inferiore avevasi; le regioni o contrade erano frazioni territoriali, non corpi politici territoriali, tali non essendo le possessioni, delle quali diremo avere desse origine storica, ed erano quelli terreni o latifondi che venuti in dominio del popolo romano, non si diedero a'colonisti in proprietà, ma si lasciarono in fruizione degli antichi proprietari, non a titolo di dominio o di proprietà, ma di semplice possesso, con tutti i diritti di possesso, fuorchè quello di usucapione contro lo Stato. Il placito erasi radunato per udire le querimonie contro le chiese; sulle justitìae Dominorum. cioè a dire sulli tributi che si dovevano direttamente al Principe; sulle violenze, che è quanto dire sulle ingiustizie che pativano i popoli. contro il gius scritto, o contro il consuetudinario, e che pativano gli Orfani e le Vedove. I Vescovi per volontà di Giustiniano avevano ingerenza nella pubblica cosa, erano alti Curatori dei Comuni, delle Vedove e degli Orfani; la dote loro non fu lasciata alla accidentalità delli doni dei fedeli, fu imposta a titolo pubblico, divenne forzosa. Questa dote assegnata ai Vescovi fu la decima dei frutti dei campi, estesa poi anche agli animali, e nel massimo grado, ad ogni provento anche mercantile, o d'industria o personale; decima non di numero, [119] dacchè non sempre corrispondeva alla decima parte dei frutti. Si può ritenere a norma: il suolo non soggetto a decuma laica (che era la prediale imposta alle terre non in possesso dei romani) doveva corrisponlere la decima parte dei frutti; il suolo soggetto a decima laica non corrispondeva decima al clero, ma il decimatore doveva corrispondere al clero la quarta parte, e la dicevano il quartese. I Romani oltre la decuma avevano imposto ai vinti la Scriptum, che era tansa pel pascolo nei boschi dello Stato o sui terreni di questo, proporzionata al numero degli animali; tansa che aveva per l'esazione proprie Magistrature che dicevano delle Calli, perchè tenuti gli animali ad entrare ed uscire per strade assegnate; nel passaggio si sopponevano a tansazione. Le decume, le scripture dapprima di ragione del Fisco pubblico, eransi poi date ai grandi Comuni insieme ai portori (vectigalia dicevano il complesso di queste imposte) in compenso della pubblica amministrazione dei territori che avevano assunto in cura e dispendio; per le quali assegnazioni i Comuni urbani di primo rango, Trieste, Parenzo, Pola erano saliti a grande prosperità, per la concentrazione in sè dei maggiori possidenti, e per l'abbondanza delle rendite pubbliche. Che i Vescovi, oltrechè avere la decima clericale, il quarto della decima laica, partecipassero alli redditi pubblici dei Comuni, è manifesto pel placito di cui rechiamo il documento; la misura dipendeva dalla pietà dei comuni, passata in consuetudine.

La lagnanza che gli Istriani fecero contro li clerici si fu che non dassero ajuto ai Comuni, e che non si attenessero alle consuetudini.

Il Patriarca Fortunato di Grado rispose, non sapere se contro di lui si movessero lagnanze; conoscere il popolo le consuetudini, che a titolò di liberalità eransi accordate ai Patriarchi, per le quali Fortunato, siccome sempre venne in ajuto ai Comuni, anche voleva venire in futuro; avere egli contribuito alle imposte pagate allo Imperatore, avere inviato messi allo Imperatore in servigio e benefizio dei Comuni; voler egli fare ciò che piaceva al popolo, però lo pregava a manifestargli quali consuetudini fruisse la Chiesa Metropolitana di Grado, nell'Istria.

Il popolo unanimemente confermò le consuetudini, e promise corrispondere ciò che da lui si dava, perchè ebbero dalla Chiesa Metropolitana molti benefizi e speravano averne; soltanto chiedevano che la famiglia del Patriarca tenesse la consuetudine, nelle occasioni che i Messi Imperiali si recavano in Provincia. Sopra siffatte consuetudini il Decurione di Pola che aveva la prerogativa di essere il primo a votare, disse: Allorquando il Patriarca recavasi nella nostra città, sia per causa dei Messi Imperiali, sia per tenere giudizio col Maestro dei Militi al tempo del dominio bizantino, il Vescovo nostro usciva da città coi sacerdoti e col clero, vestiti di pianete, colla croce, e coi cerei, e coi turibuli, cantando come a Sommo Pontefice; ed uscivano i Giudici insieme al popolo, coi vessilli, e lo accoglievano con grandissimi onori. Entrato che era il Patriarca nel palazzo della Chiesa Polense, il Vescovo, pigliate le chiavi del palazzo, le metteva ai piedi del Patriarca, che le dava al suo Maestro di casa, il quale disponeva nel palazzo, per tre giorni, quanto gli pareva; scorso il terzo giorno, il Patriarca passava nel proprio palazzo. Anche in Venezia, prima che cessato il Vescovato di Castello, il Patriarca di Grado divenisse Ordinario di Venezia, il Patriarca aveva palazzo, anzi propria chiesa.

Interrogati i Giudici delle Città, delle Castella se così fossero le cose, tutti dichiararono che così erano. La Congregazione dichiarò poi che sul conto del Patriarca non avevasi altro a dire; anzi accordarono che le greggi dominicali, quelle che erano in diretta ed immediata proprietà del Patriarca, avessero a pascere senza pagamento alcuno di scrittura (o decima od Erbatico come più tardi dicevano) dappertutto ove pascolavano le greggi del popolo.

Sul conto dei Vescovi molte lagnanze si recarono.

I dispendi pei Messi Imperiali o per dazioni allo Imperatore, dovevano portarsi per metà dai Vescovi, per metà dal popolo.

I Messi Imperiali dovevano prendere stanza nel palazzo vescovile e dimorarvi fino alla partenza.

Li stromenti di enfiteusi o di livello venivano dolosamente corrotti. [120]

L'erbatico e glandatico nei distretti dei Vici, si esigeva a forza oltre la antica consuetudine.

Dalle vigne non traevano per lo passato il terzese, soltanto il quartese, cioè a dire il quarantesimo non il trentesimo.

I familiari dei Vescovi (gli officiali) commettono prepotenze e violenze fino a battere e ferire; per timore dello Imperatore non osavano resistere, affinchè non avvenisse di peggio.

Gli affittuali delle terre che osservavano tre periodi di locazione (trent'anni), non venivano cacciati come allora avveniva.

I mari erano di pubblico uso, libera la pesca, ora lo impediscono colla forza, e col tagliare le reti.

Dovressinio dubitare che quest'ultima querimonia sia contro i Vescovi, ancorchè li troviamo più tardi investiti di molte peschiere; perchè il diritto di pesca si riteneva emanazione del diritto di territorialità, il quale era dei Comuni romani; poi passato nel Fisco Francico o Longobardico di Carlo Magno; a meno che non se ne fosse fatto assegnamento ai Vescovi, di che dubitiamo; i Vescovi divennero Domini terrestri più tardi a'tempi di Lottarlo, più ai tempi degli Ottoni; le immunità che godevano le chiese per le'loro terre erano di bassa signoria, non di alta, alla quale si spetta il gius di pesca. Però non vedendo nel documento la soluzione della questione per la pesca, dovressimo dire che i Vescovi la pretendessero. Le querimonie contro i Vescovi furono rimesse a giudizio di giurati (alla longobardica) forma di giudizio che troviamo usata più tardi in Istria per le regalie del Patriarca.

Le querimonie contro il pubblico governo sono di maggiore importanza mostrando il passaggio dal sistema Romano bizantino di pubblico governo e di finanza, al sistema Franco; nelle quali questioni gli Istriani mostravano di credere che non l'Imperatore volesse il cangiamento, anzi volesse conservato l'antico sistema; la di cui conferma fu data nell'819 da Imperatore Lodovico in solenne Diploma. Gli Istriani preferivano di darne colpa al Duca Giovanni come di cose da lui violentemente arbitrate; però i tempi posteriori mostrano che l'Istria tutta fu poi sottoposta, non sappiamo se

per decreto di Principe, se per principio di parificazione ad altre provincie, a quelle costituzioni che furono del Reame Franco-Longobardico, le vicende delle quali così baronali come municipali furono comuni all'Istria.

La prima lagnanza mossa si fu che li 344 zecchini che dovevansi pagare, come pensiamo noi, dai possessori degli agri colonici (non di tutti) all'Erario del Principe, al Palazzo suo, il Duca Giovanni se li trattenesse e li applicasse a sè, come danaro di dotazione del Governatore, mentre avrebbero dovuto versarsi nello scrioio del Principe. Abbiamo accennato, ritenersi da noi che questa imposta sia per gli agri colonici, non la prediale di tutta l'Istria, la quale fuor degli agri colonici (che poi non la coprivano tutta) era soggetta alla decima; quegli homines Capitanei ci richiamano troppo alla mente le investiture di terreni ed i Capi Masi; la precisione del numero dei zecchini dovuti ci avverte di un Caput preciso di imposta, di una Capitatici che volentieri rinveni-ressimo nella quantità precisa delle Sorti ossia di quella unità che si assegnava ad ogni colono, non secondo superficie agraria, sibbene secondo estimo o feracità di terreno, affinchè ogni colonista avesse eguale porzione di frutti assegnati alla sua vita. Numerosi diplomi non lasciano dubbio sulla presenza di condizioni coloniche romane, specialmente in Pola, anche dopo il placito, siccome si hanno inscrizioni pei tempi romani. Anzi l'indicazione che si fa per Cittanove, indicando a sei le capita d'imposta e dicendo li coloni essere in numero di 200 e più, ci guida a calcolazioni più precise.

Le notizie indubbie che si hanno della colonizzazione di Aquileja, giovano. Il numero dei coloni condottivi era di 3000, a questi si aggiunsero 45 centurioni, 240 cavalieri. La Sors assegnata ai legionari era di 50 jugeri, ai centurioni 140 jugeri, ai cavalli 100 jugeri.

Le quali cifre ridotte fra loro a proporzione darebbero li risultati seguenti:

Su ogni due cento colonisti vengono tre centurioni, sedici cavalli; così che in Cittanova sarebbero 219 i colonisti, ciò che corrisponderebbe ì al 200 et amplius del documento. Quanto alle sorti I il loro numero sarebbe di duecento quaranta sorti, [121] sulle quali cadrebbero 12 mancosi di imposta, una vigesima parte di mancoso per ogni sorte, le sorti poi spartite in sei caput, ognuno di 40 sorti, per ogni caput due mancosi. Queste 240 sorti a 33-1/3 jugeri per cadauna darebbero la superficie di 8000 jugeri romani; tanta è realmente la superficie dell'agro proprio di Cittanova, anzi di 8400, ma devesi raddoppiare pigliando entro S. Lorenzo e Verteneglio.

Ora con siffatte proporzioni si può calcolare.

  • Pola che aveva 33 caput, avrebbe avuto 1320 sorti, per 1195 colonisti, ed altrettanti ne avrebbe avuti Parenzo; cadauna con una superficie di 44,000 jugeri R. che sarebbero 220 centurie pari a 9 saltus.
  • Trieste che aveva 30 caput avrebbe avuto 1200 sorti, precisamente 1000 legionari, 15 centurioni, 80 cavalli, che sarebbero un Numerus.
  • Rovigno avrebbe 20 caput, 800 sorti, per 600 legionari.
  • Albona 15 caput, 600 sorti, cinquecento legionari, e così anche Montona.
  • Pedena avrebbe 300 legionari, e così anche Pinguente.
  • In tutto sarebbero stati collocati in colonia 5685 coloni, con 5840 sorti che sarebbero 194,663 jugeri, però jugeri di estimo non di superficie, che senza grave errore si possano raddoppiare, cioè 380,000 jugeri.
  • Altri calcoli ancora si possono fare con tutta facilità, seguendo l'esperienza che i jugeri di estimo corrispondano al doppio di misura; Trieste potrebbe fare eccezioni, ma fino a migliori verificazioni la sottoponiamo alla stessa legge.
  • Pola avrebbe 88,000 jugeri romani, 440 centurie pari a 17 saltus.
  • Parenzo 88,000 jugeri R., 400 centurie pari a 17 saltus.
  • Trieste 80,000 jugeri, 400 centurie pari a 16 saltus.
  • (Fatto confronto di proporzione cogli estimi moderni, il Castelnovano esige triplo terreno che Pola per dare lo stesso reddito, così Trieste 250,000 jugeri, 1600 centurie, 34 saltus.)
  • Rovigno 52,000 jugeri, 260 centurie pari a 10 saltus.
  • Albona 40,000 jug., 200 centurie pari a 8 saltus
  • Montona come Albona.
  • Pedena 20,000 jugeri, 100 centurie pari a 4 saltus.
  • Pinguente 20,000 jugeri, 100 centurie pari a 4 saltus.
  • Cittanova 15,000 jugeri, 75 centurie pari a 3 saltus.

Avvertiamo che nel documento del placito questi agri sono distinti, però avvertiamo altresì che quello di Parenzo era contiguo se non congiunto a quello di Montona, quello di Pola al di Rovigno, quello di Pedena al di Pinguente così che si avrebbe altro risultato:

Pola .... 27 saltus
Parenzo .... 25 "
Val d'Arsa .... 8 "
Cittanova .... 8 "
Trieste .... 16 "

A meno che non si preferisca come pare di unire Pinguente e Pedena a Trieste, che così Trieste sarebbe di 24 saltus con 1700 soldati, dacchè tutti questi sembra che prestassero in antico servigio costante di milizia e la custodia dei confini.

Dal documento del placito, si può pigliare bell'argomento sulla colonialità dei terreni. Il Comune di Trieste non figura pagante nè in tutto nè in parte quei mancosi; invece comparisce pagante il Numerus Tergestinus, il quale senza altro indica nel linguaggio dei tempi bizantini un corpo di soldati armati. I quali in nessun modo avrebbero potuto sottoporsi ad imposta prediale, qualora non avessero avuto assegnazione di terreni. Questo Numero sembra in vero colonia di limitane), come ancor oggidì sono i così detti Confini militari, i quali imitarono quelle Instituzioni che i Romani e Giustiniano avevano date ai limiti dell'Impero e dell'Africa. Dell'Istria diceva Cassiodoro: reficit piane comitatenses excubias (Epistolario XXII. 22). Su di che veggasi l'Editto XIII di Giustiniano, per l'Egitto, il quale mostra che la Coorte Augustale di militi esigeva le imposte, i militi della Libia erano tenuti a pagare l'imposte. Nel quale Editto si vede pure quanto stipendio percepisse il Capo di quella Milizia, il quale era insieme Governatore civile e Comandante militare. [122]

I Comitatenses di Cassiodoro erano soldati stazionari di presidio alle provincie. Tre ordini erano allora nella milizia: il palatino, guardia del corpo, il comitatense di presidio nelle provincie agli ordini del Comes rei militaris e la truppa mobile da fazione. Per questi Comitatenses veggasi il Cod. Lib. I. Tit. XXVII. 2. Comitatenses milites qui per castra sunt. I Numeri erano di non legionari, ai tempi di Giustiniano prevaleva questa voce per indicare ciò che oggidì si dice battaglione. Vegezio espressamente dice che i Numeri erano dei Soci e Federati. I Numeri sono noti a Vopisco ad Am-miano Marcellino, a Giulio Optato, ad Ulpiano; si citano nelle Novelle di Giustiniano 85 cap. I. (1)

Gli Istriani lagnavano che il Duca si fosse appropriato i mancosi, ancorchè avesse dote, di cui erano parti, il Casale Orcione con molti oliveti, porzione del Casale di quel luogo che oggi dicono Peroi e che allora dicevano Pretoriolum ossia la piccola villa, con vigne, terre, oliveti, tutta intera la porzione di Giovanni Can-cianico, la possessione Grande di Arbe; la possessione di Stefano Milite, la possessione Zeron-ziaca, quella di Maurizio Ipato, quella di Basilio Maestro dei Militi, quella di Teodoro Ipato; la possessione di Priatello e molte altre. Le quali noi crediamo fossero state nella parte inferiore dell'Istria. Il luogo di residenza del Duca era in Cittanova, tutti i redditi pubblici della quale erano a lui assegnati, cento modia di olio, duecento anfore di vino, castagne e la pesca che gli fruttava più che 50 mancosi all'anno. Queste erano le querimonie per le imposte pubbliche.

Altre lagnanze riguardavano più davvicino il cangiamento nel sistema di governo.

Si lagnavano che il Duca avesse tolto alle città le selve che esse dicevano di loro ragione, dalle quali percepivano l'erbatico ed il glandatico, (che era la Scriptura) di ricca rendita; il Duca Giovanni oppose che egli credeva essere bensì pubbliche queste selve, però a vantaggio dello Imperatore; si sarebbe adattato a riconoscerle dei Comuni, se lo avessero giurato. Cosa sia avvenuto, lo ignoriamo, ciò che ci è noto si è che nei secoli successivi tutte le selve alte, o saltus, erano di ragione del Principe, il quale le conferiva ai Conti, dei quali anzi costituivano il maggiore provvento, sia per la scriptura, sia pel legname dei boschi; ed ancor oggidì le gregie del mezzogiorno passano l'estate sull'alpe, e viceversa, satisfacendo certi diritti, come appunto avviene nella Transilvania verso la Valacchia e Moldavia. Quei boschi poi passarono in mani private come parti integranti delle Signorie, allorchè queste furono vendute. Ogni città aveva nelle sue prossimità e propriamente dal lato di Levante un bosco che lasciavasi ad uso del pubblico anche per bisogno di fuoco; sembra che anche questi boschi venissero avvocati al Principe, nè più ritornassero ai Comuni.

Lamentavano che il Duca Giovanni avesse sottratto alla giurisdizione dei Comuni li Casali inferiori, i Comuni di terzo ordine, o più veramente le Signorie, le quali accrescevano li redditi del Comune, ed erano sotto obbedienza di questi. Niun provvedimento fu preso nel placito, e crediamo che non lo si potesse prendere, perchè legge generale di Stato aveva sostituito il governo diretto del Re, al mediato dei Comuni; nè più tardi vediamo ristabilito il dominio dell'uno sovra l'altro Comune; e se parzialmente si rinnovò qualcosa di simile, pensiamo essere stato piuttosto opera della risorgenza dei Comuni nel medio tempo.

Lamentavano che avesse posto slavi sulli territori dei Comuni, e per le terre assegnate a questi si facesse corrispondere censo. Non crediamo che ciò avvenisse togliendo ai possessori le terre, ma concedendo loro li terreni vacanti dei quali i Comuni pretendevano l'alto dominio; certo [123] è che si trovano in Istria Slavi prima delle colonie trasferite dai Veneri nel secolo XV per cause identiche. Dei quali il Duca Giovanni senza rinunciare al principio che gli attribuiva tale diritto, proponeva di visitare i luoghi ove sono slavi, e se fanno pregiudizio, si rimovano e sieno posti in luoghi affatto deserti, ove sia impossibile loro fare danno alle selve, agli agri, alle vigne; e saranno di utile alla provincia come gli altri popoli. E sembra che così siasi fatto; ma il riconoscere ove fossero collocati li slavi primitivi di qua dell'Arsa, è difficile opera, perchè a quelli slavi altri furono sovrapposti nei secoli XV e XVI e perfino più tardi, che degli antichi tolsero ogni traccia.

Lamentavano che il Duca avesse tolto ai Comuni quei beni che erano Signorie inferiori. Nè su di ciò fu preso provvedimento alcuno. Più tardi questi beni che dicevano anche ffpraedia„ passarono in dominio dei Vescovi, che a loro volta li diedero a feudo od investita a'privati, od ai Conti, i quali pure a loro volta a minori vassalli li concedettero, raramente vennero in dominio di Comuni; e se vennero lo fu per ragione di governo, non di proprietà.

Lamentavano gli Istriani che il Duca avesse tolto gli antichi ordinamenti politici, sottoponendo i Comuni a Centarchi, dividendo i popoli fra i figli, le figlie ed il genero suo, in governo s'intende. Questo era il sistema attivato da Carlo Magno, che divise i Ducati in Contee, queste in Vice-Contee, queste in Centurie, queste in Decanie, di che durarono in Istria soltanto i nomi di Contee, passati poi a distretti sì piccoli che sarebbero di villa, anzi a singoli piccoli possessi. I Decani erano officiali di polizia delle ville. Narrano gli Istriani le antiche glorie, di confronto alle abiezioni di allora; e come avessero il Magistrato di Tribuni (2) per ogni città, e quello di Vicari (3), ed il nobilissimo di Lociservatores (4); narrano come in virtù di queste cariche entrassero nei Consigli, ognuno secondo il proprio rango; narravano come i Tribuni, qualora desiderassero miglior onore, recavansi a Costantinopoli, e facilmente ottenevano il titolo di Consolari, pel quale collocati immediatamente dopo il Maestro dei Militi, avevano sovra ogni altro precedenza. Narravano come ogni Tribuno avesse cinque militi scusati, ed anche più a sua obbedienza, (immuni da altri muneri militari o da altre fazioni, guardie del corpo assegnate ai Tribuni, e crediamo al Maestro dei Militi, come in Venezia al Doge che ne aveva 120 o 170 forniti dalle isole dell'Estuario) e tutte queste cose ed onori eransi tolte. Di più, s'era tolta ai Comuni ogni giurisdizione sui liberi, perfino sui liberti e sui forestieri, riducendo i Comuni da corpo politico, a fraterna di originari; così che dinanzi al nemico si conducevano col seguito di loro servi soltanto. Questi liberti sembra fossero in origine schiavi pubblici, poi convertiti in liberti, i quali però non erano immuni, bensì tenuti a lavorare le terre di ragione del Comune e ad altri servigi, o di quelle magistrature p. e. Tribuni, ai quali venivano assegnati. Venivano assegnati al Doge; Duca Giovanni li voleva per sè.

Lamentavano che ai Comuni fossesi imposto il dovere di fornire il fodero, gli alimenti cioè al Duca per le persone ed i cavalli; di dare giornate di lavoro nelle vigne di lui; di dare giornalieri alle di lui case o palazzi; di fare la calce; di costruire casoni e tuguri; di alimentare cani per la caccia; di tollerare tanse: per ogni bove un modio di grano; di dare la decima degli agnelli; di fornire barche di trasporto per Venezia, Ravenna, Dalmazia e su pei fiumi, e ciò non soltanto pel Duca, ma pei figli, per le figlie e pel genero suo. Le quali prestazioni (naturali come poi si credette nelle Signorie) comparivano insopportabili ai municipalisti cui erano nuove del tutto; i quali poi tacevano di quegli altri gravissimi carichi che avevano i possessori per la vendita forzosa dei generi primi, vino, olio, formento, secondo prezzo di tariffa, alla Casa Imperiale. Nè di queste cose avvenne giudicato, erano effetto del cangiamento di sistema, e troviamo continuate quelle esazioni nei territori signorili fino ai giorni nostri; tutte o pressochè tutte, abolite dalla legge che dicono di esonero del suolo. [124]

Lamentavano gli Istriani che in caso di marciare in servigio dell'Imperatore, o dovesse porsi il Duca alla testa, pigliava di suo libito i cavalli ed i figli per forza, costringendoli a portare carichi per più che 30 miglia; poi teneva per sè i cavalli che mandava in Friuli (Francia, per riguardo ai Bizantini) o li donava ai propri, e costringeva i comunisti di ritornarsene a piedi.

Lamentavano che il Duca li eccitasse a raccogliere donativi per l'Imperatore siccome facevano pei Bizantini, dicendo: venga con me un vostro Messo ed offra lui i donativi. Gli Istriani ponevano insieme volentieri i doni, e quando era il momento di recarli diceva: non occorre ven-ghiate, sarò io l'intercessore per voi — e coi nostri doni se ne va all'Imperatore, procacciando onori a sè ed ai figli, mentre noi siamo in grave dolore ed oppressione — dicevano gli Istriani..

Lamentavano che al tempo dei Greci, facevano collctta ogni anno, se era necessario, pei Messi dello Imperatore, una pecora per ogni cento, ora pigliano anche l'ultima di tre, e non sono sicuri dai suoi collettori. Il Duca ha assai più che non avesse mai il Maestro dei Militi, ma i Tribuni spendevano per li Legati ed i Messi e quando venivano e quando andavano. E siffatte collette si fanno sempre, voglia o non voglia. Il Duca prometteva di desistere da queste collette.

Lamentavano che le decime delle terre che dovevansi alle Chiese, per tre anni si fossero date agli Slavi pagani.

Dicevano prestarsi da loro tutte queste imposte ed angherie per forza; essere queste causa di povertà, per le quali imposte venivano derisi dai loro vicini, dai Veneti e dai Dalmati, perfino dai Greci loro antichi dominatori; dicevano che se Re Carlo non venisse in soccorso, meglio sarebbe loro il morire.

Il Duca cedeva in parte, rinunciava alle angherie di opere e di navigli da carico; restituiva ai Comuni i loro liberti, concedeva che i Comuni avessero giurisdizione sulle persone libere e sui foresteri come l'aveva il governo. Per le quali rinuncie i Comuni ponevansi in condizione superiore a quella dei Comuni del Regno, ma ciò era pel proprio breve territorio. La campagna aperta restò in governo diretto del Principe a sistema baronale. Nè mai più ritornarono i Comuni Istriani nell'antica amplissima giurisdizione sui Comuni foresi, che rimasero in potere del Marchese, del Conte e delli loro vassalli. Nel secolo XIV s'alzarono nell'interno a poteri ben maggiori che non quelli del tempo romano, qualche raro Comune ricuperò la giurisdizione, siccome Trieste per Muggia e li feudi vescovili prossimi, Pola per Momorano, ma li perdettero per ribellione dì frazioni dello stesso territorio. Capodistria, ampliato il territorio giurisdizionale per liberalità dei Patriarchi, ebbe il pensiero di stendere il dominio a tutta la provincia, che voleva concentrata in sè; ma trovò resistenza, meno nelle città, di quello che nel Leone Veneto che le prendeva in tutela; e le giurisdizioni sue furono sparse e poche al sopravvenire del governo Napoleonico.

Il Documento del placito dà ragione di cose che durarono per mille anni, e che all'abolirsi furono giudicate col gius del fatto materiale, trasandate le origini. Si pagavano ancora le così dette Marche che ricordano i Monconi, e li Staroli per li Bovi, si pagava la Scriptum.

Ad intelligenza di parecchie Carte, crediamo ricordare nel sistema gerarchico di Carlo Magno che un predio si considerava composto di XII jugeri romani, unità che ha durato poi lungamente e questo predio dicevano Curtis — lo dicevano Curtis Regìa se era di ragione proprietaria del Re. — Curtis o Mansio era la stessa cosa, ed ancor oggidì si usano le voci Cortivo e Stanza che è Mansio. (5) Molte Curtes formavano una Marca, molte Marche facevano un Cento, molti Cento facevano un Pago (Gau dei tedeschi); Medium era il giudizio per un Pago, Placitum era il giudizio di un Pago, in quelle provincie, ove Carlo Magno ristabilì i Duchi. È certo che l'Istria fosse un Pago, t;d avrebbe avuto a testa un Vice-Conte, ma la presenza di un Duca accenna che questa pianta a Visconti non venne in tutto attivata. Il Duca non era per l'Istria soltanto, ma pel Friuli e per tratto ancor maggiore; i Conti posteriori [125] non erano per l'Istria soltanto, ma la giurisdizione loro sulle Alpi, giungeva fino alla Rezia e la comprendeva, poi fu un Conte pel Friuli in (Dividale, ed un Conte per l'Istria; poi, un Marchese per l'Istria, sotto cui tre Conti, i quali duravano ancora in tale titolo al cadere del secolo passato — il Conte di Trieste, titolo cessato nel 1788,— il Conte di Pola, titolo cessato nel 1797, — il Conte d'Istria, cui fu surrogato il Conte di Pisino, titolo che non crediamo abolito, ancorchè nel 1848 cessasse la Contea, di semplice titolo e di esazioni baronali dalla metà del secolo passato impoi.

Il Reame Longobardico aveva altre titolature di pubblici offici, aveva i Gastaldi, aveva i Sculdasii e li Scariones, dei quali in Istria veggonsi più tardi i soli Gastaldi, Giudici del civile e del penale maggiore; li teneva il Marchese li teneva il Conte di Trieste, ed insieme erano Economi; li Slavi davano al Gastaldo di Trieste il nome di Valpoto; si vedono anche li Scabini. Altra carica laica si formò in Istria, allorquando le Chiese vennero al dominio di baronie maggiori o minori ed era quella di Avvocato, non già a perorare le cause delle chiese, ma per esercitare in nome delle chiese il potere baronale che loro era conferito.

Dr. Kandler.


Note:

  1. Sola quae de hostibus capta sunt, limitaneis ducibus et militibus donavit, ita ut eorum essent, si haeredes eorum militarent nec unquam ad privatos pertinerent, dicens attentius eos militaturos si etiam sua rura defenderent. //

    Lampridio in vita Alexandri Severi pag. 140.

    Accipit praeterea sexdecim milia tironum, quos omnes per diversas provincias sparsit, ita ut nu-meris vel limitaneis limitibus quinquagenos et sexagenos interseret, dicens sentiendum esse non videndum, cum auxiliaribus barbaris Romanus juvatur.

    Vopiscus in Probi. 230.

  2. Tribunus jus dicebat suis popularibus, spelerà vindicabat, caetera frequentissimo insularum Consilio, consul-tanda reliquebantur.

    Sabellico, pag. 10.

  3. Vicari, erano dei Tribuni.
  4. Lociservatores erano facenti funzione in luogo dei Vicari o Tribuni.
  5. La Corte o Cortivo misurava 13,824 passi romani pari a 30180, 66 metri francesi, pari a 5 jugeri e mezzo di misura viennese.

Tratto da:

  • Pietro Kandler. Codice diplomatico istriano, Tipografia del Lloyd Austriaco. N. 54, Anno 804.  p. 115-126. - http://www.coordinamentoadriatico.it/files/Doc1.pdf

Main Menu


This page compliments of Marisa Ciceran

Created: Friday, April 17, 2009; Last updated: Friday, April 17, 2009
Copyright © 1998 IstriaNet.org, USA