Tomaso Luciani
Istriani Illustri


 

Carnevale di Albona.

[Tratto da: L'Istria, Sabato 14 Marzo 1846, No. 13-14, Lloyd Austriaco. p. 54-56.]

Ci è avvenuto di leggere lettera diretta a nobile persona, sui divertimenti carnevaleschi che ebber luogo in Albona nel corr. anno, la qual lettera dando conto piuttosto della sociabilità di quella popolazione, la registriamo per intero come gentilmente ci venne comunicala.

Pregiatissimo Signore e Amico

Ciò che le venne detto del Carnevale di Albona è tutto verità. Esso fu uno dei migliori che siensi goduti da molti anni a questa parte.

— Dei privali divertimenti non dico, ma i pubblici furono molti, e tutti procedettero con sì bell' ordine che poco o nulla rimase a desiderare a chi non si dimenticò affatto d' essere in Albona, in un luogo, cioè, di poc' oltre mille abitanti, in cui la ricchezza è l'appannaggio dei pochi anzi pochissimi, e, che è più, lontano dai grandi centri del movimento e della civiltà.

La Società del Casino, composta adesso di cinquanta a sessanta socî, diede nelle sere dei 10 e 17 corrente febbraio due feste di ballo. Se la prima è stata a sufficienza numerosa ed allegra, la seconda fu, si può dire, numerosissima e brillantissima. Quanti poterono intervenire uomini e donne, vecchi e giovani, ragazzini e fanciulle, tutti intervennero, tutti presero parte alla comune allegrezza, tutti contribuirono ad aumentarla.

— Le conversazioni e le danze si mantenevano ancor vivacissime, quando impallidirono d'improvviso le numerose faci che illuminavan le sale. Nè era già mancanza d' alimento che producesse tal scena: era il confronto, il contrasto di un'altra luce più chiara, più viva che allora allor penetrava per le invetriate delle finestre volte ad oriente: era l'alba. Si spalancarono le cortine, si estinsero i lumi e si chiuser le danze che il sole pendeva sublime sopra le alture di Cherso, e illuminava co' sfolgoranti suoi raggi le bianche cime delle montagne croate, e si specchiava nelle allora dolcemente commosse acque del turbinoso Quarnaro.

— Salve, dissi in mio cuore, salve o ministro di luce e di vita! Possa, da qui a un anno, lo splendente tuo raggio trovarci di nuovo in queste sale tutti quanti siamo in quest'oggi! Possa tu durante quest'anno vedere ognora dipinta sui volti nostri la gioia, quella gioia soave e composta che deriva dal candore e dalla quiete dell'animo! Possa mantenersi sempre fra' miei cari concittadini quella confidenza reciproca, quella sicurezza di modi e di parole che è indizio e fomite di virtù! E quei cuori che in mezzo alla gioia comune s'apersero, s' allargarono, deh! non si restringano, non si chiudano mai ai generosi, ai nobili sentimenti! Possano insomma i piaceri della notte trascorsa essere alimento d'affetti, lievito di concordia, impulso di civiltà!

— Nè questi erano i soli voti che mi uscivan dal cuore mentre che per la sàia facevasi una continua pressa a ricambio di saluti, e strette di mano, ed auguri e promesse ed inviti.... Ma io non devo farle [55] la Storia del mio cuore, bensì il racconto dei divertimenti del Carnevale. Quindi mi affretto a dirle che se i Socî del Casino hanno provveduto nel miglior modo al divertimento della classe agiata e civile, la Società dei Filodrammatici, fedele sempre ai doveri che s' è imposta da sè medesima, non ha risparmiato nè cure, nè fatiche, nè spendi per divertire ogni classe, ogni ordine di cittadini.

— Già le dissi in una delle passate mie che, a motivo di particolari combinazioni, i socî Lius e Milani non hanno più recitato dopo la sera del 26 dicembre, nella quale è stata aperta la stagione teatrale col Vagabondo e la sua Famiglia, e nella quale il Milani ha sostenuto con molta verità la parte del protagonista.

— Altre deplorande combinazioni fecero stare inoperosi, durante tutta la stagione, vari altri socî, per cui di ventiquattro la Società era, si può dire, ridotta a dodici o quattordici socî attivi, e recitanti di diecisette ridotti a dieci. Ma questi furono animati di tanto zelo, di tanta buona volontà, che si è potuto, come gli anni decorsi, recitare quasi ogni festa. Io stesso, per non esser da meno degli altri, sono passato più sere dall'ufficio di direttore a quello di rammentatore.

— Se non che il socio che si distinse fra tutti fu il signor Andrea Vellam, e a lui fu, più che secondo, compagno Giuseppe Dusman, quel tessitore di cui tenemmo altre volte parola. Non vi fu incarico , per quanto gravoso o piacevole fosse, eh' essi non abbiano assunto di tutto buon grado, che non abbiano adempiuto colla massima alacrità. Quest'ultimo, il Dusman, che da più anni erasi limitato a sostenere le parti gravi e da vecchio, assunse durante questo Carnevale, e sostenne più volte con disinvoltura, parti da giovane e da giovialione. E il Vellam, o per lasciar campo ad altri socî di soddisfare il lor genio, o per risparmiar loro disturbi, si addossò spesso parti di molto studio e fatica, e di poco o di nullo effetto ed aspetto. Questi due insomma furono le due più salde colonne dell'edificio filodrammatico, che, altrimenti, o non sarebbe stato possibile di recitare, o almeno non sarebbe stato posto sulle scene nè II Collegio degli Orfanelli dell'immortale Iflland, nè La Vedova prudente del non abbastanza lodato Bon, nè La Scuola dei Figli del bravo Beccari, nè La Nobiltà effimera dello Saccozzi ec. ec. Ma, e dove lascio le donne?

Oh! sì, alle donne albonesi devono essere molto e poi molto tenuti se più di una sera sono ritornati in seno alle loro famiglie coll' animo dolcemente esilarato, col cuore arricchito di qualche nobile affetto, colla mente innamorata di qualche bella virtù, o adirata contro le prepotenze e le sozzure del vizio. Già senza le donne non esisterebbe fra noi nè società, nè teatro, e in ciò è tanto maggiore il lor merito, quanto che esse formano parte della Società Filodrammatica, e quindi non hanno doveri nè spontaneamente assunti nè ad esse imposti da altri, ma sono libere affatto, e si prestano per puro effetto di gentilezza. Quattro furono le ragazze che recitarono in questo carnevale, non compresa una fanciullina di circa dodici anni, Antonietta Vladislovich di Francesco, la quale è dotata di molto spirito, e manifesta molta attitudine per le scene. Di Tranquilla Vladislovich la più provetta, la più brava, la più costante delle nostre dilettanti, il vero sostegno del nostro teatrino, nulla le dico, perchè ella ben sa che, nel prossimo passato ottobre, fu dessa che ha sostenuto la parte di Cesira lorchè ha recitato qui il Dr. Volpi, circostanza questa che sola sola vale per molti elogi. Antonietta Martincich che le viene seconda va sempre più progredendo, e piace ognor più nelle parti brillanti. Le altre due hanno recitato poche volte finora, e quindi qualunque giudizio o predizione sul loro conto sarebbe prematura e azzardata. Non occorre poi ch' io le dica, perchè lo sa troppo bene, che soltanto alla metà dal 1842 incominciarono fra noi a recitare le donne.

Da quell'epoca se ne videro sulle scene non meno di quindici a contare insieme donne, fanciulline e ragazze, quindi non è da dire che in questo frattempo (sebbene palmo a palmo, e con molta fatica) non siasi guadagnato molto terreno; ma ciò nullaostante il campo non è tutto in nostro potere. La bieca malignità, il pregiudizio cieco, e qualche altra di quelle poco onorevoli passioni che furono così al vivo dipinte dall'Ariosto nel suo immortale poema, sono, è vero, fugate dal centro, ma se ne stanno ancora accosciate e rimpiattate in un canto. Ci sono ancora di quelli che o sordamente o palesemente o di buona o di mala fede s'oppongono a questa come a tutte le altre innovazioni; ci sono ancora di quelli che vedono tutto rose il passato, tutto spine il presente e peggio ancor l'avvenire... Oh! il cielo benigno disperda l'infausto augurio di questi profeti che non ricevono certo le inspirazioni dall'alto. Oh! sieno esse le dilettanti e i loro attinenti, sieno sorde alle voci di cotestoro, e continuino nella persuasione, giustificata da fatti chiari e patenti, che il Teatro, ben regolato che sia, è una scuola di morale e di civiltà per gli spettatori non solo, ma eziandio e molto più per i recitanti, i quali nel mentre che acquistano scioltezza e disinvoltura e graziosita di maniere, sviluppan la mente, educano lo spirito, informano l'animo a gentilezza e a moralità.

Ma i Filodrammatici non s'arrestarono quest' anno al solo trattenimento delle rappresentazioni teatrali: essi ne aggiunsero un altro, quello dei balli pubblici o veglioni, e questi pure allo scopo di offrire a tutte le classi de' cittadini un onesto e sempre gradito divertimento, e per abbattere quella tremenda muraglia che tiene troppo divise e lontane tra loro le classi non solo, ma perfin gl'individui, muraglia che s'incontra al dì d'oggi più spesso nei luoghi piccoli, che non nelle maggiori città.

«Sapete voi (scriveva anni fa nelle Letture di Famiglia il signor Giuseppe Torelli) sapete voi qual sia la cagione del reciproco disprezzo e rancore che vive fra «la classe alta e media de' popoli? È la lontananza, e la trinciera che obbliga le due classi ad una vita inlisichita, gelosa, diffidente: la fusione calmerebbe molti odî, e distruggerebbe innumerabili antipatie, e l'alta classe misurandosi colla classe rivale direbbe: io la credeva più bassa!... e la classe media misurandosi colla sua antagonista esclamerebbe: io la stimava più superba!... Bisogna proprio persuadersi che gli uomini si fanno di per sè stessi cattivi, e che in fondo l'uomo è proclive alla generosità».

— Ciò che il Torelli diceva della classe alta e media de' popoli, si può dire egualmente della media e della bassa, ed è parimenti applichile a tutte te gradazioni della scala sociale.

— Non mi creda però, nè così cieco, nè così fatuo da voler fare I un fascio d'ogni erba, da voler confondere in un solo [56] amàlgama tutte le classi, da volerle tutte portate ad un eguale livello. No, conosco al pari di chiunque la necessità e l'opportunità delle disuguaglianze sociali, ma, intendiamoci bene, disuguaglianze, non separazioni. Anche nella musica, per ottener l'armonia, è necessaria la disuguaglianza dei suoni, ma è necessaria altresì un'altra condizione, la contemporaneità, la unione, o la combinazione che voglia dirsi di questi suoni disuguali, senza la quale non vi sarebbe armonia.

— E l'armonia delle sfere, e quella dell'intero creato, da che deriva se non dalla combinazione, direi quasi dall'intreccio di molte forze, di molti moti disuguali?... I Filodrammatici in somma si sono proposti di ravvicinare le varie classi della società albonese e gl'individui che sono troppo divisi e lontani fra loro.

— Che vi sieno riusciti all'intutto non dico; ma se non hanno abbattuto dalle fondamenta la malaugurata muraglia, certo hanno aperto delle gran breccie.

— Se ella cui la nobiltà della nascita e l'elevatezza del posto non le fan guardare d'alto in basso i fratelli, se ella dico fosse stato qui, specialmente le sere dei 22 e 24 corrente, oh! con quanta compiacenza avrebbe mirato al veglione una folla di cittadini d' ogni sesso, d' ogni ordine, d' ogni età andare e venire e confondersi, e tesser balli, e chiacchierare amichevolmente tra loro. Ogni distinzione di grado spariva in mezzo all'esultanza del piacere. La galleria o loggione che nelle sere di recita era riservata alle sole persone civili, nelle sere di ballo è stata aperta a tutti indistintamente; e la gentildonna e la damigella non torcevano il viso, come in altri tempi avrebbero fatto, se lor veniva dappresso la moglie d'un fabbro o d'un calzolaio; e il figlio d'uno che sotto la Repubblica Veneta cingeva spada e sedeva a consiglio, aveva allato chi si guadagna il vitto coll'onesto sì, ma giornaliero e materiale lavoro delle sue mani, e tutti vedevansi in atto amico tra loro e confidenzialmente discorrere.

— Discorrere p. e. dei cambiamenti che sono indispensabilmente portati dal tempo in tutte le cose: ricordare che là dov' è l'attuale platea, ai tempi veneti, esisteva una loggia luogo di conversazione e di passeggio pei nobili della terra. Allora, diceva un buon vecchio lagrimante di gioia, guai a quei popolano che avesse osato di turbare i loro colloqui oltrepassandone il limitare: adesso, vedete, i figliuoli e i nepoti dei nobili ballano coi popolani e colle loro figlie e sorelle, e, chi non lo fa, è mostrato a dito, e per poco non si segna a ridicolo.

— Dov'è il piano della galleria, soggiungeva un altro, era il fondaco delle biade. E qui entrava di mezzo un uomo di mondo e con tuono sicuro diceva: ciascuna terra in quel tempo, isolala dalle altre, doveva pensare per sè e provvedere alla material sussistenza della sua popolazione con provvedimenti che ricordano i tempi patriarcali, certo non sotto ogni aspetto invidiabili. Adesso che sono state levate le pastoie al commercio, adesso che, non solo un fiume, una valle, od un monte, ma nemmeno le più alte giogaie, o i più profondi burroni, nemmeno i mari più turbinosi e più vasti, nemmeno l'immenso oceano sono d'ostacolo o d'impedimento ai trasporti, che sotto il potente influsso del vapore spariscono le distanze, adesso non occorre più pensare alla material sussistenza: basta non restar fuori della cerchia dell'universal movimento, e si può vivere per questo rapporto coi sonni tranquilli. C'è carestia al tuo paese? in un momento se ne diffonde la nuova su tutti i mercati, e da luoghi vicini e lontani, e donde non pensi, e in un attimo ti giunge centuplicato il soccorso. C'è all'incontro abbondanza? egualmente se ne diffonde ovunque la nuova, e prima che tu porti altrove tue merci, coloro che ne abbisognano te le vengono a domandare in tua casa.

— E un altro paragonava il commercio alla vasta unione dei mari che sono tutti o palesamento o nascostamente in comunicazione, che s'alimentano a vicenda tra loro, che a vicenda equilibraci. E dopo aver divagato in questi od altri tali discorsi, ritornavano tutti a parlare del ballo, e lodavano l'introduzion del veglione, e dicevano non doversi da qui innanzi abbandonar questo metodo, e molti mormoravano di certi giovinotti artigiani i quali, frantendendo le intenzioni dei filodrammatici, si separarono da tutto il restante della popolazione e fecero un ballo da sè, e Tizio giunto allor allora da questo ballo entrava dicendo, che là c'è un caldo insoffribile, e che, sebbene ci sieno delle belle ragazze, e forse delle brave ballerine, tuttavia non si può meritamente apprezzare nè l'agilità, nè la grazia loro, perchè costretti dalla ristrettezza del locale devono ballare lenti, fissi e a tre passi, e tutti auguravano che un altr'anno non succedano queste divisioni e dannose e ridicole, e lodavano il buon ordine del veglione, e dicevano, che qualunque genitore o marito può lasciar liberamente senza custodia la moglie e le figlie; e Sempronio, uomo che ha fatto delle carovane non poche, aggiungea (ripetendo alquante terzine della satira V dell'Ariosto), che i disordini veri succedono non già al veglione, al teatro, sulla piazza, o al passeggio, ma sì fra le private pareti, in casa dell'amica, della comare, della vicina; e signore e signorine dicevano che quest'anno non più, ma che l'anno venturo, come in altri luoghi dell'Istria stessa costumasi, faranno esse pure un qualche giro di waltz al veglione, se non a volto scoperto, almeno sotto il mistero della maschera ec. ec.

Ma se io volessi ripeterle tutti i discorsi sarei infinito, e le direi cento cose estranee al soggetto. Non le incresca adunque ch' io concluda col dirle che sei furono i veglioni, che ebbero luogo nelle sere dei 2, 8, 15, 19, 22 e 24 febbraio, che tutti riescirono brillanti, ma che il concorso e la vivacità dei due ultimi superò l'aspettativa di tutti e moveva a entusiasmo.

Presentemente Il teatro è chiuso, ma non passerà la quaresima senza che sia data una rappresentazione a beneficio dei poveri, e subito dopo la Pasqua se ne darà un' altra egualmente a beneficio dei poveri e per festeggiare il Natalizio dell'Augusto nostro Sovrano. Se in tale circostanza, come già l'anno decorso, sarà rallegrato il trattenimento con una Cantica, non mancherò di scriverle, e di mandartene un esemplare. Intanto mi scriva ella qualche cosa di costì, mi continui il di lei compatimento amichevole, e mi creda inalterabilmente

Albona, 26 febbraio 1846.

Suo amico sincero

Tommaso Luciani.

Tratto da:

  • L'Istria, Sabato 14 Marzo 1846, No. 13-14, Lloyd Austriaco. p. 54-56.

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This page compliments of Marisa Ciceran

Created: Friday, September 23, 2011; Last Updated: Saturday, September 24, 2011
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