Tomaso Luciani
Istriani Illustri


 

Mattia Flacio
ad Ermanno Nacinovich

Questa é la prima parte dello studio che pubblichiamo, scritto dall'albonese Tomaso Luciani e pubblicato a Pola nel 1869 presso la Tipografia G. Seraschin.  Esso tratta di vari aspetti della vita di Mattia Flacio Illirico. L'Autore rivendica alla città di Albona l'onore di aver dato i natali a quel teologo riformatore, e ne tratteggia brevemente l'opera.

Tomaso Luciani si congratula con Ermanno Nacinovich nell'occasione "che s'addottora in ambe le leggi", e gli dedica il proprio studio. L'opuscolo é stato trovato dal pronipote Alberto tra le carte dell'illustre albonese Giuseppina Martinuzzi.


Istrianet ringrazia Alberto Martinuzzi per questo interessante articolo.


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Dottor Ermanno carissimo!

Come si svolge rapidamente la vita dell'uomo! Oggi nel salutarti dottore quasi non mi par vero che tu sia quel desso che accompagnai a Zara, ancor fanciullino, nell'ottobre del 1856. Lo ricordi quel viaggio? Era la prima volta che il padre conduceva te ed Ernesto presso un egregio parente, monsignor Tomaso Martinci chiamato dalla dottrina e dall'affetto ad esercitare tanta influenza sulla tua educazione e i tuoi studii. Lieta rimembranza quel viaggio! Voi fratelli rimaneste in Zara, io e tuo padre proseguimmo col piroscafo a Sebenico, a Spalato, a Ragusa, a Cattaro, poi prendemmo un poco del Montenero. Quante bellezze della natura e dell'arte, quante varietà di costumi, quanti monumenti di storia non ci passarono in pochi giorni dinanzi! — La corsa fu alquanto rapida, è vero, (chè tuo padre teneva in cima d'ogni pensiero la dolce compagna e la casa,) pur pure potemmo conoscere ed ammirare assai persone e assai cose che non si distaccano ancora dalla memoria e dal cuore.

Questo solo mi spiacque, che ho dovuto abbandonare Ragusa senza potermi chiarire abbastanza intorno a quanto asserì già il dottor Stulli sul conto del nostro Mattia Flacio. — Alludo alla lettera ch'egli indirizzava da Ragusa, ancora in data 25 novembre 1825, ad Urbano Lampredi in Firenze, e che fu stampata in quella Antologia (Luglio 1826 No LXVII pag: 138 e seg:) Nega lo Stulli che Mattia Flacco Illirico, o Matteo Francovich, sia nativo di Albona d'Istria, e lo vuol Raguseo perché nato, egli dice, poco al di lungi da Ragusa, nel villaggio di Giunchetto, (illiricamente Sciumet) ecc. ecc.

È difficile che un Albonese possa ammettere quanto asserisce lo Stulli: è ancor più difficile che lo ammetta un Luciani; chè troppe, tu ben lo sai, troppe sono le circostanze, le tradizioni, i fatti, i ricordi che abbiamo qui in Albona, e come a dire in famiglia, dello illustre uomo, il quale è stato figlio appunto di una Luciani, e allievo di frate Baldo Lupetino, altra celebrità Albonese ignorata o non apprezzata finora abbastanza.

2

Alle asserzioni del dottor Stulli rispose in modo stringente il nostro benemerito canonico Stancovich nella Biografia degli uomini distinti dell'Istria, (Trieste Tip: Marenigh 1828 e 29. Tom: II pag: 103 e seg:).

Nullostante, cosa sorprendente, né lo Stulli, né altri, ch'io sappia, hanno mai tratto in luce il carteggio che Flacio avrebbe tenuto col Senato di quella Repubblica, sebbene, stando all'annunzio, esso sarebbe stato per se più che sufficiente a sciogliere in modo perentorio ogni dubbio.

Molti anni più tardi, nel 1858, il signor F. cbe è un colto e pertinace indagatore delle cose nostre, attingendo a biografie, bibliografie ed enciclopedie tedesche, ha pubblicato nell'Eco di Fiume, (nri. 142 e 144 dei 24 e 30 giugno 1858) notizie e documenti che confermano e autenticano la provenienza di Flacio da Albona e da famiglia albonese non solo, ma che accennano all'esistenza contemporanea di un altro Mathias Illyricus professore di lingua greca a Tubinga .—Ed io stesso, compulsando allora e carte pubbliche e mie private memorie, ho soggiunto sullo stesso giornale, (31 luglio 1858  nro. 9.) alcuni dati e riscontri valevoli a sempre più cerciorare ed autenticare le prove esibite  dal signor F.

Tutto ciò non è poco, ma tu ben sai come si governa il mondo.— Alcune publicazioni di provincia, staccate e senza pretesa, non possono aver fatto intieramente dimenticare uno scritto intuonato come quello del dottor Stulli, e stampato nell'Antologia di Firenze, che è stata per molto tempo, e meritamente, il più riputato e più diffuso Periodico letterario di tutta Italia, e che come tale si conserva nelle principali biblioteche del regno, e viene all'uopo consultato da nazionali e stranieri.

Lo Stulli si mostra così sicuro del fatto suo che se la passa con due parole perfino di quella cima dei critici che fu il Bayle, il quale pure scrisse:

ILLYRICUS (Matthias Flacius) l'un des plus savans Théologiens de la Confession d'Augsbourg, nàquit à Albona dans l'Istrie le 3 de mars 1520. (DICTIONAIRE HISTORIQUE ET CRITIQUE PAR Mr. PIERRE BAYLE. — quatrieme edition, — Tom: II — pag: 839-40-41-42) A AMSTERDAM,—A LEIDE, MDCCXXX, avec privilege).
In conseguenza del sopra esposto, io, per quanto le vicende della vita me lo consentirono, non ho tralasciato di raccogliere nuove prove a sempre maggior evidenza del fatto. E riescii davvero ad ammannire poco a poco un manipoletto di notizie e di documenti che sarei ben lieto di poter presentare a te, mio carissimo conterraneo, in questo giorno memorando della tua vita; ma lontano come sono dalle mie carte che m'aspettano a Venezia, non ho la possibilità di mandare oggi ad effetto il desiderio del cuore.

3

Ben posso raccontarti però come ho avuto, fra le altre, dalla squisita gentilezza dei signori Gravisi di Capodistria, una Memoria manoscritta ed inedita del chiarissimo marchese Girolamo, nella quale trattando con vasta erudizione e sicura critica del nostro Flacio, ed apprezzatolo non solo come teologo, ma come storico e come filologo, accenna anch'egli, sulla fede del Fontanini, ad un altro Mattia Illirico pure apostata diverso, come dice, da questo nostro.

Quanto fu appena toccato dal Gravisi e accennato dal signor F. merita più che mai d'essere approfondito; chè in questo fatto sta probabilmente il secreto dei dissentimenti che si manifestarono finora tra scrittori dalmati e scrittori istriani. — Se la mia voce potesse giungere fino a Ragusa, io pregherei quei distinti signori, in nome della verità, di dare alla luce quanto effettivamente resta intorno a questo particolare nei vecchi archivii di quella Repubblica.

Ma tra quante notizie e documenti ho io potuto finora raccogliere, i più concludenti mi vennero da quella inesauribile miniera che è l'Archivio generale detto dei Frari di Venezia, Archivio che, grazie alla benefica influenza del Governo nazionale, è divenuto veramente cosa pubblica, e sotto la sapiente direziono del cav. Tomaso Gar va pigliando sostanzialmente ordine, distribuzione, evidenza tali, che fra non molto riesciranno, è a sperarsi, non pure possibili, ma agevoli, proficue,sicure le ricerche degli studiosi italiani e stranieri.

Ed è appunto alle dotte premure del cav. Gar ch'io debbo la cognizione di due importantissime lettere del Flacio, la prima delle quali, stampata, s'intitola: — Christiana Adhortatio M. Fl. Illyrici, ad Serenissimum Principem et Inclytum Senatum Venetiarum, ad scrutandam inquirendamque ex coelestibus sacrarum literarum oraculis veritatem, in praesentibus Religionis controversijs et Antichristi revelatione. — La seconda, manoscritta, diretta di fuori al — Serenissimo Principi augustissimoque Senatui Venetiarum etc. porta la data di — Argentinae 26 Junii 1570 — ha il suggello del Flacio impresso, come soleasi, sopra un pezzetto di pasta ricoperto d'un brandellino di carta, ed ha in fine la sua autografa firma nel modo che segue:

Vestrae Serenitatis et amplitudinis
deditissimus subditus
Magister Matthias Flacius
Illyricus Albonensis.

Dal testo di questa seconda lettera si ricava ch'egli aveva inviato manoscritta anche la prima — ante annos 5, — ossia nel 1565, ma che, temendo non sia pervenuta a mani delle loro illustrissime Signorie, ne inviava allora, nel 1570, un nuovo exemplar impressum, il quale poi, da quanto si vede, formò parte di maggior volume.

Lo scopo che il Flacio si proponeva in entrambi gli scritti era quello, s'intende, di persuadere la Repubblica ad abbracciare la Riforma, al quale fatto egli attaccava necessariamente grandissima importanza per la influenza che avrebbe indubitatamente esercitato in Italia e fuori l'esempio di uno Stato così sapiente e potente com'era allora la Repubblica di Venezia. Quindi non è a dirsi quanta forza di ragionamento, quanta eloquenza di parola, quanto impegno ed inspirazione abbia posto il dotto uomo per riescire nell'intento ch'era la luce e la vita dell'anima sua.

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Premessa un'ampia e particolareggiata esposizione ed esplicazione delle sue dottrine, attacca di necessaria conseguenza, con una acrimonia e violenza di frase che è tutta sua, il primato e l'infallibilità del Papa e mette a nudo le fondamenta del — Catechismum Iesuitarum qui nunc (sono le sue parole) flos ipse pontificiorum theologorum sunt, Catechismo stampato, come dice, la prima volta a Vienna nel 54, riprodotto parecchie altre volte, compendiato allor allora dal Canisio Granmastro dell'Ordine, e convalidato, raccomandato, prescritto ed imposto da amplissime bolle e diplomi di Autorità ecclesiastiche e Monarchi potenti. Non ti dirò poi qual conto egli faccia del Concilio di Trento che chiama costantemente combricola e conciliabolo, o dei prelati che in esso sedettero, da lui detti mitrati istrioni; — nè come ricordi gli scandali ivi avvenuti e specialmente le violentissime dispute del 1548, — nè come stimmatizzi i pastori mercenari o piuttosto lupi rapaci, i ciechi che fannosi conduttori d'altri ciechi, i superstiziosi, i seduttori, gl'ipocriti, gl'impostori,— nè come si scagli contro le tanto frodi, falsità, simonie, avarizie, tirannie, idolatrie, superstizioni, abominazioni, turpitudini, rapacità... che si nascondono, egli dice, sotto le belle apparenze di pie tradizioni, di pratiche religiose, di opere meritorie, di miracoli, di rivelazioni,— né come strappi la maschera a quei tanti parassiti che s'adoprano a perpetuare artificiosamente l'ignoranza ed il pregiudizio delle plebi, onde mantenere il disagio e la discordia nella società e usufruttarne in vita e in morte gli averi, — nè ti ripeterò in fine cosa egli dica dei tanti riti venali, delle indulgenze, delle processioni, dei pellegrinaggi, delle flagellazioni, delle luminarie...

Tu già sai troppo bene cosa possa aver detto intorno a tutti questi ed altrettali argomenti il nostro Flacio, se, dopo esser stato rigidissimo seguace di Lutero, si eresse a Caposcuola egli stesso per combattere con tutto il fuoco di un'anima ardente e convinta gli Adiaforisti e l'Interim di Carlo V. — Ma non posso tacerti di alcuni fatti speciali alla città di Venezia, cui sono legato da tanti vincoli di memorie, affetti e speranze, fatti ch'ei viene enumerando e anotomizzando per far toccare con mano al Principe ed al Senato i danni morali e materiali che ne derivano quinci alla società ed allo stato, e la urgente necessità d'impedirli.

Egli dice di nuovi culti idolatri che monaci e sacerdoti imm rali avrebbero introdotto da 50 anni e meno, e del fanatismo astutamente suscitato nella popolazione che accorreva in folla a San Fantino, a S. Rocco, alla Madonna dei miracoli, dinanzi l'Arsenale, al campo della Tana, a S. Biagio ed altrove a venerare, a invocare statue, simulacri, madonne piangenti, o, per ripetere le sue parole, tronchi, pitture, ossa di morti, e panni fradici. E l'Inquisitore, ei soggiunge, il Legato, il Pontefice stesso non vedono coteste mistificazioni piu` grossolane di quelle che fanno i Giocolieri in piazza

S. Marco od a Rivoalto perché sono acciecati dall'oro delle offerte che monaci, sacerdoti e plebani dividon con essi.

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E dice molto, ma molto più ch'io stralciando non dica, pur confessandoti che nel leggere un linguaggio tanto alto, libero, ardito mi sentii un senso di orgoglio, certo come sono che il Flacio sia nato in questa nostra Albona, e derivasse per madre dalle famiglie Luciani, e avesse avuto per primo inspiratore un Lupetino parente della madre sua, e fosse vissuto e cresciuto fino a vent' anni, che è a dire fino a gioventù matura, nel consorzio dei nostri padri.

Ma d'altronde scorgendo che oggi ancora, dopo il lasso di ben tre secoli, e in mezzo a tanta luce di scienza e di libertà, havvi non pure nelle rozze campagne, ma nella stessa nobilissima città di Venezia un'onda di omaccini, di donnucciole, di gentuccia, e non tutta vestita di panni grossi, che vive schiava volontaria di superstizioni ridicole; scorgendo che sussiste ancora nel mondo e assai largamente la materia dei rimproveri che il Flacio sbalestrava nel 1570, al senso d'orgoglio si commesce un senso di amaro sconforto, e vorrei che risorgesse egli stesso a tuonare il Surgite ed il Quousque.

Ommessa la parte teologica, molti ragionamenti e rimprocciamenti del Flacio restano sempre giusti, veri, opportuni, e in ambo gli scritti citati spira tale un'aura di convincimento profondo che rende rispettabile, abbenchè spesso violenta, la sua parola.

È toccante poi, amaramente toccante la pagina ove discorre della vita, dei meriti, e della fine tristissima di Gasparo Contarini, nobilissimo e dottissimo uomo ch'egli aveva conosciuto da fanciullo: quem puer in gravissima causa favorabiliter pro nobis dicentem, in collegio Serenissimi Ducis, cognovi. Narra di lui come, nato in Venezia da nobilissima famiglia patrizia fosse passato con somma lode per le alte dignità della grande Repubblica, e fosse per ultimo stato creato Cardinale e mandato in qualità di Legato, nel 1541, ai comizii di Ratisbona. Prosegue dicendo che il Contarini fin da principio conobbe ed ammise in molti punti la vera dottrina di Cristo, e lo prova citando una lettera dal Contarini stesso diretta al Cardinale Alessandro Farnese, nipote del Papa, che di ciò ne lo aveva richiesto, lettera che sarebbe stata stampata a Basilea nel 1563. — Ma dalla stessa lettera, aggiunge subito, apparisce altresì, che il Papa, i Cardinali e tutta la corte romana sopportarono di malissima voglia le concessioni ch'egli aveva fatte ai nostri stati e dottori; per cui venne dapprima sferzato con rescritti acerbissimi del Pontefice e dei Cardinali, e poi con nuovi scritti,ed atti duri, crudi e quasi dire cruenti, costretto di revocare quanto aveva prima con più mite consiglio accordato. E poi .... ammalò e fra i dolori del male che più e più lo stringeva, sentito come il celebre monaco Bernardo Ochino, che aveva predicato con alquanto d'indipendenza a Venezia, sia stato citato a Roma, lo dissuase a tutto potere dal presentarsi al cospetto del Papa, e poi.... il dottissimo e virtuosissimo Contarini fece la fine del cardinale D'Andrea.

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Questo episodio toccante mi richiama alla memoria la iliade delle persecuzioni patite da un altro libero pensatore istriano, l' illustre Pietro Paolo Vergerio Vescovo di Capodistria, sulle vicende e le dottrine del quale posso dirti con gioia che appunto ora sta facendo studii severi una notabilità del regno d'Italia.

Ma... i tempi non erano ancora universalmente maturi, Roma metteva ancora spavento, — la stessa sapiente e indipendente Venezia sacrificò ancora ai pregiudizii, ai riguardi umani e mondani, come diceva Flacio, — prevalse ancora quella che si appella prudenza politica, e alla stregua di questa gli scritti del nostro Albonese furono giudicati eretici, perversi e maledetti, e s'egli fosse capitato negli stati della Repubblica alla quale si dichiarava suddito e devoto, forse gli sarebbe toccata la sorte stessa del Lupetino suo parente e maestro. — A tergo della lettera manoscritta del Flacio si legge pur troppo questa melanconica nota:

1570. 26 Zugno.

Mathio Flacio Istriano d'Albona scrive et manda compositioni sue heretiche, perverse et maledette.

alli 2 Ottobre 1570.

Fo ditto Ill:.mo Cons:o di X con la Zonta la continenzia di queste maledette scritture, et per li Signori Savii fo consigliato che si tenissero così senza leggerle, perché in qualche tempo che venisse questo scellerato nelle mano,  si potesse adoperarle contra di lui.

lecta in Additione.

Se non che, quasi senza accorgermi, io ho divagato alquanto dal primitivo proposito che fu di provare colle stesse autentiche parole del Flacio, ch'egli è nato in Albona da famiglia albonese non solo, ma che è cresciuto e fu educato in Albona, d'onde non se ne partì che incirca a vent'anni.

A provar ciò colla maggior evidenza basterà ch'io stacchi e riporti quì di seguito alcuni pochi periodi dei citati suoi scritti esistenti nell'Archivio dei Frari a Venezia, ai quali mi par cosa utile aggiungere quello stesso Attestato del Podestà Veneto di Albona, Baldassare Trevisan, che fu pubblicato nel pur citato Eco di Fiume a cura del signor F.

E giacché l'occasione si presta, io desidero in questo giorno di tua letizia offerirti ancora un altro squarcio dove il Flacio dice cose nuove e lusinghiere del Lupetino, e finalmente concluderò col testo, riprodotto a rigor di lettera, di due Parti proposte e prese nel Consiglio della Comunità di Albona negli anni 1661 e 1671, dalle quali emerge in che pregio tenessero i nostri maggiori la virtù del sapere, che è a dire quanto fosse e si mantenesse sempre civile in passato la nostra piccola Albona.

7

Le tradizioni municipali come questa onorevoli sono il più sacro patrimonio che possa avere un Comune, e quel Comune che ne ha e le tien care, non perisce ma prospera. Tal sia della nostra Albona che tenne fin dai più antichi tempi onorevole posto in provincia e lo terrà anche in avvenire, lo spero.

Ed è in questa speranza ch'io ti stringo con molto affetto e con pari stima la mano, affetto e stima che mi fanno vedere in te un cittadino che come oggi da` grande consolazione alla famiglia, così un altro giorno tornerà di decoro alla terra natale e alla patria.

Associati alla speranza e fa che s'avveri l'augurio dello

Affezionatissimo tuo

Tomaso Luciani.
Di Albona. Novembre 1869.


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This page compliments of Alberto Martinuzzi and Guido Villa

Created: Monday, March 11, 2002; Last Updated: Thursday December 13, 2012
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