Tomaso Luciani
Istriani Illustri


 

La seguente lettera del cavaliere Tomaso Luciani, mai pubblicata, e diretta all'amico Luigi dottor Buzzi (attualmente cavaliere), tuttora domiciliato a Trieste, dimostrerà che fino dal 1859 e nel 1870 egli avea appieno apprezzata l'importanza preistorica dei Castellieri. Io non ve la dò tradotta colla certezza che i lettori dell'Antropologia preferiranno molto di più l'originale. Il documento è di grande importanza perchè narra il progresso della scoperta, e le poche note ch'io vi ho aggiunte sono principalmente tratte dalle comunicazioni del biavo e gentile autore a me dirette.

Onorevole Signor Ingegnere Luigi Dottor Buzzi
in Trieste.  

"Il sig. D. M. ed Ella, distintissimo signor ingegnere, ch'io per inopinate combinazioni non ho potuto incontrare e conoscere in un mio recente passaggio per Trieste, mi hanno posto, per eccesso di benevolenza, in un grave impiccio di fronte ai lettori del Cittadino. Mi riferisco allo lettere che si sono scambiato a riguardo mio nei n.ri 26 e 28 del detto giornale.  

"Io non sono uno scienziato, non sono un paleo-etnologo; non lo sono assolutamente. Dello scienze io ne so appena quanto occorre per non averne pretesa. — Però la coscienza del mio scarso sapere non mi rende pusillo, nò mi ha tolto mai il senso del mio dovere. Quindi sono ben lontano dal negare o nascondere coso che possano comunque giovare e in generale alla scienza, e in particolare alla storia del mio paese, che amo [21] tanto. E a dimostrarle co' fatti la mia franchezza e insieme il vivo mio desiderio di stringere rapporti con Lei che mostrasi così addentro nei nuovi studii, la esporrò candidamente non solo le mie qualunque scoperte, ma ad un tempo anche la via per la quale vi sono arrivato.  

"Il rinvenimento affatto accidentale di una importante lapida romana seguito or sono molti anni in Albona mia terra natale, m'invogliò alla ricerca di cose antiche, prima nell'agro Albonese, poi anche in altre parti della provincia. Fatto attento dalle dotte elucubrazioni archeologiche del D.r Pietro Kandler, viddi che l'Istria tutta fu all'epoca della dominazione romana coperta da una rete dì fortilìzii e vedette poste su per le tante sue alture a guardarne il comune alpino, i porti, le cittadi, le vie, ad avvisare pericoli, a propagare notizie. Ma visitato poi partitamente un rilevante numero di coteste rovine negli agri di Albona, Cherso, Volosca, Pisino, Pola, Dignano, Rovigno e Parenzo, viddi o mi parve di vedere, che non tutte sono cosa romana, che in alcune anzi nulla v'ha di propriamente romano o d'altro popolo che possa dirsi civile, che in altre sotto lo strato romano v'è qualche cosa di ben più antico, di assai più antico di quasi ciclopico, a non dir primitivo; viddi, o mi parve di vedere, in parecchie di esse le ultime orme di un popolo antichissimo, povero di bisogni e di mezzi, rozzo, selvaggio, che non aveva l'uso del metallo, che viveva, pare, all'aperto e si trincierava in piccoli gruppi o tribù sulle cime delle montagne, di preferenza sulle più alte. (18)  

"Nata in me questa idea, non visitai più rovina montana senza portarne a casa qualche seguo materiale. Così ho fatto su, quasi senza accorgermi, una buona messe di manichi, di fondi, di labri, di altri frammenti di vasi assai grossolani, e due vascoli intieri, ed altri cocci male impastati, non cotti al fuoco o mal cotti, misti o d'argilla biancastra, e di terra rossa locale, di sabbia, e d'abbruciaticcio, e insieme alcuni pezzi di pietra levigati, arrotondati, quasi partì od avanzi di piccole molle a mano, poi qualche osso anche fesso, e qualche [22] altra pietra ridotta a forme un po' regolari; finalmente mi capitò fra le mani una piccola ascia o scure di pietra nera durissima, lavorata con giustezza di proporzioni. Tutto questo prima del 1859.  

"Trasferitomi altrove, raccomandai la raccolta comprendente qualche saggio di breccia ossifera, buona copia di petrificati, alghe, conchiglie, monete romane e venete, mobili antichi, pergamene ed altri cimelii, raccomandai, dico, ad un mio carissimo parente ed amico, il signor Antonio Scampicchio, che accolse tutto e conservò con gelosissima cura in casa sua.

"Nell'autunno del 1876, no potuto rivedere la terra natale e le mie raccolte, ma l'amico non più. (19) Però trovai vivente il suo spinto nei figli di lui, i quali anzi non contenti di conservare, vollero continuare la mia raccolta. L'avvocato Antonio, che particolarmente si diede allo studio delle cose naturali, s'adopera a completare la collezione locale dei petrificati e tien dietro con passione alle più recenti scoperte paleontologiche ed antropologiche.  

"In una prima gita fatta assieme a Fianona raccogliemmo un elmo di rame e un amuleto di bronzo, che il chiarissimo dottor Kaudler ha giudicato anteriori a Giulio Cesare, non romani, probabilmente liburnici, che è a dire italici antichi. L'amuleto o che altro sia, fatto in un modo da stare appeso, rappresenta un quadrupede a collo lungo, che per le apparenze e la mossa, dovrebbe essere classificato fra i cani, ma che non ha vero riscontro nelle specie viventi.  

"L'autunno seguente (1868), ritornato in Istria, fui ancora più fortunato. Ricuperai dalle mani di un contadino in Vermo, distretto di Pisino, una punta di freccia di selce simile a quella del vicentino. È di perfettissima conservazione, ed ha la forma e le dimensioni precise di quella che il chiarissimo Lioy dà disegnata nel testo della sua Escursione sotterra e che fu riprodotta in altre pubblicazioni.

"Da cosa vien cosa. Riseppi allora che nello stesso agro di Vermo furono dissotterrati molti anni addietro [23] altri ed altri oggetti di cotto, di rame, di bronzo, i quali finirono non si sa dove. Ultimo avanzo di questi ebbi per gentilezza un cavalluccio di rame, rimarchevole anch'esso per il collo lungo oltre il naturale delle specie viventi.

"La punta di freccia (20) ritrovata ia terreno recente dev'essere venuta giù colle acque dai poggi circostanti, poggi ch'io ho visitato, ma che non potei ricercare ancora in tutte le loro parti così da riescire a risultati sicuri. Intanto il fatto della freccia mi animò a spingere innauzi le mie ricerche.  

"Il suolo dell'Istrìa è perforato non solo da grande numero di profonde voragini, ma anche da autri e caverne praticabili ed abitabili. — Pensai che importerebbe visitare e frugare ad una ad una almeno quest'ultime che in esse forse potrebbero nascondersi traccio e avanzi di epoche ancora più remote e veramente selvaggie.

"Fecimo coll'amico Scanapicchio delle ricerche, impegnammo altri amici ad estenderle e moltiplicarle, ma ancora non ci arrise il desiderato segnale. Non disperiamo. Gli uomini dell'età della pietra, dei quali si hanno, come vede, indizii non dubbi nell'Istria, non saranno già cascati qui dal cervello di Giove belli ed armati. Insistendo ci si arriverà, ci si deve arrivare.  

"L'ultimo autunno (1869), potemmo fare qualche escursione sull'isola di Cherso. Nelle vicinanze di Vrana, donde avevo avuti i primi saggi di breccie ossifere, ne trovammo altri ed altri ricchi sopra tutto di denti. Poi n'ebbimo di più rari tratti dalle parti dei Lussini. In uno di questi v'è un notevole miscuglio di grossi denti d'animale e di denti minori ch'io non oso dire d'uomo. È un esemplare che vuol essere giudicato da chi ha famiglialità colla anatomia comparata. — Finalmente, accompagnato da egregie persone pratiche dei luoghi, sono sceso nelle caverne di Ghermosal, non lungi dal canale di Ossero, già descritte dall'illustre Naturalista Alberto Fortis nel suo Saggio di Osservazione sopra V isola di Cherso ed Ossero, Venezia, 1771.

"Molti accusarono il Fortis di esagerato, poetico, visionario. Facile il dirlo, ma io colla scorta del suo [24] libro ho colto la natura per così dire in flagranti, nell'atto cioè che forma e consolida la pasta ossifera chiusa fra strati di pietra. La descrizione eh' ci fa di dette caverne è così esatta, ch'io e i miei compagni possiamo dire di aver posto il piede e la ma.no ove egli lo pose. Ma i cent'anni corsi dalla sua esplorazione sono un giorno nella vita della natura. Tolta forse in qualche tratto l'ultima superficialissima crosta, ogni cosa nelle caverne è oggi appunto com'era ai tempi del Fortis. La scienza invece ha percorso un immenso stadio, ma oggi, se fosse vivo il Fortis certo sarebbe coi primi.

"A Cherso ci dissero che nelle famiglie dei contadini si tengono come infallibile guarentia contro il fulmine certi pezzi di pietra nera che dalla descrizione dovrebbero essere altrettante armi o stromenti dell'età della pietra. Osservarono altri che lo stesso avviene in altre parti dell'Istria e specialmente sul Carso. Non è facile accertarsene perchè la cieca superstizione impone, dicesi, al possessore di fame mistero. Pur cerca e ricerca saltò fuori, precisamente in Cherso, una accetta di pietra nera poco dissimile da quella ritrovata molti anni addietro sui monti di Albona.  

"Per ultimo nello scavo di un canale a Pola sono stati estratti con altre ossa dei grossi denti ai quali pur giova prestare attenzione.  

"La punta di freccia, le due ascie, uno dei denti trovati a Pola, avuto dal signor G. Seraschin e alcuni esemplari di breccia ossifera con varietà di denti, tengo al momento presso di me per istudii e confronti: tutto il resto che ho accennato di sopra esiste in Albona.

"Queste cose furono in parte narrate dalla Provìncia che si stampa a Capodistria, e ne fu toccato di volo anche in qualche articolo del Dizionario Corografico dell'Italia che stampa il Vallardi, sotto la direziono del prof. Amati in Milano.  

''Prima che ad altri io desideravo di comunicar tutto ciò di persona al chiarissimo prof. Lioy, ma nell'occasiono cui sembra coler alludere il sig. D. M. ebbi la sfortuna di non ritrovarlo a Vicenza e quindi i confronti tra le cose Istriane e le Vicentine ho dovuto instituirli al Museo senza il dotto concorso di lui.

[25] "Non ne ho dato poi comunicazione formale a Corpi scentifici, perché voleva prima portare a compimento una serie ordinata di osservazioni e confronti, indispensabili a dedurre conseguenze veramente concludenti e accettabili dalla scienza. 

"Ma giacché ella, esimio signor ingegnere, e il sig. D. M. colla lora gentile pressione mi hanno fatto rompere un riserbo che mi parea doveroso; oggi deposto ogni riguardo mio personale, dirò intiero il mio pensamento.  

"Penso che la punta di freccia avuta a Vermo di Pisino, e le due ascie di Albona e di Cherso appartengano alla terza età della pietra; — penso che i cocci e gli altri oggetti in pietra repeliti e reperibili sulle cime di alcuue montagne dell'Istria; possano corrispondere all'epoca delle abitazioni lacustri o siano posteriori di poco; — penso che le abitazioni lacustri o palafitte non siano mancate in Istria, paese che e per le sue posizioni al mare, e per le conformazioni di alcune interne vallate, vi si doveva prestare benissimo, ma parmi che non siano da ricercarsi per ora alle sponde del Quieto, dell'Arsa o del suo Lago, dove l'enorme quantità di terra calata giù dai monti colle acque dovrebbe averle assai profondamente sepolte, sì piuttosto in altre valli all'interno e lungo la doppia marina; — penso finalmente che le numerose caverne del suolo istriano visitate e frugate con diligenza debbano fruttare importanti rivelazioni, se non alla scienza, certo alla storia del nostro paese.

"Molto di questo non è oggi che ipotesi, ma è ipotesi confortata dai fatti.  

"Oltre le cose accennate più sopra, sta il fatto che anche il sig. Carlo De Franceschi, Segretario della Giunta provinciale, ha trovato sopra non so qual colle del Parentino un cucchiaio di argilla biancastra, a corto manico, rozzamente conformato, e come pare, cotto al sole, — e che il signor Ingegnere Pietro Dottor Madonizza di Capodistria tiene una ruota pure di cotto grossolano rinvenuta in una delle valli vicine. Non pretendo che cotesta ruota sia appunto un indizio di abitazioni lacustri in quella valle, — non corro sì lapido, [26] — pure essa non è arnese romano, né balocco moderno. Ora in questi casi bisogna attaccarsi a ogni filo e prima di affermare o negare, bisogna cercare, indagando argutamente tenacemente le prove. Io oggi non affermo in. modo assoluto, bensì espongo e propongo, contento abbastanza di poter offrire qualche non ispregevole indizio ad una scienza positiva che in pochi anni ha dissepolto un mirabile complesso di fatti, la luce dei quali sperdendo tenebre addensate da secoli giova e gioverà sempre più alla ragionata indipendenza e quindi alla vera grandezza dello spirito umano.

"Le presenti mie confessioni l'avranno di certo persuaso ch'io non sono un paleontologo, nè un paleo-etnologo: posso io sperare di più? ch'esse la spingano a visitare la piccola ma interessante Istria? Visitandola a parte a parte, Ella s'accorgerà di cose che da Trieste non vedensi abbenchè Istria e Trieste sieno uno stesso paese. Desidero che possa farlo. — Ella troverà non solo in Albona, ma in ogni Terra dell'Istria persone premurosissime di accompagnarla nelle sue escursioni, e per agevolartene il non facile compito, e per apprendere da lei il modo più sicuro di fare e di proseguir le ricerche. A Pisino non tralasci di vedere il così detto Castellier dei Bertossi. Le sarà guida il signor Antonio Covaz, che intende egregiamente a studii geologici e segue con grande fiducia i progressi della scienza nuova.

Questo è, onorevole signor Ingegnere, tutto il più ch'io possa oggi dirle delle cose mie e delle cose dell'Istria relativamente alle età della pietra. Ne metta a parte, prego, il sig. D. M. e, se lo vuole, anche i lettori del Cittadino, Forse il vedere eh' io senza capitale di scienza, colla sola buona volontà e un poco di perseveranza, anche in mezzo a lunghe distrazioni ed interruzioni, sono pure riuscito a risultati di qualche valore, forse, dico, incoglierà altri ed altri a proseguire, a ripetere, ad allargare le avviate ricerche e così la mia ipotesi sarà o ampiamente confermata dai fatti, o ridotta entro più giusti confini. Se non ci avrò guadagnato io, che non importa affatto, ci avrà guadagnato la scienza, la storia, il paese che importa moltissimo.

'Gli errori stessi
[27] Giovan sovente a dar più lume al vero.'

"Grato infino alle cortesi, troppo cortesi, espressioni che ha voluto usare a mio riguardo senza ancora conoscermi di persona e desiderosissimo di fare appunto la personale di lei conoscenza, chiudo oggi collo attestarle la mia ammirazione e coll'augurarle la letizia di qualche importante scoperta qui nel nostro bene amato paese.

"Di Lei, Sig. Dottore e ingegnere,"

 

"Obbligatissimo

 

"Tomaso Luciani

"

Venezia, febbrajo, 1870.  


Note:

  1. Questa generalità è dubbia come le dimostreremo or'ora.
  2. L'attuale capo della famiglia è l'egregio dottor Antonio Scampicchio, intorno al quale ho molto da discorrere.
  3. Queste pagine aouo accompagnate nell'originale Inglese da un disegno.

Tratto da:


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This page compliments of Alberto Martinuzzi and Guido Villa

Created: Saturday, July 03, 2004; Last Updated: Thursday December 17, 2009
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