Giuseppe Maria Mainati
Prominent Istrians



Biografia del sacerdote triestino don Giuseppe Mainati
plagiario delle opere di fra Ireneo della Croce.

Prof. don Pietro Dr. Tomasin

[Tratto dall'Archeografica triestino, vol. 16, pag. 224-230.]

Dichiarata la città di Trieste portofranco dall'imperatore Carlo VI, fra i tanti greci che la sceglievano a loro seconda patria, vi fa anche il capitano Nicolò Mainati, oriundo da Zante, il quale nel 1734 offrivasi spontaneamente di difendere i navigli austriaci da ogni pirateria. Avuto a tal uopo in data, 1 giugno 1734 un rescritto cesareo che gli prometteva asilo sicuro negli stati austriaci, Nicolò Mainati invitava il fratello Giovanni a trasferirsi nella nostra città colla moglie e col figlio, il quale aderendo alla chiamata vi si mise a negoziare con legnami. Suo figlio Costantino Badoerio, sceltasi la carriera di capitano mercantile, sposava nel 1753 a ventotto anni Antonia Bresaucich, oriunda da Adelsberg, dalla quale ebbe sette figli, defunti tatti in ancor tenera età, tranne l'ultimo per nome Nicolò, nato a Trieste ai 24 febbraio 1760.

Morto Costantino Badoerio da peste sull' isola di Metelino nel 1762 mentre viaggiava alla volta di Costantinopoli, il piccolo Nicolò piamente veniva educato dalla madre cattolica, essendoché a tenore della patente di Maria Teresa dei 20 febbraio 1751, la prole nata nell'Austria da matrimonio misto doveva educarsi secondo la religione dominante ne' suoi stati.

Ancor giovinetto, il nostro Nicolò cominciò a frequentare in patria gli studi ginnasiali e filosofici; ma sentendosi chiamato alla vita monastica, per consiglio ed impulso del padre Giacinto Klez, allora guardiano de' nostri frati minori conventuali in S.ta Maria del Soccorso, egli passava a Roma nel 1777, ove entrato in quell'ordine, dopo fatta la solenne professione, assunse il nome di Giuseppe Maria, che ritenne poi per tutta la sua vita.

[225] Terminati gli studi teologici, ed ordinato sacerdote ai 10 luglio 1785, fa destinato dal suo ordine, perchè poverissimo di talenti, dapprima alla direzione del coro nel canto gregoriano, indi quale maestro dei novizi nel convento di San Pietro Montorio sul Gianicolo. Ma impadronitisi nel 1798 i Francesi dello stato pontificio, fu espulso da Roma e dal territorio pontificio in unione degli altri claustrali non oriundi dall'Italia, per cui rimpatriato nel 1800, chiese ed ottenne dalla curia pontifìcia il breve di sua secolarizzazione.

La chiesa di Trieste era allora governata dal vescovo Ignazio Gaetano Buset de Feistemberg, e la penuria di clero era dovunque sentita. Accolto pertanto il Mainati nella sua diocesi materna, dietro invito del parroco Giuseppe Tognana de Tonnenfeld, accettava le mansioni di sacrestano della chiesa di S. Antonio nuovo, dalla quale dopo due anni passava nel 1802 nel lazzaretto nuovo di Santa Teresa in qualità di cappellano provvisorio.

Amantissimo della sua patria, ideò e condusse a perfezione la strada carrozzabile che oggidì dalla via S. Michele e da quelle della Madonnina e del Bosco conduce alla cattedrale. Questo fatto il Mainati stesso racconta colle seguenti parole:

"Dietro la chiesa cattedrale di San Giusto, fra la stessa ed il castello, eravi un cimiterio destinato al sotterramento de' militari. Un muro alto lo chiudeva dalla parte delle campagne. Appoggiava questo sopra altro muro di sostegno a livello del detto cimitero, il quale continuava la sua altezza sino al punto d'una sottoposta campagnetta appartenente ad un villano, cosicchè dal livello del detto cimitero a quello della nominata campagnetta vi correva un'altezza di 32 piedi tedeschi. Un sacerdote triestino che frequentava la cattedrale, dopo aver fatte delle osservazioni in quei contorni, concluse fra se, che sarebbesi potuto aprire in quel locale nominato un adito per formarne una strada molto utile e comoda per gli abitanti di quelle vicinanze, tanto di campagna che della città. Comunicò il suddetto la sua idea al negoziante Gio. Battista Pontini, uno de' principali possessori delle vicine campagne, a cui esibì anche sé stesso per agire in questo affare in tutto ciò che fosse occorso per ottenere l'intento. Accettò con trasporto il Pontini [226] l'offerta, ed addrizzò il suddetto ad altro negoziante Gio. Maria Fremenditi, possessore anch'esso di una campagna in quelle vicinanze. Consultarono quindi insieme, e trovarono necessario il dover fare un piano livellato in disegno per poterlo propone al governo. Il sacerdote suddetto si assunse l'impegno, e prevalendosi della sua amicizia coll' architetto Antonio Molari, ottenne il bramato disegno, dal quale si rilevò che sarebbesi potuta ottenere una comoda strada carrozzabile. Li due nominati soggetti, Pontini cioè e Fremenditi, presentarono al governatore Lovacz il detto progetto. Avendolo egli stesso conosciuto molto utile, lo approvò; indi passati i disegni alla suprema direzione delle fabbriche, venne incombenzato l'ingegnere ispettore della medesima Giuseppe Colnhuber a verificare sul locale i piani e disegni presentati circa la suddetta nuova apertura, ed a fare il calcolo della spesa occorrevole. Adempiuta dal suddetto ispettore la sua incombenza, il governo ordinò al magistrato con decreto, che mediante un'apposita commissione radunasse tutti i proprietari delle campagne vicine alla progettata apertura, e tutti i già sottoscritti per conchiudere il modo di contenersi e formalmente fissare l'esibita obbligazione di ciascheduno di loro. Si sottoscrissero pertanto e si obbligarono i prefati a contribuire al compimento della calcolata somma totale di fiorini 2171 oltre a fiorini 231 dovuti ai villici Pegan, proprietari della sottoposta campagna alla dett' apertura per compenso del terreno che dovevano cedere. Prima di tutto fu posta mano alla demolizione del muro di riparo, il quale chiudeva il recinto del cimitero verso la campagna, e ciò venne fatto li 18 gennaio 1806 alle ore 10 e mezzo. L'ispettore Colnhuber con biglietto suo ne diede parte al magistrato. Fu in seguito principiata l'opera con venti condannati del vicino castello, fu proseguita con villici e muratori invitati al lavoro gratis, e fu terminata con giornalieri pagati dalla città e dai particolari contribuenti. Il sopraindicato sacerdote assistette indefessamente in persona sino al termine al detto lavoro gratuitamente, incoraggiando sempre con vino, acquavita, pane e denaro i detti lavoratori, specialmente i condannati. Da principio sembrava ad ognuno impossibile, che da un terreno tanto disuguale in altezza si potesse ottenere una strada carrozzabile, [227] cosicchè molti deridevano il progettista. Costò è vero molta pena il superare le opposizioni che ad ogn'istante s'incontravano di enormi naturali macigni, il che obbligò a dar di mano alle mine. Nonostante in pochi mesi fa ridotto il lavoro a perfezione, e si ottenne la presente comodissima strada nuova carrozzabile dietro la chiesa cattedrale di san Giusto. Insieme colla predetta strada venne progettata anche la gran piazza avanti la chiesa. Era questa località da prima una collinetta, che in lingua vernacola triestina dicevasi la montuzza. Venne a questa fatto un muraglione di recinto e sostegno coi sassi escavati dall'indicata apertura della strada nuova, e coi materiali della stessa fu immunita e spianata a livello. Contemporaneamente venne ridotta a suo termine la nuova strada aperta nei fondi Loi, la quale comunica colla strada della spranga vecchia e con quella della Madonnina, il qual nome fu anche alla medesima appropriato. Per rendere indimenticabile nell'età future la memoria del governatore co. Sigismondo de Lovacz, sotto il quale venne aperta la nuova strada carrozzabile dal centro della città sino al piano dell' eminenza, in cui giace l'antichissima cattedrale di san Giusto, martire triestino protettore principale, fu eretta sul cantone del cimitero all'imboccatura della medesima strada a pubblica vista una lapide di marmo nero contenente la seguente iscrizione:

SIGISMVNDO • COMITE • A • LOVACZ
TERGESTI • MODERATORE
REI • PRAESIDIO • ET • MAGNANIMITATE
FAVENTE
TERGESTINA • CIVITAS
VIAM • CVRRIBVS • PERVIAM
PIIS • SVPPETIIS • AC • AERE • PVBLICO
APERVIT
ET
IN • BENEFICENTISSIMI • EIVSDEM • MODERATORIS
MEMORIAM
POSTERIS • QVOQVE • COLENDAM
MONVMENTVM • HOC
POSVIT
MDCCCV (1)

[228] Nè minor zelo addimostrò il Mainati nella cura d'anime. Trasportati dall' ospitale di Venezia l'anno 1805 nel nostro lazzaretto oltre duecento infermi, vi prestò indefesso la sua opera caritatevole, così da esser egli stesso attaccato dal morbo epidemico. Ristabilitosi in salute, chiese un trasloco ed ebbe dal vicario e preposito capitolare Vincenzo barone dell'Argento nel 1807 il posto di sacrestano presso la chiesa cattedrale di S. Giusto, della quale nominato dal vescovo Antonio Leonardis vicario corale l'anno 1827, vi rimaneva fino all'epoca di sua morte, avvenuta ai 12 marzo 1842, contando egli ottantadue anni.

Il nostro Giuseppe si divertiva di formare figure in cera, e la cattedrale tergestina possiede di sua mano un san Luigi Gonzaga ed un Ecce Homo di piccole dimensioni, ma di pessimo gusto. Più grande era la sua smania di leggere quei tanti libri che acquistava dalle biblioteche dei soppressi conventi di Trieste. Per cui, povero com' era di spirito, si mise in capo di diventar ascetico, filologo ed istorico senza averne le doti necessarie. La prima sua opera che dettava, fu un ordine di preghiere ed affetti da farsi specialmente in apparecchio della festa dei sette dolori di Maria Vergine, (2) scritta più che per spirito di pietà per desiderio di lucro, essendochè i Triestini erano e sono devotissimi al simulacro della madonna addolorata della nostra cattedrale. Venti anni più tardi usciva coi dialoghi piacevoli in dialetto vernacolo triestino colla versione italiana e coll'aggiunta di nove lettere patria storia patria scritte da mons. Pietro Bonomo vescovo di Trieste dall'anno 1511 sino al 1522 e di una nuova pianta di Trieste l'esisteva anticamente colle traccie della moderna. (3) In questa stampò le lettere del Bonomo da esso trovate nel nostro archivio capitolare con "versione" pessima; ideale e di nessun valore è la pianta di Trieste "com' esisteva." Niun altro merito presenta questo libro, se non di averci conservato le reliquie di quel nostro antico e primitivo dialetto ora del tutto estinto, (4) [229] perchè ci voleva un Iacopo Cavalli ed un Graziadio Ascoli che lo illustrassero. (5)

Peraltro anche nella storia patria volle il Mainati tentare la sua mala fortuna ed acquistarsi onta perenne, e prima col suo lavoro inedito e felicemente perduto: estratto delle materie più interessanti che riguardano le antiche costumanze ed il sistema della veneranda chiesa cattedrale di san Giusto di Trieste stabilite dai 22 canonici dall' anno 1439 sino all' anno 1515. Di queste "costumanze" non ne sa verbo alcuno de' nostri patrî scrittori e meno che meno poi il nostro don Angelo Marsich, (6) risultando anzi fra le altre cose, che un tempo dodici e non ventidue erano i canonici componenti il nostro capitolo cattedrale.

Ma chi per sempre gettavalo nel fango si fu l'umile fraticello carmelitano fra Ireneo della Croce, di cui volle esserne imprudente, buggiardo e sfacciato plagiario. Per il primo dava egli alle stampe la vita e martirio del glorioso san Giusto e de' santi Servolo, Sergio, Bacco, Lazzaro, Apollinare, Primo, Marco, Giasone e Celiano, Eufemia e Tecla sorella, Giustina e Zenone, protettori della città e portofranco di Trieste. (7) Nella prefazione di questo libretto con ingenua ipocrisia l'autore, o a meglio dire, il plagiario ci assicura che assecondando al desiderio di pia persona, quantunque occupatissimo, lo compose dopo aver ricorso al breviario manoscritto, conservato nell'archivio capitolare di San Giusto, mentre in realtà altro non fece, se non copiare, ma ad verbum, le vite dei nostri santi protettori come stanno e giaciono in fra Ireneo. (8)

Coll'istessa impudenza il Mainati pubblicava le croniche ossia memorie storiche sacro-profane di Trieste e le croniche ossia memorie storiche antiche di Trieste estratte dalla storia del P. Ireneo della Croce carmelitano scalzo con annotazioni ed aggiunte. (9) Questa [230] copiatura egli azzarda nominare sua storia dettala senza stile scelto e pomposo in ordine cronologico e composta da esso dopo aver frugato nei reconditi archivi e nelle private raccolte, (10) ma in sostanza non è altro se non la parte inedita delle croniche di fra Ireneo della Croce, copiata ad verbum con qualche posteriore miserabile aggiunta, letteralmente rubata dall'Osservatore Triestino, per farle arrivare al 1818.

Più onesto e più galantuomo fu il nostro tipografo Giovanni Balestra ristampandole a nome del vero autore, e sarebbe ormai tempo che i nostri storici patrî, i quali sempre devono esser amanti della verità, per non attribuire questa virtù ad un plagiario, invece di citare nei loro lavori le croniche del Mainati, si avezzassero a citarne le croniche di fra Ireneo della Croce secondo l'edizione, o meglio, secondo la copia del Mainati.

I suoi meriti sono pertanto piccolissimi; resterà egli sempre un plagiario, giustamente stigmatizzato dal nostro Kandler con queste parole:

"Nel 1819 il Mainati preso animo dall'accoglienza fatta al Rossetti, si presentò con animo pacato e con fronte imperterrita al pubblico di Trieste, anzi al pubblico letterato di tutta l'Europa siccome storico ed antiquario di Trieste, stampando la seconda parte delle croniche dell'Ireneo, aggiuntevi misere attaccature prese qua e là da giornali, da opere altrui; premesse poi al corpo delle storie che fu in sei volumi, una parte dedicata alle epigrafi ed alle antichità; nel che tutto non fu di suo neppure una parola, pur annunciando nella prefazione di qualche vecchio scartafacio venuto casualmente a sue mani." (11)

Note:

  1. Croniche di Trieste. Venezia 1818, vol. V., pag. 208 seg., 266 seg.
  2. Venezia per Simone Cordella 1806, in 12° di pag. 48.
  3. Trieste tip. Giov. Marenigh 1828, in 8° di pag. 192.
  4. Iacopo Pirona, Attenenze della lingua friulana date per chiosa ad una iscrizione del MCIII. Udine 1859, pag. 8.
  5. Cimeli dell' antico parlare triestino (nell' Archeografo triestino, Trieste 1879-1880, vol. VI. pag. 199 seg.).

  6. Regesto delle pergamene del reverendissimo capitolo cattedrale di Trieste (nell' Archeografo triestino, Trieste 1878-1879, vol. V, seg.).
  7. Venezia, tip. Picotti 1806, in 12° di pag. 115.
  8. Storia della città di Trieste del p. Ireneo della Croce, Trieste, tip. G. Balestra 1878, vol. II, pag. 82 seg.
  9. Venezia, tip. Picotti 1817-1819, volumi sette.
  10. Prefazione del I. vol.

  11. Discorso sulle storie di Trieste (in: F. Cameroni. Storia cronografica di Trieste di don Vincenzo Scussa. Trieste 1863. pag. 163).

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Created: Thursday, January 28, 2016; Last Updated: Sunday, April 17, 2016
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