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La Maestra Di Albona Vittorio Vidali ricorda la compagna Giuseppina Martinuzzi, una delle figure più fulgide del movimento socialista e comunista. [in Confronto, febbraio 1976] Un giorno del dicembre 1925 - ero a Chicago - Giovanni Pippan, triestino di origine friulana che era stato segretario del sindacato dei minatori di Albona e allora esule come me negli Stati Uniti, mi chiamò al lelefono per comunicarmi che aveva ricuvuto una lettera da Trieste con la notizia della morte di Giuseppina Martinuzzi. La sera stessa ci incontrammo in casa di amici e Pippan mi fece vedere la lettera. Era breve e raccontava dei funerali civili, con la bara ricoperta dalla bandiera rossa come la vecchia rivoluzionaria aveva richiesto prima di morire, descriveva la folla compatta che aveva accompagnato il feretro fino al cimitero con gran rabbia dei fascisti e dei polizotti.... Era morta a 81 anni, il 25 novembre. Fino all'ultimo istante era stata lucida, avida di notizie, consapevole della morte imminente nella sua casa di Albona, fra la sua gente, i suoi minatori. Passammo quella sera ricordandola con commozione perché eravamo stati entrambi suoi amici; parlammo della sua adesione entusiasta alla Comune di Albona che durante un mese - marzo-aprile 1921 - aveva tenuto testa a fascisti, militari e poliziotti mentre minatori e contadini s'erano trasformati in saggi e valorosi amministratori. Attualmente io sono uno dei pochi sopravvissuti fra coloro che hanno conosciuto e hanno avuto il privilegio dell'amicizia della vecchia maestra comunista. Giovanni Pippan, il capo della rivolta di Albona, alcuni anni dopo la scomparsa della Martinuzzi, venne assassinato dai gangsters mentre dirigeva un'agitazione del sindacato dei panettieri di Chicago, di cui era segretario. Avevo conosciuto Giuseppina Martinuzzi durante la prima guerra mondiale e precisamente nell'estate del 1917, in un'assemblea socialista alle Sedi Riunite svoltasi sotto la sonnolenta vigilanza di un commissario di pubblica sicurezza. La ricordo presente alle manifestazioni contro la fame e la guerra nel 1918, ma il ricordo di lei diventa piu vivido dopo la fine della guerra, negli scioperi, nelle manifestazioni del 1° maggio, nei cortei, nelle riunioni politiche e sindacali, nelle conferenze dedicate ai giovani, alle donne, ai bambini, nel Circolo di studi sociali. Frequentavo la sua casa, leggevo i libri della sua biblioteca, ascoltavo le sue esperienze di "maestra dei poveri", i suoi ricordi del poeta Filippo Zamboni, del suo maestro Luciani, del suo amico Amilcare Cipriani e di Edmondo De Amicis. La sua casa era modesta, pulita, ordinata e la sua biblioteca era ricca di autori politici, di opere di prosa. L'archivio di cui era orgogliosa comprendeva corrispondenze, giornali, documenti bene ordinati. Fu in quella casa che lessi per la prima volta il Manifesto dei comunisti - per la verità senza capirne molto. Lessi là anche le sue conferenze, i suoi opuscoli, gli articoli che aveva pubblicato su giornali e riviste di tutta Italia, su "Il Lavoratore" di Trieste. Conobbi così la sua attività, le sue poesie e i raccontini scritti sin dal 1895. Com'era Giuseppina Martinuzzi? Il vecchio Giuseppe Piemontese nel suo "Il movimento operaio a Trieste" (da noi pubblicato in due edizioni ormai esaurite) dà di lei un'immagine che difficilmente potrebbe essere espresssa meglio: "Quando nel 1902 vedemmo la prima volta Giuseppina Martinuzzi, rimanemmo in certo qual modo delusi. La sua fama - che aveva preceduto la conoscenza personale - di donna intelligente, colta, energica, volitiva, ce l'aveva fatta figurare - chissà perché - alta, robusta, quasi una virago. Ci apparve invece una figura di donna piccola, esile, gracile addirittura, dai lineamenti piuttosto duri, dalla voce debole, che quando alzava il tono diventava stridula. D'impressionante in lei non c'erano che gli occhi: neri, profondi, i quali sia nella loro naturale espressione di bontà che negli scatti d'ira, suscitavano viva impressione. Poiché quando le pareva che le cose del Partito non andassero secondo il suo verso, o trovava comunque motivo d'indignazione, da quella personcina sprizzava tanta di quella energia da rimanere soggiogati. In quel fragile involucro erano contenute doti di forza e di potenza veramente eccezionali, congiunte ad una fibra talmente robusta, che a settantaquattro anni ella fu in grado di superare una polmonite doppia; visse poi fino agli ottantun anni." Così era quando la conobbi e anche quando mi congedai da lei per prendere la via dell'esilio. Così la ricordo quando polizia, figli di papà, militari aizzati contro il movimento operaio, assaltarono le Sedi riunite nell'agosto 1919, o durante le barricate di S.Giacomo, dopo l'incendio de "Il Lavoratore" nel terribile 1921, durante la "marcia su Roma' e dopo. Ricordo bene come, dopo il mio primo esilio in Germania, mi trovavo in casa sua e le raccontavo di quel viaggio, della mia visita pellegrinaggio alle tombe di Liebknecht, Rosa Luxemburg e Leo Jogisches. Le lessi anche quanto avevo scritto per pubblicare su "L'Avanguardia" settimanale della gioventù comunista. Si commosse particolarmente per quanto scrivevo di Rosa Luxemburg. "La morte di Rosa - mi disse - significa morire lottando, affrontando e colpendo il nemico. Mentre io sono qui, relegata in questa stanza, ormai vecchia e subito stanca appena mi muovo, voi giovani potete difendere le sedi, attaccare, combattere." Il congedo, nell'estate del 1923, fu tristissimo. Il carcere, la persecuzione, mi avevano impedito di vederla spesso dopo che il fascismo era andato al potere. Ci abbracciammo commossi: tanto per me come per lei era chiaro che non ci saremmo rivisti. Mi diede una lettera per i compagni di Albona e dell'Arsa e lentamente mi accompagnò alla porta. Non ho pensato di scrivere una biografia di Giuseppina Martinuzzi; altri l'hanno scritta. In occasione del centenario della sua nascita (1974) e del cinquantesmo anniversario della sua morte, é stato parlato e scritto di questa grande Maestra da parte dei compagni di Fiume, Albona, Rovigno; poco da parte nostra, che l'abbiamo commemorata al circolo "Che Guevara" e su "L'Unità". Dovremmo parlarne e scriverne più ampiamente perché é indubbiamente una delle figure più fulgide del movimento socialista e comunista e non soltanto nella nostra regione, ma di tutta l'Italia. In uno dei suoi libri, nal 1900, Giuseppina Martinuzzi fece questa annotazione:"La gran causa del riscatto sociale richiamò in sé i miei pensieri e sentimenti, mi detti a studiare la dottrina sociale dei grandi pensatori Marx, Engels e altri e dal ristretto campo del nazionalismo uscii a lavorare su quello della lotta di classe. I nazionalisti mi hanno detta traditrice della patria, mi hanno perseguitata; io continuai l'azione facendo conferenze, scrivendo sui giornali sotto vari nomi, pubblicando opuscoli, aiutando coi miei risparmi pecuniari la diffusione dell'idea. In tale apostolato oggi 15 settembre dell'anno 1900 mi propongo di perseverare." L'autrice di questa annotazione mantenne fede all'impegno espresso in essa e volle essere sepolta ricoperta dalla bandiera rossa. Essa appartiene alla schiera dei pionieri del socialismo; assieme a Raskovich, Ucekar, Pittoni, Oliva, Gerin, Regent contribuì a fondare un partito socialista internazionalista, sindacati di classe, Cooperative operaie, Cassa Ammalati per i lavoratori, "Il Lavoratore", "La Riscossa", circoli socialisti e di cultura e nel gennaio del 1921 fu una delle fondatrici del partito comunista. Il riconoscimento più grande che dobbiamo a questa compagna é di essere stata una maestra tenace e intransigente d'internazionalismo socialista, un'assertrice costante contro la cagnara nazionalista, dell'eguaglianza e fratellanza tra italiani, sloveni e croati; una fiamma sempre viva e animatrice dell'unità di tutti i lavoratori nella lotta contro l'odio sciovinista, contro l'oppressione capitalistica, per la giustizia e il progresso sociale. Vittorio Vidali Tratto da:
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The page compliments of Alberto Martinuzzi, Marisa Ciceran and Guido Villa Created: Monday, March 18, 2002,
Updated Tuesday, January 29, 2008
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