PREFAZIONE

La sofferta coerenza di Guido Miglia

Ho conosciuto Guido Miglia alla mia prima sortita pubblica, quando nel febbraio del '61 venne presentato a Trieste il mio esordio narrativo. Ricordo fin troppo bene anche a tanta distanza i tremori di quella giornata, estesi alla mia famiglia e a quella della fidanzata che da poco avevo sposato. Non temevamo tanto il giudizio dei colleghi e dei buoni lettori a Trieste sempre numerosi, grazie ad alcune autorevoli verifiche che «Materada» aveva già riscosso. Paventavamo invece le reazioni dei profughi istriani, e dell'intero ambiente conservatore triestino, a un romanzo sul secondo esodo dall'Istria, il quale non poneva in primo piano la condanna viscerale del regime responsabile delle nostre traversie, ma si affidava ad altri aspetti e cadenze della tragedia collettiva, mettendo semmai a nudo le corresponsabilità imputabili alla linea politica allora preminente a Trieste e agli stessi conterranei lasciatisi sobillare dagli agenti di Tito. In sostanza quel romanzo era un lirico resoconto di un decennio di aspra coabitazione con i nuovi amministratori della Zona B, nel quale si erano saggiate angherie di ogni sorta ma si era anche fatto in tempo a conoscere gli avversari, a distinguere tra l'uno e l'altro, a capire le ragioni della loro rimonta a nostro danno e a nostro turbamento, mentre i più focosi loro oppositori, che dirigevano le organizzazioni degli esuli giuliani, erano riparati a Trieste e nel resto d'Italia prima di qualunque diretto contatto col capovolgimento avvenuto nella loro terra.

Alla presentazione letteraria avevano parlato con incoraggiante favore il relatore Aurelio Ciacchi, poi lo scrittore Franimi, lo scultore Mascherini, il pittore Perizi, il collega giornalista Giorgio Cesaree (?), buon ultimo, il poeta Biagio Marin che, animo generoso, aveva voluto accogliermi con un abbraccio nel novero degli scrittori giuliani. La manifestazione pareva conclusa, quand'ecco levarsi dal pubblico un robusto quarantenne dall'espressione determinata e assai rude, che lo escludeva dalla cerchia degli artisti e il quale infatti annunciò di voler esprimere un commento da politico e da istriano. Io e mia moglie in un'occhiata ci scambiammo il medesimo pensiero: fino a quel momento tutto era andato per il meglio, adesso avremmo avuto di che ricrederci.

Nel suo breve e polemico intervento. Guido Miglia, che mi si rivelava sempre più di estrazione operaia, penetrò come nessun altro dei precedenti commentatori le ragioni recondite che forse avevano originato quelle pagine: l'avvilimento e lo sdegno nel constatare la forzatura politica dell'una e dell'altra parte che aveva spinto la mia gente all'irrimediabile abbandono del suo unico habitat possibile. E, come riporta la pagina triestina del «Gazzettino», il mio imprevisto sostenitore concluse osservando: «È significativo che proprio da un istriano che ha vissuto la tragedia e l'esperienza jugoslava dall'interno sia partita un'opera priva di odio».

Queste affermazioni mi colmarono, fino alle lacrime, di conforto e di soddisfazione.

Nacque così, quando avevo da qualche giorno compiuto i ventisei anni, la mia amicizia con Guido Miglia, profugo da Pola. Egli fu il primo e allora unico istriano col quale fui in grado di soffermarmi sul nostro dramma senza preclusio­ni e senza riserve, in una libertà di analisi di tutti gli elementi antichi e recenti che lo avevano determinato, come ero solito fare stando ancora a Capodistria e frequentando le persone più illuminate e ugualmente non originarie della cittadina, mentre, passato anch'io a Trieste, mi ero dovuto chiudere in un cauto silenzio nell'ambito della mia vecchia famiglia, per non dire nella cerchia «materadese», la quale mi pareva differisse, e in effetti differiva anche nel trattamento incontra­to nella sistemazione ai Campi-profughi, dai restanti istriani esuli, compatti ad ostentare un atteggiamento di vittimistica rivendicazione.

Il motivo della sintonia con Guido Miglia stava innanzi tutto nel suo fermo antifascismo. Alla dittatura del ventennio, acre in particolar modo nell'area giuliana ad opera di servitori zelanti, molti dei quali ora guidavano o ispiravano le organizzazioni dei profughi, egli non perdonava le discriminazioni e i maltrattamenti perpetrati contro gli sloveni e i croati dell'Istria: quell'impassibile, tronfio disprezzo, motivato da una presunta superiorità di nascita e di sviluppo civile, il quale avrebbe provocato il duro contraccolpo nell'immediato dopoguerra con l'irrigidimento degli jugoslavi sulla questione Istria, oltre che con la rivalsa irrazionale, privata e collettiva, ai nostri danni.

Miglia inoltre, cresciuto nell'ambiente proletario palese dove a differenza della mia e di tante altre zone istriane era prosperato un decìso antifascismo italiano, poteva permettersi di nutrire un giudizio personale sull'intera vertenza, essendo stato direttore del quotidiano «L'Arena di Pola» nel momento cruciale per le sorti dell'Istria, difendendo fino all'ultimo le istanze degli istriani italiani. Prima ancora, quale insegnante alle scuole elementari dislocato nell'entroterra, egli aveva avuto modo di conoscere da vicino le prove a cui erano sottopostigli abitanti croati di quei borghi, apprezzarne l'umiltà e la mitezza. l'ospitale affabilità, che li rendevano istriani alla stregua di tutti gli altri, se non campioni involontari di una genuinità non sempre altrettanto frequente nei centri costieri.

Nel suo esilio, confortato dal saldo legame con la consorte Anello e dalla crescita delle loro flglie Elisabetta e Simonetta, allevate secondo i dettami di una morale laica inflessibile, Miglia, docente di lettere e poi preside alle scuole superiori di Trieste, attraverso lo studio, la conoscenza di chiare personalità del mondo intellettuale triestino (da Biagio Marin a Carlo Schiffrer, da Quarantotti Gambini a Giani Stuparich), la frequentazione di esponenti della minoranza slovena, le incursioni in un altro mondo di frontiera, l'altoatesino, il nostro Miglia riscopriva nella memoria una differente e suggestiva realtà preesistente ai conflitti etnici nella regione giulla. Nel contempo lo avviliva, fino alla ripulsa anche diparte di se stesso, una certa grettezza italiana, basata sulla sicumera, sulla disinvolta refrattarietà ai problemi altrui a beneficio degli interessi propri, sulla congenita arte della seduzione e del raggiro, tutte cose che non si erano limitate a contraddistinguere i capoccia fascisti, ma continuava a connotare una larga fetta dell'Italia repubblicana.

 Sollecitata da una nostalgia inguaribile per una terra, una città e i suoi din­torni, nei quali rinveniva la sola ragione del suo esistere e del suo credere, il defi­nitivo spogliamento di pulsioni contrarie che in lui sopravvivevano o lo avevano intaccato nel combattivo esilio, sorse in Guido Miglia una prepotente necessità di ritorno, a piccole puntate, poi a soggiorni sempre più lunghi, che lo portarono a raffronti temerari, a registrare l'evoluzione del regime jugoslavo, a contrarre conoscenze e stabilire amicizie con personalità dell'altra parte intraviste in una luce nuova. Egli respingeva così anche i residui di un manicheismo discriminante e altezzoso, oltre che disumano, a cui pochi sfuggivano di quanti erano nati ita­liani in Istria dal 1915 in avanti.

Nel capoluogo giuliano era divenuto tra l'altro condirettore della rivista «Trieste», improntata a una revisione del rapporto di ferma chiusura alla parte slava. Ma soprattutto Miglia, pellegrino con sempre minori pregiudizi nella terra impareggiabile, dalle sue intense rivisitazioni riportava impressioni, immagini, echi per un'interminabile serie di articoli di ravvedimento, di nuove scoperte, di altri azzardati confronti e ripensamenti, di abbandonate descrizioni di un paesaggio afferrato tra il ricordo e il suo attuale stato di degrado o di sovrapposizione di elementi ad esso impropri, che hanno segnato la sua attività giornalistica in questi ultimi quarant'anni e di cui il presente volume «L'Istria una quercia» non costituisce che una nuova tappa.

Non sorprende pertanto il frequente ricorrere del suo nome in un saggio ora rigoroso, orafln troppo ospitale, ora deliberatamente esclusivo, qual è «Trieste, un'identità di frontiera» di Angelo Ara e Claudio Magris. Per le tesi sostenute nell'opera, ai due studiosi Guido Miglia si configurava quale unica personalità controcorrente atta a rappresentare la non ristretta e non trascurabile area dell'Istria meridionale e dell'Istria tra le due guerre.

Nei suoi contatti con la terra nativa, il Miglia si mostrava anche attento all'emergere di nuovi talenti, che non mancava di segnalare e incoraggiare di persona, come non esitava a rompere i rapporti con coloro che manifestavano una disposizione al trasformismo, attitudine da lui prontamente bollata come «taliana», con particolare riferimento al Mezzogiorno d'Italia (e questo quando Bossi, che il Nostro pure non ama, era ben lontano dal venire a galla). È dunque facile intuire il numero di inimicizie che egli si è tirato addosso, le lettere offensive e minatorie, le telefonate pure villanamente anonime, che ne hanno scosso la forte fi­bra senza peraltro smuoverlo dalle sue simpatie e dalle idiosincrasie (per usare un eufemismo).

Studiando l'epoca del Vergerio, mi venne spontaneo accostarlo a quel Giovanni Antonio Petronio, magister humanitatis e luterano imperterrito, riparato dalla sua veneta Pirano all'imperiale Trieste, processato anche qui e infine trasferito a Gradisca, dove non ci pensò due volte a riunire i propri alunni e a condurli in visita al vescovo apostata in transito clandestino per Mariano del Friuli. A questa figura storica prestavo nell'immaginazione alcuni tratti del volto del nostro amico, in specie i capelli divenuti radi e argentei sul colorito bruno di uomo di scoglio.

Col passare degli anni il gagliardo Miglia si è un po'rinsecchito e alquanto acquietato, dopo ripetuti interventi chirurgici subiti nel reparto ospedaliere di urologia. Ma la sua sofferta coerenza non evenuta meno e, non solito a far distin­zione fra le persone che avvicina, egli ha invece saputo discernere infallibilmente l'uomo vero dai tantissimi contraffatti che la politica nazionale e quella regionale ci hanno propinati in questi quarant'anni.

L'ho portato a visitare le mie contrade e da principio, per la sua natura impulsiva, il suo sdegno incapace di contenersi neppure se provocato da richiami in­teriori, egli stentava ad accordarsi con la semplicità disadorna e magari sospettosa dei miei paesani. Di recente ha scoperto l'universo marino di Salvore, che sembra addirittura ridimensionargli quello di Pola. Ci siamo frequentati con le rispettive famiglie, ma il lontano incontro del febbraio 1961 pare abbia destinato per la nostra amicizia le sedi pubbliche, anche perchè il suo discorso privato raramente tocca la sfera intima. Presente ad ogni conferenza, egli ascolta con raccolta attenzione, qualunque sia il tema proposto; alla fine si leva dalla sua sedia, si ac­costa al tavolo dell'oratore e con visibile emozione espone le sue salde e invariate tesi come le enunciasse per la prima volta. Qualcuno è forse indotto a pensare che qualcosa di maniacale presieda al comportamento pertinace e quasi rituale di quest'uomo inchiodato dalla passione civile che sempre ed esclusivamente va a identificarsi col destino della sua Istria. Ma chi lo conosce da vicino sa quanto quel destino, imputabile a tanti errori, a tanta impreparazione, a tanta scaltra faciloneria, ne abbia condizionato l'esistenza, come se dal giorno dell'esodo egli fosse sì cresciuto esteriormente fino a irrobustirsi di quel po' di consolante offertoci dai risvolti della storia, ma nel suo intimo qualcosa si fosse spezzato o rimanesse per sempre sospeso, irrisolto.

Nei suoi scritti, disseminati nei vari giornali affidabili della zona, alcuni pubblicati anche in lingua slovena e croata, e successivamente raccolti in volume, dei quali mi piace ricordare le prose comprese in «Dentro l'Istria», Guido Miglia riflette ampiamente se stesso. Ma l'uomo di cultura si prende spesso una rivincita sul politico e più ancora sul polemista. Ne derivano una più sommessa e lunga vibrazione del sentimento, una varietà di tempi, una freschezza d'immagini e un approfondimento dello stesso giudizio storico, che la padronanza della lingua nel docente di lettere rendono trasparenti come i fondali della sua costa.

Sono tutti pregi che non mancheranno di venire apprezzati dai suoi numerosi lettori, i quali riconoscono in Guido Miglia il figlio forse maggiormente fedele che l'Istria abbia contato nel mezzo secolo della sua storia più tempestosa.

Fulvio Tomizza


Custodi di identità

Sono grato al nuovo direttore del «Piccolo» di avermi dato l'opportunità di dire alcuni miei punti di vista istriani intorno a questa vicenda tragica che squassa la mia terra. E lo faccio proprio tenendomi stretto alle esperienze da me vissute in questi cinquant'anni, e in gran parte raccontate negli anni '60 e '70 nella terza pagina di questo giornale.

Recensendo di recente il mio ultimo libro «I sentieri della memoria», Diego de Castro scriveva: «Guido Miglia è forse l'unico che ha capito, ben prima di tutti gli altri, la necessità di un contatto personale con gli italiani rimasti al di là del confine; che ha capito "il dolore di chi è andato via e la solitudine di chi è rimasto" ed anche "la solitudine di chi parte e di chi resta"; che ha capito "il travaglio del distacco, della casa perduta e disperatamente sognata". Da anni vado scrivendo che, in Italia, dovrebbero venir cambiate molte opinioni errate sul problema dell'esodo. Per i comunisti italiani, gli esuli erano dei fascisti che scappavano dal paradiso promesso del socialismo reale; per gli esuli, i rimasti erano i traditori della nostra causa e spregevoli comunisti. Da anni vado scrivendo che gli esuli non erano dei fascisti — salvo eccezioni — ma un intero popolo istriano che scappava dall'inferno temuto del socialismo reale, in cui avrebbe perduto la propria identità, mentre i rimasti — salvo eccezioni — non erano dei traditori, ma della povera gente che non aveva avuto il coraggio di abbandonare la propria casa, la propria terra, il proprio mare, il proprio cimitero. Quello che io sostenevo — scrivendo — e molto prima che lo scrivessi, Miglia lo faceva di persona: — aveva cancellato il confine, ritrovava vecchie amicizie al di là di esso e ne creava di nuove, attuava personalmente e di fatto quell' "irredentismo culturale" di cui parlavo in tanti scritti: lo faceva anzi prima che li pubblicassi».

Questa testimonianza del nostro maggior politologo io l'ho citata per affermare che da un anno a questa parte, dopo quasi cinquant'anni di ritorni settimanali, non sono più ritornato in Istria, da quando ho avuto la netta sensazione che il passato sarebbe stato disfatto in modo violento, per far subentrare, giorno dopo giorno, nuove e violentissime forme di nazionalismo croato e sloveno nelle nostre terre istro-quarnerine perdute nel febbraio 1947, con il trattato di pace. In qualche modo, tra il retorico e il realistico, il sistema di Tito aveva tenuto insieme il tremendo groviglio balcanico, e anzi aveva dato un nuovo prestigio alla Jugoslavia, che essa non aveva mai avuto nella sua breve storia. Persino decine di migliala di italiani di queste terre avevano lavorato e combattuto dalla sua parte per dare alla Jugoslavia terre italiane, a cominciare da tutta l'Istria veneta, ancor prima che il trattato di pace decidesse il destino di queste terre. E molti di questi italiani tengono ancora posizioni di primo piano nella nostra minoranza, cose inaudite che soltanto i popoli deboli e distratti possono fare. Ma per fortuna ci sono anche i loro figli, che non hanno alcuna colpa, e che stanno emergendo in una situazione che si è fatta difficilissima. Perchè il nazionalismo croato e sloveno raggiunge di giorno in giorno punte estreme di orgoglio, di arroganza, di esclusiva voce della verità storica. Mai in Istria si sono viste tante bandiere croate e slovene, mai si è parlato con tanta caparbia dell'Istria croata e slovena, della patria istriana ritrovata per sempre, pronta a contrastare qualsiasi mira avversaria. L'Istria fa ora da collante patriottico balcanico ancor più di quanto avesse fatto nel sistema terroristico di Tito. Si stabilisce ogni giorno una gara fra chi è più slavo, il croato e lo sloveno.

Ed in questo nuovo tipo di lotta politica i pochi italiani rimasti, circa quindicimila, forse il tre per cento della popolazione complessiva delle terre perdute, non possono contare quasi nulla. Eppure, malgrado queste enormi difficoltà, è giusto che gli italiani conservino, per quanto è possibile, la loro identità nazionale, che è prima di tutto una identità di cultura e di lingua, ma non è giusto che si sentano nemici o avversari delle altre due componenti che nell'Istria e nel Quarnero convivono da secoli. E questo l'ho già scritto qualche anno fa. È vero: per gli italiani pesa e peserà a lungo lo strappo avvenuto negli anni bui dello stalinismo che li ha ridotti a meno del cinque per cento dove per secoli hanno formato almeno il cinquanta per cento della popolazione complessiva. Ed è malizioso e ingiusto, da parte della nuova schiacciante maggioranza, misurare la loro forza e i loro valori dal numero così improvvisamente e drammaticamente ridotto, e non dalla loro memoria storica, da quanto cioè nei secoli hanno concorso alla civiltà composita e complessa, e per questo affascinante, dell'Istria quarnerina e delle coste della Dalmazia.

Ma anche le altre due componenti istro-quarnerine — i croati e gli sloveni nativi — hanno subito un doloroso processo di revisione in questi quasi cinquant'anni: all'euforia per la vittoria sul fascismo e sull'Italia fascista, ed alla conquista in quegli anni tremendi, della loro patria slava, è subentrato un senso di smarrimento di fronte agli avvenimenti successivi: anche loro si sono ridotti ad una minoranza piccola di fronte ai nuovi venuti da ogni parte della Balcania che oggi nell'Istria e nelle terre quarnerine sono almeno il settanta per cento della popolazione complessiva. 

Questo è, secondo me, il fatto nuovo e fondamentale se si vuole capire qualcosa sulle nostre terre: perciò gli italiani, al di là e al di qua del confine, non debbono guardare con sospetto, e peggio con avversione, verso le altre due radici autoctone della civiltà istro-quarnerina.

Tante cose sono avvenute in questi drammatici decenni, che molti di noi hanno vissuto con profonda intensità, cercando di costruire il nuovo, e non di distruggere questo senso che il vento della storia ha provocato. Le comuni radici istriane — ognuno naturalmente nella propria identità, nazionale — devono venire alla luce e continuare a costruire insieme l'avvenire in un più largo ambito europeo, verso il quale forse, passata l'euforia nazionalistica, mireranno almeno la Croazia e la Slovenia.


IL POPOLO ISTRIANO

Il doppio confine

Un illustre amico istriano, che è rimasto nella terra natale, mi ha scritto per dire la sua amarezza dopo aver letto alcune mie riflessioni su due temi fondamentali che sono al centro del dibattito sulle terre perdute: il ritorno degli esuli e la riconciliazione tra coloro che sono andati via e coloro che sono rimasti. Ho scritto che questi sono due temi fuori della realtà, ed ora cerco di approfondire.

Incomincio con il ritorno. Nel giorno dei Morti volevo ritornare a Pola a meditare sulla tomba dei miei, come ho fatto ogni anno dal 1954, quando sono ritornato in Istria per la prima volta, dopo sette anni di assenza, che mi sembravano interminabili. Da allora non è passato mese senza che io potessi vincere la nostalgia di rivedere le cose che mi sono più care, la casa in cui sono nato, il cimitero in cui sono sepolti mia madre e mio padre, la scuola che ho frequentato e dove poi sono stato insegnante, la casa in cui per due anni di fuoco ho costruito il quotidiano della mia città, il mare dove per dieci anni ho tenuto la mia batana rovignese, la pineta di Stoia e di Promontore, dove ho saldato alla terra la mia roulotte, nell'illusione di avere una piccola casa per me, accanto al mare, senza chiedere nulla a nessuno, e là dentro sentirmi padrone, e non ospite, nell'illusione di ricostruire la vita spezzata: andar per mare con i miei, essere lontano da tutti, e in mezzo alle onde sforzarmi di non percepire lo strappo, di essere come gli altri.

Ma quest'anno, nel giorno dedicato ai Morti, non ho avuto il coraggio di andare fino a Pola e mi sono fermato a Salvore, tra il faro bianco e i pini, a guardare Grado che mi era di fronte, a cercare di capire ancora una volta se era meglio tornare, o se era meglio tagliare tutti i ponti e conoscere altre evasioni, cercare altri confronti, lontano dalle radici antiche. Ho passato per la prima volta il confine doppio, i due confini, e ho pensato subito che era sempre difficile e amaro superare un confine solo, in questi quasi cinquant'anni di esilio, e che sarebbe stato doloroso sentirsi due volte ospite, straniero.

Dal 1954 avevo fatto la mia parte sforzandomi di capire — e di far capire agli altri — che era giusto andare al di là, rivedere ciò che avevamo lasciato, superare l'odio, riflettere che il torto non sta mai da una parte sola, e che gli eventi che ci hanno sconvolto sono avvenuti per una forza che era nelle cose, per una lunga eredità  di inimicizie antiche: coloro che perdono, sempre, sono accusati anche di colpe mai commesse.

Ho sempre pensato che ritornare voleva dire ritrovare la pace, il vigore delle radici spezzate, la speranza che continua a vivere, e che anzi alimenta la nostra vita. Non ho voluto mai parlare con chi comanda, con le nuove autorità, ma ho incontrato soltanto i contadini, i pescatori della mia terra, e da loro ho imparato l'umiltà, l'equilibrio nei giudizi, dimenticare i torti subiti, imergersi nel proprio lavoro quotidiano. «Il popolo Istriano — ha detto recentemente Fulvio Tomizza — ha una grande facoltà di oblio, superiore a quella degli intellettuali. Perchè vive le cose con una diversa concretezza: il sole, la luna, il raccolto. C'è questa capacità della gente di dimenticare». Ma con due confini tutto diventa più angoscioso, tutto sembra più lontano, più perduto, per sempre: anche se ti lasciano passare subito, forse più veloci di una volta, forse anche meno sospettosi, meno maliziosi, meno arroganti. Ho lasciato la mia casa di Trieste al mattino, e per la prima volta nella mia vita ho inteso che non ero entrato nell'Istria, ma in Slovenia, subito dopo il confine verso Capodistria. E poi lo strappo della Dragogna, per entrare questa volta in Croazia, e non nella mia terra d'Istria.

Per quarant'anni ero ritornato in Istria, anche se c'era la Jugoslavia: due volte ho visto Tito da vicino, una volta presso Buie, mentre ritornava a Brioni da Kraniska Gora, la seconda volta accanto ai campi di Altura, dove era arrivato con l'aereo da Belgrado. Tito, abbronzato e impettito nella sua divisa militare era seduto accanto al Negus, ed io lo guardavo, a due metri di distanza.

Con me c'era un istriano importante, Livio Labor, figlio del medico ebreo che si fece prete, amico di Scipio Slataper e poi del vescovo di Rovigno Santin, Livio Labor che allora era un personaggio di primo piano nel mondo politico italiano. Tutti e due pensammo che avevamo di fronte colui che ci aveva tolto l'Istria e tutto il resto, insieme all'imperatore dell' Etiopia che noi da ragazzi avevamo imparato a odiare e a dileggiare, cantando «Faccetta nera», nei medesimi luoghi in cui eravamo nati, e dove adesso ci sentivamo stranieri, dove nessuno ci conosceva. Impressioni incancellabili, ma senza odio: questo era il prezzo della nostra sconfitta e forse anche della leggerezza che alimentava il nostro Paese, che aveva perduto tutto senza accorgersi di queste ricchezze.

Ora però è diverso, ora la lotta che tormenta l'Istria, il Quarnero e la Dalmazia sta spaccando i nuovi padroni, è una lotta di etnie e forse anche di religioni che il prestigio di Tito aveva fatto dimenticare, è uno scontro violento di nazionalismi, in cui il vescovo di Zagabria può dire che «È bello morire per la Patria», in cui viene minacciato di morte il sindaco di Pola soltanto perchè non allineato con le posizioni del nazionalismo croato di Tudjman e lo stesso presidente della Croazia è ogni giorno sollecitato e pungolato alla guerra fratricida dal nuovo capo del fascismo croato, l'ustascia Paraga, l'erede di Ante Pavelic.

Questa è l'atmosfera in cui vive e langue l'Istria, questa è la paura di coloro che sono rimasti, italiani e slavi, e persino dei nuovi venuti che lottano perchè la guerra civile non si propaghi nell'Istria, che aveva coltivato la speranza di poter rimanere lontano dalla guerra. Per questi motivi gli esuli non ritornano nemmeno nel giorno dei Morti, perchè hanno paura, sentono che questi sconvolgimenti mutano la nostra terra giorno dopo giorno, creando vuoti paurosi che ognuno sente nell'aria che si respira, e perciò al di là del confine ognuno, quando può, si rifugia nel silenzio della propria casa, sperando che qualcosa si spezzi e che ritorni la voglia di vivere, di andare avanti, di superare i confini. «Per un momento di sbandamento di cinque o sette mesi — lo dico con le parole di Tomizza — si distrugge l'opera di quarant'anni. Anzi: l'opera di secoli di convivenza. Ma un giorno o l'altro dovranno ben dire basta e cominciare a discutere. La cosa più importante è chiudere il rubinetto dell'odio».

Italiano o Croato? ...Istriano

I dati del recente censimento della popolazione, a Fiume e in quella gran parte dell'Istria che ora appartiene alla Croazia, pongono alcuni problemi fondamentali alla nostra riflessione. Dalle tabelle che sono qui pubblicate emergono due dati che a noi interessano in modo particolare, quelli che si riferiscono a coloro che nel censimento si sono dichiarati italiani, e quelli che hanno voluto manifestarsi «istriani», che è cosa diversa, ma di estremo interesse per chi voglia capire la realtà complessa delle terre perdute con la disfatta della seconda guerra mondiale. È da dire subito che Fiume e Abbazia non sono Comuni dell'Istria, e che questo censimento non si riferisce a quello che viene chiamato il Litorale sloveno — Capodistria, Isola, Pirano: è dove gli italiani sono dai duemila ai tremila, sommersi da un mondo nuovo, venuto da ogni parte della Balcania, dalla fine degli anni Quaranta fino agli anni Cinquanta, quando fu sconvolto, nel giro di pochi anni, l'aspetto etnico, sociale, linguistico e politico delle nostre terre passate dall'altra parte. Questo sconvolgimento è avvenuto in tutta l'Istria, in tutto il Quarnero, perchè l'esodo quasi totale degli italiani, ma anche di almeno cinquantamila slavi istriani, Fiumani e quarnerini aveva creato il vuoto negli anni del terrore nazionale comunista, vuoto che era stato riempito quasi subito da genti nuove. C'è stato, per fortuna, anche uno spostamento di istriani nativi, dalla campagna verso la città, dalla terra verso il mare, e ciò ha favorito senza alcun dubbio il mantenimento del nostro dialetto istro-veneto, delle nostre tradizioni adriatiche, dei nostri cibi, del modo di vivere, e ha persino conservato talvolta i nostri odori: perchè la vita, la civiltà di un popolo è fatta anche di odori, e io molte volte, quando ritorno nella mia città, a Pola, percepisco sempre meno gli odori della mia età ascendente. Gli italiani, che desiderano dichiararsi tali nel censimento, stanno aumentando di anno in anno e hanno raggiunto per adesso il numero di ventimila. Ma progrediranno di certo, se avranno la libertà di manifestarsi, e se non dovranno affrontare un ultimo esodo, questa volta generato prima di tutto dalla disoccupazione e dalla miseria materiale, e non solo dalla paura che incombe nel risorgere di un fanatismo nazionalista, che nella Balcania ha innestato la guerra civile, etnia contro etnia, casa contro casa, famiglia contro famiglia. Ma il dato più nuovo e originale è l'aumento forte di coloro che nel Quarnero non si dichiarano nè croati, nè italiani, nè  serbi. Chi sono costoro, che oramai, e per adesso, raggiungono la cifra di oltre 75 mila: i quali, sommati agli italiani, sono centomila, un numero assai ragguardevole, e non una minoranza insignificante, come credono coloro che non conoscono la realtà complessa al di là del confine. Questi «non dichiarati» sono «istriani», considerano l'Istria la loro vera patria, e non possono sentirsi nè croati nè  italiani, com'è logico per un misto, per uno che da secoli vive e cresce sopra le sue radici intricate di questa terra drammatica e affascinante. Questa quercia antica — come a me piace ripetere da decenni — che da sempre si alimenta attraverso le sue trè linfe, quella Veneto-italiana, quella croata e quella slovena. E se una di queste nobili vecchie radici dovesse morire (quella veneta è diventata fragile con l'esodo biblico tra il 1947 e il 1954) non avremmo più l'Istria dei nostri affetti, delle nostre emozioni, della nostra vita, ma la piccola penisola diventerebbe un'altra cosa, e renderebbe estranei non solo gli italiani rimasti e gli istriani, ma anche i nuovi venuti dopo la disfatta: — perchè ormai tutti si sentono frutti di questa terra, anche perchè i loro figli sono nati qui, e — come scriveva Claudio Magris qualche anno fa — hanno tutto il diritto di vivere nella gioia di quel mare, di quella terra, e di non sentirsi estranei nei luoghi in cui si sono maturati. Questa è l'Istria, e di questa complessità etnica le nuove autorità croate debbono tener conto ogni giorno, quando parlano con insistenza della «patria croata», e accusano l'Istria di non essere allineata con questo tipo di potere. Proprio così facendo si rendono estranei e diversi: perchè l'istriano si è maturato da molti secoli attraverso civiltà altissime ma composite, prime fra tutte la Repubblica di Venezia, che qui è rimasta per oltre cinque secoli, ma che per mille anni, fin dalla sua origine, ha avuto contatti quotidiani con l'Istria. Quarantotti Gambini mi faceva notare che l'Istria aveva espresso una grande civiltà — basti pensare a Pola romana e a Parenzo romana e bizantina — quando ancora Venezia non era nata. Qui non si tratta di ricomprare niente, qui nessuno che abbia cervello pensa a guerre di riconquista e a far rinascere l'odio antico, qui si vuole soltanto che ognuno sia rispettato per quello che si sente di essere, e ognuno viva con dignità, nella libertà e nel rispetto verso gli altri, ma chieda per se lo stesso rispetto, la stessa dignità. Non torcere nessuno dalla propria natura, non strappare a nessuno la propria radice, non far sentire nessuno estraneo, ospite nella terra in cui è nato ed è vissuto. Così facendo si determinano gli esodi: quando un uomo si sente messo in una condizione di inferiorità nella propria terra, nella propria casa, allora lascia tutto, e va via, senza pensare al domani. L'esilio è lo strappo tremendo dalle proprie radici: tutto il pensiero, nella disperazione, concentrato al futuro, al rifarsi una nuova vita, a dimenticare il passato, a vergognarsi di non avere più una casa, un lavoro, e provare la solitudine, l'emarginazione, il silenzio. Queste cose gli istriani le hanno vissute nelle svolte drammatiche della loro antica nobile storia, e non vorrebbero viverle più: bisogna che Zagabria, che ora comanda GRAN PARTE dell'Istria e del Quamero, capisca questa realtà umana difficile, e amministri la nostra terra vicina con un alto senso di giustizia, imparando da coloro che hanno levigato l'Istria e il Quarnero da tanti secoli, a cominciare dalla grande Repubblica di Venezia e dalla tolleranza e dal senso dello Stato degli Asburgo. 

I DATI DEL CENSIMENTO

[Nota: Le colonne per altre nazionalità sono omesse, perciò le somme non combaciano. La somma delle nazionalità non coincide con il totale perchè non sono state incluse le altre minoranze nazionali. Il territorio considerato da questi censimenti comprende aree che non sono mai appartenute alla storia istro-fiumana (entroterra fiumano, territori a nord-est del Carso istriano, Sussak, ecc).]

  Data Abitanti Croati Italiani Serbi Non dichiarati
FIUME

1981

193.044

130.068

1.940

16.277

31.960

1991

206.229

148.047

3.300

23.669

17.300

ABBAZIA

1981

29.274

22.220

133

1.034

3.887

1991

29.799

23.574

321

1.153

2.555

POLA

1981

77.278

48.284

3.225

5.347

14.614

1991

85.326

47.359

5.375

6.242

17.694

ROVIGNO

1981

18.277

13.540

1.505

584

1.757

1991

19.727

11.290

2.166

749

4.312

CHERSO - LUSSINO

1981

10.361

7.948

93

537

1.336

1991

11.796

8.917

256

777

1.027

PARENZO

1981

15.558

15.558

389

519

2.652

1991

22.988

12.535

1.336

900

6.637

PISINO

1981

19.412

17.088

67

141

1.801

1991

19.006

15.026

272

100

3.236

ALBONA

1981

25.500

20.079

148

522

2.737

1991

25.9839

11.545

421

523

10.580

PINGUENTE

1981

7.342

6.846

25

55

153

1991

7.439

4.419

205

58

2.389

BUIE

1981

20.577

13.497

2.367

634

2.570

1991

23.877

9.42

5.528

1.000

5.594

ISTRIA

1981

540.485

388.872

9.963

40.171

71.761

1991

673.745

390.121

19.283

48.527

73.745

Istriani senza colpa

Quando, quasi un anno fa, ho letto che al comizio a Pisino, nel cuore dell'Istria, il presidente Croato Tudjman, commovendosi davanti alla «NUOVA PATRIA  ISTRIANA», aveva detto, in modo definitivo e perentorio — com'è nel suo costume — che coloro che non erano contenti di questa nuova «PATRIA CROATA CHE HA LIBERATO L'ISTRA POTEVA ANDARE VIA», allora ho pensato che per la mia terra natale incominciava una fase nazionalistica più dolorosa, più insidiosa di quella del passato, e non sono ritornato per un intero anno, preso dalla paura e da una ripulsa profonda, che scavava antiche piaghe.

Perciò, quando ho letto due giorni fa, nella prima pagina del «Piccolo», il fondo di Paolo Rumiz, che da anni vive intensamente la nuova realtà balcanica, ho colto una verità che si fa luce nei maggiori giornali di tutto il mondo. «Sono anche i croati a soffiare sul fuoco» — afferma Paolo Rumiz — e aggiunge: «C'è del marcio in Jugoslavia, il fango inghiotte tutti, il più pulito ha la rogna in questa sporca guerra di bugie. Ora l'aggressione serba è bastata a dare a Tudjman la patente di democratico, eppure non vi è niente di più simile a Milosevic di Tudjman. Stesso nazionalismo (gli italiani di Croazia ne sanno qualcosa), stessa intolleranza, stessa censura, stessa ossessione di una missione storica da compiere, stessa collusione con le frange guerrafondaie. Tudjman basa il suo potere sulla demonizzazione dei serbi, come Milosevic su quella dei croati».

Queste le riflessioni dell'inviato del «Piccolo»: un mese fa, circa, avevo letto lo stesso amaro giudizio da parte del più grande storico jugoslavo, il prof. Kosic, che aveva rievocato i fantasmi degli ustascia da una parte, e dei cetnici dall'altra, che stavano venendo avanti per riportare l'antico odio anche tra chi per secoli aveva abitato gli stessi luoghi. Ancora le parole di Rumiz da rimeditare, perchè colgono una verità profonda, vissuta anche da noi istriani, e tale da spaventarci ancora, quasi cinquant'anni dopo il nostro esodo biblico:

«L'apocalisse è il grande vuoto, la distruzione del tessuto sociale sia serbo che croato, la bomba demografica che svuota di gente civile aree di secolare convivenza etnica per riempirle di banditi, mercenari e fanatici immigrati. Non esiste solo la fuga dei croati, sono anche i serbi a scappare, spesso terrorizzati dalla loro stessa gente. Ma di questo nessuno parla». Le stesse cose accadevano nell'Istria, nel Quarnero, e diciamo pure a Zara, a Lussino, nella Dalmazia, con la disfatta politica e militare dell'Italia: ricordo come un incubo l'odio scatenato dai vincitori, il terrore dei vinti, la paura di vivere, che nei primi tempi ci faceva cambiare casa, per non essere portati via. I confini chiusi, impenetrabili, che fanno della tua casa un carcere, non sapere quello che domani sarà di tè, della tua famiglia. E niente è tanto amaro come sentirsi esclusi nei luoghi in cui sei nato, dove hai la tua casa, il tuo cimitero, le tue radici immerse nei secoli della storia, delle vicende degli uomini. Tante volte l'ho detto e l'ho scritto in questi decenni: la fuga dalla terra in cui sei nato viene prima di tutto da questo senso di estraneità; prima ancora che dalla naturale solidarietà con una patria nazionale. E allora l'Italia non era in grado di percepire la tragedia istro-quarnerina, come non aveva percepito prima il dramma della Dalmazia, o di ciò che, nella Dalmazia e nell'Istria, Venezia aveva lasciato in tanti secoli di civiltà. L'Italia ufficiale, ma anche tanta parte dell'opinione pubblica, avevano confuso la politica di Mussolini, e di D'Annunzio, con una linea europea di altissime tradizioni civili, che qui si erano manifestate con gli Asburgo e con la Repubblica di Venezia.

Alcune sere fa, ho assistito alla presentazione del libro «I giorni della Slovenia», ed ero seduto a un metro dal presidente sloveno Kucan: lo osservavo mentre gli oratori parlavano, gli sloveni con una grande serietà e pensosità, qualche italiano ridendo in mezzo alle parole; e io pensavo che proprio non c'era niente da ridere di fronte agli avvenimenti sconvolgenti della Croazia, e prima di tutto a quelli delle nostre terre perdute fra l'indifferenza quasi totale. Avrei voluto intervenire, ma il dibattito promesso non fu mantenuto, non so perchè. Davanti al volto preoccupato del presidente sloveno, davanti alla commozione di un uomo giusto come il poeta del Carso Ciril Zlobec, che è il vicepresidente della Slovenia, avrei voluto ricordare quell'articolo del quotidiano croato di Pola, il «Glas Istre», in cui si afferma con disprezzo che «L'Istria è sempre stata e sempre sarà croata». Avrei voluto dire che chi si batte con dignità e consapevolezza per la propria patria slovena, deve subito contrastare con tutta la forza queste affermazioni che offendono tutte le coscienze libere e nette, perchè affermano un tremendo falso: anche su questi falsi storici è cresciuto il presidente croato, e ha creato la paura e il silenzio da parte degli istriani, sia di quelli slavi che di quelli italiani.

Nel mio breve ritorno in Istria, dopo l'assenza di un anno, un contadino assai civile mi ha detto: «Noi non siamo amici di Milosevic, ma neanche di Tudjman». E alcuni pescatori istro-veneti, che pulivano le loro reti in uno dei tanti porticcioli omerici della costa, mi hanno pregato di riferire, a tutti i livelli, che l'Italia, che gli uomini di potere, cerchino di dire soltanto delle cose giuste, e comprendano finalmente la tragedia che c'è dietro gli avvenimenti istriani: altrimenti — essi hanno aggiunto — è meglio che stiano zitti.

Riflettendo su queste cose, credo anche a nome di tanti istriani senza colpa, io devo dire l'angoscia che mi prende ogni volta che vedo uomini di potere anche importanti, che si schierano con la superficialità italiana da una parte, condannando l'altra: secondo una vecchia abitudine, dura a morire dalle nostre parti, di mettere in un piatto tutti i buoni, e nell'altro tutti i cattivi. Mentre da noi i problemi sono assai complessi, e vanno esaminati nelle sfumature, e non a blocchi, come sempre fanno i superficiali, o coloro che non conoscono la storia, vogliono parlare di tutto, e ci vogliono fare quello che non siamo mai stati, e mai saremo, all'infuori di ISTRIANI.

Ignoranza antica

Oggi, secondo un vecchio stile tutto italiano, molti giornali diranno che Francesco Cossiga non ha mai detto quelle cose sugli italiani dell'Istria, e che queste sono le solite superficialità  del nostro giornalismo. Rileggiamo insieme le parole dette dal Presidente della Repubblica a Budapest: «Non mi sembra che qualcuno stia minacciando le minoranze italiane in Slovenia e in Croazia». Ed ha aggiunto: «Minoranze che si sono ricordate della protezione italiana solo negli ultimi anni. Sono molto contento di aver scoperto che esistano degli italiani in Croazia e Slovenia. Nel '48, nel '58 e nel '68 non me ne ero accorto». Queste le riflessioni di chi rappresenta l'Italia al più alto livello, dette in una delle città più civili dell'Europa.

Da vecchio istriano che si strugge da cinquant'anni intorno a questi problemi, non mi meraviglio più di nulla: ho cercato subito Fulvio Tomizza, ma non l'ho trovato a casa, perchè quasi certamente era nella sua casa contadina di Materada, a vivere nella solitudine, lontano da tutti. Alla sera mi sono sfogato con un altro amico fraterno, Claudio Magris, che farà al momento opportuno le sue considerazioni di livello europeo. Io dico qui e subito le mie cose molto più piccole, ma vissute giorno per giorno.

L'Italia («Ma di quale Italia tu parli?», mi interrompeva tante volte Biagio Marin) delle nostre cose non sa quasi niente, a tutti i livelli, e per colpe che sono anche nostre, di tanti triestini e di tanti istriani, e di cui dirò tra poco. Ma prima debbo dire che le enormi responsabilità di questa ignoranza sono della scuola italiana, e di troppi uomini «di cultura», i quali si occupano solo di se stessi.

Nella scuola italiana — con le piccole eccezioni — si insegna troppo poco quasi di tutto, ma si ignora nel profondo sia la storia sia la geografia. Già intorno al 1910 una giovane maestra di Fiume, Gemma Harasim, che inviava a Firenze, alla «Voce» di Prezzolini, alcuni suoi brevi articoli, usava ripetere che quando qualche conferenziere viene dall'Italia nelle nostre terre allora asburgiche, consulti e si porti con sè delle carte geografiche, per non confondere Zara con Fiume, o Pola con Trieste: perchè — aggiungeva questa giovane maestra nel candore dei suoi anni e delle sue esperienze — qui la nostra gente rimane scandalizzata da tanta ignoranza, e questo fa molto male al Paese verso il quale guardiamo in molti con simpatia. Questa giovane suscitò tanta ammirazione per le sue riflessioni, da diventare la moglie del più grande pedagogista italiano di allora. Lombardo Radice: una loro figlia sposerà poi a Roma l'allora giovane antifascista Pietro Ingrao.

Ed ora una testimonianza più modesta: a mio padre, che era un povero operaio dell'Arsenale austro-ungarico di Pola, un gruppo di italiani appena scesi nel 1918 dal treno o dal piroscafo sulle rive di Pola, chiesero su quali alberi si trovassero gli ultimi impiccati di Francesco Giuseppe. Perchè molti nostri irredentisti avevano fatto per anni questo tipo rozzo di propaganda a gente che non sapeva nemmeno dove si trovasse Trieste o l'Istria, e che magari credeva che un ponte — breve — congiungesse Trento a Trieste. Luigi Russo, il grande critico della Normale di Pisa e direttore di «Belfagor» (un grande siciliano, perchè uomini superiori si trovano da per tutto), ci raccontava, ad un congresso di professori, che il suo maestro di scuola, a Delia di Caltanissetta dove Russo era nato, segnava come errore la parola Austria scritta con la maiuscola, perchè quello era un paese selvaggio che bisognava disprezzare e odiare.

Tutta questa ignoranza l'abbiamo pagata qui fino all'ultima goccia, dopo l'aggressione fascista e la inevitabile disfatta, noi da soli contro un mondo potentissimo, di cui ignoravamo tutto. Nel 1937 facevo il maestro di scuola in un villaggio croato dell'interno dell'Istria, e con entusiasmo raccontavo ai piccoli alunni, che poco capivano la mia lingua, che in caso di guerra la sola presenza di Mussolini al fronte avrebbe sconvolto le sorti di qualsiasi battaglia, e ci avrebbe dato la sicura vittoria, dovunque.

E poi, alla fine, con la disfatta politica e militare, abbiamo chiamato questo problema «il problema di Trieste», proprio come volevano Tito e i suoi astuti consiglieri, e non invece il problema del confine orientale, il problema di Trieste e dell'Istria quarnerina: e così tutto si è svolto intorno alla città di Trieste, ed il resto è rimasto nell'ombra, come se non esistesse: Pola, Fiume, Lussino, Rovigno (solo per citare alcuni luoghi che mi sono più cari) furono cancellati dalla coscienza di troppi italiani, politici, scrittori, e dall'opinione pubblica comune. Quante volte mi sono inteso rimproverare, ai cosiddetti esami di maturità: «Ma voi che cosa volete di più, se abbiamo liberato nuovamente Trieste». Ed il problema del confine orientale, dell'Istria e del Quarnero, diventò un monopolio della propaganda del fascismo risorgente in Italia, e stancò e disorientò tanta parte di italiani seri e onesti.

Ma ci furono anche colpe precise nostre, dei nostri giornali, della parte più futile e vacua della nostra classe politica, di tanti avventurieri che si buttarono sul problema di Trieste per far carriera. Considerammo per troppi decenni tutti cattivi coloro che erano rimasti al di là del confine, e tutti buoni e bravi quelli che avevano lasciato la loro terra natale. Ad un certo momento parlammo solo degli esuli, e con tutte le forze volemmo far credere che al di là erano rimasti solo i traditori, i venduti.

Abbiamo pagato anche questi errori di prospettiva, con un piccolo provincialismo che a Trieste attecchisce con energia, ed ora persino il Presidente della Repubblica italiana ignora che esistano italiani al di là di Trieste, dove per quasi dieci secoli la Repubblica di Venezia aveva creato una delle più alte civiltà del mondo.

L'Italia una madre disattenta

I problemi che l'Istria post-comunista pone ogni giorno sono di una complessità spaventosa anche per chi li vive e li segue da quasi mezzo secolo. Ieri, un vecchio pescatore che è rimasto a Rovigno mi ha detto che sta vivendo come frastornato, che ogni volta che ritorna la sera ha paura, che non sa che cosa verrà domani, chi verrà, chi andrà via, chi comanderà che cosa vorranno i nuovi padroni.

Ripenso a questo rileggendo alcune riflessioni di Claudio Magris pubblicate da poco su questo giornale. Rileggiamole insieme:

«Bisognerebbe riuscire a disinnescare una volta per tutte i rancori tra le etnie. Non è cosa facile. L'odio tra i popoli può assopirsi anche per decenni, per poi riemergere improvvisamente. Nell'Istria ci sono i grandi rischi di un nuovo esodo, soprattutto dettato da ragioni economiche. La comunità italiana va aiutata con incentivi di tutti i tipi affinchè riesca a dissuadere chi è intenzionato a lasciare l'Istria solo perchè attratto in altri Paesi da opportunità economiche che qui, per il momento, non ci sono. I vertici della minoranza italiana hanno il dovere di darsi da fare in questo senso, ma sarebbe un errore lasciarli da soli a combattere questa battaglia».

Da molti decenni la situazione dell'Istria e del Quarnero era assai difficile, dopo lo sconquasso causato dall'esodo biblico di oltre il novanta per cento dei nativi di lingua italiana: tante volte ho affermato che la sciagura delle terre perdute non è tanto quella dell'essere passate dall'Italia alla Jugoslavia, ma ancora di più dal deserto che gli italiani hanno lasciato abbandonando la terra natale, deserto riempito nel giro di pochi anni da popolazioni venute nell'Istria e nel Quarnero da ogni parte della penisola balcanica. Questo è lo strappo più profondo, più acuto, più denso di avvenire: a tal punto che non soltanto i pochi italiani rimasti si sono sentiti come sperduti in un immenso naufragio, ma la solitudine, l'emarginazione, il senso di non appartenenza, ha toccato anche gli slavi nativi, croati e sloveni ecc. Se non si riflettono queste cose, è assai difficile comprendere la realtà attuale al di là del confine.

Gli italiani contano poco, perchè la loro voce è debole, si affievolisce di mese in mese di fronte ai nazionalismi che emergono dai nuovi Stati creati sulle rovine del comunismo di Tito. C'è un orgoglio che cresce di giorno in giorno dei nuovi padroni a Lubiana e a Zagabria — la patria slovena, la patria croata — poco disponibile a cogliere la dignità, la speranza di chi è diventato minoranza, e che per tanti secoli, in una parte dell'Istria, era maggioranza, e aveva dietro di sè una storia limpida, importante, tra la Repubblica di Venezia e gli Asburgo. Contano poco questi nostri rimasti, anche perchè sono dispersi — a macchia di leopardo, come si dice — e non hanno nemmeno la possibilità di parlare tra loro, di confrontarsi, di consolarsi, di sentirsi insieme, come accade per tutte le altre più fortunate comunità, a cominciare dagli sloveni nati e rimasti nella nostra Regione, al di qua del confine.

E all'Italia — bisogna dirlo, anche se è molto amaro — non ha mai avuto consapevolezza di queste nostre comunità spezzate dopo il grande esodo, non ha mai saputo misurare il dolore, la solitudine, l'emarginazione, non ha saputo distinguere tra ciò che si poteva conservare e ciò che era stato perduto per sempre. Questi vuoti di cultura si pagano amaramente, giorno dopo giorno. Quella che gli italiani dell'Istria chiamano la Nazione-madre avrebbe dovuto essere presente sempre, subito dopo la ricostruzione che è succeduta alla disfatta: bisognava subito, fin dagli anni Cinquanta, fare una politica per gli esuli, per quelli che avevano lasciato la terra natale, ma anche una politica per coloro che non avevano avuto la forza di spezzare le loro antiche radici. Bisogna ripetere ancora che fu un errore imperdonabile - per colpe anche triestine — considerare tutti buoni e bravi coloro che erano partiti, e tutti traditori slavo-comunisti coloro che erano rimasti. Un errore di provincialismo, di rancori mai assopiti, di chiusure date dall'odio e dalla volontà caparbia di non voler aprire gli occhi davanti alla realtà delle cose: bisognava subito vedere e capire l'Istria com'era, e non come molti avrebbero voluto che fosse.

Certo, per fare queste cose occorreva una politica di coraggio, antiretorica, patriottica' nel senso moderno, aperto: che rispetta le patrie degli altri, ma chiede anche per sè lo stesso rispetto, la stessa comprensione. È anche un problema di cultura, di serietà, di moralità, in cui Trieste può avere ancora una parte importante, purchè sappia «sciogliere le vele». Ma dietro ci deve essere l'Italia, quella del potere e quella dell'opinione pubblica, che deve finalmente conoscere i problemi fondamentali del confine orientale: ancora nell'Istria e nel Quarnaro si può salvare qualcosa, comprendendo anche coloro che, al di là del confine, sono nati in un'altra lingua, e aiutando la crescita faticosa di quest'antica quercia istriana.

O si imbocca una strada aperta al dialogo e al rispetto profondo, o vivremo un altro, definitivo esodo: e allora la radice veneta dell'antica quercia morirà del tutto, e l'Istria diventerà un'altra cosa.

I rappresentanti dell'Istria rinata, riuniti per la prima volta dopo 25 anni di lavoro nella libera Pisino, interpretando la volontà del popolo istriano, rendono onore a tutti i Caduti per la libertà dell'Istria e ringraziano il N.O.V. della Croazia per l'aiuto prestato.

Salutano con entusiasmo lo storico atto del 13 settembre 1943 riguardante il distacco dell'Istria dall'Italia e la sua unione alla madrepatria Croazia e Jugoslavia. 

Prendono le seguenti unanimi decisioni:

  1. Sono abolite tutte quelle leggi italiane fasciste le quali, sia politiche che economico-sociali, avevano per scopo la snazionalizzazione e lo sterminio del nostro popolo.
  2. Tutti gli italiani, venuti dopo il 1918 in Istria allo scopo di snazionalizzare e impoverire il nostro popolo, verranno restituiti all'Italia. In singoli casi deciderà un'apposita Commissione.
  3. La minoranza italiana in Istria godrà di tutti i diritti nazionali (libertà di lingua, scuola, stampa e libertà di sviluppo culturale).
  4. Tutti i nomi forzatamente italianizzati, i nomi delle città, dei villaggi, delle vie e in generale tutte le denominazioni e iscrizioni forzatamente italianizzate verranno sostituiti dai vecchi nomi croati.
  5. La lingua nelle chiese sarà croata, alla minoranza italiana si riconosce il diritto di usare la propria lingua.
  6. Le scuole croate verranno aperte nel minor tempo possibile.
  7. Tutti gli istriani sono chiamati a rispondere alla chiamata di mobilitazione nel N.O.V. nonchè ad aderire subito alla raccolta dei mezzi per la nostra armata nazionale.
  8. Il Zavnoh ha istituito un prestito per l'assistenza ai danneggiati nella lotta di liberazione nazionale: si invitano tutti gli istriani a sottoscrivere ognuno, secondo le sue possibilità, tale prestito di liberazione nazionale.
  9. È stato eletto il Comitato provinciale esecutivo provvisorio di liberazione nazionale quale unica vera rappresentanza politica del popolo istriano, con l'intento di condurre nella lotta tutto il popolo istriano, fino alla sua completa liberazione.

I rappresentanti nazionali hanno indirizzato dall'Assemblea il loro saluto all'unica vera rappresentanza del popolo croato, Il Zavnoh, e al Comandante in capo N.O.V. della Jugoslavia compagno Tito.

Morte al fascismo e Libertà al popolo!

Nella libera Pisino, in data 26 settembre 1943.

Comitato Provinciale Esecutivo Provvisorio di Liberazione per l'Istria.

Presidenza: Rakovac Joakim, contadino, Baderna, rappr. N.O.O. per Parenzo; Stranic Vjekoslav, commerciante, Bogliuno, rappr. N.O.O. per Bogliuno; Cerovaz Ante, impiegato privato, Buzet, comandante di Buzet (Pinguente).

Membri: dr. Buric Pelar, avvocato, Parenzo, membro N.O.O. per Parenzo; Stefanic Josip, parroco, Sovinjak; Cervar Ivo, operaio, Dignano; Kopita Marija, maestra, San Pietro in Selve; Cetnia Josip, operaio, Castua; Ivanci Drago, contadino, Brgudac; Budicin Josip, operaio, Rovigno; Danc Josip, meccanico, Borato; Mansa Ante, contadino. Pola; Milanovic Miho, falegname, Gracisce, partigiano.

Partecipanti: Brecevic Ivan, contadino, Dignano; Brumnic Zvonko, sacerdote, Dignano; Barbalic Ivan, segretario O.N.O.O. per il Litorale croato; Cerneka Nikola, contadino, Marcenigla; Diminic Dusan, adv. pripr. Labin, membro del Comando di operazione N.O.V.H. per l'Istria-Albona; Dorcic Franjo, contadino, Pisino; Drndic Ljiibo, ing. tecnico, Pisino; Jelavac Iva, contadino, Kringa, rappr. N.O.O.; Kolic Ivan, contadino, Barbano; Motika Ivan, giudice, Gimino, membro del Comando di operazione N.O.V.H. per l'Istria; Milanic Silvo (Lovro), falegname, Castua; Pavlisic Josip, parroco, Gologorica; Pajca Josip, contadino, Dignano; Pausic Josip; Raner Nada, impiegata, Pisino; Raner Ciro, Pisino, Comandante del luogo.

PROCLAMA AGLI ISTRIANI

Seguendo l'esempio dei vostri fratelli nella Croazia e in tutta la Jugoslavia anche voi Istriani, soli con la vostra propria forza, combattete per la liberazione della vostra terra natia. Grandi sono i successi che avete finora ottenuto. Con la vostra volontà l'Istria è annessa alla Croazia.

Tuttavia non dimenticate che la lotta non è ancora finita. Il nostro nemico germanico non è ancora battuto. Nell'I'stria egli può ancora saccheggiare, devastare e strapparci la libertà raggiunta. Parti dell'Istria sono ancora sempre nelle sue mani. I fascisti italiani ancora sempre si appoggiano ai tedeschi. Essi insistono per cacciarci il coltello nella schiena.

Perciò è necessario combattere! Combattere possiamo, soltanto se siamo uniti e militarmente organizzati.Tutti senza distinzione di fede politica e condizione sociale, dobbiamo strettamente unirci in un unico fronte nazionale di liberazione, creare in tutti i luoghi e villaggi Comitati nazionali di liberazione e raccoglierci attorno l'unica rappresentanza politica della nostra nazione, il Consiglio provinciale antifascista di liberazione nazionale della Croazia (Zavnoh).

Per poter opporre al nemico la massima resistenza, liberare completamente l'Istria e unire il popolo istriano agli altri fratelli croati e jugoslavi, è necessario creare forti e bene organizzate unità dell'armata nazionale di liberazione.

Lo Stato Maggiore dell'armata nazionale di liberazione della Croazia, allo scopo di aiutare l'Istria creare la sua armata, ha installato sul territorio dell'Istria croata il Comando di operazioni per l'Istria, il quale ha il compito di organizzare l'armata nazionale di liberazione dell'Istria. Lo Stato Maggiore ha inviato anche il numero occorrente di dirigenti politici e militari, i quali lottano già da due anni contro lo stesso nemico e i quali vi saranno d'aiuto. Abbiate fiducia in essi, avendo essi ottenuto grandi successi nella lotta per la libertà del nostro popolo.

Istriani: la riscossa nazionale in Istria ha dato già le prime squadre e battaglioni. È stata istituita la prima brigata istriana che porta il nome del vostro eroe e martire nazionale Vladimiro Gordan. Già si creano la seconda brigata istriana e i Comitati direttivi dei partigiani. Il nemico già si sfascia. I fratelli dell'armata rossa gli infliggono colpi mortali. I nostri alleati Inghilterra e America anch'essi lo colpiscono gravemente.

Noi vinceremo, noi dobbiamo vincere. Istriani: entrate tutti nell'armata nazionale di liberazione! L'Istria non sarà mai più italiana! — Gloria a Vladimiro Gortan e a tutti i martiri caduti per la libertà dell'Istria! — Viva l'Istria libera e croata! — Viva l'armata nazionale di liberazione e i reparti partigiani della Jugoslavia! — Viva il Zavnoh! — Viva la prima brigata istriana Vladimiro Gortan! — Viva il Comandante in capo N.O.V. e P.O.J. compagno Tito! — Viva l'amica Russia! — Viva i nostri alleati Inghilterra e America! — Avanti nella lotta per l'Istria libera! — Morte al fascismo. Libertà al popolo!

Pisino, 13 settembre 1943 
COMANDO DI OPERAZIONE N.O.V.H. PER L'ISTRIA.

Tudjman e l'Istrianità

«L'Istria è oggi l'unica regione in Croazia e forse in Europa dove il popolo di maggioranza combatte per la realizzazione dei diritti del popolo di minoranza. Sono certo che insieme la spunteremo come assieme abbiamo vinto alle ultime elezioni. Questo piccolo lembo di terra istriana nel cuore dell'Europa sta dando prova di maturità e civiltà tali per cui è all'altezza di contrastare tutte le sfide cui è fatto oggetto, e proprio le componenti nazionali dell'Istria sono la sua maggiore garanzia di crescita armonica». Questo ragionamento è uno dei nuclei dell'intervista del leader della Dieta Democratica Istriana, Ivan Jakovcic, pubblicata su questo quotidiano il 30 settembre 1993.

Vorrei qui riflettere, forse per la prima volta — sui motivi delle sfide al popolo istriano — nelle sue diverse componenti etniche, e non solo in quelle venete e croate, che vengono lanciati con preoccupante insistenza da Zagabria, e primo fra tutti dal presidente croato Tudjman. Queste sfide molte volte sono profonde offese (l'ultima è quella su «l'Istria pilastro del fascismo»), e gettano il popolo istriano nello sconforto e talvolta in uno stato di disperazione, e in molti fa nascere lo stimolo di andare via, di tagliare tutti i ponti con la terra natale, come già è accaduto negli esodi degli anni Venti, Quaranta e Cinquanta.

Alcuni giorni fa, in un villaggio nel cuore dell'Istria, un serbo mi parlava del suo orgoglio di sentirsi istriano, perchè i suoi figli erano nati in Istria, e in Istria avevano costruito la loro casa, il loro lavoro, tutta la loro vita. L'Istria ha sempre avuto questa grande forza, per la sua storia millenaria di varie presenze etniche, animate almeno da due civiltà mondiali che hanno educato alla comprensione, alla tolleranza, al riconoscimento e al rispetto del «diverso»: la Repubblica di Venezia e gli Asburgo.

Qui — come vuol far credere Tudjman, che non sa e non può vedere l'Istria nel profondo — non si tratta di nostalgia nazionalista, fascista, di nostalgia dell'Italia, ecc. Questo che vive nella piccola penisola — ma anche nel Quarnero — è un sentimento di «istrianità», di radici complesse che s'intrecciano da millenni nella stessa terra, nello stesso mare: ho scritto tante volte che se una di queste radici antiche dovesse morire, l'Istria diventerebbe un'altra cosa, e tutti i nativi, slavi e italiani, sentirebbero questa mortale mancanza: come se una quercia morisse lentamente. Come l'Istria non sente «l'italianità» per lo stesso motivo non può senitre la «croaticità»: mi accorgo che il tema è assai complesso, ma è anche molto affascinante, e sta alla radice dell'anima istriana. Senza odio verso nessuno, nè verso Zagabria, tanto meno verso Lubiana, nè verso Roma. Purchè gli altri non disprezzino gli istriani, come talvolta fa o lascia fare il presidente croato Tudjman.

Io capisco che alla base dell' odio di Tudjman c'è la guerra sanguinosa, qualche volta subita e qualche volta sfidata, e perciò c'è la grande miseria economica, gli sfollati, le città distrutte, la mancanza di speranze nei giovani e nei vecchi, i lutti in migliala e migliala di famiglie, la tremenda incertezza del futuro. Ma queste umane, comprensibili frustrazioni non possono ritorcersi contro l'Istria, che invece potrebbe diventare un simbolo della rinascita, della ricostruzione, non solo della Croazia; un motivo di grande orgoglio per tutti coloro che vivono e che gravitano su questa civilissima area adriatica.

E so anche che preoccupano alcune posizioni fanatiche e antislave al di qua del confine, che però si alimentano a vicenda, con gli estremisti irrazionali dell'altra parte. Facciamo tacere insieme queste voci antistoriche, che avvelenano la nostra vita: Zagabria, Roma e Lubiana, affrontino insieme gli argomenti che da oltre cinquant'anni scottano, e trovino insieme i punti che uniscono, che indicano mete comuni.

E, l'ultima riflessione, il presidente Tudjman non dica mai più «L'Istria pilastro del fascismo»: chi nell'Istria ha lavorato, ha sudato nelle fatiche quotidiane, non è mai stato fascista: in nessuna regione, ai tempi dell'Italia, ci furono tanti condannati e incarcerati dai tribunali fascisti, tanti morti. Gli operai, i contadini, i pescatori, gli artigiani si tennero lontani dal regime fascista, lottarono contro o lo subirono nel silenzio. E una parte della piccola borghesia si fece fascista perchè confuse quel regime con l'affermazione della nazione italiana, e non seppe cogliere — per mancanza di cultura — l'offesa che si recava a chi non era italiano, e non poteva sentire l'Italia come la propria Patria.

Questo fu il grande dramma della nostra terra, e su questo si svilupparono tutti gli esodi, di italiani, di croati e di sloveni: Tudjman e i suoi consiglieri che contano, riflettano anche su questi argomenti.

La dignità "del popolo istriano"

«Istriani, italiani e croati e altre etnie hanno votato insieme, dimostrando in tal modo di intedere le loro rivendicazioni non in una prospettiva nazionalista e nemmeno soltanto nazionale, bensì nella prospettiva di una autonomia fondata sul dialogo interetnico... La Dieta democratica istriana raccoglie la secolare tradizione pluri-nazionale dell'Istria, in cui coesistono da secoli la civiltà croata, quella italiana, veneta ecc., radicata soprattutto ma non soltanto nelle città della costa, e quelle fasce miste e composite di gente che non s'identifica totalmente nè con una nazionalità nè con l'altra, ma che sente di appartenere solo prevalentemente piuttosto all'una o all'altra, considerandosi quindi istro-croata o istro-veneta, e non croata o italiana tout-court».

Come sempre, Claudio Magris centra al cuore il vero problema istriano, alla luce della vittoria prevista della Dieta democratica, in uno dei suoi straordinari articoli scritti per il «Corriere della Sera», e ripubblicati giustamente sulle colonne di questo giornale.

Ho visto nascere la Dieta democratica istriana, trè anni fa, credo, in un grande albergo di Veruda, { Hotel "HISTRIA" } a Pola, ho l'orgoglio di sentirmi uno dei suoi fondatori, perchè mi è stata data la parola proprio in quella sala gremita di istriani, dove ho colto, lungo tutta la mattinata, una tensione mai provata nella mia terra, quando la Dieta era considerata da molti sciocchi un'espressione di croati istriani, anzi di «s'ciavi», o italiani istriani i detti "fascisti", secondo una vecchia formula di razzismo e di presunta superiorità civile che tante sciagure ci hanno portato al confine orientale. 

Ma qui vorrei volgermi al futuro, e fare alcune considerazioni dopo questa vittoria, che può segnare un nuovo destino per l'Istria, purchè non si ritorni all'euforia, all'enfasi, e non si colga invece il momento nuovo su cui costruire un avvenire più sereno, più pacifico, più giusto per gli istriani, slavi e italiani, autoctoni e nuovi venuti, quando anche le genti nuove che affollano l'Istria dopo gli anni degli esodi spaventosi - tutti gli esodi, dagli anni Venti agli anni Quaranta e Cinquanta — sentono l'originalità il fascino di questa terra.

Forse è giunto il momento di vivere alla pari, gli uni insieme agli altri, senza padroni e senza servi, come vado scrivendo da mezzo secolo, e finalmente non fare la gara tra chi è più italiano, o chi è più croato o sloveno.

Ancora le parole di Claudio Magris: «Ogni tentativo, da parte italiana e da parte slava, di negare questo carattere molteplice dell'Istria e di sradicare l'una o l'altra presenza è stato funesto e lo sarebbe sempre». Credo di avere scritto, almeno trent'anni fa, che solo accettando questi principi si poteva uscire dalla morte della radice veneta nell'Istria, e che, forse per la prima volta nella nostra storia, ci veniva data l'opportunità di guardarci in faccia, alla pari, e superare finalmente i torti subiti e causati, gli uni contro gli altri: ritornare alla nostra genuinità, senza prevaricazioni, senza superbie nazionalistiche, portando avanti, dalle due parti, la nostra istrianità, in cui ci riconosciamo fratelli, l'istrianità che ci unisce da sempre, e che sempre è stata spezzata da chi è venuto da fuori a comandare, senza capire, dividendo un corpo che la natura aveva unito da sempre, nella piccola penisola chiusa nello stesso mare.

Ora bisognerà rispettare questo voto che la Dieta democratica istriana ha fatto rinascere, e a cui ha dato dignità e fierezza: ma, ripeto, senza enfasi, senza suscitare nuovi odi, nuove paure, nuovi sospetti. Importante prima di tutto che l'Istria susciti in ogni sua parte uomini all'altezza di questa nuova atmosfera, vincendo ogni provincialismo, ogni campanilismo che tante volte ha tarpato le ali a chi ha tentato di vedere più alto, più vasto: non immiserire le cose nobili, ma aiutare i più intelligenti ad andare avanti, per una strada che sarà sicuramente tutta in salita.

L'Italia capirà questa novità istriana, e non creerà impedimenti, anche perchè è soffocata da problemi interni che ci tormentano ogni giorno, e che impediscono a Roma di creare una politica estera di ampio respiro. La Croazia dovrà pure capire l'Istria, che è riconosciuta come un grande cervello persino da Zagabria, la quale sa che qui bisogna fare di tutto perchè la piccola penisola sia risparmiata dalla guerra civile, e possa guidare la ripresa del nuovo Stato, sconvolto dalla guerra, dalla miseria, dalle ondate paurose di profughi da ogni parte della Balcania dilaniata. 

La meta dell'Istria, degli Istriani che hanno potere, è quella di avvicinare le parti, di lavorare insieme, di guardare insieme lontano, di offrire a tutti coloro che pensano un modello di serietà, di convivenza, di buona amministrazione. E dare pace duratura a questa nostra terra affascinante, amata, complessa, ricca appunto di questa sua secolare complessità, e perciò così diversa, così unica nel Mediterraneo.

Ognuno ha imparato a superare «la rancorosa chiusura del piccolo microcosmo», ed ha capito la ricchezza e la forza del vivere insieme. Solo così l'Istria si apre all'Europa, alla civiltà di chi desidera la pace, il benessere, la concordia, l'armonia del vivere. Coloro che abitano l'Istria, e che hanno votato per la Dieta istriana, pensavano a queste cose alte: intellettuali, operai, contadini, pescatori, tecnici, artigiani, che vivono nella loro dignità familiare, e non domandano niente a nessuno, non si sentono nè servi nè padroni, nè slavi nè italiani, ma ISTRIANI.

Una lettera anonima

In margine ai «Sentieri della memoria» del sig. Guido Miglia. L'ho ascoltata con curiosità, nelle sue affabulazioni, giovedì 26 novembre su Rai 3 (Programma radiofonico regionale dal titolo «Voci e volti dell' Istria», diretto dalla sig.a Calacione e dal nostro Ezio Giuricin). Constatato che Lei ha una fervida memoria, datata però soltanto dopo il 1945, e anche per questo periodo Lei ama dare interpretazioni molto parziali dei tragici fatti che hanno causato poi il fatale esodo dalla città di Pola, avvenuto nel febbraio del 1947, ben sette mesi prima dell'applicazione del Trattato di pace (Parigi, settembre 1947).

Se la memoria non la tradisce, ricorderà che era direttore dell'«Arena» di Pola, sulle cui pagine incitava la popolazione ad abbandonare le proprie case, e tutti i beni. La settimana scorsa la sua riscoperta memoriale l'ha così coinvolta che alla fine, io, testimone oculare di quei tempi sono rimasto allibito di fronte all'animosità violenta con la quale si è scagliato contro gli intellettuali italiani rimasti accusandoli di essere colpevoli della nostra tragedia odierna, invitandoli a nascondersi in casa per la vergogna che oggi colpisce l' Istria. Mi permetto di citarla: «Cosa hanno fatto quando Dignano l'hanno chiamata Vodnjan? Non ho sentito levarsi contro la parola Vodnjan nessuna voce!».

Ebbene, sig. Miglia, posso «ricordarle» che anche grazie al suo «Lavoro» attraverso l'«Arena» di Pola, di cui era direttore, in Istria, all'epoca erano rimasti soltanto pochissimi intellettuali (tra i quali Eros Sequi, non istriano, ed Erio Franchi, i quali per aver difeso le scuole italiane mentre Lei si «crogiolava» al sole libero di Trieste, sono stati defenestrati e costretti a prendere altra via, lontana da noi e dall'Istria).

Certo non ho mai sentito gli intellettuali italiani che avessero levato la propria voce contro la «Kùstenland» fra il 1943 ed il 1945 e pochi di questi hanno preso il fucile per combattere quella barbarie nazifascista che oggi è spettro del passato in Europa, quando questa incendiava, uccideva donne e bambini.

C'era allora un battaglione italiano dell'Istria che combatteva questa .barbarie e questi, ovvero gli intellettuali, se ben interpreto le sue parole, dovrebbero nascondersi nelle proprie case, per la «vergogna». Anche il finissimo intellettuale, oramai non più fra noi, dott. Sacheri era nelle file del battaglione Pino Budicin!

Ah! È vero, lei non ha mai nominato il sacrifìcio di Pino Budicin e di tanti altri. Forse potrei aiutarla a ricordare i morti del Mulino di Pola, del 3 gennaio 1947, che nella resistenza della gente affìnchè non si portassero via i macchinari del mulino, caddero vittime degli Inglesi, risultato di una politica dell'esodo che voi in particolare dalle pagine dell'«Arena» di Pola, non solo sostenevate, ma alimentavate. Oppure il sacrifìcio del povero Corazza, a guardia della sede dell'UAIS, contro gli attacchi delle vostre squadracce, in via Smareglia, squarciato da una bomba?

Se oggi fosse tra noi il prof. Antonio Borme, potrebbe risponderle sul sentiero «della Sua memoria» delle infinite battaglie che hanno fatto la sua vita, fino agli ultimi giorni, per tenere vive e operanti le scuole, le istituzioni, gli Italiani in Istria, a Fiume, e lì dove ancora sono rimasti, e vi si potrebbe associare il prof. Illiasich, e altri ancora...

E poi, mi chiedo, chi sono questi «furbi» dei quali ha parlato alla radio che se ne sono andati prima? È anche Lei uno di questi?

Sarà questo un argomento delle sue prossime memorie?

Risposta a una lettera anonima

Quella lettera violenta, «firmata» ma di cui non appare il nome, pubblicata da «La Voce del Popolo» sabato 5 dicembre, dev'essere stata scritta da un intellettuale italiano che negli anni della scelta si schierò con l'ideologia stalinista, poi titina, per tutta l'Istria, anzi tutta la Venezia Giulia jugoslava, e anche dopo cinquant'anni di tragedia, al di qua e al di là del confine, dimostra ancora la sua rozzezza, il suo squallido provincialismo, ed anche nel fondo quell'arroganza che alle menti deboli fa ritenere di essere sempre dalla parte della ragione, e non le stimola mai al dubbio, all'incertezza.

Per indole, non rispondo mai agli insulti, ma questa volta lo faccio, prima di tutto per il rispetto e la solidarietà che sento verso i lettori della «Voce», e per gli istriani, che mi seguono da decenni, quando scrivo ma anche quando parlo alla Rai di Trieste.

Comincio con l'affrontare le cose serie, ed alcune le dirò qui per la prima volta, anche perchè comincio a sentirmi vecchio, e sia Biagio Marin che Carlo Schiffrer mi stimolavano sempre a scrivere finchè la mente è sveglia, perchè — essi mi dicevano spesso, anche quando ero giovane — «scripta manent», cioè le cose scritte rimangono, e compongono appunto le trame complesse della nostra memoria.

Ho lasciato Pola il 10 febbraio del 1947, non solo perchè ero stato più volte minacciato di morte in quegli ultimi mesi d'inferno, ma anche perchè quel giorno il governo italiano firmava il Trattato di pace, che dava alla nuova Jugoslavia oltre i quattro quinti della Venezia Giulia, tutta l'Istria, tutto il Quarnero con Fiume, tutte le isole. Continuare in quei mesi una battaglia sarebbe stato da imbecilli, e lo stesso Governo Militare Alleato provvide diversamente, per attenuare ogni forma di polemica, ora che la battaglia era stata conclusa da chi aveva nelle mani le sorti del mondo. 

Ma noi, in quegli anni feroci, dall'una e dall'altra parte, i proItalia e i proJugoslavia, ci illudevamo di essere al centro del mondo, come accade sempre a coloro che vivono in prima linea, ed invece facevamo una lotta che si giocava altrove, sulla nostra pelle, quando dietro Tito c'era la Russia di Stalin, e dietro l'Italia c'era stata la politica barbarica del fascismo, e poi l'aggressione alla Jugoslavia, ed alla fine la disfatta politica e militare della seconda guerra mondiale: e noi italiani dell'Istria, al confine orientale di allora, stavamo pagando tutte queste colpe messe insieme, ed avevamo contro di noi persino alcuni italiani intellettuali che si stavano battendo per la Jugoslavia di Tito, contro l'Italia, non più fascista, cioè contro l'Italia di Farri e di Togliatti, di Nenni e di Silone, di Calamandrei e di La Malfa, di De Gasperi e di Sforza, e di tutti gli antifascisti che dall'emigrazione erano ritornati in Italia, per costruire insieme (anche insieme a noi, al confine orientale) un Paese nuovo, che capisse finalmente la dignità e i diritti degli altri, dei diversi, e nel nostro caso degli sloveni e dei croati che si fossero trovati nei nuovi confini italiani: i territori slavi alla Jugoslavia, i territori italiani all'Italia.

L'esodo popolare sorge da questi sentimenti, che sono stati violentemente conculcati dai fanatici di allora, i quali avevano creato con una malizia stalinista questi slogan: «Non è Tito che vuole l'Istria, ma è l'Istria che vuole Tito» «II nostro non diamo, l'altrui non vogliamo» «Servi dell'imperialismo americano» «Nemici del popolo» «Traditori della classe operaia» «Nemici della fratellanza», in cui erano fratelli coloro che aderivano alle richieste jugoslave. Gli altri erano rigurgiti del fascismo, nemici e traditori della povera gente: a tal punto, che mio zio Toni, uno degli antifascisti noti a Pola, era convinto ch'io fossi pieno di ville datemi dagli Americani per il dopoesodo, e non volle nemmeno vedere la nostra bambina nata a Pola nella disperazione di quei mesi, e non volle nemmeno incontrarmi nel giorno dello strappo. Ma un anno dopo, quando aveva ormai capito tutto, mi scrisse il suo dolore senza conforto, e quando mi rivide nel 1954 pianse a lungo appoggiato sulla mia spalla, davanti alla tomba di mia madre e di mio padre.

L'esodo tremendo di Pola, ma anche di tanta parte dell'Istria, non venne dai miei articoli, ma venne per cause assai più profonde, di cui scrivo da quasi cinquant'anni: un mondo di popolo non si muove perchè uno scrive certe cose, ma sente nel profondo qualcosa che va ben oltre le emozioni individuali. Azzardo un parere, tra tanti che mi sono affiorati in questo mezzo secolo passato. Gli Angloamericani, cioè i vincitori della guerra, erano arrivati a Pola, come a Trieste e a Gorizia, ed avevano portato con loro il senso, le speranze dell'Occidente, a cui tutti gli Adriatici si sentivano legati, affini. Pola visse quei due anni di fuoco in questa speranza, in questa tensione proOcci dentale, prima ancora che proItalia. E quando l'Occidente decise di lasciare Pola, la città si sentì tradita, abbandonata, e partì insieme a coloro che a Pola avevano portato l'unica speranza, alla fine della guerra.

E se in me c'è qualche responsabilità, è quella di aver fatto un giornale antifascista, italiano sì ma antifascista, antinazionalista, che si sforzò in tutti i modi allora possibili di non cogliere l'odio, di non parlare di sangue, di foibe, di vendetta. Certo, la popolazione colse questa voce nuova italiana, direi meglio istroveneta, e si schierò con la democrazia, con il pluralismo, con la dignità delle opinioni diverse. S'io avessi fatto un quotidiano di tipo nazionalfascista, come avrebbero voluto i più sciocchi, forse la classe operaia, forse i poveri, si sarebbero schierati contro di noi, e forse anche non avrebbero poi affrontato l'esodo. Questo è un cruccio che ritorna in me, e mi tormenta, e di cui ho parlato con uomini che ho sempre stimato, da Milan Rakovac a Ive Mihovilovic' e Miroslav Bertosa, a Nelida Milani, a Fulvio Tomizza, a Claudio Magris.

Ma l'altra parte avrebbe continuato a diffondere l'odio, perchè questo era il costume dell'ideologia, e nessuna forza al mondo avrebbe fermato questo tipo di propaganda antipopolare, basata sulla falsità, sull'arroganza, sul torcere con malizia infinita le verità più elementari.

Ed infatti l'esodo spaventoso dalle terre istroquarnerine continuerà per anni, e trasformerà il volto umano, etnico della nostra terra, coinvolgendo nella sua furia non solo italiani nativi, ma anche slavi nativi. Altro che il quotidiano fatto da Guido Miglia, a cui pensano le menti deboli, per trovare una qualche giustificazione.

Ed ora qualche considerazione finale. Non mi sono mai fermato, nè parlando alla Rai nè scrivendo, all'anno 1945. Conosco quasi tutto ciò che nella mia terra è avvenuto fin dall'ingresso dell'Italia, che da noi, purtroppo, si è subito identificata con il fascismo, ed ha costretto tanta gente seria e capace al primo esodo degli anni Venti. C'è una pagina di Claudio Magris, ch'io colgo dal suo libro Einaudi «Trieste, un'identità di frontiera», in cui scrive, citandomi spesso: «II fascismo indebolisce l'italianità, e la liquida nell'Istria. Il bambino di cui parla Miglia, che, interrogato da lui, sa soltanto ripetere, con le lacrime agli occhi, la parola "pasculàt", è già il volto del giudizio storico, che, di lì a poco, strapperà all'Italia tutta l'Istria, anche quella italiana; la strapperà non solo al fascismo, ma all'Italia che l'ha misconosciuta, ignorata e perduta senza dolersi e senz'accorgersi del suo dramma».

Questo è un ragionare costruttivo, e non la miseria della piccola lettera a cui rispondo forse in modo sproporzionato. Certo, io disprezzo quei pochi intellettuali italiani (non gli slavi), che si sono battuti per l'Istria jugoslava, per il Quarnero jugoslavo, per il confine all'Isonzo, e poi, negli anni della vendetta, non hanno detto una parola per reagire allo scempio che si faceva nell'Istria dal fanatismo titino. Vodnjan, Vrsar, Bale, Novigrad, sono solo piccoli episodi di un grande dramma politico e umano che le nostre generazioni hanno vissuto nel loro sangue. 

Non ho mai odiato, non ho mai disprezzato nessun altro, e meno che mai gli slavi nativi che si erano battuti per la patria ch'essi attendevano, la patria delle loro speranze, della loro lingua: anche se poi, di fronte alla realtà delle cose, molti sono andati via. Altri, anche italiani ch'io amo, come Ligio Zanini, che hanno pagato con la barbarie del gulag, senza nemmeno trovare la solidarietà dei confratelli. Questi altri intellettuali italiani io disprezzo, che hanno suscitato lo sdegno anche in un recente straordinario libro di Fulvio Tomizza. Questi devono tacere finchè vivono: qualche volta ho detto che, di fronte a simili colpe, si può anche scegliere il suicidio.

Ancora due righe piccole: i «furbi» di cui ho parlato in quella conversazione Rai sono i capi fascisti neri di Salò, del periodo nazista istriano, che sono scappati dalle nostre terre quando hanno inteso il vento della disfatta, e non si sono lasciati prendere prigionieri, come è toccato invece a tanti incolpevoli. Non mi sono mai «crogiolato» nel mare di Trieste, anche perchè i miei polmoni continuavano ad essere deboli per una lunga antica malattia: dal marzo al settembre 1947 sono andato e ritornato ogni giorno col vaporetto da Grado a Trieste, perchè facevo il piccolo impiegato alle Generali, e con la moglie e la bambina di pochi mesi, nata a Pola nell'ultima primavera, eravamo ospiti nel campo profughi della città di Biagio Marin, stordito io ogni giorno per le otto ore di ufficio e le cinque ore di piroscafo.

La genesi di una tragedia

Due miei cari giovani amici istriani, Furio Radin e Dino Debeljuh, ambedue deputati al parlamento di Zagabria, hanno parlato dell'esodo dall'Istria e dei beni abbandonati da chi ha lasciato la terra natale, davanti ad un'assemblea forse disattenta, forse non convinta delle riflessioni che i due deputati hanno fatto, forse distratta dai problemi tremendi che la Croazia sta attraversando a causa della guerra balcanica, che coinvolge colpevoli ed incolpevoli.

Cerco di dire qui le parole pronunciate dal presidente della commissione del parlamento croato per le minoranze, Ljubomir Antic, poi quelle dei due parlamentari istriani, ed infine le riflessioni di uno che ha vissuto l'esodo da protagonista.

Ljubomir Antic — come leggo nella «Voce del Popolo» — ha sostenuto che coloro che hanno optato, croati o italiani, non sono affatto profughi, e ci sono esempi in cui «i Croati lasciavano il Paese accompagnati dalle note della banda d'ottoni, un Paese nel quale veniva perseguitata la religione per andare in un altro Paese, nel quale la libertà di fede era garantita». Prima di dare la testimonianza di uno che queste cose le ha viste, le ha interpretate, mi pare giusto porre all'attenzione dei lettori le risposte di Dino Debeliuh e di Furio Radin, la prima carica di emozione, e la seconda priva di toni patetici, com'è nell'indole dei due deputati istriani.

Ha risposto Debeljuh: «Se ne sono andate oltre duecento mila persone, e partendo molti sono caduti nelle foibe. Si sa bene in Istria come la gente sia stata cacciata, anche con minacce di morte. C'era di tutto, la gente fuggiva nel cuore della notte. Chi se ne andava lo faceva piangendo. È deplorevole che in questa aula si parli di gente che se ne è andata al suono delle fanfare». Allora Antic ha replicato che non si è trattato di pulizia etnica: «Uno Stato — egli ha detto — che avesse voluto modificare la struttura etnica dell'Istria, avrebbe portato i Croati in Istria e non li avrebbe cacciati. Si è trattato di una dittatura, ma non di una dittatura del popolo croato sul popolo italiano, ma di una dittatura comunista».

Il deputato italiano Furio Radin, com'è appunto nella sua indole e nel suo abito professionale di ricercatore universitario, assai stimato a Zagabria, ha così replicato: «Dall'Istria nessuno se ne è andato con la banda d'ottoni. Sono stati cacciati in molti, molti sono stati cacciati con il fatto stesso dell'avvento dei comunisti al potere, altri sono stati cacciati da un sistema che di giorno mostrava una faccia pulita, e di notte scatenava il terrore. Quelli che hanno lasciato il Paese non hanno soltanto optato: essi volevano bene a questa terra, in quanto era la loro terra. Coloro che sono vissuti in quei tempi sanno che la gente ha dovuto andare via».

Ed ora la testimonianza di uno che era lì: Biagio Marin mi diceva spesso che chi ha vissuto queste cose ha il dovere di dirle, finchè la mente è sveglia, fino a che il ricordo è vivo, preciso. Lo scrivo da cinquant'anni, ma forse qui potrò dire alcuni concetti nuovi, anche perchè, con il trascorrere degli anni, a me pare che tutto diventi più razionale, più limpido.

Per gli Slavi dell'Istria e del Quarnero, la venuta del comunismo di Tito, la venuta della Jugoslavia che usciva vittoriosa dalla guerra partigiana, fu una liberazione, la fine dell'oppressione fascista, il congiungimento alla loro patria, alla loro lingua, alle loro speranze. Naturalmente, con le eccezioni dei nemici del comunismo, che erano notevoli anche allora sia tra gli Sloveni che tra i Croati: ma queste eccezioni non contavano nulla, nell'euforia di quegli anni, e nella vittoria di coloro che gli Slavi avevano atteso nell'Istria e nel Quarnero.

Per gli italiani di queste terre non fu una liberazione, ma l'inizio di una nuova dittatura, l'inizio di un'altra Nazione, di cui gli Italiani, o meglio gli Istroveneti, non sapevano nulla, a cominciare dalla lingua, che è l'elemento essenziale nelle scelte degli uomini. Per gli Italiani di queste terre, che allora si sentivano comunististalinisti, fu anche l'inizio di una fase nuova della loro vita, il concretarsi delle loro speranze, degli ideali in cui avevano fermamente creduto negli anni amari della dittatura fascista. Per loro l'ideologia fu più forte del senso della Nazione: costoro si misero dalla parte della Jugoslavia di Tito, nel momento della scelta, e furono contro l'Italia, non riconobbero la nuova Italia, che era quella di Ferruccio Parri, di Amendola, di Ignazio Silone, di Leo Valiani, ed anche di Pietro Nenni, di Calamandrei, di Ugo La Malfa, e di tanti altri galantuomini che avevano scelto la solitudine e l'esilio nei decenni delle sfide fasciste al mondo intero, e che avevano subito la disfatta italiana, senza colpa. Qui l'Italia del CLN (Comitato di liberazione nazionale) fu dileggiata, derisa, disprezzata, e fu ritenuta una prosecuzione del regime fascista, a tal punto che non solo gli Slavi furono per la nuova Jugoslavia, ma anche decine di migliala di italiani, nativi di queste terre, ma anche venuti dalle vecchie province dell'Italia, che in alcuni casi furono i primi deputati dell'Istria e di Fiume a Belgrado. Alcuni mandarono i loro figli nelle scuole croate, per essere più slavi degli altri. Molti, specialmente fra i nativi, furono persuasi dagli ideali che allora la metà del mondo portava avanti, avendo Stalin per capofila. Per molti, anche di cuore puro, solo da quella parte veniva la giustizia, la fine delle miserie, la luce per la povera gente, le speranze cresciute in un mondo più giusto, più umano. Molti intellettuali italiani, anche di grande spicco, furono da quella parte, e guardarono verso di noi, allora esuli senza patria, come se noi fossimo dei colpevoli, che avevano abbandonato la loro terra natale.

Per molti anni, uno come me si vergognò di essere un esule, di non avere una casa, un riferimento sicuro su cui piantare la nuova vita: l'ho già scritto, la vita è dura anche per chi la inizia una sola volta, ma l'esule deve ricominciare tutto da capo, estraneo dovunque, dovunque ospite, quasi dovesse farsi perdonare anche di colpe mai commesse: la vicenda umana di Dante è il simbolo di tutti coloro che hanno perduto la patria, che è prima di tutto la terra natale, la terra delle nostre radici.

 Questi gli aspetti ideologici, e di scontro fra Oriente e Occidente, dell'esodo dall'Istria e dal Quarnero. Ma nel fondo ci sono gli aspetti umani, legati ad ogni persona, ad ogni famiglia, l' età, le condizioni fìsiche, le relazioni fra i padri e i figli, la forza morale dinanzi allo strappo, la grande paura del nuovo, del lontano, del diverso, sia per chi va via, sia per chi resta. E questi aspetti umani vanno visti e capiti uno ad uno, e per giudicare bisogna mettersi nei panni di ognuno, con umiltà, con molta tolleranza: come dovrebbe accadere di fronte ad ogni tragedia umana.

Il nostro mondo è qui

È passato quasi mezzo secolo da quel 10 febbraio del 1947, quando l'Italia aveva accettato di firmare il Trattato di pace.

Quel giorno io avevo deciso di lasciare la mia città. Ora, mentre racconto quella giornata, tutto ritorna nitido nella memoria, i rumori, gli odori, il grande silenzio nelle strade vuote della mia citta. Già dal gennaio livido ero rimasto solo, mia moglie e la bambina, nata nell'ultima primavera di Pola, erano andate via, per fuggire dal freddo e dalla paura. Le minacce contro di me si erano accentuate ancor più di fronte alla disfatta italiana, sanzionata dalle trattative di pace, e fin dall'estate '46 la città aveva vissuto come in una lunga agonia, perchè ognuno aveva percepito che, comunque, se qualche cosa poteva essere salvato per l'Italia, questo riguardava soltanto il territorio che correva intorno a Trieste — la zona A e la zona B —, tutto il resto era ormai sommerso nell'altro mondo, quello che veniva portato avanti dal comunismo di Tito, sorretto dalla forza dirompente di Stalin, che alla Conferenza della pace aveva contato più di tutti gli altri messi insieme, ai fini di stabilire il nuovo confine orientale dell'Italia sconfìtta. Solo Pola era ancora nelle mani angloamericane.

Non volli tenere la moglie e la bambina, da quando, nella piazza dei Giardini, uno dei tanti sciagurati storditi dal fanatismo di quei due anni di fuoco, sputò sulla carrozzella di Elisabetta, che aveva il volto piccolo roseo protetto da una copertina ricamata dalla madre. Le accompagnai sulla nave, e già cadeva la prima neve di quell'inverno maledetto, già le case si erano vuotate, si sentivano ancora e sempre i colpi del martello sulle casse che venivano chiuse, piene di povere cose da salvare dal naufragio, il vento batteva contro le imposte abbandonate, qualche gatto miagolava solo dalle finestre, i superstiti andavano verso il mare, verso la nave nera che attendeva al Molo Carbone, nel centro dell'immenso Arsenale devastato dai bombardamenti. Sulla strada lastricata si sentiva il rimbombo dei nostri passi. Ci salutammo senza parlare, senza piangere, eravamo sicuri che ci saremmo rivisti presto, prima a Trieste, e poi chissà dove: perchè l'esule, quando decide di lasciare la terra natale, non sa dove andrà, non pensa al suo futuro, è tutto teso nell'abbandono, è come un albero strappato dalle radici, si vergogna di non avere più una patria, e si porta addosso, per anni, come un senso di colpa, di inferiorità e perde la propria identità.

È già faticoso costruire la propria vita una sola volta, ma l'esule deve rifarla una seconda volta, in mezzo a gente che non lo conosce, che non sa nulla di lui, e vive per lunghi anni nella solitudine, nel silenzio: e allora il passato ritoma, a confortarlo e a tormentalo, e lo assale, di giorno e di notte, e tutto rivive nella memoria, come se si fosse svolto ieri.

Solo nella mia città, a fare ogni giorno il quotidiano che stava morendo, senza più la forza della speranza, dell'illusione — avevo abbandonato anche il nostro alloggio, all'ultimo piano del più grande palazzo ai Giardini —, la casa Heininger Bearz, dove ci avevano dato due stanze e una cucinetta perchè potessi sentirmi più sicuro vicino alla tipografìa e alla redazione del giornale, in via Giulia, la stessa casa abitata dal 1904 al '5 da James Joyce, nel suo primo impatto con la civiltà veneto-adriatica, e subito affascinato dalla nostra terra, da questo misto di mare e di terra, di isole e di promontori, il grande cielo azzurro, i grandi spazi, l'armonia del vivere, anzi per il grande scrittore un nuovo inizio di vita, insieme alla sua giovane compagna Nora, alla quale Pola peraltro sembrava una Siberia, con quelle case di pietra bianca che tenevano il freddo lungo tutte le pareti.

Mi aveva offerto l'ospitalità, in quelle ultime settimane di Pola, un fraterno amico reduce dal campo di sterminio di Buchenwaid, Giulio Smareglia, nipote del maestro, amico fìn da quando nella sua Libreria ai Giardini avevamo formato un gruppo di antifascisti, che sognavano un'altra Italia, in cui nell'Istria e nel Quarnero potessero convivere gli italiani e gli slavi, ma per i vincitori di allora, l'ideologia si sovrappose al senso della Nazione, si sfruttarono le colpe del fascismo e della sconfìtta politica e militare del regime come colpe permanenti dell'Italia, si offesero gli italiani, e non solo gli italiani, come se fossero degli ospiti odiati, come se fossero degli estranei nella terra in cui erano nati e immersi da secoli: sono queste alcune fondamentali premesse dell'esodo. Nacque un clima di odio, come nei piccoli comuni medievali, chi vince comanda e chi perde deve andarsene.

Ricordo, nelle prime settimane dell'esodo, sempre nel freddo dell'inverno, alcuni sciagurati italiani e non slavi, che venivano sulle inferriate dell'Arsenale, e gridavano il loro disprezzo agli esuli che partivano spauriti, sputavano e facevano le corna: poi, verso febbraio, quando la città era quasi vuota, questi sciagurati non vennero più come diavoli sulle rive, e forse percepirono fìn d'allora la solitudine, il terrore di rimanere soli, alla mercè inevitabile dei nuovi padroni, che li avrebbero rimproverati per questo odio disumano, e li avrebbero estromessi da ogni potere. Persino il quotidiano dei loro veleni — «Il nostro giornale» diretto dal professore italiano Domenico Cernecca, che si era dato alla Jugoslavia di Tito — fu chiuso quando Pola venne nelle mani jugoslave, e il governo di Belgrado trovò una città vuota, morta.

Quel 10 febbraio del 1947 — lo dico qui e ora per la prima volta — uscii dalla mia casa all'alba, e con me avevo una valigia nera, pesante: durante la notte insonne bruciai tutti i miei articoli manoscritti, ed ebbi anzi paura che le fiamme lambissero anche i parchetti, gettai sul mucchio di carte annerite alcuni secchi d'acqua, chiusi la porta e consegnai la chiave alla padrona, la cara signora Bearz. Fuori del portone, l'aria fredda della notte, qualche carro di mobili che passava per i Giardini, e davanti a me, quasi ad aspettarmi, la giovane Maria Pasquinelli, che trè ore dopo avrebbe ucciso con un colpo di pistola il generale inglese De Winton, la massima autorità militare della piazzaforte istriana.

Aveva lo stesso cappotto rossastro del processo, le due mani nelle tasche, gli occhi assonnati e stanchi, come deliranti, e volle accompagnarmi fino al vaporetto per Trieste. Mi parlò di questa enorme ingiustizia che il mondo — lei mi disse — consumava quel giorno contro di noi, e che qualche cosa si doveva fare. Pianse anche lei quando un vecchio polese, prima di salire sulla nave, si inginocchiò fino a baciare la terra, senza dire una parola, e io vedevo la schiena curva del vecchio ch'era tutta un fremito. Il vaporetto fischiava, io diedi la mano a Maria Pasquinelli, ma lei tirò fuori la sinistra, e tenne ben chiusa in tasca la destra. Quando, cinque ore dopo, arrivai al molo Pescheria di Trieste, un concittadino che mi riconobbe gridò «A Pola hanno ucciso il generale De Winton», e io risposi «Sicuro è stato una donna, la Pasquinelli». Pensai fìn d'allora a quella sua mano destra ferma nella tasca del cappotto, la pistola impugnata durante tutta la notte per le strade della città a lei estranea, e la sua illusione di fermare l'attenzione del mondo con quel delitto. Ma il mondo era molto più complesso, e aveva da risolvere problemi ancora più vasti e più pericolosi dei nostri: ma molti di noi, in quei due anni di fuoco e di morte, credevano di essere al centro del mondo. L'assassinio di Maria Pasquinelli si spiega soltanto in questa prospettiva: poi su tutto calerà una dimenticanza mortale, di cui paghiamo le conseguenze ogni giorno.


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This page compliments of Mario Demetlica and Marisa Ciceran

Created: Friday, February 07, 2003; Last updated: Friday, November 06, 2015
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