Perchè non ci conoscono?

In un recente incontro storico-politico sulle nostre terre. Elio Apih, che è lo storico più autorevole triestino, si chiese perché l'Istria fosse così poco conosciuta in Italia, perché dell'Istria si parlasse poco o niente nei libri fatti per le nostre scuole, dalle medie inferiori all'università: una lacuna vasta e grave, e non solo in questo mezzo secolo, dopo la disfatta italiana al confine orientale, ma anche nelle storie dell'Ottocento, ed ancor prima.

Alcuni fra noi hanno tentato di discutere questo problema, ed io cerco qui di porre alla riflessione dei lettori alcuni motivi fondamentali.

L'Italia non ama parlare delle proprie sconfìtte, perché la retorica è un antico suo male nazionale: e l'Istria è legata a una totale sconfìtta, politica e militare, da quando nel Trattato di pace del 1947 oltre i quattro quinti della Venezia Giulia passarono alla Jugoslavia. L'Italia ufficiale e l'Italia dell'opinione pubblica che legge e che pensa si concentrarono sul «problema di Trieste», cioè sulla città di Trieste, e tutto il resto — l'Istria, Fiume, il Quarnero — fu ignorato, dimenticato, rimosso dalla coscienza del Paese. In Italia molti credettero che i nostri problemi fossero quelli di D'Annunzio, di Mussolini, cioè della violenza, della snazionalizzazione, e gli italiani — parlo degli autoctoni, dei nativi, di radici multisecolari venete — furono considerati come gli eredi del regime fascista, e non come il frutto di una storia veneta e asburgica che qui era immersa da tanti secoli, quando ancora non esistevano né l'Italia né la Jugoslavia: cose che ho scritto tante volte.

Un altro motivo di questa lunga ignoranza: l'amministrazione italiana, cioè lo Stato italiano, è accentratore, da poco spazio alle autonomie, ed anche per questo non ha mai portato avanti la grande eredità della Repubblica di Venezia, di cui noi siamo eredi importanti, specialmente nella radice istroveneta, ma anche in quella quarnerina. Io ho fatto gli studi universitari fra gli anni Trenta e Quaranta, ma già allora la civiltà adriatica e mediterranea di Venezia era appena sfiorata, come se tutto dovesse essere solo «romano»: ricordo che ai professori ed agli studenti, sempre lontani dai nostri problemi, dicevo di essere di Trieste, perché venire allora da Pola sembrava una profonda diminuzione, come essere fuori della civiltà «italica» (ma a casa vostra parlate «austriaco» o «slavo»?).

Per l'italiano medio, ma anche per i cosiddetti «intellettuali», è diffìcile capire chi nasce in una lingua diversa da quella italiana, ed anche per questo l'Italia ufficiale non riesce ad impostare su una linea di dignità e di rispetto il problema delle minoranze. È anche una questione di cultura, di conoscenza della storia e della geografìa, oltreché un problema di tolleranza, di convivenza, di comprensione del diverso. Qui, secondo me, c'è la radice di tante sciagure che hanno sconvolto le nostre terre, al di qua e al di là del confine.

E negli ultimi cinquant'anni la frattura si è approfondita, perché troppa gente, in Italia, ha creduto che tutti i buoni sono scappati con l'esodo, e tutti i cattivi — «gli slavo-comunisti» — sono rimasti a servire i nuovi padroni. Pochi hanno colto le ragioni, anche umane, familiari, dei rimasti, e li hanno offesi in maniera irreparabile: qui stanno le grandi responsabilità delle associazioni degli «esuli», che troppe volte sono state mosse da bassi motivi elettorali, propagandistici, di un falso «patriottismo». E poi ci sono, enormi, le responsabilità dei maliziosi, dei fanatici, degli ignoranti dell'altra parte: ma su questi temi potremo riflettere ancora una volta.

Le crisi parallele

Ho letto tutto ciò che è stato pubblicato — con acutezza, e specialmente su questo giornale — circa le due crisi parallele, che stanno vivendo l'Unione Italiana e la Dieta Democratica Istriana.

Non vorrei entrare qui negli avvenimenti e nelle persone che hanno interpretato questo momento di svolta politica, anche perché penso che non sia giusto farlo da uno che non viva intensamente, da dentro, la realtà istro-quarnerina. Dirò invece ciò che penso, da tanti anni, della nostra situazione, solo per porre alcuni punti di riflessione davanti ai nostri lettori, e cercare una via d'uscita.

Le nostre terre vivono da anni nella guerra, anche se questa guerra si è combattuta al di là delle Regioni che hanno le nostre radici: ma Zagabria è in guerra, e questa è la differenza fondamentale rispetto a Lubiana e alla Slovenia, anche per quanto possa toccare a tutti coloro — slavi e italiani — che vivono nei due Stati. È anche la guerra che provoca il «patriottismo» croato, quello non retorico, ma consapevole di conservare il nuovo Stato, e di dare prestigio e forza alla nuova Nazione. 

Le terre istro-quarnerine — da dove tanta gente è andata via in questo mezzo secolo, e tanta altra è venuta a riempire i vuoti da ogni parte della Balcania — non possono coltivare gli stessi sentimenti, le stesse speranze di Zagabria: ma appartengono tuttavia a questo nuovo Stato, che si sviluppa con l'orgoglio di tutte le formazioni nuove, com'è sempre avvenuto nella storia delle Nazioni, dell'aspirazione alla propria indipendenza, alla propria dignità.

A me pare che l'Istria (ma penso anche a Fiume e alle isole quarnerine, in cui da sempre ci sono tante affinità) debba fare i conti con questa realtà nuova. Parliamoci chiaro, per scansare ogni equivoco: bisogna affermare davanti a tutti che la ricerca di forme moderne di autonomia amministrativa non vuoi dire secessione, distacco. Chiedere il rispetto delle autonomie vuol dire rafforzare lo Stato nel suo complesso, dare ad ognuno nuove speranze, rendere ogni uomo, ogni famiglia, più vicino, più solidale con la terra delle sue radici, o anche con la terra in cui ha scelto di vivere.

Tutti i Paesi del mondo che sono diventati civili lo devono a questo senso del «federalismo», a questo rispetto delle autoctonie, delle origini, della storia e del costume di ogni popolo. Non occorre ribadire qui lo sviluppo civile e sociale dei Cantoni della Svizzera, o dei Lànder germanici, o delle Regioni dell'Austria e della Francia, solo per ricordare le civiltà che si sono sviluppate da secoli vicino a noi, con ampie autonomie.

Ma per affermare queste cose bisogna essere insieme: nell'Istria, ad esempio, per superare il senso di «maggioranze» e «minoranze», gli italiani rimasti debbono cercare il dialogo costruttivo con gli slavi, i croati e gli sloveni nativi prima di tutti, e insieme costruire il futuro, giorno dopo giorno.

Dicevo giorni fa ai miei amici del Circolo culturale «Istria» di Trieste, che il grande obiettivo, a tutti i livelli, è quello di cercare e approfondire il dialogo con gli «altri», perché anche gli «altri» hanno le nostre stesse speranze. C'è tanta parte dell'Istria che è rimasta genuina e forte, malgrado i grandi esodi degli anni Venti, Quaranta e Cinquanta, malgrado i settantanni di dittatura, prima fascista e poi comunista. Che è l'Istria degli intellettuali, ma anche dei tecnici, degli operai, dei contadini, dei pescatori, ai quali non si rivolge nessuno, e di cui contano poco le opinioni, le attese.

Una terra che da sempre è complessa, multiculturale, plurilinguistica, pluridialettale, deve crescere con le sue componenti messe insieme. Penso anche ad alcuni uomini che stimo e che sono nati in una lingua diversa dalla mia, e con i quali bisognerebbe intrattenere un dialogo ininterrotto (ricordo tutte le personalità che gravitano intorno alla rivista «Jurina i Franina» di Pola, solo per fare un esempio: Miroslav Bertosa, Danko Plevnik, Milan Rakovac, Josip Bratulic, e tanti alti nomi di grande prestigio che continuano a vivere in mezzo a noi, istroveneti, istrocroati ed istrosloveni, e migliala e migliata d'altri che dovrebbero essere suscitati perché collaborino a fare più civile questa nostra terra, al di là e al di qua del confine).

Misurare ogni uomo nel suo valore — a tutti i livelli —  e fare luce e strada a coloro che valgono nei fatti, in ciò che sanno fare, operare, e non chiacchierare. 

Perché ognuno di noi è la somma di ciò che ha operato ogni giorno. 

Una speranza

«La realtà istriana è gravida di pericoli, ma anche aperta a prospettive nuove. Solo è indispensabile che non si commettano altri errori, soprattutto di omissione: altrimenti "l'occasione storica" di rinascita civile e culturale si trasformerà nella ennesima "occasione perduta". E allora la testimonianza di Guido Miglia, per quanto nobile, si ridurrebbe a un mesto viatico sul sentiero della definitiva dissolvenza. Ma la nuova generazione si rifiuta a questa evenienza ed è decisa a contrastarla. Fortunatamente lo scrittore e amico di Pola è tra coloro i quali stanno dando un valido contributo all'impegno dei giovani».

Con questa riflessione il mio caro Alessandro Damiani, uno degli scrittori più alti della minoranza italiana rimasta al di là del confine, chiude il suo bell'articolo sul mio ultimo libro «Istria, i sentieri della memoria»: ed io, riprendendo questo dialogo mai veramente interrotto, voglio qui dire alcune considerazioni sull'Istria di ieri, ma anche sulla zona istroquarnerina di oggi, e sulle prospettive per l'avvenire. 

È vero, continuo a notare un profondo disorientamento fra i rimasti, ma anche tra i nuovi venuti: e lo spiego subito, ripensando a quanto è avvenuto nelle nostre terre passate alla Jugoslavia dopo la disfatta politica e militare dell'Italia fascista. Le terre istroquarnerine, dopo il 1919, hanno conosciuto soltanto il volto aggressivo, rozzo, nutrito di odio antislavo, dell'Italia che usciva miracolosamente vittoriosa dalla Guerra mondiale, e qui creava di mese in mese un regime di barbarie che colpiva in modo tremendo coloro che non erano italiani di lingua, di cultura, di memorie. Un regime che diede forza e speranza ai più incolti fra i nazionalisti italiani, cioè i fascisti, che in queste zone appena annesse all'Italia, videro il trionfo delle loro idealità, fatte di razzismo, di provincialismo, di voglia di spazzare via per sempre «gli altri, i diversi».

Naturalmente, nel momento della vendetta, dal 1943-45 in poi, questi «diversi», cioè gli slavi istroquarnerini, lottarono con forte convinzione per la loro patria jugoslava, ed ebbero al loro fianco decine di migliala di italiani, nativi ma anche di altre regioni lontane, che si illusero di porre la loro lotta su un piano antifascista, e non si accorsero che il primo e il solo problema che Belgrado poneva allora era l'annessione di tutte queste terre, da Zara a Lussino all'Istria a Trieste e al Friuli fino all'Isonzo, ristabilire cioè il confine dell'Italia com'era dopo il 1866, dopo la terza guerra per l'indipendenza italiana.

Ed ora veniamo alla seconda fase, quando l'Italia disfatta, di fronte alla nuova Jugoslavia vincitrice e sostenuta da un colosso mondiale come l'Unione Sovietica, perdette i quattro quinti di quella Regione orientale ch'era stata chiamata Venezia Giulia. Ma — e qui sta il nostro cruccio, che rode dentro — perdette tutto questo senz'accorgersi: lo dissi tante volte a Biagio Marin, a Fulvio Tomizza, a Quarantotti Gambini, che per l'Italia avere Trieste era già tutto, il resto era ignorato, sconosciuto, dimenticato. 

L'Italia — lo dissi e lo scrissi più volte in questi quasi cinquant'anni — ha perduto I'Istria con la stessa leggerezza, la stessa facilità con la quale l'aveva conquistata, senz'accorgersi di nulla. Ed io credo fermamente che da questa amarissima consapevolezza nasca in gran parte il disorientamento degli italiani rimasti o nati al di là del confine: capire che non hanno radici in quella che loro, con disarmata ingenuità, chiamano la NazioneMadre. Mentre dietro gli slavi istroquarnerini c'era un paese, la Jugoslavia, che sapeva quello che voleva, e conosceva i nostri problemi anche nelle sfumature. Perciò ha vinto tutto, e non solo perché dalla guerra è uscita dalla parte dei vincitori: lo ha intuito e lo ha scritto uno dei cervelli più forti che Trieste abbia mai dato alla nostra cultura, Claudio Magris («Trieste, un'identità di frontiera», Einaudi).

Ed ora vediamo quello che ci sta davanti, e che può determinare un nuovo destino per l'Istria. Gli italiani sono pochi, perché l'esodo ha determinato un nuovo volto dell'Istria, di Fiume e del Quarnero, quale non era mai avvenuto nella sua lunga storia, proprio perché si è svolto in tempi strettissimi (dal 1945 al 1954): nulla è stato qui diluito, nulla si è mosso in tempi lunghi, come di solito avviene nella storia delle terre e degli uomini, ma tutto è precipitato in modo sconvolgente, rapidissimo, senza potere essere controllato, guidato, se non da chi aveva la netta volontà di distruggere il volto etnico, umano, linguistico dell'intera regione (e in Tito e nel regime terroristico di allora questa volontà c'era ed era netta, di fronte ad un'Italia ignara, dimentica, oppressa ogni giorno dai suoi problemi interni, che allora non erano soltanto quelli della mafia e della camorra).

Eppure, questi pochi italiani possono fare molto di più, anche perché tra loro ci sono dei giovani di altissimo livello, non compromessi con un passato di cui ci si debba vergognare, non illusi dalle speranze di ciò che I'Italia potrebbe fare e non fa, ma realistici, positivi, tenaci: non voglio fare i loro nomi, perché potrei dimenticarne qualcuno. Io li conosco e li seguo da tanti anni, e li ammiro, perché senza la loro presenza tutto sarebbe già morto. Bisogna che questi giovani siano eletti in tutte le zone istroquarnerine, per discutere alla pari con gli altri, con i croati e con gli sloveni, con i nativi ma anche con i nuovi venuti, i cui figli si sentono istriani come noi. Bisogna far avanzare questo senso nuovo dell'istrianità, che certamente è in grado di muovere le coscienze di tutti, e di dare a questa nostra terra drammatica una nuova speranza, una nuova linea nella sua lunga storia. Quante volte Fulvio Tomizza mi ha ricordato che la mia città, Pola, nella sua lunga vicenda si è tante volte spopolata, e sempre è rinata, creando nuove genti istriane, pronte a rifare tutto da capo. E la stessa cosa è avvenuta per tanti altri luoghi dell'Istria e del Quarnero, città e campagne, mari e colline.

L'Istria non è italiana, e non è nemmeno jugoslava, è sempre stata un misto di etnie diverse, che i nazionalismi moderni hanno diviso, non tanto per far avanzare uno di questi nazionalismi di senso opposto, ma per aggredire, per offendere l'altro. Lungo questa strada non c'è avvenire per le nostre terre: il destino chiama le etnie diverse alla comprensione, all'incontro, al riconoscimento della dignità che c'è in ogni uomo onesto. La storia dell'Istria dicevo — qualche mese fa al caro Ezio Giuricin in un'intervista pubblicata su «Panorama» — non si fermerà con la nostra vita: proseguirà, si svilupperà, confluirà nel grande letto della cultura e delle civiltà mondiali, così come ha fatto per secoli. Noi, artefici di questa piccola, insignificante tappa, dovremo cercare di imprimere un senso al nostro presente, di dare un significato, un volto riconoscibile al futuro.

Gli Istro-rumeni

La sera di giovedì 13 gennaio, dopo aver letto le due splendide pagine scritte da Rosi Gasparini (con fotografìe di Graziella Tatalovich) e dedicate agli istro-rumeni che vivono da cinque secoli nell'alta valle dell'Arsa, sotto il Monte Maggiore, mi è giunto un messaggio da un lettore che non conosco, di cui riporto le parole: «Domenica scorsa sono stato in visita ad un anziano parente di Villanova di Valdarsa — Nova Vas di Susnjevica — che mi disse di seguire sempre i suoi interventi a Radio Tré ("Voci e volti dell'Istria", per la regìa di Marisandra Calacione), e che voleva scriverle perché, secondo le sue parole, Lei, che dovrebbe conoscere il problema avendo insegnato nella Scuola elementare di Cepic-Felicia, non avrebbe mai citato l'etnia istroromena».

Tutto vero, e mi scuso per la mia ignoranza su questo tema che tocca una parte della nostra terra natale, in cui io ho vissuto dall'ottobre del 1939 al giugno del '40: ma l'anno precedente lo avevo trascorso a Stermazio-Strmac, dove avevo conosciuto a fondo una nota famiglia antifascista istriana, quella dei Raunic, da cui nacquero due figli che mi furono amici, Giacomo, illustre giornalista morto a Fiume, e mi pare Berto, che già allora era a capo di una cellula clandestina del partito comunista, di cui nessuno sapeva nulla, e di cui era proibito persino pronunciare il nome.

Riparerò in qualche modo a questa lacuna, ma intanto coloro che leggono questo giornale hanno appreso da Rosi Gasparini molte cose di quel mondo dimenticato dagli uomini, come del resto accade per tanti altri luoghi che dovrebbero rimanere impressi nella nostra memoria. Intanto racconto per la prima volta quel mio anno di vita, cinquantacinque anni fa. Mio padre mi aveva accompagnato alla corriera che partiva da Pola, mi aveva aiutato a sollevare la branda militare ed una grossa valigia di cartone nero, avevo inteso i suoi baffi sulla mia guancia magra, poi subito la pioggia leggera di ottobre, la strada bianca oltre il bosco di Siana, Marzana, Barbana, Arsia, Albona, Vines, Santa Domenica, il bivio di Stermazio, e finalmente Chersano, dove dovevo scendere, mentre la corriera, bianca di polvere, doveva proseguire per Fianona e la strada liburnica, forse fino a Fiume, allora irraggiungibile e lontana.

Mi trovo solo accanto ad un'osteria — forse della famiglia Zancola, o Zanola, non ricordo bene — devo trovare un carretto perché mi aiuti a portare la branda pesante e la biciletta ed insieme andiamo giù per la vallata, ch'io trovo molto triste, la strada piena di pozzanghere, sulla strada un castello antico, alcune case gialle della bonifica, le pareti già annerite dall'umidità del lago dell'Arsa appena prosciugato, ed alla fine ancora una rampa e poi il villaggio di Felicia (allora era proibito persino dire Cepic). A sinistra c'è l'edifìcio scolastico di un piano, a destra il segno di una piccola osteria forse chiusa, davanti alla porta una bella donna giovane che mi informa che alla fine di quella strada c'era la casa dell'«americano», che mi avrebbe dato in affìtto una stanza per dormire, come usava fare, di anno in anno, con tutti i maestri. Per mangiare — aggiunse la donna — dovrà arrangiarsi, perché qui c'è soltanto la mensa per i geometri della bonifica, ma i pasti costano cari: faccio un breve calcolo, e capisco subito che per andare in quella mensa, la mia paga mi sarebbe bastata per una settimana. E nessuno voleva farmi da mangiare: lo chiesi almeno a dieci famiglie, e finalmente trovai la porta aperta del prete del villaggio, un bel volto virile, slavo, risentito, che mi squadrava dall'alto in basso, ma io allora non riuscivo a capire la mia estraneità, ero troppo giovane, e tanto lontano dalle riflessioni politiche che poi avrebbero tormentato i miei anni ascendenti. «Ma solo la cena — mi disse subito — latte e polenta, pane e insalata, e due uova una volta alla settimana. Per il pranzo dovrà accontentarsi di una merenda, comprare qualcosa, nella bottega di Chersano o di Fianona». E così feci, per tutto l'anno scolastico, perché a tutto ci si abitua, specialmente quando si nasce poveri, e quando le speranze non muoiono davanti agli ostacoli. E per me c'erano gli esami universitari da preparare, al secondo anno di Urbino, con professori come Carlo Bo, Fabio Cusin, Aurelio Roncaglia, Mario Apollonio, solo per citare alcuni che mi sono rimasti impressi.

Ed i brevi incontri con le famiglie Stroligo, Fermelia, Belulovic (allora Belullo: ma anche Milan Rakovac era nato Emilio Racozzi, perché queste cose aveva saputo portare il fascismo italiano!), e tanti altri, che non potevano aprire il loro cuore in quegli anni ch'erano già tempestosi. Con me c'erano altri due maestri, una donna veneta sposata con un tecnico della bonifica, che abitava in una casa della vallata, ed una giovane maestra che veniva dall'isola di Pago, di cui mai avevo sentito parlare, e si chiamava Pavan, timida e molto religiosa, sorella del dottor Pavan, viceprefetto di Pola, che due volte venne a trovarla, ed il prete fu sempre molto ospitale con tutti, ma io capivo che desiderava rimanere solo, lontano dagli ambienti della prefettura di Pola, anche se il dottor Pavan era un nostro, ed anche un galantuomo, pieno di riservatezza.

Non conobbi il prefetto Mori — il «prefetto di ferro» — ch'era stato il capo della bonifica dell'Arsa, e che Mussolini aveva mandato in Sicilia negli anni Venti a combattere la mafia: ma la gente del posto lo ricordava come un uomo severo e giusto, innamorato dell'Istria. Qualche sera venivo ricevuto dalla famiglia più importante di Cepic, i Fermelia, che avevano una bottega di alimentari, ed un figlio molto intelligente che frequentava l'università, forse a Padova, e talvolta veniva nella sua casa natale. E c'era anche una figlia, giovane e bellissima, che morì tragicamente durante la guerra, ed una sera, mostrandole il cielo stellato, le dissi ch'io desideravo evadere, vivere in una grande città, fuori dai silenzi: e non sapevo allora la gioia di vivere dove si nasce, di crescere accanto a chi ti vuol bene, a chi condivide con tè le speranze, le gioie e i dolori. Quando l'ho imparato, era troppo tardi, ed ho vissuto il freddo delle carrozze ferroviarie, delle città lontane, delle strade dove nessuno ti conosce.

Ed ancora due cose, fra le mille che affiorano nella memoria: il mattino in cui andai nella miniera dell'Arsa, a riconoscere i cadaveri che venivano estratti gonfi dopo il tremendo scoppio, centinaia di corpi stivati e lavati con le pompe, in mezzo alla cittadina triste dei minatori. Ed il pianto disteso e le urla dei parenti che arrivavano dai villaggi vicini, ma anche lontani, a scoprire il loro caro avvolto in una coperta: le donne con lo scialle nero, spaurite in mezzo a quelle strade così diverse rispetto ai loro villaggi bianchi e cenere.

E quella mattina d'inverno, in cui mi svegliai nella mia camera di Cepic — la casa costruita dall'emigrante ritornato dagli Stati Uniti, e per questo chiamato «l'americano» — e la coperta tutta bianca come di neve: io credevo che la nevicata fosse arrivata fin sopra il letto, invece era il calore del mio corpo di vent'anni che traspirava e che portava come una brinata sulla coperta, nel gelo della notte.

E sempre le corse in bicicletta, al di qua e al di là della vallata dell'Arsa, verso le falde del Monte Maggiore, a guardare gli antichi castelli, sempre solo, per indole, e sempre in cerca di compagnia, le maestre che insegnavano in quelle scuole sperdute tra i monti, e forse qualche volta avevano paura della loro lunga solitudine. I colpi di tosse nelle salite aspre, la maglia piena di sudore, e poi le discese veloci, il petto esile contro il vento, i primi segni di un male che sarebbe venuto a turbare la giovinezza, e che allora sembrava un'ombra di morte.

A Londra, a Parigi, a Roma

Il 6 febbraio del 1947, quattro giorni prima ch'io lasciassi Pola — ed allora eravamo convinti che mai più avremmo potuto ritornare — venne a salutare Pola morente Antonio De Berti, che ha rappresentato la città in tutte le fasi della Conferenza della pace, e nel periodo prefascista ne è stato il deputato e il direttore del quotidiano. Ho pubblicato quel giorno questo suo saluto, che è una testimonianza di nobiltà morale, ed insieme un messaggio anche a coloro che rimangono dove noi lasciamo il deserto: un aspetto dell'Italia nuova che molti di noi sognavano di costruire al confine orientale.

Scrive Antonio De Berti: «Io mi illudevo che la libertà non avrebbe mai abbandonato l'Italia. Ma venne il fascismo, venne il martirio della guerra, che la città sopportò aggrappata al suo focolare, con eroismo, sotto la tormenta delle bombe. Venne l'insulto dell'occupazione straniera, più soffocante delle altre, e venne il processo alla sua italianità. Ora, come se fossimo nel giorno del giudizio universale, nell'al di là, perché non ci troveremo più uniti, possiamo, purificati dal dolore, guardarci l'un l'altro negli occhi. C'è un popolo che è nato con noi e che noi abbandoniamo. Il popolo slavo ci conosce profondamente: ha vissuto con noi per molti secoli, ci ha dato il sangue, come noi abbiamo dato a lui il nostro sangue, per la vita che era comune. Potevamo vivere nella libertà eternamente. Abbracciamolo oltre la linea che ci è stata inalzata dal rancore umano. La sua infelicità è maggiore della nostra. Sentirà il vuoto immenso della nostra assenza: e ci richiamerà. Riconoscerà l'ingiustizia che è stata consumata e contro cui abbiamo lottato con la forza della disperazione». «A Londra, a Parigi, a Roma — prosegue Antonio De Berti — dinanzi a tutti, capi di Stato, della cattolicità, dei governi, uomini politici, giornalisti stranieri, questo mio volto triste disse per Pola la sua tragedia che ancora non era giunta alla catastrofe. Impersonai l'angoscia — come disse De Gasperi, quando partivamo da Parigi — della sua stessa anima».

Ho un altro nobile ricordo, più recente, di un grande uomo politico e storico antifascista di Trieste, che mi fu vicino fin dagli anni Cinquanta, quando fondai la Rivista politica «Trieste»: Carlo Schiffrer. Pochi mesi prima di morire, memore di un viaggio in Istria fatto insieme a me e a Biagio Marin, mi inviò questa lettera.

«Come ci incontriamo noi due con i nostri sentimenti! Forse non l'ho mai scritto, ma l'ho detto molte volte agli amici che oltre Sesana oppure oltre Gorizia vado sempre con animo leggero, mentre il confine istriano l'ho passato la prima volta parecchi anni fa con lo stesso stringimento al cuore che provo tutte le volte che passo il cancello del cimitero per andare alle tombe dei miei. E quella prima volta, ricordo, dovetti far forza su me stesso, ed anche in seguito non mi sono sentito diverso. E ricordo sempre la commozione che provai in un villaggio interno, un tempo croato in maggioranza, Antignana: vi arrivai una domenica proprio all'uscita della messa e vidi una giovane donna che cercava di trattenere il suo bambino, gridando con il tipico accento istriano: «No sta core... no sta core..."».

«Davvero — conclude Carlo Schiffrer — credo che pochi ci possano comprendere nel resto d'Italia e forse anche qui. Noi due non siamo di quelli che di fronte alla tragedia istriana sembrano aver capovolto il detto di Leon Gambetta relativo all'AlsaziaLorena dopo il 1871: «Parlarne sempre e non pensarci mai. Noi ci pensiamo sempre anche se non ne parliamo. Ho scritto queste cose per un impulso incontenibile, e anche perché scripta manent».

E debbo qui ricordare ancora un grande amico che è morto troppo presto, il mio conterraneo P.A. Quarantotti Gambini, che pochi mesi prima di morire improvvisamente nella sua bella casa di Venezia, in un'intervista alla «Fiera letteraria», intitolata «Un italiano sbagliato», diceva: «Come uomo, sento di essere qualcosa di simile a uno straniero in patria. Proprio quel modo di essere e di pensare che poteva fare di me un cittadino di un'ipotetica Italia un po' nordica e molto europea (quell'Italia per cui i giuliani sospiravano ai tempi della loro soggezione all'impero austroungarico, senza rendersi conto che essa, in realtà, non esisteva), mi mette fuori fase tra la maggior parte dei nostri connazionali. Da qui un continuo disagio, e l'impressione di essere, appunto, un italiano sbagliato. Impressione che non può non fondersi con un certo disdegno, il quale finisce per rendermi, inevitabilmente, ancor più sbagliato». È lo stesso disdegno che isola nel suo orgoglio Fulvio Tomizza, che si libera nella pace e nella solitudine di Materada, dove scrive dell'Istria, e la nostra terra corre per il mondo con le parole, l'amore e il dolore di questo grande scrittore istriano.

Il nostro dialetto

In questi giorni, nella trasmissione Rai più ascoltata anche al di là dal confine — «Voci e volti dell'Istria» — una delle intellettuali più acute dell'Istria, Biancastella Zanini, professoressa di italiano nella facoltà universitaria di Pola, e figlia del maggior poeta istriano, Ligio Zanini, ha svolto una riflessione di profondo rigore sulla posizione degli italiani rimasti nella loro terra natale, che hanno sempre più urgente bisogno di una scuola adeguata alle loro esigenze, e dietro di loro Roma, e non solo Lubiana e Zagabria, che siano in grado di capire e favorire la maturazione armoniosa di questa complessa civiltà politica, etnica, sociale, come è venuta formandosi nel giro di tanti secoli, per non dire di millenni.

Ma l'affermazione di questa mia illustre concittadina che mi ha fatto riflettere maggiormente è stata questa: «Mai in Istria, come ora, si è tanto parlato l'Istroveneto, mai questo nostro antico dialetto è stato tanto diffuso, in tutti gli strati sociali delle nostre popolazioni, tra i rimasti ma anche tra decine di migliala di nuovi venuti».

In questi cinquantanni ho già toccato tante volte questo argomento, ma qui' vorrei approfondirlo, anche alla luce di ciò che sento e che vedo nella mia terra perduta e riconquistata dalla forza e dalla «persuasione» delle radici comuni.

Si parla tanto istroveneto dai nativi di lingua italiana e di lingua slava, perché la Repubblica di Venezia ha inciso sulla civiltà dell'Istria per quasi un millennio, e ha favorito un costume di grandi autonomie, direi anche di rispetto umano, e di movimento di uomini e di idee. È giunta in Istria — ma anche nel Quarnero e lungo la costa dalmata — una grande civiltà del mare, uno Stato mediterraneo di forte prestigio, di ricche iniziative, che ha allargato l'ambito e le ambizioni e il tenore di vita di tutte le nostre comunità, in mare e in terra. Anzi — come spesso mi faceva notare Quarantotti Gambini — Venezia non esisteva ancora quando da noi si era già sviluppata una intensa civiltà, romana e bizantina, fra Pola e Parenzo, per ricordare soltanto due centri straordinari che la Repubblica ha trovato sulla costa istriana. Nel Quattrocento, ad esempio, c'era a Rovigno una scuola per piloti di mare, in cui la classe dirigente di Venezia mandava i suoi figli. E Dignano aveva alcune tra le maggiori manifatture di cappelli, di scarpe, di stoffe ricamate, che fornivano tutta la Repubblica. Solo per dare alcuni segni di una civiltà secolare, che ha formato alcuni costumi che non si spengono, anche se il tempo, le cose, gli uomini, li modificano, per una forza che è nel destino dei corsi della storia.

E poi c'è, anche nell'inconscio collettivo istriano, la voglia di distinguersi dagli altri balcanici, senza offendere nessuno: la stessa voglia che ha portato all'indipendenza prima la Slovenia e poi la Croazia, di non essere come gli altri. Nell'Istria, e nel Quarnero, da secoli genti di due o tré etnie vivono mescolate, frutti di immigrazioni diverse, ma anche di matrimoni misti, di incontri antichi di città e di campagna, senza il bisogno, la necessità, di mostrare la propria nazionalità, di proclamarsi slavo o italiano, di sentirsi inferiore o superiore, civilizzatore o civilizzato. Una società erescinta libera e autonoma, come quella istroquarnerina e dalmata, per secoli non ha inteso il bisogno di dirsi l'uno o l'altro, ma si è intesa vicina e fraterna al diverso. Solo la lotta per le nazionalità, sorta nell'età romantica con l'Ottocento, ha fatto percepire le diversità, nei momenti di svolta, di guerra, di scontro ideologico, le ha rese nemiche: con due punte massime, i decenni del fascismo italiano e quelli, ancor più lunghi, del comunismo di Tito, anche quale vendetta e rivalsa rispetto alla violenza snazionalizzatrice precedente.

Ora, se l'attuale governo di Zagabria non vorrà attizzare i momenti di sospetto, di inimicizia, di scontro, le cose antiche si riequilibreranno, e ognuno parlerà liberamente la lingua, o meglio il dialetto che gli è proprio, passando magari nel giro di pochi minuti da un dialetto all'altro, com'io sento fare ogni giorno in tutte le parti dell'Istria e del Quarnero, ogni volta che cessa la paura, quando la «patria» è intesa prima di tutto come la terra natale, la terra dei padri — Vaterland — che è il solo segno che unisce gli uomini, e da a loro una rinnovata speranza, senza odiare nessuno che non appartenga a questa patria delle radici.

Solo in questo senso si capisce il trionfo della Dieta democratica istriana, che ora deve trovare gli uomini giusti e capaci per amministrare ogni giorno questa vittoria politica.

L'Italia ricorda

Forse pochi lettori sanno che il capo del fascismo croato — l'Ustascia Ante Pavelic — visse a Pola tutta l'infanzia e tutta l'adolescenza, figlio di un commerciante di legna di Zagabria ch'era venuto nella capitale dell'Istria quando gli Asburgo decisero di costruire la grande diga che chiude il porto stupendo.

Questo episodio mi è stato riferito dal più grande giornalista jugoslavo, Ive Mihovilovic, istriano di Promontore, morto a Zagabria un anno fa, con il quale ebbi l'onore di stabilire un'amicizia fraterna: imparammo, tutti e due, a conoscerci meglio, a capire che venivamo dalle stesse radici, che non si può essere nemici quando si nasce a dieci chilometri di distanza, accanto allo stesso mare, sotto lo stesso cielo, negli stessi profumi di mare e di terra rossa.

In una delle ultime lettere, questo illustre istriano mi disse che sognava Promontore di giorno e di notte: da piccolo, vicino alla mamma, andava a pascolare le pecore verso la Punta, dove la nostra penisola si sprofonda nel mare, e quando veniva giù la pioggia, si metteva sotto i muretti a secco — le masiere — e sotto i rami spinosi delle graie, riparato da un vecchio cappotto che la madre portava per difendere il figlio dalla grande umidità.

Mi sono tornate alla mente queste cose, leggendo in questi giorni che i seguaci di Ante Pavelic, i nuovi ustascia, sognano ancora una volta la Gran­de Croazia, com'era al tempo dell'alleanza con i fascisti italiani, dopo l'occupazione della Jugoslavia nel 1941. Essi spingono al fanatismo l'attuale presidente Tudjman, com'era facile prevedere con tutto quello sventolìo di bandiere croate, che a molti facevano ricordare il terrore nazifascista, non solo a Belgrado e a Zagabria, ma anche a Zara, a Fiume, a Pola e nel Quarnero. 

Non più la stella rossa di Tito, ma non ancora la libertà, la democrazia, i diritti uguali per tutti, il rispetto delle minoranze.

Per la prima volta, dopo la nostra disfatta nella seconda guerra mondiale, il governo italiano invia nell'Istria una missione diplomatica per vedere ciò che si può fare in favore dei nostri infelici connazionali: penso che è meglio tardi che mai, anche se occorreva far conoscere all'opinione pubblica italiana i problemi angosciosi dell'Istria e del Quarnero molti anni prima: non per salvare quelle terre contese, ma per perderle con più dignità, con maggiore consapevolezza, e forse anche con maggior dolore. Tante volte l'ho detto e l'ho scritto: lo stesso avversario di allora ci rispetta di più quando percepisce la nostra consapevolezza, e ci disprezza e ci mette sotto quando si accorge della nostra ignoranza, della nostra colpevole superficialità.

Tutto questo abbiamo pagato nell'Istria, nel Quarnero e in Dalmazia, e l'auspicio è che non ci tocchi pagare ancora, come alcuni segnali fanno prevedere, al di là del confine. La nostra minoranza, che vive nell'Istria da tanti secoli, deve assumere un volto pieno di dignità e di severità, deve abbandonare ogni costume servile e sottomesso, com'era abituata a fare nei lunghi decenni del regime titoista: gli italiani che hanno servito quel regime, lottando contro l'Italia non più fascista, e contribuendo a portare il confine alle porte di Trieste, devono lasciare ogni posizione di potere, e ritirarsi nella solitudine e nel silenzio.

I più seri lo hanno fatto, ma alcuni rimangono, e questo è un male, perché sono disprezzati dagli stessi nuovi padroni, e non possono essere degli interlocutori credibili. Non i pescatori, non gli operai e i contadini, non la gente semplice e indifesa, ma i capi politici, gli intellettuali italiani, coloro che sapevano la scelta che avevano fatto, l'inganno che avevano perpetrato verso la povera gente, abbandonata a se stessa, senza mete, senza speranze, chiusa nelle case a tormentarsi, di giorno in giorno.

Ripenso a quel contadino sotto Buie che mi ha raccontato, tanti anni fa, che quando di sera ritornava a casa dalla sua campagna lungo il Quieto, guardava il suo villaggio, e quando vedeva le luci nella casa accanto, il cuore gli si allargava: ma se c'era il buio, voleva dire che un'altra famiglia era partita, e non sarebbe mai più ritornata.

Dopo quarant'anni, i silenzi, quel buio, ancora spaventano. Gli italiani rimasti devono sapere ogni ora queste cose, i padri come i figli, e devono sentirsi liberi da queste enormi responsabilità del passato, per guardare avanti con forza, con la coscienza pulita e serena, e così presentarsi ai nuovi regimi politici. Non più la paura, la rassegnazione, il far buon viso a cattivo gioco, far fìnta che tutto passerà, che tutto andrà bene.

Due anni fa, in uno splendido pomeriggio accanto al mare di Veruda, subito fuori della nostra città di Pola, discutevo con il più grande storico istriano vivente, Miroslav Bertosa, e parlavamo del ridere istriano, del troppo ridere anche quando sarebbe stato meglio fare un discorso serio. Eravamo d'accordo nel dire che l'Istria per oltre settant'anni era vissuta nella dittatura, senza avere davanti i grandi temi della democrazia, la libertà, il dubbio, il confronto, le grandi aperture.

Anche questi lunghi decenni di silenzio o di finzione non avevano permesso agli istriani italiani e slavi di guardare al di là delle loro mura, di allargare la loro conoscenza, di cercare di capire anche i diversi, coloro che erano nati in un'altra lingua. Allargare la città alla campagna, fondere, per quanto possibile, due civiltà che pure avevano da secoli radici comuni.

Buon futuro, "Istria"

Chi da qualche mese percorre le strade dell`Istria, vede un manifesto elettorale della Dieta Democratica Istriana che dev`essere stato inventato  da un cervello assai vivo della nostra terra:: «Buon futuro, Istria», con un disegno azzurro e bianco, a curve, che danno, a chi ama l'Istria, il senso dei grandi spazi, e anche di lunghi silenzi, le onde del mare e della terra. Non è questo segno che ha dato la vittoria alla Dieta, ma certamente ha giovato a dare nuove speranze alle genti che abitano la penisola. 

Questo nuovo motto di speranze, questo attendere un futuro diverso lo si coglie dovunque, tra i nativi, veneti e slavi, e anche tra i nuovi venuti, che popolano l'Istria da quasi cinquant'anni, dopo il tragico, troppo improvviso vuoto lasciato da circa 250 mila istriani che hanno abbandonato la terra natale negli anni dell'odio, forse della vendetta, certamente dalla chiusura del confine. Perché a me, che sono stato un protagonista di quelle vicende, più il tempo si allontana, e più pare che l'esodo abbia la sua origine nella paura del nuovo, del futuro, di qualcosa che sarebbe avvenuto nella nostra terra, misterioso, lontano, diverso, legato allora al mondo sovietico-comunista, di cui si ignorava tutto. Era atteso come un mito da chi credeva in questa ideologia della liberazione dalla miseria, dalla sottomissione, ma per tutti gli altri, ed erano i più, la grandissima maggioranza della nostra gente, si presentava misterioso, imprevedibile, arcano, e perciò faceva paura. E coloro che non percepivano di poter armoniosamente entrare in quel mondo nuovo, sentivano crescere intorno il senso della paura, della precarietà, e finivano per essere come degli estranei, degli ospiti nella loro terra natale. Lo vado scrivendo da quasi cinquant'anni: l'esodo viene prima di tutto da questa frattura psicologica, dal sentirsi ospiti non graditi nella propria terra: come se un estraneo venisse nella tua casa, e pretendesse di fare da padrone; e dietro all'estraneo, tu sentissi che il potere è dalla sua parte, e non dalla tua.

L'esodo non ha una radice «patriottica», come a lungo è stato sostenuto da una certa propaganda italonazionalistica, ma una radice umana, ben più profonda: dalI'Istria e dal Quarnero e da Fiume sono partiti anche decine di migliala di slavi, e non solo di italiani. La radice dell'esodo è certamente una scelta filo-occidentale, insieme, ripeto, alla paura del mondo sovietico e stalinista, che veniva avanti con arroganza.

Ma i rimasti, dopo i primi anni sconvolgenti, perduto l'equilibrio etnico che aveva formato la nostra terra, si sono ricompattati in qualche modo, insieme hanno capito la forza delle proprie radici, e con la fine del regime ideologico si sono ritrovati vicini, fraterni, anche se nati in lingue diverse - meglio sarebbe dire in dialetti diversi, istro-veneto e istro-slavo e hanno votato insieme per la Dieta che li rappresentava insieme, per la prima volta nella storia moderna, creando un fatto politico di estrema importanza, di profondo significato politico, sociale, morale. A tal punto, che persino i nuovi venuti le decine e decine di migliala giunti da ogni parte della Balcania, negli anni Cinquanta, a riempire i vuoti immensi dell'Istria e del Quarnero si sono intesi vicini ai nativi, e qui sono nati i loro figli, e qui hanno inteso di aver contribuito a creare la loro nuova patria istriana.

L'Istria, questa terra straordinaria e originale, da sempre abituata alla convivenza, ha amalgamato gli uni e gli altri, con i matrimoni misti, con la serenità del vivere tra la terra fertile e il mare ricco, con la voglia di lavorare in silenzio, con la forza che viene dalle lunghe incomprensioni, e anche dalla solitudine, dai regimi che mutano, dai nuovi padroni che vengono, e in ogni fase bisogna sopravvivere, bisogna andare avanti.

La Dieta Democratica Istriana deve essere consapevole di queste nuove speranze che ha suscitato nell`Istria, e non deve deluderle mai, e anzi lavora­re, di giorno in giorno, affinchè le speranze aumentino, si consolidino nell'anima popolare istriana. Che ora è di nuovo scossa, quest'anima, da un'altra ondata di profughi dalla guerra civile balcanica, che a decine di migliala affollano l'Istria come nuovi corpi estranei, ancora una volta senza colpa, ma portati qui da noi da un destino infernale, in cui anche l'Istria ancora una volta, paga per gli errori degli altri.

Molti di questi profughi nuovi rimarranno, anche perché non sapranno dove ritornare, né durante la guerra civile, né dopo: nelle loro terre perdute, che ora essi sognano, l'odio continuerà anche dopo, le case saranno distrutte, e molti di questi nuovi venuti non sentiranno con forza il richiamo delle radici. 

L'Istria ospitale è paziente e generosa, potrebbe diventare, ancora una volta, la patria anche di queste genti nuove, che non sono nemmeno amalgamate tra loro, e per questo il nuovo impatto sarà molto più lacerante di quello avvenuto negli anni Cinquanta, quando tanti fra noi hanno fatto posto agli altri.

Io mi accorgo di queste difficoltà vivendo spesso in Istria accanto ai nuovi profughi, che sono stati accolti con grande apertura, con profonda generosità, ma vedo che non si rendono conto di queste cose buone, e vivono con una estraneità paurosa, eternamente offesi contro tutto il mondo, specialmente gli uomini e anche molte donne: i bambini, negli occhi dei bambini c'è sempre lo stesso candore, la stessa gioia di vivere, la stessa ansia di vedere il nuovo e di avvicinarsi subito a chi li guarda con simpatia e con solidarietà. In questo senso l'Istria si rinnova ogni giorno, come ha fatto per secoli, ed esprime una sua forza straordinaria, commovente.

La Dieta, che è destinata ad amministrare quasi tutte le terre istro-quarnerine, dovrà tenere conto anche di questi fatti che determinano il destino sempre diverso e sempre affascinante e faticoso dell'Istria, e lavorare compatta, con molta determinazione, con molta tenacia, vincendo ogni piccolo provincialismo, ogni piccola invidia personale, che tanti mali hanno recato alla storia della nostra penisola, e vedere le cose in grande. Dignità profonda verso tutti, a cominciare da Zagabria che è la capitale della parte croata, ma anche da Lubiana che amministra il Capodistriano, e che ha davanti altri problemi, meno intricati, meno complessi. Anche Roma finirà per capire di più, e saprà entrare con maggior equilibrio e dignità nella comprensione degli italiani rimasti nella loro terra, ma per vivere in armonia con gli altri, per misurare insieme i loro valori autentici, per far progredire insieme questa nostra terra che ogni giorno ci offre un quadro di riferimenti appassionanti, difficili, originali, irripetibili.

Zagabria, Lubiana, Roma per dire le tré capitali debbono lavorare insieme per i progresso comune: le terre istro-quarnerine possono diventare sempre di più il terreno politico e sociale e morale di questo avanzare della civiltà adriatica.

Cinquant'anni dopo

 «La Voce del Popolo» di sabato 18 pubblica due articoli di eccezionale rilievo politico, uno firmato dal suo direttore Ezio Mestrovich, e l'altro che riporta una dichiarazione di quello ch'io considero il cervello più alto della Dieta Democratica Istriana, Ivan Jakovcic. Anche se scrivo da cinquant'anni intorno ai problemi istriani, vorrei fare alcune riflessioni su questi due interventi, che segnano una svolta significativa nelle cose della nostra terra, al di qua e al di là del confine.

Prendendo lo spunto dal cinquantesimo anno dell'annessione dell'Istria alla Jugoslavia (ed ora alla Croazia e alla Slovenia), Ezio Mestrovich scrive fra l'altro: «L'anniversario per i croati vuol dire festeggiare l'unione alla Nazione madre; per gli esuli la perdita della Nazione madre; alla minoranza non resta che aggrapparsi all'antifascismo... Entro questa angolatura la minoranza rischia di rimanere spiazzata e di fare la figura miserrima che per anni le era stata attribuita dall'altra parte. Di aver cioè barattato la patria con un'astrusa ideologia. Questo nei casi migliori, in quelli peggiori di averlo fatto per bassi interessi personali».

Questo è il primo nucleo del ragionamento lucido, leale, coraggioso del direttore della «Voce», su cui ritornerò, ma prima desidero sottolineare un altro passaggio dell'articolo: «Per gran parte di coloro che rimasero di loro sponte giusto fu l'antifascismo e giuste apparivano le prospettive che il socialismo annunciava. Ingiusti ambedue per l'esule, non perché fosse fascista, ma perché dell'antifascismo e del socialismo subì le immediate degenerazioni. Giusto fu allora andarsene. Opinione giudicata sbagliata da chi rimase, se non altro perché se i sistemi cambiano, i popoli rimangono. A patto che restino».

Ed ancora la conclusione di Ezio Mestrovich, che trova anche qui l'espressione più efficace della sua razionalità ed anche del suo coraggio morale: «Di quanto fatto dai fascisti a danno dei croati e sloveni molto si è detto e ripetuto: ben venga, non va dimenticato. Quanto combinato dai bolscevichi a scapito degli italiani lo hanno fatto sapere prima gli esuli e qualche connazionale, ultimamente molti altri. Ma adesso che è chiaro chi ci ha rimesso più di tutti, la buona educazione vorrebbe una parola di scusa. 

Alta, rappresentativa, civile, offerta alla parte che maggiormente ha perso, al di là di fascismi e di bolscevismi. Chiaramente, all'italiana. Un atto simbolico che ancora si attende, ed è necessario. Perché le differenze, che continueranno ad esserci, non debbano necessariamente risolversi in vinti e vincitori».

Ed ora qualche mia riflessione, proprio da parte di uno che sente qualche responsabilità nel aver creato o interpretato, negli anni feroci della scelta (1945-1947) la psicosi dell'esodo biblico. Qualche mese fa, a Pola, uno degli intellettuali più prestigiosi del mondo croato-istriano, più giovane di me, mi chiese, con molto rispetto, se io sentissi addosso il peso di quel dramma che ha sconvolto, almeno per le nostre generazioni, tutta l'Istria e tutto il Quarnero. Gli risposi che a farci andare via non fu soltanto un clima di terrore, ma ancora di più la paura del nuovo, la grande paura di un mondo sconosciuto che veniva avanti con l'arroganza del nuovo padrone, di cui una parte notevole degli istro-quarnerini non sapeva nemmeno la lingua. E l'arroganza era data — come ha intuito in un suo libro Claudio Magris — da chi sapeva che tra poco sarebbe stato il vincitore, e che avrebbe avuto tutto, quello che era giusto diventasse jugoslavo, ma anche quello che era ingiusto, da Capodistria a Pirano, a Parenzo, Rovigno, Pola, solo per ricordare alcune cose che ancora pungono nel profondo. Qualche anno fa, una contadina della valle della Dragogna mi raccontò che, quando vide i partigiani di Tito vincitori nei suoi villaggi sloveni, dentro si sentì serena ed appagata, ma pensò con dolore che cosa sarebbe stato di Capodistria, di Pirano, di quelle città della costa dove nessuno sarebbe stato in grado di rispondere alle loro parole di vittoria, di gioia per una nuova patria forse sognata e certamente attesa da chi era nato in una lingua diversa da quella italiana, parlata dagli istro-veneti.

Mi accorgo di non saper dire nulla di nuovo, rispetto a ciò che vado scrivendo da quasi mezzo secolo. Se mia madre e mio padre fossero ancora stati in vita durante l'esodo da Pola, questo stesso figlio avrebbe loro consigliato di rimanere, per non staccarsi dalla casa in cui erano nati, dall'orto che aveva alimentato la loro vita, le loro speranze, dal cimitero dei loro morti. E la visione sempre più netta, man mano che l'esodo si estendeva a tutti gli strati popolari, operai e pescatori e contadini e pensionati, e non soltanto la piccola borghesia, che in Istria era poco consistente — la consapevolezza che l`Italia — diciamo retoricamente la Nazione madre — di noi non sapeva nulla, ed una parte delle sinistre di allora derideva il nostro esodo, e ci chiamava fascisti. E un'altra parte — i moderati, con alla testa la Democrazia cristiana — strumentalizzava il nostro esodo in funzione della sua lotta anticomunista. Mentre l'esodo di tanta povera gente — quanti finiranno suicidi, quanti moriranno subito di crepacuore, nel silenzio, nella solitudine più disperata — aveva significati ben più profondi, più complessi: avrebbe potuto giovare a rendere il nostro Paese più pensoso, più serio, più impegnato a meditare sulle sconfìtte, sulle sfide perdenti, ad aderire alla realtà delle cose, alle capacità effettive del nostro popolo, e non alle retoriche della potenza, alle guerre di aggressione, alla violenza snazionalizzatrice.

Abbiamo perso tutto — come ha affermato tra i primi Diego De Castro — perché l'Italia ha perduto la guerra: ma abbiamo perso anche perché dietro di noi non c'era la coscienza di un Paese attento, colto, che sapesse distinguere ciò che era difendibile, da ciò che doveva comunque venire perduto. Ma mentre dico queste cose, mi accorgo sempre della complessità dei nostri problemi, ed affiorano i dubbi su tutto.

Vorrei però concludere con una riflessione di un giovane istriano che stimo fin dal giorno in cui è sorto alla vita politica, il leader della Dieta Democratica Istriana, Ivan Jakovcic, di cui ho detto all'inizio di questo articolo. Rispondendo a chi ritiene che una parte dell'Istria del Nord, la Ciceria, potrebbe diventare una terra d'insediamento di profughi croati fuggiti dalla Bosnia e dall'Erzegovina, questo illustre deputato scrive: «L'Istria ha aiutato e aiuterà i profughi e sfollati, gente dai destini tragici, però non accetterà l'imposizione violenta di nessuna politica di popolamento e soprattutto non di una politica, che, usando un'espressione del vocabolario neofascista, affermi che il ripopolamento dell'Istria con i Croati risolverà "il problema istriano" nella Repubblica di Croazia. La Dieta Democratica Istriana non accetterà nessun insediamento e nessuno spopolamento della gente con "decreto", perché proprio l'Istria sa, in virtù del proprio traumatico passato, che cosa significhi vivere senza avere la possibilità di tornare al proprio focolare. Pertanto dal vertice dello Stato richiede il mantenimento delle promesse più volte espresse a proposito del ritorno nelle proprie case di profughi e di sfollati».

«L'Istria — così conclude questo giovane leader — così come ha sempre fatto, con la dignità che le è propria, saprà mantenere anche in questa occasione le sue peculiarità etniche, saprà difendere l'umanità e l'apertura delle genti di queste aree, a prescindere se vivono a Vele o Male Mune, a Portole, Gallesano oppure a Cherso».

Anche queste parole aiutano a meditare sulla complessità drammatica dei problemi che le nostre generazioni stanno stanno vincendo, al di quà e al di là del confine.

I padri e i figli

Ancora una volta, il dramma che sconvolge i Balcani passa per Trieste e con maggior impeto per l'Istria e il Quarnero: la paura, il terrore della guerra civile che si sta scatenando tra i croati e i serbi coinvolge il destino di una terra che ci è tanto vicina, e che per secoli si era maturata fra due altissime civiltà dell'Europa, la Repubblica di Venezia e l'impero multinazionale degli Asburgo. Per questo era cresciuta pacifica, tollerante, e non ha avuto nulla in comune con gli odi di razza e di religione che hanno insanguinato tante volte le regioni balcaniche.

Anche per questo motivo, i problemi che qui si affollano e che ormai ci toccano da vicino, esigono sempre delle analisi precise, e mai giudizi e riflessioni superficiali, che poi portano a tante polemiche che qui sempre affiorano, in ogni svolta che nasce in una terra di confine come la nostra, al di qua e al di là.

Il Presidente Cossiga ha fatto due valutazioni errate, che debbono essere corrette prima di tutto da chi era qui, da chi ha visto e qualche volta interpretato le nostre tormentate vicende. Le navi cariche di profughi, non partivano né da Capodistria né da Fiume, perché tutta la Venezia Giulia, a eccezione di Pola, di Trieste e di Gorizia, fin dal maggio del 1945 cadde nelle mani dei nuovi padroni, monopolizzati dal partito stalinista, che nell'euforia della vittoria e protetti davanti a tutto il mondo dalla Russia di Stalin, fecero scendere sull`Istria e sul Quarnero una cappa di piombo, un silenzio di morte. Nessuno potè fuggire, se non clandestinamente, nessuno potè parlare, se non per osannare la Jugoslavia di Tito, che pose come sua meta il confine dell`Isonzo.

Furono chiamati «italiani onesti», fratelli, coloro che condividevano questa soluzione, gli altri furono emarginati come relitti del fascismo, come fantasmi che dovevano applaudire o tacere: il dramma che toccò decine di migliala di famiglie, padri e figli, si svolse dentro le pareti domestiche, e per loro non ci fu scelta. Solo Pola potè parlare, perché là erano giunti i vincitori dell'Occidente, gli anglo-americani, come a Trieste, come a Gorizia. Furono due anni di lotta accanita, i cittadini pro-Italia e quelli pro-Jugoslavia, e Pola credette di parlare a nome di tutta l'Istria, costretta al silenzio.

Il calvario dell'esodo, nelle terre subito occupate dalle forze jugoslave, si svolse ugualmente, giorno dopo giorno, con paure che non finivano mai, e spopolò quelle terre come non era mai accaduto nella storia nostra.

L'esodo fu così spaventoso, perché i tempi erano spaventosi, e coinvolsero persino sloveni e croati dell'Istria e del Quarnero, e non solo almeno il novanta per cento degli italiani. Ma non per questo i rimasti erano dei traditori, dei venduti... da quarant'anni vado dicendo e scrivendo che molti rimasero per stare accanto ai propri vecchi, ai figli malati: fu una scelta tremenda, che dev'essere vista e capita caso per caso. Porre il problema come uno scontro tra padri e figli è rozzo, ingiusto, e provoca amarezze infinite.

Io stesso — anche questo l'ho scritto da decenni — se mio padre e mia madre non fossero morti durante la guerra, li avrei scongiurati di rimanere, così poveri e soli, di non lasciare il loro alloggio, il loro cimitero, e così vecchi e stanchi ricominciare tutto da capo: perché la vita stanca anche coloro che la iniziano una sola volta, e l'esule deve rifarla due volte, e dovunque si sente estraneo, senza radici, senza solidarietà, privo di quella comunità in cui era cresciuto. Ho visto morire di crepacuore il nostro zio Gregorio, giunto a Trieste dalla sua Orsera, dentro aveva un vuoto incolmabile, e pensava soltanto alla sua casa abbandonata, alla sua campagna che non avrebbe rivisto mai più.

Altro che scontro fra padri e figli: il problema tocca nel vivo quei capi politici, quegli intellettuali, coloro che ebbero delle responsabilità enormi come italiani a tutti i livelli, coloro che hanno offeso la nostra povera gente rimasta, ancor prima del Trattato di pace del 1947, e che nell`Istria e nel Quarnero si sono battuti per la soluzione jugoslava, contro l'Italia, che non era più l'Italia del fascismo, della violenza e della sopraffazione, ma un'Italia nuova, nella quale molti di noi credevano, e che alla conferenza della pace cercava disperatamente di far sentire questa voce nuova davanti ai vincitori. E poi, dopo il '47, questi stessi italiani che si sono battuti per l`Istria e per Fiume jugoslave, che cosa hanno fatto di fronte allo sconvolgimento operato dai nuovi padroni?

Che cosa hanno fatto davanti alla vergogna di Goli Otok, davanti a tutti i nomi mutati — Vrsar, Bale, Vodnjan, solo per fare qualche nome —, alle scuole italiane chiuse da un giorno all'altro? 

Loro che avevano lottato per la soluzione jugoslava.

Si può, anzi si deve capire l'attesa della nuova patria da parte degli slavi dell'Istria e del Quarnero, dopo i due decenni di violenza, di emarginazione, ma quegli italiani non si possono capire né giustificare: questo è il vero problema. Nessuno intende fare dei processi, né io voglio qui fare dei nomi. Ognuno ha dentro il morso della propria coscienza: alcuni sono scappati, altri hanno fatto scappare i loro figli, altri ancora hanno scelto il silenzio fino alla morte. E qui si parla di coloro che si sono assunti in quegli anni di fuoco, da italiani, alcune gravi e pesanti responsabilità, e non della povera gente rimasta, contadini, pescatori, operai, pensionati, che magari pensavano allora al ritorno di uno Stato di tipo asburgico, tollerante, civile, in cui la radice etnica era mista, confusa, e nessuno si vergognava di essere italiano o slavo.

Se veramente per l'Istria e per il Quarnero sta per avere inizio una fase nuova, più aperta e più europea, com'è negli auspici di tutti coloro che pensano e che sperano, allora si lasci che parlino solo i figli, e non questi padri.

Ho detto queste cose con un grande peso dentro, ma le parole di Francesco Cossiga possono innestare — indipendentemente dalla volontà del Capo dello Stato italiano — una polemica fuorviante, velenosa e maliziosa, come altre volte è avvenuto nella nostra terra, facendo di ogni erba un fascio, senza la voglia di capire, di distinguere.

L'esempio di Ante Ciliga

Nel mese di marzo del 1946 Pola occupata dal Governo Militare anglo­americano, ed il resto dell`Istria e del Quarnero nelle mani delle truppe di Tito, attendevano l'arrivo della Commissione Alleata, che sarebbe giunta per studiare nelle nostre terre la possibilità di proporre alla Conferenza della pace un nuovo confine etnico fra l'Italia e la Jugoslavia.

C'era ancora in città un clima di speranza, almeno nella parte occidentale, veneta dell`Istria, che allora nessuno pensava dovesse essere ceduta alla Jugoslavia. I quattro vincitori, che dovevano decidere il nostro destino, erano anche in possesso di questi dati, ch'io rilevo qui dal censimento austriaco del 1910. Queste erano le percentuali di italiani a Sud di Trieste: Muggia 93 per cento, Capodistria 88, Isola 96, Pirano 96, Umago 94, Cittanova 90, Parenzo 93, Orsera 82, Rovigno 88, Pola 90. Ed ecco i dati delle città dell`entroterra, da Nord a Sud, sempre secondo il censimento del 1910: Buie 92 per cento, Montona 98, Portole 69, Pisino 25, Visignano 84, Visinada 70, Valle 97, Dignano 96, Gallesano 77, Albona 93. Per le isole del Quarnero: Cherso 54 per cento di italiani, Neresine 75, Lussingrande 45, Lussinpiccolo 65.

In questo clima di speranza e di attesa, nella primavera del '46, venne al giornale lo storico Ante Ciliga, istriano croato, che nell'aprile del '21 guidò la rivolta antifascista nell'Istria orientale, fra Carnizza e Albona, e dovette subito scappare dalla sua terra natale, e vivere nell'esilio per quasi cinquant'anni. Fondatore del partito comunista e segretario per la Croazia, fu chiamato a Mosca nel 1926 insieme a Tito. Rimase nell'Unione Sovietica dal 1926 fino al 1935, attivo cospiratore nei primi quattro anni, imprigionato in Siberia durante gli altri cinque.

Tra gli anni Quaranta e Cinquanta scrisse due libri, «II paese della menzogna e dell'enigma», e «Siberia» (Casini Editore), tradotti in italiano, inglese e francese, e divenne amico di alcune personalità europee ch'erano passate attraverso le sue stesse esperienze, tra cui Ignazio Silone e Leo Valiani, i quali più volte scrissero sui lavori di questo illustre istriano esule.

Ante Ciliga è rimasto a Pola per alcuni giorni con me, ed ha scritto per il quotidiano «L'Arena di Pola», una serie di articoli, in cui, nell'atmosfera di allora, dice le sue riflessioni di protagonista istro-croato che ha vissuto esperienze straordinarie. Viene qui pubblicato il suo articolo del 1° marzo 1946, seguito da un mio breve commento tratto dal diario di quegli anni.

«Le nostre lotte locali, piccine — molto perniciose e catastrofìche per noi stessi — possono avere per la storia generale soltanto un significato del tutto secondario. Ecco perché un'intesa reale, una collaborazione sincera, una fratellanza — non soltanto a parole, ma nei fatti — fra noi croati e italiani dell`istria mi pare tanto necessaria. Ero sempre di questo parere, anche quando molti, dell'una e dell'altra parte, non la pensavano così. Ora questi desideri si professano attivamente da ambedue le parti; ma i fatti, da ambedue le parti, corrispondono ben poco alle parole.

«Gli slavi pensano e praticano piuttosto vendette e sopraffazioni nazionali che giustizia. Le loro foibe, i campi di concentramento, la negazione del diritto di autodecisione agli italiani, sono simili agli orrori dei campi di concentramento nazisti, simili alle persecuzioni fasciste. Gli italiani, da parte loro, anche quando protestano contro le nuove ingiustizie slave, di loro propria iniziativa non risolvono nemmeno una delle loro vecchie ingiustizie e dei loro vecchi privilegi. Per esempio, direttore, vede Pola col suo circondario, ora amministrato dagli italiani sotto il Governo Militare Alleato. Qui c'è, senza dubbio, una minoranza croata: ma il Comune di Pola conosce soltanto una lingua, l'italiana. Nei suoi uffici, nelle sue tessere, si nega realmente l'esistenza dei croati. Facendo cosí, si offende ogni giorno noi croati, come uomini e come nazionalità. Il bilinguismo, la presenza e l'uguaglianza delle due lingue, sarebbe non soltanto il riconoscimento d'un elementare diritto democratico, ma anche un passo di saggezza, di maturità politica da parte dei partiti italiani. Ma questo non si fa, a questo non si pensa. Si trova invece naturale continuare con i vecchi privilegi, le vecchie ingiustizie, le vecchie umiliazioni del fascismo, del prefascismo, della vecchia Venezia, a danno nazionale dei croati.

«Lo stesso avviene nella chiesa. Alla testa della chiesa di Pola non ci sono degli sciovinisti, tutt'altro: pure, essi non pensano che sarebbe giusto e necessario introdurre in chiesa delle prediche anche in croato, per la popolazione croata.

«Io non protesto, non insisto. Non è molto lontano il giorno in cui tutto ciò si farà. Se Tito lo avesse voluto e chiesto, questo sarebbe già stato realizzato. Ma egli spera di ottenere tutta la Venezia Giulia, e perciò preferisce che nella Zona A siano conservate le vecchie ingiustizie, i vecchi monopoli degli italiani, così che per gli slavi egli appaia come l'unica speranza di liberazione. Basta ricordare che le scuole croate a Pola si sono aperte per la iniziativa delle autorità alleate e dei croati locali, contro certa resistenza da parte degli organi ufficiali jugoslavi.

«La fratellanza fra i due popoli — continua Ante Ciliga — suppone libertà e uguaglianza di diritti per ambedue. La fratellanza di Tito manca essenzialmente a queste esigenze. La libertà politica manca agli italiani e agli slavi. C'è la dittatura di un partito, manca la libertà al popolo, sia slavo che italiano, come mancava sotto la dittatura del partito fascista. Ma c'è qualche differenza. Negando ambedue i regimi le libertà politiche per tutti, sia slavi che italiani, il fascismo assicurava nello stesso tempo i diritti ed anche i privilegi nazionali  agli italiani: il comunismo di Tito viceversa, assicura i diritti e i privilegi nazionali agli slavi. Tito riconosce, anzi promette agli italiani i diritti particolari, ma nega loro il diritto nazionale supremo, fondamentale, quello dell'autodecisione. Gli italiani sotto Tito hanno scuole; ma non hanno diritto di decidere e di discutere se vogliono far parte dello Stato italiano o jugoslavo. Anzi si usa violenza per sforzarli di dichiarare che desiderano di appartenere allo Stato Jugoslavo. Questa negazione arriva a tal punto che nemmeno gli italiani comunisti hanno il diritto di avere e di dichiarare un'altra opinione sull'appartenenza statale della Venezia Giulia, che non sia quella voluta dal punto di vista Jugoslavo. La scomparsa nei campi di concentramento e nelle prigioni dei comunisti Zustovich di Albona e Antonio Budicin di Rovigno (soltanto per nominare due dei maggiori esponenti della lotta antifascista istriana) colpevoli di essere per la soluzione italiana, sono appunto dei casi più noti, ma non unici.

«È chiaro che su queste basi non si può arrivare ad una vera e sincera fratellanza fra i due popoli».

Da questo scritto emerge con chiarezza che Ante Ciliga colga almeno due aspetti essenziali del nostro problema: la scarsa capacità italiana di vedere e capire il punto di vista jugoslavo, secondo una linea politica che ha sempre caratterizzato la fondamentale chiusura italiana verso la campagna croata, campagna che talvolta giunge alla periferia delle nostre città giuliane. Oggi Tito, si capisce, sfrutta questa incomprensione, perché vuole tutta la Venezia Giulia: ai fini dei suoi obiettivi, la conservazione di privilegi italiani è un fatto positivo e ricco di prospettive utili.

Ma c'è un altro argomento fondamentale sollevato da Ciliga. Tutta l'impostazione politica delle rivendicazioni jugoslave sulla Venezia Giulia favorisce soltanto una delle due parti ed ignora l'altra. Per i croati istriani, e penso pure per gli sloveni del Carso a Nord e a oriente di Trieste, la linea che Tito ha impostato nella nostra regione è coerente ed efficacissima: unire alla patria jugoslava tutte le popolazioni slave, staccarle dall'Italia che ha tentato di snazionalizzarle, e che ora, sconfìtta ed umiliata, siederà al banco degli accusati nel trattato di pace. Tito interpreta un'esigenza del mondo slavo, che è secolare, la spinta dalla campagna verso la città, la fine dei privilegi italiani, l'ascesa dell'altra parte che ora esce vittoriosa dalla guerra.

Ma a noi la rivendicazione jugoslava toglie la libertà fondamentale, la possibilità di continuare a vivere accanto alla nostra nazione, e ci fa diventare una trascurabile minoranza di un mondo balcanico, che è tanto lontano dalle nostre radici e dalle nostre tradizioni popolari. Questo è il dramma che qui viviamo.

La strada della speranza

Un intellettuale triestino di prestigio, lontano come me da sempre dalla vita partitica all'italiana, ha chiesto le mie riflessioni sulle ultime elezioni a Trieste, convinto che i voti di destra (dai missini alla Lista e alla Lega Nord) provengano soprattutto dagli ambienti istriani, gran parte dei quali avevano votato nel passato per la Democrazia cristiana: il caso più clamoroso — aggiunse questo osservatore — viene da Duino-Aurisina, dove sono concentrati decine di migliala di profughi dall'Istria, immersi da decenni in un territorio storicamente sloveno, e perciò più soggetti alle scosse politico-psicologiche che affiorano nelle svolte elettorali.

Al fondo di questo voto di destra estrema, ultra-nazionalista, c'è almeno qui, al confine orientale, la paura dello «slavismo» e l'aumentata sfiducia verso lo Stato, verso l'Italia che comanda e che amministra.

Azzardo qualche nuova riflessione, pur rimanendo con alcuni dubbi, dati da una situazione che è complessa in tutta l'Italia, ma che a Trieste è destinata ad esprimersi in forme e modi particolari, secondo una linea che qui emerge sempre, in ogni svolta, e che è nel fondo antislava.

È certo che una parte intellettualmente fragile di istriani ha votato per il vecchio fascismo, ferma al momento dello strappo dalla terra natale, ferma nel rancore verso i nuovi padroni dell`Istria, e magari imputando la perdita ai governi che ebbero il potere nel Paese dopo la disfatta italiana, e che doveva­no fare i conti con i vincitori: allora dietro di noi non c'era nessuno, se non il disprezzo verso i vinti che avevano sfidato il mondo intero, e che ora erano stati battuti su tutti i fronti, e persino invasi nei loro territori nazionali. E di fronte a noi c'era Tito, che chiedeva il confine all`Isonzo (tutti gli slavi con Belgrado, nell'euforia della vittoria): e dietro Tito, durante il trattato di pace, c'era Stalin, che nelle trattative contava più di tutti gli altri messi insieme. Perciò al nostro confine orientale la vittoria jugoslava fu totale ed avvenne in un'assenza culturale da parte dell'Italia — sia quella del potere che quella dell'opinione pubblica — che non ebbero mai coscienza piena dei problemi, al di là della città di Trieste, dell'Istria e del Quarnero.

L'Italia non seppe ereditare questo tipo di civiltà della terra e del mare, delle città e delle campagne, e con il fascismo creò le premesse per perdere tutto, quello che era giusto perdere (i territori slavi), e quello che si doveva conservare (le terre venete): ma su tutto, come tante volte ha scritto anche a me un illustre istriano, quale Diego De Castro, c'è la sconfìtta politica e militare nella seconda guerra mondiale che assegna sempre al vincitore una terra contesa, qual'era l'Istria.

Ed ora qualche riflessione di attualità. Chi crede che sia più italiano chi più è avversario, nemico degli slavi; chi usa le parole dell'odio, della paura, del disprezzo, che suscitano più emozione e partecipazione nei ceti più deboli, più impreparati, che vivono il presente in una grettezza localistica, forse non ha l'attitudine a guardare largo, verso l'avvenire, che ci vorrebbe far vivere in uno sviluppo naturale con le popolazioni che ci sono vicine, e che da noi attendono comprensione, fiducia, speranze comuni. Al di qua e al di là del confine.

Trieste oggi ha delle opportunità nuove e direi affascinanti, purché le sappia cogliere: l'Europa civile ci assegna questo compito, verso l'ex Jugoslavia e verso gli altri Paesi dell'Est, dopo il collasso dei regimi comunisti, e Trieste deve saper esprimere queste forze nuove, che questa nostra città scontrosa e chiusa possiede. Ma deve sorgere una nuova classe dirigente, che abbia l'autorità per togliere la muffa a tante strutture burocratiche pigre e allegre, le quali prospera­no quando le forze politiche non valgono niente. L'ho scritto — ed ho avuto molte minacce anonime — Trieste deve sbarazzarsi di piccoli «politici» senza mestiere, senza cultura, ai quali è più facile intrecciare la politica con gli affari, deve buttare via corrotti e corruttori (quanti vivono un tenore di vita al di sopra delle loro possibilità? Possono essere controllati da chi ha il dovere di farlo?).

Se gli uomini da poco, di cui alcuni da decenni sono sulla scena, verranno estromessi, allora usciranno alla luce gli uomini che valgono, e che non vogliono impegnarsi finché l'aria politico-amministrativa è inquinata: è un fatto basilare italiano, e non solo triestino. Ma noi qui usciremo dal caos tenendo l'occhio e la mente rivolti prima di tutto all'Est, e non vedendo un nemico in chi è nato qui e parla una lingua diversa dalla nostra: l'avvenire di Trieste, in ogni tempo, è legato al suo retroterra, a quello vicino e a quello lontano. Erano le intuizioni che davano speranza alla nostra gente, e che venivano da uomini che guardavano «alla grande»: da Pasquale Revoltella ai Cosulich, da Angelo Vivante a Scipio Slataper, fino agli uomini di oggi, da Ernesto Sestan a Carlo Schiffrer, da Giulio Cervani a Elio Apih a Claudio Magris a Fulvio Tomizza: questa è la Trieste che a tutti noi indica una strada dell'intelligenza e della speranza

Il nostro dialetto [seconda parte]

In questi giorni, nella trasmissione Rai più ascoltata anche al di là dal confine — «Voci e volti dell`Istria» — una delle intellettuali più acute dell'Istria, Biancastella Zanini, professoressa di italiano nella facoltà universitaria di Pola, e figlia del maggior poeta istriano, Ligio Zanini, ha svolto una riflessione di profondo rigore sulla posizione degli italiani rimasti nella loro terra natale, che hanno sempre più urgente bisogno di una scuola adeguata alle loro esigenze, e dietro di loro Roma, e non solo Lubiana e Zagabria, che siano in grado di capire e favorire la maturazione armoniosa di questa complessa civiltà politica, etnica, sociale, come è venuta formandosi nel giro di tanti secoli, per non dire di millenni.

Ma l'affermazione di questa mia illustre concittadina che mi ha fatto riflettere maggiormente è stata questa: «Mai in Istria, come ora, si è tanto parlato l'istro-veneto, mai questo nostro antico dialetto è stato tanto diffuso, in tutti gli strati sociali delle nostre popolazioni, tra i rimasti ma anche tra decine di migliata di nuovi venuti».

In questi cinquant'anni ho già toccato tante volte questo argomento, ma qui vorrei approfondirlo, anche alla luce di ciò che sento e che vedo nella mia terra perduta e riconquistata dalla forza e dalla «persuasione» delle radici comuni.

Si parla tanto istro-veneto dai nativi di lingua italiana e di lingua slava, perché la Repubblica di Venezia ha inciso sulla civiltà dell'Istria per quasi un millennio, e ha favorito un costume di grandi autonomie, direi anche di rispetto umano, e di movimento di uomini e di idee. È giunta in Istria — ma anche nel Quarnero e lungo la costa dalmata — una grande civiltà del mare, uno Stato mediterraneo di forte prestigio, di ricche iniziative, che ha allargato l'ambito e le ambizioni e il tenore di vita di tutte le nostre comunità, in mare e in terra. Anzi — come spesso mi faceva notare Quarantotti Gambini — Venezia non esisteva ancora quando da noi si era già sviluppata una intensa civiltà, romana e bizantina, fra Pola e Parenzo, per ricordare soltanto due centri straordinari che la Repubblica ha trovato sulla costa istriana. 

Nel Quattrocento, ad esempio, c'era a Rovigno una scuola per piloti di mare, in cui la classe dirigente di Venezia mandava i suoi figli. E Dignano aveva alcune tra le maggiori manifatture di cappelli, di scarpe, di stoffe ricamate, che fornivano tutta la Repubblica. Solo per dare alcuni segni di una civiltà secolare, che ha formato alcuni costumi che non si spengono, anche se il tempo, le cose, gli uomini, li modificano, per una forza che è nel destino dei corsi della storia.

E poi c'è, anche nell'inconscio collettivo istriano, la voglia di distinguersi dagli altri balcanici, senza offendere nessuno: la stessa voglia che ha portato all'indipendenza prima la Slovenia e poi la Croazia, di non essere come gli altri. Nell'Istria, e nel Quarnero, da secoli genti di due o tré etnie vivono mescolate, frutti di immigrazioni diverse, ma anche di matrimoni misti, di incontri antichi di città e di campagna, senza il bisogno, la necessità, di mostrare la propria nazionalità, di proclamarsi slavo o italiano, di sentirsi inferiore o superiore, civilizzatore o civilizzato. Una società cresciuta libera e autonoma, come quella istro-quarnerina e dalmata, per secoli non ha inteso il bisogno di dirsi l'uno o l'altro, ma si è intesa vicina e fraterna al diverso. Solo la lotta per le nazionalità, sorta nell'età romantica con l'Ottocento, ha fatto percepire le diversità, nei momenti di svolta, di guerra, di scontro ideologico, le ha rese nemiche: con due punte massime, i decenni del fascismo italiano e quelli, ancor più lunghi i 46 anni, del comunismo di Tito, anche quale vendetta e rivalsa rispetto alla violenza snazionalizzatrice precedente.

Ora, se l'attuale governo di Zagabria non vorrà attizzare i momenti di sospetto, di inimicizia, di scontro, le cose antiche si riequilibreranno, e ognuno parlerà liberamente la lingua, o meglio il dialetto che gli è proprio, passando magari nel giro di pochi minuti da un dialetto all'altro, com'io sento fare ogni giorno in tutte le parti dell'Istria e del Quarnero, ogni volta che cessa la paura, quando la «patria» è intesa prima di tutto come la terra natale, la terra dei padri — Vaterland — che è il solo segno che unisce gli uomini, e da a loro una rinnovata speranza, senza odiare nessuno che non appartenga a questa patria delle radici.

Solo in questo senso si capisce il trionfo della Dieta democratica istriana, che ora deve trovare gli uomini giusti e capaci per amministrare ogni giorno questa vittoria politica.

L'Istria risorgerà

Seguo fin dal suo nascere tutto ciò che la stampa in lingua italiana ha prodotto al di là del confine, talvolta per dissentire, ma da tanti anni ormai aperto a capire le nuove realtà che ci coinvolgono ogni giorno, insieme, nella terra in cui siamo nati, e dove ci siamo maturati, in un nostro mondo che si rivela sempre più complesso, più diffìcile, persino per noi che lo viviamo nel nostro sangue.

Ho letto in questi giorni due interviste notevoli su cui vorrei discutere all'inizio di questo '93, carico di incertezze, di paure, di terrore che sfiora l' Istria, e rende la nostra vita ansiosa, piena di ombre: chi verrà domani ? - chi comanderà ? - chi vincerà ? - chi perderà? - chi sarà il mio nuovo vicino di casa?

Una del giovane intellettuale Silvio Forza, un mio concittadino di Pola ch'io non conosco ancora, ma che leggo fin dal suo primo articolo, e che stimo molto. L'altra della nostra più grande scrittrice fra i rimasti, la mia cara Nelida Milani, che insieme a Fulvio Tomizza, ha fatto conoscere agli italiani che leggono e che pensano la forza delle nostre radici istro-venete, la malinconia del restare e la solitudine del lasciare ogni cosa più cara, la disperazione degli uni e degli altri, come un corpo dalle radici spezzate.

Riporto qui la parte fondamentale delle due interviste, e comincio da quella di Silvio Forza, data a Elis B. Geromella per «La Voce del Popolo». «L'Istria — afferma Forza — è veramente un potenziale laboratorio di culture a contatto, ma ciò non può assolutamente significare mescolare, bensì conoscere vicendevolmente, fermo restando lo sviluppo autonomo di crescita all'interno della propria matrice culturale: e la matrice culturale è quella italiana, e nell'ambito di quella noi abbiamo il dovere e il diritto di esprimerci e di essere valutati. In questo contesto — dice Silvio Forza—è mio parere personale, va superata la schizofrenia dello scrittore di frontiera, del tomizzismo, dell'anima slava nella cultura italiana, ma bisogna avere il coraggio di candidarsi a protagonista della cultura cui apparteniamo, conservando le nostre specificità, come può farle uno Sciascia in Sicilia».

Tra poco parlerò di Tomizza e di Sciascia, cioè di due realtà profondamente diverse, ma prima voglio riflettere su quanto Nelida Milani dice al giovane giornalista rovignese Elio Velan, nel periodico «Le cronache», ch'io non leggo mai, ma che mi è stato portato da Giacomo Scotti. (Io cerco di non leggere nulla dei piccoli periodici rivolti agli «esuli», perché mi tolgono la pace e il sonno con quel loro linguaggio nazionalfascista, arrogante, craxiano). Ma l'intervista di Nelida è una cosa ben diversa, del tutto estranea a questo tipo di propaganda che avvelena coloro che sono andati via, e che seguono queste iniezioni di schizofrenia.

«Ho un senso profondo di inappartenenza — dice Nelida Milani Kruljac — quando opero nell'ambito della sfera croata, profondo quando opero in un contesto italiano, un senso che ormai mi sono decisa ad accettare per farmi individuo, per farmi lupo solitario che sa di non appartenere né a questa né a quell'altra sfera. L'Istria come ultima spiaggia, come unica Patria. Non mi sento un'italiana d'Italia, e mi sento male come italiana in un altro Stato». E prosegue subito dopo: «Quando vai in Italia e fiuti l'indifferenza degli intellettuali... Io ho cercato di farmi una ragione: non vorrei offendere nessuno, ma là non si fa che parlare del piccolo orticello professionale, e poi si passa al denaro, al sesso, all'amante, alle vacanze, di cosa hai mangiato o bevuto alle Bahamas, in America o in qualche altro paese esotico. Anche l'Istria ultimamente fa un po' esotico per loro, ma dopo cinque minuti, quando vuoi approfondire il discorso, c'è la completa indifferenza».

Quante volte, nella sua casa alle Baracche, ho parlato con Nelida di questi ultimi cinque minuti, della totale indifferenza sui nostri problemi, del confondere Pola con Zara, Fiume con Ragusa, la costa dalmata con la costa istriana: - ma a casa parlate «austriaco» o «jugoslavo»? - Per la Madonna, ma perché siete venuti via? - Lasciamo stare queste miserie, e andiamo avanti nel ragionamento.

NelI`Istria e nel Quarnero, per fortuna, c'è il tomizzismo e c'è la cultura italiana nell'anima slava: L`Istria è fatta anche di operai, di contadini, di pescatori, di tecnici e di artigiani, che non si sentono né italiani né croati né sloveni, ma «Istriani», senza odio verso nessuno, né verso Roma, né verso Zagabria, né verso Lubiana.

Questa è la quercia di cui io scrivo da quasi cinquant'anni, con radici diverse che da secoli si intrecciano nella terra, nella stessa patria. Si capisce, ognuno con la propria cultura, con la propria dignità, se c'è questa cultura, se c'è questa dignità. Come ho detto altre volte, nessuno è «redento», nessuno è «redentore», nessuno è «liberato», nessuno è «liberatore». Ma le nostre radici sono complesse, multietniche, e questa è una nostra ricchezza, di questo bisogna tener conto, davanti a tutti; bisognava farlo con Tito, e non essere servili verso quel regime travolto, ora bisogna farlo con Tudjman, il quale finirà per capire.

L'Istria è per costruire, per mirare all'avvenire, l'Istria non è contro qualcuno, purché gli altri, i diversi, non siano contro di noi. Non possiamo agire da «puri» «croati» (per conservare il potere): dobbiamo operare nella complessità di queste nostre radici, senza provare alcun senso di inferiorità. Si esce da questo nostro tunnel istro-quarnerino soltanto cogliendo la nostra realtà multietnica e multiculturale, senza inferiori, senza superiori: perché ogni uomo conta per quanto vale, e non per la lingua in cui è nato.

Fulvio Tomizza, nei suoi romanzi importanti, si è sprofondato in questa realtà, ed è stato tradotto in quindici lingue, in tutto il mondo, ed ha fatto conoscere l'Istria come'è. Sciascia e la Sicilia sono un'altra cosa, molto lontana da noi, più nota a Craxi che a uno come noi.

Certo, non sono una discriminante i cognomi che finiscono in «az» o in «e» (ed allora non si possono capire Slataper, Stuparich, Morovich, Sestan, Schiffrer, ecc.), ma sono un segno evidente della nostra diversità: diversità su cui si gioca il nostro destino. Certo, l'esodo degli anni Quaranta e Cinquanta ha sconvolto la nostra terra, ed ha spaccato la forza delle nostre generazioni. Ma l'Istria non è morta per questo, l'Istria risorgerà: si è vuotata molte volte, nella sua storia millenaria, ma è risorta, con forze fresche e nuove, anche di quelli che da sempre venivano chiamati i nuovi venuti, le genti nuove. C'è una forza nelle cose, che supera l'ambito della nostra vita, della nostra durata.

Il crogiolo di etnie

Quando questa folle guerra fratricida nella Balcania finirà, rimarrà in ogni parte dell'ex Jugoslavia una lunga eredità di miseria, di disordine, di ferite profonde che sarà assai difficile rimarginare. L'incertezza, la paura che si leggono in tutti i volti, al di là del confine, viene prima di tutto da questo vuoto del futuro, più ancora che dalla precarietà di vivere con la guerra in casa.

Siamo in molti a chiederci che cosa sarà dell`Istria e del Quarnero, e del­la Dalmazia, tutti luoghi in cui vivono da sempre anche gli italiani, che cosa sarà della nostra minoranza così ridotta dopo il grande esodo, che ha coinvolto quasi tutti gli italiani, ma anche almeno cinquantamila tra sloveni e croati nativi. Perché è stata un'immensa sciagura perdere i quattro quinti della Venezia Giulia, da Capodistria a Pola a Lussino a Fiume a Zara, ma ancora di più vedere sconvolta etnicamente tutta quella terra, quella lunga civiltà adriatica e veneta, nel giro di pochi anni.

Vuotata dei suoi abitanti naturali, che avevano alimentato una traccia profonda della storia, e subito riempita da genti venute da ogni parte della pe­nisola balcanica. Questo è il vero dramma delle terre adriatiche perdute, e questo da il senso dell'estraneità agli autoctoni che sono rimasti: perché coloro che si sentono i veri padroni, al di là del confine, sono i nuovi venuti, e mol­ti tra questi non sanno nulla della nostra storia, come se tutto avesse avuto inizio tra il 1945 e il 1947, subito dopo la sconfìtta italiana. E non hanno alcuna sensibilità per cogliere le radici complesse delle nostre terre perdute.

Per dare il senso di questo strappo, mi pare giusto riflettere su alcuni da­ti dell'attuale popolazione istriana, divisa nei suoi sette comuni. Non sono qui comprese le popolazioni di Capodistria, Isola e Pirano, che appartengono alla Slovenia e dove gli italiani rimasti sono circa duemila, sommersi dalle genti nuove che affollano soprattutto Capodistria, città divenuta capitale, ma priva di un'anima, di un centro morale su cui crescere e svilupparsi in modo armonico, una storia spezzata crudelmente. E mancano anche qui i dati su Fiume, dove gli italiani sono tra i duemila e i tremila, come terremotati nelle case e nelle strade piene di cittadini venuti da tutti i luoghi: basta camminare per le vie di Fiume per sentirsi come in un altro continente, lontano da tutti.

Ecco le percentuali nei comuni dell'Istria croata, al di là della Dragogna. A Buie i croati sono il 40 per cento, gli italiani il 23 per cento, coloro che si proclamano istriani il 16 per cento. A Pinguente, secondo l'ordine precedente, i croati il 59, gli italiani il 3, gli istriani il 28. Ad Albona croati 44, italiani 1,5, istriani 36. A Pisino 78 per cento i croati, 5,8 gli italiani, 23,4 gli istriani. A Pola il 55,5 i croati, il 6,4 gli italiani, il 12 gli istriani. A Rovigno il 58 per cento croati, il 10.7 italiani, il 16,6 gli istriani.

Da queste percentuali si possono cogliere alcuni fatti fondamentali che ci aiutano a conoscere l`Istria com'è, e non come vorremmo che fosse. Le esigue percentuali di coloro che si dichiarano italiani ci riportano alla più grande sciagura delle nostre terre, l'esodo che ha sconvolto tutti i valori etnici, sociali, linguistici, culturali. Le grandi maggioranze, dovunque, sono date dalle genti nuove venute nell`Istria subito dopo la disfatta italiana.

Ma già qui il fenomeno è molto complesso, perché nell'Istria vivono ormai, dopo il 1947, decine di migliala di serbi, musulmani, rom, macedoni, tut­te le etnie di cui è composta la Jugoslavia. Queste mescolanze di lingue, di voci, di colori e persino di odori, ognuno le coglie ogni volta che passa il confine, purché abbia occhi per osservare e orecchi per ascoltare.

Le città di Pola e di Fiume, soltanto per ricordare due luoghi che ci sono vicini, sono come i simboli di questi impatti con una realtà piena di dramma, e che pure vive e si sviluppa alle porte di Trieste. Infine, coloro che si dichia­rano istriani sono sicuramente nativi, che non vogliono essere confusi con i croati: si proclamano con orgoglio istriani, immersi da secoli nella loro terra, anche se sono nati in una lingua diversa dalla nostra. Altre volte ho già scritto che forse non possono sentirsi italiani, ma si riconoscono nelle stesse antiche radici: direi che oggi, dopo le esperienze negative vissute sulla loro pelle, sentono l'affinità con gli istro-veneti.

A me pare che una politica lungimirante al confine orientale dovrebbe cogliere il senso di queste radici antiche, che s'incontrano nella patria comune, la stessa terra, lo stesso mare. I nostri rimasti conteranno di più quando manifesteranno con coraggio queste affinità, e vinceranno per sempre il complesso dell'isolamento, della «purezza» delle origini. Qualche giorno fa un triestino famoso in tutto il mondo civile, Giorgio Strehier, ricordava su questo stesso giornale l'orgoglio del nostro essere ibridi, secondo una linea slataperiana, questo nostro vivere realtà genetiche e culturali diverse con sovrana noncuranza, questo nostro parlare linguaggi differenti, il nonno gigante dalmata con gli occhi azzurrissimi, la nonna francese, la mamma franco-dalmata, all'ombra di un padre biondissimo e ineluttabilmente austriaco. Se in noi c'è qualche ricchezza, è proprio questa, che viene su da una terra irripetibile, com'è di ogni patria che si ama e si rispetta, ancora di più quando ha le sue trame tanto complesse, tanto affascinanti, e per questo anche poco comprese dagli altri.

Tante volte mi chiedo se queste cose sono al centro dei pensieri, delle emozioni degli italiani rimasti in Istria: se essi sanno che sono i portatori di questi crogioli di etnie, di questo incontrarsi e scontrarsi di civiltà diverse, che potrebbero trovare comprensione e spazio adeguato in una nuova Europa, e persino qui vicino a noi, se la Slovenia e la Croazia, superata questa ubriacatura nazionalistica, vorranno avvicinarsi a un' Europa che guarda largo, che vuole esprimere una civiltà antica, dando a ogni uomo la libertà, il rispetto, l'armonia del vivere.

Guardiamo in faccia la realtà

Sono ritornato nell'Istria dopo un anno, in questo settembre così dolce e così tormentato per le vicende che sconvolgono la Balcania e che si riflettono inevitabilmente, ogni giorno di più, al di là del nostro confine. Ormai, L`Istria è divisa in due parti, in due amministrazioni, con obiettivi e speranze diverse, come non era mai accaduto nella sua lunga storia. La parte slovena, dal punto di vista italiano, è divenuta quasi insignificante: poche migliata di italiani rimasti in un mondo che è mutato radicalmente. Capodistria, Isola, Pirano, sono prive di identità: camminare per quelle strade è come trovarsi in un altro mondo, case venete antiche abitate da genti nuove, venute da ogni parte della penisola balcanica a rifarsi una vita più bella, forse anche più comoda e ricca di speranze. Ma sono città senz'anima, senza una linea su cui svilupparsi e crescere in armonia: in questo sono simili a Pola e a Fiume croate, Pola con il sei per cento di italiani. Fiume forse con il due per cento.

Proprio nei giorni del mio ritorno, ho letto sul quotidiano croato di Pola, il «Glas Istre», che un intellettuale di Buie mi ha tradotto, un articolo dal titolo «L'Istria è sempre stata croata e sarà sempre croata». Ormai, la contesa per quanto riguarda l`Istria e il Quarnero nasce lontana da queste terre, e tocca i nazionalismi dei croati e dei serbi, che si combattono con una furia remota alla nostra mentalità, dilaniati villaggio per villaggio, dove pure erano cresciuti insieme per tanti secoli. Noi istriani conosciamo questa furia, che ci ha spezzato negli anni dell'esodo, quando abbiamo percepito sulla nostra pelle che per noi c'era soltanto la via della fuga, e per il vincitore la vendetta, la distruzione del passato, l'accusa anche per colpe non nostre, come succede sempre a coloro che perdono, e che quando rimangono nella loro terra natale debbono vivere con tutti i complessi di inferiorità di fronte ai vincitori: tacere o mettersi dall'altra parte, e servire i nuovi padroni. Credo che questa sia la sorte di tutte le minoranze piccole, quando non hanno dietro di sé un Paese consapevole, colto, sensibile.

Mentre ero in Istria, ho letto uno scritto di uno dei più acuti diplomatici italiani, l'ambasciatore Sergio Romano, il quale, dopo aver affermato che gli italiani sembrano poco sensibili, se non indifferenti, alle vicende della Jugoslavia e alla tragedia dei suoi popoli, diceva: «Gli italiani non vogliono responsabilità internazionali e non desiderano essere distratti dalla soddisfazione dei loro personali interessi. Non sono pacifisti per motivazioni ideali, ma perché nulla li spaventa quanto la prospettiva di dover abbandonare i ritmi paciosi del loro consumismo quotidiano. Le corde delle loro emozioni umanitarie vibrano tanto più facilmente quanto più la vittima è lontana ed esotica. Hanno rinunciato a qualsiasi ambizione internazionale, ma hanno conservato alcuni pregiudizi del loro vecchio nazionalismo, fra cui in particolare una sorta di altero disprezzo per i loro dirimpettai dell'Adriatico, per gli "s'ciavi" della tradizione imperiale veneziana e i soldatacci croati delle poesie di Giusti. Del nazionalismo abbiamo perduto la grinta e l'aggressività, ma abbiamo conservato i clichés». Ed ora — aggiungo io — abbiamo di fronte, per quanto ci riguarda come italiani e come confìnari, due nazionalismi ancora più rozzi, quello croato e quello serbo, proprio nel momento del loro scatenarsi.

Gli istriani rimasti — italiani e slavi — oggi hanno paura di questo scontro balcanico, e — quando hanno coraggio di parlare — manifestano chiaramente la loro avversione. Dicono giustamente che questa lotta fratricida non li riguarda, non è nella linea della loro storia: né per gli istriani croati, né tanto meno per gli italiani rimasti dopo l'esodo che li ha ridotti a infima minoranza, ed i cui capi sono stati spesso servili verso il partito comunista croato, che per tanti decenni ha monopolizzato tutto il potere politico e amministrativo. Ho letto recentemente, da una fonte autorevole, questi dati statistici che riguardano gli attuali abitanti dell'Istria, esclusi quindi il Capodistriano nelle mani della Slovenia e la città di Fiume e il Quarnero, quasi vuotati con l'esodo e subito riempiti da altre popolazioni. L'Istria, chiamiamola croata, ha oggi duecentomila abitanti, divisi nei sette comuni della penisola, Pola, Albona, Rovigno, Parenzo, Pisino, Pinguente, Buie. I croati sono il 55,27 per cento, gli italiani il 7,4 per cento, gli istriani il 20,92 per cento. Ora, da questi dati emerge un fatto incontestabile; sono autoctoni, nativi, tutti coloro che si dichiarano italiani e istriani, mentre il 55 per cento si dichiara croato.

Ora il quesito è questo: coloro che nell'Istria dicono di sentirsi croati seguono la politica della Croazia di Tudjman, o coltivano altre speranze? E quelli che, malgrado le vicende terribili di questi decenni, si proclamano «istriani» che cosa sono? Una risposta è evidente: sentono l'Istria come la loro patria, la loro terra natale, pur non essendo italiani; perché ognuno scopre sulla propria pelle che la patria vera è quella della lingua materna, della casa natale, dei propri cimiteri, delle proprie radici. E questi istriani si sentono vicini agli italiani rimasti? Ripenso a queste cose da quasi cinquant'anni; io stesso, senza colpa e senza merito, sento di essere nato da padre italiano di Orsera, dove tutti erano veneti da secoli, ma da madre la cui famiglia proveniva da Villa del Nevoso — Ilirska Bistrica — cioè da terre slave.

Questa è la radice complessa di centinaia di migliala di famiglie nostre, e questa riflessione dev'essere portata avanti, se si vuole guardare in faccia la nostra realtà; che non è un fatto di provincialismo, di arretratezza, ma di lealtà e di comprensione verso gli altri. Questo è il senso dell`Istrianità, che non deve escludere coloro che sono nati in una lingua diversa dalla nostra, e tuttavia sentono l'orgoglio e la forza delle proprie radici. L'Italia intelligente deve costruire una nuova politica istro quarnerina sapendo e riflettendo su queste cose concrete, dette da chi vive questa realtà complessa dal di dentro.

Tratto da:
  • Guido Miglia, L'Istria una Quercia, con prefazione di Fulvio Tomizza, Edizioni circolo di cultura, (Trieste, aprile 1994), p. 218.

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Created: Friday, February 07, 2003; Last updated: Wednesday, November 23, 2016
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