Girolamo Muzio
Prominent Istrians

 

Vita di Girolamo Muzio Giustinopolitano

Scritta da Paolo Giaxich

(Pubblicata nell'occasione che Monsignor D. Bartolomeo Legat fa il solenne ingresso nella sua chiesa di Capodistria.)

Trieste, 2 maggio 1847.
I. Papach & C. Tip. del Lloyd Austr.

La presente vita del Girolamo Muzio, scritta dal veneziano Paolo Giaxich, esce alla luce in giorno memorando per Giustinopoli; nel giorno in cui Monsignor D. Bartolomeo Legat sale l'antica cattedra vescovile, illustre fra quante altre vi sieno nella provincia.

Il libercolo non sembra disadatto ad associarsi alle dimostrazioni di pubblica letizia, imperciocchè il Muzio fu dei più celebri letterati del secolo XVI; apparteneva a Capodistria non già per nascita, chè nacque in Padova, ma per aggregazione di sua famiglia e di lui medesimo a quel Consiglio, e fu quindi cittadino giustinopolitano per condizione politica e per costante affetto; prese viva parte alle spiacevoli vicende che minacciavano di portare alterazione al dogma ed alla gerarchia della sua patria, e sebbene persona laica, fu fortissimo sostenitore e campione del cattolicismo.


La gloria di chi meritamente salì in fama d'uomo di lettere anzichè venir oscurata dall'ignobilità dell'origine di lui, tanto maggior lume da questa ritragge quanto è più da pregiarsi la nobiltà acquistata col proprio merito, che quella dovuta al merito degli antenati. Il perchè non so condiscendere al desiderio di Mons. Giusto Fontanini, il quale eccitò lo Zeno a tacere nella vita che di Girolamo Muzio divisato aveva di scrivere, la bassezza della sua condizione (1); anzi comincierò dal far conoscere l'origine sua traendola dall'albero della famiglia Nuzio, che il Zeno suddetto ebbe dalla gentile diligenza dell'amico sua Gravisi di Capodistria.

Il ceppo di quest'albero fu Giovanni Nuzio di Udine, ch'era di professione barbiere, e che da quella città passò ad abitare in Capodistria. Questi della moglie sua nomata Elena [2] ebbe nove figli, cinque maschi e quattro femmine. Il quinto figliuolo nomato Cristoforo fu il padre del nostro Girolamo. Dei fratelli di Cristoforo, Filippo fece la professione del padre, Giorgio si esercitò nell'oreficeria, Stefano fu notaio, e Simone possidente. La bassezza però dell'origine e della professione non impedirono l'aggregazione di Giovanni Nuzio e de' suoi figli ed eredi legittimi, al Consiglio di Capodistria; perchè fu considerato per cerusico, non barbiere. Il nominato Gravisi comunicò allo Zeno anche l'atto della suddetta aggregazione mancante soltanto nella data dell'anno, ed una parte di quel Consiglio del 1557, in cui fra i cittadini trovansi sottoscritti Giovanni ed i suoi figli, fuorchè Cristoforo ch'era allora dalla patria lontano.

Questi abbandonata Capodistria passò a Padova non si sa il quando nè il perchè, e fu colà che nell'anno 1496 di Lucia sua moglie gli nacque il nostro Girolamo [il 12 marzo]. V'ha pochi letterati che ne' loro scritti abbiano tanto parlato di sè stessi quanto il Muzio; nullaostante non ci lasciò pur cenno intorno agli anni della sua fanciullezza, e alla prima iniziazion sua letteraria. Egli è certo peraltro che visse gli anni suoi primi in Padova (2), donde partì nell'anno 1504, recandosi a Capodistria insieme col padre. Era stato questi eletto a pubblico maestro di quella città, e colà insegnò al figlio Girolamo i primi elementi della grammatica e della rettorica (3). Ei pare che il Muzio siasi allontanato dalla casa paterna la prima volta circa il 1513, nel qual anno trovavasi in Dalmazia, cioè nell'isola di Arbe. Colà ebbe a conoscere M. Antonio Mezzabarba, che fu giurisconsulto e poeta, e con esso parlando intorno all'osservazioni della lingua italiana, intese da lui che, riguardo alle regole della lingua stessa, facevano allora gran studio Pietro Bembo e Giovanni Augurello; e quantunque il Muzio fosse a quel tempo un giovinetto di anni diecisette, aveva già cominciato a dar opera alla poesia, ed osò di mostrare un suo sonetto al Mezzabarba nominato, e di domandargliene il suo parere (4). [3] Ma non istette molto tempo in quell'isola, perchè la morte del di lui padre, accaduta nell'anno 1514, lo richiamò a Capodistria, e il fece divenir capo di una numerosa famiglia, a cui non rimaneva altro retaggio, che il raro di lui talento e le sue fatiche. Mosso perciò più dal bisogno de' parenti che dal proprio, risolse di sacrificare all'amore della famiglia la libertà, e di darsi al servigio di qualche signore, vendendo ad esso l'ingegno e la penna, e cominciando così a porre il piede nella dura carriera della servitù, dalla quale non potè ritrarlo sino alla morte.

Da una lettera inedita scritta dal Muzio a suo fratello Antonio Matteo rilevasi, ch'egli nel 1515 erasi recato a Venezia con un certo Gentil Cintarmi per servire il cardinale Grimani, che andar doveva a Roma. Ma la venuta di papa Leon X a Bologna per trovarsi a parlamento con il re di Francia Francesco I, fece risolvere il cardinal Grimani a partirsi da Venezia lasciando colà la sua famiglia. Perlochè il Muzio aprofittando dell'ozio attese a darsi buon tempo, e accoppiatosi a Pietro Grillo suo cugino andò a Chioggia. Quivi recitò in una commedia e si mostrò sì bravo attore, che, sparsane la fama in Venezia, certa compagnia detta de' Giardinieri lo pregò a recitare in una rappresentazione tratta da una novella del Boccaccio. Vi acconsentì il Muzio, e nessuno de' compagni volendo far da donna, ne assunse egli l'incarico. Non fu però eseguita la recita pubblica di questa commedia, e ciò perchè i gentiluomini della compagnia fattane la prova entrarono in pensiere, che non tornava loro ad onore che un forestiere a sostener avesse la parte di maggiore importanza, tanto più che la sosteneva in modo da meritarsi non solo il plauso, ma fino all'ammirazione degli spettatori (5).

Intanto andavano lentamente le conferenze di Bologna, e colà restando la corte di papa Leone non pensava il cardinale Grimani di chiamare presso di sè la sua famiglia rimasta a Venezia. Stanco il Muzio di un tale ritardo, sentendo che il Vescovo di Trieste, ch'era capo del Consiglio dell'imperadore [4] Massimiliano, doveva andare a Vienna, pensò di abbandonare il servigio del cardinale per darsi a quello del vescovo. Questi chiamavasi Pietro Bonomo, e per non altro che pel suo talento ottenuto aveva il vescovato e la confidenza del suo sovrano. Il perchè volentieri prese al suo servigio il Muzio, che già cominciava ad alzar nominanza d'ingegno svegliato e d'uomo dotto, e che, lasciata Venezia e trasferitosi a Trieste circa il 1517, passò a Vienna col vescovo già mentovato. Non era però tale allora questa sua nominanza che meritevole lo rendesse di essere ascritto, come asserì il Fontanini (6) insieme con altri celebri italiani da Leon X al cavalierato di S. Pietro, instituito da quel gran mecenate de' letterati; e anche l'età di lui, ch'era a quel tempo di quattro lustri circa, pare che ostar dovesse al conseguimento di un tanto onore. Ma forse il Fontanini con quella sua critica non sempre accurata abbastanza attribuì a Girolamo Muzio iustinopolitano una distinzione che fu conceduta a Macario Muzio da Camerino, che fu poeta, e fiorì sul principio del secolo XVI. Il Calvi nella Scena Letteraria degli Scrittori Bergamaschi dopo aver parlato del nostro Girolamo dice, che il nominato Macario Muzio fu creato cavaliere da Leon X, e riferisce due versi di Achille Muzio, ne' quali a Macario si dà il titolo di cavaliere.

Passionato essendo Girolamo per lo studio cominciò fin da giovinetto a procurarsi l'amicizia ed il carteggio degli uomini dotti. Infatti, giunto appena a Vienna, scrisse una lettera descrittiva del suo viaggio ad Aurelio Vergerio, che fu poeta illustre e segretario di papa Clemente VII. Da quella lettera, ch'è inedita, si conosce che il Muzio viaggiando non solo osservava le cose, come il più de' viaggiatori, ma anche studiava gli uomini, poichè discorre in essa intorno a' costumi dei Tedeschi, agli usi della corte, ed al carattere di Massimiliano II, ch'era allora imperatore, e di cui accenna alcuni aneddoti curiosi, che appalesano quanto fosse quel sovrano liberale e giusto.

Convien dire che giunto appena Girolamo alla corte di [5] Massimiliano siasi dato a conoscere per poeta valoroso, essendo stata scelta anche la di lui penna per celebrare il merito di Biagio Elcelio consigliere dell'imperatore. Nella raccolta poetica in lode di quest'uomo di stato stampata in Augusta nel 1518, leggesi per primo componimento un epigramma latino intitolato: Isagogicon ad Libellum Faleucium Carmen Hyeronimi Mutii Iustinopolitani. Questi versi del Muzio, giudicati eccellenti e bellissimi da Apostolo Zeno (7), basterebbero anche se non vi fossero altre prove che sonvi, a porre in luce l'impudente falsità di Girolamo Zoppio, il quale, sette anni dopo la morte del Muzio, ebbe il coraggio di scrivere ch'ei non ne sapeva di latino...

Ma poco tempo stette Girolamo in Vienna avendo dovuto seguire il vescovo, che ottenuta da Massimiliano una licenza, di tre mesi, ritornò a Trieste, di dove fu ben presto richiamato a cagione d'essersi gravemente malato l'imperatore. Ritornarono ambidue subito in Germania e giunti a Wels sul Danubio vi ritrovarono Massimiliano, ch'eravi venuto come a luogo di cacciagioni, e che vi s'infermò. Dopo la loro venuta l'imperadore migliorò alquanto, ma essendo stato, nullaostante il freddo acutissimo, ad una finestra a veder volar falconi (8), ed avendo mangiato craut e bevuto acqua, fu sforzato a rimettersi a letto, e morì. Per tale disventura rimasto privo il vescovo del suo possente protettore, pensò di non tentare altra servitù, e abbandonata la corte ritornò a Trieste, dove tutto si diede alle cure vescovili; ed il Muzio, tirato dal desiderio di consacrare allo studio l'ingegno suo, risolse di lasciare il servizio del vescovo, e di recarsi a Venezia per tingersi maggiormente di lettere.

Ma prima volle starsene alcuni mesi a Capodistria, ch'ei riguardava come sua patria, e che come tale fu sempre da esso amata sino all'entusiasmo. Fu a quel tempo, cioè del 1719, ch'ei conobbe Antonio Amulio, che trovavasi in Capodistria con suo padre Francesco, il qual era rettore di quella città, ed [6] essendo sì l'Amulio che il Muzio studiosi di lettere, col mezzo di una virtuosa conversazione diedero principio alla loro amicizia ed alla reciproca comunicazione degli studi; e quantunque Girolamo siasi sempre rimaso in umile stato, mentre l'Amulio di grado in grado inalzandosi giunse insino al cardinalato, nullaostante fu quegli sempre con la solita famigliarità ricevuto dall'Amulio, il quale era ornato di tanta virtù, che potè superare con essa la fortuna (9). "Fu pur allora che cominciò Girolamo a coltivare di proposito la poesia italiana insieme con altri studiosi giovanetti di Capodistria, cioè con Pietro Paolo Vergerio, e con Ottonello Vida, a' quali volle alludere in una Elegia tutta calda di amor patrio con li seguenti versi:

O dolce compagnia,
Cari dotti
pastor cui studio eguale
Tenne con meco nell'età primiera,
Allor quando le molli e rozze labbia
Enfiar le prime tenerette canne
(10).

Lasciata Capodistria, il Muzio venne a Venezia, andò alla scuola di Raffaele Regio che leggeva belle lettere e rettorica latina, ed intervenne assiduamente alle sue lezioni insieme con Vincenzo Fedele dotto secretano della Repubblica Veneziana. Ma ben presto restò privo di un sì valoroso maestro per la morte accadutane nell'agosto del 1520. Sendo rimasta perciò vacante la lettura di belle lettere, il Senato Viniziano ne intimò la concorrenza li 15 settembre 1520; e non potendovisi eleggere alcuno quando non si metteva alla prova per tre o quattro giorni, più maestri di quella città si misero a leggere pubblicamente. Uno di essi portò in cattedra Valerio Fiacco col commento, e per interpretazione leggeva il commento stesso. Un altro lesse la Georgica imbrattandola di sollecismi. Un terzo cantò i versi di Orazio. Venne anche di Padova un tedesco con un [7] grosso volume in foglio reale delle orazioni di Cicerone, e nel margine aveva scritta un' interpretazione sopra il principio dell'orazion pro Milone. Il Muzio, ch'erasi recato a Venezia per imparare e che vedeva che da quei babbaccioni poco apparar poteva, confidando più nella propria eloquenza che in altro, si mise nell'animo di far eleggere a lettore Gioan Battista Egnazio, il quale non voleva esporsi al concorso temendo che dagli elettori fosse ad esso anteposto uno di coloro, che per uccellare a quella cattedra non si erano vergognati di farsi conoscere dappochi. Imperò col mezzo di Pietro Rosello propose all'Egnazio di tentare a quella lettura senza la concorrenza voluta dalla legge, e ciò col fare che un buon numero di gentiluomini, di cittadini, e di forestieri studiosi di lettere si presentassero alla Signoria domandandole l'Egnazio per lettore. Accettò questi il progetto quantunque lo conoscesse di difficile riuscita, e domandò al Rosello chi era costui che s'interessava tanto amorevolmente per esso, e mostrò desiderio di conoscerlo; ma Girolamo gli mandò a rispondere, che insino che la cosa non fosse conclusa andar non voleva da lui per poter giurare di non aver pur cognizione di esso, e appalesare così che non per affezione che all'Egnazio portasse, ma per l'onore delle lettere e per l'utile degli studiosi aveva procurata la sua elezione a pubblico lettore. Il progetto fu posto subito in atto, e perciò cento giovani studiosi di lettere si recarono alle porte del collegio. Mentre aspettavano di esservi introdotti cominciarono a pensare chi fosse colui che parlar dovesse, e domandatone il Muzio, rispose egli, che colui che aveva dato ordine al resto, anche a questo aveva provveduto. Ciò sentendo i gentiluomini cominciarono a bisbigliare, che non era di loro onore, che un forestiere facesse un tale offizio, e mentre cercavano chi fra essi se ne incaricasse, si aprirono le porte del collegio, e furono invitati gli scolari ad entrarvi. Allora il Muzio con bell'ardire trattosi innanzi agli altri fece la proposta sì eloquentemente, che Andrea Gritti udendolo ebbe a dire, costui otterrà ciò che vorrà, ed il doge dopo averlo benignamente ascoltato volle saper da lui chi egli era. Nè graziose parole soltanto furono l'effetto ritrattone dall'eloquenza del Muzio, poichè pochi [8] giorni dopo la Signoria mandò a dire all'Egnazio, che dovesse cominciar a leggere in casa, e così senza concorrenza ebbe questi la lettura che desiderava, ma che il distinto suo merito non gli avrebbe fatta ottenere senza l'avvedutezza e la facondia del Muzio (11). Questi divenne perciò carissimo all'Egnazio, il quale essendo il più dolce uomo del mondo, per mostrare a Girolamo la gratitudine sua il volle in sua casa e alla sua tavola; affidò ad esso la sua libreria, e gli fece vivere una tranquillissima vita fra le amenità degli studi e la letizia de' piaceri innocenti. Udiva il Muzio ad ogni giorno le lezioni che dettava l'Egnazio, nè lasciava d'intervenire anche a quelle di Vettore Fausto, ch'era pubblico lettore di lingua greca, e che meritava pel suo sapere in fatto di lingue e di lettere umane un'estimazione eguale a quella che ha conseguita per le sue cognizioni ed operazioni in fatto di architettura navale.

Per l'amorevolezza dell'Egnazio crebbe il Muzio in istimazione presso il fiore della nobiltà veneta, che considerava allora egualmente glorioso il coltivare le lettere che il reggere i popoli. Era di spesso visitato da parecchi gentiluomini, che gareggiavano nell'accarezzarlo, e volendo udire da esso le cose che per esercizio andava componendo, col dolce delle lodi lusingavano il suo amor proprio, ed accuivano l'ingegno suo poetico; ad infiammar maggiormente il quale non vi mancava che una passioncella amorosa e furono appunto i suoi versi che gliela procurarono. Fra i gentiluomini che usavano in casa dell'Egnazio eravene uno che, non contento di vedere, portava via le composizioni del Muzio, e le mostrava ad una sua sorella chiamata Altadonna, che assaporandone le bellezze cominciò a sentire per Girolamo quella stima da cui si passa facilmente all'affetto. Videla egli ad una festa di ballo, se ne innamorò, ed entrò in pensiere di prenderla per suo soggetto, conoscendo ch'esser doveva di gran profitto alle sue composizioni. La difficoltà di vederla e di parlarle siccome vieppiù infiammò in esso l'amore, così presentò alla fantasia sua fervidissima svariata copia di pensieri e d'immagini, onde ne uscì [9] ben presto un compiuto canzoniere. Racconta egli in una lettera inedita all'intimo suo amico Aurelio Vergerio, ch'essendovi in Vinegia il costume ad ogni festa da Natale a tutto carnevale di far vari spettacoli ora in uno ed ora in altro campo delle chiese, egli vi si recava in sul terminare dello spettacolo per vedere dalla finestra l'amante sua, ed udire gl'improvvisatori, che terminata la festa apparivano sopra il campo mascherati, e cantavano versi accompagnandoli col suono della lira; fra i quali improvvisatori dice, ch'eravi un vicentino nomato Galeazzo da Valle, che superando tutti gli altri nella arditissima arte sua mostravasi eccellentissimo. Avvenne in una di queste feste, fattasi in sul campo di S. Maria Formosa, che ruinò un palco sotto del quale restarono schiacciate diverse persone. Sendosi perciò destato fra 'l popolo grande rumore, il Muzio rifugiò in casa di Giovanni Andrea Veniero, dove trovavasi Altadonna, e approfittando dell'occasione con la calda eloquenza sua le dipinse ciò che per lei sentiva, e strinse maggiormente con essa i legami di una tenera amicizia. Ma egli, ch'ebbe contraria la fortuna anche ne' suoi amori, perdette ben presto la donna sua, poichè morte gliela rapì sul fiore degli anni nel 1524; e fu perciò sì forte il dolore che ne sentì egli, che risolse di abbandonare Venezia per non istare dove più non eravi Altadonna. Nè giunsero a fargli mutar di proposito l'ozio letterario e i comodi della vita di cui godeva in casa dell'Egnazio, non le lagrime di questo venerabile suo maestro, non le preghiere e le carezze degli amici. Partì infatti per Capodistria, e onde maggior fosse la sua sventura, al suo servitore partendo fu involata, non si seppe da chi, una bolgetta dov'eranvi tutti i componimenti fatti per Altadonna, la quale può dirsi che per tale perdita abbia sofferto una seconda morte (12).

Rilevasi da una lettera del Muzio a Vicenzo Fedeli, scritta di Capodistria il l 2 giugno 1524, ch'egli aveva colà ritrovato un nobile cavaliere di casa Tizzoni, ch'era signore di un luogo chiamato Desana nella giurisdizione di Vercelli, e che [10] avea risoluto di partire con esso per Desana, onde andar poi insieme alla corte di Carlo Quinto, dove il Tizzoni nominato gli aveva promesso di fargli trovar luogo presso del gran cancelliere Mercurino da Gattinara suo parente. Si recò difatti col Tizzoni a Desana; ma i politici e guerreschi avvenimenti che travagliarono a quel tempo l'Italia, impedirono al signore suddetto di passare in Ispagna. Il perchè non vi andò pure il Muzio, ma quasi sforzato dalla bontà e dalle carezze de' Tizzoni si fermò presso di essi, e di colà così scrisse ad Aurelio Vergerio: «Io quì sono secretano, sono agente, sono cavalcante, e sono ogni cosa» (13), e al far riuscire al Muzio meno pesante questa sua nuova servitù concorse certamente la coltura di spirito de' suoi signori. Il conte Bartolammeo Tizzoni fu uomo d'ingegno svegliato, e spertissimo ne' maneggiamenti politici; suo padre era grave di età, di prudenza e di dottrina, e la moglie sua Margherita Titia ne sapea molto di musica, si dilettava di poesia, e scrivea versi

In grave, e dolce, e ben limato stile (14)

Ma Girolamo per poco potè godere in Desana di una vita tranquilla. Sul finire dell'anno 1524, i Francesi scesero di nuovo in Italia inseguendo gl'imperialisti, che della loro invasione nella Provenza non avean ritratto che la vergogna di aver assediata inutilmente Marsiglia. Per dar luogo alla furia francese, dovettero i Tizzoni abbandonare Desana. Il co. Bartolammeo si ridusse a Milano, la sua sposa a Venezia, e il vecchio suo padre, ed il Muzio andarono errando or a Varallo, ora in quei dintorni, ora in monasteri di frati, e poi a Masino, dove da quel grazioso e magnifico signore furono raccolti con tale amorevolezza, che dimenticar fece ad essi tutti i passati travagli. Stettero colà dal principio di decembre sino a carnovale, e più della ricca tavola ed abbondante di vini preziosi assaporò il Muzio i lunghi ragionamenti di lettere che teneva ad ogni mattina e ad ogni sera dopo il mangiare con Mons. Masino, ch'era uomo dottissimo, e con certo Pietro Antonio Barchiocco [11] novarese, il qual era un dottore che sapeva anche altro che paragrafi e chiose. Andarono poi a Valperga, giurisdizione della casa detta Valperga, dove eranvi da dieciotto gentiluomini consorti, de' quali mons. di Masino era il capo. Quì passarono parecchi giorni festeggiando e banchettando, nè mancarono al Muzio ogni giorno nuovi soggetti da far qualche rima, ed aveva apparecchiata una predica d'amore che recitar doveva negli ultimi giorni del carnovale. Finalmente la battaglia di Pavia liberò l'Italia da' Francesi, ed il Muzio ritornò con li Tizzoni a Desana (15).

Ma ben maggiori travagli dovette egli soffrire in seguito. Nel 1526 sendo l'esercito della Lega sotto Milano, fu spedito da' Tizzoni a trattar alcune cose col duca di Urbino, ch'era il comandante supremo dell'esercito stesso. Per giunger là dove recarsi doveva gli fu necessario fare un gran giro, e calando un giorno da una montagna del Genovese gli si fecero incontro otto soldati con archibugi, i quali l'obbligarono ad andar con essi per presentarlo al loro capitano; ma uscendo dalla strada maestra lo condussero al sommo di un giogo e fattolo smontare di cavallo, gli domandarono la borsa. Avutala, ne trassero il denaro, e divisane fa essi la metà, restituirono l'altra al Muzio. Ma nel ritorno dal campo venne assalito da altri soldati, che furono ladri meno discreti de' primi, poichè toltigli panni, denari, cavalli, e insino a' stivali, il lasciarono in un colletto di cuoio, berrettino, ed un leggier giubbone di tela, e gli convenne a piedi e mendicando trovar la via di tornare a casa. E quì non posso far a meno di osservare, che lo storico della letteratura italiana, il quale scrisse intorno al Muzio più accuratamente di ogni altro, diede in errore affermando che il nostro letterato recato siasi in Francia nel 1524 (16). Trasselo certamente in tal inganno una lettera di Apostolo Zeno al Gravisi, nella quale si fa menzione di altra lettera dal Muzio scritta a sua madre da Sessana città della provincia di Bria nel 1524. Se lo Zeno quando scrisse la lettera nominata avesse [12] avuto tra mani, com'ebbelo da poi, il Codice Riccardiano contenente le lettere inedite del nostro Girolamo, sarebbesi avveduto che invece di Sessana dovevasi leggere Desana. Ma per non affermare che il Muzio siasi recato in Francia nel 1524 bastava il riflettere ch'egli a quel tempo aveva ventotto anni, e che scrisse nella sua Varchina di essere andato in Francia soltanto dopo il trentesim' anno della vita sua.

Ma se allora non vide la Francia ebbe però a provare in Italia la gentilezza francese. Scesero di nuovo i Francesi dall'Alpi nel 1527, guidati dal generale Lotrecco, e temendo i Tizzoni di essere scacciati da Desana, spedirono il Muzio ad incontrarlo, e a trattar seco, onde non essere offesi; Nè lo furono infatti, ma avendo detto il Lotrecco che sopra Desana pretendeva di avere azione monsignor Rademonte, il quale doveva far l'impresa di Napoli, il Muzio seguitò l'esercito francese sino a Parma e fu presente alla presa ed incendio di Pavia, della qual città dipinse le terribili sventure in un sonetto bellissimo. Giunto a Parma e presentatosi al Rademonte, fece ad esso conoscere che i Tizzoni erano legittimi signori di Desana, e che il recar ad essi oltraggio sarebbe stato il medesimo che oltraggiare la giustizia. Il Rademonte parve persuaso del ragionamento di Girolamo, e gli rispose cortesemente; ma nel giorno stesso trovandosi il Muzio in una bottega, e calzandosi un paio di stivali fu fatto prigione da due cavalieri, che lo condussero all'alloggiamento, e toltigli cavalli, panni, denari ed iscritture lo chiusero entro ad una camera, dove stette parecchi giorni con continua guardia. Finalmente uno delli due cavalieri che l'aveano imprigionato gli annunziò che la seguente mattina partiva per Napoli con l'armata, e che se non gli dava trecento scudi entro quella notte l'avrebbe lasciato prigione nel fondo di una torre sino al suo ritorno. Nulla rispose Il Muzio perchè denari non aveva, e il cavaliere partì senza altra risoluzione. Poche ore dopo sendosi la guardia allontanata dalla camera per veder chi picchiava, prese Girolamo una tovaglia, ed aggroppatala a due asciugatori pur insieme aggroppati raccomandò il primo a' gangheri della finestra, e preso un bastone grosso e grande si calò pian piano dalla finestra stessa; [13] ma essendosi squarciato uno degli asciugatori prima che il Muzio fosse pervenuto al fine della tovaglia, cadd'egli a terra, senza però farsi male, e rilevatosi traviò per quelle strade e si rifugiò in casa il cardinale di Mantova. Partì intanto l'esercito, e partì pure Girolamo dopo tre giorni con la famiglia del cardinale nominato senza trovar chi gli dèsse un giulio di un Valerio Massimo dell'edizione del Paganino ben legato e dorato. Giunto a Colorno per pagare il passò del Pò dovette vendere una dozzina di legacci che aveva indosso. Per viaggio si unì ad un altro sventurato, che aveva una gamba impiagata e ch'era stato prigione de' Francesi, e giunti ambidue a Casalmaggiore stettero la notte presso un frate di S. Francesco, che diede loro a mangiare pan di miglio, nè meglio li servì di letto che di cena. Sperarono di trovar migliore accoglienza a Sabioneta in casa il sig. Lodovico Gonzaga, ma s'ingannarono perchè quel cavaliere era divenuto pazzo, e dovettero tornare di nuovo la sera al monastero, dove non sarebbero stati accolti, se un maestro di teologia non avesse ammollita con sue parole la durezza degli altri frati; e convien dire che colui fosse un teologo addomesticato con le lettere amene, poichè per pegno di gratitudine il Muzio regalò ad esso il Valerio Massimo. Anche il ghiaccio e la neve congiurarono contro di Girolamo, che lasciato indietro il suo compagno zoppo giunse stanco ed assiderato ad una villa, dove quando vi entrò parve ch'entrasse il morbo, perchè ognuno gli chiuse la porta in sul viso. Finalmente una donnicciuola pietosa l'accolse in sua casa, e sì malconcio com'era dormì tra frasche e bronchi. Trascinatosi la seguente mattina insino a Cremona trovò ospitalità e soccorso in casa il segretario Giorgio Gadio, e poi presso del padre Tizzoni, che lo volle seco fino a Natale, e datigli stivali, feltro, cappello, e denari l'avviò a Desana, dove con la presenza sua diede novella di sè, e consolò i suoi signori, che di lui da gran tempo non aveano sentita parola.

Pareva che tali disventure destar dovessero nell'animo del Muzio l'odio della guerra; ma fu ben tutt'altro, perchè nell'anno 1528 lasciò il servigio de' Tizzoni per seguire il conte Claudio Rangone, che con le sue compagnie d'arme era [14] al servizio de' Francesi Asserisce il Manzuoli nella descrizione dell'Istria (17), che il re Francesco I tornato in Francia, dopo la sua liberazione dalla prigionia, volle il Muzio a' suoi stipendi facendolo maestro di campo sotto la condotta di monsignor di S. Polo; ma chi può credere ciò ad uno scrittore che parlando del Muzio asserisce più cose che sono smentite dall'opere del Muzio stesso? Quanto può dirsi accertatamente si è, che alli 21 ottobre del 1528, essendosi abboccato monsignor di S. Polo col duca di Urbino a mezza strada tra Pavia ed Alessandria, Girolamo, partito da Alessandria col conte Claudio Rangone, andò presso il nominato monsignore che aveva nell'anno stesso passate l'Alpi, onde opporsi a nuove truppe tedesche venute in Italia per ritorre a' Francesi il regno di Napoli, ed avendo dovuto il Muzio accompagnare il duca di Urbino a Pavia per trattar affari, partito di colà, e unitosi per viaggio con tre Francesi, fu assalito da diversi soldati ch'eransi nascosti dietro una macchia, uno de' quali tirò un' archibugiata contro di lui che non ne fu colpito, e si salvò fuggendo. La paura che gli fece smarrire la strada lo tolse alle mani di altri soldati, che spogliarono il suo servitore, il quale aveva seguitato il primo cammino. Fattosi poi guidare in sulla vera strada, ritornò in Alessandria presso del conte Claudio suddetto. Giunse l'anno 1529 ed andando poco felicemente gli affari della Lega, il duca di Urbino si levò con l'esercito da Marignano per passare a Cassano, e consigliò monsignor di S. Polo di recarsi a Pavia in una giornata. Ma quel dabbene monsignore non badando al consiglio del duca si fermò a Landriano, e Antonio da Leva uscito di Milano con le truppe spagnuole, approfittandosi di un tale errore, assalì improvvisamente l'armata del S. Polo e disfattala, fece prigioniere il generale nominato, ed anche il conte Claudio Rangone. Mentre seguiva l'improvviso attacco, il Muzio cavalcava avanti con l' avanguardia, e sentito il rumore della battaglia, accorse dove si combatteva; ma trovatosi circondato dai nemici si arrese a questi, che lo condussero insieme col segretario del conte Guido [15] Rangone in alcune isole del Pò. Dopo tre giorni dando a' nemici tutto il denaro che aveva, ricuperò la sua libertà, e rifugiossi a Piacenza in casa il conte Paolo Scotto cognato del conte Claudio Rangone, donde annunziò il funesto avvenimento al suo amico Vincenzo Fedele con una lettera che termina così: «Della qual guerra io son rimasto sì poco soddisfatto, che io non penso di dover più praticare con eserciti armati» (18).

E già la pace, che poco dopo fu conclusa in Cambrai tra Francesco I e Carlo V, permise per allora al Muzio di dar effetto al suo pensiero.

Da quanto sopra fu esposto e dall'essere passato il Muzio a Modena in casa del conte Claudio Rangone, subito che per la pace ricuperò questi la libertà, pare che possa concludersi, che Girolamo non avesse nell'armata del S. Polo alcun grado militare, ma che fosse al servizio privato del conte Rangone sunnominato, il quale avrà voluto piuttosto valersi della penna, che della spada del Muzio. Il conte Claudio fu anche mecenate de'letterati, ed ebbero a provar gli effetti della generosità sua Bernardo Tasso, il Bandello e l'Aretino, il quale regalava al conte l'Opere sue, e ne riceveva in cambio delle botti di scelto vino col dazio arcipagatissimo (19). Sendo la casa del Rangone aperta sempre agli uomini di lettere, nell'anno 1530 vi capitò Giulio Camillo Delminio, che già aveva cominciato ad alzar fama con quel suo Teatro artifiziale, e che da alcuni fu disprezzato qual ciurmatore, e da altri riguardato come uomo d'ingegno miracoloso. Dovendo andare allora il conte Claudio alla corte di Francia, pensò di andarvi unitamente al Muzio ed al Camillo, che già eravi stato chiamato, onde la compagnia di due celebri italiani letterati lo rendesse più gradito ad un sovrano che mirava al signoreggiare l'Italia non solo per arricchire la Francia col denaro degl'Italiani, ma anche per dirozzarla col loro sapere. Nel febbraio del 1530 il conte Claudio trovavasi ancora in Modena [16] come si rileva da una sua lettera scritta da quella città all'Aretino in data delli 24 di quel mese. È però egualmente certo che nell'anno stesso egli si recò in Francia col Muzio e con il Camillo, poichè giunsero colà al tempo che ricuperati furono i figliuoli del re, e che la sorella dell'imperatore venne moglie a Francesco I in cambio di trenta muli carichi di oro, che passarono in Ispagna. Questo cambio fu fatto a S. Giovanni di Lue, ed essendovi stato presente anche il conte Claudio, dovette egli alloggiare con li nominati suoi due compagni di viaggio in casa di un pastore per essere tutti gli alloggi pieni di gente. Nei giorni che si fermarono colà mentre il Rangone stavasi tutto occupato nelle cerimonie della corte, il Muzio ed il Camillo andavano a diporto fra verdi prati ed ombrosi boschi, e con indosso libri, carta e calamaio, leggendo e scrivendo passavano l'ore piacevolmente. E qualora alcuna poetica fantasia presentavasi alla lor mente componevano qualche sonetto, e non solo nel fine di quello, ma nel principio e nel mezzo comunicavansi reciprocamente i pensieri, ed i versi, e li sottoponeano al vaglio della critica più rigorosa. Ma dovettero finalmente abbandonare quella dolce vita per seguire la corte a Parigi, e videro la sua solenne entrata, e le feste magnifiche per le nozze reali.

Eravi a quel tempo a Parigi Luigi Alamanni che per l'amore della libertà fu bandito di Firenze. Nacque fra questi ed il Camillo un poetico gareggiamento e come si fa l'un per abbatter l'altro, diceva l'Alamanni, che il Muzio componeva meglio di Giulio Camillo, e Giulio, che il Muzio componeva meglio dell'Alamanni. E già il nostro Girolamo erasi fatto subito conoscere alla corte con un suo sonetto sopra alcuni luoghi del patrimonio reale, dove facendo menzione di un fiume che aveva il fondo pieno di verdissime erbette, onde verdi ne apparivano l'acque, aveva chiamate quell'erbe lucidi smeraldi. L'Alamanni non approvò questo modo di dire perchè gli pareva troppo dura traslazione, ed invece il Camillo lodò quel verso come bellissimo, e per provare ch'era tale mise in campo sì poderose ragioni, e fece pompa di tanta erudizione, che il Muzio stesso ne fu sorpreso. L'Alamanni poi mandò a [17] Girolamo una sua egloga fatta pel re di Francia, ed intitolata Admeto, in cui egli usava la parola il gregge, ed il Muzio gli mandò a dire che avrebbe detto la greggia. Avendo risposto l'Alamanni, che il vero era che il Petrarca diceva così, ma che Dante usava altramente, gli mostrò il Muzio otto luoghi di Dante che dicevano la greggia, ed egli non ne seppe trovar uno che dicesse il gregge; e così Girolamo diede fin da allora un picciol saggio di quel talento grammaticale che appalesò nelle sue battaglie fatte veramente per l'onore dell'italiana favella (20).

Ben dovette saper grado al valore poetico del Muzio certo Candido Canonico di Aquileia, il quale mosso dalla fama della generosità di Francesco I, erasi recato a Parigi, ed avea fatta presentare in dono a quel re una Venere di marmo senza averne avuta rimunerazione alcuna, neppure in parole. Raccomandatosi col mezzo di Ottonello Vida a Girolamo, questi scrisse un' egloga intitolata al re, nella quale fingeva che Marte in forma umana reggesse la Francia, e che Venere per memoria degli antichi amori venisse a trovarlo, ed arrivata in tempo ch'egli con uno spiedo affrontato si era con un cinghiale, per l'improvvisa paura agghiacciasse, e divenisse di marmo. Diede quest'egloga al Thevereno, maestro de' Principi reali, il quale la presentò a Francesco informandolo da cui gli era venuta la Venere. E tanto piacque al re l l'ingegnosa invenzione dell'elegia, che volle gli fosse riletta, e fosse dato al Candido un benefizio di cinquecento scudi, e mille scudi in contanti (21).

Eravi allora a quella corte Francesco da Pontremoli tenuto per grande ingegnere, il quale avea fatto un modello del ponte di Cesare, e vi capitò un frate dell'ordine di S. Domenico, che ne fece un altro. Dovendo ambidue andar a visitare il Budeo onde consultarlo intorno alla vera forma di un tal ponte, pregarono il Muzio ad andarvi in loro compagnia, ed egli vi andò ben volentieri per sentir a ragionare quel letterato, [18] di cui scrivendo il Giovio non dubitò di affermare, ch'era l'uomo più dotto ch'esisteva in Europa senza eccettuarne il dottissimo Erasmo (22). Parlarono lungamente l'ingegnere ed il frate di tutta la forma del ponte senza nulla concludere, ed avendo lor detto il Muzio che non ne verrebbero mai a capo se non si ponessero ad esaminare le parole importanti di una in una, ciò fecero incominciando dalla parola fibula. L'ingegnere ed il frate dicevano l'opinion loro intorno ad ogni parola, ed il Budeo ascoltava tacendo, e quando finito aveano di parlare entrava nella sua biblioteca, e poi ne usciva per riportarne quanto aveva letto sui libri senza aggiungervi parola. Finalmente nulla si concluse, e partirono dalla casa del Budeo i due competitori senza alcuna risoluzione de' loro dubbî, ed il Muzio non abbastanza soddisfatto dell'erudizione di quell'uomo di lettere famigeratissimo. Il perchè scrivendo egli al suo maestro Egnazio, ch'era amico ed estimatore del Budeo, dopo avergli raccontato il fatto suespresso soggiunge le parole seguenti: « etame parve di vedere, che il Budeo nello studio sapesse qualche cosa, ma pur di quello non sapesse nulla» (23).

Mentre il Muzio dilettava la corte co'o' suoi versi, Giulio Camillo lo sorprendeva col suo Teatro. Scrive il nostro Girolamo, che Giulio fece prova in Parigi de' suoi strumenti facendo comporre con essi al co. Claudio Rangone il Miserere in due maniere nella lingua di Cicerone, quantunque il co. nulla sapesse di lingua latina oltre alle consonanze, e poi gli fece tradurre il Nunc dimittis nella lingua del Boccaccio. Un tale pubblico sperimento fatto in una corte dove la letteratura era di moda, fece nascere desiderio nel re Francesco di essere iniziato ne' misteri di un tale Teatro. Imperò stette più ore insieme col Camillo, il quale volle che alla loro conversazione non vi fosse presente che il solo gran maestro, che poi fu contestabile. «Il re mostrò di aver inteso, e ben conceputo nell'animo quello che Giulio sopra il suo Teatro gli avea ragionato; anzi andò chimerizzando alcuni suoi concetti, e do [19] mandò al Camillo dove avrebbe trovato nel suo libro parole per trattarli, e il Camillo ritrovati i luoghi glieli mostrò. Dappoi disse al re: Sire, se non vi è a noia io desidero di chiarirmi se ben mi avete inteso. — Fatelo, disse egli; ed il Camillo: Voi vi dilettate tanto della caccia: se aveste da scriverne dove ricorrereste in questo volume? Et il re in sè raccolto, et alquanto pensato diede di mano al libro, e trovò il luogo da parlar della caccia» (24). Un tal fatto raccontato dal Muzio così circostanziatamente in una lunga lettera inedita a Domenico Ternieri, non lascia più dubbio intorno alla falsità di quanto nella vita di Francesco I ebbe a scrivere M. Gaillard, cioè, che Giulio Camillo presentò al re una gran macchina di legno in cui vedevansi disposti i principi dell'arte oratoria tratti da Cicerone, e da altri.

Persuaso il re del sapere di Giulio lo fermò al suo servizio, e dovendo questi recarsi a Venezia per poi tornare in Francia, gli diede seicento scudi pel viaggio. Partì difatti il Camillo per l'Italia poco prima del mese di settembre del 1530; ed il Muzio con il Rangone si trattenne ancora in Francia parecchi mesi, e pare che non sieno tornati in Italia che nell'anno 1531.

Giunti a Modena, quantunque il co. Claudio non avesse gran fatto bisogno del Muzio, lo tenne in sua casa sino a tanto che gli fu richiesto da Galeotto Pico, figlio di Lodovico co. della Mirandola e cognato suo, onde andasse a vivere in sua compagnia, assegnandogli una provvisione di cento scudi all'anno con ispese di servitore e di cavalcatura. Girolamo, che desiderava più di studiar che di avanzare, reputò un tal partito ad esso conveniente, e lo accolse. Recossi infatti alla Concordia, della quale era signore il co. Galeotto, e là visse qualche tempo godendo di un tranquillissimo ozio letterario. Fu allora ch'egli in casa appunto del Pico ebbe a conoscere Luigi Gonzaga, che pel suo valore nel mestiere dell'armi si acquistò il sopranome di Rodomonte, e pel valor suo poetico si meritò l'onore di veder stampate le sue stanze insieme con quelle [20] dell'Ariosto. In questa occasione il Gonzaga concepì del Muzio una estimazion tale, che poco dopo essendo andato questi insieme col Pico a visitarlo in Ancona, dove trovavasi per affari della S. Sede, gli propose di prenderlo al suo servizio, dove trattasse le cose sue presso il papa nel tempo ch'egli doveasi star fuori di Roma. E il Muzio, che amava prestar la sua servitù ad uomini di lettere e tal non era certamente il co. Galeotto quantunque appartenesse ad una letteratissima famiglia, non si mostrò difficile ad accettar la proposta. Ma le vicende della guerra, e la funesta morte del Gonzaga, seguita nel 1532, fecero che un tale divisamento non avesse effetto. Intanto i motivi di dissapore che vi erano fra Galeotto Pico, e Gioan Francesco Pico co. della Mirandola scoppiarono in aperta inimicizia, e conoscendo Galeotto la destrezza che il Muzio aveva nel negoziare, volle servirsene per far valere presso l'imperatore, ed alla corte di Roma le ragioni ch'egli credea di avere contro di Gioan Francesco, e le pretensioni che aveva sopra la Mirandola. Ubbidì Girolamo al suo signore, e invece di andar a Capodistria, dove lo tirava il desiderio di riveder la patria e gli amici, dovette recarsi a Milano, e colà starsene il verno, la primavera e parte dell'estate dell'anno 1533. Poi nuovi fastidi lo balestrarono a Roma, dove giunse gli ultimi di luglio dell'anno stesso dopo aver cavalcato molti giorni per soli ardentissimi. Trovò colà il papa a cui era venuto per isporre alcune cose oppresso da infermità, ed egli pure a cagione dell'aere gravissimo infermò, e per giunta ebbe anche la sventura che seco ammalasse un suo servitore chiamato il Rosso, e che dovesse farsi servire da un certo Disiderio, ch'era più inetto, più smemorato, e più negligente di Guecio Imbratta, ed intorno al quale scrisse a Gioanbatt. Anghiari una lettera lepidissima (25). Per tali cagioni dovette il Muzio trattenersi a Roma almeno sino tutto agosto, e quantunque non vi fosse stato altra volta, pur non vide quella città con l'affezione che alla sua grandezza si conveniva, non vi essendo gito con l'inclinazione dell'animo, e perchè non vi trovò più al [21] cuno degli amici suoi (26). Di Roma passò a Bologna come sopraintendente pel co. Galeotto alla causa delle differenze che aveva il co. stesso con il co. Francesco suo zio, il quale supplicò l'imperatore, ed ottenne che una tal causa fosse commessa al collegio de' dottori di Bologna.

Stavasi ancora il Muzio in quella città allorchè il co. Galeotto, risolvendo di farsi giustizia da sè stesso, entrò la notte delli 22 ottobre 1533 con parecchi uomini d'arme nella Mirandola, e sé ne impadronì. Il co. Francesco, svegliatosi all'improvviso rumore, uscì di letto, e inginocchiatosi innanzi ad un crocefisso fu colà ucciso da uno de' suddetti uomini d'arme. Del come seguì un tal fatto se ne ha distinta notizia in una lettera inedita di Girolamo, che può servire ad esempio di lettere descrittive. Non tardò molto il Muzio ad abbandonare Bologna dopo di aver intesa l'entrata del co. Galeotto nella Mirandola, ed a recarsi presso di lui, che per la violenta situazione nella quale trovavasi aveva bisogno di un uomo in cui la sperienza ne' maneggiamenti politici e la dirittezza della mente non erano da meno dell'ingegno e della dottrina. Infatti fece subito riflettere al co. Galeotto, che niuna cosa violenta è perpetua, e lo consigliò a trattar col duca di Ferrara, onde questi ottenesse dall'imperatore la cessione della Mirandola, offerendogli denaro per la valuta della metà in compenso a chi erasi di quella fortezza impadronito. Fu perciò il Muzio spedito a Ferrara, il quale si adoperò in modo che quel duca prendendo interesse in tal affare ne fece delle proposizioni alla corte dell'imperatore. Poi Girolamo passò per lo stesso oggetto a Milano a negoziare con quel duca, e con Antonio da Leva generale di Carlo V, e vi si trattenne lungamente ma senza venir a capo del suo divisamento, poichè il duca e il generale sunnominati volevano che il co. Galeotto andasse personalmente a Milano per giustificarsi, e il Muzio non volle condiscendervi prevedendo i pericoli ai quali ciò facendo, sarebbesi esposto il suo signore. Finalmente per opera di un nemico di Girolamo fu questi richiamato alla Mirandola dal co. [22] Galeotto, il quale, lasciatosi abbindolare da' consigli di colui, aveva risoluto di recarsi a Milano. Digià una mattina era per imprendere un tal viaggio allorché il Muzio, trovatolo solo in camera, potè aprirgli l'animo suo, e facendogli conoscere che l'andar egli a Milano era il medesimo che porre la sua libertà e la vita in mano de' suoi nemici, gli fece mutar opinione. Infatti il co. Galeotto rimase alla Mirandola, ed in cambio di lui andò a Milano Girolamo, il quale cercò inutilmente di avere udienza dal duca e da Antonio de Leva, ed anzi ricevette l'ordine di allontanarsi da quella città. Prima però di partire chiese il permesso di andare a baciar loro le mani non come agente del Pico, ma come il Muzio, ed ottenutolo fu da essi con buon viso veduto, e licenziato con mille offerte graziose.

Sendosi deciso di radunare alla Mirandola una massa di truppe italiane, venne dal co. Galeotto spedito Girolamo a tal oggetto a Venezia, ed indi a Roma, nelle quali città trattò cogli ambasciatori del re di Francia, e fece ad essi conoscere ch'era necessario per tener in unione quella massa di spedire alla Mirandola un gentiluomo Francese, al quale ubbidirebbero i diversi colonnelli italiani che la comandavano, e ch'erano fra essi discordi. E fu appunto perchè tal consiglio non fu accettato che la massa sunnominata andò a disciogliersi senza frutto. Ma di tanti servigi prestati al co. Galeotto non avendone avuto il Muzio conveniente mercede, lasciò quella servitù, come rilevasi da una lettera inedita scritta di Ferrara al co. medesimo (27). Essendo questa lettera priva di data non può sapersi precisamente quando Girolamo abbandonò il servizio del Pico, ma ciò accadde non prima del 1535, perchè trovavasi quegli a Roma pegli affari del co. suddetto, nel tempo in cui fu eletto a pontefice Paolo III; cioè nel mese di ottobre del 1534 (28).

Dalla Mirandola passò egli a soggiornare in Ferrara, ed alloggiava in casa di un certo Villa. Era allora duca di Ferrara Ercole III, il quale fu protettore de' letterati, e delle lettere coltivator valoroso. Stando il Muzio in Ferrara non [23] poteva sfuggire all'occhio di un sovrano letterato. Difatti fu chiamato alla corte, e ben presto meritò la confidenza del duca, che, mosso dalla fama del suo sapere, aveva cominciato a stimarlo prima di conoscerlo. Nella tranquillità ed agiatezza del suo nuovo servizio egli potè badare agli studi più di proposito che per lo innanzi, e fu in Ferrara che scrisse il più delle sue rime consacrate alla virtù ed alla bellezza di una donna letteratissima. Fu questa la celebre Tullia di Aragona, che per la sua sapienza e delicatezza di maniere e di costumi, s'acquistò il nome di compitissima sopra ogni altra donna del tempo suo. Scriveva in verso e in prosa leggiadramente, ne sapea molto di musica; parlava con grazia ed eloquenza rarissima, ed a tutto ciò univa tanta venustà ed affabilità di aspetto, che accompagnate dalla pompa ed ornamento degli abiti faceano credere non potersi ritrovar cosa più gentile nè più pulita di lei. Il perchè non è a stupirne se fu corteggiata da molti celebri poeti del suo tempo, i quali a colpi di sonetti e di canzoni cercarono di far breccia nel suo cuore (29). E più degli altri vi riuscì il Muzio, il quale usando in Ferrara alla casa di Tullia, fu indotto dalla virtù di lei ad amarla e ne fu virtuosamente corrisposto (30). Oltre a molti sonetti e canzoni compose in sua lode parecchie egloghe che formano il primo libro de' quattro ch'ei ne scrisse. Rilevasi da una sua lettera ad Antonio Mezzabarba, che avendo egli celebrata per un tempo la Tullia sotto il nome di Tirrhenia, mostrò essa desiderio di essere appellata Talia, ma che ciò si facesse in modo che si conoscesse esser Tirrhenia e Talia una cosa stessa. Infiammato dal desiderio di contentarla, si pose subito il Muzio a pensare intorno a tal soggetto, e il giorno seguente a lei se ne tornò con un'egloga di quasi duecento versi intitolata il Furore, in cui finge che, mosso da furore, trasportato una notte si trovi in Elicona, e colà si accorga che colei che ama sotto il nome di Tirrhenia, e in forma di ninfa è Talia. Tale ingegnosa invenzione fu dipinta co' più vivi colori dalla poesia e [24] par lavoro di molti giorni anzichè di poche ore. Ebbe però Girolamo ben presto a soffrir nel suo nuovo amore i soliti affanni degli amanti. Dovendo partir di Ferrara e recarsi a Milano per affari del duca Ercole, e abbandonar la sua Tullia, compose un'egloga tutta piena di querimonie, in cui dopo aver chiamato crudele il duca nominato perchè non si moveva al suo dolore, o al grazioso sguardo di Tullia

Ch'acceso di desir tacendo grida,
E per pietà pregando a te s'inchina,

tentò di piegarlo al suo desiderio di non partir di Ferrara dicendogli:\

Sia pietoso Tirinto, e sia sicuro
Che qual pastor, qual ninfa, qual bifolco
Non ha pietade a chi d'amor sospira,
Non gli ha pietade Amor quand'ei sospira (31).

Ma i bei versi del Muzio non giunsero a far che mutasse risoluzione un sovrano, che quantunque poeta era abbastanza giudizioso per non sacrificare la politica alla poesia. E politico fu certamente l'oggetto pel quale fu spedito a Milano il Muzio, poichè nell'egloga citata così esclama:

Lasso, che importa a poverel pastore
Quel che facciano i ricchi empii tiranni?
Che tocca a me cercar l'armate squadre?

Nè fu corta la sua dimora a Milano, fu bensì amareggiata dal non ricever lettere di Tullia, come rilevasi da un'altra sua egloga scritta a Vincenzo Fedele, e che intitolò la Sconciatura. Egli però seppe infrenare in modo questo sì ardente affetto suo, che consigliò la Tullia a maritarsi onde porre al sicuro la sua virtù, ed essendosi infatti data a marito non usò [25] più in casa sua, e le scrisse una lunga lettera, ch'egli intitolò Trattato intorno al matrimonio. In questa le fece conoscere i doveri a' quali erasi con quel sacro legame assoggettata, ornando il morale argomento di scelta erudizione, della quale seppe usare giudiziosamente in quasi tutte le sue prose. Al tempo che il Muzio serviva il duca Ercole capitò a Ferrara Giulio Camillo, ed il duca una mattina lo invitò a pranzo invitandovi pure i primi letterati della città; ed essendo stato eccitato il Camillo a parlare intorno al suo Teatro, ne parlò in modo, che non vi fu chi avesse che rispondere. Perlochè il duca rivolto a quegli uomini dotti disse loro: «Parlate hora ch'egli senta; quando non sente, ognun ne parla.— Nè perciò fu alcuno che aprisse bocca, et tutti si strinsero nelle spalle» (32). Partito il Camillo per Roma passò per Bologna, dove essendo andato Girolamo non molto dopo gli disse Romolo Amaseo, che quel vice legato aveva adoprato il medesimo che il duca di Ferrara con il Camillo, e che questi si era mostrato così artifizioso nel suo parlare c che fece che gli huomini consentissero quantunque in loro non capisse quello ch'egli diceva» (33).

Capitarono pure a Ferrara in quel torno due letterati fiorentini di gran nominanza, Bartolomeo Cavalcanti e Gabriele Cesano, i quali alla tavola del duca, presente il Muzio, dissero che lo stile del Macchiavelli è senza comparazione più bello di quello del Boccaccio, che lo stile del Boccaccio non è buono se non da scriver novelle, e che il Boccaccio non ebbe giudicio nelle cose sue. Stranissima oltre che falsa parve a Girolamo una tale opinione, e intorno ad essa scrisse al Cavalcanti ed al Cesano una lettera, in cui dimostrasi che dalla lettura del Boccaccio si può fare stile da scrivere anche altro che novelle; ch' è falso l'aver quell'eccellente prosatore tenuto in maggior stima il suo Filocopo che il Decamerone; che s'ingannano i Toscani credendo di saper essi e non altri scrivere toscanamente; che la bellezza delle lingue si apprende da' libri de' buoni scrittori, e non dalle voci del volgo. Una tal [26] lettera fu scritta con giudiziosa libertà ad un tempo in cui gl'Italiani in fatto di lingua non avevano ancora inalzato contro a' Toscani lo stendardo della rivolta, all'ombra del quale ebbe il Muzio a combattere in seguito sì accanitamente.

E a far che Girolamo divenisse inchinevole alle risse letterarie deve aver contribuito non poco la scienza cavalleresca della quale era egli intestato, come pure lo furono alquanti letterati italiani del suo tempo. Avendo egli travagliato per molti anni negli eserciti armati, ed alle corti de' principi, dove spesso si trattavano materie di duello, cominciò a tenerne ragionamenti ed a far de' cartelli a richiesta degli amici. Trovandosi al servizio del conte Pico, nata occasione di abbattimento fra due gentiluomini e questione intorno all'armi, fu scelto egli a giudice. In Ferrara poi crebbe tanto la fama del Muzio in fatto di scienza cavalleresca, che un giorno alla corte del duca, dov'era nata differenza fra due gentiluomini sopra certa querela, un di loro disse all'altro: "A che contendere? Qui c'è il Muzio, ch' è il primo uòmo d'Italia, andiamo a lui ch'egli ne risolverà" (34). Tali parole erano punture acerbissime all'animo di Girolamo che conosceva non saperne di scienza cavalleresca, e doveva pur rispondere alle domande the intorno alle questioni cavalleresche gli venivano fatte per non parere discortese verso gli amici. Il perchè risolse di studiar di proposito questa scienza romanzesca, e cominciò a scriverne un trattato, ma parendogli esser peso maggiore che le sue spalle comportare potessero, lo diede al fuoco (35). Avvenne a quel tempo che Cagnino Gonzaga mandò a pregare il duca di Ferrara, che lasciasse andare il Muzio a Bozzolo per consultarlo intorno a una querela insorta fra lui ed il Casio. Vi andò, ed avendo scritto fu condotto dal Cagnino a Cremona, e presentato al marchese del Vasto, il quale letto il parere suddetto concepì di Girolamo tanta estimazione, che cominciò a consultarlo in fatto di duello, e dopo un qualche tempo lo domandò per tale esercizio al duca di Ferrara. Ouesti non potendo far [27] a meno di aderire a tale inchiesta, perchè era fatta da chi aveva allora in sua mano la somma degli affari politici dell'Italia, vi acconsentì, e si staccò dal fianco mal volentieri il Muzio, il quale cangiando la corte del pacifico duca di Ferrara con quella del bellicoso marchese del Vasto, se ebbe mezzi maggiori di far spiccare il suo talento, ebbe anche a soffrire i travagli di una vita faticosissima.

Recatosi perciò egli a Milano nel 1540, e non avendo potuto così tosto metter casa in ordine, dovette starsene quasi per tutto l'anno a camera locanda, e fu appunto in una locanda ch'egli ebbe a conoscere un certo Francesco Veneziano giuocatore, il quale aveva seco una bella giovine nomata Leonora. Essendo il marchese del Vasto uscito di Milano a riveder l'esercito vi condusse pure il Muzio, il quale arrivato a Pavia si vide a comparir davanti il nomato Francesco e chiedergli con supplichevoli parole la grazia di ricevere la Leonora in sua casa. Domandatogliene il perchè, rispose Francesco, che dovendo egli starsi lontano per tre mesi da Milano, e non potendo condur seco la Leonora, nè volendo lasciarla sola in Milano era certo di non poter far meglio che darla a Girolamo come in deposito, onde fosse dalla virtù di lui custodita fino ch'ei ritornasse a Milano. Girolamo, ch'era uomo di buona fede e che difficilmente sapea porsi sul niego, accolse in sua casa il grazioso deposito, ed essendo dopo circa tre mesi ritornato a Milano, lo restituì fedelmente a Francesco, il quale entrato in domestichezza col Muzio, e tiratolo una sera in sua casa a giuocare a primiera insieme con la Leonora, e sperando ch'ei ne fosse innamorato e ardesse del desiderio di farla sua, cominciò a manifestargli le truffane che giuocando soleva fare, ed erano sì ingegnose, che con sicuro guadagno potevano giuocar due che insieme s'intendessero senza che altri della frode si avvedesse. Poi lo richiese di tenere il giuoco in una casa, nella quale per la buona opinione che Girolamo godeva in Milano nessuno avrebbe dubitato d'inganni, dicendogli che in poco tempo avrebbero ambidue trarricchito, e promettendogli quasi a premio di sua condiscendenza l'intero e tranquillo possedimento della Leonora. Sdegnato Girolamo [28] per una tal proposizione, gli rispose che voleva anzi viver uomo da bene e povero, che con male arti empier la borsa di oro. Perlochè avvedendosi il truffatore che inutilmente erasi smascherato, sparì da Milano con la pudica sua verginella (36). Eppure il Muzio trovavasi allora alle strette per mancanza di denari, avendo scritto poco dopo al marchese, il quale stavasi a Genova, ch'era buon tempo, ch'egli viveva dell'aiuto degli amici, e ciò a cagione di esser mancato l'effetto all'ordine che riguardo al Muzio lasciato aveva il marchese agli agenti suoi prima di partire da Milano (37).

Ma se Girolamo seppe resistere alla bellezza insidiosa della Leonora, non resistette alle grazie ingenue dell'aurea sua Clori, che così chiamava certa madonna Chiara, di cui s'innamorò poco dopo di esser passato al servizio di Alfonso Davalo, e della quale pianse poi la morte con una elegia, e con più sonetti. Da tali componimenti rilevasi, ch'egli ebbe di tal donna due figli, ch'ella morì sendo il secondo di essi in età sì tenera, che non potea sentir dolore della sua morte, e che visse con essa forse meno ma non più di anni sei. Quella madonna Chiara non fu moglie di Girolamo, nè era ad altri maritata, e i due figli ch'ei n'ebbe furono Giulio Cesare (38), che ad esso sopravisse, e Pietro Paolo, che premorì al padre, il quale mutò ad esso il nome battesimale in quello di Paolo Emilio, onde i suoi figli siccome il cognome avessero anche il nome romano. Anche i grand'uomini hanno i lor pregiudizî, onde in mezzo alle meraviglie che sa produrre l'intendimento umano apparisca la sua naturale debolezza.

Gli avvenimenti politici se non estinsero interruppero almeno i nuovi amori del Muzio. Quantunque durasse ancora tra Carlo Quinto imperatore e Francesco Primo la tregua di Nizza, previde il prudentissimo marchese del Vasto, che il re non asterebbe lungamente quieto, e dimorando egli in Italia con imperiale autorità, e mirando da tutte le parti alla conservazione e [29] difesa di essa, mandò in genn. del 1542 Girolamo a Nizza, dove stavansi allora il duca di Savoia Carlo III ed il principe di Piemonte (39) suo figliuolo, per trattar di quelle cose, che secondo la condizione de' tempi fossero state richieste (40).

In questa sua missione il Muzio si è diportato con tale prudenza e schiettezza, che giunse a guadagnarsi l'affetto di quel principe, e anche del duca, quantunque graditi a questo non potessero essere gli agenti di un sovrano che occupava una parte de' suoi stati. Al qual proposito egli disse un giorno piacevolmente a Girolamo, che aveva due gran maestri di casa, l'imperatore ed il re, i quali governavano il suo, ma non gliene rendevano mai ragione (41). Di Nizza scrisse il Muzio a Pietro Paolo Vergerio una lettera in cui descrisse il sito di quella città, del paese circonvicino, e i costumi degli abitanti diversi da quelli delle altre parti dell' Italia. Ma essendovi in Nizza poche lettere e poca ospitalità verso i forestieri, il Muzio vi stava a mal cuore, e ciò che dispiacevagli sopratutto era il non avere il suo bisogno, e il non poter andare a torno a cercar ventura non comportandolo il grado suo; al decoro del quale pare che il Davalo non avesse provveduto come conveniva. Senonchè la tregua già rotta da Francesco I, e l'alleanza fatta coi Turchi a' danni dell' Italia resero più utile alla salvezza di questa la spada del marchese del Vasto, che i maneggiamenti politici del Muzio, il quale si partì da Nizza poco innanzi che fosse presa e saccheggiata dal feroce Barbarossa. Ai 15 gennaio del 1543, Girolamo trovavasi a Milano, di dove non si partì che dopo la liberazione di Nizza fatta dal marchese, ed andò ad abbracciarlo vincitore a Vigevano, di dove si recarono insieme a Monreale. Di questo loro viaggietto così scrisse Girolamo a Francesco Calvo:

«Dovete sapere che dal partir nostro di Vighievano infin che siano arrivati qui al luogo delle faccende, il sig. Marchese ha sempre avute le Muse in compagnia: et ha fatto in fino a dodici sonetti, et una lettera di ben cento versi [30] in rime sciolte per risposta di una mia; et ha costretto me a fare ogni giorno alcuna cosa. In cavalcando facevamo come a gara, che et egli, et io ci rimovevamo dalla compagnia et come io haveva fatto un sonetto così andava alla volta sua a recitarglielo: et il medesimo faceva egli con me facendomi chiamare. Poi come eravamo giunti la sera all'alloggiamento io scriveva ciò che io havea composto il giorno, et glielo portava: et egli di sua mano scriveva le cose sue, et o me le mandava, o le mi dava, come io andava a lui» (42).

Con l'occasione appunto di un sonetto del Muzio fece menzione il marchese di Giulio Camillo, e disse che se questi volesse insegnargli il secreto del suo Teatro gli donerebbe una entrata perpetua di trecento scudi; nè ciò disse a un sordo, poichè sendo il Camillo venuto a quel tempo di Francia in Italia, e recatosi a Milano, vi si recò subito anche il Muzio, e lo persuase facilmente a portarsi a Vigevano presso il marchese, onde sciogliere ad esso gli enigmi del suo Teatro. Ma Giulio avendo sentito da uno ch'era venuto a visitarlo di Vigevano, ch'eravi colà il Giovio, il quale aveva confortato il marchese a farvi venire il Camillo onde avesse pubblicamente a render ragione del Teatro suo, se ne dolse col Muzio, e disse di non volervi andare perchè non voleva in pubblico teatro render ragione del suo Teatro e dare a' cani le cose sante. Ciò sentendo tornò Girolamo a Vigevano a prender parola dal marchese, che a' ragionamenti che il Camillo dovea fare con lui, non altri che il Muzio sarebbevi stato presente. Indi recatosi a Milano e persuasone il Camillo, ritornò con esso a Vigevano. Giuntivi appena, quantunque l'ora fosse tarda, il Davalo veder volle il Camillo, e ne sarebbe rimasto poco soddisfatto, se Girolamo conoscendo che Giulio era mal atto a comparire, e in usare cerimonie non avesse prevenuto il marchese, che il Camillo al suo primo presentargli gli sembrerebbe un uomo di villa, o piuttosto un ceppo. Ma ben diverso gli apparve nelle cinque mattine di seguito che l'udì per un' ora e mezzo ad ogni mattina parlargli, presente il solo Muzio, con un filo così continuato, che altri non [31] legge si francamente come ragionava egli,

«Non mai gli mancava parola in bocca, non mai replicava, o tornava a dire cosa che dopo gli bisognasse tornar a ridire; poi con tanta varietà di fiori, di argomenti, et di esempi adornava e confermava le sue ragioni che era un miracolo ad ascoltarlo» (43).

E per dare al marchese una prova dell'invenzion sua fece latino un sonetto di lui, e lo fece con quella sua dissoluzione delle cose di Cicerone mostrando di sentenza in sentenza, e di parola in parola i luoghi in tal maniera, che fece chiaro il marchese della verità della sua promessa. Il perchè questi disse al Muzio che voleva aver il Camillo al suo servigio, e che perciò assegnata gli avrebbe un'entrata di quattrocento scudi (44), mostrandosi in tal modo come giudizioso nel pesare il merito, cosi generoso nel premiarlo. Nè si fece pregare il Camillo ad accettar l'offerta, anzi ne fu sì soddisfatto, che acconsentì che alla dichiarazione del salmo Beatus vir da esso fatta in due mattine accompagnando la dottrina di Davide con quella di Virgilio e del Petrarca, fossevi presente il conte Ettore di Carpegna, ch'era assai caro al marchese (45.). Avendo poi avuto in dono dal marchese suddetto cinquecento scudi pel viaggio che doveva fare insino a Venezia prima di dedicarsi al suo servigio, non potè il Camillo far a meno di soddisfare al desiderio da esso appalesatogli di aver qualche memoria in iscritto del suo Teatro. Imperò dormendo Giulio nella medesima casa che il Muzio, dall'ora del mattino insino al dì chiaro quegli dettava e questi scriveva, e ciò facendo per sette mattine di seguito ridussero a compimento l'opera, che col titolo d'Idea del teatro uscì poi alla luce. Così racconta Girolamo un tal fatto in una lunga lettera a Francesco Calvo, e lo conferma quasi con le stesse parole in altra lunghissima lettera inedita a Domenico Ternieri (46), nella quale descrive la storiella dell'amicizia sua col Camillo. Mal si appose dunque il Zilioli asserendo [32] che l'operetta intitolata l'Idea del teatro non fu fatta dal Camillo, ma da Girolamo Muzio, che ad istanza del marchese del Vasto, tratto avendo di bocca a Giulio i misteri di quell'arte, li avea posti in carta. S'ingannò anche il Doni nel credere che il Muzio abbia dato il manoscritto dell'Idea del teatro al Domenichi, poichè questi l'ebbe da Ant. Cheluzzi da Colle amicissimo di Girolamo, come rilevasi dalla prefazione premessa dal Domenichi nominato all' Idea del teatro stampata in Firenze dal Torrentino nel 1550.

Avviato essendosi il marchese del Vasto verso il Piemonte, Giulio Camillo si recò a Venezia, ed il Muzio a Milano, dov'ebbe ben presto occasione di adoperar la penna confortando e con la prosa e coi versi il suo signore, che alli 23 aprile del 1544 perdette cotro a' Francesi la battaglia della Ceresuola. In una lunga lettera scrittagli da Milano attribuisce il cattivo esito di quella giornata a' soldati tedeschi, i quali sorpresi da irragionevole terrore han voluto anzi l'armi gittando gittarsi a morte, che quelle adoperando procacciarsi vittoria gloriosa (47); e in una epistola in versi sciolti, scritta nell'occasione stessa al marchese per dimostrare che di quella sventura nessuna colpa ei n'ebbe, cosi cantò:

Ma chi non sa che s'altro capitano Vinse giammai per aver posta cura Al sito della terra, e a quel del cielo, E per aver con arte e con ingegno Ben ordinati cavalieri e fanti, E per aver condutte alla battaglia Sue genti con vantaggio antiveduto, Et per haver con senno et con ardore, Et con lingua et con mano in quella parte Et in quella dato ordine et soccorso, Per cui metter quel dì si dovea il fine A' travagli d'Italia, e il re Francesco Non più dovea pensare in alcun tempo [33]

Di varcare il confin degli aspri monti
Per far tra noi novelle sepolture (48).

Anche il Muzio ebbe a soffrire i tristi effetti della guerra, poichè scrisse nell'agosto dell'anno stesso al Mocia, ch'era segretario del marchese, onde ricordasse il bisogno suo al padrone, il quale per le occupazioni pubbliche non doveva abbandonar le private, e pel pensiero de' grassi armenti non dovea lasciar di pascere la pecorella (49). Ma quantunque si trovasse Girolamo nelle secche a gola non lasciava di studiare e di scrivere, e in quest'anno stesso scrisse un Trattatello intitolato la Polvere, e che fu da esso indirizzato a donna Maria d'Aragona, la quale fu celebrata dalla penna di quasi tutti i più celebri scrittori del suo tempo e per essere dama coltissima, e più ancora per esser moglie del marchese del Vasto. Questo Trattato è la prima prosa, per quanto si sappia, che da Girolamo fu data alla luce, e prendendo in essa a fondamento del suo ragionare le parole che nel primo giorno di quaresima la santa Madre Chiesa intima a' cristiani, va esaminando quali siano quelle cose che più sogliono tener gli animi nostri occupati, quasi come in quelle possa essere la vera felicità. Uscito appena da' torchi il moralissimo ed erudito Trattatello, gli si fece intorno uno sciame di critici, i quali cominciarono a censurarlo dal titolo, perchè volevano che invece di la Polvere fosse stato intitolato la Cenere, e chi disse esservi in esso addotti troppi esempi, e chi troppo pochi, nè vi mancò chi vi ha biasimato la troppo varia erudizione. Il Muzio non ebbe bisogno di molte parole per dimostrare la pochezza di tali critiche in una sua lettera ad Ottonello Vida, nè fu da esse scorato a pensare di dar alla luce altre cose da esso scritte, e che andava scrivendo, e quantunque prevedesse che quanto più ogni sua cosa da lettori verrebbe benignamente accolta tanto ella da maligni sarebbe maggiormente lacerata (50). Anche [34] da alcuni veniva Girolamo censurato per l'opera ch'ei dava alle materie cavalleresche, e perchè riguardo ad esse poneva a campo dottrine non conformi alle comuni, e che a' suoi detrattori parevano nuove quantunque fossero tolte dagli antichi. Non pertanto abbandonò egli i suoi studi cavallereschi, anzi vi si dedicò sempre più per esser egli appunto per un tale studio carissimo al marchese del Vasto, al quale come a capo principale dell'armi Imperiali, veniano portate tutte le quistioni cavalleresche che vi erano in Italia, ed egli si serviva riguardo ad esse della penna del Muzio, e favoriva in modo le scritture cavalleresche di lui, che quando gliene portava non contento di leggerle da sè ad alta voce, le leggeva in presenza di quanti vi erano o alla tavola dopo il mangiare, o in camera ritirato con qualsivoglia compagnia (51).

Intanto non essendosi i Francesi approfittati della vittoria lasciarono tempo agli Imperiali di rimettersi in forza, ed il marchese del Vasto con l'aiuto delle milizie Toscane potè render vana V impresa di Milano tentata dalle genti di Pietro Strozzi, che furono poi vinte e fatte prigioniere al fiume Sonna quasi senza spargimento di sangue; onde Carlo V, ricevuta la nuova di tal vittoria, ebbe a dire sogghignando: està è stada la ghierra de los compares (52). Pure al Muzio parve di tale importanza che fosse bastante a trar l'Italia da' franceschi oltraggi ed a fiaccar lo scettro di Parigi (53). Ma se tali conseguenze strepitose non ebbe quella vittoria, bastò peraltro a render sempre più fermo in Italia il dominio imperiale, e procurò tanto di ozio al marchese del Vasto da poter andare nel giugno del 1545 alla corte dell'imperatore, che trovavasi allora in Vormazia. E volendovisi esso recare con il fasto conveniente al grado suo, volle avere anche il corteo letterario, onde fra gli altri menò seco il co. Ettore di Carpegna, Luca Contile, ed il Muzio. Lo seguirono poi più di quaranta signori di titolo, i quali si sforzarono di comparire e di vestiti e di [35] cavalli e di servi. Fu ricevuto a Gadi da un commissario de' signori Viniziani con molta copia di presenti nel palazzo del co. di Pitigliano, e per tutta la strada ch'ei fece insino a Desenzano correvano le genti a schiere onde veder un principe di tanta bellezza e di tanta virtù, e si sforzavano di seguirlo nullaostante il caldo ch'era fastidioso. Entrò solennemente a Trento, e giunto a Spira fu rallegrato da una lettera pazzissima dell'Albicante, in cui mostra vasi tutto stizza e desiderio di vendetta contro quel cervellino del Doni, il quale, in una lettera al cuoco del co. Massimiliano Stampa, trattando di tutti gli strumenti di cucina, dopo aver fatto l'elogio della padella cadeva nell'albicante, e il lodava di perfèttissimo cuoco. E non minor sollazzo diede al marchese altra lettera scritta dallo stesso Albicante allo Spina, entro alla quale invece che parole v'erano mostacci dipinti che soffiavano fuoco, e pallotte di artiglieria per significare la guerra letteraria che l'Albicante muover voleva contro il Doni. Finalmente arrivò a Spira, e avendo inteso che Carlo V era ito alla caccia ne' dintorni di Vormazia si abboccò con esso in campagna, e cavalcarono insieme due miglia ragionando. Stette in Vormazia parecchi giorni, e si scolpò sì bene delle cose di cui era stato accusato dagli emoli suoi, che Cesare dopo averlo molto accarezzato non ha voluto licenziarlo in quanto al governo di che il marchese lo avea richiesto, e volendo questi essere sindacato, l'imperatore non potè risolversi a concederglielo che a patto che i sindaci fossero scelti dal marchese stesso (54). Se il Contile nelle sue lettere (55) ha notato queste curiose particolarità riguardo al viaggio di Vormazia, nel corso di esso neppur la penna del Muzio si stette oziosa. Quella sensibilità che lo rese sì passionato verso la patria, e inchinevole anche troppo al femminil sesso, gli fece amar vivamente la cattolica religione, e fu al suo tempo ch'ebbe questa a ricevere tante ferite dalle armi avvelenate dei Novatori. Il perchè ne fu egli sì tocco a cuore, che di difenderla con altro non potendo, almeno volle farlo con la voce e cogli scritti (56). [36] A ciò mirando mentre ebbe a passare nel suo viaggio di Vormazia per parecchie città infette di luteranesimo fu sua principal cura d'informarsi della dottrina e costumi degl'innovatori. Comunicò egli il risultato delle sue ricerche ed osservazioni a Francesco Calvo con una lettera alquanto lunga, nella quale notando molte contraddizioni degli eretici, dimostra la loro dottrina non esser altro che abusione e confusione e la lor vita esser ben differente da quella che vantavansi di condurre, e che tanto laudavano in Italia i predicatori della riforma (57). Tirato il Muzio dal desiderio di veder luoghi e cose rare e nuove, nel ritornare in Italia invece che seguire il marchese, il quale passò il Reno, rivolse il suo cammino lungo le rive di quel fiume, e trapassando parte della Svizzera discese in Italia pel S. Gottardo. Di tal suo viaggio ne fece una poetica descrizione graziosa in una sua epistola al lodato co. Ettore di Carpegna, nella quale confessa di aver preso strada diversa da quella del suo signore anche per la brama di fuggire la tirannia del Foriere che dirigeva il viaggio del marchese, e per viaggiare senza i fastidi della servitù, e giacchè egli per lunga sperienza conosceva che

È dura cosa, che dagli occhi altrui
Agli occhi vostri il sonno si prescriva,
Dura dovere appresso agli altrui piedi
Andar movendo i piedi, et cosa dura
All'appetito altrui mettersi a mensa (58).

Ritornato a Milano, sendo caldo ancora de' colloquî avuti cogli Eretici, scrisse contro di questi un discorso intorno al radunar concilio, nel quale dimostrò, che non era necessario di raccorlo per determinare gli articoli sui quali gli Eretici intendevano di disputare, essendo stati già questi determinati e decisi da' Concilî precedenti, ma bensì ad oggetto di confermarli, e di far revocare le loro false dottrine [37] agli Eretici, o di farli per tali dichiarare e condannare. Questo primo saggio che diede Girolamo de' suoi studi sacri è degno di uno scrittore che si è poi meritato il nome di Malleus Hereticorum, com'ebbe giustamente a chiamarlo Luca Olstenio. Ed andava allora divenendo sì formidabile anche in Italia l'eresia ch'eravi bisogno per combatterla di un uomo acceso di zelo, potente d'ingegno, e ricco di dottrina come era il Muzio. Aveva essa già contaminati non pochi Italiani, ed osava di entrare nei chiostri, e tentava insino di sedersi sulle cattedre vescovili. Sapendo Girolamo che in Modena v'erano parecchi che lasciavansi abbagliare dalle nuove dottrine, aveva determinato di colà recarsi per tener ferma nella vera credenza Lucrezia Pica de' Rangoni, vedova del co. Claudio; ma non potendo recarvisi con la persona le scrisse una lettera piena di cristiane ammonizioni, e avendo inteso da altra lettera dell'amicissimo suo fino dall'infanzia Paolo Vergerio, vescovo di Capodistria, ch'egli pativa persecuzione per essere sospetto, gli rispose brevemente ma in modo di fargli conoscere come nella varietà delle opinioni ch'eranvi allora fra cristiani, dovea pensare ed operare chi serbar voleva immaculata la fede di Cristo (59). Avesse quel vescovo ascoltate allora le parole del Muzio, che non avrebbe in seguito scandalezzato il cristianesimo con la sua apostasia, nè meritato di soffrire le accuse e i terribili rimproveri di quella eloquenza di cui ascoltar non volle le giuste ammonizioni! [60 presumed to be located here]

Era da molto tempo che Girolamo aveva nell'animo di andare a Venezia, e di colà portarsi a riveder la patria sua carissima, ma ne fu impedito dalle faccende, e poi dalla malattia e dalla morte del marchese del Vasto. Morì questo valoroso l'ultimo giorno di marzo del 1546; ed è morto con aver lasciato esempio di buon cristiano, avendolo in vita lasciato ottimo di buon principe e cavaliero (61). Quanto sia stato il dolore del Muzio per la perdita di un tal padrone lo [38] attestano i suoi versi, e ben più ancora le sue lettere famigliari. Egli amava sinceramente il marchese, e d'un amor che era fondato sulla stima, e se il marchese, il quale amò ed onorò il Muzio, non fu sì liberale verso di lui quanto lo fu con altri, ciò Girolamo attribuiva più che ad altro alla propia fortuna. Nè contento di onorar con la penna la memoria del suo signore, confortò la vedova marchesa del Vasto a far drizzare una statua al defunto marito dallo scalpello di Leone D'Arezzo, che già ne avea fatto il modello in creta (62).

Ma Girolamo, a cui mancata era per la morte del marchese la provvisione, avrebbe dovuto lottare con il bisogno se Vincenzo Fedeli, amico suo vero perchè amico anche negli avversi casi, non lo avesse accolto in Milano sotto il suo medesimo tetto. Buon per lui che poco dopo la morte del Davalos fu eletto a suo successore nel governo di Milano, e nel comando dell'armata imperiale Ferrante Gonzaga, il quale, conoscendo qual uomo si era il Muzio, lo prese subito al suo servigio per valersene di lui ne' maneggiamenti politici più che nelle quistioni cavalleresche.

Già fin dall'anno 1545 erasi fatta a Crequì la pace fra l'imperatore ed il re Francesco, ed erasi fatta facilmente perchè l'uno ne avea voglia, e l'altro bisogno. Non per tanto gli agenti di Cesare lasciarono di procurare in Italia il maggiore ingrandimento del loro padrone con gl'ingegni della politica non potendo con la forza dell'armi. Le furiose discordie de' Senesi doveano porre ad essi il giogo in sul collo. Nel 1541 il cardinale Granuela come ministro di Carlo V aveva riformato il loro governo, e posta in Siena una guardia di trecento fanti spagnuoli, ad oggetto soltanto d'impedire che colà si facessero nuove sedizioni; ma non n' ebbe l'effetto, perchè nel 1545 avendo il capitano di quella guardia Don Giovanni de Luna fatta fare in Siena una spianata di rena dalla loggia del papa sino al palazzo de' Piccolomini, dove abitava per dar feste e torneamenti allo sposo di una sua figlia, ed essendosi insospettiti i popolari che far volesse un bastione [39] per servirsene contro di loro, ed a favor dell' Ordine de' Nove, che allora primeggiava, presero improvvisamente l'armi, e cacciarono i Nove dal governo. Resi animosi dalla ben riuscita impresa mentre spedirono ambasciatori a Carlo V per iscusarsi di ciò che fatto aveano, fecero assai di peggio con lo scacciare di Siena la guardia imperiale. Si sdegnò Carlo per tante offese, ma dissimular volle il suo sdegno, ed usare co'  Senesi la dolcezza. Imperò scrisse a don Ferrando Gonzaga di trattare politicamente con la balìa di Siena perchè la guardia imperiale fossevi nuovamente ricevuta, e don Ferrando affidò al Muzio un sì importante e fastidioso negozio. Nel mese di ottobre del 1546 trovavasi Girolamo a Siena e in venticinque mesi ch'ei consumò in quella difficile trattativa gli è bisognato correr le poste più volte. Egli adoperò inutilmente la sua sagacità ed eloquenza per vincere l'ostinatezza de' Senesi, ed ebbe a provar quasi il loro furore, poichè essendo a Stuggia ricevette avviso da Francesco Grassi milanese, ch'era in Siena come capitano di giustizia, che a Staggia si fermasse senza entrare in Siena per fuggire il pericolo di esser gettato giù dalle finestre del pubblico palagio. Nè perciò egli ristette dall'entrarvi, anzi nella stessa sera che n' ebbe la novella vi entrò in vista di tutto il popolo, volendo piuttosto mettere a pericolo la sua vita, che non far ciò ch'ei far doveva. Intanto giunsero a Poggibonzi 300 spagnuoli spediti da don Ferrando, ed il Muzio si trovò in maggiore imbarazzo che prima, perchè non poteva persuadere i Senesi a riceverli, nè il duca di Firenze a tenerli alloggiati nel suo territorio. E vedendo che i Senesi preparavansi a sostenere con l'armi il loro rifiuto, cercò di persuadere Cosimo granduca di Firenze a mover guerra ad essi, mostrandogli che, se a lui toccava lo spendere per quell'impresa, avrebbe invece del denaio rimborsata Siena. Ma quel granduca, ch'era studioso della quiete dell'Italia piuttostochè del proprio ingrandimento, non sapeva risolversi a porre in effetto i consigli del Muzio, e mentre andava temporeggiando accaddero i tumulti di Genova per la congiura dei Fieschi e di Napoli a motivo dell'inquisizione, i quali fecero conoscere a don Ferrante Gonzaga che quello non era il tempo [40] di usare la forza contro i Senesi. Si pensò dunque di tentar di nuovo con essi le trattative politiche e di affidare la somma di queste anzichè a Don Ferrante, che non era amato da' Senesi, a don Diego Mendosa che trovavasi allora a Roma in qualità di ambasciatore. Fu quindi spedito a Roma Girolamo insieme con Francesco Grassi, per dare informazione di quella lunga pratica a don Diego; il quale venne con essi a Siena, e trovate le cose come gliele aveano descritte, risolse di farle pienamente conoscere anche a Carlo V, inviando adesso il Muzio, il quale andò a conferire il tutto col granduca di Firenze, e poi si diresse a Milano per renderne inteso don Ferrante. Ma giuntovi trovò che don Diego aveva contraminato scrìvendo a don Ferrante di mandar alla corte un suo segretario invece del Muzio a cagione di non esser quésti confidente de' Senesi. Don Ferrante non volle opporsi alla volontà di don Diego, ch'era volpe vecchia e caro a Cesare, e così fu colto quasi di mano a Girolamo il frutto che di tante sue fatiche ei ritrar meritava, e con cui aveva sperato a ragione di vivere una riposata e comoda vecchiezza. Disfogò egli il giusto suo rammarico in una lettera a Vincenzo Fedeli, in cui sonvi alcune particolarità curiose intorno alle discordie di Siena che altrove cercherebbersi invano (63).

Fra i fastidì senesi ebbe Girolamo il conforto di starsi in più volte parecchi giorni a Firenze, dove ogni maniera di studi prosperamente fioriva. Colà rivide la Tullia di Arragona, la quale rimasta vedova aveva abbandonata Roma, ed erasi rifuggita all'ombra della protezione medicea, e quantunque fosse attempatetta, con la svegliatezza dell'ingegno e con le grazie dello spirito ridestar seppe nel core sensibilissimo del Muzio l'antica fiamma, ond'egli nuove rime compose, «e con esse, a detta del Crescimbeni (64), ornò in guisa la sua Tullia, che non dovette questa aver invidia a niun' altra che a quei tempi amata fosse da uomo letterato. Conobbe Girolamo in casa della Tullia i più celebri letterati di Firenze, e fra essi il celebrissimo Benedetta [41] Varchi, ch'era uno de' vagheggini di lei. È a questo tempo che devesi riferire ciò che lasciò scritto il Varchi nominato nel suo Ercolano, cioè che quando il Muzio stette una volta tra l'altre a Firenze, dove conversò molto seco in casa la signora Tullia di Aragona, furono da certi dette cose di lui intorno a' suoi componimenti (per lo non poter egli per essere forestiere scriver bene, e lodatamente nell'idioma fiorentino), le quali non senza cagione e ragione lo mossero a sdegno, ondagli contro quei tali parendogli che fossero mossi da invidia compose e mandò alla Tullia il seguente sonetto (65):

Donna, l'onor de' cui bei raggi ardenti
M'infiamma 'l core, ed a parlar m'invita,
Perchè mia pena altrui sia mal gradita,
L'alto vostro sperar non mi sgomenti:

Rabbiosa invidia i velenosi denti
Adopra in noi mentre il mortale è in vita:
Ma sentirem sanarsi ogni ferita,
Come diam luogo alle future genti.

Vedransi allor questi intelletti loschi
In tenebre sepolti, e 'l nostro onore
Vivrà chiaro ed eterno in ogni parte:

E si vedrà che non i fiumi Toschi,
Ma 'l ciel, l'arte, lo studio, e 'l santo amore
Dan spirto e vita a i nomi ed alle carte.

Questo sonetto fu stampato in Venezia nel 1547 fra le rime della Tullia unitamente a parecchie altri del Muzio, e ad un' egloga intitolata Tirrenia, nella quale fa che due pastori cantino le lodi di quella gentil rimatrice, e che uno di essi vada circoscrivendo pastoralmente molti valorosi poeti, che l'hanno amata e celebrata.

Se il Gonzaga non potè premiare il Muzio, come avrebbe voluto, per quanto operò in Siena, seppe apprezzarne peraltro il politico talento, ed usarne a vantaggio del suo signore [42]. Nel gennaio del 1548 reggiamo Girolamo in Venezia lutto intento a scoprire quali erano le disposizioni di quella misteriosa repubblica intorno agli affari dell'Italia. Nel luglio dell'anno stesso era a Mantova, e nell'agosto in Piemonte insieme con don Ferrando per accogliere e festeggiare l'infante Filippo II. Nullaostante a così spessi viaggi, per cui a ragione ebbe a scrivere un giorno che aveva passato il più della sua vita a cavallo (66), non lasciò di combattere e con la penna e con la voce l'eretiche opinioni. Oltre a parecchie lettere contro il Capodistria scrisse un Discorso che spedì a don Diego Mendoza, il quale trovavasi a Roma, e che di colà gli venne stampato, ed un altro intorno alle materie del luteranesimo (67), e con la forza delle sue parole fece credere il Purgatorio ad un Grisone che ostinatamente lo negava (68).

Si approfittò pure della sua eloquenza il Gonzaga per festeggiare le nozze d'Ippolita sua figlia con Ascanio Colonna. Celebrate furono queste a Milano con pompa degna della presenza del principe Don Filippo figlio di Carlo V. Si fecero tornei, s'innalzarono per la città archi di meravigliosa opera ed ingegno, si rappresentarono in palazzo due ingegnosissime commedie, s'imbandirono banchetti magnifici (69). Aggiunge il diligentissimo P. Affò nelle sue memorie della Vita d'Ippolita Gonzaga (70), che in tale occasione alla presenza degli sposi e della corte recitò un eloquente ragionamento il famoso letterato Girolamo Muzio, citando a comprovazione di ciò gli avvertimenti morali del Muzio stesso, nei quali trovasi stampato il suddetto ragionamento col titolo di Trattato. Ma egli è appunto una tale citazione che prova non esser vera l'asserzione del P. Affò, il quale se esaminato avesse l'indicato ragionamento e spezialmente la gentile dedicatoria che lo precede, avrebbe conosciuto che non fu recitato dal Muzio, ma bensì che fu da lui presentato agli sposi perchè da essi fosse letto. [43] Il suddetto trattato versa intorno a' doveri del matrimonio, che come in picciol quadro sonvi maestrevolmente pennelleggiati.

Terminate le feste nuziali, il principe don Filippo parti per la Fiandra, e nel tempo stesso il Muzio ebbe ordine da don Ferrante di colà recarsi per espedire alcuni negozi alla corte dell'imperatore, che allora trovavasi a Brusselles (71). E convien dire che tai negozî fossero di molta importanza, ed avessero relazione col politico viaggio fatto dall'infante don Filippo in Italia, poichè fu raccomandato a Girolamo di giungere a Brusselles prima che il principe; e a tal oggetto dovette egli viaggiare per la via più corta ma più disastrosa, cioè per la Svizzera. Arrivato a Brusselles li 4 febbraio del 1549, scrisse a Vincenzo Fedeli, che viaggiato aveva per paesi asprissimi, per nevi altissime, e con venti furiosissimi, e che aveva mangiato in istufe di fuoco, e dormito in camere di ghiaccio. Ma nullostante gl'incomodi del viaggio non lasciò di molestare viaggiando gli Eretici. Scrisse un discorso intorno alle mogli de' cherici, ed alla comunione de' laici, e lo scrisse nelle stufe piene di gente fra romori di femmine, pianti di fanciulli, invitamenti di bevitori, e canti di ubbriachi e si confortò in tal suo lavoro con riflesso, che mostra la esasperazione degli animi in quei tempi (72). Stette a Brusselles sino al giugno, e tornato a Milano in agosto seppe co' suoi maneggiamenti politici soddisfare in modo i desiderî di don Ferrante, che questi nel novembre dell'anno stesso lo spedi a Roma per essere da esso informato di quanto accadeva nel conclave colà tenutosi onde eleggere un successore nel Papato al defunto Paolo III.

Nel recarsi a Roma dovette Girolamo andare a Pisa per comunicar alcune cose col duca di Firenze, e passando sotto Certaldo, quantunque viaggiasse in fretta rimanersi non volle di visitar la tomba e la casa di Giovanni Boccaccio, mostrando così che, se egli combatteva i pregiudizi de' Fiorentini in fatto di lingua, rendeva giustizia e tributava venerazione a un [44] toscano scrittore ch'ei riguardava qual maestro dell'italiana favella. Si fermò il Muzio a Roma fino all'elezione a papa del cardinale del Monte sotto il nome di Giulio III, seguita li 7 febbraio 1550. car. 139. Se esistessero ancora le lettere che di colà egli scrisse a don Ferrante, avremmo in esse una curiosa storia di quel lungo e tumultuoso conclave; ma tali lettere che erano nell'Archivio di Guastalla insieme con altre inedite dell'Ariosto, del Tasso, e d' altri celebri letterati furono dal P. Affò trasportate a Parma, e convien credere che dopo la morte di quel binarissimo biografo siensi smarrite, poichè non si è potuto rinvenirle nullaostante le più diligenti cure usate a tal oggetto anche recentemente da un dottissimo letterato parmigiano.

Tornato il Muzio a Milano, volle dar bando per qualche tempo alle faccende politiche onde darsi tutto alle letterarie. Più cose aveva scritte e in parecchi argomenti, ma giacevano inedite nullaostante alla smania che aveva egli di darle alla luce. Alla fin fine ottenne licenza da don Ferrando di portarsi a Venezia per istamparle. Recatovisi in maggio del 1550, diede i suoi manoscritti a Gabriele Giolito, e prima che le altre cose, fece stampare le lettere ch'egli aveva scritte contro al vescovo di Capodistria Pietro Paolo Vergerio, ed alle quali diede il titolo di Vergeriane. Onde far conoscere la controversia trattata in queste lettere convienmi retrocedere qualche anno con la presente narrazione.

L'amicizia tra il Muzio ed il Vergerio cominciò insino dalla loro infanzia, nè fu mai da accidente alcuno turbata. Divenuto di avvocato uomo di chiesa, passò il Vergerio a Roma, ed avendo in quel gran teatro del mondo fatto conoscere il proprio merito, papa Clemente VII volle approfittarne, e lo spedì in qualità di suo nunzio nella Germania, dove per le turbolenze religiose era necessario che gli affari della corte di Roma fossero trattati da uomini dotti e prudenti. Difatti in tal sua missione il Vergerio si diportò in modo, che fu da Paolo III eletto a vescovo prima di Modrusso e poi di Capodistria sua patria. Spedito di nuovo in Germania, fu al congresso di Vormazia, e ritornò in Italia mirando al cardinalato; ma recatosi a Roma invece di cangiare il verde in porporino come [45] sperava, videsi accolto con mal viso dal pontéfice, e pien di cruccio e melanconia ritornò a Capodistria, dove con delle imprudenti innovazioni riguardo al culto esteriore accreditò la mala voce ch'erasi sparsa intorno alle sue opinioni religiose. Abbandonò Capodistria e recatosi a Mantova presso il cardinale Gonzaga scrisse di colà nel gennaio del 1546 al Muzio, a cui da molto tempo non aveva scritto, avvertendolo di essere dei perseguitati. Risposegli subito Girolamo dolendosi delle persecuzioni che soffriva, qualunque ne fosse stata la cagione, e diedegli novelle di sè e prima dell'anima sua col fargli conoscere com'egli cattolicamente si governava nella varietà delle opinioni ch'erano allora tra' cristiani riguardo alla fede (73). Non rispose il Vergerio a tal lettera, ed il Muzio stette pure in silenzio quantunque sapesse che il nunzio apostolico di Venezia aveva assoggettato a processo il vescovo di Capodistria. Venne questi a Venezia nel 1548 e, caldo ancora del trionfo riportato sopra i suoi avversarî nel processo contro di esso instituito, ebbe l'imprudenza di tenere in pubblico tali discorsi che avvalorarono i sospetti ch'eransi di lui conceputi. Alloggiava egli allora in casa di Gioan Batt. Egnazio, e questo letterato religiosissimo, fattasi coscienza di tenerlo presso di sè, lo privò dell'alloggio (74). Trovavasi in quel tempo a Venezia anche il Muzio, ed il vescovo capitatovi appena, gli fu subito attorno premendogli assai di tirarlo nelle sue opinioni. Ma egli non si lasciò smuover punto dalle sue parole, anzi giostrò valorosamente non soltanto con lui, ma con una lunga schiera de' suoi (75) e invece di lasciarsi sedurre si assottigliò di far conoscere al suo pastore sedotto gli errori ne' quali ei ciecamente dava di petto. Il Vergerio in quest'occasione mostrate aveva a Girolamo due lettere da esso scritte, l'una in persona di uno scolare, il quale di cattolico volendo divenir luterano ne chiedeva licenza al padre suo, e l'altra del padre a lui, che mostrava di voler quasi condiscendere nella sua [46] opinione. Il Muzio riformò cristianamente la lettera del padre, e la diede al vescovo che ne dannò molte parti, in difesa delle quali scrisse Girolamo la seconda lettera al Vergerlo di Milano a' 15 marzo del 1548. Non rispose il vescovo, ma seguitò a spargere in Capodistria il mal seme della sua dottrina. Perlochè il Muzio spinto non solo dal danno minacciato alla religione, ma anche dal pericolo in cui vedeva le anime de' suoi concittadini, riprese in mano la penna, e scrisse al popolo iustinopolitano più lettere, onde fargli conoscere le insidie che ad esso tendeva il Vergerio, e smascherava l'equivoca sua dottrina che putiva di luteranesimo. Non lasciò peraltro di scrivere ancora al Vergerio per richiamarlo in sulla via della salute, dalla quale andava sempre più allontanandosi, ma nel tempo stesso si adoperò caldamente perchè la cara sua patria fosse tolta al grave pericolo, che la minacciava. Intanto il Vergerio dietro ad un monitorio del legato della Romagna abbandonar dovette la sede episcopale, ed allontanarsi da Capodistria. Tolta in tal modo la greggia di bocca al lupo, avrebbe il Muzio deposta la penna battagliera contro il Vergerio, se non fosse stato obbligato a riprenderla per difendersi dalle accuse dategli da un certo Sempronio che s'infinse di oppugnare la prima lettera del Muzio al vescovo di Capodistria con un libello infamatorio a cui rispose Girolamo con una lettera al pòpolo iustinopolitano, che pose in piena luce le calunnie di Sempronio, e V obbligò al silenzio. Finalmente papa Paolo III con suo Monitorio del luglio 1549 dichiarò apostata il Vergerio, e nell'anno seguente, come fu detto più sopra, il Muzio diede alla luce le Vergeriane per giustificazione di quanto aveva operato contro il suo vescovo e per l'utilità de' fedeli (76). Intorno al merito di quest'opera io non farò che ripetere ciò che con la sua solita sensatezza ebbe a scrivere il Tiraboschi (77) riguardo all'opere morali e teologiche del nostro Girolamo, cioè Che se in esse l'autore non si mostrò un profondo teologo è però sempre un robusto ed accorto guerriero che [47] sa usar saggiamente quell'armi che la buona causa gli somministra, scuopre le imposture e gl'inganni de' suoi avversari, gl'insegue e gl'incalza con forza, e avvalora le ragioni e gli argomenti con l'arte e con l'eloquenza.

Se le Vergeriane del Muzio dalle persone cristiane e dotte furono approvate e commendate, il suo Duello fu ricevuto con universale favore da' cavalieri. Ei ne diede alla luce quattro libri unitamente ad altri quattro contenenti le risposte cavalleresche, ma quanto per quest'opera si meritò Girolamo l'applauso de' contemporanei, altrettanto s'è meritato la disapprovazione de' posteri. Sembra veramente strana cosa ed inescusabile, che un uomo di specchiata morale e religiosissimo qual ei fu il Muzio abbia cogli suoi scritti illustrata una scienza ch' è contraria alla morale evangelica, e che fu dalla Chiesa condannata. È però da osservarsi a giusta sua scusa ch'egli passò il più della sua vita fra gli eserciti armati, dove la scienza cavalleresca era tenuta in gran pregio, che al tempo in cui scrisse il suo Duello gloriavansi di scrivere intorno ad esso le penne di parecchi celebri letterati italiani, e che non aveva ancora la Romana Sede registrati nell' Indice i libri cavallereschi. Aggiungasi a ciò, che Girolamo ha dichiarito nelle sue Lettere cattoliche che, conoscendo non possibile il far abolire il duello erasi risoluto a scrivere intorno ad esso con l'oggetto di menomarne l'uso, e d'impedirne l'abuso. Il perchè Pio V pontefice santissimo, non si fece coscienza di permettere con suo breve la stampa dell'opere cavalleresche del Muzio, il di cui Duello quantunque non privo di sottigliezze ed abbondante di contradizioni per la facilità del dettato, e per la varietà dell'erudizione non è a confondersi con tante opere cavalleresche, che inutilmente ingombrano le Biblioteche, e che son pregiate soltanto da quei Bibliografi, la di cui lettura non oltrepassa il confine de' frontispizi (78). Uscirono pur alla luce nello stesso anno 1550 le Operette morali e l'Egloghe del nostro Girolamo, le prime delle quali tennero co' principi e signori a cui furono indirizzate l'energico linguaggio della [48] verità, e in poche pagine racchiudono molti aurei precetti, che avvalorati dall'eloquenza dell'autore rimangono, direi quasi, scolpiti nell'animo de' lettori. L'Egloghe poi, divise in cinque libri e scritte in versi sciolti, mostrano l'ingegno del poeta, e lo studio ch'egli aveva fatto sui migliori Bucolici, i quali furono da esso imitati con quella libera franchezza che impresse nelle sue poesie il carattere dell'originalità in un secolo abbondante pur troppo d'imitatori servili.

Quantunque pegl'impicci del suo servizio non abbia potuto trattenersi a Venezia sino al termine della stampa di tali opere ed abbia dato l'incarico di attendervi ad Antonio Cheluzzi da Colle (79), sbrigatevi ben presto delle faccende politiche, non lasciò di ritornare a Venezia nel dicembre del 1550 e vi si trattenne sino al mese di marzo del 1551, presiedendo all'edizione delle sue Lettere, delle Rime, e delle Mentite occhiniane.

Nei tre libri di Lettere allora stampate ed alle quali diede poi il nome di secolari, oltre a quella in difesa del Boccaccio da me più sopra accennata, ne inserì pur una diretta a Renato Trivulzio, nella quale dicendo l'opinion sua intorno al Dialogo del Tolomei intitolato il Cesano, con quelle medesime ragioni con cui il Tolomei suddetto volle provare che la volgar lingua dovesse chiamarsi Toscana, provò che la si deve chiamare Italiana (80). Riguardo alla qual Lettera veramente giudiziosa quantunque scrìtta alquanto acerbamente, è da osservarsi che la quistione intorno al nome della volgar lingua, fatta celebre piuttosto dalla curiosità e dall'ozio di molti scrittori, che dalia sua propria importanza (81), fu ridestata a' nostri giorni da chi seppe servirsi degli argomenti del Muzio senza citarlo, o da chi il nominò soltanto per offenderlo villanamente ed ingratamente. Qui addur potrei le prove di ciò ch'io dico, ma non voglio stuzzicar il vespaio.

Le Rime non meno che l'Egloghe caratterizzano il Muzio per poeta originale. Egli ardisce in esse ben più che nelle loro [49] gli altri poeti del secolo XVI; ma il giudizio non lascia mai d'imbrigliare la di lui fantasia vivacissima. Il suo stile unisce maestrevolmente alla leggiadria la robustezza, e i suoi pensieri hanno spesso del nuovo, e sempre dell'ingegnoso. Anche il solo difetto di cui ne' suoi versi ravvisansi le traccie, serve, direi quasi, a dimostrare l'originalità del suo genio, perchè non era il difetto del suo secolo. Egli sacrifica qualche volta l'oro della poetica sua vena purissima all'orpello di un bisticcio e d'un concettino. Non diede però in tal vizio nello scrivere la Poetica, ch' è la migliore fra le sue composizioni in versi, e che sola basterebbe a fargli occupare uno de' seggi più luminosi fra i grandi poeti ch'ebbe l'Italia, se gl'Italiani conoscessero e sapessero apprezzare le proprie ricchezze. Ben ne conobbe il pregio lo storico Francese della letteratura italiana, il quale, fattane una giudiziosa analisi, ebbe a scrivere, che la Poetica del Muzio è un poema elegante pieno di fine osservazioni, e scritto con indipendenza ed originalità (82). Ma il Ginguenè, che si accuratamente esaminò la Poetica, o non lesse, o superficialmente lesse l'Epistole del Muzio che nella edizione delle sue Rime sono impresse in seguito della Poetica stessa, poichè scrisse, che quel poeta quantunque fosse declamatore non laveva osato di trattare il genere satirico. Egli è nell'Epistole che il nostro Girolamo sferza piacevolmente il vizio, e che diede all' Italia il primo saggio del sermone oraziano. L'elegantissimo cav. Vannetti non potè far a meno di confessare, che in alcuni luoghi dell'Epistole del Muzio ravvisansi i lineamenti del gusto di Orazio e ne avrebbe giudicato anche più vantaggiosamente se fossegli capitata tra mani l'epistola scritta da Girolamo al marchese Caponi, intorno alla villa della Paneretta.

Non istanco il Muzio dell'aver fieramente adoperate le armi contro il Vergerio, scender volle nell'arringo anche contro lo sfratato Padre Bernardino Occhino, il quale, accecato dalle nuove dottrine, aveva per paura abbandonata l'Italia, e stampato in Basilea un volume di prediche scritte con lo stile [50] degl'Innovatori. Il libro stampato da Girolamo contro a questo disertore eloquentissimo della cattolica religione fu eloquentemente scritto, e pose in piena luce le menzogne, e gli errori dell'Occhino. Il titolo però datogli di Mentite occhiniane se piacque finchè fu di moda la scienza cavalleresca, ora sembra ridicolo anzi che no, e meritò la giusta censura del Maffei, il quale contro quella scienza vana potè più con la sua penna, che i principi con leggi, e i pontefici cogli anatemi.

Sbrigatosi Girolamo delle faccende tipografiche ritornò a Milano presso il Gonzaga, che gli affidò nuove incombenze politiche per le quali dovette recarsi più volte da Milano a Venezia, e fu in uno di questi viaggi che ammalò in Mantova, ed ebbe a soffrire nella casa Olivi una gravissima e lunga malattia. Dolori di testa, di schiena, di stomaco, vomito, una postema nell'intestino, tre flussi, singhiozzo mortale, e febbre continua. Il perchè fu già sfidato da' medici, e sarebbe ito sotterra se la robustezza della sua complessione non avesse trionfato della violenza del male, il quale per tre mesi lottare il fece con la morte. Entrato appena nella convalescenza, abbandonò Mantova, e in una barchetta ben coperta si avviò alla volta di Venezia. Quì giunto, per più giorni ubbidì rigorosamente a' medici, che gli aveano ordinata la dieta, ed accarezzò così la debolezza cagionatagli dalla malattia, e ch'era tale che non gli permetteva di camminare senza appoggiarsi ad un bastoncello; ma trovò nella malvagia il rimedio che l'arte medica non avea saputo suggerirgli. Facevasi allora da' Veneziani grand'uso di questo liquore, e ad ogni mensa signorile la prima bevuta era di malvagia. Ne bevette il Muzio per tre giorni di seguito alla tavola altrui, e ringagliardì; ma poi tornato alla regola della sobrietà, sentì di nuovo la pristina fiacchezza. Accortosi da ciò che la virtù stava nella malvagia, ne fece comperar della migliore, e col berne per dieci mattine un mezzo bicchiere ricovrò il perduto vigore, e gettato il bastoncello, diede il bando alla dieta (83). Se il Fontanini (84) [51] riflettuto avesse a ciò che scrisse Girolamo nella sua lettera al Zeno (85), non avrebbe chimerizzato intorno al perchè vestì egli per sette anni l'abito bigio, ma sarebbesi avveduto che ne fu cagione un voto da lui fatto nella malattia ch'ebbe in Mantova. Nel corso di essa aveva anche risoluto, sene campava salvo, di ritirarsi e darsi al servigio di Dio rivolgendosi tutto agli studi sacri ed alle cose della religione (86). Infatti, per porre in effetto un tale divisamente, scrisse di Venezia al Gonzaga chiedendogli il suo congedo. Aderì questi ad una tale inchiesta, ma col patto che prima di darsi alla nuova vita dovesse il Muzio recarsi a visitarlo in Milano, il che avendo egli fatto, riuscì a don Ferrante di fargli mutar opinione, e di persuaderlo a rimaner presso di lui. Stettevi però: pochi mesi, poichè in novembre dell'anno stesso lo veggiamo in Pesaro, e nel seguente gennaio in Roma da dove due volte nel corso di tre mesi passò di nuovo a Pesaro, e di colà nell'aprile venne a Venezia dove allora trovavasi Guidobaldo II, duca di Urbino, ch'era generale della repubblica veneziana, e che fu scelto allora a comandante delle truppe pontificie. In un tal corso di tempo non abbiamo notizia che sia mai stato a Milano. Dal che apparisce che fino dal novembre del 1552 avesse abbandonato il servizio di don Ferrante per passare a quello del duca di Urbino, alla corte del quale oltre ad altri motivi, lo avrà invitato il matrimonio che fatto aveva con una Adriana damigella di quella duchessa. Afferma Apostolo Zeno, che un tal matrimonio accadde nel 1550 (87), appoggiato forse alla testimonianza del Muzio stesso, il quale annunziò a Vittoria Farnese la morte di sua moglie con una lettera dei 22 settembre 1568 in cui dice, che erano dieciotto anni passati che viveva con essa in amorosissima congiunzione. Pure sonvi de' ragionevoli motivi di non affidarsi a una tale testimonianza, sembrando essa in contraddizione col fatto. Nel 1550 non apparisce che il Muzio sia stato mai a Pesaro dove trovavasi Adriana, ma solo a Roma, a Venezia ed a Milano, e [52] sempre attorniato da faccende politiche o tipografiche. Se nell'anno suddetto fossesi dato a moglie, come nella lunga malattia ch'ebbe a Mantova sarebbesi risoluto di ritirarsi, e consacrare alla religione il rimanente di sua vita, e come avrebbe sostenuti i pesi gravosi del matrimonio egli, che senza ciò che ritraeva da' suoi servigi non aveva pur tanto da sostener sè stesso? Se fosse stato ammogliato quando scrisse la lettera a don Ferrante chiedendogli la licenza dal suo servigio, fra i motivi addotti per ottenerla è da credersi che tacciuto avesse uno de' più gagliardi, cioè il desiderio di vivere unitamente alla moglie, che abbandonar non poteva la corte di Urbino? Il numero romano XVIII relativo agli anni del matrimonio di Girolamo con Adriana non potrebbe essere stato stampato nella citata lettera per errore invece del numero XVI? E così essendo, com'è ragionevole che sia, potrebbesi concludere, che il matrimonio del nostro Girolamo con Adriana seguì sul terminare del 1552, e che fu il motivo pel quale lasciò egli il servizio di don Ferrante, e passò alla corte del duca di Urbino. Partito questi di Venezia nell'aprile del 1553 per Roma, partì pure il Muzio dirigendosi a Pesaro per mare. Stette in barca dieciotto giorni, trattenutovi dalla fortuna, ma ingannar seppe la noia del viaggio e porre a profitto quel tempo, consultando quanto aveva scritto Erasmo intorno alle opere di S. Ireneo (88). Una tal sua fatica forma parte del libro intitolato: I tre testimoni fedeli (89), nel quale il Muzio analizzando l'opere di S. Basilio, Cipriano ed Ireneo, mostrò qual fa la dottrina tenuta nel secondo, terzo e quarto secolo dopo Gesù Cristo dalle chiese d'Europa, dell'Africa e dell'Asia. Questa operetta assai dotta, scoprì non poche fraudi di Erasmo, e confuse la malignità degli eretici. Di Pesaro andò a raggiungere a Roma il duca di Urbino, e pareva che dimorar dovesse colà per qualche tempo da una lettera con la quale eccitò Vincenzo Fedeli a venire in Roma, ed a fermarvisi lungamente, per ritornar a godere la conversazion sua; [53] ma poco vi stette, perchè nel mese di luglio del 1553 egli era in Pesaro, avendo accompagnato il duca da Roma sino ad Urbino (90). In tal suo viaggio cavalcando cianciò con le muse, e fece quattro stanze di una canzone moralissima sopra la morte, quantunque per darsi tutto agli studi sacri, gittato avesse da parte le rime. E non poco coadiuvarono alla coltìvazione di studi sì importanti la quiete e la agiatezza di cui ebbe a godere il Muzio nella corte di Urbino. Egli aveva vissuto fino allora una vita angustiata dalle faccende e dal bisogno, ed i suoi padroni aveano piuttosto onorato il suo merito, che compensato il suo servigio.

Finalmente rinvenne nel duca Guidobaldo II un mecenate generoso. Sappiamo da una lettera scritta da Ippolito Capilupi a don Ferrante Gonzaga, che quel duca dava al Muzio quattrocento scudi ad ogni anno, permettendogli di badare ai suoi studi, e di comparire alla corte soltanto quando a lui piaceva (91).

Cominciò questi ad approfittare della coscienza del duca non a vantaggio suo, ma della religione. Fin da quando egli stava in Milano il tribunale dell' Inquisizione di Roma, che dagli scritti conobbe il suo cattolico zelo, ordinato aveagli di scrivere ad esso quando occorressero cose che fossero d' interesse e di onore della chiesa (92). E perchè avendo risoluto quel tribunale di far abbruciare negli stati de' principi cattolici l'ebraico libro intitolato il Talmud, ne diede al Muzio la commissione riguardo allo stato del duca di Urbino. Nè poteva meglio affidarla che a lui, poichè avendo consigliato il duca a ritardare nell'esecuzione senza mandar fuori bandi ed editti, così gli Ebrei furono colti all'impensata, e si s'impadronì di tutti i libri che stavano presso di essi, alcuni de' quali sapevasi ch'erano infetti della talmudica peste. Questi infatti, esaminati prima e scelti da Raffaele Aquilino, costituito dal papa commissario, furono unitamente [54] al Talmud pubblicamente abbruciati nella piazza di Urbino. Quanto il nominato tribunale della Santa Inquisizione tenesse in istima l'opinione del nostro Girolamo, ne porge chiarissima prova ciò che accadde riguardo alle opere di Pietro Aretino. Mentre il Muzio trovavasi in Pesaro, Anton Francesco Doni, che fu prima adulatore, e poi nemico dell'Aretino, gli mandò l'opera di costui, intitolata L'umanità di Cristo scrivendogli, ch'erano in essa delle cose non tollerabili, ed eccitandolo a scrivere a Roma perchè fosse proibita. Ciò eseguì egli ignorando, come pure ignoravalo il Doni, che quel libro fosse stato già posto fino dall'anno 1557, nel primo indice de' libri proibiti. Nullaostante l'energica e verace lettera scritta in tal occasione dal Muzio al cardinale di Trani, il quale era uno del sacro collegio dell'inquisizione, ebbe un effetto maggiore di quello a cui mirava, poichè mosse quel sacro tribunale a porre sotto rigoroso esame l'opere tutte dell'Aretino, e a farne poi la generale proibizione. Nè è a credersi che il Muzio sì energicamente operasse contro l'Aretino per esser questi allora già morto, poichè lo disprezzò e vituperò anche mentre viveva, ed a quel tempo di cui non pochi letterati, fra i quali alcuni celebri per la probità quanto per la dottrina, facevano a gara con li principi nel tributare quell'impertinente glorioso, con la sola differenza, che i principi lo tributavano di oro, ed i letterati di parole. Trovandosi il Muzio in Venezia per bisogni del marchese del Vasto a visitare il conte di Monte Labate, ambasciatore di Urbino, col quale era Pietro Aretino, questi vedendo l'ambasciatore nominato a ritirarsi col forastiere da esso non conosciuto, partì; ma scese appena le scale, avendo inteso che quel forastiere era il Muzio, tornato subito suso, venne a salutarlo, ed a scusarsi del non averlo fatto subito per non averlo conosciuto. Da poi gli disse di avergli scritta una lettera, e rispondendogli Girolamo, che non aveva veduto sue lettere, l'Aretino gli replicò, che non gliela aveva mandata, ma che l'aveva fatta stampare fra le altre sue lettere, e che lo pregava di vederla e di rispondergli. Quantunque un sì gentile procedere dell'Aretino solleticar dovesse l'amor proprio del Muzio, non volle questi risponde-[55] re alla lettera accennata, onde le stampe non lo accusassero di esser stato amico di un tale, che non meritava l'amicizia degli uomini onesti. Ma bensì della noncuranza del Muzio rimase traffitto l'amor proprio dell'Aretino, che qualche tempo dopo a Venezia nella casa dell'ambasciatore cesareo, alla presenza di molti cavalieri rivolse contro il Muzio la pungentissima sua lingua. Di ciò ne fu Girolamo informato con lettera dall'amico suo M. Antonio Cheluzzi da Colle, che avendolo confortato a fare risentimento, n' ebbe in risposta le parole seguenti: «Siccome io non feci stima di sue laudi, così non ho da tener stima de' suoi biasimi, che a me parrebbe ch'io volessi entrar con lui in contesa di villanie, e far non altro, che se incontrando un porco egli m'infangasse, ed io volessi prender il fango per infangar lui» (93). Per far conoscere poi al Cheluzzi, quale sempre era stata la sua opinione intorno all'Aretino, gli mandò il Muzio copia di una lettera, nella quale fra le altre cose dicea, che quando il Boccaccio disse di Venezia ricevitrice d'ogni bruttura, profetato avea di Pietro Aretino, che visse in Venezia il più della sua vita.

La gratitudine di Girolamo verso il suo nuovo Mecenate suggerì ad esso di adoperar la sua penna intorno alle gesta di un celebre antenato del duca Guidobaldo, cioè di Federico da Montefeltro, duca di Urbino, che fu uno de' maggiori capitani, ch'ebbe l'Italia nel secolo XV. Quest'opera fu scritta con molta diligenza e veracità, asserendo il Muzio di averla tratta da memorie fedelissime e raccolte da uomini vecchi, i quali se non erano stati presenti a quell'imprese, le avevano sentite a raccontare da' loro padri, ch'eranvi intervenuti. Lo stile con cui fu dettata è nobile, ed ornato di quella gravità che si conviene ad una storia, e l'autore si mostrò in essa assai sperto nelle cose del governo e nella scienza militare. Egli ne presentò un esemplare al duca Guidobaldo, in carta pecora scritto con un' estrema pulizia, ed adornò di eccellentissime miniature che si credono di don Giulio Clovio (94); ed [56] il duca nominato dalla lettura di tal libro conobbe che l'autore di esso adatto esser doveva ad instituire un giovine principe destinato a governate uno stato per ricchezza potente e per armi. Imperò, giunto essendo l'unico suo figlio Francesco Maria all'età di anni sette, lo affidò alla disciplina del Muzio, eleggendo questi a Suo governatore. Per conoscere in qual modo abbia il nostro Girolamo instituito quel principe leggasi fra' suoi avvertimenti quello intitolato il Principe giovinetto, nel quale avendo trattato dell'instituzione de' principi, non fece che porre in iscritto quanto operato aveva nell'istituire il nominato Francesco Maria, che divenuto sovrano avvalorò con le sue virtù l'ottima disciplina del suo institutore. Non fu però Girolamo il maestro di quel principe, come si credette da alcuno (95), poichè nel tempo ch'era governatore di lui, insegnava a questi lettere umane Lodovico Corrado mantovano, quel desso che fu maestro di Torquato Tasso, e ch'era uno de' non pochi letterati che onoravano la corte del duca di Urbino (96). Fra questi, oltre al Muzio ed al Corrado, distinguevansi Antonio Gallo, valoroso poeta, e Felice Pacciqtto filosofo illustre, ambidue segretari del duca, Bernardo Tasso e Bernardo Capello celebri egualmente pel poetico talento e per le sventure, e Dionigi Atanagi chiamato da Guidobaldo nel 1557 a Pesaro per rivedere il poema dell'Amadigi, «i quali tutti unitamente ad altri di minor nominanza non facevano altro, che quasi candidi e dolcissimi cigni, cantare a gara e celebrare co' loro versi la eccelsa bellezza, e la molto più eccelsa virtù della duchessa di Urbino, Vittoria Farnese» (97). Questa valorosa donna, che amava quei dotti pel loro sapere più che per le lodi canore che le tributavano, permetteva ad essi di ragunarsi nelle sue camere, e d'intrattenerla piacevolmente con eruditi ragionamenti. Cadde un giorno il discorso intorno alle Stagioni, e mentre la duchessa lodava a cielo il verno, alcuni di quei letterati si sforzarono di provare, che del verno era [57] migliore l'estate. Ma Girolamo che quanto di letteratura, altrettanto ne sapea di politica, sostenne l'opinione della duchessa, prima a voce e poi in isoritto, con una eloquentissima lettera, dettata a nome del verno, e datata da' gioghi gelati dell' Apennino. Rispose ad essa Bernardo Tasso in persona dell'estate con un' altra lettera, piuttosto ornata che eloquente, la quale pur altra n'ebbe in risposta dal verno che ammutolir fece l'estate, ed assicurò al Muzio la vittoria.

Questi di mezzo agli agi ed agli ozi letterari della corte di Urbino ebbe sempre a cuore gli affari della cattolica religione. Grandissima fu la sua letizia nell'esaltazione al soglio pontificio di Marcello II per la speranza di veder finalmente da si buon papa la chiesa riformata, la cristianità pacificata, la virtù esaltata, ed abbattuti i vizî (98). Ed aveva ragione di sperarlo, perchè oltre di aver perfetta conoscenza delle di lui virtù, essendo andato a ritrovarlo in Agubbio, poco tempo innanzi alla sua elezione a pontefice, e discorrendo seco intorno alla materia della riforma, fra l'altre cose l'udì a dire, «che il papato è come zambelotto, il quale sempre conserva quella piega che prende da principio, e che qual papa dal principio del suo papato alla riforma non mette mano, non bisogna che speri ri di poter più far cosa buona» (99). Ma la morte di papa Marcello accaduta dopo ventisei giorni di pontificato, troncò sì belle speranze. Il dolore che di ciò ne sentì il nostro Girolamo, e di cui ne sono eloquente testimonio le sue lettere, venne in parte mitigato dall'elezione a pontefice del cardinale Caraffa, col quale aveva alquanta domestichezza, e ch'era uomo di vita incontaminata. Ma la sovranità ed il nipotismo cangiarono quest'ottimo fraticello in un pontefice non buono, il quale invece di pensare alla riforma, non penso che ad accendere la guerra, e ad arricchire i suoi nipoti, che co' loro vizi scandalezzarono Roma, mentre egli con la sua troppa severità detestar facevasi da' Romani. Finalmente nell'anno 1560 salì al pontificato Pio IV; il quale pensò subito a riaprire il concilio di [58] Trento, e ciò sentendo il Muzio gl'inviò subito un discorso in cui gli fece conoscere che a far ben riuscire quel concilio era necessario di procurargli un potente protettore, e di riformare gli abusi della corte di Roma e de' Prelati. Aggiunse a questi prudenti consigli un progetto per l'unione degli stati dell' Italia, il quale quantunque ragionevole utile e possibile ad eseguirsi, fu qual politico sogno risguardato. Il nuovo pontefice valutar però seppe la teologica dottrina del Muzio, il quale al riaprirsi del concilio di Trento passò con tutta la sua famiglia di Pesaro a Roma, dove si fermò sino al termine del concilio suddetto. In un tal corso di tempo egli scrisse molte lettere mandate allo stesso concilio in risposta alle cose che in esso si trattavano, e delle quali per ogni corriero glie n'era mandata la novella da monsignor Elio patriarca di Gerusalemme, primo prelato nel concilio dopo i cardinali (100). Si può quindi dedurre con sicurezza che a tal oggetto sia stato chiamato a Roma da Pio IV, oppure che siavi stato inviato dal duca di Urbino, non apparendo dalle sue lettere altro motivo del suo traslocamento a Roma. Qui non solo co' consigli ma anche con Popere sostenne l'autorità del concilio di Trento, e perciò scrisse il Bullingero riprovato contro un libro del Bullingero stesso, composto in materia di concilî, ed il trattato de Romana Ecclesia, nel quale si oppose alla dottrina di quelli che in Trento mettevano in dubbio che il papa fosse vescovo universale. Combattè inoltre vigorosamente con l'Eretico infuriato le menzogne di un certo Matteo Giudice, professore nell'accademia di Jena, il quale in una scrittura avea disputato, che il papa è l'Anticristo. Con la Cattolica disciplina de' Principi confutò un libro del Brenzio, nel quale eccitavansi i sovrani a prendersi ne' loro stati l'autorità spirituale, e con l'Antìdoto cristiano mostrò ciò che dovevasi credere nei principali articoli ch'erano in contesa cogli eretici. Tali scritti, oltre a molte altre cose che nel tempo che fu a Roma trattar dovette per obbedire a chi poteagli comandare (101), [59] gl'impedirono di rispondere subito come bramava ad un libro di Francesco Betti che nel 1561 gli fa dato dal cardinale Alessandrino. Il Betti fuggito da Roma sua patria, passò in paesi eretici, e di colà scrisse nel 1558, e divulgò una sua lettera al marchese di Pescara piuttosto per sedurre altri con il suo esempio, che per giustificare la sua condotta. Avendo il co. Gioan Francesco Landriano ricevuta una copia della lettera nominata, la diede al Muzio, che mosso dal suo cattolico zelo rispose al Betti facendogli conoscere gli errori ne' quali inciampato aveva, ed eccitandolo all'emenda (102). Ma fu il rovescio, poichè il Betti invece che aprire gli occhi alla verità, si ostinò maggiormente nell'errore, e s'infinse di confutare le ragioni del Muzio con un libro pieno di menzogne e di maldicenza. Finalmente Girolamo, sbrigatosi delle faccende pel concilio di Trento, che terminò nel 1562, e ritornato a Pesaro, diede di mano alla penna, e scrisse contro l'avversario una rigorosa risposta intitolata le Malizie Bettine. La distinse in quattro parti, nella prima delle quali nota le maliziose allegazioni e interpretazioni de' sacri fatte da Francesco Betti; nella seconda scuopre le tristizie di lui nell'allegare e interpretare i sacri concili; nella terza appalesa quanto maliziosamente si alleghi ed interpreti la Sacra Scrittura, e nella quarta leva il velo della maschera ad alcune di lui notabili menzogne. Tale risposta appena scritta, fu spedita da Girolamo a Venezia, onde fosse stampata a consolazione de' cattolici, che si lagnavano dell'insolita tardità del Muzio, e a confusione degli eretici che trionfavano del suo silenzio. Ma per due anni ne ha sollecitata inutilmente l'impressione, e gli convenne poi ripigliare il suo scritto e farlo stampare in Pesaro dal Cesano nel 1565. Se non vinta l'ostinatezza, rimase da esso avvilita la tracotanza del Betti, il quale non osò di rispondere finchè non vide il Muzio dagli anni oppresso e dalle sventure. Soltanto nel 1574 stampò colui un libro di difese sopra le colpe attribuitegli nelle Malizie Bettine, ma non servì esso che a render più celebre l'opera del Muzio, e più detestabile l'eretica pravità del Betti.

[60] Là severità ed importanza di tanti polemici argomenti da Girolamo trattati sul cominciare della sua vecchiezza non lo ritrassero dal sacrificar qualche volta alle muse, le quali non mostraronsi allora verso di esso sì cortesi come per lo innanzi. La sua vita della Madonna, da esso stampata in Pesaro nel 1567 unitamente a quella di dodici Beate Vergini sotto il titolò della Beata Vergine incoronata, è sparsa graziosamente di sonetti allusivi all'argomento, ne' quali pare che cominci a seccarsi la vena poetica dell'autore. E riguardo alle Rime del Muzio sopra la vittoria de' Curzolari stampate in Roma nel 1575, V annotatore al Crescimbeni ebbe a scrivere che sono sì vili e povere di spirito poetico, che non si conosce punto l'autore, e che forse la vecchiezza gli tolse ciò che con tanta sua gloria giovane avea professato (103). Un tal giudizio però sente di troppa severità.

Quantunque lo stile poetico del Muzio abbia con esso incanutito, la di lui fantasia fu sempre fervida e vigorosa. Aveva egli così cantato mentre irrompevano contra Pavia armi straniere:

Chi mi darà sì dolorosi accenti,
Come si converriano a far palese
Quella passion ch'è chiusa entro 'l mio petto,
Onde ancor poi tante miserie intese
Sian con pietà dalle future genti,
S'ignude elle non fian d'umano affetto!
Angoscioso Tesin, il tuo disdetto,
A te Tesin si spiega hor la mia voce,
Il tuo disdetto atroce
Snoda mia lingua in miserabil canto;
Tal per te è 'l mio cordoglio e tale e tanto
Che verso la pietà, ch'in me s'asconde,
Poche sariano al pianto
Tutte quante elle son sue lucid' onde.

Già desiai con sì caldo desire
Di visitar quell'honorate mura,t> [61]
Seggio real, onor d'arme, e d'inchiostri.
Hor son io stato, o mia fera ventura,
O destin, son io stato al gran martire
Da lagrimar per tutti i giorni nostri:
Voi, voi ch'un tempo in quei famosi chiostri
Suonar faceste et argomenti e testi,
Deh! ormai pietà vi desti
A mandar fuori il dolor vostro interno,
Piangete meco al gran rogo materno,
Nè sia di voi chi sia mai stanco o sazio,
Di pianger in eterno
L'universal ruina, il grave strazio.

Eran tutta la Turba di Guascogna,
I vil fanti di Francia anime ladre
Contra l'alma Pavia giurati insieme
Co' pastor di Lamagna, et mille squadre
D'altri Tedeschi et, o nostra vergogna!,
Con lor Italia. Italia preme,
Bastarda Italia, ahi! che'l cor m'arde, e teme
D'accoglier tutto a un tempo un gran fascio,
Questo in disparte hor lascio,
Che 'l primo carco pur troppo mi pesa.
Basta ben tanto ch'in sì bella impresa
Giunta era Italia alla malvagia setta,
Gente orgogliosa e accesa
Di rapine, di sangue, e di vendetta.

Tutte accampate son le schiere inique
Arme le rive, il Barco arme risuona,
Già son piantati i fulmini infernali,
Del gran rimbombo il capo ancor m'introna,
Le gloriose torri alte et antiche
Rumando son fatte a terra eguali,
Empiono i fossi i bei tetti reali,
E fan d'intorno scala e agevol suolo
Al barbarico stuolo
Ch'a preda, a stratio, e a morte è tutto intento,
A un tratto il cor pietà prende e spavento [62]
Di quella ruinosa entrata horenda,
Et poi più mi sgomenta
Che poca gente par che la difenda.

Ecco che in arme è tutta la campagna,
Et menano instromenti, e al fiero assalto
L'armate squadre il gran
Guascon sospinge;
Già veder parmi in sanguinoso smalto
Stamparsi il muro intorno, là ve 'l bagna
Il caro fiume, e là ve 'l fosso 'l cinge,
Et gemer di Tesin l'onde sanguigne
Piene di morte, et star longa e dubiosa
La pugna dolorosa
Fra le ruine, ove più aperto è 'l varco,
Ma lasso tal che con silentio il varco,
Tal su Pavia, che ti fu mal amico.
Ahi! vergognoso intrico
Di tutta Italia, so ben quel ch'io dico.

Chi conterà quei lagninosi effetti
Che in quella infelicissima cittade
Non senza pianto vider gli occhi miei,
I corpi, e 'l sangue sparso per le strade,
I vergognosi danni, i empi dispetti
I feri oltraggi d'huomini, e di Dei
Qui abbasso van gli antichi alti trofei.

e pieno la mente di quelle idee e caldo dell'onore dell'Italia, varcati avendo gli anni sessanta dell'età sua risolse d'imboccare l'epica tromba, e scelse a soggetto di un poema la ricuperazione di Gerusalemme fatta da Gottifredo Buglione (104). Ma fortunatamente appunto per l'Italia ne abbandonò il pensiere, poichè se Torquato Tasso, il quale aveva imparato a stimare e riverire il Muzio nel tempo che stette alla corte di Urbino, avesse saputo che quel celebre poeta trattava un tal argomento, egli non avrebbe certamente osato di misurarsi con lui, e la lingua italiana sarebbe rimasta priva per cui fu apprezzata [63] dall'altre nazioni assai più che per le lodi ad essa tributate da' suoi scrittori, e per le ingegnose contese de' suoi grammatici antichi e moderni. Torna però in grande onore di Girolamo, ed è una luminosa testimonianza del fino giudizio di lui, l'aver egli scelto un argomento, ch'è il più epico di quanti la moderna storia può presentare alla mente di un poeta. Ma che non si potesse avere dalla penna del Muzio invecchiato un poema, che servisse di compenso all'Italia per la Gerusalemme del Tasso, ne servono di prova i due primi canti di un poema da lui scritto in Roma che sfuggirono alla sorte ch'ebbero a soffrire gli altri otto canti, i quali andarono perduti più per l'incuria degli uomini, che per le ingiurie del tempo. In questo poema intitolato Egida volle il Muzio celebrare le glorie della patria sua, e fece ingegnosamente servire a tal oggetto i più luminosi fatti della mitologia. I due canti interi, che restano, quantunque ben disegnati ed immaginosi son poco vivamente coloriti, ed abbondano di versi dilombati e prosaici. V'ha però in essi qualche squarcio, che ricorda la mano maestra dell'autore.

La morte di papa Pio IV accaduta nel 1566 privò il Muzio di un possente protettore, ma egli ne rinvenne uno più liberale nel pontefice Pio V. La tiara non mutò i costumi di questo papa santissimo. Sedendo nel tribunale dell'inquisizione e sulla sede vescovile di Monregale era stato l'amico e l'estimatore di Girolamo. Aveva affidata alla sua penna la difesa della cottolica chiesa contro l'ingiurie che furono contro di essa vomitate in un libro uscito alla luce col modesto titolo di Apologia Anglicana, e la traduzione dal latino del Commonitorio di S. Vincenzo Lirinese. Eletto appena a pontefice mirò di tirare il Muzio presso di sè, e per tórlo alla corte di Urbino, di dove non aveva cagione di allontanarsi, addusse il motivo la riforma ch'ei voleva affidargli degli stabilimenti della religione di S. Lazzaro. Era quest'ordine militare decaduto non poco dal suo primo splendore. Instituito da S. Basilio nell'oriente per invigilare alla difesa di Santa Chiesa contro gli eretici, celebre divenne e potente al tempo delle crociate. Tornata la Terra Santa in potere degl'Infedeli, trovò[64] l'ordine suddetto un rifugio e protezione in Francia. Innocenzo VIII l'unì nel 1490 all'ordine di S. Giovanni di Malta, ma Pio IV lo ristabilì creando a gran maestro Giannotto Castiglione, e Pio V col riformarlo mirava a renderlo più forte, e nel tempo stesso più utile all'apostolica sede (105). Aderì il Muzio volentieri agi' inviti del pontefice e perchè questi aveano il corredo di una grossa pensione, e perchè la liberalità e magnificenza del duca Guidobaldo aveano messo il suo erario in cattivo sistema (106). Non si trasferì però a Roma, che dopo l'aprile del 1557, e prima di lasciare la corte del duca di Urbino, festeggiar volle le nozze d'Isabella della Rovere e del principe di Bisignano con un Tratattello intitolato Instituzione di una sposa eccellente, e ch'è tutto pieno di eccellentissimi precetti.

Giunto appena a Roma cominciò ad affaticarsi per l'oggetto pel quale era stato colà chiamato, e presentò a Pio V una scrittura intorno alla riforma dell'ordine di S. Lazzaro. Sentendo poi che quel pontefice aveva divisato di far scegliere a gran maestro dell'ordine stesso uno de' principali sovrani' dell' Italia, cercò di dissuadernelo col fargli conoscere, che un tale divisamento avrebbe privato la santa sede di un ordine che da lei dipendeva, e ch'era necessario alla sua difesa spezialmente contro a' pirati che corseggiavano le roma-Ile riviere, e che la principale intenzione di un gran maestro cavaliere sarebbe stata sempre di servire la Santa Chiesa, laddove il principe avrebbe avuto questo per ultimo pensiero, indirizzando tutte le cose al servigio del suo stato (107). La saggezza di tali consigli persuase Pio V, il quale però non diede maggior opera alla riforma dell'ordine più volte nominato a cagione forse di essere stato impedito dalle grandi imprese che nel suo pontificato condusse felicemente a fine pel bene e per la gloria della cristianità. Fra esse non fu certamente la minore quella di spedire 4500 soldati in Francia per [65] soccorrere il cattolicismo combattuto colà non solo dalla falsa dottrina, ma anche dall'armi dei novatori. Per questa spedizione diede il Muzio degli ottimi consigli al pontefice in un Discorso di guerra, in cui sonovi accennate alcune diligenze riguardo all'arolamento de'soldati, onde non avvenisse quanto di spesso accadeva, cioè che il numero d' essi non equivalesse al numero delle paghe, ed anche rapporto alla disciplina militare, della quale i soldati italiani erano, a quel tempo, poco divoti (108). Del quanto egli fosse in istima presso il pontefice n'è solenne testimonianza l'aver tolto questi ad un frate vescovo l'incarico datogli di rispondere alle Centurie Magdeburghesi per affidarlo a Girolamo, le di cui opere erano dal pontefice suddetto benignamente ricevute, applaudite, e rimunerate (109). La grossa provvisione di cui allora godeva non lo aggravava di cosa alcuna, onde poteva attendere allo scrivere, e seppe approfittarsene dando tutto sè stesso agli studi sacri pei quali ringraziava Iddio di aver abbandonati gli altri studi.

A intorbidare una vita sì tranquilla ed onorata sopraggiunse la morte di Adriana di lui moglie, accaduta in Roma li 21 settembre 1569. E quanto grave sia stato il dolore di Girolamo per la perdita di questa sua dolcissima compagna lo appalesano due lettere, una stampata e diretta alla duchessa di Urbino, e l'altra inedita e indirizzata a Lodovico Agostini, nel legger le quali non v'ha chi insieme con lui non si dolga. Dalla seconda delle lettere nominate rilevasi che poco prima della morte di Adriana eragli accaduta altra disventura. Recar dovendosi sua moglie a vedere una festa che facevasi in Roma nel giovedì grasso, anche a lui venne il desiderio insolito di vederla, e montata Adriana in un cocchio ed egli sopra una muletta vi andarono, dopo aver serrate con chiavistelli la porta esterna ed anche le interne della casa, non restandovi persona a cagione che l'unico servitore ch'eravi in essa facea quel giorno da cocchiere. Terminata [66] la festa cercarono inutilmente del cocchiere suddetto, e dovettero servirsene d'altro offertogli dall'altrui gentilezza.

Giunti alla casa ne trovarono aperta la porta esterna, e salite le scale trovarono pure atterrata la porta della camera di Adriana, e spezzato lo scrigno dal quale erano stati involati parecchi effetti preziosi e tutto il denaro, che ammontava a trecento cinquanta ducati d' oro. Ecco come andò a finire il solo civanzo forse, che fatto aveva lo sfortunato Muzio in cinquantatre anni di servitù laboriosissima. Un sì disgustoso accidente non giunse però a turbar punto la tranquillità dell'animo suo, ed ebb'egli quasi piacere dell'accadutagli disventura per aver fatto prova della sua costanza (110).

Approfittandosi della graziosa condiscendenza del pontefice, si recò egli a Venezia nell'anno 1570; ed anche nel seguente 71 (111). Colà fece stampare i due libri d'Istoria Sacra contro i centuriatori Magdeburghesi, le di cui centurie chiamate a ragione Claustra Mendaciorum, spargevano insidiosamente fra i cattolici il veleno dell'eresia. In quell'opera seguì passo a passo gl'ingegnosi suoi avversari, e combattè colla sua solita vigoria gli errori, le fraudi e i soffismi con cui aveano cercato di offuscare le evangeliche verità. S'egli si servì nel confutarli di qualche scrittore o di qualche scritto riprovati dalla critica de' secoli susseguenti, la colpa non fu sua, ma del suo tempo. Fu sua bensì la gloria di esser stato il primo fra gli Italiani ad impugnare la di loro falsa dottrina, lasciando poi l'onore d'interamente debellarla al Baronio, che fu il vero padre dell'ecclesiastica storia. — Da una lettera inedita scritta di Venezia li 29 gennaio 1572 a Colmano Vergerio apparisce che, approfittando del non lungo tragitto che v'ha da Venezia a Capodistria, siasi qui recato sì nell'anno 1570, come nel 1571; e da altra sua lettera pure inedita a Lodovico Caponi rilevasi, che nel 1570 era stato in Venezia forse quattro mesi molestato in modo dalla vertigine, che per [67] dettare poche linee dovea coricarsi con un origliere sotto la lesta (112).

Stampò pure in Venezia a quel tempo le Lettere Cattoliche, e le Rime per la Vittoria de' Curzolari, di cui s' è parlato più sopra, ed inoltre il Coro Pontificale contenente la vita di s. Gregorio e di altri dodici santi vescovi, e gli Avvertimenti morali, detti a ragione da Appostolo Zeno, buon e raro libro (113). Nell'anno 1570 si recò anche a Trieste come consta dal suo dialogo intitolato Il Gentiluomo, dove tratta della nobiltà, mostrando ch'essa consiste nella virtù ben più che nella purezza del sangue, nel decoro delle dignità, e nel bagliore delle decorazioni.

Partito di Venezia nel 1572 senza denari, arrivò a Roma poco prima della morte di Pio V, accaduta nel maggio del 1572. Se grave fu al suo cuore la perdita di questo pontefice, veramente massimo, lo fu pure al suo interesse, poichè il cardinale di s. Sisto eletto a papa sotto il nome di Gregorio XIII, sospese al Muzio la provvisione concessagli da Pio V. Per la cessazione di un tal provento si trovò egli ben presto in necessità di ricorrere per denari al Gran Priore di Malta, come apparisce da una sua lettera (114), nella quale parla di un vescovato ch'eragli stato per lo innanzi proposto da chi era amico intrinseco del papa, e servava allora in tal proposito un maraviglioso silenzio. A confortarlo alquanto nelle angustie sue economiche servirono la gentilezza del cardinale Alessandrino nipote di Pio V, che gli diede alloggio nel suo palazzo, e l'amorosa gratitudine del fiorentino Lodovico Caponi, che fu dal Muzio in una causa difeso. Aveva un certo Giulio Curto provocato il Caponi suddetto, il quale con una ferita datagli nel viso lo abbattè a terra in sulla pubblica via, e colà il lasciò senz' altra offesa. Il Curto, confidando ne' suoi potenti protettori e negl'inimici pur potenti di Lodovico, invocò la giustizia querelandosi di un tal fatto. La quistione fu portata ai tribunali di Roma e di Firenze, e trattavasi della riputazione [68] della libertà, e forse anche della vita del Caponi, il quale, diretto dal consiglio e difeso dalla penna del Muzio, ne riuscì finalmente con salvezza ed onore (115).

Da ciò che Girolamo scrisse al Caponi suddetto nel 1573 apparisce che gli mancasse il tempo di badare ad altro che agli affari della sede apostolica; ma convien dire che dal maneggio d' essi non ne ritraesse un compenso relativo a' suoi bisogni, giacchè molto si adoperò per passare alla corte del duca di Savoia. Ciò però fece inutilmente per aver quel sovrano preso al suo servizio Fausto da Longiano, e inutilmente pure scrisse in seguito per tale oggetto al duca stesso, offrendogli di terminare in men di tre mesi l'opera già incominciata intorno agli stabilimenti di S. Lazzaro, del qual Ordine trattavasi allora di eleggere a Gran Maestro il principe succennato (116).

Invitato dall'amico Caponi alla sua villa della Panaretta, ed a Firenze dal duca di Bracciano, e spinto dal desiderio di respirare un'aria più pura della romana, si partì di Roma li 15 ottobre del 1574 avviandosi verso la Toscana. Giunto a Pogibonzi fu veduto dal Caponi suddetto, e andò con lui alla Panaretta, villa alla quale era principalmente diretto il suo viaggio checchè ne dica al contrario monsignor Fontanini (117) in ciò non abbastanza corretto dallo Zeno. La solitudine e amenità di quel soggiorno, rese più amabili dalla graziosa ospitalità del Caponi, seppero sì buono al Muzio, ch'ei non sapea staccarsene, e stette colà sino a dicembre; e sentendo che il duca Francesco era uscito di Firenze, gli scrisse dalla Panaretta scusandosi del non averlo ancora visitato e promettendogli di farlo prima di ritornare a Roma. Pose poi egli in atto una tal promessa col recarsi nel mese stesso a Firenze unitamente al Caponi, che colà pure lo alloggiò in sua casa. Ritornò finalmente a Roma nel gennaio nel 1575 senza aver patito disagi per viaggio nullaostante alle giornate asprìssime di venti e di nevi (118). Trovò colà le sue stanze occupate, e [69] mentre stava aspettando che si sgombrassero, il papa, di cui era il palazzo abitato dal cardinale Alessandrino, lo ha donato al Collegio Germanico, e perciò il Muzio dovette alloggiare in camere a locanda finchè dalla gentilezza del cardinale Farnese gli fu dato alloggio nel palazzo nuovo del duca Ottavio suo fratello. Acconciatovisi là appena, fu assalito da una lunga e grave malattia, che gli attaccò la testa ed anche le gambe con pericolo di storpiamento. A poco a poco andò migliorando, ma ricovrar non potendo la pristina salute si recò nel settembre a' bagni in Siena, di dove passò a Firenze in casa del Caponi, con la speranza che la quiete e le cure dell'amicizia perfezionassero i vantaggi che da' bagni ritratti aveva. In una lettera scritta di Firenze li 22 ottobre 1575 al sig. Giacomo Buoncompagno dice di esser fuori di sospetto d' ogni impedimento di membro, e di trovarsi col sincero suo intelletto. Lo assicura di tener nell'animo non potendola esprimere l'obbligazione che aveva a lui dell'intercessione sua, ed a S. Santità della sua grazia, e aggiunge che sperava in quindici giorni di metter in ordine le Battaglie da pubblicarsi (119). Queste Battaglie però non furono pubblicate che sei anni dopo la sua morte per opera di Giulio Cesare suo figlio, e sotto tal titolo furono comprese e le tre lettere al Cesano e al Cavalcanti, al Tolommei, ed al Trivulzio già stampate nel 1550 i tre Discorsi in difesa della lingua italiana di cui s'è parlato, la Varchino, e le annotazioni al Petrarca.

La Varchina fu scritta dal Muzio contro l'Ercolano del Varchi, due anni e mesi dopo uscito in luce quel Dialogo, cioè nel 1573. Trascorso un tal tempo senza ch'ei ne avesse notizia, gli fu detto da un suo amico, che girava stampato, ed era tra mani di tutti l'Ercolano nel quale si rispondeva alle sue lettere scritte al Cavalcanti ed al Tolommei, e gli si calcava i panni alle spalle. Ciò sentendo diedesi a leggere quel libro, e gli argomenti in esso posti a campo dal Varchi non fecero che ribadirlo maggiormente nella sua prima opinione. Perlochè scrisse la Varchina suddetta, nella quale cercò di ribattere le [70] ragioni del Varchi; ma per quanto ei scrisse (120), non potè liberarsi da' suoi canini morsi, contro i quali, come di ottimo rimedio, si servì del suo pelo. Ma facciasi giustizia al vero. Il Varchi nell'Ercolano anzichè mordere il Muzio caninamente, usò verso di esso di quel rispetto ch'eragli ben dovuto, e non fece che combattere con qualche vivacità, quantunque con deboli e soffistici argomenti, l'opinione di lui riguardo al nome della lingua. Ma non così fece il Muzio nella Varchina, dove meschiò alle ragioni l'ingiurie, e si mostrò troppo acerbo e non sempre giusto riprensore del Varchi. Volle inoltre in quell'opera correggere il Ruscelli, il Dolce, il Machiavelli, il Guicciardini e fino il Castelvetro; ma la smania di trovar errori di lingua ne' loro scritti, gliene fece ravvisare anche laddove non vi erano. Egli credea di saperne in fatto di lingua italiana anche più di quanto ne sapeva, e tenevasi anzi dittatore di essa, che console perpetuo (121). Buon per lui che le sue Battaglie non videro la luce che dopo la sua morte, perciocché gravi ferite recato avrebbero al suo amor proprio sensibilissimo le amare censure del Davanzati, del Borghesi, del Salviati, del Nisieli, dello Zoppio, e d'altri ragguardevoli scrittori. I critici però assennati ed imparziali giudicarono che la Varchina per la varietà delle cose che tratta sia di lezione dilettevolissima, e che il Muzio riguardo alla lingua quanto apparisce nelle Battaglie al disotto del Castelvetro e del Varchi, altrettanto è al di sopra del Dolce e del Ruscelli (122). Anche tra Fiorentini trovò egli de' lodatori. Il Dati annovera le Battaglie del Muzio fra i libri utili alla lingua italiana, ed il Cinelli afferma di aver inteso a dire più volte dal Dati nominato, da Andrea Cavalcanti e dal canonico Lorenzo Panciatichi, che i libri del Muzio intorno a belle lettere ed altre materie si leggono da tutti coloro che non sono accecati da passione, con grande ammirazione e con maggior stima (123). Ma il più degli scrittori Fiorentini di quel tempo non seppero perdonare al [71] Muzio l'aver egli non rispettata la primazia, che si arrogavano in fatto di lingua, l'aver alzato mala voce contro l'edizione del Corbaccio fatta in Parigi per opera del Corbinelli fiorentino, e l'essere stato il primo a spiegar bandiera contro il Petrarca, mostrando con delle brevi annotazioni, che anche in quel lume principale della lingua non ci mancano de' nei (124).

Quanto egli scrisse nelle Battaglie intorno a Dante persuase Celso Cittadini a credere che il Muzio fosse stato l'autore di quel Discorso contro di Dante stesso, che prima girò sotto il finto nome di Rodolfo Castravilla, e che fu il seme da cui nacque quella celebre contesa letteraria riguardo all'Alighieri, la quale onora tanto l'erudizione, la critica ed il gusto del secolo XVI. Ma il Cittadini s'è ingannato nel suo giudizio, perchè il Castravilla. rigetta in tutto il poema di Dante, mentre il Muzio nelle Battaglie stimò la grandezza della Divina Commedia per la dignità del soggetto e della dottrina, opponendosi soltanto al Varchi in quanto lo prepose ad Omero e a Virgilio (125), e perchè il dettato alquanto barbaro e pedantesco di quel discorso non permette di poter crederlo opera di uno scrittore assai regolato e gentile come fu il Muzio (126).

Da una lettera da questi scritta ad un suo nipote in difesa delle critiche ch'erano state fatte in Capodistria alla sua Egida rimarcasi, ch'egli nel dicembre del 1575 trovavasi ancora in Firenze, di dove passò alla Panaretta con la speranza di ristorarsi colà di una qualche debolezza del corpo lasciatagli dalla malattia. Ma le sue speranze tornarono vane; anzi quel picciolo viaggio, quantunque fatto in lettiga per non poterlo fare a cavallo, aggravò alquanto il suo malore, il quale è probabile, come riflette lo Zeno (127), che sia stato accresciuto anche da una lettera assai risentita scritta dal cardinale Ferdinando de' Medici da Roma li 28 dicembre 1575. Con questa lettera il nominato cardinale rimproverò alquanto [72] acerbamente il Muzio di aver intorbidata una pace fra due gentiluomini nella quale erasi egli intromesso. Nè questa è la sola dispiacenza che Girolamo ebbe a soffrire da' grandi a cagione della scienza cavalleresca. Nel 1557 per servire al duca di Ferrara scrisse un parere a favore di Gandolfino da Monde e Tassi in una quistione cavalleresca che questi aveva con il capitano Valerio Corvini, ignorando che il duca di Urbino avesse già in favor di esso capitano e contro il Gandolfino data sentenza. Imperò dovette egli per non perdere la grazia del duca suo padrone, dar alla luce una ritrattazione del suo parere assai umiliante per un uomo ch'era riputato il più gran giudice di quistioni cavalleresche che fossevi allora in Italia (128). Anche a Filiberto duca di Savoia dispiacque una di lui risposta, e forse per essa non ottenne di passar a' servigi di quel sovrano, presso il quale vissuti avrebbe agiatamente gli ultimi anni suoi (129). E per cagione della stessa scienza cavalleresca ebbe pure di molti fastidì nelle questioni che sostenne con la penna contro più famigerati scrittori. Celebre fra le altre fu quella ch'ebbe col Fausto da Longiano riguardo all'armi da usarsi ne' duelli, nella quale fu tacciato di aver appreso e tolto dall'opere di Paris quanto ha scritto intorno al duello. Ciò diede a lui motivo di pubblicare un picciolo libretto intitolato la Faustina, che salì poi in tal pregio che fu cercato e pagato più di tutte le altre opere del Muzio. Fu questi impugnato anche dall'Attendolo e dall' Averoldo, al quale rispose con un' operetta rarissima di otto pagine stampata in Pesaro nel 1563 (130). Finalmente ebbe a contrastare molto anche con Giovan Battista Susio in una querela che principiò in Padova fra li signori Chieregati ed Arnaldi, difesi i primi dal Muzio e gli altri dal Susio, e che di cavalleresca ch'era fra quelle due famiglie divenne personale fra i difensori di esse (131).

[73] Ma già il nostro Girolamo è giunto al termine della travagliosa sua vita. Le cure di un'amicizia avvalorata dalla gratitudine, ed i soccorsi della medicina se ritardarono la morte del Muzio, non giunsero a trionfare di essa. Morì egli alla Panaretta nell'anno 1576, ottantesimo primo della sua vita, di quella stessa malattia che lo attaccò in Roma nel luglio del 1575, e della quale non potè mai perfettamente stabilirsi. Il costante amico Caponi lo fece sepellire onorevolmente nella chiesa di Ruffiniano vicino alla Panaretta facendogli incidere sulla tomba la seguente iscrizione, che Girolamo aveva fatta a sè stesso fino dall'anno 1552, in cui fu a Mantova mortalmente malato (132).

HYERONIMI MUTII JUSTINOPOLITANI
QUAE FUIT MORTALIS
HIC IMMORTALITATIS EXPECTAT DIEM.

La morte del Muzio fu pianta dalle muse latine ed italiane (133), e se fuvvi fra i suoi contemporanei chi tentò di oscurare il merito di lui, la posterità giusta e giudiziosa colocò il suo nome fra quelli dei più celebri scrittori ch'ebbe l'Italia nel secolo XVI.

E ciò ben a ragione, poichè dotato egli era dimoltiplice ingegno e perspicacissimo, di robusta e stupenda eloquenza, di varia dottrina e d'erudizione sceltissima. Fu instancabile nello studio, e quantunque oppresso dagli affari e dalle fatiche e balzato quà e là dalle vicende della fortuna, non lasciava scorrere mai giorno senza esercitare la penna intorno qualche letterario soggetto. Conosceva egli che la natura e l'arte non possono esser bastevoli alla perfezione del dire, se non vi si aggiunge l'esercitazione. Nello scrivere assottigliavasi d'imitare i buoni scrittori e ned era parco nell'usare della lima sugli scritti suoi. Il che volle egli significare nell' Arte poetica dicendo di chi volea scriver bene: [74] E gli antichi scrittor volva e rivolva La notte e il giorno e scriva scriva e scriva E verghi e squarci e abbruci mille carte (134).

De' tre padri della nostra lingua scelse ad imitare il Boccaccio, ed ebbe a confessare nella lettera al Cesano ed al Cavalcanti, che se scrisse alcuna cosa con diligenza la scrisse in quella lingua che dalle Novelle del certaldese aveva imparata. Non fu però sì invasato del Boccaccio da non rimarcare che anche nelle Novelle v'erano riguardo allo stile delle cose da non imitarsi, nè si fece ligio di usar soltanto le voci da esso usate, anzi si serviva più volte delle parole non tanto di Toscana quanto delle altre parti d'Italia se pareangli queste di miglior suono o di minore affettazione. Oltre che peritissimo della italiana favella deve egli averne saputo anche di greco, sendo stato discepolo in Venezia, come più sopra si è accennato, di Vittore Fausto ch'era lettore di lettere greche, e trovandosi citati nelle sue opere de' versi di Euripide, di Calli-strato e di altri poeti greci, che allo stile sembrano tradotti dal Muzio stesso. Se si può prestar fede all'inesatto Manzuoli ed al Petronio, egli sapeane anche di lingua ebraica (135). Nè il suo carattere morale fu meno da pregiarsi dell'ingegno suo. Fu egli religiosissimo: usava di spesso alla chiesa, e per udirvi la messa, e per ricorrere al tribunale di penitenza e per cibarsi dell'eucaristico pane. Recitava quasi ad ogni giorno i salmi penitenziali, e ad ogni lunedì il salmo llluminatio mea. Nella varietà delle opinioni che v'era al suo tempo fra' cristiani riguardo alla fede egli si propose di seguitar le sentenze tenute dagli antichi dottori, confermate da' concilî e da lunga continuazione di secoli, e dovendo credere che siavi una chiesa cattolica, si assoggettò sempre alle sue decisioni. Da ciò si accese in lui quell'ardentissimo zelo per la cattolica religione che appalesò ne' suoi libri, che agli eretici fu sì tremendo e fatale, e che gli ha meritato un posto distinto fra i difensori ed apologisti del cattolicismo.

[75] Siccome passionatissimo l'abbiano veduto verso la patria, così si mostrò sempre sensibilissimo verso la famiglia sua. Fu amoroso e fedele marito, ed anche dopo la morte di Adriana sua moglie conservò alla memoria di lei queir affetto e riverenza in cui tenne la persona sua finchè visse. Della tenerezza con cui amava i figli suoi, n' è testimonio un' epistola in versi scritta a Vincenzo Fedeli, e le cure ch'egli si prese per educare suo figlio Giulio Cesare e per assicurargli uno stato decoroso. — Di quì vennero, cioè dalla sensibilità, la sua caldezza e costanza nell'amicizie. Quantunque avesse cominciato ad essere amico del Fedele, di Aurelio Vergerio, del Mezzabarba, di Giulio Camillo e d' altri insino dal tempo della giovinezza, mai interruppe con loro il corso dell'amicizia sua, e procurò sempre di onorarli co' suoi scritti e di mostrare ad essi il suo cuore più ancora co' fatti che con le parole. — Il sentimento stesso ebbe anche co' suoi signori, e non solo al tempo che era al loro servizio, ma anche dopo averlo lasciato si mostrò ad essi amorevolissimo. I suoi scritti sono pieni delle lodi di Ercole III, del marchese del Vasto, di Fernando Gonzaga, di Guidobaldo II, e di papa Pio V; e quando gliene venne il destro, non lasciò mai di notare ciocché in onor di essi tornava, e di far conoscere le obbligazioni che ad essi professava, ed i benefizi ricevuti. Riguardava egli l'ambizione come la peste di tutte le virtù, e benchè vissuto abbia il più della sua vita nella Corte, aborrì sempre la menzogna e sdegnò di accarezzare le passioni de' grandi. Rapporto a questo Girolamo ebbe a scrivere al Caponi, che se vedeva i principi uscir fuori della vera strada, quantunque non fosse di suo pregiudizio, non poteva far a meno di dolersene e non dannare il proceder loro, e che se qualche volta gli hanno comandato delle cose ingiuste, non ha voluto obbedire (136).

Non è dunque a stupirsi se non arricchì servendo. Ma già era egli sì al di sopra dell'interesse, che servire dovendo, serviva per vivere soltanto. I fumi della superbia non giunsero ad intorbidare la mente sua, poichè incoraggiava e [76] proteggeva gli uomini di talento, anche se il loro merito era tale che giunger potesse ad offuscare il suo. È vero che apparisce da' suoi scritti che sentisse alquanto vantaggiosamente di sè, ma non lasciò per questo di solennemente dichiarare, che se chiunque lo facesse, accorto di aver errato scrivendo, sarebbe all'ammenda liberamente apparecchiato (137). Devesi ben confessare che adorno di sì belle virtù, quella non esercitò sempre della continenza. Oltre degli amori di lui con madonna Chiara, e dei due figli illegittimi che n' ebbe, non dubbia prova ne porge, quanto dell'età di anni cinquantatre scrisse in una lettera a Vincenzo Fedele, cioè che riguardo alla virtù della continenza si sentiva ancor soggetto atto più ad essere ripreso che a riprendere (138). — Ma questa sua carnale debolezza era però da esso combattuta e vituperata in modo che confessarla volle ed a' contemporanei ed a' posteri nelle Lettere Vergeriane e nelle Cattoliche, mostrando così che se combatteva gli altrui errori, appalesar sapeva anche i propri. Nè sempre casta fu pur la sua penna, perchè alcune egloghe sue sentono un poco di quella licenza a cui sacrificarono servendo parecchi poeti italiani del secolo XVI. Si confessi finalmente che il Muzio fu alquanto rissoso e battagliere, e che nelle sue controversie teologiche e letterarie usar sempre non seppe della moderazione ed urbanità ch'esser dovrebbero le indivisibili alleate della ragione.


ANNOTAZIONI
Alla Vita di G. Muzio

(a) Ignorando il Tiraboschi che il Muzio stette al servigio di Galeotto Pico dal 1531 sino al 1534 affermò (Storia dell'italiana lett.) che fu egli spedito a Roma dal duca di Ferrara, nella di cui corte non entrò che nel 1535. Parmi poi che siasi egualmente ingannato nel dire che una tal gita a Roma sia stata fatta dal Muzio nel 1532; poichè dalle Lettere inedite del Codice Riccardiano apparisce che il Muzio siasi recato a Rema per la causa di Galeotto Pico che fu intavolata nel 1533, e di cui egli aveva la cura. E vero che le morti del Sanga e del Vergerio, di cui fa cenno il Muzio in una lettera scritta di Roma ad Ottonello Vida, e che trovasi fra le stampate, sono accadute nell'anno 1532; ma il Muzio facendone la funesta descrizione non ne parla come di cosa accaduta allora allora. Difatti la causa di tali morti non si è saputa quando accaddero, come rilevasi da una lettera del vescovo Giberti di Verona del 1532, che annunzia al Mentebuona la morte del Sanga come se stata fosse naturale e non accagionata dalla insalata che avvelenò quel valoroso secretano papale unitamente a mons. Aurelio Vergerio.

(b) Intorno a' servigi prestati dal Muzio a Galeotto Pico e al tristo compenso che n'ebbe, alcune particolarità, di cui non feci io cenno, rilevansi da una lettera scritta dal Muzio sud. di Ferrara poco dopo di aver abbandonato l'ingratissimn suo padrone, al sig. Galeotto della Mirandola.

(c) Intorno alla Tullia di Aragona v'ha di molte notizie presso il Mazzucchelli, il Tafuri, il Crescimbeni, il Tiraboschi, il Ginguéné e nel Dizionario bibliografico napolitano. Sì il Tafuri che il Crescimbeni dicono che essa nacque in Napoli, e che da fanciulla fu portata in Roma; ma se badiamo al nostro Muzio, ebbe in Roma il suo natale.

Fa molto cara a Leonora granduchessa di Toscana e a Cosimo II suo marito, e fu da essi beneficata anche prima di recarsi a Firenze come [118] gratamente confessa nel dedicare alla suddetta duchessa le sue Rime, dalle quali rilevasi, che partita di Roma dopo la morte del suo manto non si recò a Firenze come ci fan credere i suoi biografi, ma a Siena. Così ella scrive in un suo sonetto al duca Cosimo:

Le tue virtuti a null'altro seconde,
Alto soggetto a' più famosi cori,
Dall'Artia, ov'oggi ogni bell'alma è fuori,
Mi trasser d'Arno alle felici sponde.

È falso poi che il Muzio dopo aver adorata la Tullia, vivente, abbia voluto deificarla morta. Nessun verso egli ha scritto per la morte di Tullia, e se i biografi napolitani avessero letto l'articolo biografico scritto dal Mazzucchelli intorno alla Tullia stessa (Scrit. d'Italia, v. I, p. 2), avrebbero capito che il tempio della sig. donna Tullia di Aragona accennato dal Quadrio (vol. II, c. 509) non è che il tempio di donna Giovanna di Aragona. Dall'egloga 6, libro 4 del Muzio rilevasi, che Tullia ebbe una sorella nomata Penelope, la quale nacque in Venezia, e pare che sia morta di quindici anni nella Romagna. Tal era la bellezza di questa giovinetta che fu soggetto al nuove suono

Di dolci cetre, a nuove e dolci rime

e che morendo

 ..............................mille trofei
Lasciò di spirti chiaramente accesi
Intra 'l
monte, la Macra, e 'l mar Tirreno

e se Tirrenia fu per natura sorella a Penelope, per amore

E per studio le fu madre e maestra.

Imperò si prese cura della sua educazione

.............e del piacer dell'alme muse
Or in or l'accendeva, al sacro monte
Lei conducendo per destro sentiero.

Notisi che il Muzio celebrò la sua Tullia sotto il nome di Tirrenia.

(d) Il Petronio nella sua descrizione manoscritta dell'Istria, in una lettera afferma che Giulio Cesare, figlio maggiore di Girolamo, gli nacque da Adriana di lui moglie. Di tal asserzione gratuita Girolamo Gravisi scrivendo in una lettera inedita ad Appostolo Zeno fu il primo a dubitarne. Infatti per creder ciò bisogna non aver lette le Rime e le Lettere Vergeriane del Muzio. In queste scrivendo a suo cugino Muzio nell'anno 1748 gli dà notizia de' suoi due figli Giulio Cesare e Paolo Emilio ancora fanciulli; eppure fu soltanto nell'anno 1550 venendo il 51 ch'ei prese a moglie Adriana. E poi, non confessa egli in altra sua lettera che sì l'uno che l'altro erano suoi bastardi. Ecco le sue parole: "E quanto a quello ch'egli (cioè un certo Sempronio calunniatore del Muzio) mi appone della conversazione delle donne io confesso esser vero, che di una ne ho avuto due figliuoli, e confesso aver peccato, nè sono stato insino ad ora a pentirmene ed a vergognarmene. E colei non solamente non è meco, come ciancia colui, ma nè anche è tra mortali, anzi è polvere e nudo spirito". Ciò scrisse il Muzio di Roma del 1550 alla città e popolo iustinopolitano (Verg., lib. 4, c. 157). Oltre a' due figli sunnominati ebbe il nostro Girolamo da madonna Chiara una fanciulla che premorì alla madre, e che non fu pur veduta dall'occhio acutissimo di Appostolo Zeno. E sì d'essa ne scrive l'afflitto padre in un sonetto, e più chiaramente nell'egloga VII in morte di madonna Chiara, nella quale così cantò:

Oh! beate alme, che lasciati in terra
Avete i corpi di madre e di figlia,
Ed ignude godete su nel cielo
Figlie del sommo e sempiterno Padre;
Te Clori invoco, e te nuova angioletta,
Che di vesta mortai da me vestita,
Quella gittando ti levasti a volo
Senza far me della tua vista allegro,
Voi madre e figlia invoco. O
beate alme
Aprite al mio pregar le sante orecchie.

(Muzio, Egloghe, lib. 4, c. 98)

(e) Fu questi Emmanuele Filiberto il quale a giusta mercede della grande vittoria da lui ottenuta a S. Quintino comandando l'annata di Filippo II re di Spagna, riebbe i suoi stati ereditari, e si valse del loro dominio a tutelare la pace dell'Italia, e a far rifiorire in essi e le arti e le scienze quasi sbanditevi dalle armi straniere. Non è dunque a stupirsi se inclinato egli essendo agli studi siasi affezionato al Muzio che sapea fare da politico senza dimenticarsi di essere letterata. Cominciò questi a scrivere intorno al duello ad istigazione dello stesso Emmanuele Filiberto, e per tal cagione appresentò ad esso i tre libri, che ne scrisse, e poi stampandolo ad esso pure li dedicò nel tempo che trovavasi quel giovine principe presso di Carlo Quinto in qualità di capitano de' cavalieri della sua corte, e di parte dell'esercito suo. E benchè il Muzio dopo la partenza di Nizza più non convisse con Emmanuele Filiberto, continuò a corrispondere all'amore di lui, e gliene diede una prova solenne inviandogli quand'ei come sovrano rientrò in Piemonte, un suo Discorso intitolato Reggimento di Stato. Usò nello [120] scriverlo di quella libertà di dire che avea sempre tenuto con quel prìncipe, e siccome questi in età puerile si mostrò sempre studioso col Muzio d'intendere il vero, così il Muzio nel dettargli le regole per ben dirigere lo stato, e nel mostrar ad esso gli abusi che toglier si doveano, si prese a norma la verità di cai fu sempre amantissimo e ne fece particolar professione, (Muzio, Avvert. morali, c. 73).

(f) Il Muzio conobbe il Camillo a Venezia mentre viveva il Regio, cioè prima del 1520, e lo introdusse nell'amicizia di M. Nicolò Delfino, uomo principale negli studi dell'italiana lingua. Fu con lui in Francia come si e narrato, e dopo qualche tempo lo rivide a Modena in casa del conte Claudio Rangone dove scriveva un'apologia del suo Teatro pregando il re pel permesso di darlo in luce. Indi nella creazione di papa Paolo Farnese si trovò in Roma con lui ch' eravi venuto di Francia col cardinale di Lorena. Lo rivide in Ferrara alla corte del duca Ercole, come fu accennato. Passò allora il Camillo a Bologna, dopo a Roma, e poi di nuovo in Francia. Tornò in Italia il Camillo nel 1543, e fu allora che il Muzio lo ha presentato al marchese del Vasto. Recossi poi il Camillo a Venezia edi colà ritornato a Milano nel tempo che il marchese del Vasto fu sconfitto alla Ceregiuola, cioè nel mese di aprile 1544, e mentre il marchese suddetto trattenevasi in Pavia per riordinare l'esercito, avvenne che il Camillo ed il Muzio dopo aver un giorno desinato nel giardino del sig. Alessandro Montalto, andarono a casa di Domenico Sauli, dove seguì la morte subitana del Camillo nel modo con cui la racconta lo Zeno nelle sue Lett. (v. V, o. 75) copiando le parole del nostro Girolamo scrìtte nella lettera inedita da esso indirizzata a un Domenico che io credo non esser Domenico Veniero, come pare allo Zeno, ma Domenico Ternieri, e dalla quale trassi le notizie surriferite (*). Varie furono le opinioni dei biografi intorno all'epoca precisa della morte del Camillo, eppure ad accordarle bastava un sasso, cioè l'inscrizione che fu posta sul di lui sepolcro in S. Maria delle Grazie a Milano, la quale dice ch' ei morì li 15 maggio 1544. Ma quanti anni aveva il Camilla quando morì ? Il Dolce si lagna della di lui morte immatura, il Crescimbeni afferma che morì vecchio ma non lo prova. Il Toscano chimerizzò che sia morto di 30 anni e la Biografia universale allungò generosamente la di lui vita fino agli anni 75. Convien dunque dire che i primi non avessero lette le lettere stampate del Muzio, e che l'estensore dell'articolo intorno al Camillo nella nominata Biografia non abbia pur lette le lettere di Appostolo Zeno dove fu stampato quel brano di lettera inedita del nostro Girolamo che dice precisamente esser morto Giulio dell'età d'anni sessantacinque. Pure anche lo Zeno dicendo il vero sul proposito aveva errato. In una lettera al marchese del Vasto racconta il Muzio che quando il Camillo andò insieme con lui la prima volto in Francia aveva quarantacinque anni, e lo Zeno ch'erasi malamente intestato che Girolamo fosse ito in Francia nel 1524, invece che del 1530, [121] trovò che morto essendo Giulio nel 1544, aveva infatto 65 anni, ma essendo andato nel 1530, ne risalterebbe invece che fosse morto nell'età di anni sessanta. Nullaostante a togliere l'apparente contraddizione del Muzio non avvertita dallo Zeno parmi sufficiente il riflettere che nella succitata lettera al marchese del Vasto sta scritto riguardo al Camillo: "Era egli allora di età di quarantacinque anni, e di più ancora". La giunta dunque era di altri cinque anni.

Al giudizio ben diverso d'uomini letterarissimi che intorno al merito letterario ed al Teatro del Camillo riporta il Tiraboschi (St. della lett. ital., 3zo.), lit. 3zo.), aggiungerò il seguente del Toscano:

Losciae, Tusciaeque lirae, laus prima Camille
Monstrosi ingentisque repertor clare theatri
Illi cui cedent septem miracula mundi
Garrula quae tumido pactat sermone vetustas etc.

E quì mi piace di riferire ciò che scrisse il Muzio al marchese del Vasto intorno agli scritti del Camillo. Confessa il Girolamo in quella sì lunga lettera che gli scritti del Camillo non corrispondevano alla sua dottrina ed eloquenza, e di ciò ne trova la cagione nel poco esercizio ch'ei faceva di scrivere. Gli studi per cui salì in fama furono intorno al Petrarca ed a Virgilio che leggeva e dichiarava, fattosi ottimo maestro d'insegnar a comporre benchè quasi niente componesse. Datosi poi alle sottili investigazioni del suo Teatro e allo studio de' secreti della natura e de' misteri della Divinità, più non badò allo scrivere; del che ebbe in seguito a pentirsi, e ad invidiare al Muzio (1) che avea spese molte fatiche per intendere la lingua e formar lo stile. Racconta poi il nostro Girolamo che, al tempo che fu col Camillo in Francia, questi compose alquanti sonetti, ed usandovi intorno di troppa industria e di soverchia fatica toglieva ad essi ogni dolcezza, e quei suoi componimenti "erano soli dell'arte senza natura e senza esercitazione. Scriveva egli come parlava, anzi era più atto ad esprimere i suoi concetti parlando che scrivendo". Parve a Girolamo che avesse felicità maggiore ne' versi latini, e dice, ch'egli pose molto studio intorno alla lingua latina, e che per molti anni volse e rivolse le cose di Cicerone facendone un' anotomia maggiore che mai da maestro alcuno di chirurgia fatta fosse di corpo umano (2).

E se ebbe il Camillo e molti laudatori e molti detrattori, non gli mancò anche un plagiario in Alessandro Citolini, giusta a quanto ne disse il Fontanini, appoggiato alla testimonianza di Giuseppe Betussi, nel suo Ruverta. Ecco le parole del Betussi non riportate dal Fontanini suddetto: "Non lascierò di ricordare (fra gli scrittori più celebri di quel tempo) [122] messer Alessandro Citolini, le cui rare fatiche contengono in sè quella medesima eccellenza che hanno le opere immortali di Giulio Camillo, perchè difficilmente si conosce differenza tra loro, di maniera che paiono l'istesse, onde dimostrano la conformità della conversazione lungo tempo insieme avuta". Quantunque un tale giudizio sappia piuttosto di satira che di elogio, come più basso nel dialogo stesso si confessa, nullaostante parmi che il contesto delle accennate parole non basti per giudicare il Citolini un plagiario. Altro è l'essere, altro il parere. Il furto consiste nel tòr cosa ch'è d'altri, non ciò che somiglia a cosa d'altri.

Il Fontanini dunque accusò di plagio il Citolini non perchè le cose sue fossero involate al Camillo, ma perchè somigliavano ad esse. Se in tal modo si giudicasse degli scrittori, il numero de' plagiarî si accrescerebbe di molto. E vero che anche lo Zeno (3) si sottoscrisse all'opinione del vescovo di Ancira, ma s'egli ha riflettuto che la critica del Betussi non poteva ferire la Topocosmia del Citolini perchè questa fu stampata soltanto nel 1561, devesi pure riflettere che non mirava punto a' luoghi comuni del Citolini stesso perchè furono stampati nel 1551, mentre il dialogo del Betussi uscì alla luce del 1544. E poi lo stesso Zeno che eccitò nella lettera sud. il Fontanini a dare un'occhiata a' luoghi comuni, onde vedere che v'ha in essi della conformità col Teatro di Giulio Camillo. E come non vi doveva essere tale conformità se ambedue quelle operette mirano allo stesso fine di aiutare la memoria artifizialmente? Notisi inoltre che nell'anno 1550 fu fatta la prima ediz. dell'Idea del Teatro di Giulio Camillo, cioè un anno prima che fosse dato a' torchi il trattatello de' Luoghi comuni, E qual mai plagiario sarà sì impudente di stampare il plagio un anno dopo che fu data alla luce l'opera? Si rifletta finalmente che i Luoghi comuni sono stati recitati alla presenza del duca Guidobaldo di Urbino e della sua litteratissima corte, che furono intitolati al duca stesso, e che furono fatti stampare dal Ruscelli, il quale fu sì un letterato rissoso, ma galantuomo.

(g) Ben diversamente parla di un tal fatto il Muratori giusta il quale tornò il Davalos di Germania in Italia molto malcontento stante l'ordine di Cesare che gli si rivedessero i conti. Aggiunge egli che del sue andare in Germania furono cagione le doglianze fatte all'imperatore contro di lui da' popoli aggravati e costretti a soffrir non poche violenze, con la giunta che le rendite del ducato di Milano non si sapeva in quali borse andassero a terminare (4). Egli è perciò che a maggior giustificazione del marchese del Vasto devo qui riportare ciò che dice Luca Contile in altra lettera a Claudio Tolommei: "Il marchese è ritornato sodisfatto dall'imperatore. Ha conculcata l'invidia, ed ha sotterrata l'altrui malignità ed è presso di sua Ces. Maestà più grato e più accetto che mai. E benchè sieno venuti i sindaci solo per istigazione di sua eccellenza, anzi l'imperatore è stato [123] renitente otto giorni che non voleva; finalmente fatandone il sig. marchese egli stesso (perchè così volse sua Ces. M.) gli elesse. Nè perciò resteranno gl'invidiosi di trovare invenzioni maligne, e spargerle per tutto, ma entreranno negli orecchi di molti, ma non già nel buon giudizio de' savi". Una tal testimonianza è di molto peso, perchè Luca Contile era confidentissimo del marchese, fu in quel viaggio con lui, e, quel che più monta, fu uomo franco, sincero, e ch'ebbe poca fortuna con li suoi signori perchè non sapea fare il mestiere del cortegiano. E' da osservarsi sul proposito che anche il Muzio, il quale ha sacrificate tutte le sue passioni alla verità, sendo venuta nell' animo del marchese la tentazione non difficile a superarsi di rinunziare alla somma autorità di cui godeva negli affari politici e militari per godere come privato la pacifica solitudine d'Ischia sua patria, cercò di dissuadernelo con una sua lettera in versi. A ciò miran do fra gli altri argomenti accampa la viva dispiacenza che ne sentirono i popoli da lui governati quando si sparse la novella ch'egli pensava di abbandonarli, ed aggiunge

E vi giuro Signor per la salute
Di chi bramo, che più sia al mondo salva,
Che non tanto lor pesa quando a loro
Viene imposto a pagar nova gravezza
Quanto la tema d'esser di Voi privi.

(h) Non solo lo zelo cattolico del Muzio combattè valorosamente con la penna l'eretica pravità, ma si adoperò anche co'fatti a smascherare gl'Innovatori che sotto il dolce delle parole nascondeano il veleno delle nuove opinioni. Uno di questi fu il canonico regolare Celso Martinengo che predicava in Milano, ed era sostenuto dal plauso popolare e dalla protezione che avea carpita a Ferrante Gonzaga. Udì il Muzio quell'insidiosa eloquenza e ben s'accorse che la dottrina del Martinengo pativa di luteranesimo. Ne parlò subito all' inquisitore, ma questo ecclesiastico rispettava troppo l'autorità civile di don Ferrante. Ma il Muzio, che non si curava de' rispetti umani quando trattavasi degl'interessi divini, parlò schiettamente a don Ferrante e lo sgannò della buona opinione in cui teneva il Martinengo facendogli toccar con mano ch'ei predicava una falsa dottrina. Il perchè ottenne dal Gonzaga la facoltà di esaminare insieme coll'inquisitore il Martinengo, di persuaderlo a revocare le cose ch'egli avea dette, e se ciò far non voleva, di servirsene della pubblica forza, e d'incarcerarlo, il che è ben più che farlo discendere dal pulpito come narrarono il Petronio ed il Nardini. Ma il furbo canonico deluse la zelante attività del Muzio col darsi prontamente alla fuga. Un tal procedere di Girolamo aveagli alienati gli animi de' Milanesi e della corte che il riguardavano come un persecutore del Martinengo, il quale allettando le orecchie degli ascoltanti erasi guadagnato il loro cuore. Quando però si seppe in Italia che il canonico erasi rifugiato in Genova e colà eletto a paroco dagli Eretici, lo sdegno de' Milanesi verso il Muzio [124] si cambiò in gratitudine ed in ammirazione. Il Manzuoli ed il Petronio attestano (5) che il Muzio mentre viveva fa da' Ginevrini da lai perseguitati abbruciato in istatua. Se ciò è vero, non è irragionevole il credersi, che il buon canonico sia stato il promotore di sì ridicola vendetta.

(i) Fu ben sfortunato il nostro Girolamo anche dopo morte. Le molte notizie intorno a lui raccolte dalla diligenza di Appostolo Zeno passarono nelle mani del Commendatore Rinaldo Rubbi, il quale invece di essere il biografo del Muzio ne fu l'ingiusto censore, e per difendere la fama dell'eretico Vergerio suo compatriota tentò di oscurare quella di un grand'uomo di lettere che onorò Capodistria, la quale fu pur la patria del Com. Carli Rubbi. Accusa Girolamo d'ambizione, d'intolleranza e d'essersi lasciato trasportare da uno spirito di vendetta contro il suo vescovo, e d'aver congiurato o tramato contro di lui ed influito con le sue persecuzioni a fargli abbracciare finalmente la dottrina degl'Innovatori. Ma se Girolamo si mosso a scrivere contro il suo vescovo per buscar onori, premi e pensioni dalla corte di Roma, come il vuol farci credere, perchè nel tempo che stampò le Vergeriane chiuse a sè stesso la via de' romani favori dandosi a moglie. Ebbe il Muzio, è vero, una pensione da Roma, ma sedici anni dopo di aver scritte le Vergeriane, e dappoi ch'ebbe adoperata la penna contro i più celebri eretici del suo tempo, e per l'affetto particolare che aveagli posto addosso il santo pontefice Pio V. Notisi che Girolamo fu bisognoso più volte in sua vita, ma che tale non era quando scrisse le Vergeriane, poichè a quel tempo trotravasi al servigio, non del marchese del Vasto come erroneamente scrisse il Carli, ma di don Ferrante Gonzaga, il quale generosamente lo stipendiava, nè lasciava gli desiderare le lautezze di Roma. Poteva poi ricordarsi il commendatore che nel secolo XVI la tolleranza non era un sistema filosofico come pare che sia a' nostri giorni, e che allora usandone sarebbe stato il medesimo che far trionfare l'eresia, che nata appena giganteggiava. Doveva dunque il Muzio esser intollerante, come lo furono tutti quei dotti uomini che al suo tempo scrissero a difesa della cattolica religione, ma l'intolleranza del Muzio fu però sempre imbrigliata dalla ragione. Egli conosceva e confessava che gli Eretici diceano il vero quando censuravano acerbamente gli abusi della corte romana, e di tali abusi ne predicava la riforma; e ne fece una trista pittura in una lettera al Grisonio, stampata appunto nelle Vergeriane, e ne reclamò il toglimento scrivendone con robusta franchezza all' intollerante pontefice Paolo IV (6). Era questo il modo di adulare la corte di Roma, e di meritarsi dalla penna di un Carli il rimprovero di averla vilmente adulata? (7).

Ma qual spirito di vendetta poteva muovere il Muzio contro il Vergerio se questi fatta non aveva a quello offesa alcuna, e si amavano [125] scambievolmente sino dalla giovinezza? Tutte calde di vera amicizia sono le lettere scritte da Girolamo al Vergerio sì le stampate, che le inedite, ed anche la prima fra le Vergeriane ed in data 21 gennaio 1546, è dettata in modo che fa conoscere quanto recò di dolore al Muzio il solo dubbio che l'amico suo Vergerio potesse aderire alle opinioni degl'Innovatori. Se Girolamo fosse stato spinto da private passioni a scrivere contro il Vergerio avrebbe egli taciuto quando si susurravano in Roma male voci di lui, quando egli perdette il favore di Paolo III, o almeno quando in Venezia fu assoggettato a processo? Eppure dal gennaio 1546 in cui ammonì rispettosamente e secretamente il suo vescovo sino al 1548 stette in silenzio, e non lo ruppe che dopo di aver inteso dalla sua bocca, in Venezia, in qual modo la pensava intorno al luteranesimo allora trionfante, dopo di aver resistito alle sue seduzioni, e dopo aver veduto il buon Egnazio a cacciar di sua casa il corrotto Vergerio. Leggansi nelle Vergeriane le tre lettere scritte al Vergerio in data 28 maggio e 26 ottobre del 1548 e si sentirà com'egli amorosamente ammonisce il suo vescovo, e si conoscerà che a non altro mirava, che alla salute dell' anima sua, ed al ricondurlo sulla diritta via che smarrita aveva. Ma perchè non rispose mai il Vergerio alle lettere del Muzio? Se questi s'ingannava nell'interpretare i sentimenti e le parole del suo vescovo perchè il Vergerio non gli ha mostrato ch'era in errore, e ch'ei la pensava diversamente da ciò che il Muzio credeva? Come ha potuto resistere alle seguenti parole che pieno di amoroso zelo a lui scrisse il nostro Girolamo? u Vi prego per quel sacratissimo sangue, che Jesù Cristo sparse per mondar noi dai peccati in sul Legno della Croce, che se voi siete veramente cattolico dobbiate pubblicamente e chiaramente farvi conoscere per tale, e nel divino suo cospetto, ve ne scongiuro" (8). Ma per non dubitare intorno alla rettitudine dell'intenzione con la quale agì il Muzio nella controversia col Vergerio bastar deve ciò ch'ei scrisse a Vincenzo Fedeli li 27 ottobre del 1548: "Se non che Dio sa con quale intendimento ho messo mano a questa impresa. E prego la sua divina giustizia che il giorno del tremendo giudizio non giudichi me se non da quella mia intenzione". Oh! si vede bene che il Commendatore mentre motteggiava intorno alla Crusca delle Vergeriane s'infinse che la farina fosse crusca, e che perciò il più bel fiore non ne colse.

Dicami ora egli, dopo che il Muzio ebbe tentato il possibile onde allontanare il Vergerio dal precipizio in cui voleva gettarsi, doveva egli forse tacersi, e lasciar che il vescovo seduttore seducesse la greggia che già cominciava a corrompersi ? Doveva preporre l'amicizia del Vergerio alla carità verso la patria? O fosse egli eretico o almeno apparisce di esserlo, era indegno di sedere sulla cattedra della verità. Disperando della salute del suo vescovo mirò a conservar quella de' suoi concittadini, nè perciò adoperossi perchè fosse dichiarito eretico dal romano pontefice, ma [126] soltanto perchè fosse da Capodistria allontanato. A tal oggetto necessarissimo scrisse egli più lettere al Grisonio ch'era in Capodistria delegato apostolico, e a mons. Elio ch'era in Roma segretario di Paolo III. Ecco le occulte trame, ecco la congiura intorno alla quale il Co. Carli alzò tanto rumore. Concedasi anche a quell'ostinato difensore del Vergerio, che questi non fosse deciso eretico allorquando fu scacciato di Capodistria da un Monitorio del Legato di Ravenna, ma non bastava che tale apparisse, e che di non esser tale mostrar non volesse per allontanarlo da una greggia di cui voleva esser pastore indossando la pelle del lupo, e imitandone il costume. Prenda il Vergerio la penna in mano mascherandosi sotto il nome di Sempronio, o altri sotto tal nome scriva per lui, e si cerchi con un libello infamatorio di screditare il Muzio presso il mondo, che il nostro accusato difenderà co' suoi scritti la propria morale, ma senza però attaccar quella del suo vescovo perchè scrisse contro di lui non come nemico, ma come cristiano (9), e mentre Giovanni dalla Casa o altri sotto il sue nome dettava contro il Vergerio una violenta invettiva il Muzio additavagli i suoi errori in fatto di dottrina e lo scongiurava all'emenda. Adesso vi domando, sig. commendatore, se per far credere che il vostro vescovo eretico di Capodistria si risolvesse ad essere totalmente luterano nel 1549, invece che nel 1543 in cui cominciò a scrivere contro di lui il Muzio, fosse a voi permesso di calpestar la morale del Muzio stesso, che trionfa delle vostre accuse perchè smentite dal fatto? Il giorno 3 luglio 1544 Paolo III condannò come eretico il Vergerio. Chi aveva ragione, il Vergerio o il Muzio? Rispondetemi, sig. commendatore.

(k) Riguardo al molto cavalcare che fece il nostro Girolamo racconta Stefano Guazzo in una delle sue lettere saporitissime, che ritornando egli di Roma al tempo che fu creato papa Pio Quinto, il piacevolissimo Muzio iustinopolitano gli disse, che sebbene egli proponeasi di non correre se non fino alle due o tre ore di notte, nondimeno gli toccava alcuna volta all' ultima posta un cavallo con molestia, che si eleggeva di correre una posta o due di più finchè trovava un cavallo agiato, che gli rimetteva l'ossa al suo primiero luogo (10).

(l) Fra i riprensori del Muzio riguardo al duello il più acerbo fu il Maffei, il quale per atterrare la scienza cavalleresca disarmar doveva i di lei campioni. Difatti prima che gli altri attaccò il Muzio col mezzo del ridicolo in quanto a ciò ch'ei dice intorno all' armi incantate e al vestirsi i duellanti da uomini d'arme, e poi col fatto dicendo che quantunque egli insegni che i duelli non debbano farsi per vendetta, accorda però che siano fatti per prova e per inquisizione di verità (11). E se il Fontanini ha cercato di giustificare il nostro Girolamo rapporto alla sua dottrina cavalleresca

[127] sca, lo Zeno che stimava molto questi, ma non passionatamente come il vescovo d'Aneira, confessa che il Muzio ha sostenuto il duello, ma con più moderazione degli altri professori della scienza cavalleresca. Parmi per altro che per conoscere come il Muzio la pensava in fatto di duello basti ciò ch'ei stesso dice nelle sue Risposte cavalleresche. Ecco le sue parole scritte a Carlo V: "E direi io che per avventura sarebbe ben fatto che la M. V. dovesse del tutto levar via gii abbattimenti, se non che la natura non patisce queste subite ed estreme mutazioni. Di che anche Aliprando re dei Longobardi biasimando pur queste battaglie ci lasciò scritto, che per l'antico costume di quelle genti non le poteva levar via. Oltrechè nel vero non par fuori di ragione che per molte cagioni, alle quali necessaria pruova d'armi si richiede, sia permesso che a quella si possa venire. Ma ben dico che cosa conveniente è che non si venga, se non che in quei casi che ragionevolmente meritino cotal prova".

(m) Non voleva il Muzio scrivere intorno al Cesano, dialogo del Tolommei, perchè già aveva fatto conoscere a Renato Trivulzio, che quel dialogo era stato scritto da un toscano. Ma Renato Trivulzio volle ch' ei scrivesse di proposito sull'argomento, e Muzio scrisse. Nullaostante il nostro Girolamo confessò che Claudio Tolommei ne sapea molto in fatto di lingua, e ne sapea moltissimo. Fra gli scrittori del secolo XVI Tolommei mi sembra un gigante. Era un grammatico che sapea dettare le regole della lingua e nel tempo stesso mostrarne l'esempio ne' suoi scritti. Per quanto io sappia nessuno ebbe la fortuna di leggere o almeno di ponderare la lettera ch'ei scrisse di Roma al Firenzuola nell'anno 1531, benchè sia impressa in tutte l'edizioni del libro III delle sue Lettere eloquentissime. Più di cinquanta anni prima che Leonardo Salviati ideasse di dare all'Italia un codice della sua lingua nel Vocabolario della Crusca, il Tolommei unitamente al Firenzuola ha tentato, benchè inutilmente, di radunare in Roma un concilio non de' più dotti Toscani, ma de' più dotti Italiani per istrigar molti dubbi della lingua nostra. Così scriveva di Bologna li 8 novembre 1531, il Tolommei al Firenzuola. Era a quel tempo giunto a Roma il Bembo, guida e maestro di questa lingua. Eravi una selva di gentili ingegni, il Priolo, il Trissino, il Molza, il Guidiccione e il Broccardo, "e molti altri ch'ogni giorno con la lingua e con la penna si fanno illustri". Era a cuore del Tolommei di tirare a Roma per sì bella cagione il Firenzuola, e perciò gli scrive nella lettera suddetta: "Il Guidiccione e Benassai, e io (o ci fosse l'Alamanni) ve ne preghiamo che se pur con questi lombardi facessimo questione sappiam certo che v'avrem della nostra". Eppur a' nostri giorni dopo aver intimata la guerra al Vocabolario della Crusca si è proposto, come idea nuova, per isbrigare le questioni della nostra lingua, un concilio de' più dotti italiani. O che non si legge, o che non si vuole saper leggere.

(n) Fu questa operetta che diede motivo al Corniani (*) di scrivere

(*) Secoli della Lett. Ital.

[128] che il Muzio volse l'acre sua censura fin contro il buon Flaminio. Ma quel non dispregiatole illustratore della Storia letteraria italiana ben sapeva che Marcantonio Flaminio tiratovi in Napoli dall'ereticale eloquenza del gran seduttore Valdes, aderì per qualche tempo alle insidiatrici opinioni de' Novatori, dalle quali poi lo ritrasse la cattolica conversazione del cardinal Polo. Doveva egli pur sapere specialmente che dal tenore di alcuni scritti del Flaminio nacque il sospetto che questi fosse tinto di eresia, e che l'opere sue trovansi registrate nell'Indice di Paolo IV. E non parlò forse il Muzio dell'opera del Flaminio intitolata In Psalmis brevis expositio, e stampata in Venezia per Aldo 1545, nella quale riguardo alla interpretazione del verso del salmo 45 sta scritto: "Che dobbiamo cessare da tutte l'opere nostre, e che la vera giustizia per nostra fatica non si può acquistare". E chi non vede che questa sentenza uscì da quella falacissima scuola, la quale non vuole che l'opere nostre sieno di alcun merito, nè che alla giustificazion nostra in alcun mode concorrano? Siasi stato pure il Flaminio come lo fu in fatto un moralissimo uomo, doveva perciò il Muzio tacersi essendogliene venuto il destro di parlare e di mostrare il veleno nascosto in un'opera moralissima? Quanto è più fatale una erronea sentenza sostenuta da un uomo di specchiati costumi, che da un discolo 6 di trista fama! Il Tiraboschi, che sì bravamente ha cercato di provare, che il Flaminio conobbe col mezzo del nominato cardinal Polo la fallacia delle nuove opinioni a cui prima aderito aveva, non fece pur cenno intorno a ciò ne' Tre testimonî fedeli, e avvertì il Muzio, il quale mirò soltanto ad ammonire i cattolici che cautamente leggano gli scritti del Flaminio, anzi che non gli leggano (quelli però che al cristianesimo s'appartengono); perciocchè maggior danno potranno conseguir dalle sue sentenze che diletto dalle sue parole (12). Fu questa un'acre censura o piuttosto una verità ch'era necessario di appalesare? Dunque per non accusare il Flaminio già da molti conosciuto di non sana dottrina, dovevasi lasciar accalappiare tanti inesperti ed idioti che si davano a leggere le opere di un sì elegante e facondo scrittore?


Note:

  1. Zeno, Lett.
  2. Muzio, Battag.
  3. Zeno, Lett. T. VI.
  4. Codice Riccard., Lett.
  5. Cod. Riccard., Lett.
  6. Zeno, Lett, t. V.
  7. Zeno, Lett. t. V.
  8. Cod. Riccard., Lett.
  9. Muzio, Avvert. morali.
  10. Detto, Egloghe.
  11. Agostini, Vita dell'Egnazio e Cod. Riccard. Lett. N.
  12. Cod. Riccard., L. N.
  13. Cod. Riccard., Lett.
  14. Muzio, Egloghe.
  15. Cod. Riccard., Lett.
  16. Tiraboschi, Storia della Lett. Ital., T. P.
  17. C. 91.
  18. Cod. Riccard., Lett.
  19. Aretino, Lett.
  20. Cod. Riccard., Letter.

  21. Ibidem.
  22. Cod. Riccard., Lett.
  23. Ibidem.
  24. Cod. Riccard., Lett.
  25. Muzio, Lett.
  26. Veggasi in fine la Nota (a).
  27. Cod. Riccard.

  28. Veggasi in fine la Nota (b).
  29. Zilioli, Storia inedita de' Poeti Italiani. — Veggasi in fine la Nota (c).

  30. Muzio, Avvertimenti morali.
  31. Muzio, Egloghe.

  32. Cod. Riccard., Lett.
  33. Ibidem.
  34. Cod. Riccard.

  35. Ibidem.
  36. Codice Riccard., Lettera N.
  37. Muzio, Lett.
  38. Veggasi in fine la Nota (d).
  39. Veggasi in fine là Nota (e).
  40. Muzio, Mentite occhiniane c. 6.
  41. Muzio, Avvertimenti morali.
  42. Muzio, Lett. lib. II, car. 48.
  43. Cod. Riccard., Lett. 148.

  44. Muzio, Lett. l. c.
  45. Cod. Riccard., l. c.
  46. Veggasi in fine la Nota (f).
  47. Muzio, Lett. lib. III, car. 112.
  48. Muzio, Rime car. 133.
  49. Detto, Lett.
  50. Detto, Lett. lib. II, car. 70.
  51. Cod. Riccard., Lett. 145.

  52. Segni, Storie Fiorent. lib. XI.
  53. Muzio, Rime.
  54. Veggasi in fine la Nota (g).
  55. Luca Contile, Lett. lib. I.
  56. Veggasi in fine la Nota (h).
  57. Muzio, Lett.

  58. Detto, Rime car. 13.
  59. Muzio, Verg. lib. I.

  60. Veggasi in fine la Nota (i).
  61. Contile, Lett. lib. I, cart. 126.
  62. Muzio, Lett. lib. III, car. 122.
  63. Cod. Riccarda., Lett.
  64. Trattato della Volgar Poesia.
  65. Varchi, Ercolano.
  66. Lett. Cattoliche, e reggasi in fine la Nota (k).
  67. Vergeriane.
  68. Ibidem.
  69. Ulloa, Vita di Ferrante Gonzaga, pag. 146 e seg.
  70. Opuscoli Lett. di Bologna.
  71. Muzio, Verg. lib. III, car. 138.
  72. Ibidem, car. 139.
  73. Muzio, Verger. lib. I, car. 6
  74. Agostini, Vita di Gioan Batt. Egnazio.
  75. Muzio, Verg. lib. I.
  76. Muzio, Verger. car. 2.

  77. Storia Lett. d'Italia, t. I.
  78. Veggasi in fine la Nota (l).
  79. Muzio, Lett. lib. III.
  80. Veggasi in fine la Nota (m).
  81. Malatesta, Dialogo in difesa dell'Ariosto.
  82. Ginguenè, t. IX, c. 48.
  83. Codice Riccard., Lett.

  84. Zeno, Lett. t. IV.
  85. Zeno, Lett. t. IV.
  86. Tiraboschi, Storia della Lett. Ital. t. I.
  87. Zeno, Leu. t. III.
  88. Muzio, Lett. Cattoliche.
  89. Veggasi in fine la Nota (n).
  90. Muzio, Lett. Catt.
  91. Tiraboschi, Storia Lett. t. I.
  92. Muzio, Lett. Catt. car. 228.
  93. Cod. Riccard., Lett.
  94. Bottari, Lett. Manos.
  95. Dizionario I.
  96. Bernardo Tasso, Lett.
  97. Atanagi, nella Tavola alle Rime di diversi nobili poeti italiani.
  98. Muzio, Lett. Catt. lib. III, c. 218.
  99. Ibidem. c. 226.
  100. Lett. Catt., lib. III, c. 245.
  101. Ibidem.
  102. Lett. Catt., lib. III, c. 252.
  103. Della Volgar Poesia, lib. II.
  104. Tiraboschi, Lett. Italiana.
  105. Giustiniani, Storia degli Ordini militari.
  106. Calogerà, Op. Scient. e Lett. t. 29.
  107. Cod. Riccard.
  108. Muzio.
  109. Detto, Coro Pontificale.
  110. Codice Riccarda., c.
  111. Lett. Cattoliche.
  112. Codice Riccard.
  113. Zeno. Memorie Man. intorno al Muzio.
  114. Codice Riccard.
  115. Codice Riccard.
  116. Muzio, Lett., lib. III.
  117. Font., Eloq. Ital., t. I.
  118. Codice Riccard.
  119. Lett. Secolari.
  120. Battaglie, car. 24.
  121. Seghezzi, Prefazione all'Ercolano.
  122. Ibidem.
  123. Cinelli, Bib. Vol., scanz. V, car. 49.
  124. Muzio, Batt., car. 122.
  125. Fontanini, Eloq. Ital., c. XII.
  126. Serassi, Vita di Jacopo Mazzoni.
  127. Annotazioni al Fontanini, t. I, c. 1.
  128. Codice Riccard., Lett.
  129. Muzio, Lett., Lib. IV.
  130. Tiraboschi, Storia della Lett., t. I.
  131. Zeno, Lett., t. V, p. 148.
  132. Salvini, Fasti Consolari, car. 49; Codice Riccard., Let.
  133. Salvini, Fasti Consolari, car. 49.
  134. Muzio, Rime.
  135. Manzuoli, Descrizione dell'Istria.
  136. Codice Riccard.
  137. Muzio, Battaglie, car. 119.

  138. Detto, Vergeriane.

Note sulle Annotazioni:

  1. Carm. Ill. Ital., l. 2, c. 135.
  2. Muzio, Lett, 1. 3, c. 120.
  3. Lett., t. 5, c. 14.
  4. Annali d'Italia, anno 1546.
  5. Loc. cit.
  6. Lett. Catt., l. 2.
  7. Carli, Opere, t. XV, c. 120.
  8. Vergeriane.

  9. Vergeriane, c. 169.

  10. Guazzo, Lett., c.  337.
  11. Scienza Cavall., 1. 2, cap. 6, c. 258.
  12. I tre testimonî fedeli, c. 37.

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Created: Saturday, March 05, 2016; Last Updated: Sunday, April 17, 2016
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