...E
rimase l'Arena
Ma quante storie
raccontava il nonno,
tra i denti la cannuccia masticando
della nera pipa, mentre pel sonno
mi si chiudevan gli occhi e fumigando
il ciocco si spegneva.
Eran fole, storie vere e
leggende,
ora tristi, ora allegre, or paurose,
di belle fate, di streghe tremende,
di gnomi e d'orchi, d'imprese gloriose,
di guerre e di vittorie.
E tutte le sapevo poi
narrare
Ai miei compagni ed alla mamma mia,
tutte; ma il tempo me le fé scordare
ed ora, col dolor, la nostalgia
ne ridesta il ricordo...
E' notte. In cielo la luna
sorniona
sembra sorridere, commiserando,
e pur le stelle che le fan corona
miran stupite, tra lor parlottando,
la gran Fata Istriana.
Giù da Monte Maggiore
insino al mare
Corre la Fata, corre e non ha posa:
nella notte un palagio deve fare
di pietre, bianco come vel di sposa,
lieto di muschi e fiori.
Corre la Fata giù dal
monte al piano,
corre affannata ma ogni tanto l'occhio
verso l'oriente rivolge, lontano,
spiando ansiosa se già l'alba il cocchio
annunzia dell'Aurora.
E' notte ancora. Canta il
rusignolo;
stonano rauche a Valdarsa le rane;
D'una civetta lor risponde il duolo;
dal mare vengon sul vento lontane
nenie di pescatori.
La luna intanto, più che
mai sorniona,
nella conca del ciel commiserando
sta con le stelle che le fan corona
la povera Fatina che stancando
si sta ma inutilmente.
Inutilmente che il canto
temuto
rompe il silenzio, la pace notturna:
il gallo manda al nuovo dì il saluto
e chiama l'arator alla diuturna
dei campi rude fatica.
Una campana suona, altra
risponde.
Torna la vita, il mondo si ridesta.
Ninfe e gnomi nelle selve profonde
vanno a celarsi e preparar la festa
per la ventura notte.
Impietrita la Fata, il
guardo spinge
per un momento ancora a rimirare
l'opra incompiuta che ora l'alba tinge
d'un'azzurrina luce e lambe il mare
lontano a l'orizzonte
poi fuor dal grembo ove teneva ancora
lascia cadere macigni e gioielli.
Fendono l'aria fresca che l'aurora
inonda d'oro e di canti gli augelli
e cadono su Passo.
Fugge la Fata allora lacrimando
e passa piani, valli, monti carichi
di nevi eterne e scompare. Sfidando
il tempo, la romana Arena gli archi
lancia eterni nel cielo...
Ma quante storie raccontava il nonno,
tra i denti la cannuccia masticando
della nera pipa, mentre pel sonno
mi si chiudevan gli occhi e fumigando
il ciocco si spegneva.
Roma 1954 |