Richard Francis Burton
Relevant Non-Istrians


Scoperte antropologiche in Ossero

Caro Signore, (1)

Nel settembre del 1876 io ebbi la opportunità di visitare la città di Ossero essendomi stato accordato un posto sul vapore Pelagosa (capitani i signori Lusina e Zudenigo) dal cavaliere de Alber, presidente del governo marittimo in Trieste, magistrato la energia e costanza del quale nel procurare e sollecitare profittevoli ordinamenti saranno lungamente ricordate sulle coste dell'Istria e della Dalmazia. Noi approdammo alla Cavanella, probabilmente un antico canal di Suez in miniatura, che divide [130] le due isole di Cherso e di Lussino, anticamente, a quanto sembra, l'una all'altra riunite. Navigli a vapore non toccano ogni giorno Ossero, sicché il Pelagosa cagionò una cotal sorpresa negli isolani. Di botto noi incontrammo l'arciprete Don Giovanni Bolmarcich di Cherso, il quale con pensiero ospitale veniva ad incontrare i forestieri.

Fatta a lui una breve visita, il Dr. de Marchesetti, il signor Michele Stossich ed io, guidati dall'arciprete, ci accingemmo subito alla esplorazione degli scavi. Passata la Gavanella sopra un ponte levatoio di legno, degno veramente de' tempi degli Argonauti, noi ci trovammo sulla parte che appartiene a Lussino, costiera scoscesa che da' colli avanzati di Ossero si protende allo stretto marino. I più antichi avanzi, manifestamente preistorici, trovansi al più alto livello; gli avanzi classici, cimiteri greci e romani sono più abbasso. Ne' primi noi trovammo gran copia di fusajuoli che possono appartenere a qualsivoglia età, molti cotti, tra' quali un vaso di argilla di struttura primitiva molto somigliante a quello conservato nel Museo Scampicchio di Albona, (2) e altresì uno scalpello di pietra. Fra gli avanzi c'imbattemmo pure in una spada logora, di bronzo (rame), della quale diamo qui il disegno.

Il taglio dell' arma è formato dal concavo della curva, come usavasi nelle lame antichissime, e come vedesi ne' kukri de' [131] Gurcas indiani. De' Romani trovammo parecchi ricordi: monete, né più antiche di Labieno, nò più moderne di Tiberio Claudio; ornamenti, siccome perle, fibule, fusi torniti di ambra rossa manifestamente non della miglior qualità e assai corrosi; vasi funebri; un ossario alto un piede e parecchi lumi eterni. Fra queste lucerne ve ne ha una che mi colpì grandemente. Il dotto direttore Carlo Kunz di Trieste congettura che i segni visibili sulla base sieno graffiti segnati per ischerzo da qualche scolare. Se non che io trovai le linee orizzontali disposte sopra una sola linea direttiva, come sarebbe sopra un bastonò runico, esattamente come gli Oghams che si credono inventati dagli Sciti e portati in Irlanda dal Tuatha di Danaan. Il mio dotto congiunto, il Dottor Graves vescovo di Limerick, crede che quell'alfabeto sia cosa affatto moderna e inventata da persona già famigliare con altri sistemi. Quell'alfabeto sembra essere veramente una forma di Futhorc runico, che porta una impronta abbastanza chiara della sua derivazione latina, e che per avventura deriva da monete e medaglie pervenute alle barbare regioni settentrionali. È un alfabeto essenzialmente misterioso, segreto, criptico, e potrebbe essere una pretta modificazione de' runi a ramo (Lim - rúnar) denominati da alcuni runi di palma, e menzionati una sola volta negli antichi versi dell'Edda (Sigrdífumál, stanza 11). Nel mio primo viaggio in Irlanda ho identificato la Limouna della tomba chiamata Maes-Howe col crittogamma arabo "El Mushajjar" che significa il "ramificato" (Vedi Ultima Thule, Vol. I. pag. 285-289). Il sistema può essere ben più antico che non suppone il Dr. Graves; io lo trovai anche nell' Etrusco.(3) La figura che riproduciamo dalla [132] tav. III. 42 dell'opera: Marche figulinarie condotte a graffiti, nei vasi scoperti nella necropoli di Marsabotto. (Primo supplemento, A. Fabretti. Parte prima, Roma ec. 1872) lo dimostra chiaramente.

L'Ogham modificazione de' runi a ramo comincia dalla base e si legge da sinistra a destra.

[133] I segni lineari della lucerna si dispongono come dimostro nella figura seguente, essendo essi forniti di una linea direttiva ossia di un bastone runico.

Però il lettore domanderà: come pervennero gli Oghams a Cherso? Non dobbiamo anzi tutto dimenticare che il Leone del Pireo esistente ora a Venezia porta una scritta formata di runi e di nodi di dragone.

L'arciprete Don Giovanni conserva sulla sua terrazza i pezzi di maggiore grandezza: marmi, tegole, vasi e pietre lavorate, con rilievi, iscrizioni e ornamenti architettonici, tutti derivanti da scavi impresi da lui. Questi scavi fatti tutti a sue spese, rappresentano ancora poco: non è appunto che il lavoro di un uomo solo. Io devo manifestare il desiderio e la speranza che la provincia voglia pensare a venire in aiuto all'operosità privata in una impresa tanto notevole, e che tutti gli intelligenti che hanno amore per l'archeologia, memori del detto di Raoul Rochette: "Le moindre débris echappé des ruines de l'antiquité nous [134] apprend plus que tous les livres", solleciteranno e saranno provveduti tra non molto di un catalogo ragionato della pregevole raccolta del benemerito arciprete. Io pongo fine a queste poche linee, suggeritemi da Lei, ringraziando Don Giovanni della ospitalità dimostratami, e nutrendo speranza ch'egli non lavorerà molto senza l'aiuto d'altri.

E con ciò Ella mi creda
di Lei affezionato fellow-student

RlCHARD F. BURTON.
Trieste 16 Gennaio 1877.


Note:

  1. L'illustre signor Burton, console generale di S. M. Britannica in Trieste ebbe la bontà di indirizzarmi questa lettera poco dopo che egli aveva visitato Pisola di Ossero. L'operoso nomo fu poi molto tempo assente da Trieste, occupato in peregrinazioni scientifiche, delle quali già il mondo parla e più ancora parlerà quando all' universale saranno conosciute le belle scoperte dovute all'ingegno e all'operosità del valente signore. Questo scusi l'indugio nel pubblicare la presente, accompagnata da alcuni disegni che desiderava di sottoporre al giudizio di lui prima di renderli di pubblica ragione. A. HORTIS.
  2. Sarebbe grandemente desiderabile che un nomo esperto in materia assoggettasse a un analisi scientifica i cotti trovati ne' castellieri dell' Istria: sull' esempio degli archeologia bolognesi i quali non neglessero di studiare diligentemente le figuline etnische, e n'ebbero così splendidi risultati.
  3. Il dotto professore J. Rhys pubblicò testè, in appendice alle sue Lectures on Welsh Philology, parecchie iscrizioni ogmiche, delle quali ragiona un artìcolo di A. H. Sayce inserito nella puntata del 12 maggio (1877) del giornale The Academy. Da questo articolo traduciamo le notizie seguenti che non riesciranno forse sgradite a' nostri lettori:
    "Da lungo tempo (scrive il signor Sayce) si conosce l'esistenza d'iscrizioni ogmiche nell' Irlanda, particolarmente a Kerry, a Cork e a Waterford; e l'interpretazione del loro alfabeto si rintraccia in manoscritti irlandesi. Laonde parecchi antiquari irlandesi, non furon lenti a rivendicare per il loro paese l'invenzione di quell'alfabeto; se non che il signor Rhys dimostra convincentemente nell' ultimo suo lavoro che l'alfabeto deve essere stato recato dal paese di Galles in Irlanda, e che se ella può dirsi mai invenzione de' Celti ella è dovuta a' loro progenitori gallesi. Le iscrizioni bilingui gallesi diedero invero la più sorprendente conferma all'esattezza della spiegazione tradizionale irlandese dell'alfabeto ogmico. Il professor Rhys, crede però che i Celti derivarono l'alfabeto da' Teutoni loro vicini, i quali lo avevano alla lor voka derivato da un alfabeto fenicio e lo avevano adoperato prima della introduzione de' runi. Questa opinione è sostenuta dal signor Rhys con molta acutezza; e la più importante dimostrazione in favor suo è questa: la terza lettera derivata dal fenicio gimel non è g come dovrebbe essere, ma ch, il che non può spiegarsi altrimenti se non con la teoria che l'alfabeto ogmico giungesse a' Celti mediante i Teutoni. L'alfabeto deve il suo nome a "Ogma, dalla faccia del sole", eroe della mitologia irlandese, il quale col nome di Ogmio fu identificato dagli antichi Galli coll'Ercole romano, e che il signor Rhys ritrova nel vocabolo gallese ofydd "sapiente" l'ovate dell' Eisteddfod. La tradizione gallese attribuisce l'origine delle lettere a Ogyrven, padre della dea dell'alba, Gwenhwyfar o Guinevere, moglie di Arturo; e il signor Rhys dimostra che Ogyrven corrisponde lettera per lettera al zendo angrô mainyus o Ahriman, lo spirito maligno della notte e della oscurità".

Tratto da:

  • (Google books) - Archeografo triestino. Raccolta di memorie, notizie e documenti per servire alla storia di Trieste, del Friuli e dell'Istria, Nuova Serie - vol. V, Tipografia di Ludovico Herrmanstorfer (Trieste, 1877-78), p. 129-134.

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This page is compliments of Marisa Ciceran

Created: Thursday, April 23, 2009; Last Updated: Monday, July 25, 2011
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