Note sopra i castellieri o Rovine preistoriche nella penisola istriana

PRELIMINARE

[5] Gli è con vero piacere, che io espongo on tale soggetto a' miei colleghi della Società Antropologica di Londra, e a tutti gli amatori della giovane nostra antropologia. Io credo che la vera esistenza de' Castellieri istriani sia anche oggigiorno un segreto per l'Inghilterra. Infatti il signor James Fergusson scrive nella riputata sua opera "Monumenti di pietra rude", quanto segue: "Per quello ch'io mi sappia, nulla è noto dei Castellieri istriani. Una descrizione in proposito sarebbe assai utile ed interessata per a dimostrare quale analogia essi abbiano coi Nurhags della Sardegna, o colle Torri de' giganti di Malta e delle Baleari. Le isole del Mediterraneo contengono parecchie antichità disperse, d' ignota origine, la quale sarà nota e soltanto allora che se ne scopriranno di consimili sul continente europeo".  

Alla estremità nordica del golfo adriatico, (Mare Superum), laddove termina lo stretto, il quale rapprasenta la gola dell'imboccatura del Mediterraneo, giace un piccolo triangolo di terra, rassomigliante ad un'ugola.  

Questa è l'Istria.  

Le sue dimensioni ed i suoi limiti sono cento e sedici chilometri dalla base della linea nordica [6] (lat. 45° 53) all'apice del sud, ov'è il Capo Promontore (lat. 45° 46); quaranta nove chilometri in massima larghezza del fianco di levante del Monte Maggiore (long. 14° 15) fino a ponente, dov'è Parenzo, l'odierna capitale (long 13° 35 40").  

Le rive istriane misurano in ampiezza cento e novantatre chilometri lineari, e la terra di di fronte, che si estende da nord-ovest a sud-est, novantanove. L'intera penisola poi misura duecento settantaquattro chilometri, con un' area di tremilaquattrocento e dieci, la parallela del N. lat. 45° passandovi attraverso. (1).  

Per la sua costa lunga quasi due volte la sua frontiera, e per la sua altezza di circa mille piedi sopra il livello del mare, l'Istria gode di un clima delizioso, eccettuati que' pochi luoghi dove il temuto borea (Boreas), dono del Carso glaciale, e della vallata della Sava, attratto dall'aria calda del golfo adnatico, invade le ubertose pianure. La sua amena postura deve averla un tempo rosa abitazione al freddo e sterile Carso e Carniola, detto volgarmente Cragno, col quale confina a nord-est ed est. La vicinanza del mare la provvede di pioggie invernali; mentre per lo contrario la formazione calcarea e cretosa, che per crepature e voragini versa i suoi scoli nel mare, presso il quale abbondano sorgenti d'acqua fresca, dette pole o polle, (2) rende l'interno soggetto [7] nella stagione estiva a siccità. Ma a ciò potrebbesi riparare coll'imboscamento e coll' introdurre il sistema veneziano delle cisterne, oppure con quello dei talabs o serbatoi d'acqua dell'Indostan.

Fazio (o Faccio) degli Uberti, nel suo poema il "Dittamonào," III, 2, giustamente dice:

"Ed Istria vidi come nel mar cova." 
"And Istrian land I saw brood o'er the sea."

II defunto dottor Kandler di Trieste, del quale parleremo in seguito, descrive così il suo paese natale:

"Chi dal mare guarda l'Istria, loda le belle e regolari forme di colli, la feracità, la rigogliosa vegetazione, la frequenza, la sicurezza dei porti e lo attitudini ne comprende tosto, e non meno che altravolta Cassiodoro, che da Ravenna scriveva, ne esalta ì pregi. All'in vece chi da terra vi entra, dovendo passare ripetuti monti per traverso, e di questi vedendone il lato settentrionale più infecondo e sterile, ne biasima le forme cbe tumultuarie si presentano e la nudità; e la distribuzione difficilmente presentandosi, non la comprende e giudizio pronuncia come di paese misero, infimo fra quanti mai sieno: all'occhio di lui, i monumenti dell'antichità, la vegetazione alla spiaggia, i porti compariscono come cose che l'accidente ha riposto Dell'Istria, quasi cose perdute ed a caso gettate su quelle rive."[in original English text, a footnote # 3 is inserted here]

[8] Uguale contrasto veggiamo anche tra il Libano, le coste della Siria e dalla Palestina, le cui bellezze debbonsi ammirare dall'alto. Quelli che costeggiano la Terra Santa, non veggono che steppe d'ignude muraglie; e benchè ne rimanga nascosta la rigogliosa vegetazione, tuttavia son desse riparo alle innondazioni e ai terremoti.  

Quando il viaggiatore recasi per la prima volta in Istria, e perfino quando ispeziona la carta geografica, è tentato d credere che questa penisola sia una eccezione alla legge generale che governa il globo. In ogni grande penisola triangolare, le cui sommità guardano a mezzogiorno, per esempio l'India, le parti sono unite da Ghats o recinti laterali, che fiancheggiano un interno bacino, od altipiano di bassa elevazione. Le parti minori come il Sinai, presentano un piccolo triangolo V di altipiani, racchiuso in un molto più grande, come in questa figura. Vista la penisola istriana dal mare, dovrebbesi ritenere abbia un regolare pendìo dalle alte frontiere nor-est, est, e sud-est: eioè dallo Slaunik (Monte Tajano) dalle montagne dei Cici, e dal Monte Maggiore ossia Caldiera; per cui Plinio scrive col suo splendido stile: "Histria ut peninsula excurrit". (Nat. Hist. III, 23). E geografi istriani 1'hanno considerata come un sostegno delle Alpi Giulie, spinta innanzi dal Nanos, o Monte Re o Regio (3 / 4) e dal Monte Albius o Albanus, conosciuto per Monte Nevoso (Schneeberg). Plinio (Nat. Hist. III. 19), in un passo evidentemente corrotto dice che "alcuni scrittori hanno asserito essere la lunghezza dell'Istria 40 miglia M. P. xl), [9] e la sua circonferenza 125 (M. P. CXXV). Lo stesso dell'attigua Liburnia e del golfo Flanatico; mentre altri la fanno 225. Altri invece cogliono la circonferenza della Liburnia 180 miglia. Queste parole in italiano dovrebbonsi intendere così: "Alcuni vogliono la circonferenza della Liburnia attigua al golfo Flanatico 225 m., altri vogliono la sua estensione 180 miglia. Strabone (VII, 6, § 3) dice essere la costa istriana lunga 1300 stadii, o circa 155 miglia.

Nelle carte dell' Istria noi troviamo quattro grandi vallate centrali, le quali sboccano nel mare; una al nord-ovest, due all'ovest, ed una al sud. La prima è la Dragogna, i cui tratti caratteristici sono praterie e saline. La seconda che divide la penisola in due, prende vari nomi, per esempio: la valle del Quieto all' imboccatura, la valle di Montona, più sopra; e questa è la sola acqua (4 / 5) corrente in Istria che meriti nome di [10] fiume (il Risano è un semplice ruscello), la qual acqua può trasportare all'Adriatico la ricca messe di legname che popola la sua sponda, la terza e la quarta sono la Val di Leme (Culleus Limenis) ed il Canale e la Valle d'Arsa (la classica Arsia, che divideva l'Italia dalla Liburnia), profondi e dirupati canali o burroni di pietra calcarea nella parte superiore, veri Fjords nella inferiore.

Soltanto allora che il geografo ne ispeziona l'interno, trova un vero bacino, generalmente di roccia arenaria, traente al verde, al celeste, o al giallastro, localmente chiamato tassello (Mergel, argilloso-calcarea) e masegno (Sandstein, quarzoso-micacea) che forma forte contrasto colla roccia bianco-grigio-calcarea. — Principiando immediatamente al di là della vecchia Couvedo o Covedo, la Cubida romana (?), un bacino lateralmente tagliato da alte cime divisorie estendesi fino alla sponde del lago di Cepich, ed è avvicinato verso il mare da sommità di 1500 piedi in media; mentre in altri luoghi di 500 soltanto sopra il livello del mare, e ben quattro correnti d'acqua come ne'giganti dell'Africa, debbono aprire la strada traverso i rocciosi margini del bacino prima di trovare il loro sbocco nell'Adriatico.

Nei tempi primitivi la penisola istriana era, senza dubbio, abitata, e quelli che si occupano di studi locali, ritrovano nel moderno linguaggio Veneto-Italiano, avanzi dell'antico Illirico Histriano (o Istriano), dialetto che è stato bellamente congiunto all'Etrusco, all'Umbro, al Celtico, al Greco, ed al Fenicio (5 / 6). Ai Carni apparteneva quel tratto Alpino, che estendendosi dal Tricorno o Triglou (Triglau) al Nanos, forma infine il [11] "Carso" (6 / 7), ed erano essi padroni di Cnncordia, di Aquileja e Tergeste, la moderna Trieste (?). I Giapidi o Giapodi occuparono i paesi fra il Nanos ed il monte Albius o Albanus, sopra i cui pendii orientali vennero essi in contatto coi Liburni. (7 / 8)

Circa il 600 av. C. certe tribù Gallo-celtiche, che aveano accompagnato Belloveso, occuparono l'Ocra (8) (la più bassa parte delle Alpi fra il Nanos e lo Schneeberg). In questo e nel secolo posteriore, alcuni popoli Pelasgo-Ioni e Traci, affluendo dalla Grecia e dal Ponto, facilmente si confusero coi vecchi possessori del terreno; i Pelasgo-Umbri e gli Etruschi si stabilirono nelle parti più prossime al mare. A quest'ultima onda di emigrazioni si riferiscono le tradizioni di Medea e Giasone, di Apsyrtos o Assirto, degli Argonauti, e dei Colchi raccolte da Pomponio Mela, da Strabone, da Plinio da Trogo Pompeo, e da Giustino.  

[12] Da quella il paese assunse il nome d'Istria, e per sempre vi perdette il suo antico. L'esistenza dei Traci è anche comprovata dal Periplo (Periegesis) di Scimno da Chio scritto per comando di Dario Istaspe (9).

Alcuni anni dopo il 300 a.C. noi troviamo che, secondo Cleonimo di Sparta, il quale navigò l'Adriatico, l'Istria signoreggiava codesto mare, e Floro c'informa che la città di Taranto mandò delle navi per negoziare colle coste della penisola (10). La guerra istriana (177 a.C.) minutamente descritta da Livio (lib. XLI. I passim), la distruzione di Nesazio, e la fondazione di Aquileja per opera dei Romani, mettono il paese in connessione colla vera storia.

[13] Questa interessantissima provincia, invasa dai barbari, soggetta ad una successione di conquistatori, annessa a Venezia, colonizzata dagli slavi, fu diffusamente descritta nel "Saggio di Bibliografia Istriana", un volume in ottavo di 484 pagine, pubblicato dal dotto avv. Carlo de' Combi di Capodistria (Tipografia Tondelli Capodistria, 1864). Contiene questo "Saggio" i nomi di 3.060 opere, divise in dodici classi, cioè: Geografia e materiali corografici, Scienze naturali, Etnografia, Storia, Chiesa, Scienze storiche ausiliari, Legislazione, Amministrazione, Economia, Beneficenza, Istruzione, Biografie; varie altre opere minori e classiche. A tutto vi è aggiunta un'appendice ed un indice delle persona e dalle cose (11). — Che l'Istria sia poco conosciuta in Inghilterra possiamo giudicare dal fatto che le nostre Guide trattano in quattro aride pagine tutto il soggetto, Pola inclusiva (12).  

Già durante il secolo scorso, l'illustre Gian Rinaldo Carli di Capodistria in parecchie erudite pubblicazioni, specialmente in quella intitolata "Delle antichità italiche," avea richiamato l'attenzione sui grandi monumenti e sulla storica importanza della sua terra natale. Nella terza decina del secolo presente il canonico istriano Pietro Stancovich di Barbana, raccolse in tre volumi ("Biografie degli uomini distinti dell'Istria") notizie di quattrocentosettantatotto compatriotti, che si distinsero nella carriera civile e militare.

Egli fu imitato dal dottor Domenico nob. Rossetti {m. 1842,) il quale scrivendo intorno la storia e [14] la legislazione, zelantemente difese i diritti ed i privilegi della sua diletta Trieste e fu fondatore della Minerva (gabinetto letterario); del monumento a Winkelmann; della collezione Petrarchesca a Piccolominea; dell'Archeografo triestino, e di altre associazioni letterarie. Fu abbastanza fortunato di lasciare un seguace nel d.r Pietro Paolo Kandler, che sorpassò tutti tre nella estensione e successo de'suoi lavori (13). Intorno a questo degno istriano è indispensabile spendere alcune parole. Questi discendeva da una famiglia scozzese (Chandler), che si era stabilita a Trieste nel principio del sec. XVII. Nato in quella città nel 23 maggio, (24?) del 1804, studiò legge a Padova, a Vienna, e si addottorò a Pavia. Ritornato a Trieste nel 1826, divenne il discepolo del d.r Domonico Rossetti, e coprì vari posti importanti nella magistratura della sua città natale. Egli fondò il Museo, favorì lo imboscamento del Carso e divenne il Conservatore del Litorale (Istria, Trieste, Gorizia), fu consigliere governativo e in fine membro del tribunale imperiale. Prese viva parte patriottica negli avvenimenti del 48, e si ritirò dalla vita pubblica nel 1854. Visse modesto, consecrando la sua fortuna ed i suoi ozii ai dilettissimi studi; finchè morì, povero, nel 18 gennaio 1872.  

Ci è grato poter aggiungere che i suoi compatriotti non si sono mostrati dimentichi de' suoi servigi, e che le sue carte e manoscritti furono acquistati dalla sua provincia natia. Il d.r Kandler incominciò a scrivere sulle antichità istriane nell'età di 15 anni, e perseverò in codesto studio fino a' suoi ultimi giorni. I titoli delle molteplici opere di lui e degli opuscoli cuoprono undici pagine della Biografia fittamente stampate: l'elenco delle sue carte geografiche e delle sue memorie inedite quasi altre cinque. Egli scriveva con uguale perizia in latino, in tedesco, in italiano, e la sua epigrafe "Resurrecturis" sopra l'entrata del Cimitero cattolico, è ammirabile per la sua semplicità, ed è molto [15] migliore del volgare "In Domino requiescentibus", che le sta appresso.  

II d.r Kandler avea tutti i requisiti di un viaggiatore e di un antropologo. Cominciò la sua impresa collo studiare il terreno, e da studente ispezionò l'Ungheria, la Croazia, la Slavonia, la Stiria e la Bassa Austria. Divenuto dottore, visitò la Lombardia, i Laghi Svizzeri, ed il paese intorno Trento e Venezia. Mai la sua escursione autunnale favorita, fu la zona marittima tra Aquileja e Fiume, inclusa l'Istria, la Carsia (il paese del Carso), il Goriziano e le Alpi Giulie (anticamente le Giapidiche o monti Albani), e coi ripetuti viaggi egli acquistò perfetta conoscenza di questo nucleo. Viaggiava a piedi non secondo l'uso dei moderni toristi e delineava accuratamente il paese mentre lo attraversava. Egli era un antropologo tutto zelo e ardore nel raccogliere fatti.

Sollecitato a dettare una storia dell'Istria, rispose:  

"La storia dell'Istria, è scritta veramente sopra il suo suolo dal monte al mare; ma è libro di ardua lettura, perchè molte pagine furono cancellate o falsate, e alcune strappate perfino. A far rivivere gli antichi segni attraverso le superfetazioni e le sgorbiature della barbarie, della prepotenza, dell'ignoranza, a supplire adeguatamente le pagine strappate, fa d'uopo di lungo studio e di molta arte, fa d'uopo frugare ancora il suolo, gli archivi, le carte private, ammassare fatti, notizie, documenti in provincia e fuori, vagliarli, ordinarli."  

Ma per lui era anche un lavoro geniale.  

La sua posizione a Trieste gli dava molte opportunità, e coll'aggiungere alle materiali esplorazioni gli ardui confronti degli archivi, a dei documenti sì pubblici che privati, collo esaminare ogni testimonio, colle frequenti discussioni cogli amici, i quali si godevano della sua vena umoristica e geniale, col formarsi vieppiù uno specialista, e col concentrare tutte le facoltà del suo cervello sopra un singolo punto, egli finì di acquistare quel "sesto senso" che e il risultato d'intensa applicazione e la sistematica educazione di alte doti naturali (14).]  

[16] Ma il dottor Kandler si è limitato allo studio dell'Istria romana; la scienza ch'ebbe principio con M. Boucher de Perthes lo raggiunse troppo tardi. La mente di lui era vasta e abbastanza suscettibile ad afferrare per accogliere la teoria dell'uomo preistorico; egli per altro dichiarò che lo studio della sua gioventù doveva essere quello della sua vecchiaja.

Nelle molteplici escursioni ha accuratamente delineato i Castellieri ("La rete dei Castellieri") che esistono nella penisola; ma era giunto nella persuasione che quelle fossero rovine di un campo romano. Venti tre anui fa, (1850-51) fu loro attribuita un'origine celtica dal barone Carlo di Czoernig consigliere intimo di S.M.I.R.A., presidente ecc. Questo distinto personaggio, che ha ultimamento pubblicato un grosso volume intorno a Gorizia (15) non poteva ritenere che un popolo guerriero avesse prescelto le sommità senz'acqua di quelle colline, e siccome in alcune parti della provincia se ne possono vedere parecchie da un solo punto, egli le giudicò dimora di una popolazione non di un'armata. Ma trascorsero degli anni prima che si giungesse ad una conclusione concreta: quando il signor Tomaso Luciani (ora cavaliere), ed il concittadino di lui, l'onorevole dottor Antonio Scampicchio di Albona, ritrovando istrumenti preistorici perfino nella loro città nativa, e [17] con altre provo soddisfacenti che appariranno tra breve, decisero definitivamente la questione.

Sarebbe mal fatto di parlare de' Castellieri dell'Istria, senza accennare ai lavori del cavaliere Luciani; ma siccome questo gentiluomo vive ancora, il mio racconto della sua vita dev'essere succinto: La famiglia di lui, evidentemente o notabilmente italiana, si stabilì nella classica Republica Albonessium, la sola classica repubblica istriana (16), ancor nel secolo XIV, ove acquistò proprietà fondiarie. Nato verso il 1818, egli preferì come il fu M.r Bukle, lo studio privato alle pubbliche scuole, e la prima sua educazione fu diretta dal dotto albonese Antonio Maria Lorenzini, il quale morì nel 1845. Viaggiò di buon ora l'Italia settentrionale e lavorò a suo talento tenendosi in corrispondenza con varii centri scientifici. Ardente patriota e sdegnato contro lo sterile o disorganizzato sistema governativo del suo paese prima che le riforme del 1847-1848 facessero dell'Austria uno de'paesi europei più costituzionali e progressisti, egli fu impigliato in affari politici, e nel 1861 dovette lasciare la sua patria per Milano. Col trasloco della capitale italiana (1865) andò a Firenze e nel 1866 quando Venezia fu ridonata alla libertà, egli vi si stabilì qual cittadino italiano, con un impiego nell'Archivio dei Frari.

Trovando però che i doveri del suo nuovo stato frapponevansi ai suoi studi, rinunciò allo stipendio e si diede tutt'uomo al suo compito di copiare e preparare materiali per la pubblicazione della storia della diletta sua provincia. Nel 1871 egli intervenne al Congresso di Bologna, e come gli squarci aggiunti lo ad [18] dimostrano, egli ebbe parte notevole in quell'occasiono (17). Rivisita periodicamente la città nativa ed adopra i ritagli di tempo per estenderne le sue ricerche. Il signor Luciani m'ha favorito la seguente lista de'suoi lavori di merito indiscutibile:

  • 1846. L'isola di Cherso, sue condizioni presenti e passate. I. Lettera al d.r Pietro Kandler, stampata nell'Istria, periodico settimanale. Anno I, n.° 35, dei 13 giugno, a pag. 140-142.
  • 1846. Cherso ed Ossero. Antichità. II. Lettera al d.r Kaudler. (Istria. An. I., n. 38, 39: 27 giugno 1846, pagina 155-158).
  • 1847. Di alcune traccie di antichi edifizi o di altri indizi d'antichità romane esistenti in Fasana, in Dignano e in Albona. Lettere al M. R. Don Matteo [19] Callegari parroco-arciprete in Fasana. (Istria, anno II, n.ri 15, 16: 27 febbrajo 1847, pag. 50-62).
  • 1847. Emende ed aggiunte alle Memorie istoriche antiche e moderne della Terra e Territorio di Albona ecc., scritto indirizzato al d.r P. Kandler. (Istria an. II, n.ri 67, 68, pag. 215-277, n.ri 69, 70, pag. 283.-286. n.ri 73, 74, pag. 300-30, n. 75, pag. 305-406. Le pag. 275-277 contengono la indicazione dei Castellieri e delle altro antichità del territorio di Albona: nelle ulteriori 283 ecc. sono riportate molte iscrizioni venete e romane.
  • 1862. L'Istria, scritto descrittivo che abbraccia con brevi tocchi tipografia, orografia, idrografia, geologia, meteorologia, clima, vegetazione, flora, fauna ecc. nella Strenna "Aurora" Ricordo di Primavera, a beneficio dell'Asilo infantile di Rovigno, Anno II. (Rovigno: Tipog. istriana di Antonio Coana, 1862, da pag. 88 a 103).  
  • 1864. Quarnaro-Albona-Istria. Studi storici-etnografici, nell'Alleanza. Giornale internazionale politico-letterario. Milano, 1864, n.ri 15, 16, 17, 19, 20 e 21.  
  • 1866. L'Istria. Schizzo storico etnografico. Firenze, 1866.  
  • 1869. Mattia Flacio Istriano di Albona. Studio critico, con documenti, per mettere fuori d'ogni dubbio che il Flacio (l'un des plus savans Théologiens de la Confession d'Augsbourg, come dice il Bayle), fu nativo non da altro luogo che da Albona in Istria. (Pola, Tipografia Seraschin, 1869).  
  • 1864 a 1873. Nel Dizionario corografico illustrato dell'Italia, che forma parte dell'Italia sotto l'aspetto fisico, storico, letterario, artistico, militare e statistico ecc, che si pubblica a Milano dal d.r Francesco Vallardi e sotto la direzione del prof. Amato Amati, gli articoli che riferisconsi all'Istria e particolarmente gli articoli: Albona — Buje — Capodistria — Carsia — Dignano — Istria — Montona — Muggia — Monte Maggiore — Parenzo — Pedena — Pirano — Pisino — Pinguente — Portole — Pola — Quarnero — Quieto — Rovigno.
  • 1872 e 1873. Notizie e Documenti per la conoscenza delle coso istriane, nel giornale "La Provincia". [20] (Capodistria: tip. Tondelli. — Ora Trieste — (Stab. tip. Appolonio e Caprin). Sono Note e Prospetti statistici — Atti pubblici — estratti — indicazioni — regesti sopra svariate materie riferentisi all'Istria, tratti dall'Archivio Generale Veneto detto dei Frari, dal Museo Civico, e dalla Marciana di Venezia.
  • 1873. Fonti per la storia dell'Istria negli Archivii di Venezia, nell'opera intitolata — II Regio Archivio generale di Venezia, compilato, dietto incarico ministeriale, per la Esposizione Universale di Vienna, — da pag. 334-352. (Venezia: Tip. Naratovich, 1873).

La seguente lettera del cavaliere Tomaso Luciani, mai pubblicata, e diretta all'amico Luigi dottor Buzzi (attualmente cavaliere), tuttora domiciliato a Trieste, dimostrerà che fino dal 1859 e nel 1870 egli avea appieno apprezzata l'importanza preistorica dei Castellieri. Io non ve la dò tradotta colla certezza che i lettori dell'Antropologia preferiranno molto di più l'originale. Il documento è di grande importanza perchè narra il progresso della scoperta, e le poche note ch'io vi ho aggiunte sono principalmente tratte dalle comunicazioni del biavo e gentile autore a me dirette.

Onorevole Signor Ingegnere Luigi Dottor Buzzi
in Trieste.  

"Il sig. D. M. ed Ella, distintissimo signor ingegnere, ch'io per inopinate combinazioni non ho potuto incontrare e conoscere in un mio recente passaggio per Trieste, mi hanno posto, per eccesso di benevolenza, in un grave impiccio di fronte ai lettori del Cittadino. Mi riferisco allo lettere che si sono scambiato a riguardo mio nei n.ri 26 e 28 del detto giornale.  

"Io non sono uno scienziato, non sono un paleo-etnologo; non lo sono assolutamente. Dello scienze io ne so appena quanto occorre per non averne pretesa. — Però la coscienza del mio scarso sapere non mi rende pusillo, nò mi ha tolto mai il senso del mio dovere. Quindi sono ben lontano dal negare o nascondere coso che possano comunque giovare e in generale alla scienza, e in particolare alla storia del mio paese, che amo [21] tanto. E a dimostrarle co' fatti la mia franchezza e insieme il vivo mio desiderio di stringere rapporti con Lei che mostrasi così addentro nei nuovi studii, la esporrò candidamente non solo le mie qualunque scoperte, ma ad un tempo anche la via per la quale vi sono arrivato.  

"Il rinvenimento affatto accidentale di una importante lapida romana seguito or sono molti anni in Albona mia terra natale, m'invogliò alla ricerca di cose antiche, prima nell'agro Albonese, poi anche in altre parti della provincia. Fatto attento dalle dotte elucubrazioni archeologiche del D.r Pietro Kandler, viddi che l'Istria tutta fu all'epoca della dominazione romana coperta da una rete dì fortilìzii e vedette poste su per le tante sue alture a guardarne il comune alpino, i porti, le cittadi, le vie, ad avvisare pericoli, a propagare notizie. Ma visitato poi partitamente un rilevante numero di coteste rovine negli agri di Albona, Cherso, Volosca, Pisino, Pola, Dignano, Rovigno e Parenzo, viddi o mi parve di vedere, che non tutte sono cosa romana, che in alcune anzi nulla v'ha di propriamente romano o d'altro popolo che possa dirsi civile, che in altre sotto lo strato romano v'è qualche cosa di ben più antico, di assai più antico di quasi ciclopico, a non dir primitivo; viddi, o mi parve di vedere, in parecchie di esse le ultime orme di un popolo antichissimo, povero di bisogni e di mezzi, rozzo, selvaggio, che non aveva l'uso del metallo, che viveva, pare, all'aperto e si trincierava in piccoli gruppi o tribù sulle cime delle montagne, di preferenza sulle più alte. (18)  

"Nata in me questa idea, non visitai più rovina montana senza portarne a casa qualche seguo materiale. Così ho fatto su, quasi senza accorgermi, una buona messe di manichi, di fondi, di labri, di altri frammenti di vasi assai grossolani, e due vascoli intieri, ed altri cocci male impastati, non cotti al fuoco o mal cotti, misti o d'argilla biancastra, e di terra rossa locale, di sabbia, e d'abbruciaticcio, e insieme alcuni pezzi di pietra levigati, arrotondati, quasi partì od avanzi di piccole molle a mano, poi qualche osso anche fesso, e qualche [22] altra pietra ridotta a forme un po' regolari; finalmente mi capitò fra le mani una piccola ascia o scure di pietra nera durissima, lavorata con giustezza di proporzioni. Tutto questo prima del 1859.  

"Trasferitomi altrove, raccomandai la raccolta comprendente qualche saggio di breccia ossifera, buona copia di petrificati, alghe, conchiglie, monete romane e venete, mobili antichi, pergamene ed altri cimelii, raccomandai, dico, ad un mio carissimo parente ed amico, il signor Antonio Scampicchio, che accolse tutto e conservò con gelosissima cura in casa sua.

"Nell'autunno del 1876, no potuto rivedere la terra natale e le mie raccolte, ma l'amico non più. (19) Però trovai vivente il suo spinto nei figli di lui, i quali anzi non contenti di conservare, vollero continuare la mia raccolta. L'avvocato Antonio, che particolarmente si diede allo studio delle cose naturali, s'adopera a completare la collezione locale dei petrificati e tien dietro con passione alle più recenti scoperte paleontologiche ed antropologiche.  

"In una prima gita fatta assieme a Fianona raccogliemmo un elmo di rame e un amuleto di bronzo, che il chiarissimo dottor Kaudler ha giudicato anteriori a Giulio Cesare, non romani, probabilmente liburnici, che è a dire italici antichi. L'amuleto o che altro sia, fatto in un modo da stare appeso, rappresenta un quadrupede a collo lungo, che per le apparenze e la mossa, dovrebbe essere classificato fra i cani, ma che non ha vero riscontro nelle specie viventi.  

"L'autunno seguente (1868), ritornato in Istria, fui ancora più fortunato. Ricuperai dalle mani di un contadino in Vermo, distretto di Pisino, una punta di freccia di selce simile a quella del vicentino. È di perfettissima conservazione, ed ha la forma e le dimensioni precise di quella che il chiarissimo Lioy dà disegnata nel testo della sua Escursione sotterra e che fu riprodotta in altre pubblicazioni.

"Da cosa vien cosa. Riseppi allora che nello stesso agro di Vermo furono dissotterrati molti anni addietro [23] altri ed altri oggetti di cotto, di rame, di bronzo, i quali finirono non si sa dove. Ultimo avanzo di questi ebbi per gentilezza un cavalluccio di rame, rimarchevole anch'esso per il collo lungo oltre il naturale delle specie viventi.

"La punta di freccia (20) ritrovata ia terreno recente dev'essere venuta giù colle acque dai poggi circostanti, poggi ch'io ho visitato, ma che non potei ricercare ancora in tutte le loro parti così da riescire a risultati sicuri. Intanto il fatto della freccia mi animò a spingere innauzi le mie ricerche.  

"Il suolo dell'Istrìa è perforato non solo da grande numero di profonde voragini, ma anche da autri e caverne praticabili ed abitabili. — Pensai che importerebbe visitare e frugare ad una ad una almeno quest'ultime che in esse forse potrebbero nascondersi traccio e avanzi di epoche ancora più remote e veramente selvaggie.

"Fecimo coll'amico Scanapicchio delle ricerche, impegnammo altri amici ad estenderle e moltiplicarle, ma ancora non ci arrise il desiderato segnale. Non disperiamo. Gli uomini dell'età della pietra, dei quali si hanno, come vede, indizii non dubbi nell'Istria, non saranno già cascati qui dal cervello di Giove belli ed armati. Insistendo ci si arriverà, ci si deve arrivare.  

"L'ultimo autunno (1869), potemmo fare qualche escursione sull'isola di Cherso. Nelle vicinanze di Vrana, donde avevo avuti i primi saggi di breccie ossifere, ne trovammo altri ed altri ricchi sopra tutto di denti. Poi n'ebbimo di più rari tratti dalle parti dei Lussini. In uno di questi v'è un notevole miscuglio di grossi denti d'animale e di denti minori ch'io non oso dire d'uomo. È un esemplare che vuol essere giudicato da chi ha famiglialità colla anatomia comparata. — Finalmente, accompagnato da egregie persone pratiche dei luoghi, sono sceso nelle caverne di Ghermosal, non lungi dal canale di Ossero, già descritte dall'illustre Naturalista Alberto Fortis nel suo Saggio di Osservazione sopra V isola di Cherso ed Ossero, Venezia, 1771.

"Molti accusarono il Fortis di esagerato, poetico, visionario. Facile il dirlo, ma io colla scorta del suo [24] libro ho colto la natura per così dire in flagranti, nell'atto cioè che forma e consolida la pasta ossifera chiusa fra strati di pietra. La descrizione eh' ci fa di dette caverne è così esatta, ch'io e i miei compagni possiamo dire di aver posto il piede e la ma.no ove egli lo pose. Ma i cent'anni corsi dalla sua esplorazione sono un giorno nella vita della natura. Tolta forse in qualche tratto l'ultima superficialissima crosta, ogni cosa nelle caverne è oggi appunto com'era ai tempi del Fortis. La scienza invece ha percorso un immenso stadio, ma oggi, se fosse vivo il Fortis certo sarebbe coi primi.

"A Cherso ci dissero che nelle famiglie dei contadini si tengono come infallibile guarentia contro il fulmine certi pezzi di pietra nera che dalla descrizione dovrebbero essere altrettante armi o stromenti dell'età della pietra. Osservarono altri che lo stesso avviene in altre parti dell'Istria e specialmente sul Carso. Non è facile accertarsene perchè la cieca superstizione impone, dicesi, al possessore di fame mistero. Pur cerca e ricerca saltò fuori, precisamente in Cherso, una accetta di pietra nera poco dissimile da quella ritrovata molti anni addietro sui monti di Albona.  

"Per ultimo nello scavo di un canale a Pola sono stati estratti con altre ossa dei grossi denti ai quali pur giova prestare attenzione.  

"La punta di freccia, le due ascie, uno dei denti trovati a Pola, avuto dal signor G. Seraschin e alcuni esemplari di breccia ossifera con varietà di denti, tengo al momento presso di me per istudii e confronti: tutto il resto che ho accennato di sopra esiste in Albona.

"Queste cose furono in parte narrate dalla Provìncia che si stampa a Capodistria, e ne fu toccato di volo anche in qualche articolo del Dizionario Corografico dell'Italia che stampa il Vallardi, sotto la direziono del prof. Amati in Milano.  

''Prima che ad altri io desideravo di comunicar tutto ciò di persona al chiarissimo prof. Lioy, ma nell'occasiono cui sembra coler alludere il sig. D. M. ebbi la sfortuna di non ritrovarlo a Vicenza e quindi i confronti tra le cose Istriane e le Vicentine ho dovuto instituirli al Museo senza il dotto concorso di lui.

[25] "Non ne ho dato poi comunicazione formale a Corpi scentifici, perché voleva prima portare a compimento una serie ordinata di osservazioni e confronti, indispensabili a dedurre conseguenze veramente concludenti e accettabili dalla scienza. 

"Ma giacché ella, esimio signor ingegnere, e il sig. D. M. colla lora gentile pressione mi hanno fatto rompere un riserbo che mi parea doveroso; oggi deposto ogni riguardo mio personale, dirò intiero il mio pensamento.  

"Penso che la punta di freccia avuta a Vermo di Pisino, e le due ascie di Albona e di Cherso appartengano alla terza età della pietra; — penso che i cocci e gli altri oggetti in pietra repeliti e reperibili sulle cime di alcuue montagne dell'Istria; possano corrispondere all'epoca delle abitazioni lacustri o siano posteriori di poco; — penso che le abitazioni lacustri o palafitte non siano mancate in Istria, paese che e per le sue posizioni al mare, e per le conformazioni di alcune interne vallate, vi si doveva prestare benissimo, ma parmi che non siano da ricercarsi per ora alle sponde del Quieto, dell'Arsa o del suo Lago, dove l'enorme quantità di terra calata giù dai monti colle acque dovrebbe averle assai profondamente sepolte, sì piuttosto in altre valli all'interno e lungo la doppia marina; — penso finalmente che le numerose caverne del suolo istriano visitate e frugate con diligenza debbano fruttare importanti rivelazioni, se non alla scienza, certo alla storia del nostro paese.

"Molto di questo non è oggi che ipotesi, ma è ipotesi confortata dai fatti.  

"Oltre le cose accennate più sopra, sta il fatto che anche il sig. Carlo De Franceschi, Segretario della Giunta provinciale, ha trovato sopra non so qual colle del Parentino un cucchiaio di argilla biancastra, a corto manico, rozzamente conformato, e come pare, cotto al sole, — e che il signor Ingegnere Pietro Dottor Madonizza di Capodistria tiene una ruota pure di cotto grossolano rinvenuta in una delle valli vicine. Non pretendo che cotesta ruota sia appunto un indizio di abitazioni lacustri in quella valle, — non corro sì lapido, [26] — pure essa non è arnese romano, né balocco moderno. Ora in questi casi bisogna attaccarsi a ogni filo e prima di affermare o negare, bisogna cercare, indagando argutamente tenacemente le prove. Io oggi non affermo in. modo assoluto, bensì espongo e propongo, contento abbastanza di poter offrire qualche non ispregevole indizio ad una scienza positiva che in pochi anni ha dissepolto un mirabile complesso di fatti, la luce dei quali sperdendo tenebre addensate da secoli giova e gioverà sempre più alla ragionata indipendenza e quindi alla vera grandezza dello spirito umano.

"Le presenti mie confessioni l'avranno di certo persuaso ch'io non sono un paleontologo, nè un paleo-etnologo: posso io sperare di più? ch'esse la spingano a visitare la piccola ma interessante Istria? Visitandola a parte a parte, Ella s'accorgerà di cose che da Trieste non vedensi abbenchè Istria e Trieste sieno uno stesso paese. Desidero che possa farlo. — Ella troverà non solo in Albona, ma in ogni Terra dell'Istria persone premurosissime di accompagnarla nelle sue escursioni, e per agevolartene il non facile compito, e per apprendere da lei il modo più sicuro di fare e di proseguir le ricerche. A Pisino non tralasci di vedere il così detto Castellier dei Bertossi. Le sarà guida il signor Antonio Covaz, che intende egregiamente a studii geologici e segue con grande fiducia i progressi della scienza nuova.

Questo è, onorevole signor Ingegnere, tutto il più ch'io possa oggi dirle delle cose mie e delle cose dell'Istria relativamente alle età della pietra. Ne metta a parte, prego, il sig. D. M. e, se lo vuole, anche i lettori del Cittadino, Forse il vedere eh' io senza capitale di scienza, colla sola buona volontà e un poco di perseveranza, anche in mezzo a lunghe distrazioni ed interruzioni, sono pure riuscito a risultati di qualche valore, forse, dico, incoglierà altri ed altri a proseguire, a ripetere, ad allargare le avviate ricerche e così la mia ipotesi sarà o ampiamente confermata dai fatti, o ridotta entro più giusti confini. Se non ci avrò guadagnato io, che non importa affatto, ci avrà guadagnato la scienza, la storia, il paese che importa moltissimo.

'Gli errori stessi
[27] Giovan sovente a dar più lume al vero.'

"Grato infino alle cortesi, troppo cortesi, espressioni che ha voluto usare a mio riguardo senza ancora conoscermi di persona e desiderosissimo di fare appunto la personale di lei conoscenza, chiudo oggi collo attestarle la mia ammirazione e coll'augurarle la letizia di qualche importante scoperta qui nel nostro bene amato paese.

"Di Lei, Sig. Dottore e ingegnere,"

 

"Obbligatissimo

 

"Tomaso Luciani

"

Venezia, febbrajo, 1870.  

L' esempio di questi uomini egregi giovò un cotal poco a Trieste ad abbattere la esclusiva legge del Dio Fiorino, la pura e semplice adorazione del Vitello d'oro. Fra la piccola comitiva v'era pure il fu dottor Carlo Buttazzoni, la cui immatura perdita nell'eta d'anni 39 è tutt'ora deplorata. Nato a Trieste uel 1833, egli s'addottorò a Vienna, e ritornato iu patria nel 1869 cominciò la pratica legale; ma preferì il campo dello studio istorico-archeologico alla camera professional, consecrando tutto se stesso ad illustrare il passato di Trieste, dell'Istria, e del Friuli. La estesa sua lettura, la sua perspicacia, ed uno spirito di fiua critica gli guadaguarouo il plauso dogP intelligenti, ed ha lasciato un fascio di manoscritti, i quali, spero, vedranuo la luce sulle pagine dell'Archeografo triestino. (21).  

Un altro dotto triestino e pure l'avvocato Carlo Gregorutti, il quale sfortunatamenèe e in oggi impedito di proseguire gli interessanti suoi studii. Voi vi accorgerete che questo breve compendio tratta di un soggetto, che richiederebbe assai più tempo e spazio di quello mi potete accordare. Dirò solo, a mo'di conclusione, che Trieste può andar superba de'suoi figli!  


PARTE IIa. VISITA AI CASTELLIERI  

[28] Discorriamo in primo luogo del loro nome.

La popolazione italiana delle città e dei borghi applica indistintamente a questa specie di rovine il titolo di Castelliere (vecchio castello); quest'ultimo è una corruzione del latino corrotto Castelleiium. II dialetto veneto italiano abbrevia la parola in Castilier o Casteller. (22) La popolazione mista dei villaggi e della campagna che parla lo slavo, adopra l'espressione di grad per luogo murato o città; quindi starigrad (castel vecchio o città vecchia), gradaz, gradina (rovine di luogo antico non più abitato) o gradischia. (23) In generate quella popolazione e in sommo grado ignorante di ruderi che giacciono a pochi passi dalle sue porte, e l'inconscio viaggiatore viene spesso condotto per un quarto d'ora (leggasi un'ora e un quarto se non più) attraverso spineti e sopra macie per vedere alcun castello in ruina veneto, che sempre credesi distrutto da "Attila sævissimus."

[29] II dottor Kandler avendo dichiarato questi Castellieri, campi romani, dispose la sua "rete" in modo che due punti fossero sempre in vista ad uso di segnali, e ci presentava di molte sommità di fabbricati, che a dire dei migliori osservatori locali, mai esistettero. Un occhio sperimentato può sempredistinguere ad una certa distanza le traccie d'un cerchio o di un ellisse, formati sul terreno collo spianare la cima, e le graduali elevazioni d'attorno o balze che di regola sono comparativamente libere da alberi e da siepi. Una più attenta indagine ci fa scoprire qua e là dei frantumi di stoviglie la cui pasta greggia e ruvida vivamente contrasta col fino prodotto delle fornaci romane e coi materiali più omogenei de' tempi moderni. Sarebbe facile di raccogliere il peso di una tonnellata di questi framinenti: io ne sottopongo alcuni alia curiosita de' miei confratelli inantropologia. Coteste traccie sono determinate da un segno infallibile; cioe dalla terra nera uon propria della superficie dell' "Istria rossa". (24)

Questo terriccio nero composto di cascami e residui organici tra macerie e rovine in luoghi deserti ed incolti, non fa mostra di vegetazione, all'infuori di erba selvatica e di cespugli nani e spinosi. In una mia anterioro pubblicazione (la Siria inesplorata, 1.55) io ho parlato estesamente della probabilità che questo terriccio nero, questa terra marcia ed oscura segnasse i contorni di città rovinate, come Ba' albek e Palmira, Tiro e Sidone, che in altri tempi occupavano un'estensione dieci [30] volte maggiore dell'attuale.

L'esistenza di Castellieri, quali rovine preistoriche non romane, fu di recente confermata dalla scoperta di armi di pietra. Sulle sporgenti sommitä della penisola, le più durevoli muraglie di pietra calcare dei Castellieri, segnano generalmente il ricinto; ma nell'interno ove i ripari erano fatti di più fragile materia, la scoperta principale sono la spianata di terra, gli oggetti di cotto, la terra nera, e gli utensili di pietra. Speriamo che più laboriose esplorazioni porteranno alla scoperta di crani e di ossa, che pongano in grado di determinare la razza che occupava questi avanzi interessanti.

Per lo più i Castellieri coronavano le sommità di colline isolate e di poggi, i quali, benchè non siano moraine, sembrano pure essere stati così conformati da azioni glaciali. Un altro sito prescelto era il Pol o Pass; un terzo era la piattaforma sulla sporgenza al ciglio di qualche anfratto, {muli detti iu Irlanda, e mull nella Scossia (25). Da qui il peculiare aspetto di parecchie [31] città istriane, come Pedena e Gallignana, le quali furono fabbricate sopra cosifatte alture. Vedute dal basso esse appajono sospese sopra la sommità di colossali muraglie inaccessibili. Un nido di corvo, con dentro infilzato un bastone, è la sola cosa a cui si potrebbero paragonare; oppure esse appariscono quali ombre, come fossero strane dimore vedute attraverso la nebbia di notte oscura. Nè possono chiamarsi villaggi, ma piuttosto città in miniatura, o castelli non dissimili dalla Corte che rappresentava Vienna prima del 1856.

Le fredde sommità preferite da alcuni villaggi, p. e. quella sul monte Zucchero (o Sissol?), che è un prolungamento meridionale del Monte Maggiore, sarebbero indizio che la popolazione avesse modi di difesa contro le intemperie.

Non tutti però sono sopra terreno elevato, chè si sono veduti avanzi di Castellieri sui bassi piani fra il piccolo villaggio di Chersano (Carsianum?), ed il lago di Cepich, (Lacus Arsia), l'unico lago dell'Istria. Nè sono essi ristretti al continente, che se ne sono trovati due, a detta del Kandler, sulla più grande delle isole Brioni, e due su quelle di Sant'Andrea e San Giovanni al sud di Rovigno.

Il ricinto era doppio, eccetto laddove la trincea inaccessibile al predatore rendeva un baluardo sufficiente, e le forme erano molto irregolari, essendo determinate dagli accidenti del suolo. Di solito la facciata appoggiava sopra una rupe o ripido pendio e la forma tipica dell'intero è dimostrata nei disegni 8, 9, e 10 dell'originale inglese.

L'intera penisola fu una volta coperta di questi villaggi, ed il Fato li ha trattati col solito suo capriccio. Alcuni sono stati portati via materialmente, in ispecie quelli appresso la linea delle strade moderne. Altri sono per iscomparire, essendosi utilizzati come villaggi, e quei delle sommità come rozzi tuguri [32] della greggia e dei pastori (26). Ma dove la posizione, la quale determina l'eterne città del mondo, per esempio Damasco, era favorevole, il Castelliere, come a Pisino, (27) divenne successivamente un castello, un piccolo borgo, poi una città, colla prospettiva anche di essere promossa all'onoro di città più grande. Viceversa Muggia-vecchia, nel golfo di Trieste, fu un tempo un castello ed una parrocchia, ed è ora una rovina; mentre il vicino Castelliere degli Elleri è affatto distrutto, ed Antignano è ancora un villaggio. Di regola la cappella sembra essere stata sempre eretta in forza del sito opportuno, a ciò è prova dell'amore degli ecclesiastici pei posti elevati.

La seguente lista di quindici Castellieri nel territorio di Albona, che occupa la parte sud-est della penisola, mostra come il totale sia considerevole. Mi fu data dall'onorevole dottor Antonio Scampicchio, il quale mi avvertì come i principali luoghi ove si possa sperare di rinvenire avanzi preistorici si riducano a cinque o sei:

  1. Cosliacco, (cioè costa di laco o il Romano Caprinium?), il Castello usualmente noto per Castelliere di Monte Zucchero. Quest'ultimo non dev'essere, confuso dall'altura dello stesso nome presso Pola.
  2. Gradina di Cosliacco, sulla strada che conduce dalla Villa Vosilli verso Fianona; questo non. [33] include il Castelliero tra Chersano ed il lago.
  3. Sumber (nella mappa militare austriaca che abbonda di errori nella nomenclatura, Sumberg) sopra il pendìo orientale del Canale superiore alòa Val d'Arsa (in latino Arsia) a sinistra (ovest) della strada che conduce da Albona a Pedena. Dall'altra parte del grande burrone e il Castelliere di Oritz, casale circa un'ora di cammino sud-sud-est da Pedena.
  4. Gradina presso Sumber.
  5. Starigrad dai Rusich, più giu del pendìo orientale della Val d'Arsa, nel territorio di Vetva d'Albona; qui venne trovata una scure di bella pietra nera.
  6. Punta di Santa Croce presso Zamparovizza (mappa, Tzemparoviza) a San Martino pure in Vetva d'Albona, e all'est nella Val d'Arsa, la gola che divideva 1'Italia dalla Liburnia.
  7. Gradaz, presso l'imboccatura del Canale dell'Arsa sopra la valle dei Toni vicino alla Punta Ubas o Ubaz, l'imboccatura orientale del seno nel Comune di Cerovizza d'Albona.
  8. Gradina, nel bosco della Punta Ubas, rimpetto Castelvecchio, che giace all'ovest dell'imboccatura dell'Arsa. È pure nel Comune di Cerovizza d'Albona.
  9. Gradina vicino S. Gallo di Albona, circa un miglio e mezzo al sud-est di questa città.
  10. Cunzi, il quale essendo il più conservato di tutte le rovine preistoriche istriane, verra tra breve descritto dettiigliatamente.
  11. Punta di Portolungo, stretto e porto al sud-sud-est di Albona. Quivi dicesi trovarsi avanzi come di cisterne murate e di una forte muraglia. (28).
  12. 13. 14. 15. Quattro rovine di Castellieri, sulle sommit' tra Fianona (il porto romano e il vecchio [34] castello di Fianona che diede il nome al Sinus Flanaticus presso il Quarnaro) e Zagorie, cioè dietro la Gora o montagna.

Questa lista non inchiude Albona stessa, dove furono trovati pareechi utensili preistorici, nè Gradina di Moschienizze nel Comune di Volosca al nord di Albona, la quale ultima può difficilmente essere visitata senza la scorta del signor Tomassichi, il civile e cortese albergatore di Moschienizze, borgata che sta di fronte al bellisimo golfo del Quarnaro.

Ed ora dando un addio alle generalità, io voglio descrivervi la mia ultima escursione fatta di recente nel ritorno da Bahia in compagnia di un vecchio amico, Carlo H. Villiams, alla mezza dozzina di stazioni preistoriche all'est ed all'ovest della penisola istriana.

La mia seconda visita in Albona fu sfortunata in quanto che v'era assente il dottor Scampicchio, essendo a Parenzo deputato alla Dieta. Il fratello di lui però ci diede gentilmente "un indicatore Marco Iuricich" il quale aveva cognizione dei luoghi del Comune. In una stuponda mattinata di novembre, colle valli imbiancate di brina e col mare e col cielo cerulei e limpidi come nelle deserte regioni del Mar Rosso, scendemmo la strada zigzag di Albona e ci dirigemmo al nord-nord-est verso il monticello di Cunzi. Esso è una collina alquanto scoscesa lunga circa un miglio, posta da nord-uord-est a sud-sud-est, e circondata in ogni parte da, pianure. In questa stagione le quercie, i cespugli di more c di rovi che quivi coprono i dintorni del mare e delle roccie sono di un colore cupo cho contrasta col verde delle valli, col bruno chiaro della fila di colline sopra Fianona e colle creste grigie del locale Cimborazo, il Monte Maggiore, le cui sommità che assumono da certi rombi la figura del "seggio di Arturo" nè formano lo sfondo. II munticello di Cunzi e coronate a settentrione dal Krisni-breg (Monte Croce), un cono tutto coperto di alberi il quale serve di pietra migliare alle rovine. Una strada romana ne circoscrive la parte interna, ed il contorno è pure tracciato da un mpleto macadam.

II fianco della collina, che prospetta Albona, è coperto da mucchi di pietre ora connesse ed ora staccate. Questi ultimi fanno supporre che le capannette delle vigne [35] in ispecialìtà quelle intorno a Pola, le quali hanno l'aspetto di fornaci, possano essere gli avanzi di forme antiche. I muri fatti di aridi frammenti calcarei e di mattoni sovrapposti gli uni agli altri e non sostenuti da stipiti, compongono il tetto; — intorno a Hums e Hamab io ho veduto consimili abitazioni. Siccome la boscaglia viene tagliata ogni sei o sette anni, dopo il taglio si offrirebbe un' eccellente apportuuità per rilevarvi uà piano dettagliato.

Dopo avere attraversato diversi muri di arida pietra, che dividono la proprietà dei baroni Lazzarini dalla parte superiore che appartiene alla famiglia Depangher, noi venimmo in vista delle rovine e tutti i miei sogni sul Nurhags e Talayots furono d'un tratto di apersi.

Il castelliere di Cunzi (29) si appoggia sopra il ciglio di un peudìo, anzicchè sopra una rupe, ed il suo muro di fronte è scomparso. La distanza è incirca tre quarti di miglio lineare geografico dagl'imbìancati e cospicui campanili di Albona, che corrispondono a 250.°

I suoi costruttori ebbero certamente l'intuito estetico come Carthusians. Di fronte ammirasi la profonda e fertile valle di Ripenda, che è pure il nome del Comune, confinante con una lingua di terra alla cui estremità apparisce una striscia di mare azzurro solcato sempre da navigli. Circa 1,200 piedi al di sotto (30) ed alla destra sud-est, si allarga la tranquilla baia di Rabatz (Rabaz), la "marina", della piccola antica capitale repubblicana, i cui muri del castello tapezzati d'ellera possono essere veduti attraverso la non fitta boscaglia.

Al di là della Faresina o canale occidentale del Quarnaro (31) giace la elevata Cherso (Crexa), il Capri [36] della gloriosa baia di Fiume, ed un bianco lembo di terra dinota la sua capitale (142° magnet). Al sud-sud-est (175° N.) si eleva il monte Ossero, una piramide di forma regolare, all'estremità dell'isola di Lussino; e nel fondo verso levante s'innalza in sommità addentellate, staccandosi su limpido cielo, la grande catena delle montagne dalmate, le Alpi dinariche; mentre a settentrione s'innalza il Monte Maggiore colla bizzarra sua cresta murale.

La facciata del pendìo dì fronte corre dolcemente da nord-est e sud-ovest a sud-ovest e ad ovest, e l'intera lunghezza del prospetto è di 325 piedi. Alla estremità cominciano doppie muraglie, le quali divergono gradatamele; alla parte nord-nord-ovest dell'ovale più lontano dalla rupe osse lasciano un intervallo di 50 piedi. Principiando dalla estremità nord-est l'interno recinto mostra dopo 95 piedi un'entrata regolare, la quale vedesi più chiaramente in uno schizzo preso sopra luogo. Alcuni opinano che questo recinto molto interessante sia moderno, ma io non potei scoprire traccio di restauro, eccetto che alla cresta, e colla stessa materia primitiva. Quest' ultimo è stato fatto di piccole pietre ammonticchiate le uno sopra le altre all'altezza di 13 piedi, quando ne sarebbero stati sufficienti sei o sette (32).

Trenta piedi più in alto conducevauo ad un'apertura, non ad una porta, e oltre a questa altri 145 piedi mostrano una seconda apertura a nord-nord-ovest, la quale è dubbio possa aver appartenuto all'originale. L'arco meridionale misurava 330 piedi, e l'intera circonferenza 565 allo incirca; mentre il diametro dell'interno recinto dall'est all'ovest ammontava a piedi 250, (33).

Il terreno mostrava una fìtta vegetazione di querce e di cespugli, tra cui radure di roccia calcarea; ne qui uè altrove abbiamo veduto di quei mucchi di pietre piccole sciolte, le quali fanno ritenere che le abitazioni altro [37] non erano che di legname dei boschi vicini. C'era uno spazio erboso e sgombro intorno la maggior parte del muro interno, corrispondente ad un baluardo delle moderne nostre fortificazioni.

Quando fu fondato o tracciato quel luogo di dimora la cresta del colle fu evidentemente spianata in imo o più luoghi, rimanendo dell'originario declivio a formare la base del parapetto. Sopra questa base erano collocate in massa, pietre calcaree, che misuravano talvolta due piedi cubi in ordine mediocremente regolare "muros seccos? mai fatto con malta o con pezzi lavorati o tagliati; il tout ensemble formava una rozza architettura di stile comune appellato ciclopico. La grossezza interna del parapetto era da quanto apparisce riempita di pietre più piccole, ed ella variava dai 18 ai trentauno piedi verso l'apertura nord-nord-ovest. Il declìvio interno del era erto e mondo di macerie; la scarpa esterna o controscalpa, disposta ad angolo regolare, era coperta per trenta piedi all'incirca di pietre muscose che sdrucciolarono o furono rimosse dal loro posto, e Cunzi come le altre rovine sono strettamente rivestite da una folta vegetazione di spini e di rovi. Il recinto tra i muri esterni e gl'interni era generalmente coperto d'erba, ed io ritengo che qui fosse tenuto il bestiame e le capre appartenute agli abitanti stessi. .Nello spazio fra i due muri il vecchio Marco ci mostrò una incavatura circolare praticata da un "prussiano"; e ci assicurò che gli rese scarsi risultati (34). Il terriccio nero e le stoviglie rotte qui come al solito coprivano il muro e al Museo Scampicchio mi vennero mostrati ventitre frammenti, (35) la cui materia più fina li fanno ritenere d'origine romana. Furono pure rinvenuti due vasi di terra; uno dei quali a doppio manico può essere fattura latina; mentre l'altro a un solo manico rozzamente cotto al forno è probabilmente di data anteriore (36).

[38] Non posso finire questo cenno sui Castelliere di Cunzi senza rivolgere una parola di riconoscenza alla famiglia Depangher, la cui cura intelligente ha preservate quelle rovine dalle ruberie che hanno colpito le loro vicine colla "abominazione della desolazione".  

Il seguente Castelliere che visitammo, si trova a destra della strada maestra di Vragna, il Raven, (37) attraverso l'ascesa del Monto Maggiore che conduce a Fiume, Un grande taglio nel fianco occidentale della montagna porta sopra il suo margine destro la piccola colonia di Stara-Vragna (Vragna vecchia) la romana Aurania, e accanto ad essa ci fu mostrato una rovina sopra un burrone profondo e ristretto. Le rovine d'un castello probabilmente veneto nascondono qui ogni traccia di Castelliere, so pure ve ne fu mai. Ma più in alto vicino ad una casetta, nel sito conosciuto sotto il nome Nezeil, vedemmo l'orlo di una cinta la cui base raggiunge quasi il margine destro della strada ascendendo; ma non offriva nulla di nuovo.  

La nostra terza escursione nelle vicinanze di Albona fu a Dobrova, una grande casa di campagna appartenente ad una famiglia di ricchi possidenti, i baroni Lazzarini. La nostra guida in questa occasione fu il signor Ernesto Nacinovich, cbe ci avea invitato di acquartierarci durante la notte nella sua casa paterna a Santa Domenica. Una passeggiata di circa 20 minuti ai nord-nord-est sopra una sommità coperta dei soliti spini e rovi ci condusse alla contrada la cui parte settentrionale è chiamata Stermarz, e la meridionale Stari-grad. Questo Castelliere che prospetta la bassa valla di Prodol fu quasi distrutto, ed it solo suo punto interessante è la disposizione della cinta irregolare adatta alle esigenze del terreno (38).  

[39] Ma prima di lasciare Albona noi visiteremo il Museo Scampicchio ove troveremo alcuni interessanti esemplari di armi di pietra. Tutti sono della lucida categoria popolarmente chiamata neolitica, ed infatti per tutta l'Istria, che è affatto mancante di pietra silice, io non vidi un esemplare più vecchio di questa specie. Col gentile permesso del proprietario ne feci dei disegni, e qui segue la lista dei più importanti. Nessuno d'essi presenta alcuna novità nella forma, e come il solito, essi sono per la maggior parte composti di quella pietra che non è propria del paese. Queste armi sembra abbiano viaggiato come le conchiglie chiamate Kauri o cowrie.  

  1. Le due punte di freccia di silice, l'una con arpione tang, l'altra senza, furono trovate a Vermo presso Pisino, ed il signor Antonio Covaz me ne mostrò una terza, trovata nello stesso luogo. Vermo ha fornito anche gusci di molluschi, di terra e di mare evidentemente usati per cibo, ed ossa spezzate di mammiferi rivestite di un involucro calcareo, formante una breccia ossifeva. (39).
  2. Il disegno N. 9 del testo inglese iu grandezza naturale è quello della magnifica scure di pietra verde, [40] il più grande modello della sua classe «sposto al Congresso autropologico-archeologico di Bologua. Pu per mezzo secolo nella famiglia Luciani-Scampicchio, che fortunatamente l'ha preservata dallo smanirnento.
  3. La stessa Albona ha fornito cinque esemplari: un puntello a pietra d'affilare di torma piramidale; una scure nera che può servire di pietra di paragone; una piccola ascia molto graziosa di pietra verde alquanto lavorata; una terza di simile inateria coil un orlo tagliente; e gli avanzi di una quarta scure o zappa.
  4. Da Pedena, evidentemente luogo preistorico, che ha innalzato testè un campanile del valore di 12000 fiorini, e capace tanto da alloggiare l'intero paesello, fu un'ascia fina di pietra verde ed un cubo lucido senza spigoli più piccolo, il cui uso è dubbio.
  5. Da Parenzo un'ascia.
  6. Da Fianona un frammento lucido.
  7. Dall'Isola di Cherso un'ascia.
  8. Da Chersano una pietra nera lucida, apparentemento un'ascia, ma in parte a forma di scure.

Dopo aver dato un addio al gentile nostro ospite, ci dirigemmo verso Pola, che il mio compaguo desiderava visitare, e passammo una giornata deliziosa in gran parte presso il Club Navale assieme al nostro compatriota il comandante I. William Greaves, ed il fratello di lui il capitano Edward Germonnig, ambidue sulla flotta austriaca (40).

Viaggiammo quindi per istrade tortuose (41) e [41] impraticabili verso la costa occidentale del "Piemonte orientals", esultando assai pel rnutarnento del clima. Noi avevamo sofferto due giorni di freddo che finirono in pioggie torrenziali accompagnate da tuoni e lampi fortissimi, sotto un cielo grigiastro e melanconico, in mezzo a vento acuto, rinfrescato dalle nevi del Monte Maggiore e della terra dei Cici, clima, che poteva stare a paragone con quello della costa di Essex. Ma alla costa occidentale evvi un' atmosfera deliziosa, fresca, chiara, tranquilla, che mi ricordo l'Uper Sind nella stagione dei venti eterei. La rumorosa Bora, che nel 7 dicembre 1873 rovesciò una vettura, e precipito un treno di cinque vagoni presso Fiume, uccidendo tre passeggieri e fereudone otto, quivi cesso dall'infuriare, ed il solo sintomo del suo corso attraverso i freddi altipiani della Stitia era uu cielo limpido con l'aria la più secca e frizzaiite. La vista dell'Adriatico e le forme delle soprastanti coste rocciose ci ricordarono ad eutrambi Malta nel suo aspetto più iucantevole.

A Rovigno, la più grande città istriana, celebre per la moderna chiesa dedicata ai santi Giorgio ed Eufemia, (anno 1725), venne ultimamente fatta una scoperta iu una giotta che racchiude avanzi romani. Questa scoperta fu inviata al cavaliere Luciani, il quale occupa in coteste regioni la stessa posizione da se acquistata, che ha in putria il mio amico Giorgio Petrie di Kirkwall (Orkneys). Di la per una via stranamente serpeggiante, formata dai rientrameniti del canale di Lemo, (Cullaeus Limenis), ci avviammo per Parenzo, sede attuale della Dieta Istriana. Lo scopo mio nel visitare questa città fu per chiedere il permesso di copiare la Rete dei Castellieri lasciata inedita dal defunto dottor Kandler. Mi affretto a dire che il mio desiderio fu sollecitamente appagato. II Capitano provinciale dell'Istria, signor dottor Francesco Vidulich, il Vicecapitano, signor dottor Andrea Amoroso, e il Segretario della Dieta, signor Carlo de Franceschi, — un archeologo continuatore dell'opera del dottor Kandler, — mi diedero commendatizie per la signora Giovannina Kandler-Brauchi, Tunica figlia del venerato antiquario. Nel giorno successivo al nostro arrivo a Trieste le carte furono di già a mia disposizione. La loro grande dimensione, una fotografia della mappa catastale, e la [42] complicazione dei dettagli, le rendono poco adatte all'uso popolare. Io pregai perciò il signor dottor Angiolo Quarantotto d'inserire ciò ch'è necessario nella mappa stampata dell'Istria e che vi ho accompagnato a questi fogli.

Parenzo però merita di essere visitata per se stessa, evidentemente ell'è la città più romana della penisola. La Cloaca Maxima, alta circa 5 piedi, scorre sotto la strada principale che è regolare e giace parallela alla marina; i templi di Marte e Diana esistono ancora; e due piazze conservano il nome di Praetorium alquanto corrotto, e di Martorio o Forum Martis.

Tutto al intorno vi sono traccie di occupazione romana; in rocccie di pietra calcarea sono scavati dei sarcofaghi, parecchi dei quali prospettano ad est-ovest, e son quei bacini quadrati e bassi (Vasche) che in Siria si riconoscono per torchi antichi ad olio o vino, o per tini fatti per la liscivia. Non è piccola sorpresa di vedere ancora il podere di Claudio Pansa, come se quel grande fosse or'ora passato a vita migliore. (42)

A Parenzo io fui fortunato d'imbattermi nel sig. dottor Scampicchio, e nel sig. Antonio Covaz. Il primo mi presentò ad un suo parente, il sig. marchese Giampaolo de Polesini. Stabilimmo in fretta una escursione, e al dopopranzo dello stesso giorno sortimmo per visitare Moncastello (Monte Castello) nella possessione di Cervera (43), appartenente al sullodato sig. marchese.

Andando in carrozza lungo la costa, noi giungemmo in mezz'ora al luogo designato, ed una passeggiata di pochi minuti sopra un terreno basso e sopra una piccola altura ci condusse al Castelliere. Il piano unito nel testo inglese, che è la traccia dell'antico Castelliere chiamato di Moncastelli nel circondario di [43] Cervera, proprietà del sig. marchese Giampaolo de Polesini, e che io debbo alla cortesia del proprietario, mi fa astenere dalla poco piacevole necessità di una descrizione. Qui la cosa principale si è che i romani evidentemente occupavano parte dei luoghi preistorici; mentre che il nucleo è indicato con chiarezza dalla collina divisa io prominenze o in rialzi.

La mattina seguente divisammo recarci a Santangelo, situato circa 45 minuti al sud-est di Parenzo, sopra un'altura alquanto discosta dalla strada romana. Esso è rimarchevole per le rovine di una chiesa comparati va mente moderna, dedicata all'Invocazione, che le da il nome. Questo Castelliere ha gl'indizi normali; tra cui terreno nero, copia di rottami di stoviglie; ma qui si rinvengono alcune novità di dettaglio. L'altipiano piatto e roccioso, fiancheggiato da bazi, sopra cui ergevasi la chiesa, era, da quanto appare, un'acropoli o campidoglio, che non richiedeva una difesa artificiale, e il solo indizio di cinta, è sul pendio più basso che fluisce in un uguale terrapieno. Al nord era un resto di entrata con quattro lastre dì pietra poste per gradini, i quali però possono essere stati fatti a comodità dei pellegrini; ma le traccio di un portone sotto la cresta di levante fanno supporre un'origine più antica. Fu rinvenuto un sarcofago (scoperchiato) tagliato sull'orlo della roccia dell'acropoli, che prospettava ad est-sud-est, ovest-nord-ovest; in lunghezza 1.80 m., nella maggiore larghezza 0.60 m., e nella minore 0.51 m.

Questa parte della costa istriana è un gentile ed uguale pendio, sparso ovunque di monticeli naturali di pietra cretaceo-calcare arrotondati forse da un'azione glaciale e coperto di terra rossa. Il paese, dicesi, vada gradatamelo abbassando, ma a me non fu possibile di constatarlo (44).

La più vicina prominenza al nord porta il nome di Mordelle, e qui le moderne cave di pietra hanno cancellato molte traccio dell'antico Castelliere; il cono spianato apparisce in distanza un grande forte moderno.

[44] A sud-est s'aderge pure quello di Pizzughi, i cui contorni addentellati e le terrazze ascendenti rivelano subito ad un occhio sperimentato il loro essere. Il d.r Kandler poneva altri "Campi romani" a Monghebbo e a San Servolo, quest'ultimo un quarto monticolo, ma il sig. marchese Polesini, a cui è famigliare la località, nega assolutamente che si possane quivi rinvenire segni o traccie di abitazione: lo stesso dicasi della Punta Grossi, il quarto capo a sud-sud-ovest di Parenzo lungo la spiaggia, e dell'attiguo capo meridionale ove giace "Castelleria". Noi ritornammo a Trieste assai contenti della nostra escursione; ed io raccomando d'imitarci a tutti que' miei concittadini che possono sopportare un po' dì disagio, pel difetto che havvi nella stagione invernale di focolari e di fuochi. Il clima che io sperimentai quivi nei mesi di agosto e di dicembre è salubre, fattane eccezione di pochi luoghi; dapertutto però temperato, siccome canta un poeta persiano:

 
"Na garmi' sh gam o na sardi' sh sard'
II suo caldo non è caldo, il suo freddo non è freddo.
E come lo descrive l'Anonimo (Scymnus?) (a. 382)

"Non nivosus enim neque nimis frigidus".

Le strade sono in complesso eccellenti, e si possono trovare cavalli e muli per le strade secondarie. Nelle città principali, il cui aspetto odierno è quello delle antiche città venete conservando anche l'apparenza rustica o romanzesca che contraddistingue le fortezze a piramide dei più alti Appennini, si trovano alberghi di qualche specie. Nelle campagne invece scarsezza di letti, e un niente in risposta alla domanda: cos'è da mangiare? A Canfanaro soltanto l'oste e l'ostessa, malgrado i nostri rifiuti, ci offersero lo spazioso loro letto matrimoniale. Il contadino per altro sì distingue ovuuque e per la sua civiltà col forestiero e per la sua temperanza e buon ordine. Esso va notato ancora per la varietà dei tipi e pe' suoi costumi pittoreschi ehe mutano a seconda delle località.

Non è difficile col soccorso di matura sperienza e con un po' d'immaginativa di ristabilire l'antica selvaggia condizione dei Castellari di pietra, ed il viaggiatore, in ispe ie quello dell'Africa, ha il vantaggio di rivivere [45] nei tempi preistorici. Tacito dice dei Germani: "Urbes habitari satis notum est... vicos locant, non in nostrum morem, annexis et cohaerentibus edificiis; suam quisque domum spatio circumdat", ma qui noi dobbiamo ammettere dei passaggi fra le case. Vi sono ragioni per ritenere che il villaggio era di legno e di paglia piuttosto che di pietra, "imbrem culmo aut fronte defendunt (Senec. de Prov.), e, casae more Gallico stramentis tectae."

Noi dobbiamo presciegliere le capanne di forma conica, a guisa d'alveare, delle razze inferiori, alle quadrate o paralellogramme che s'avvicinano di già un gradino alla civiltà. Le muraglie della cinta o delle cinte saranno state sei o sette piedi alte all'esterno, e tre o quattro all'interno, permettendo ai guerrieri di usare delle loro freccie, dei giavelotti, e delle fionde; mentre uno spazio sgombro ove i giovani facevano la guardia con iscure, con lancie e con mazza separava le capanne dal baluardo. L'entrata o le entrate del cortile sarebbero state chiuse da fascine di spini della specie della Spina Maruca (Paliurus aculeatus), Umm Gbaylan (Mughilan) degli Arabi, le cui spine ritorte le rendono una vera barricata (wait-a-bit) spalleggiata da tronchi d'alberi formanti forti palizzate. Tomasini ammetta trincee e palizzate di legno, ma quest'ultime non sono necessarie.

L'area abitabile avrà misurato nell'interno 24,000 (-200 da 120) piedi quadrati, assegnandone 200 ad ogni capanna; il villaggio avrà contenuto un totale di 120 focolari. Riducendo questo numero a 100, perchè vi possa essere luogo per cortile e passaggi che prendano le veci di contrade, e dando a ciascuna famiglia un minimum di cinque individui, noi abbiamo pel nostro villaggio un'adunanza di circa 150 guerrieri dell'età di 18 a 55 anni. Siccome il territorio di Albona contiene circa 20 Castellieri, la popolazione dell'Istria orientale non avrebbe contenuto meno di 10,000 anime, se tale termine si potesse applicare ad uomini che fossero stati ombre e non anime. Gli abitanti, benchè fossero una razza alpestre e feroce, si dedicavano ad una specie di agricoltura; i daini, gli orsi, i lupi non erano rari nelle montagne, e le lepri, le volpi, i tassi, e le martore (Mustela foina) erano comuni nelle pianure come lo sono anche in oggi.

[46] Non havvi indizio di templi; secondo Luciani gl'istriani adoravano tronchi d'albero e roccie del puro feticismo. Forse come i Germani di tacito, essi adoravano la Terra, o come quelli di Cesare veneravano il Sole, la Luna, ed il Fuoco ("Vulcan Agni devta" ecc). Essi avranno avuto una fede più spiegata a seconda che progredivano nella civiltà. Finalmente secondo Giustino (IX?) l'istrianorum Rex attaccò gli Sciti e li costrinse a chiedere soccorso a Filippo il Macedone. Martianus Heraclensis parla inoltre dei "Thraces, Histri dicti", e noi sappiamo da Erodoto, che i Traci dopo gl'Indiani erano la più grande fra le nazioni barbare. Essi tenevano chiuso il loro bestiame fra le mura esterne od interne, la cui entrata o entrate bloccavano con ugual cura. Una totale mancanza di conduttura d'acqua dimostra che i giorni dell'assedio regolare non erano spuntati, e che il semplice atto di rifugiarsi entro la cinta determinava la ritirata degli assediati. 

V'invito ora ad entrare con me nella capanna preistorica. È una capanna indiana o della forma di pane di zucchero, col tetto di quercia abbattuta dal fuoco, e preparata col lento e faticoso lavoro della scure di pietra. L'uscio di strada è senza imposta, alto 3 piedi inglesi a 3-1/2, e serve come camino pel fuoco che fa fumo, il quale col tempo umido è acceso in ogni parte del suolo. La fiamma geniale veste la interna paglia di una leggera mezza tinta e di lunghe stalattiti di fuliggine, che pendono in via d'ornamento. Ella serve a purificare il suolo, il quale, senza un'accidentale copritura di cenere, sarebbe sucido da non potersi tollerare. Quivi non v'hanno divisioni che separino i genitori dai figli; ma il nostro selvaggio, che senza dubbio è un poligamo, mette la sua progenie quand' è adulta fuori l'uscio; le sue mogli sono forse di abbastanza buona condotta, ma meno che diciamo intorno alle sue figlie è meglio. Dalle muraglie pendono le armi: la mazza, la lancia, l'arco e la sua freccia, colla quale egli ammazza il pesce, ed il suo catamaran di tronchi di faggio legato coli strisce di pelle, gli serve per canotto; le sue lenze sono intrecciate dalle donne, forse coi capelli, più probabile col lino o fibre d'albero. Il suo pestello di pietra mostra la conoscenza di qualche grano ch'egli pesta e mischia [47] coll'acqua simile al gofio dei Guanches (45). La saliera o vasetto di sale è il mare; le sue masserizie fanno supporre l'uso del latte e del latte quagliato, dell'olio, del vino, e forse del sidro, o vino di pomi e dell'"idromele", fermentazione di mele con acqua. Egli non serba provvigioni; neppure pesce disseccato al sole o affumicato: è imprevidente quanto è onnivoro, talora gozzoviglia colla selvaggina, coi rombi, e coll'aristocratico palinurus di questi mari; in altre stagioni sostenta la vita con chiocciole, con corteccie triturate e con quant' altro sia buono a mangiare. È assai probabile che sia un cannibale. Tutte le razze primitive erano, secondo la tradizione, di antropofaghi, eccetto un villaggio preistorico della Scozia, il cui nome non rammento, ma che è stato acclamato (dagli Scozzesi) come un'eccezione alla regola generale (46). Quando la fame ve lo costringe, egli divora soltanto i corpi morti de' suoi nemici. Il bestiame e le capre, fors'anco pecore, lo provvedono di letto e talora di cibo; egli e la sua famiglia indossano la pelle colla parte vellosa nell'interno, non nell'esterno com'è oggi la moda assurda dei popoli civili; e si screzia a colori, scalfendosi specialmente il petto o lo stomaco (tatuaggio).  

I suoi soli ornamenti sono i denti de' suoi nemici e palle d'argilla rossa portata a mo' di collana, la forma primitiva della perla bucata (47). Le sue donne non sono affatto ignoranti della filatura, e così fanno reti per la pesca. Ei consuma il suo tempo sonnecchiando al sole o dormendo accanto al fuoco; eccetto quando astretto [48] dalla fame va a mietere il grano, o a cacciare, o a rubare il bestiame del suo vicino, pel qual delitto, se è preso, viene battuto per bene sul capo, ucciso, e man- [missing textl?] Una condizione consimile si può vedere ancora fra gli Orbii o montanari dell'Usagara orientale: questi però hanno tralasciato il canibalismo ed hanno appreso il modo di usare il metallo.

Ricardo F. Burton
Vicepresidente della Società  
Antropologica di
LONDRA

POSCRITTO  

Appena terminato questo lavoro, il barone Carlo de Czoernig (junior) Consigliere di Finanza e Presidente del Club Alpino - Austriaco - Sezione Litorale - mi favorì le bozze di un dotto articolo col quale egli contribuì alla Transazione del Club Alpino Germanico. È intitolato: Rundtour um den Monte Maggiore, Die Kohlengrunben von Carpano, geschichtliche und vorgeschichtliche Notizen. Von Cari Freiherrn von Czoernig"; e fu pubblicato nel: Zeitschrift des Deutschen Alpenvereins. Redigirt von D.r Karl Haushofers làhrgang 1873, Band IV, Heft 2, Mùnchen 1873. Così, noi abbiamo scritto simultaneamente e indipendentemente l'uno dall'altro sopra lo stesso tema dell'Istria preistorica; comecché il barone de Czoernig visitasse que' luoghi innanzi alla seconda mia escursione. Nello stesso tempo io rendo grazie al distinto mio collaboratore della copia del suo piano del Castelliere di Cunzi, perché così sono in grado di metterla a confronto colla mia, che ora presento ai lettori dell'Antropologia. (Veggasi il testo Inglese). [49]

DISCUSSIONE *)

II professore Leitner disse che gli era cosa molto gradita di trovare come il capitano Burton non avesse perduto del suo vigore, che lo rese sì meritamente illustre. Il disegno inserto nell'originale inglese gli sembrò quasi uguale a quello ch'egli avea veduto di alcune sommità del Bhilsa, ma non vorrebbe per deduzione fare confronti con avanzi sì discosti. Il Capitano Burton non aveva schiarito se cotali avanzi appartenessero al periodo preistorico o al romano. Lo scritto però è assai importante perché introduzione agli altri, di cui questo è soltanto il primo capitolo. Bi vorrebbe dire, a proposito dei termini etruschi e turaniani **), ch'essi vengono costantemente citati; ma quand'occorre sapere ciò che in fatto significano, non lo si può indovinare, e se una grande X, dinotante l'ignoto, fosse stata adoperata, sarebbesi giunti a colpire quasi nel segno. Il sullodato autore vorrebbe confinare il termine Turanian alle pianure della Tartaria, e l'Iranian alla Persia; ma i monumenti buddistici ed altri oggetti ancora sono appellati Turanian.  


*) Gli scritti che seguono; cioè la Discussione, la Lettera dell'egregio signor S., e la Risposta del capitano Burton, vengono riportati in tutta la loro integrità, avuto riguardo alle opinioni individuali dei loro autori. (Nota della R.)  

**) Nella geografia persiana il Turan è la regione opposta all'Iran; quest'ultima essendo limitata alla Persia antica, paese assai più grande dell'attuale. 4


Il signor Carmichael disse che, s'egli comprendeva la descrizione dei Castellieri data dal signor capitano Burton, si potrebbero per analogia tracciare i circoli delle capanne nella valle di Vibrata sul pendio orientale [50] degli Appennini, descritta in un'opera presentata ai membri del Congresso Internazionale di Antropologia a Bologna nel 1871, e fors'anco nelle abitazioni dell'isola Panettaria sul Mediterraneo, che fu soggetto di un articolo nel giornale della Società Italiana di Antropologìa ed Etnologia. In quanto poi alla supposizione eliminata dal capitano Burton, che gli abitatori dei Castellieri fossero cannibali, il signor Oarmichael ritiene che in appendice alle nostre cognizioni antropologiche su questo punto oscuro, sarebbe stato interessanti) che si fosse rinvenuta qualche prova sul luogo; ma esaminato bene quell'opuscolo non si trovano sussistere alcuna prova. Riguardo poi il nome di Castellieri, ritiene il signor Carmichael che potesse valere la pena di rammemorare la consuetudine italiana nel Medio Evo. Nelle biografie contemporanee, ad esempio, di San Francesco d'Assisi, la parola Castelli, era applicata tanto ai casali o ai villaggi, quanto ai castelli, perché vi si dice costantemente, che quel santo andava predicando e nelle città e nei castelli dell'Umbria; anzi una recente scrittrice intorno tale soggetto attirò l'attenzione su cotesta usanza nella sua "Vita di San Francesco".  

Il signor Ieremiah junior, disse che l'opuscolo del capitano Burton era uno scritto importante, perocché i resti preistorici dell'Istria e del complesso della costa orientale dell'Adriatico, abbiano attirata per lo innanzi scarsamente l'attenzione degli archeologi. Ciò che pare sia importante di partecipare è la scoperta di avanzi circolari di abitazioni, che ricordano il Cyttiau y Gwyddelad nell'Anglesey, ed altri fianchi occidentali del Penmaenmawr nel Wales nordico, come gli avanzi in forma d'alveare nel Cornwall, e le abitazioni circolari nell' Irlanda, la cui forma alcuni archeologi vogliono di origine celtica. Ma nessuno deve obbliare che è probabilità soltanto avessero i Celti adottata la forma circolare per costruire i loro forti e le loro abitazioni dal popolo o dai popoli precedenti, i quali, se così fosse, renderebbero tale quistione una delle più malagevoli per l'archeologia preistorica europea. Si può perfino sentenziare sulla semplice notizia che i circoli celti sunnominati, cioè quelli esistenti ne' luoghi ove i Celti aveano senza dubbio potere, sieno comparativamente di origine [51] recente, e fossero stati adottati dal popolo post-Celtico ad imitazione dei loro predecessori, di maniera che la successione diventa ne' secoli molto difficile a stabilirsi. D'altronde se i circoli sono realmente Celti, e furono usati ne' luoghi dov' essi occorrevano ai Celtae, noi potremmo allora spiegare com'essi fossero penetrati in Istria. Questa ricerca, se fosse compiuta in modo soddisfacente, estenderebbe l'area conosciuta della loro primitiva occupazione oltre a quella che gli antropologi furono soliti di concedere. La ristorazione dei cerchi delle capanne disegnate dal cap. Burton, è, dopo quanto fu detto in contrario, perfettamente legittima, e basata sull'evidenza dei fatti da lui raccolti nelle sue ricerche. Ma è un esempio alquanto pericoloso quando i materiali che si hanno sottomano non sono stati pienamente sviscerati. È poi deplorevole che cose accessorie ed inconcludenti sieno state introdotte in un scritto tanto importante; ma i veri amatori dell'Archeologia debbono desiderare che la Dea Fortuna guidi il gentile autore alla ricerca della scienza, che significa ricerca della verità.

Il dottor e. Caster Blake opina che il lavoro sui Castellieri dell'Istria sia uno de' più importanti che il capitano Burton abbia scritto, e sia puramente antropologico. Quei Castellieri gli sembra avere molta rassomiglianza colle costruzioni scoperte dal sig. Gr. Tate sulle colline del Cheviot, in ispecie quelle a piedi di Hedgehope e di Yevering Bell. Essi differenziano dalle colline fortificate di Sussex, in quanto che quest'ultime contenevano rottami di strumenti di pietra digrossata; però i frammenti istriani erano interamente di pietra liscia. Il sullodato d.r Blake ritiene che le rovine di Pantellaria, alle quali il signor Carmichael avea alluso, fossero ancora molto più antiche. Gli avanzi di Anglesey erano probabilmente soltanto Celti, se i crani di Towyn-y-Capel dovessero essere presi quali tipi della formazione caratteristica dei crani. Egli si lusinga che il capitano Burton proseguirà nelle sue esplorazioni.

Il signor Lewis, disse che basterebbe sapere al vero archeologo come gli avanzi fatti conoscere con tanta perizia dal capitano Burton sieno antichi e originali; mentre invece l'antropologo domanderebbe se avessero tali particolarità da identificarli con quelli di [52] ogni altra parte del mondo. Per quanto egli potesse vedere, non vi erano di simili particolarità; rassomigliauze con alcune trincee britanniche ve ne potevano essere ma nessuna che fosse sorta dal caso. Il capitano Burton accusò gli abitanti dei Castellieri di poligamia, senza recare, per quanto potè vedere, alcun fatto a sostegno del suo asserto; ed egli crede che nessun popolo europeo sia mai stato inclinato alla poligamia, essendo l'astinenza, se non interamente, almeno in parte, una caratteristica di quella razza.

Il Presidente disse che l'opuscolo è interessante pel fatto specialmente, che noi non abbiamo alcuna notizia anteriore di questo soggetto. Né Spon, nel suo Italiänische Dalmatische Reise-Beschreibung, né Biasoletto, Viaggi nell'Istria, ne'quali rammemora i viaggi del re di Sassonia, né l'opera ammirabile di Cassas, Voyage Pittoresque de l'Istria, ci danno alcun ragguaglio sopra i Castellieri. Il capitano Burton avea fatto alcune inchieste sui nomi locali, ed aveva domandato l'opinione del Presidente sopra di essi. La parola foiba potrebb'essere un corrotto dell'illirico vârtba, che vale "speluncus" o come altri suppone potrebbe derivare dal latino fovea, e dalla sua radice greca ; oppure dal gotico ahwa acqua, prefisso da digamma; o da fluvius come fiume da flumen. L'origine celtica del nome di Pola è improbabile. La derivazione usuale è da Pietas Julia, che vale quanto Frejus e Friuli, da Forum Julii; ma il capitano Burton crede che un passo di Plinio "Pola" ora Pietas Julia, provi essere l'appellazione di Pola più antica. Pula è la forma illirica del nome, e in quella lingua poi è mezzo; polje, polja è come; e puklina si tradurebbe per "foramen". Di più in antiche iscrizioni italiche, Pola è usata come nome proprio invece di Paula, a guisa del mascolino Polus per Paulus. La moglie di Lucano appellavasi Polla Argentana, e leggesi in Cicerone di un Servio Pola. Havvi un fiume Pola in Russia, e sei località della Spagna nelle quali la parola Pola è parte: come a mo' d'esempio Pola de Allande. Evvi il lago Paola presso Velletri; Paolo in Calabria; Porto de Palo presso Siracusa, ed un porto morto S. Paolo al nord di Pola in Istria. V'ha [53] chi dice che i Colchi nello inseguire gli Argonauti non essendo più in grado di compiere la loro missione prendessero stanza in Istria e fondassero Pola, il cui nome nel loro linguaggio significa "esilio", Questa opinione sembra originasse da un verso di Callimaco, menzionato da Strabone, che chiama il luogo . Io non trovo alcuna parola pola di tale significato in nessun dialetto del distretto de' Colchi; ma ciò nulla proverebbe, perchè con vocabolarii così imperfetti che noi possediamo, non possiamo pretendere di ritrovarla. Bochart inclina per la derivazione dall'ebraico pala, separare, anferre, amovere. Tale derivazione ammette che il linguaggio Colco avesse una parola di eguale origine, e l'ebraico ha di più parecchie parole per "esilio", nessuna delle quali proviene da pala.

Circa poi il nome "Istria" dicesi che i Colchi avendo rimontato l'Istro, cioè il Danubio, passassero da questo fiume nell'Adriatico, e che chiamassero l'Istria dall'Istro; ma come osserva Spon, se i Colchi fossero proceduti dall'Istro all'Adriatico, essi avrebbero dovuto portare i loro vascelli sulle spalle, stantechè non havvi comunicazioue d'acqua tra questo fiume e l'Adriatico. Qualche cosa su tale riguardo è menzionata da Plinio; solamente quest'ultimo li fa passare nell'Adriatico per la via della Sava. Infatti la supposizione ridicola di Spon, sembra sia fondata sull'asserzione di Plinio. Che i Colchi possano avere raggiunta l'Istria dall'imboccatura dell'Istro, dal Mar Nero, e dai Dardanelli è affatto altra cosa. Si può qui notare che la Stiria deriva i suoi nomi dal fiume Steyer (la stessa parola etimologica d'Istro piccolo fiume che da il nome a Steyer e Steyerdorf, e sbocca nel Danubio precisamente sotto Linz. Altre derivazioni del nome Istria possono provenire dagli Istri o Histri, un antico popolo Illirico col quale i Komani ebbero parecchie guerre. Essendo ancora l'Istria quasi circondata dall' aequa, il nome può essere derivato dal celtico dwr, acqua: il quale colla prefissa sibilante si ritrova nei nomi dei fiumi europei Stour, Stor, Stur, Styr, Stura, Astura, Oyster ecc. Di più, succede frequentemente che dei grandi distretti prendono il nome di città; come [54] Yorkshire da York, Derbyshire da Derby, ecc; cosicché il nome d'Istria può derivare dall'Asturon phugadon di Callimaco, aorupsv essendo un diminutivo di aato, città, nome applicato ad Atene "par excellence." Secondo Paulus (ex Festo) ed altri, furono chiamati così gl'istriani Histriones perché vennero i primi dall'I8tria: ma Valerius Maximus e Plutarco opinano differentemente: essi derivano la parola histrio dall'etrusco hister, ludio.


APPENDICE

La seguente lettera, interessante, è di un autore noto in Istria. Ella fu pubblicata la prima volta negli Annali della Società Antropologica di Londra, e merita la ristampa per esteso. — La risposta fu pure aggiunta per intero

I Castellieri dell'Istria  

In Istria si trovano in punti eminenti ed in numero considerevole delle rovine che portano in italiano la denominazione di "Castellieri" ed in islavo quella di Grad, Gradina, "Gradiscine", Gradichie (abbiamo appositamente prescelto l'ortografìa italiana perché questi nomi possano essere pronunciati dal lettore italiano, avvertiamo che "schie" deve essere pronunciato non con pronuncia toscana ma colla veneta, p. e. in schieto") derivanti tutti dalla radice Grad che significa Castro, Castello, luogo murato. Le rovine sono o di muraglie a cemento, o semplicemente di macerie.

Il popolo crede che fossero costruzioni greche, tradizione infondata come lo dimostrò il dottissimo D.r Kandler, poiché il debole governo dell'Impero orientale non lasciò quasi vestigia di se, meno ancora tale, che avessero un'impronta nazionale greca. I nostri eruditi propendevano a ritenere i Castellieri [55] opera romana; l'Istria possiede tanti monumenti della grandezza romana, tanti testimoni visibili dell'importanza che il governo romano attribuiva al possesso di questa provincia, che in difetto d'ogni indizio storico sull'orìgine de'Castellieri l'idea che fossero un sistema di castri romani veniva quasi da se; si osservò che da un Castelliere si vede l'altro, e ciò fece suppone che questi castri potessero corrispondere mediante un telegrafo ottico.

Questa ipotesi non appagava per altro tutti i pensatori i quali opponevano che i Romani non usavano disperdere le loro forze, lasciavano libero movimento ai popoli conquistati, pronti per altro a severamente punirli in caso di ribellione. Le fortificazioni devono stare in proporzione col presidio e viceversa; se si considerava il numero e l'ampiezza de' Castellieri si dovrebbe giudicare che migliaja di militi fossero sacrificati a presidiare quei fortilizi in luoghi deserti ed inospitali, mancando quasi in tutto l'interno dell'Istria traccio di Città oggidì, esistenti ai tempi romani. Ciò non corrisponderebbe alla saggia politica e strategia di quel popolo conquistatore. Qualcuno era disposto di ritenere i Castellieri opere dei popoli aborigeni per difendere la loro indipendenza contro i Romani. Quest'opinione merita d'essere presa in considerazione constando qual accanita difesa gli Istriani opponessero alle armi romane. Ma siccome ne' Castellieri fin ora non furono trovate iscrizioni, armi o altri documenti che attestassero la loro origine romano-celtica, tracica, liburnica, flanatica o giapidica ecc, restava sempre il dubbio, e si era pronti di accogliere un'altra ipotesi che presentasse qualche probabilità.

Recentemente la scienza Geologica ed Antropologica ha, in base di ripetute scoperte, constatato, che in epoca remotissima e preistorica vivesse in Europa contemporaneo all'orso delle spelonche, all'elefante primigenio, al rinoceronte ed alla jena una razza d'uomini diversa dalla nostra. In Isvizzera e nell'alta Italia furono trovate delle palafitte nel fondo di laghi con residui di uomini e di animali, dallo studio de' quali e dagli ordigni ivi scoperti, di cui si servivano quegli uomini, risultò, che in tempi ove le belve feroci contrastavano [56] loro seriamente l'esistenza trovarono salvezza costruendo intieri villaggi sopra palafitte ne' laghi. Ulteriori scoperte, principalmente di armi e d'istrumenti di pietra, osso o bronzo, contribuirono a formare un sistema razionale del progresso e dello sviluppo dell'uomo preistorico e la divisione in epoche, così si parla dell'età della pietra cui corrisponde quella de'trogloditi, a questa succedette l'età del bronzo di cui già si trovano vestigia presso le palafitte.

Un segno evidente che tutte le anteriori ipotesi riguardanti i Castellieri istriani non erano soddisfacenti, si è quello che ora molti suppongono doversi riportare l'origine de' Castellieri ad una delle accennate età preistoriche. Qualcuno sarà stato il primo ad esternare un tale pensiero, molti lo possono aver avuto contemporaneamente ed in generale si ragiona così: se nel Belgio e nella Francia ed in altri paesi dell'Europa si trovarono scheletri d'uomini viventi in epoca molto remota, se nella Svizzera e nell'alta Italia si scopersero vestigio di palafitti e di intieri villaggi di uomini che vivevano sopra laghi, vi potevano essere contemporaneamente degli uomini anche in Istria i quali, non esistendovi laghi, trovassero opportuno di costruirsi abitazioni fortificate sulle cime de' monti. Persone versate in geologia ed antropologia scopersero ne' Castellieri istriani rottami, pignatte di un cotto di forma molto primitiva ed osservarono sulla superficie dei rispettivi recinti un terriccio nero che sembrerebbe essersi formato da ceneri ed escrementi, indizi di abitato.

Così stavano le cose non ha guari, quando ad un tratto l'interessante questione entrò in una nuova fase: un celebre viaggiatore di paesi lontani e selvaggi, che si fece un gran nome "pubblicando la descrizione de'suoi viaggi, visitando nell'autunno scorso l'Istria trovò i nostri Castellieri degni della sua attenzione e ne esaminò parecchi; egli si propose di ritornarvi e di continuare i suoi studi sui Castellieri; come sentiamo, il nostro erudito Signor Tomaso Luciani intende accompagnare l'illustre viaggiatore nell'accennata escursione scientifica, e tali celebrità ci sono pegno che la questione verrà studiata a fondamento tanto dal lato preistorico che dallo storico.

[57] Informati noi d'un tanto, volemmo ispezionare uno de' Castellieri visitati dal sullodato viaggiatore, e vi ci recammo col fermo proposito di lasciare a casa ogni preoccupazione.

Racconteremo in breve l'impressione che ci fece: In cima d'un monte con superficie or di strati calcari, or di terreno composto di detrito marnoso ed arenario, si trova un vasto piazzale circondato da alta e larga macerie di pietre calcari di cui alcune sorpassano il volume di due piedi cubi. Dal lato ove l'accesso è ripido e difficile vi è una sola cinta, da tutti gli altri lati la cinta è doppia, sicchè il recinto interno rappresenta un ellissi e l'esterno una mezzaluna.

Non avevamo tempo di esaminare il terriccio, nè di cercare rottami di cotto, casualmente non ci si presentò nessuno; così pure non potemmo scorgere traccia di cemento fra le pietre; noi non potevamo fare altra congettura che quel luogo sia stato destinato dalla popolazione del vicino contado per raccogliervi il loro bestiame averi e mobili onde potersi difendere da un' aggressione nemica. Quanto all'epoca in cui fu costruita la maceria non ci potevamo fare un'idea nemmeno approssimativa; antica è certamente come lo indica il colore delle pietre ed il musco che le ricopre, conosciamo per altro macerie che non hanno un secolo d'esistenza le quali rappresentano un aspetto poco diverso.

Considerato che i più celebri geologi sono concordi nell'attribuiie alle palafitte per lo meno l'età di 10000 anni, noi dobbiamo ingenuamente confessare che quelle macerie non ci fecero l'impressione d'un età tanto veneranda, e possiamo addurre anche qualche ragione in sostegno della nostra opinione: il geologo Stache che più d'ogni altro studiò la nostra stratificazione ha dimostrato essere la maina coll'arenana la più giovane formazione dell'Istria, esserne sparita moltissima per degradazione, ed essere in molti siti comparsa alla superficie la pietra calcare, un tempo coperta da strati arenario-marnosi. Questa teoria ha persuaso tutti quelli che osservarono il nostro suolo.  

Il piazzale del Castelliere in discorso presenta pietra calcare sporgente, la maceria è fatta di questa pietra e si doveva trovare nel vicinato; il piazzale non era [58] dunque coperto di strati arenario - marnoso quando fu costruito il Castelliere, per la qual cosa seguendo la teoria Stache, non possiamo ammettere un' età enorme, e ciò tanto meno, che il detrito arenario-inarnoso si trova sul medesimo Monte a poca distanza dal Castelliere. Ossia con altre parole: un Castelliere costruito 10,000 anni fa in quel punto dovrebbe dietro le teorie geologiche dell'Istria essere composto di pietra arenario- marnosa. Dobbiamo ancora osservare di non aver trovato traccia alcuna di abitanti né di pozzi o stagni d'acqua, locchè indicherebbe che il recinto in discorso non poteva servire che in momentanei bisogni di guerra. E ciò è quel poco che possiamo congetturare sul Castelliere da noi visitato senza poter fare deduzione riguardo ad altri che possono essere bene diversi.

Essendo nostro scopo di eccitare persone meglio di noi informate a pubblicare le loro vedute riguardo ai Castellieri onde prepararci alle notizie che attendiamo dalle erudite persone che si proposero di studiare ex professo, ci permettiamo di accennare alle varie epoche preistoriche e storione che dovranno essere poste a confronto coi medesimi ed ai caratteri particolari di ciascun' epoca.  

I. Epoca preistorica; intendiamo quella sincronica coll'epoca delle palafitte. I trogloditi si rifugiarono in tempo di aggressione nemica nelle loro caverne, almeno ci pare verosimile; per istabilirla occorrerebbe valutare le condizioni geologiche attuali e le presumibili in quei tempi, si dovrebbero trovare teschi ed ossa umane simili a quelli delle palafitte o almeno sufficiente numero di attrezzi ed armi simili a quelle scoperte presso le suddette palafitte.  

I rottami di cotto sono un oggetto molto delicato in Istria ove p. e. a Castel Rachele ne vengono fabbricati anche oggidì di forma veramente preistorica; il confronto con cotti delle palafitte ci pare indispensabile. Un altro punto delicato è il terriccio; terre di color nero vi sono anche altrove; l'analisi chimica ed il confronto dei risultati ottenuti dovrebbero dare molto schiarimento.  

II. Epoca degli aborigeni siano stati Celti, Traci, Flanati, Liburni o Giapidi, di caratteri distintivi di [59] quest'epoca dovrebbero essere scheletri avvicinantisi alle forme attuali, armi ed istrumenti più perfetti di quelli che indicano l'epoca delle palafitti.

Guerra più feroce della conquista romana non contengono gli annali dell'Istria, e gli Istriani devono aver fatte grandi opere di difesa per difendere la loro indipendenza dai conquistatori romani.  

III. Epoca romana alla quale va congiunta anche quella dell'impero orientale. Siamo certi che il verdetto dei Signori che esamineranno i Castellieri non ci lascierà nessun dubbio, se siano di origine romana o meno.  

IV. Epoca della lm immigrazione degli Slavi. Non bisognerebbe scartare nemmeno questa, si tratta di 12 secoli. Tanto gli indigeni quanto gli immigrati pote vano aver motivi di fare barricate per la propria di fesa e del loro bestiame. Ci dispiace di non conoscere tanto la lingua slava per poter giudicare se le denomi nazioni che essi danno ai Castellieri indichino castri, ecc. o soltanto rovine dei medesimi; nel 2.do caso sembrerebbe che li abbiano già trovati in rovina e si dovrebbe ricorrere ad un epoca anteriore.  

V. L'epoca delle conquiste dei Franchi non sembra aver causato grande spostamento di popolazione in Istria.  

VI. Epoca delle scorrerie de' Turchi. In Carniola le invasioni turche diedero origine a molti Castellieri che ivi si chiamano "Tabor," parola d'origine asiatica che in Islavo ed Ungherese significa accampamento ed in Turco presso poco lo stesso.  

Ecco in succinto quanto il Barone Valvasor nella sua cronaca della Carniola pubblicata nell'anno 1688 (Vedi L. II, p. 115-281; L. IV., p. 539, 540; e L. XV., p. 373) scrive sopra tale argomento: "Vi sono delle rovine in Carniola che non sono di castelli baronali ma di Tabor, ossiano accampamenti fortificati costruiti all'epoca delle scorrerie turche. Nel 1471 incominciarono queste barbare invasioni e si principiò a fare i Tabor ne' quali il popolo del contado raccoglieva e difendeva le cose mobili di valore. Quando poi in seguito al cordone di fortezze e presidi militari al confine della Turchia fu posto termine alle invasioni [60] Turche, quei Tabor che non racchiudevano una chiesa, furono totalmente negletti e passarono allo stato di rovine. Descrive poi i seguenti Tabor che essendo caverne naturali sono vere meraviglie: Pod Jamo-Tabor Sciler-Tabor nella Piuca superiore, finalmente il Tabor, di Cernical nella giurisdizione di S. Servolo. Ecco qui un esempio come si può prendere facilmente un abbaglio sull'antichità di certe rovine.  

L'Istria confina colla Carniola, indubbiamente si passò di concerto per difendersi contro i Turchi; l'analogia è molto seducente, pure siamo convinti che i nostri Castellieri non siano di queir epoca per la ragione che non il Tabor sarebbe stato adottato anche qui almeno dagli slavi, e perché essendo per tutta l'Istria una quantità di luoghi murati che racchiudono chiese e case, erano queste piccole borgate e ville murate sufficienti per servire di rifugio agli abitanti del rispettivo contado col loro bestiame ed oggetti mobili di valore senza aver bisogno di Tabor o accampamenti come nella Carniola. Supponiamo che in quell'epoca molte mura saranno state l'istaurate; altre erette di nuovo, ma sempre attorno gli abitati preesistenti.  

Oltre quest' epoca la storia si può dire completa; la guerra degli Uscocchi travagliò l'Istria ma ogni avvenimento, ogni piccolo fatto d'armi è minutamente descritto; di Castellieri non si fa cenno.  

Concludiamo colla seguente considerazione: Vi sono paesi ove fu guerreggiato molto più che in Istria e là vi sono molto meno vestigio di accampamenti per la ragione che forse, argini e ridotti di terra vengano coll'andare del tempo appaiati dalle alluvioni e dall'agricoltore.  

In Istria a queste costruzioni si presentava la pietra ovunque reperibile né vi era mai bisogno di cavare la pietra dalle rovine dei Castellieri. Ogni aggressione nemica poteva render necessaria la costruzione di qualche nuovo accampamento, necessità di trasportare il materiale non vi era mai, così potevano sorgere in diverse epoche diversi Castellieri. Qui bene distinguit, bene docet: l'interessante questione dei molti Castellieri potrà trovare forse più facile soluzione colla divisione dei medesimi e col riportare l'origine di alcuni ad una, di altri ad altra epoca. [61]

Al Direttore della "PROVINCIA",  

CAPODISTRIA *)  

Signore, lessi con sommo diletto la dotta e istruttiva relazione intorno i Castellieri dell'Istria, pubblicata nel vostro periodico. La classe degli antiquari è proverbialmente credula; ma l'avversario che ci sforza a sostenere i nostri argomenti, a dimostrare la base sopra cui riposa la nostra opinione, ad annientare ogni obiezione che può essere fatta contro le nostre conclusioni, rende il migliore servizio alla causa. Senz'altri preamboli, io mi fo' subito a spiegare le ragioni che m'inducono a sostenere essere i Castellari istriani preistorici o se volete meglio proto-istorici.  

I. Certezza morale che questa bellissima penisola sia stata abitata da razzo arcadiche. Bagnata da un mare che abbonda del pesco più eletto; coperta di boschi e foreste, le quali albergano turbe di animali selvaggi; sita nel centro della regione temperata possedendo varietà di clima, dalla deliziosa e quasi tropicale temperatura della costa occidentale alla quasi boreale delle giogaje di montagna, che la circondano all'est; con valli del terreno più fecondo, adatto pei cereali; con altipiani, ove armenti, capre, pecore possono pascere tutto l'anno; questo Piemonte Orientale dev'essere stato un Eden per l'uomo preistorico.


*) Avvertiamo che la lettera pubblicata nel N.ro 12 di questo periodico dal titolo I Castellieri dell' Istria segnata 8., diè occasione a qualche appunti fatti nella corrispondenza di Pisino di data 23 giugno 1875, e che venne inserita nella "Provincia" luglio dell'anno stesso.

Il primo cenno poi sui Castellieri dell'Istria, quali opere e rovine preistonche, fu fatto nella corrispondenza di Pisino, inserita nel N.ro del 1. marzo 1870.


[62] Chi può credere che la fredda Svizzera formicolasse di villaggi, l'arida Scozia e la povera Irlanda di cranogues; 48) mentre l'Istria sia rimasa un deserto? Ma il signor S. non ha alcuna ragione di ammettere un'antichità di 10000 anni, ne noi siamo astretti di accettare le sue obiezioni geologiche. Persino per coloro che credono nella colonia dei Colchi o degli Argonauti, leggenda il cui distinto mio amico cavaliere Tomaso Luciani dice (Istria, N. 67, 68: 30 1847): "Io non ho, com'altri, il coraggio nè di credere ciecamente, nè di assolutamente negare"; la data più remota sarebbe 3254 anni (A.C. 1380 † D.C. 1874). Del resto i Romani non penetrarono nell'Illiria prima del 359 A.C, e così preistorico significherebbe non più 10000 anni, ma 2103. La credenza popolare, che attribuisce le rovine ai Greci, i quali non sarebbero del tempo del Basso Impero, ma Traci-Celti, non è affatto da disprezzarsi: ella separa il Grad dal turco "Tabor", parola che significa folla, battaglione, colonna. In quanto alla colonia colchica, sulla quale abbiamo l'autorità di Strabone e di altri geografi, noi dobbiamo ricordare l'asserzione di Erodoto, che volle questo popolo sortisse dagli Egizii, razza etiope o negra che accostumava la circoncisione. Il consenso universale degli storici dichiara il popolo illirico essere stato celtico. A me sembra che diverse ragioni giustificano lo studioso di ammettere che le razze preistoriche dell' Istria fossoro celtiche, e di assegnare a certe rovine istriane un'epoca di oltre ventun secolo. Fra parentesi io debbo congratularmi con me medesimo sopra il fatto di Novum Ilium, essendo ora ristorato a suo posto negli annali del passato, malgrado la nebulosa teoria di mito che gli studii moderni gli hanno applicato, prima che l'uso dell'ultima ratio, la vanga, abbia raccolto esatte cognizioni, dandoci il diritto di proporre l'abolizione dell'antica Troja.  

II. Posizione e forma dei Castellieri. Quell'esimio studioso, che fu il dottor Kandler, asserì che parecchi di essi fossero romani, e senza dubbio egli non aveva [63] torto. Come nota il cavalier Luciani, l'Istria è un palinsesto sopra cui diverse mani successive hanno lasciato le loro traccie.  

I Castellieri vicini alle grandi strade militari saranno naturalmente stati couvertiti dai coloni civilizzati in corpi di guardia.  

Di questi ne esistono ancora molti in Siria; ma è strano che il dottor Kandler, il quale avendo studiato le opere di Vegetiiis era in grado di tracciare con raano sicura i contorni di Aquileja, non abbia scorto la differenza radicale fra un campo romano e una colonia preistorica. Il primo era sempre un parallelogrammo quadrato od oblungo, fatto per alloggiare un certo numero di soldati; eretto secondo l'uso curavasi meno la posizione che l'accesso al bosco e ali' acqua; mentre il secondo era quasi invariabilmente circolare od ovale; forma anche in oggi adottata dal selvaggio africano. Esso coronava i cocuzzoli delle colline o i buttresses 49), ed erano disposti non regolarmente ma secondo le esigenze del terreno.  

In nessun caso erano fabbricati colla calce, come lo ritiene il signor S., ciò che è un'invariabile particolarità delle fortificazioni romane. Essi sono troppo numerosi per accogliere guarnigioni: il territorio di Albona ne ha per esempio, circa venti; né furono progettati quali torti temporanei, per la sola epoca del pericolo, alla quale ognuno poteva ricorrere, portando acqua, le gna e provvigioni; il terreno nero dimostra che essi erano permanentemente abitati. Nessuno di ossi è provvisto di pozzi o cisterne; e non vediamo in oggi le donne di molte città istriane condannate, come le loro sorelle preistoriche, ad affaticarsi per la strada ripida con pesanti vasi d'acqua sopra la testa?  

La superficie dalla cinta di Cunzi ha un terreno (humus) bruno, e la vegetazione in decadenza copre il "terriccio nero". Io sono perfettamente d'accordo col nostro avversario che questo "terriccio nero, dei Castellieri si dovrebbe assoggettare ad un'analisi. Ma io mi permetto di dire, contrariamente al sig. S., che esso esiste in que' soli luoghi della provincia ch' è [64] stata abitata, ed è composto di ceneri e di altre materie organiche. Inoltre, perfino nelle isole della Scandinavia scozzese, e della moderna Granbrettagna, esiste vasellame di terra tanto rozzo quanto i cotti che sono a profusione nei terrapieni dei Castellieri: un occhio esperto però distingue agevolmente la nuova forma dall' antica. Il nostro critico deplora di non aver trovato "cotti" a Cunzi; ma egli poteva raccoglierne a centinaia fra le pietre greggio delle muraglie.

III. Ma ciò che rovescia del tutto le obiezioni del signor S. è nei nostri Castellieri la presenza di armi preistoriche, di scure di pietra, e di punte di freccia. Senza dubbio queste appartenevano agli aborigeni non ai romani; qualunque incertezza che vi possa essere circa il vasellame non la è intorno agli utensili. L'argomento della mancanza di ossa e di crani umani non ha alcun valore; perché, si può rispondere, che non si è trovato ciò che non si è cercato. Quanti scavi furono fatti nei Castellieri istriani, o nelle caverne per poter sperare di rinvenire tali avanzi? Nessuno affatto! Negli ultimi anni i contadini hanno ignorato perfino il valore di parecchie scoperte, ed essi non sono i soli al mondo. Col tempo noi scaveremo, senza dubbio, un numero maggiore di strumenti di pietra e resti umani.  

Ed ora lasciando le generalità, ritorniamo col signor S. sull'argomento del Castelliere di Cunzi o Kunzi. Per deduzione che i lettori rammenteranno, egli decide che Cunzi non è un forte ma un ovile; per altre deduzioni ch'io esporrò in seguito decido che Cunzi non è un ovile ma un forte. I pastori non si sarebbero di certo preso il disturbo di erigere nulla di così solido. Le diverse linee di balzi e di strade che conducono ad esso sono erbose, e mostrano ancora di essere state opera dell'arte.  

La sommità della collina è stata spianata con immenso lavoro e furono portate pietre di smisurata grandezza per servire di baluardo. La doppia cinta non è concepibile per un ovile; mentre lo è per un villaggio dove il bestiame etige dei luoghi separati dall' abitato. Di case non c'è alcuna traccia, perché quest'ultime erano probabilmente fabbricate di legno e [65] di paglia, erano facilmente confuse colle ceneri che cuoprono il terreno. Le pietre possono essere state sul luogo (in situ) due, anche tre mila anni. Io ho dimostrato non obiettare per nulla la mancanza d'acqua; questi fabbricati furono innalzati anteriormente agli assedii prolungati. Gli appunti che ho fatto sono appena un accenno del soggetto, il quale richiederebbe maggiore spazio di quello sia concesso a nostri limiti e alla pazienza dei lettori.  

Permettetemi in fine di offerire le mie grazie al signor S., e di assicurarlo, che, mentre sto attendendo le sue future comunicazioni, io mi esibisco di rispon- dergli iu qualunque occasione egli crederà.  

Trieste, 25 febbrajo 1874  

II vostro obbligatissimo servitore
Riccardo F. Burton.

[66, vuota; 67]


Appendice 

GIUDIZIO DEL PROFESSORE

 ALFREDO IONA 

intorno alle Notes on the Castellieri or Prehistoric Ruins of the Istrian Peninsula ossia Note intorno ai Castellieri o Rovine Preistorice della Penisola Istriana, del signor capitano R. F, Burton.  

Il capitano Burton, vicepresidente della Società antropologica di Londra e console inglese a Trieste, pubblicò questo opuscolo col doppio scopo di dare notizia dell'Istria agli studiosi di paleontologia, e di appagare il desiderio espressogli dal signor James Fergusson, l'autore del Rude Stone Monuments.  

L'autore comincia col descrivere l'Istria, la sua posizione geografica, la sua estensione, i confini ecc, passando in rivista i popoli che successivamente vi tennero stanza. Appresso cita i nomi degli autori che scrissero opere sull'Istria, dando il primo posto a Gian Rinaldo Carli di Capodistria, il quale già nel secolo passato con alcune sue pubblicazioni chiamò l'attenzione degli studiosi sopra i monumenti e sull'importanza storica del suo paese, e da uno scrittore all'altro, da un'opera [70]

GIUDIZIO DEL CAVALIERE

TOMASO LUCIANI DI ALBONA *)

II bel lavoro del Burton sui nostri Castellieri gioverebbe sia posto fra noi alla portata di tutti. Il darne la traduzione, intiera o per estratto, tornerebbe non solo utile a promuovere ulteriori studi e ricerche, ma sarebbe una nobile dimostrazione di gratitudine verso l'illustre straniero che si occupa delle cose nostre con dottrina rara e con zelo instancabile.


*) Questo giudizio del cav. Luciani fu stampato nella "Provincia dell' Istria", anno X, N.° 22, in un articolo intitolato Notizie varie, e venne riprodotto dall'Unione", cronaca capodistriana bimensile, anno III, n, 4.


Assistito dall'avv. Scampicchio e da altri egregi istriani, il Burton prosegue con alacrità giovanile le sue faticose investigazioni e i suoi studi, e non tarderà a mandar fuori una seconda lucubrazione sullo stesso argomento dei Castellieri dell'Istria. Intanto, quasi per intermezzo, fece viaggi in Islanda e nelle Indie e pubblicò lavori di grande erudizione e di critica soda sul porto di Trieste antico e moderno: (The Port of Trieste, ancient and modern, By Captain II Burton, Her Majesty's Consul at Trieste. Nel Journal of the Society of Arts. Londra fase, di ottobre, novembre 1875,) e su alcune antichità della Dalmazia {The Long Wall of Salona and the Buried Cities of Pharia and Gelsa di Lesina, By Captain B. F. Burton H. M. Consul at Trieste; nel Journ. Antropolog. Londra) [71] corredandoli di accuratissime tavole e portando nei più svariati argomenti un colpo d'occhio sicuro e vedute sempre larghe, spesso nuove. — Probabilmente nello stesso intermezzo il Burton avrà fatto altri lavori che pubblicati a Londra, sfuggono a noi, se anche trattano delle cose nostre. Ammirabile operosità che basata sulla educazione, lo studio, la pratica, e rinforzata da quell'aurea massima inglese "tempo è denaro" pone ogni più minuto ritaglio di questo a profitto proprio e della Società e costituisce quindi la forza, la ricchezza, la gloria dell'individuo e della nazione.

FINE.

(cliccare per ingrandire}

Anthropologia, Vol. 1 Plate 5, 6 - Traccia dell'antico castelliere chiamato di Moncastelli, sito nel circondario di Cervera. Proprietà del marchese Gianapaolo de Polesini di Parenzo.

Anthropologia, Vol. 1, Plate 7
The Pre-historic Village and Castelliere in Istria restored by R.F. Burton

Anthropologia, Vol 1, Plate 8
Sketch of the Castelliere (ruined castle) di Cunzi

Anthropologia, Vol. 1, Plate 9, 10

Gentile Signora,

Ho l'onore di accusarle il ricevimento della lettera di Lei del 2 corrente, concepita in termini tanto cortesi quanto lusinghieri. Riguardo al tenue mio lavoro, che Ella ha avuto la bontà di tradurre, nonchè alle pagine gentilmente inviatemi per la revisione, mi sia permesso di esprimerle il mio appressamento pell'alto onore conferitomi, e la mia ammirazione pel modo esimio con cui Ella ha saputo eseguire il difficile compito.

Godo di vedere l'umile mio saggio sì favorevolmente introdotto nel mondo italiano, ed ora mi resta soltanto di esternare la speranza che fra poco Ella abbia l'opportunità di terminare il di Lei eccellente lavoro.

Rinnovandole i sentimenti della mia gratitudine,

 

ho l'onore di protestarmi
gentile Signora
di Lei
devotissimo

Richard F. Burton

Trieste, Il 5 agosto 1876.  

Note:  

  1. P. 10 L'Istria sotto l'aspetto fisico, etnografico, amministrativo, storico e biografico. Studio di Amato Amati e di Tomaso Luciani. Milano. Dottor Francesco Vallardi, Tipografo-Editore 1867.
  2. Pola il grande arsenale dell'Austria, fu erroneamente derivata da Pietas Iulia; comecchè anche Strabone la denomini così; e Plinio nella Storia naturale III, 23, la chiami Colonia Pola ora Pietas Iulia. Sebbene il primo voglia tragga sua origine dai Colchi (exclum oppidum), pur tuttavia pare che il nome di Pola sia una parola affatto indigena, significaniio essa una sorgente d'acqua dolce nel mare, fenomeno assai comune lungo le spiagge del Mediterraneo.

    It dotto cavaliere Tommasini di Trieste, ed il barone Carlo de Czoernig, (junior) miei compitissimi amici, asseriscono ambidue che la parola Pola sia una derivazione del latino pullare e pollutio; anzi il primo aggiunge in proposito che, la langue Romaine de la dècadence et l'italienne conservent presque sans exception les voyelles doubles della langue classique. Quanto a me rispondo, che detta regola non è senza eccezione. In primo luogo perché noi diciamo ad esempio Bora mentre Procopio scrive: II. 15).

    In secondo luogo perchè io ho inteso perfino da uomini colti pronunciare la parola Pula e non Polla.

    Quando ì romani trassero molti istriani in ìschiavitù, lasciarono qualche avanzo del popolo soggiogato, e probabilmente allora adottarono alcune delle sue espressioni. Se, come ritiensi generalmente, la lingua in Istria era pelasgo-tracica, noi possiamo trovare delle analogìe nel dialetto celtico degli albanesi, i diretti discendenti dell'antica razza, la cui lìngua ha fornito derivazioni a molti nomi propri degli antichi elleni. — Cosi pur» in Islandese, Poll, è un buco, fossa, espressione che decomposta trasformasi in Pala. — L'amico mio dottor Barnard Davis mi adduce le parole: — Cornisti Pol,Welsh Pwll, Armoric Poull, Gaolic Poll, and Manx Poyl, tutte corrispondenti al nostro "pool, (stagno, o serbatoio d'acqua).

  3. Monte Re, deriva il suo nomo regale da Alboino, re dei Longobardi, il quale nel 568 d.C. avrebbe piantato la sua lancia sopra la cima, da cui prospettò l'Istria, che invase senza occupare, preferendo di fondare il ducato del Friuli.  
  4. Dagli archeologi Pietro Coppo (1540 d.C.) e Tomasini vescovo di Cittanova (1595 d.C.) fu ritenuto essere stata quest'acqua il fiume a cui allude Strabone nel libro I, 3, § 15. Questi archeologi supposero essere stata quivi un'altra riviera in appendice all'Istro primitivo, portante lo stasso nome, e che si scaricava nel mare Adriatico, dal quale l'Istria, attraverso cui scorreva, ne prendesse il nome. Supposero ancora che Giasone per questa riviera ritornasse dal suo viaggio della Colchide — Plinio (Nat. Hist. III. 22) è della stessa opinione, ma in pari tempo ne modifica il racconto, perchè è un fatto che nessuni fiume proveniente dal Danubio sì scarica nell'Adriatico. Gli archeologi suaccennati furono presi, io credo, in inganno dalla circostanza che la nave Argo venne per un fiume nell'Adriatico non lungi da Tergestte (Trieste?), ma qual fiume fosse è ignoto. Gli scrittori più diligenti asseriscono che la nave fu portata attraverso le Alpi sul dorso di uomini, passando lungo I'Istro, poi lungo la Sava (Save), quindi per Nauporto {nome derivato da e passaggio (Ober Laibach nel Cragno) il quale essendo situate fra Æmona (Laibach, la capitale) e le Alpi, da quella circostanza deriva il suo nome; Strabone (Iv. 6.11) dice Pamportus, probabile corruzione di Nauporto. — Siami qui permesso di osservare che io non trovo ridicola la leggenda della nave Argo portata sulle spalle da uomini pel Danubio nella valle del Quieto. 

    È vero che i moderni penseranno subito a vere navi od a fregate, mentre la classica nave sarà stata un lungo battello, che senza armamento, avrà pesato due tonnellate. Così la sua ciurma di cinquanta remiganti se la sarà caricata sul dorso senza difficoltà.  

  5. Leggesi nell'Istria a pagina 13: "In tutto il resto della Provincia, prevalse dal secolo XIV e XV in poi il dialetto Veneto, ma non così, che con molta diligenza non si possano scoprire ancora traccie del dialetto originario istriano, in frasi, in formole popolari, in proverbi, e nello stesso accento, lungo tutta la costa da Moggia a Fianona; anzi nella stessa Trieste, e nell'interne fin sulle alture di Raspo; non fosse altro in. qualche nome di località, di condizioni speciali del suolo, in alcune interiezioni appassionate nel linguaggio che si adopera coi bimbi, e in certune di quelle voci, per lo più monosillabe, che servono a contenere e dirigere gli animali nel cortile, il pascolo e al lavoro," Una raccolta di tali formole sarebbe veramente preziosa e parecchi istriani sono ben capaci di farla. Io spera che in breve vorranno accingersi a tale compito.  
  6. L'origine di questa parola è disputata. A. de Morlot (Ueber die Geologiscchen verhältnisse von Istrien, etc. aus den Naturwissenschaftlichen Abbandlung", II. Band. II. Theil. s. 257) propone di derivare Karst e Careo dallo sloveno Hrast, quercia, che ancora il tipo della sua vegetazione; così vorrebb'egli derivare da Oakland, paese delle quercie, l'antico nome della Germania. Ma coloro che ricordano il paese trovarsi nella "Celtica al di là delle Alpi" (Transalpine Gaul; Strabone. Iv. 6, 1) naturalmente respingono quest'origine comparativamente moderna, e preferiscono il celtico Caer, pietra, che meglio ne caratterizza la superficie. Linhart (I, 53, "Versuch eine Geschichte von Krain") suppono che Karst sia un abbreviamento di (III, I.1) di Tolomeo. Il d.r.I. Kohen (vol. I "Archeografo Triestino") preferisce Caravancas (III, I, 1) del Pelusian, la parte orientale dell'Ocra, sopra Trieste; ma è disputa di parola essendo tutti evidentemente nomi di uno stesso luogo.
  7. Perchè le Alpi erano chiamate Albia o Alpionia (Alpeina?), e al presente le alte montagne nel paese dei Giapodi, vicino all'Ocra.(" ) e alle Alpi è chiamato Albius, mostrando così che le Alpi si estendono fino là" (Strabone, Iv. 6, 1). Lo stesso autore Iv. 6, 10) dice i Giapodi essere "una nazione mista cogli Illirici e Celti." Questa tribù illirica, chiamata pure Giapigia (Pomponio Festo Epist. Orb. Terr. Syn.) è stata abbondantemente descritta dai moderni geografi.  
  8. Strabone fa cenno dell'Ocra in cinque luoghi. Può questa parola aver connessione coll'Ocra delta Siria (Mons Casius), che in arabo significherebbe montagna nuda? (Vedi "la Siria inesplorata" II. 73.) Plinio pure (III. 23) chiama Ocra, una città rovinata dei Carni.  
  9. Geographi Graeci minores (pp. lxx Iv e 196-237). "Anonymi (Scymnii Chii, ut fertur) orbis descriptio." Vedi il passaggio che principia (I. 369) così:

    Egli descrive dopo Tuopompo il luogo come un synisthmus col Ponto; la coata, guernita dello Assirti, dolle Elettridi, delle Liburniche, ed altre isole consimili alle Cicladi; i popoli barbari che contavano attorno la testa 150 miriadi (anche Strabone parla del loro tatuaggio, VII, 5,4); la fertilità della campagna, la fecondità del gregge, che produceva due volte all'anno, l'umidità dell'atmosfera co' suoi repentini mutamenti specialmente nell'estate, i suoi temporali, i suoi (il Sirocco e la Bora). Finalmente egli separa i Paflagoni Enoti o Heneti (di Venezia dai propriamente Istriani in questa linea:

    Da ciò il dotto avv. Kandler ("Discorso sull'Istria ecc, Trieste, 1867) metto in dubbio che gli Istri, trovando una rassomiglianza fra le Alpi ed il Haemas (Balkan), l'Adriatico e l'Eusino.il Golfo del Quarnero col vero Delta Istriano, gli dessero il nome in memoria della loro antica dimora. Così Pontico Istropolis divenne Polis, Pola; e la Valle del Quieto (Nengon o Ningun) può essere stata chiamata Ister. Queste derivazioni, comunque siano, sono meglio dell'ebraismo dell'abate Pietro Tomasin (Arch. Triest. Nuova ser. 2, 1871) che fa l'Istria una congregazione di acque; ma le derivazioni del dotto abate sono sempre più ammissibili di quelle di Catone, che la vorrebbe derivata da un duce spedito da Giano, e che gli eruditi tradizionisti ritengono essere lo stesso Noè.  

  10. L'Istria, schizzo storico-etnografico di Tomaso Luciani (Firenze, 1866). Le tradizioni dei Pelasgi nono evidentemente prese da Strabone (v. 2, 4), il quale li dice un'antica razza sparsa per tutta la Grecia, ma specialmente nel paese degli Eoli, presso la Tessaglia. In questi ultimi tempi è venuto il vezzo di sconoscere tali fatti.  
  11. Francesco padre del dottor de Combi, che morì nel 1872, ora pure un uomo di lettere. La sua traduzione delle Georgiche in ottava rima è stata ultimamente pubblicata a Venezia in un volume in ottavo. Il figlio dottor Carlo è attualmente professore alla Scuola Superiore di Commercio in quella città. II suo ammirabile catalogo unisce in grande estensione documenti, notizie e date di edizioni. L'autore modestamente si firma: "Il Compilatore"; ed il libro fu pubblicato a spese di "una società patria."  
  12. Muray è marcatamente plagiario. Egli quasi testualmente piglia a prestito dall'"Austria" di Turnbull, Londra, Muray, 1810. 
  13. Io prenderò a prestito da una biografia di Pietro Kandler, scritta dal signor Tomaso Luciani. Essa apparve prima nell'Archivio Veneto, vol. III, parte I, Venezia, tip. del Commercio, 1872, e fu successivamente riprodotta in opuscolo di 23 pagine in 8.vo.  
  14. Su ciò parecchi esempi possono essere addotti. II dottor Kandler fu spesso accusato di mania classica; di aver cioè tramutato ad arbitrio nomi slavi in nomi romani, come ad esempio Nabresina vicino a Trieste (na-brek sulla collina o monticello) nel latino Auresina. Anui dopo l'amico suo Tomaso Luciani compulsando nell'Archivio generale veneto un codice in pergamena nella Cancelleria inferiore, intitulato "Attì ed istrumenti appartenenti a Beni della Ca' di Dio dal 1205 al 1527, rinvenne sopra un atto del 1292 come Zuane e Mateo Maroli da Trieste refuda una casa in la contrada de Cavana e tre vigne alla casa di Dio, col testo latino et tres vineas sitas inpertinentijs Tergesti in contrata Aurisini. Ciò non ostante intesi uomini gravi citare questo esempio come saggio della mania del dottor Kandler.
  15. La città di Gorizia o Gradisca compresavi Aquileja, descrizione geografico-statistico-storica — del barone Carlo di Czoernig ecc. ecc. Guglielmo Braumüller, Vienna 1873. Dicono (perché io non lessi i due volumi) che l'ipotesi celtica sia dimostrata nella "Etnografia degli Stati austriaci" Vienna, stamperìa dello etato 1856. Qui pure fu pubblicata l'importante carta etnografica dell'impero d'Austria dello stesso autore, ed è ora ristampata.
  16. E la capitale della Liburnia istriana, menzionata da (Plinio III, 25, 92); da Tolomeo (III, 17, Alvona); e dall'Anonimo di Ravenna (v. 14). Il suo nome credesi comunemente derivato dal celtico al alto, e bon stabilimento, colonia, fondazione; per esempio Lis-bon; questo nome è giustificato dalla sua posizione circa 1000 piedi sopra il livello del mare. La famiglia Luciani è nominata da secoli. Una Luciani fu madre al celebre Mattia Flacio Illirico, alias Matteo Francovich, nato in Albona nel 1520. "Un des pliis savants thèologiens de la confession d'Augsburg." (Bayle dict., sub. V. "Illyricus"), egli insegnò greco a Tubinga e scrisse varie "Compositioni heretiche, perverse et maladette" in favore del Protestantesimo.
  17. Estratto dal Congrés International d'Anthropologie et d'Archeologie préhistoriques. Compte rendu de la cinquieme session à Bologne, 1871; avec planches et fìgures intercaléies dans le texte. Bologne: Iinprìmerie Tava et Garagnani, au progrès, 1873 (un vol. di pag. 543).

    Nel Rapport sur l'Exposition Italienne d'Anthropologie et d'Archeologie préhistoriques, pag. 485-518, leggesi (a pag. 490-401): — "Pour compléter la classe des restes prehiìstoriques de l'Italie du nord, se présentaient les belles haches en pietre polie trouvées dans l'Istria et possédés par M. Thomas Luciani de Venise (rectius d'Albona, domiciliato da alcuni anni a Venezia). Leur forme est celle que d'ordinaire on rencontre dans de pareìls objets de la même époque, qu' on tiro en grande quantité de toute la Péninsule. Le Jury pourtant ne peut s'abstenir de faire observer que dans la petite collection de M. Luciani on voyait une hache en pierre polie, tirée d'Altona (errore per Albona) laquelle, quoìque gâtée du côté du tranchant, dépassait grandement par son volume toutes les haches plus volumineuses des autres collections, et entrait en concurrence ponr la beauté avec la hache du mont Gualandeo de la province de Pérouse de laquelle on parlera plus loin. (Un disegno di questa bell'arma è accompagnato all'originale inglese.)  

    A pag. 504 trovasi: — "Un autre bijou de l'Expositìon se remarquaint dans la petite collection de M. Guardabassi. C'etait uno hache en pierre polie, trouvée sur le mont Gualandeo prés de Pérouse, qui dépassait par son volume toutes les autres qui figuraient a l'Exposition, à l'exception do celle trouvée à Altona (Albona), et que nous avons déjà mentìonnée."

    II rapporto è in data di Bologna, ottobre, 1871, ed è segnato: i giurati — G. Guiscardi, Q. Nicolucci, G. Ponzi, C. Reguoli; L. Pigorini, relatore.

  18. Questa generalità è dubbia come le dimostreremo or'ora.
  19. L'attuale capo della famiglia è l'egregio dottor Antonio Scampicchio, intorno al quale ho molto da discorrere.
  20. Queste pagine aouo accompagnate nell'originale Inglese da un disegno.
  21. L'Archeografo triestino (edito per cura della Società del Gabinetto di Minerva. Nuova serie, volume terzo, fascicolo III e IV, novembre 1871, e gennaio 1873. Trieste tipografia di L. Hermanstorfer, 1872) da mia breve notizia necrologica del d.r Buttazzoni.
  22. II forastiere che brama aver notizie di armi preistoriche deve chiederle agli slavi dell'Istria colle espressioni di "Kamen od strelje (pietra del fulmine), agli italiani con quella di pietra del fulmine, come la pietra di Corisco nel Brasile; e perfino allora non sarà da essi compreso. Alcune delle ascie sono state adoprate come pietre di paragone, e le punte di freccie sono scomparse dopo aver servito per pietre focaje colle quali si accendevano le pippe.
  23. È un'importante villaggio di questo nome (Castellier) alcune miglia nord-ovest da Parenzo; un Monte Castellier, per tacere di altri, si trova a nord-est di Umago. Presso quest' ulmo, (così mi venne raccontato), giacciono estese rovine dell'antica città romana "Siparia".
  24. Credesi che la terra rossa, ossia I'argilla ocracea, (silicato alluminoso, leggermente alcalino, con idrossido di ferro), nn contenga traccia di materia organica e biologica, e poco o niente di calce: non può perciò provenire dagli ossidi che macchiano le nummuliti e le ippuriti calcaree. Un interessante studio di questa formazione si troverà nelle "Escursioni geologiche fatte nell'an. 1872 da P. dottor Taramelli, prof, titolare di Storia naturale." Questo geologo spiega il terreno rosso qual prodotto di eruzione, e ritiene la formazione delle "Foibe" possa starvi in relazione dell'azione dei gas esplodenti e degli sprofondamenti crateriformi, risultandone gli entonniors, i wetterlöcher, le doline degli slavi, gli inglotidors del Friuli. Io ho notato questi buchi inabissati detti "Iurali" nell'Antilibano. (La Siria inesplorata, II: 100 e altrove), ed io non posso credere altriraenti che la caduta dell'acqua attraverso le loro fessure ne sia la causa e spesso un bastevole agente. Ma ini riservo quest'oggetto a future discussicmi.
  25. Alcuni viaggiatori hanno assolutamente negato l'esistenza dei fiumi "sottorranei". Questi increduli ignorano così il fatto come essi siano propri di tutte le regioni di pietra calcarea. Furono veduti da Lt. Garnier nel sud-est del Tibet (Strade maestre dell'Oceano, marzo 1874), Tra le maraviglie del Carso (triestino) si annovera il Recca o il torrente di San Canciano, il quale gettandosi da una roccia perpendicolare sparisce totalmente, si mostra per tre bocche distinte, e dopo un corso sotterraneo di 25 miglia geografiche, riapparisce a formare il classico Timavo, il quale è descritto da Strabone, da Plinio, e da tutti i vecchi goografi. La parola foiba, peculiare a questa parte di paese, è ritenuta dai signori Kandler, Taramelli e Tommasini una derivazione del latino fovea, e dal greco caverna o nido; il volgare equivalente italiano è fossa, caverna o voragine. Io dubito chie la derivazione fovea sia ciò che Cluverius chiamava cavea montium, e Tommasini (p. 179) buche ed aperture della terra. Il termine slavo e joma che è applicato alla grotta di S. Servolo di Trieste. Se fovea fosse l'origine della parola, noi dovremmo anche incontrarla fra gli Appennini; sarà probabilmente come "Pola" un avanzo della vecchia lingua celto-tracica portata dalle razze primitive dell'Istria. Il d.r Davis mi fornì l'espressioni: Cornish "fow", Welsh "fau" e l'irlandese e gallico "fuathais" caverna, grotta, nascondiglio di bestie selvaggie. Queste sono evidentemente derivazioni celtiche di folià e fovea. In questa "Foiba" noi scoprimmo stranamente travestito "il flume Fluva" che Murray (Manuale della Germania meridionale, Sest. XIII, pag. 70) dice scorrere sotto Pisino. Turnbull ("Austria", I. 13) nomina grotta o caverna, ma sembra di non averne chiesto il nome. Il termine greco moderno non è folla, ma catavothron, e i segni caratteristici del lago di Copric e di Cefalonia Argostoli, corrispondono esattamente a quelli dell'Istria.
  26. Una legge provinciale "De Capris non tenendis" trovata negli Statuti triestini del 1350-1420 e rinnovata nel 1844, proibisce di pascolare le capre attraverso l'Istria, eccetto "alla corda": ciò vuol dire che esse non possono girare in greggie per la distruzione di cespugli e di giovani alberi. Il contadino si lagna di questa provvida legge, perchè il formaggio è a 50 soldi il funto. I soli luoghi dove io trovai delle eccezioni furono i tratti della costa tra Pola e Parenzo, e perfino qui ogni abitante di buon senno parla di ciò come a" "una barbarie". L'esempio dell'Istria e dell'Islanda che sterminavano le capre perchè nuocevano ai tetti delle case, dovrebb'esssere seguito dalla Siria e dalla Palestina; il diboscamento della Terra Santa è principalmente opera della capra, Capra domestica.
  27. Tutti ammettono che vi fosse un Castelliere a Pisin vecchio sulla collina all'ovest di Pisino, il qual luogo colla grande sua "Foiba" e col nobile castello dei Conti di Montecuccoli, ricorda al viaggiatore il Burrone o il Kasabach della Costantina d'Algeri. È un luogo molto pittoresco, degno di essere visitato.
  28. II sig. Ant. Covaz crede di aver verificato che l'antica città di Nesactium, così celebre nella guerra romana (a. C. 177) sia stata al sud-est di Albona. Egli la pone non come il solito all'Arsa ma più discosta verso il sud nella Valle Bado a sud-est di Monticchio, in un luogo chiamato Gradina, il quale è descritto come "il re dei Castellieri". I contadini ancor chiamano quei luoghi Visazze. Io visiterò questa parte di paese subito che mi sarà possibile.
  29. Ho preferito Cunzi perché è la forma italiana, confessando in pari tempo che Kunzì sarebbe più corretto.
  30. L'aneroide segnava 28, 27, e il termometro F. 55". La borìna o piccolo Bora soffiava, ed il barometro al livello del mare segnava 30.50. In una visita susseguente segnava 28. 76. "Ripenda" sembra il nome dell'intera contadi mare fino a Fianona.
  31. II classico Stana Flanaticus. Dante (Inf. IX. 213) scrive: "Siccome a Pola presso del Quarnero" che non è per l'obbligo di rimare con "varo". Il mio amico Luciani mi assicurò che la forma è propria degli antichi documenti, benché ora in disuso.
  32. Per la gentilezza del dottor Scampicchio io spero di offrire una fotografia di questa località onde mostrare le ristaurazioni nei loro diversi dettagli.
  33. Dicesi che il numero esterno della ellisse sia di 440 passi (-1,100 piedi) in circonferenza; ma io non ve l'ho misurato.
  34. Mi fu detto erroneamente che questa incavatura, fu fatta dal grande letterato e storico Mommseu.
  35. Alcuni di questi frammenti sono straordinariamente pesanti e grossi, e mi ricordano gli esemplari che portai a casa nei 1871 dalle varie parti della Siria e della Palastina.
  36. Io mi sono procurato una fotografia di questo interessante modello.
  37. La parola slava è Vran in analogia linguistica collo scandinavo Hrafn, col teutonico rabe e coll'inglese raven. Di questa le consonanti radicali sono r b (e le sue congenite v ed f), e, curioso a dire, noi la troviamo nella voce ebraica orob e nell'arabica ghurab (corvo) che diede dubbio origine a corvus, corbea, crow.
  38. Il signor Nacinovich mi mostrò pure una Dolina (cioè dol, thal, dale, e vale), una buca della forma di un cratere nel campo di pietra calcare al nord di Santa Domenica, popolarmente conosciuto per Venezia. Contiene due grotte, una con una sola l'altra con doppia apertura, le quali si aprono al sud e al nord. Io mi riserbo di descrivere questa formazione in un altro scritto sopra, le abitazioni delle grotte in Istria. II cavalier Luciani mi scrive:

    "Ma giacchè è deciso d'intraprendere uno studio serio, io la prego di non limitarlo ai Castellieri, bensì di estenderlo anche alle caverne. Molti le diranno che sono inaccessibili, impraticabili, che furono visitate da altri, che in esse non hannovi indizii di abitazioni o di resti umani. Non si acquieti a tali asserzioni. Il paese non è instrutto abbastanza in questo ramo di scienza nuova, e per conseguenza i più sono increduli, fanno difficoltà e creano impossibilità che non esistono in fatto. Veda coi proprii occhi o tocchi colle proprie sue mani. In Istria come dissi nella lettera al Dr. Buzzi, bisogna distinguere le voragini (volgarmente foibe) dalle caverne (grotte). Le prime per loro natura, precipitose e perpendicolari, inabitabili veramente, lasciamole pure al geologo; ma le seconde che si aprono sui fianchi delle costiere e s'inviscerano orizzontalmente, o quasi, nelle montagne, tocca a noi esplorarle attentissimamente perchè sotto la crosta stalagmitica contengono, o certo possono contenere, 1'incognita dei primi abitatori selvaggi".

  39. Io mi riserbo il soggetto sulle breccie ossifere in Istria e nelle Isole Dalmate per uno scritto avvenire.
  40. Nell'i. r. Arsenale navale esistono quattro revolver, pistole e carabine, intorno ai quali il direttore capitano Germonnig mi ha gentilmente promesso di fare delle ricerche.
  41. Il lettore è di nuovo posto siill'avviso contro il Murray, (Manuale della Germania Meridionale), che dice a pag. 460 qualmente Peroi, a 7 miglia da Pola, sia un piccolo villaggio abitato da una colonia di greci che conserva tuttora la lingua ed il pittoresco costume del suo paese. In una cocente mattinata di agosto il signor de Perochel ed io camminainmo per 5 miglia onde visitare questi greci. Noi vi trovammo invece alcune famiglie di Albanesi e Montegrini che colonizzarono quel luogo nel 1657, ma che sono soltanto di religione greca. La meschina locanda di Dignano, denominate Turnbull, ha pure molto migliorato per le frequenti visite degli ufficiali di marina che giungono da Pola. L'albergo Ferrara è in oggi uuo de'migliori dell'Istria.
  42. Il sito preciso è la moderna Cervera, (latino Cervaria). Il dottor Kandler pone Figlinae amplissimae patrimonii Caesaris sulla costa settentrionale del Castelliere dove viene trovata grande quantità di stoviglie rotte, utili se paragonate ai frammenti preistorici. Infatti l'intera Istria occidentale abbonda di "Figlinae".
  43. L'Istria conserva ancora la parola stanzia. Nella Spagna estancia si chiamano i paesi civili delle repubbliche dell'Argentina e dell'Uraguay.
  44. Vige tuttora a Rovigno la tradizione, che l'isola sopra cui giaceva la città antica di Rubinum, sia materialmente sprofondata, signor Luciani (L'Istria Schizzo storico etnografico pag. 40) pone il fatto nel 740 d. C.
  45. Antichi abitanti di Teneriffe, l'isola principale dell'Arcipelago, detto Canarie, dai Cani come narra il re Tuba. Il crowdy dello Scozzese, ed il tiste dell' America centralo. C.C.B.
  46. II capitano Burton allude qui all'opera eccellente del signor Samuele Laing. — Rovine preistoriche di Calihness. — Natnralmente il risentimento fra. gli abitanti dei Keis era molto forte contro la supposizione del prof. Orven, che alcuni dei loro antenati fossero stati cannibali.
  47. II signor Carlo de Franceschi mi mostrò alcuni esemplari i cui grandi buchi dimostrano essere perle primitive; quelle con foro più piccolo possono essere state fusajole come lo sono tali gli oggetti ancora adoperati presso diverse razze selvaggie.
  48. Cranogues, nome Celtico dei villaggi antichi costruiti a guisa di "Pfahlbauten" nei laghi e nelle paludi dell'Irlanda.
  49. Sporgenze delle spine dorsali dei monti.

Tratto da:

  • Richard F. Burton, Note sopra i castellieri o Rovine preistoriche nella penisola istriana. Prima versione dall'Inglese di Nicolina Gravisi-Madonizza, Stabilimento Tipografico B. Appolonio (Capodistria, 1877).

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This page is compliments of Marisa Ciceran and Pietro Valente

Created: Saturday, July 03, 2004; Last Updated: Tuesday, August 23, 2016
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