Amedeo Sala
Relevant Non-Istrians


Natali di un vagabondo

Cavalcando l'altr'ier per un cammino,
  pensoso de l'andar che mi sgradia,
trovai Amore in mezzo de la via...
Dante - “Vita Nova”

[Racconto segnalato alla IV Edizione del Premio Conti, 17 marzo 2007]

Nevicava trasversalmente nei canyon newyorchesi quel giorno di Natale. Dalla finestra della mia camera dell’albergo Vista, appollaiato sotto le enormi torri gemelle del World Trade Centre di 110 piani - con i più elevati scomparsi nelle nuvole - fissavo affascinato la bufera che, scesa improvvisamente sulla metropoli americana, mi aveva svegliato scagliando neve e ghiaccioli contro i vetri della mia camera del decimo piano.

Mi resi conto che le vie di New York non erano solo strade, ma profonde valli affiancate da scoscese rupi di cemento armato, alluminio e vetro che forzavano il vento ad aumentare la velocità. Costretto ad attraversare la città senza dispersioni, il gelido e violento flusso artico trasportava, a mezz’aria, ogni immaginabile oggetto: pezzi di giornali, immondizie e nevischio.

Ero appena ritornato da Bruxelles per incontrarmi con i funzionari della Merrill Lynch, la più grande ditta di brokerage degli Stati Uniti, ansiosi di voler risolvere urgenti problemi che rischiavano di causare una dilazione dell’acquisto di un mio brevetto. Avevano già ridotto l’originale impegno finanziario di sei milioni di dollari ad uno solo e non avevano firmato l’accordo. Per farlo, volevano il controllo maggioritario della mia ditta d’alta tecnologia: ero, in poche parole, in grossi guai.

Malgrado ciò, la sola preoccupazione del momento era di non lasciarmi sopraffare dal sonno che la differenza del fuso orario avrebbe certamente indotto. Ero arrivato alla vigilia di Natale, con il sereno e avevo cenato al ristorante dell’albergo, soffermandomi a lungo ad ammirare le torri nel buio della notte stellata mentre cercavo di escogitare una strategia per l’incontro con la Merrill Lynch.

Il nevischio, che si abbatteva furioso contro le finestre della mia camera, mi aveva svegliato da un sonno disagiato e spesso interrotto durante la notte. Ero intontito quando mi alzai verso le dieci del mattino. Dopo una lunga doccia, avvolto nel caldo accappatoio provveduto dall’albergo, mi soffermai a guardare fuori della finestra mentre centellinavo un bicchiere di latte freddo. 

La mia attenzione era stata attratta dai lampi accecanti delle saldatrici elettriche degli operai che continuavano a costruire - nonostante le feste natalizie - un habitat su una penisola artificiale nata dal materiale estratto, anni prima, dalla cavernosa struttura sotterranea delle due torri del World Trade Centre. Attraverso la foschia della bufera intravedevo, a mala pena, il fiume Hudson, costellato di grumi di ghiaccio che si contendevano il passaggio verso l’isola Ellis, accanto a quella della Statua della Libertà, mete anelate da milioni di emigranti. Questa mi ricordava la mia stessa emigrazione iniziata quando mio padre morì poco dopo l’ultimo Natale trascorso con tutta la famiglia ancora unita, ad Aidussina, già in provincia di Gorizia.

Ricordo l’erba del presepio, fatta di muschio che io avevo raccolto nei campi. L’albero era un vero pino al quale attaccavo i delicati globuli colorati e gli uccellini con code di vetro filato muniti di mollette per fissarli ai rami. Papà completava il lavoro con la stella infilata in cima al pino e poi si metteva a fare il presepio cominciando con il prato di muschio, incoraggiandomi ad aiutarlo nei dettagli. Usando un piccolo specchio, creavo un lago per abbeverare le pecore vigilate da pastori in costumi variopinti. Su un viottolo, imbianchito con il sale, aggiungevo i re magi sui cammelli, diretti verso la stalla dove giaceva il Gesù Bambino riscaldato dall’alito di una mucca e di un asino.

Sempre fissando la neve, che s’ingorgava in mulinelli furiosi, pensai ad un Gesù Bambino nato in Australia. Avremmo usato la Nutysia Floribonda chiamata anche X-mas tree, pianta parassita che fiorisce in dicembre con stupendi fiori dorati, come albero di Natale? Come avremmo protetto il neonato dal calore infernale dell’estate australe? Sarebbe stato ventilato dalle ali di un emù? 

Il giorno della Natività del Signore non è, in ogni modo, soltanto uno di gioia, di alberi e presepi, ma di pace e bene per tutti gli uomini (e bambini) di buona volontà, il che non include, però, gli animali allevati per l’occasione.

Ricordo il contadino che ammazzava il maiale, recidendogli la carotide dalla quale sgorgava violento il sangue a ritmo cardiaco. Gli stridenti urli dell’animale si affievolivano con l’incipiente morte e come peraltro il flusso irruente del sangue raccolto in un secchio e mescolato, perché non si coagulasse, dalla moglie del contadino che poi lo avrebbe insaccato in salsicce. Ricordo anche le oche alimentate a forza per ingrassarle a dimensioni enormi, e le anguille, spellate vive e tagliate a pezzi, che, messe nell’olio bollente della padella, continuavano a guizzare spasmodicamente durante la frittura.

La partecipazione degli animali, non era, quindi, una di gaudio, come, peraltro, non lo furono per me molti Natali dopoché mio padre morì di cancro, prima dell’estate del 1935. Avevo otto anni e non festeggiai mai più un Natale con la famiglia unita. Fui mandato in collegio a Spoleto, dove trascorsi tutti gli inverni per sette anni di seguito, sempre lontano di casa.

Nei giorni feriali studiavamo fino l’ora di cena e alle 20, dopo le preghiere per il Re, il Duce e la Patria, marciavamo verso i dormitori e poi via a letto. La vigilia di Natale era, però, differente: s’iniziava con una marcia in chiesa a confessare quante volte avevamo compiuto gli atti impuri, e si finiva con il cenone che consisteva delle solite pietanze domenicali un po’ più abbondanti, una fetta di panettone e una tombola con premi di articoli di cancelleria, matite, penne, quaderni e così via.

Il giorno di Natale marciavamo di nuovo a Messa e alla comunione. Trascorrevamo un'ora di ricreazione nel pomeriggio in un vasto cortile nel quale eravamo condotti inquadrati, tre per fila. Lì si giocava al calcio con palle solide fabbricate da noi stessi con stracci e carta. Questi erano i miei Natali in Umbria.

Poco prima dell’armistizio dell’8 settembre 1943, ritornai a Zara, in Dalmazia, giusto in tempo per subirmi i bombardamenti dei "liberatori" che distrussero la città, la nostra casa e la nostra vita Quel Natale soffrii la fame.

Nel 1944, con il resto della famiglia scappai a Trieste, dove fui forzato dai tedeschi a lavoro coatto per scavare trincee in un ultimo tentativo di fermare l’irruente avanzata degli alleati verso l’Austria. Quello fu un altro Natale da dimenticare, come peraltro quelli nel campo profughi di Mantova, dove mi rifugiai dopo essere stato espulso dalla Dalmazia, dal maresciallo Tito, malgrado avessi combattuto nelle file dei suoi partigiani. Fu così che mi guadagnai un “record”: ero tra i primi in quella “ripulitura etnica” che spietatamente, ma inevitabilmente, ricadrà, come una maledizione, cinquant’anni dopo, sui miei tormentatori dei paesi balcanici, dove i natali sono celebrati in date diverse dai cattolici e dagli ortodossi, e per niente dai mussulmani. Il che è sufficiente per generare odi etnici insuperabili.

I Natali sono diversi anche in Australia, dove mia moglie e i quattro figli si trovavano a celebrare la Natività senza di me, nel caldo afoso che il 25 dicembre raggiunge sempre i 40 e più gradi. Avrebbero trascorso la vigilia in giardino, nella piscina, fino al calar della sera, per poi rientrare in casa e scambiarsi i regali, posti sotto l’albero, prima di sedersi a tavola. 

Dopo il cenone sarebbero usciti di nuovo in giardino a prendersi il fresco ed a rivedere le stelle australi tanto differenti e lontane da quelle di Spoleto e dalla stalla di Betlemme.

Io invece, all’Hotel Vista, trascorsi la vigilia guardando – poche ore prima della bufera - la luna nascere e tramontare tra le due torri del World Trade Centre contro uno sfondo di stelle boreali, tanto differenti da quelle dominate dalla Croce del Sud. Mi ricordavano le notti della mia infanzia nel convitto per orfani di impiegati statali in Umbria, quando, dopo la perdita di mio padre, subii il primo distacco dalla famiglia che mi avrebbe trasformato in un vagabondo perenne. L’inizio della diaspora familiare iniziò con il viaggio da Aidussina a Trieste e poi, via mare, a Zara. Attraversato l’Adriatico - e preso il treno per Spoleto alla stazione di Ancona - arrivammo a destinazione all’imbrunire.

Un calesse, noleggiato in Piazza Garibaldi, ci portò alla pensione prenotata dal convitto, in Via delle Mura. La camera era una triste topaia piena di cimici affamate che non mi fecero dormire: non vedevo l’ora che nascesse il nuovo giorno.

Alle prime luci del mattino chiesi permesso alla mamma di uscire per incamminarmi lungo le vecchie strade medioevali, ed imboccare infine la tortuosa e stretta via di Fontesecca che porta in Piazza del Mercato, dove incontrai mia madre che si era fermata a prendere della frutta e mi aspettava. La Piazza era il mercato delle verdure e il sito originale del senato romano, sepolto sotto due metri di terra, ma l'insegna comunale mostrava ancora le lettere SPQS, Senatus PopulusQue Spoletarum.

La Spoleto storica che sorge sul colle S. Elia, non era al mio arrivo la splendida città d’oggi, sede del Festival dei due Mondi, quella restaurata amorosamente e meta turistica incomparabile. Al mio arrivo era solo una confusione di bui vicoli negletti affiancati da case in decadenza, aggrappate ad un'alta rupe isolata dall'azione erosiva del torrente Tessino.

Una leggenda vorrebbe che una frana avesse staccato la rupe dagli Appennini dato che l'etimologia della parola Spoleto, mai confermata, deriverebbe dal greco spao e lithos, in altre parole, sasso staccato, dal Monteluco, Lucus sacer, bosco sacro al tempo dei Romani. Per arrivarci in cima, fu costruita una strada che richiese tre anni di lavoro forzato imposto ai prigionieri ungheresi della prima guerra mondiale.

Grazie ad un’altra delle tante leggende popolari, Spoleto si arrogava la fama di aver fermato Annibale diretto alla probabile distruzione della città eterna. Gli Spoletini avrebbero respinto i Cartaginesi a forza di d’olio bollente gettato dalla Torre dell’Olio che, però, fu eretta secoli dopo l’invasione di cui sopra.

In ogni modo Annibale avrebbe dirottato per darsi agli ozi di Capua, ma solo per poi essere annientato a Canne da Scipione l’Africano, ricordato nell’inno nazionale. Secondo Mameli, Roma avrebbe reso la vittoria sua schiava, ma la realtà storica della seconda guerra mondiale - che portò al mio esilio e poi alla mia emigrazione, in effetti, dagli Appennini Umbri alle Alpi australiane - non concorda con questo vanto.

L’influenza romana a Spoleto era visibile dappertutto, anche al mercato dove la merce era pesata con stadere bilanciate da pesi scorrevoli in forma di teste romane. La frutta era lavata nella Fonte pubblica l’acqua della quale proveniva da Monteluco ed era anche usata per ricaricare la Mostra delle Ore, l’orologio pubblico che mi fermai a guardare. Era arrivata l’ora di avviarmi al convitto, già chiesa degli SS. Simeone e Giuda (che non doveva essere quello dei trenta denari) attigua ad un convento costruito vicino alla Rocca, la cittadella del Papa trasformata al mio arrivo, in ergastolo.

Il convitto stesso non era dissimile ad una prigione, malgrado ciò, ambedue le costruzioni davano su Piazza Campello nel centro della quale c’era un monumento alla Libertà. Questo pareva fosse la ragione della sghignazzata eterna sulla faccia di pietra del Mascherone, il buffone che vomitava acqua all’esterno del muro di cinta del convitto.

L’istituto penale, il convitto, il mascherone ed il monumento alla libertà erano situati in cima al colle di S. Elia, dalla forma di un cono troncato dominato dall’inespugnabile Rocca papalina, accessibile - pare - solo al peccato. Il folklore spoletino voleva, infatti, che una depravazione demonica si era impossessata della fortezza dei papi.

Lucrezia Borgia, figlia del cardinale spagnolo Rodrigo Borgia, poi Papa Alessandro VI, e della sua amante romana Vannozza Catanei, visitava la rocca per farne di tutti i colori. Quando andò in reclusione a Nepi e il frutto dei suoi peccati, il misterioso “Infante Romano” - figlio illegittimo del fratello Alessandro secondo una bolla del Papa - fu visto per la prima volta, le lingue pettegole circolarono la notizia che il bambino fu concepito durante un'orgia al Vaticano, riconfermando che l’incesto nella famiglia dei Borgia era imperversante e che spesso era messo in atto anche alla Rocca, dove, pare, nacque l’infante. Certo è che la Rocca aveva raramente ospitato stinchi di santo ed era quindi comprensibile che fosse usata come residenza permanente per gli ergastolani.

Papi o criminali, gli inquilini avevano bisogno d’acqua e questa era portata da un acquedotto lungo 230 metri posto su undici torri enormi, la più alta delle quali raggiungeva 80 metri. Chiamato appunto “Ponte delle Torri”, era spesso usato da inventori per lanciare paracaduti sperimentali, ma anche da suicidi. Quel poco che rimaneva dei paracadute o dei resti umani all’arrivo, era portato via dal Tessino, il torrente che scorreva rapido nella profonda valle attraversata dal ponte.

L’avevo visto per la prima volta guardando fuori della finestra dell’ufficio del "censore", un uomo obeso che assomigliava al Duce e il lavoro del quale consisteva nel censurare la nostra posta a casa depurandola delle notizie che non voleva fossero trasmesse alle famiglie dei convittori. Alla vista di quest’uomo mi spaventai tanto che volevo scappare da mia madre, pregandola di non abbandonarmi. Rimasi, invece, muto anche quando la vidi scomparire dietro il portale di ferro che si chiuse rumorosamente alle sue spalle.

Così abbandonato, fui subito trasformato in un convittore: la guardarobiera, mi infilò un paio di pesantissimi scarponi e m’insaccò in una divisa come quella che gli studenti giapponesi usano ancor oggi. Infine il barbiere che mi rasò la testa a zero, un’operazione che inevitabilmente toglie ogni sembianza di dignità, quindi spesso usata come punizione nelle galere e dai militari. Volevo piangere, ma trattenni le lacrime fino l’ora di andare a letto. Quando la calma della notte fu rotta dalla tromba che suonava il "Silenzio", scoppiai in un pianto dirotto.

Il collegio di Spoleto non era quello che un ragazzino della mia età si meritava, ma, dopo la perdita di mio padre, era l’unica maniera per ricevere un’educazione scolastica. L’istituzione, però, insisteva ad imporre una disciplina senza cuore, perché convinta che fosse l’unica maniera di ricavare il meglio dai giovani e trasformarli in cittadini degni di essere chiamati tali.

Ci alzavamo alle sei di mattina, lavandoci a petto nudo con l’acqua gelata del rubinetto, per poi marciare verso il refettorio per la prima colazione che consisteva in una tazza di caffè e latte e una fetta di pane senza sale. Ci pulivamo i denti con un dentifricio in polvere alquanto sabbioso, poi di nuovo in marcia giù dal colle fino alla scuola e infine al rientro, sempre marciando, su per la stessa collina per andare a pranzo.

Marce dopo marce dal mattino alla sera. Quanto desideravo marciare via da quell'insopportabile vita reggimentale! Anche le nostre passeggiate ricreative erano eseguite marciando. Il percorso era sempre lo stesso "Rocca-ponte-prigionieri."

Si aggirava la Rocca e si attraversava il Ponte delle Torri, per raggiungere la strada costruita dai prigionieri della Prima Guerra Mondiale, e quindi riprendevamo la marcia alla rovescia. Sempre inquadrati, senza alcuna possibilità di libertà.

Ma c'era di peggio. Nel convitto i ragazzi più anziani molestavano sessualmente i più giovano ed anch’io, non essendo un’eccezione dovevo difendermi in continuazione. Alcuni adulti erano anch’essi pederasti ed uno di questi cercò, un giorno, di attaccarmi. Per sfuggire alla sua concupiscenza, gli gettai contro un pesantissimo vocabolario, che lo colpì ad una tempia, abbattendo corpo e passione con un colpo solo.

L’incidente mi annoverò tra gli indisciplinati e fui spesso punito per piccoli errori e molte volte per nessuna ragione. Questo mi portò a diventare un ribelle incorreggibile e recidivo. Più mi punivano e più mi ribellavo. Ad esacerbare la mia situazione ero privato del cinema, un evento molto raro, d’ogni attività sportiva e tenuto sotto controllo continuo. Spesso ero messo a punizione durante il pranzo, Dovevo stare immobile, sull’attenti fissando, il muro del refettorio quando i miei compagni mangiavano mentre l’alito mi puzzava dalla fame. 

Un giorno mi ammalai e fui mandato all'infermeria per la dose obbligatoria d’olio di ricino. Il purgante fu così efficace che dovetti farmi una doccia. Mi stavo asciugando quando il cameriere addetto alle docce, mi attaccò. Non dimenticherò mai la barba setolosa della sua faccia mal rasata sulla mia pelle, come sono sicuro lui non avrà mai dimenticato la mia reazione. Spaventato, corsi nel cubicolo della doccia inseguito da lui. Per mia fortuna scivolò a terra. Per non cadere afferrai il rubinetto dell'acqua fredda che lo innaffiò bagnandolo fin all'osso. Quando si riprese mi condusse all’ufficio del censore che mi picchiò e mi punì con la reclusione nel carcerino, mettendomi a pane e acqua per un mese. Da quel giorno imparai ad odiare il mondo. 

Il nostro convitto era solo per maschi. Ce n'era uno simile per le ragazze, gestito dalla stessa istituzione. Dati i tempi sarebbe stato impensabile mescolare i due sessi. Non era permesso che maschi e femmine potessero condividere scuole ed alloggi, ma era perfettamente accettabile creare una situazione che attirasse pederasti di ambedue i sessi a violare la cosa più sacra nella vita di un giovane: la sua innocenza.

Avrei riscoperto la stessa bruttura anche al mio arrivo in Australia dove, appena nati, i “picanini” (neonati aborigeni) erano strappati ai genitori ed “adottati” dai missionari. I bambini erano rastrellati e coatti nelle fattorie dove la maggior parte riceveva solo un’educazione rudimentale abbastanza per il lavoro di mandriani.

Le donne erano forzate in schiavitù sessuale dai coloni bianchi. I figli, nati da questi stupri, erano messi nelle istituzioni dove i padri irlandesi violentavano sessualmente i loro pupilli e quelli che si ribellavano erano puniti fisicamente in maniera bestiale.

Spoleto non era quindi un’eccezione, né la mia esperienza unica che però rimarrà una ferita sanguinante per tutta la mia vita.

Un’altra afflizione era la mancanza della libertà che cercavo continuamente. Di notte, dopo che la tromba aveva suonato "Il Silenzio", strisciavo dal letto, per arrampicarmi su un pianerottolo mediante una scala a pioli, usata per aprire e chiudere l’enorme tendaggio del dormitorio.

Da là salivo sul tetto di tegole centenarie dove camminavo o semplicemente mi sedevo a guardare il firmamento. Da quel punto, da cui avevo una vista magnifica, fissavo il mio sguardo ad est, verso casa. Là, lontano oltre l'orizzonte, c’era la mia famiglia, L’Adriatico e la libertà. Per questa libera uscita straordinaria, dovevo rischiare la vita. Ancora oggi sogno di quelle fughe e ho incubi nei quali perdo la mia presa proprio prima di arrivare in cima al tetto, e cado. 

Ero affascinato dalla Via Lattea, dall’immensità del cielo e la casualità della distribuzione delle stelle, e quando tornavo a letto, continuavo a pensare a quei cieli caotici. Mi era facile individuare gruppi di stelle - come ad esempio l’Orsa Maggiore - e non capivo l’idea di creare costellazioni con immagini mitologiche che non vedevo. Vedevo solo lo spazio infinito trapuntato di stelle, spettacolo che mi affascinava e spaventava. Uno spettacolo avvincente che, peraltro, ha sempre evidenziato le pietre miliari più importanti della mia vita.

Come nel caso quando, stanco e assonnato, scesi dall'autobus che, lo stesso giorno del mio arrivo in Australia, mi aveva trasportato da Melbourne in quel di Bonegilla, un campo di smistamento degli emigranti appena sbarcati. Nell'aria gelida della sera mi si presentò uno spettacolo meraviglioso. Il cielo, nell’oscurità della notte senza luna, era un'enorme esplosione di stelle luminosissime interposte tra nuvole astronomiche fosforescenti.

Mi resi conto che vedevo – da una finestra che si affacciava sull'universo australe – il centro della nostra galassia. Quel cielo diede al mio stomaco una stretta, poiché confermava che ero sbarcato in un altro mondo: avevo tagliato tutti i ponti e non avrei potuto ormai girarmi sui tacchi e tornare a casa.

Lo spazio diventò un elemento centrale quando fui assunto dalla Nasa, l’Agenzia Spaziale Americana. Le missioni spaziali finivano sempre alle ore antelucane, ed io e miei colleghi, dopo un turno di lavoro ininterrotto per tutta la durata di una missione lunare, uscivamo nell'oscurità a riveder le stelle che bucavano la cupola del cielo australe in un numero veramente astronomico.

Ci aspettava sempre un camion con un carico di barilotti di birra e molte cassette di gamberi giganti cotti in acqua marina, uno dei pochi pasti australiani che potrebbe essere incluso nei menù dei buongustai. Quello era un ristorante, non di cinque, ma di miliardi di stelle, dove si mangiava e beveva a sazietà aspettando l'alba di un nuovo giorno che sarebbe ricordato nella storia della conquista dello spazio. Capivo che ero finalmente arrivato, e fino alle stelle, partendo da Spoleto dove avevo visto l’anteprima di questi spettacoli da un antico tetto spinto dalla mia insopprimibile ricerca della libertà.

Una volta fui intercettato da un compagno al mio ritorno da una di queste escursioni. Voleva sapere dove fossi andato. Spiegai che stavo pianificando la fuga che desideravo, ma non in quel momento. Questo ragazzo, molto antipatico, che chiamavamo Conte era il figlio illegittimo di una nobildonna.

Mi aveva promesso che non lo avrebbe detto a nessuno, ma essendo di sangue blu la parola d’onore forse non contava con un plebeo come me. In ogni caso, era un ragazzo che si dava arie e tendeva a trasformare banalità in atti d’eroismo.

Una sera un caminetto s’incendiò perciò ci demmo subito da fare per estinguere il fuoco. Formata una fila, ci passavamo secchi d’acqua ed in men che non si dica riuscimmo a spegnerlo. Non c'era nulla di coraggioso nella nostra partecipazione. L’istitutore volle, in ogni modo, lodarci per il nostro aiuto, ma nessuno rispose eccetto il Conte: "Signor maestro" disse, "era solo mio dovere", quello stesso - devo aggiungere io - che lo fece rivelare il mio segreto al censore. Fui messo di nuovo a pane ed acqua nel carcerino per un mese dove, camminai in continui circoli chiusi nella stanzetta disadorna, fornita di solo una sedia ed un tavolino, maledicendo per ore la nobiltà. 

Ma non tutti i miei compagni di scuola erano come il Conte. C'era anche Ciccio, innamorato pazzo di Laura, una delle bellezze delle scuola e che spesso mi seguiva nelle mie escursioni notturne e mi parlava molto di questa ragazzina.

Ciccio aveva ogni ragione d’essere attratto da Laura perché era bella: bionda e minuta, portava i capelli tirati sulla nuca per finire in due trecce legate da nastrini graziosissimi.

Era sempre vestita elegantemente e pareva un'indossatrice di un negozio di moda per adolescenti. Era anche la mia avversaria nelle competizioni della coniugazione dei verbi irregolari latini. Spesso mi facevo vincere da lei perché Laura era il mio primo amore. La sognavo sempre anche se dovevo concludere che essendo bella e ricca non avrei mai potuto conquistarla. Immaginavo che si sarebbe sposata con un uomo agiato, avrebbe vissuto una vita splendida, viaggiato molto e sarebbe stata felice per sempre.

A parte una sola lettera, scritta da Trieste, non avevo mai più avuto alcun contatto con lei dopo la mia partenza da Spoleto, ma spesso la pensavo e sempre nell'immagine che mi ero fatto di lei da ragazzo: bella e felice. Quel giorno a New York decisi di ritrovarla.

Poco dopo partii per Roma per incontrarmi con funzionari di una banca laziale. Dovendo poi andare a Venezia, decisi di noleggiare una macchina e farle una sorpresa fermandomi a Spoleto. Non sapevo, però, come rintracciarla, un compito reso ancora più difficile dal fatto che l’albergo Agip - dove mi ero fermato - non aveva una linea diretta esterna, ma solo il citofono che richiedeva l’intervento della telefonista per ogni chiamata. Avendo fallito nei primi tentativi me n’andai a letto presto perché ero vittima del fuso orario di New York, e stanco dalla scarrozzata in macchina da Roma, che però mi era piaciuta per il paesaggio che solo l’Umbria può offrire. 

Mi coricai appena le luci della gigantesca croce su Monte Luco si accesero, rendendomi conto di aver vissuto la maggior parte della mia vita sotto due croci luminose: la Croce del Sud che brilla nelle notti australi ormai da milioni di millenni e quella di Spoleto, eretta da pochi decenni, per illuminare l’anima e onorare San Francesco che si era ritirato a meditare, lì vicino, in una grotta.

Questo, però, dopo aver ricevuto le stigmate che confermavano la sua santità, permettendogli di parlare agli uccelli, ai pesci e perfino ai lupi, chiamandoli fratelli, senza rischiare di andare in manicomio, un luogo terribile ai suoi tempi.

Il giorno dopo incontrai un amico convittore, Luigi, professore di matematica in pensione. Lui e suo fratello più giovane, erano i soli nel convitto con la famiglia che viveva a Spoleto. Mi divertiva raccontandomi le storie del Pazzo, un personaggio che aveva inventato esclusivamente per me. Precursore di Superman, anche il Pazzo era un maciste, enorme e forte che poteva fermare treni, sollevare palazzi e spiccare salti lunghi decine di chilometri.

Le storie del Pazzo erano assolutamente affascinanti, molto divertenti e mi facevano ridere a crepapelle.

Mi mise al corrente sulle molte persone che avevamo conosciuto coprendo un periodo di quasi mezzo secolo. Mi disse, tra l’altro, che aveva avuto una chiamata telefonica dal Conte bisognoso di un prestito perché in bolletta dopo aver perso tutto quel che aveva giocando d’azzardo.

Poi mentre prendevamo un caffè, notai una donna vecchia e arruffata che camminava in gran fretta. Luigi, avendola notata anche lui, commentò "Ti ricordi il Direttore del convitto? Il generale in pensione?" Risposi "Vuoi dire il vecchietto che assomigliava al Re Vittorio Emanuela III che c’insegnò come marciare con il passo romano dopo che Mussolini decise di copiare il passo d’oca dei tedeschi?" - "Sì, ” Luigi continuò “E ti ricordi com’eravamo invidiosi di sua figlia, bellina ma antipatica che era servita ad una tavola speciale con posateria d‘argento e con piatti abbondanti come quelli di supplì di riso che, ricordo, ti piacevano molto ma che noi ricevevamo solo due a testa?" Mi guardò aspettando il mio assenso e poi aggiunse, "Vedi quella donna?... Quella è lei. È impazzita durante la guerra, quando perse il suo uomo." 

E cosa era successo a Laura? Avrà avuto, sicuramente una vita più bella. Luigi non poteva aiutarmi, o forse non lo voleva fare. Lo stesso giorno, però riuscii a rintracciarla al telefono. Era in un ospedale di Perugia. Si ricordò subito di me quando le recitai la coniugazione del verbo irregolare latino, "fero, fers, tuli, latum, ferre."

"Tu sei il convittore contro il quale coniugavo i verbi irregolari latini, " mi disse, svogliata e senza alcun calore, quasi come se leggesse uno stralcio del suo diario, e continuò "Ti ricordo bene. Solo alcuni giorni fa trovai una tua lettera... Peccato, ma stavo riorganizzando la mia corrispondenza e la buttai via con altra vecchia posta." La conversazione finì lì, e dopo aver affermato che non voleva vedermi, e che avrebbe preferito non le facessi visita, mise giù il ricevitore. 

Io, però, non ero pronto ad arrendermi e dopo aver finito il mio giro d’affari in Italia ritornai a Spoleto e la richiamai al telefono. Questa volta era disposta ad incontrarmi e m’invitò quindi a casa sua. Mentre camminavo lungo il Viale dei Cappuccini, un ampio corso fiancheggiato da due splendidi filari d’ippocastani, ruminavo su come mi sarei comportato all’incontro. Ero eccitato, quasi euforico: non vedevo l’ora di incontrarla.

Quando suonai il campanello di casa sua, venne lei stessa alla porta ma con molto ritardo. Era alta, curva e non più bella. I suoi occhi non erano blu come pensavo di ricordarmeli, ma scuri, stanchi e tristi. Le baciai la mano e lei mi fece entrare. La casa, un villa a due piani, arredata con molto gusto, era molto moderna, ampia e comoda.

Ci sedemmo per un caffè e cominciammo a chiacchierare. Era tesa, ma cominciò a distendersi mentre ascoltava i miei ricordi di gioventù alcuni dei quali la fecero ridere. Quando venne il suo turno di parlare, la sua vita si snodò in tutta la sua tristezza.

Non si era sposata mai perché innamorata di un pittore, non particolarmente noto ma sposato, che non voleva sciogliere il suo matrimonio. L'intreccio era continuato per ben trent’anni ed era finito solo alcuni mesi prima della mia visita. L’uomo voleva solo l’amore fisico da Laura e la usò per tutto quel tempo. Ad un certo momento non la volle più, e l’abbandonò. Essendosi ammalata era diventata anche un problema per l'uomo.

Laura decise di andare in pensione, ma questo complicò i suoi problemi perché, con nulla da fare, si chiudeva nella sua camera da letto nell’oscurità più assoluta, tenendo una pistola automatica accanto a se, pronta a farla finita.

Prima di congedarsi, era diventata Direttrice di una banca regionale. Anche questa soddisfazione, però, fu distrutta in pochi giorni, quando un giovane programmatore, allampanato e irsuto, sostituì il sistema della contabilità che Laura aveva sviluppato per la durata di una vita, con un computer impersonale che lei non poteva capire né accettare.

Era rimasta sola, senza nessuna voglia di vivere. Malgrado ciò non dimostrò alcun segno d’autocommiserazione, volle però rilevare che ero il solo al mondo al quale avesse raccontato la sua storia. Dovevo rispettare il suo segreto e non raccontarlo a nessuno fino alla sua morte, un patto al quale aderii senza riserve. Poi mi congedò bruscamente. Da quel momento si rifiutò di vedermi, ma non le dispiaceva che la chiamassi al telefono, perciò lo feci spesso da ogni angolo della terra quando viaggiavo.

Ero ossessionato dal desiderio di rivivere, in qualche modo, la mia fanciullezza che i pederasti del convitto avevano distrutto. Al tempo l’unico ormeggio era il mio amore di cucciolo per Laura ma del quale mi erano rimaste solo memorie molto vaghe.

Mi ricordavo solo un po’ delle vacanze estive quando il convitto si vuotava. La maggior parte dei convittori andava a casa e solo gli orfani senza famiglia ed io restavamo: nel mio caso perché mia madre non aveva mai i soldi per il biglietto del viaggio. Quando poi arrivava, una buona parte della vacanza se n’era andata.

Le aule e le camerate vuote mi davano, però, un senso di libertà simile a quello che sentivo sul tetto del convento. La disciplina era alleviata, non dovevamo camminare più in formazione di squadra, e potevamo parlare quando volevamo, ed era appunto per questa libertà temporanea, che in qualche sporadica occasione la incontravo per strada. Mi veniva incontro per salutarmi e farmi capire, senza saperlo, che il mondo non era fatto solo di pedofilia. La incontravo qualche volta anche nelle gite sugli Appennini, dove l’acqua di sorgente era la più fredda e saporita che non abbia mai assaggiato in vita mia.

Ricordo gli Appennini anche per un’altra ragione. Ogni anno quando si celebrava “la festa degli alberi”, introdotta da Mussolini per rimboscare la lunga catena di montagne, la spina dorsale della penisola italiana, piantavamo arboscelli a centinaia. La propaganda fascista c’elogiava quali volontari che sacrificavano una giornata per la gloria del Duce, ma durante la quale i gerarchi si distinguevano solo per la loro assenza. Lo stesso valeva per i ricchi che rimanevano nei loro letti caldi. Tra questi c’era anche la famiglia di Laura e questo mi dispiaceva perché mi derubava della sua presenza.

Ci alzavamo presto nelle fredde mattine e, armati di picco e pala, partivamo per piantare alberelli e trasformare montagne brulle in foreste. I Romani e Papi le avevano disboscate nei secoli per costruire navi per dominare il mare, anche se risparmiavano legno per le casse da morto, affidando alle onde i caduti in sacchi appesantiti con pietre, quando non erano sepolti a migliaia in fosse comuni assieme ai nemici ed i loro vecchi, donne e bambini.

Durante una di queste escursioni persi la giacca della mia uniforme estiva, fatta di tela grigia, simile alle uniformi degli operatori ecologici quando questi erano chiamati spazzini. Ero considerato responsabile per la perdita e dovevo pagare.

Questo consumò i fondi destinati al mio biglietto di viaggio per Zara e quell’anno non andai a casa per le vacanze, quale ricompensa per aver partecipato ad una delle prime attività ecologiche nella storia moderna intese a risanare la terra. Il convitto deve aver certamente perso nel baratto, dato che tre mesi di vitto saranno costati più di quella disgustosa giacca grigia ma, per principio, dovevo pagare per la mia mancanza.

Dei principi altrettanto sballati avevano indotto l’Italia in una guerra che andava molto male. Gli Stati Uniti erano venuti di nuovo ad aiutare gli Inglesi cambiando le loro fortune belliche. Mussolini non pronunciava più discorsi e Churchill aveva iniziato a fare i suoi, ancora più istrionici. Una valanga spaventosa aveva investito l’umanità riempiendo la valle di lacrime fino a farla traboccare con oltre 70 milioni di cadaveri. L’Apocalisse era arrivata, come pure l’ora di ritornare a Zara e nel 1942 ripartii per non tornare più in convitto e rivedere Laura. 

Nel 1943 la mia casa fu colpita da spezzoni incendiari che distrussero in una pira orrenda la proprietà e l'unità della mia famiglia. Uno squadrone di Wellington, planando a motori spenti su Zara, lasciò cadere il suo carico mortale a tonnellate.

I tedeschi bruciavano i morti nei forni crematori, ma gli alleati ci arrostivano vivi con il fosforo in bombardamenti a tappeto, atti di un barbarismo senza precedenti che nessuna retorica non potrà mai scusare, nemmeno quella di Churchill che elogiò i suoi piloti – con una sua tipica iperbole – dichiarando che «nella storia dell’umanità, mai tanti dovevano tanto a così pochi». Io, però, non perdonerò mai quei pochi per aver bruciato vivi tanti inermi.

Ero un’altra fase difficile della mia vita che certamente volevo dimenticare, ma credo che - per mezzo del recente incontro con Laura - pensavo di poter rifare con un passo inverso nel tempo, ricominciando una cosa che non avevo mai avuto: l’infanzia. Non potevo altrimenti giustificare la mia ossessione di voler riallacciarmi all’adolescenza. Forse in quel passato cercavo le radici che la mia emigrazione ha strappato, o forse volevo solo aiutare Laura ad uscire dalla sua depressione.

Purtroppo Laura non voleva farsi aiutare come quando, per l’ennesima volta a Bruxelles, un giorno piovoso e senza appuntamenti, decisi di telefonarle per sapere come stava. Spiegai che mi sarebbe piaciuto rivederla al mio ritorno in Italia, per fare una passeggiata con lei lungo il solito percorso “torre-ponte-prigionieri” e parlare del passato. "No!..." Mi rispose seccata, "Non sono interessata e perché, diavolo, continui a rompermi le scatole?" E buttò giù il ricevitore.

Rimasi molto male e quella sera camminai a lungo e senza meta per le strade di Bruxelles prima che mi rendessi conto di essere affamato. Ritornato all'albergo chiesi al portiere se poteva raccomandarmi un ristorante italiano.

Mi suggerì “Il Perugino”, al 42 Rue du North - a cinque minuti da Rue Royal nella città vecchia - dove servivano dei tortellini spettacolari. Entrando, scoprii immediatamente il perché del nome. C'erano manifesti di Spoleto dappertutto.

Riconobbi il convitto, la Rocca, il ponte delle Torri, tutto ciò che mi ricordava della mia gioventù.

Spoleto è in provincia di Perugia quindi i proprietari - moglie e marito spoletini, lei alla cassa, lui in cucina - decisero di chiamare il loro ristorante con il nomignolo del pittore Pietro di Cristoforo Vannucci, detto Il Perugino.

Quando spiegai che ero italo-australiano e che avevo vissuto a Spoleto mi fu offerto un banchetto luculliano. Dopo il caffè, la signora chiamò sua figlia decenne, Laura, che voleva sapere tutto dell’Australia, dei canguri, dei koala e della Croce del Sud. 

Spoleto e Laura continuavano ad assillarmi.

Mesi dopo, poco prima di Natale, mi trovavo a Londra e la richiamai. Si scusò per il suo comportamento scortese durante l’ultima telefonata, spiegando che un’amica americana, stabilitasi a Spoleto, si era appena tolta la vita scagliandosi dal Ponte delle Torri. Ora si sentiva meglio, e sì, se proprio volevo, potevo andarla a trovare per le feste natalizie. Spiegai che quello sarebbe stato il mio primo Natale felice a Spoleto concludendo che avrei confermato il mio arrivo. Il giorno prima della vigilia chiamai, quindi, da Milano. Mi rispose una voce sconosciuta: Laura non c’era più.

Aveva ingerito tutto il contenuto di una bottiglia di sonniferi addormentandosi in un sonno dal quale non si svegliò mai più.

FINE

(di una storia vera)

Amedeo Sala

Tratto da:

  • Testo - http://www.el-sys.com/nosepol/amedeo/amedeo.html#anchor45577

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Created: Sunday, March 31, 2002. Last updated:Thursday, January 03, 2013
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