Giacomo Filippo Tommasini
Relevant Non-Istrians



 

Ultimo tomo dell' «Archeografo triestino» riproposti dalla Società di Minerva

Singolare immagine dell'Istria del XVII secolo opera di Tommasini, vescovo di Cittanova

[Tratto da: © La Voce del Popolo, 21 gennaio 2009 - http://www.edit.hr/lavoce/2009/090121/cultura.htm.]

La Società di Minerva, lo storico sodalizio triestino, che si sta avvicinando al duecentesimo anniversario d’attività, oltre all’“Archeografo Triestino”, che esce puntualmente ogni anno, si è fatta promotrice della ristampa dei quattro volumi della prima serie, voluta e diretta dall’erudito Domenico Rossetti. L’ultimo tomo offerto è quello del 1837, ossia il quarto numero della rivista – prima della sua chiusura che durerà oltre tre decenni –, monografico, in quanto propone l’opera del vescovo Giacomo Filippo Tommasini, che a metà Seicento concluse i suoi “Commentari storico-geografici della Provincia dell’Istria”, che rimasero in forma manoscritta per quasi due secoli. Il lavoro del presule, rintracciato nella Biblioteca Marciana di Venezia, divenne da subito oggetto delle attenzioni degli studiosi e dei redattori riuniti attorno al periodico edito nella città di San Giusto. Gli stessi si erano fatti promotori di un ambizioso progetto e cioè la stampa delle corografie e delle descrizioni vergate nel corso dei secoli che concernessero l’Istria e il capoluogo giuliano. Grazie all’impegno indefesso di Pietro Kandler, all’epoca un giovane e promettente ricercatore, e del patrizio Rossetti, furono dati alle stampe non pochi testi, sia editi, ma ormai di difficile reperibilità, sia inediti. L’intento era quello di raccogliere le fonti che giovassero ad un venturo ampio studio relativo al passato delle terre dell’alto Adriatico. Prima di avventurarsi negli archivi, che proprio in quel periodo si stavano riordinando – come nella città di San Marco, ad esempio –, i benemeriti studiosi della Minerva ritennero fosse quanto mai necessario disporre di una serie di materiali di varia natura per gettare la base di un auspicato lavoro dedicato al passato delle nostre terre.

“Fu perciò intendimento dell’'Archeografo' di farsi depositario di materiali, fossero pure rozzi od imperfetti, perché l’ammasso di questi sproni qualche (sic) nobile ingegno, di cui privi e mai saremo, a farsi architetto, ed ordinandoli e completandoli sorga quell’edifizio di cui andiamo privi e che attesterà quali fossero un tempo e l’Istria e gli Istriani; ed invogli pure ad aumentare questi materiali medesimi” (p. IV). Sempre nella prefazione al quarto volume, i lettori furono esortati ad aprire i loro archivi privati e a segnalare la presenza di eventuali topografie o cronache relative alla penisola, e “non siano i loro possessori avari di cose che solo per l’uso a tutti comune hanno valore, e col mezzo dell’Archeografo li rendano di pubblica ragione a loro decoro ed a generale soddisfazione” (pp. VII-VIII).

Istriano per amore

Ma chi era l’autore dell’opera inserita nell’ultimo tomo dell’“Archeografo Triestino”? Nell’edizione che recensiamo è riproposta una biografia, tratta dal libro “Le Glorie degl’Incogniti”, pubblicato a Venezia nel 1647. Il nostro nacque a Padova nel 1595 da una famiglia di Lucca, la quale, scacciata dal tiranno di quella città, Castruccio, riparò a Venezia. Sotto la guida di Benedetto Benedetti da Legnago, giureconsulto e teologo, Tommasini apprese il greco ed il latino, i primi elementi della dialettica, dopodiché “(…) consacrò se medesimo a Dio nella Congregazione dei canonici di S. Giorgio in Alga”. A Roma era conosciuto da molti cardinali, in particolare da Francesco Barberini, cui aveva dedicato l’opera “de Donariis Veterum”. Il pontefice ed il cardinale medesimo gli proposero il vescovato della Canea, sull’isola veneziana di Creta, “(…) al che non avendo potuto egli per molti riguardi acconsentire, si contentò di accettare quello di Cittanova nell’Istria, ancorchè d’assai minor rendita, e l’aria insalubre (…)”. Passò a miglior vita nel 1654 (pp. IX-X).

Domenico Rossetti annotò che “(…) si è creduto di aggiungere una descrizione inedita dell’Istria del secolo XVII, di cui molti hanno parlato, che moltissimi hanno desiderato, ma che si compiangeva come perduta, l’Istria cioè del vescovo di Cittanova Giacomo Filippo Tommasini. A lui si è creduto di dare sovra ogni altro la preferenza, e perchè fu opera di uno scienziato di non volgare fama, e perchè sortì dalla penna di uno, che se non fu Istriano di nascita, lo fu per l’officio e per l’amore in che tenne questa provincia, e perchè nessuno meglio di lui ci presenta la condizione ed i costumi di quei tempi, della cui verità pur troppo si scorgono traccie anche ai dì nostri” (p. IV).

L’opera in questione rappresenta tuttora un testo di fondamentale importanza per cogliere innumerevoli aspetti della penisola nonché lo stato delle cose nella prima metà del Seicento, ossia un periodo contraddistinto da non poche calamità, come il cruento conflitto contro gli arciducali all’inizio del secolo, i flagelli della peste e della malaria, che spopolarono le cittadine ed il contado, e caratterizzato pure dall’arrivo di nuove genti, grazie alla politica di colonizzazione della Serenissima, atta a ripopolare quei settori che si erano trasformati in lande pressoché deserte. Sono riportate considerazioni sulla nuova realtà venutasi a creare con il travaso di popolazioni fuggite dai territori ottomani, evidenziando i problemi che si manifestavano tra gli “habitanti vecchi e novi”. A tale proposito scrive: “a motivo della guerra coi Turchi, molti Morlacchi sono stati condotti da quelle parti sopra i confini della Dalmazia infestata dal Turco ad abitar questa provincia, ma essendo avvezzi alla rapina che esercitano ordinariamente in quei paesi, inquietano tanto i contorni delle loro abitazioni, che riescono molestissimi e dannosi” (p. 54). Tra gli altri aspetti che sono proposti rammentiamo la “Superstizione di questi popoli”, “Qualità delle Donne, costumi, servizi, e vestire”, “Sposalizj, Dote, Giuochi, ed usi di condurre le spose alle case dei loro mariti”, o le pagine dedicate alla dimensione sociale e famigliare, come “Battesimo, Allevar figliuoli, ed altri usi in tagliar li primi capelli”, o, ancora, gli usi, costumi e tradizioni, pertanto alcuni dei capitoli sono intitolati: “Riti, solennità di giuochi, e balli”, “Riti, ossia maniera di sepellire li morti dei presenti Istriani”, “Alcuni usi delli presenti abitatori per la conservazione dei loro raccolti”.

Colte le varie sfaccettature

Il volume è molto utile anche per avere un riscontro delle attività economiche presenti nella penisola. Per quanto concerne la produzione del vino, ad esempio, il vescovo registra che “alcuni, levata l’uva dalle vigne l’ottobre, la lasciano nei tinazzi, che cavicchi chiamano, una notte con le raspe, e la mattina cavano il mosto, e questo pongono nelle botti; sovra le raspe gettano dell’acqua, e fanno il secondo vino, detto zonta da loro. Altri l’istesso mosto imbottano, come fanno a Momiano; ed in altri luoghi lo fanno bollire con le sue raspe sette ovver otto giorni, come a Piemonte, e Portole, e questi non fanno altre zonte, ma per le famiglie fanno vini con acqua, che chiamano scavezini, che sono buonissimi, e riescono dolci (…)” (p. 99). Oppure: “vi è coppia di fichi, ciliegie, pomi e pera in alcuni luoghi, come ad Isola i pomi della rosa, ed ivi nascono buonissimi erbami, quali si portano per tutti i luoghi marittimi, ed alcuni di questi hanno le semente senza la scorza. Nei contorni di Momiano, Portole, e Piemonte pomi e peri (…)” (p. 119). Come appare evidente, tale opera è indubbiamente uno scrigno di preziose informazioni, con rimandi pure alla terminologia utilizzata dalla popolazione. Essa si distingue dagli altri lavori coevi perché abbandona un’erudizione eccessivamente “pesante”, per lasciare spazio ad una narrazione semplice, ma sempre puntuale e rigorosa. Per la ricostruzione della storia antica, il vescovo ricorre agli autori classici ma anche alle testimonianze di varia natura, come le iscrizioni e le epigrafi, sovente individuate sul territorio da Tommasini medesimo, che sono utilizzate come fonti. Il nostro fu un attento osservatore – a proposito della pesca, ad esempio, scrive: “il signor Giacomo Rigo, mi ricordo, qui l’anno 1644 aver in una peschiera detta Cervara in Quieto, pigliato sette gran barche di pesce, del quale toccò più di trentamille cinquecento ducati” (p. 121) – e ricavò un buon numero di dati grazie all’aiuto degli informatori.

La permanenza dell’episcopo nella nostra penisola fu, indubbiamente, sfruttata nel migliore dei modi, e, grazie alla sua curiosità e all’impegno profuso, ci ha tramandato un lavoro che, a tre secoli e mezzo di distanza dalla sua redazione, è considerato tuttora valido, in quanto fonte inesauribile che permette di cogliere le più svariate sfaccettature della nostra terra.

Kristjan Knez


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Created: Friday, January 29, 2010; Last Updated: Thursday, March 10, 2016
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