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PRIMA PARTE
I Il piccione viaggiatore Trieste, la capitale dell'Illiria, è formata da due città molto diverse fra loro: quella teresiana, nuova e ricca, è costruita con ordinato piano lungo le rive del Golfo che l'uomo ha in parte sottratto al mare per mettervi radici; povera è per contro la città vecchia, dagli edifici ineguali, raggrumata fra il Corso che la separa dai quartieri dianzi menzionati e i pendìi del colle di San Giusto, la cui sommità è coronata da una pittoresca fortezza. Il porto di Trieste è protetto dal molo San Carlo, presso il quale gettano per lo più le ancore i vascelli mercantili. Là convengono, talora in numero preoccupante, quei tipi senz'arte né parte che potrebbero benissimo portar giubbe, panciotti e calzoni privi di saccocce: tanto, in saccoccia, mai ebbero né, verosimilmente, mai avranno nulla da mettere. Tuttavia quel giorno — il 18 maggio 1867 — fra quei vagabondi si sarebbero potuti notare due personaggi vestiti un po' meglio. Che fossero destinati a trovarsi un dì nell'imbarazzo per la sovrabbondanza dei fiorini e dei kreutzer non pareva, a dire il vero, troppo probabile, salvo un improvviso mutamento della sorte. Peraltro erano uomini pronti a tutto pur divolgere le cose a proprio vantaggio. Uno aveva nome Sarcany e diceva d'esser nativo della Tripolitania; l'altro, siciliano, si chiamava Zirone. Entrambi, dopo aver percorso il molo una decina di volte, si fermarono alla sua cima, con gli occhi fìssi all'orizzonte, a occidente del Golfo di Trieste, come se da un momento all'altro fosse dovuta comparire al largo una nave apportatrice di chissà quali fortune. — Che ora è? chiese Zirone, in italiano, lingua famigliare al suo compare come ogni altra del Mediterraneo. Sarcany non rispose. — Già, sono proprio uno sciocco! esclamò il Siciliano. Questa non è di certo l'ora d'aver fame, quando ci sì è dimenticati di far colazione! Italiani, Tedeschi e Slavi si mischiano così sovente gli uni agli altri in quella parte dell'Impero Austro-Ungarico che i due uomini, per quanto evidentemente estranei alla città, non potevano in alcun modo richiamare l'attenzione. Che poi le loro tasche fossero vuote nessuno l'avrebbe potuto indovinare, giacché essi incedevano avvolti con gran dignità nei loro mantelli scuri, lunghi quasi sino ai piedi. Sarcany, il più giovane, di statura mezzana, ma ben proporzionato, dal tratto elegante, aveva venticinque anni. Sarcany e basta: nessun nome di battesimo. In effetti non era stato mai battezzato, essendo, con ogni probabilità, d'origine africana, nato in Tripolitania o in Tunisia; ma ad onta del colorito fuligginoso egli aveva più l'aspetto del bianco che del moro. Se mai fisionomia fu ingannevole, tale era quella di Sarcany. Bisognava essere un osservatore assai acuto per scoprire in quel volto regolare — occhi neri e belli, naso sottile, bocca ben disegnata e ombreggiata da piccoli baffi — la profonda astuzia di quel giovine. Nessun occhio avrebbe potuto cogliere sul suo viso quasi impassibile le stigmate del disprezzo e del disgusto che son l'effetto d'una condizione di perpetua rivolta contro la società. I fisionomisti sostengono — e nella maggior parte dei casi con ragione — che ogni impostore, a dispetto della propria abilità, finisce col testimoniare contro sé medesimo, ma Sarcany smentiva formalmente questa teoria. Nessuno, guardandolo, avrebbe potuto sospettare chi era e chi era stato quell'individuo. Infatti egli non suscitava quell'irresistibile avversione che soglion destare i bricconi e i furbi e questo lo rendeva ancor più pericoloso. Qual era stata l'infanzia di Sarcany? Non si sa. Probabilmente quella d'un essere abbandonato a se stesso. Chi l'aveva cresciuto e in che modo? In che covo della Tripolitana aveva trovato ricetto nei primi anni della sua esistenza? Mercé quali cure era potuto sfuggire alle mille insidie dì quel clima micidiale? Nessuno sarebbe stato in grado di dirlo — forse nemmeno lui —, nato per caso, venuto su a caso, destinato a vivere all'insegna del caso! Nondimeno, durante l'adolescenza, era riuscito a darsi o, piuttosto, a ricevere una sorta d'istruzione pratica, forse per la necessità in cui s'era ben presto trovato di correre il mondo, di frequentar persone d'ogni genere, d'escogitare espedienti dopo espedienti, non foss'altro che per provvedere al proprio quotidiano sostentamento. Per tutta una serie di circostanze, da alcuni anni egli s'era messo in relazione con una delle più ricche case di Trieste, quella del banchiere Silas Toronthal, un nome che incontreremo assai spesso in questa vicenda. Nel compare di Sarcany, l'Italiano Zirone, dobbiamo vedere soltanto un uomo senza ideali né legge, uno di quegli avventurieri capaci di tutto, al servizio, per qualsiasi impresa, del primo venuto che fosse pronto a pagarli bene o del secondo che si mostrasse disposto a pagarli ancor meglio. Siciliano di nascita, sulla trentina, egli era in grado sia di dar cattivi consigli, sia d'accettarne e soprattutto di garantirne l'esecuzione. Qual era il suo luogo di nascita? Se l'avesse saputo, forse l'avrebbe detto. Comunque non rivelava volentieri dove abitava, posto che, da qualche parte, avesse una casa. Era stato in Sicilia che gl'imprevisti d'una vita zingaresca l'avevano fatto incontrare con Sarcany. Essi andavano assieme da una contrada all'altra, industriandosi — per fas et nefas — di trar profìtto dalla congiunzione, delle loro due cattive stelle. Per Zirone, un pezzo d'uomo con tanto di barba, molto scuro di carnagione e nerissimo di pelo, non era facile dissimulare l'innata scaltrezza che traspariva dai suoi occhi sempre socchiusi e dai continui tentennamenti del capo. Ma egli cercava di celare la sua furberia sommergendola in un profluvio di chiacchiere. D'altronde era d'umore più gaio che melanconico e almeno tanto espansivo quanto il suo compagno si sforzava d'apparir controllato. Tuttavia, quel giorno, Zirone era meno loquace dell'usato. Era palese che il problema del pranzo gli dava non poco pensiero. La sera avanti, un'ultima partita a carte in una bisca malfamata, dove la fortuna gli era stata matrigna, aveva ridotto Sarcany al verde. Così essi non sapevano più a che santo votarsi. Potevano contare soltanto sul caso, ma poiché questa provvidenza dei pezzenti non aveva fretta di venir loro incontro lungo il molo San Carlo, essi decisero d'andarla a cercare per le vie della città nuova.
Nelle piazze, sulle rive, lungo i passeggi, sia di qua, sia di là dal porto, presso il Canai grande che traversa quella parte di Trieste, va e viene, s'affolla, s'affretta, s'agita nella frenesia degli affari una popolazione di settantamila abitanti di stirpe italiana, la cui parlata, che è quella di Venezia, sembra talvolta perdersi nel concerto delle voci straniere — tedesche, francesi, inglesi e slave — d'una moltitudine d'uomini di mare, di commercianti, d'impiegati e di funzionari. Sì, la città nuova è prospera, ma sarebbe arrischiato dedurne che le sue vie sono percorse soltanto da fortunati mortali. E vero: ben poco hanno da invidiare ai più ricchi quei negozianti inglesi, armeni, greci ed ebrei che a Trieste hanno il mestolo in mano e il cui sontuoso modo di vivere sarebbe degno della capitale dell'Impero Austro-Ungarico: ma non si contano i poveri diavoli che battono da mane a sera quelle strade larghe, fiancheggiate da edifìci alti e solidi, chiusi come forzieri, dove si accumulano mercanzie d'ogni sorta attratte dal portofranco così felicemente creato al termine dell'Adriatico! Quanta gente che non ha pranzato e che forse non cenerà s'attarda sui moli dove le navi della più potente Società marittima d'Europa, il Lloyd Austriaco, scaricano derrate d'ogni parte del mondo! Insomma, quanti miserabili, come se ne trovano a centinaia nelle grandi città, a Londra, a Liverpool, a Marsiglia, a Le Havre, ad Anversa, a Livorno, si mescolano agli opulenti armatori nei paraggi di quegli arsenali i cui cancelli sono chiusi per loro, sulla piazza ove sorge quella Borsa in cui mai metteranno piede, sulla soglia di quel Tergesteum nel quale il Lloyd che v'ha insediato i propri uffici e le prò-prie sale di lettura, vive in perfetto accordo con la Camera di Commercio. E innegabile che in tutte le grandi città di mare sia del vecchio, sia del nuovo mondo, brulicano gli appartenenti ad una categoria di sventurati, caratteristica di questi grossi centri. Donde vengano non si sa. Si ignora da dove sian piovuti. Dove finiranno son essi a non saperlo. Considerevole fra costoro è il numero degli spiantati; molti d'altra parte son anche gli stranieri. Le ferrovie e i vapori mercantili li hanno scaricati come mercé avariata ed essi ingombrano le strade dalle quali la polizia cerca invano di scacciarli. Orbene, Sarcany e Zirone, dopo aver dato un'ultima occhiata al Golfo, sino al faro che si leva sulla punta di Santa Teresa, lasciato il molo, passarono fra il Teatro Comunale e il Mandracchio, giungendo in Piazza Grande, dove ciondolarono un quarto d'ora presso la fontana costruita con le pietre del vicino Carso ai piedi della statua di Carlo VI. Poi voltarono entrambi a sinistra. Zirone scrutava i passanti come se avesse avuto una gran voglia di derubarli. Quindi i due girarono attorno al gran quadrilatero del Tergesteum, proprio nell'ora di chiusura della Borsa. — Eccola là, vuota... come la nostra! disse il Siciliano ridendo a contraggenio. Ma Sarcany, con la sua consueta indifferenza, fece come se non avesse udito la sciocca facezia del compare, che intanto si stiracchiava le membra e spalancava la bocca in uno sbadiglio da affamato. Allora traversarono la piazza triangolare, sulla quale s'innalza la statua dell'Imperatore Leopoldo I. Un fischio di Zirone — fischio da monello dispettoso — fece volar via i colombi azzurri che tubano sotto il porticato della vecchia Borsa, come soglion fare i piccioni turchini davanti alle Procuratie della Piazza San Marco di Venezia. Non lungi si snodava il Corso che divide la nuova Trieste dalla vecchia. È una strada ampia, ma priva d'eleganza, con botteghe ben fornite ma senza gusto, più simile alla Regent Street di Londra o alla Broadway di Nuova York che non al Boulevard des Italiens di Parigi. Parecchi ad ogni modo i passanti. Un discreto numero di carrozze s'avviava dalla Piazza delle Legna alla Piazza Grande — nomi che testimoniano quanto la città sia legata alla sua origine italiana. Se Sarcany ostentava d'essere al di sopra d'ogni tentazione, Zirone non riusciva a passar davanti ai negozi senza gettarvi le occhiate avide di chi non ha denaro per var-carne le soglie. D'altronde non v'erano molte cose alla loro portata, specie nelle botteghe di commestibili e nelle birrerie dove la birra scorre a fiotti più che in ogni altra città dell'Impero Austro-Ungarico. — La fame e la sete si fan sentire ancor di più in questo Corso! osservò il Siciliano e la sua lingua schioccò fra le labbra secche con lo scatto del grimaldello d'un malandrino. Sarcany gli rispose con un'alzata di spalle. I due presero quindi la prima strada a sinistra e, giunti alle sponde del Canale proprio nel punto in cui esso è traversato dal ponte girevole chiamato Ponte Rosso, ne risalirono le rive presso le quali si possono ormeggiare anche navi di grossa portata. Là le merci in mostra sulle bancherelle non erano troppo tentatoci. All'altezza della Chiesa di Sant'Antonio, Sarcany voltò bruscamente a dritta. Il suo compare lo seguì senza direparola. Poi traversarono di nuovo il Corso ed eccoli avventurarsi nella città vecchia, le cui strette stradicciole, non più praticabili dalle carrozze quando s'inerpicano sul colle capitolino, son quasi tutte orientate in modo da non esser prese d'infilata dai temibili refoli della bora, l'impetuoso e gelido vento di Nord-Est. In Cittavecchìa, Zirone e Sarcany — squattrinati com'erano — dovevan trovarsi assai più a loro agio che non nei ricchi quartieri della Trieste moderna. Infatti, dal giorno del loro arrivo in città, essi erano alloggiati in una locanda più che modesta, non lungi dalla Chiesa di Santa Maria Maggiore. Ma poiché l'oste, ch'essi non avevano ancora pagato, stava dimostrandosi sempre più impaziente a cagione del conto la cui lunghezza andava aumentando di giorno in giorno, i due evitarono di doppiare quel pericoloso capo, traversarono la piazzetta e gironzolarono per un po' intorno all'Arco di Riccardo. Ma l'architettura antica non era certo pane per i loro denti. Così, poiché il sospirato imprevisto tardava a manifestarsi in quelle viuzze poco raccomandabili, cominciarono a salire l'uno dietro l'altro le erte che menano al sagrato della Cattedrale, quasi al sommo del colle. — Bella trovata quella d'arrampicarsi fin quassù! mormorò Zirone, stringendo vieppiù la cintola. Ma non abbandonò per questo il suo giovane compare: dal basso sarebbe stato agevole scorgerli mentre salivano faticosamente lungo le impervie strade — se così possiamo chiamarle — che portano in cima al colle. Dieci minuti dopo, più assetati e affamati che mai, raggiunsero il sagrato. Com'è stupenda la veduta che da quel luogo elevato si offre sul Golfo di Trieste sino al mare aperto, sul por- to animato dall'andirivieni dei legni da pesca, dall'entrata e dall'uscita degli «steamer» e dei vascelli mercantili, come spazia lo sguardo sulla città intera, sui suoi sobborghi, sulle ultime case adagiate ai piedi delle colline, sulle alture costellate di ville! Ma tutto questo non era fatto per suscitar l'ammirazione dei due avventurieri. Essi avevan visto ben altro; e poi non era la prima volta che andavano lassù a portare a spasso i loro fastidii e le loro miserie! Zirone, in ispecie, avrebbe preferito aggirarsi tra le ricche botteghe del Corso. Sennonché, essi erano andati fin là a caccia d'imprevisti, confidando nella fortuita generosità della sorte: conveniva quindi aspettare senza soverchia impazienza. Al termine dell'erta che adduce al sagrato c'era, presso la Cattedrale di San Giusto, chiuso entro un recinto, un antico cimitero trasformato in museo d'antichità. Non tombe, ma frammenti di lapidi all'ombra dei rami più bassi di bellissimi alberi, qualche stele romana, cippi medievali, resti dì triglifi e di métope che risalivano a diversi periodi, tessere di musaici: tutto alla rinfusa fra l'erba. Il cancello del recinto era aperto. Sarcany non ebbe che da spingerlo. Egli entrò seguito da Zirone che si limitò ad osservare malinconicamente: — Se volessimo farla finita con questa vitaccia non avremmo potuto trovare un posto più adatto! — E se qualcuno te ne offrisse l'occasione?... replicò Sarcany con ironia. — Bah! rifiuterei, amico mio! Mi sia concesso un giorno felice su dieci, e non chiedo di più! — Sarai accontentato, e avrai anche di meglio! — Che tutti i santi d'Italia t'ascoltino, e Dio sa che non son pochi! — Intanto seguimi, ribatte Sarcany. Percorsero un vialetto a semicerchio in mezzo a una doppia fila di urne e andarono a sedersi su di un grande rosone romanico che giaceva al suolo. Dapprima rimasero in silenzio, il che poteva andar bene per Sarcany, ma certamente non per il suo compare. Così Zirone, dopo un paio di sbadigli rattenuti a stento, se ne uscì a dire: — Vivaddio! Non ha proprio alcuna fretta d'arrivare questo famoso imprevisto sul quale abbiamo la dabbenaggine di far conto!... Sarcany rimase zitto.
— E poi, riprese Zirone, che strana idea quella di venirlo a cercare quassù fra questi ruderi! Ho paura, amico mio, che abbiamo preso la strada sbagliata! Perché diavolo dovremmo imbatterci nella fortuna qui, in fondo a questo vecchio cimitero? Alle anime non occorre più l'aiuto del caso, quando han lasciato il loro involucro mortale. E quando sarò anch'io sotterra poco m'importerà di saltare un pranzo o di veder arrivare in ritardo una cena. Suvvia, andiamocene! Sarcany, immerso nelle sue riflessioni, lo sguardo smarrito nel vuoto, non si mosse. Zirone rimase per un po' senza parlare, ma poi la sua innata loquacità ebbe il sopravvento: — Lo sai, Sarcany, egli disse, con quale sembiante vorrei vedermi comparir dinanzi la fortuna che oggi s'è scordata di due vecchi clienti come noi? Col sembiante d'un fattorino di casa ToronthaI che si presentasse qui con un portafoglio imbottito di banconote e ci consegnasse detto portafoglio da parte del sullodato banchiere con mille scuse per averci fatto attendere. —Ascoltami, Zirone, rispose Sarcany, aggrottando le sopracciglia, te lo ripeto per l'ultima volta: da Silas ToronthaI non c'è più nulla da sperare. — Ne sei certo? — Sì! ormai il credito che potevo far valere nei suoi confronti è del tutto esaurito e, alle ultime mie richieste, egli ha risposto con un rifiuto definitivo. — Male! Male! — Malissimo, ma è la verità. — Se il tuo credito è esaurito, rispose Zirone, vuoi dire che di credito ne hai avuto! E su che cosa si fondava? Sull'intelligenza e sullo zelo, con i quali hai servito casa ToronthaI in certi affari... delicati. Ecco perché durante i primi mesi del nostro soggiorno a Trieste, ToronthaI non s'è mostrato per nulla restio nei nostri riguardi in fatto di quattrini! Ma mi pare impossibile, che tu, di riffa o di rafia, non lo tenga ancora in pugno. Forse minacciandolo... — Se l'avessi potuto fare, l'avrei già fatto, rispose Sarcany, alzando le spalle, e tu non saresti al punto di dover correre dietro ad un pranzo! No, vivaddio, Toronthal non è più nelle mie mani, ma un giorno potrebbe capitarmi sotto e allora, ti assicuro, dovrebbe pagarmi con tanto d'interessi quel che oggi mi rifiuta. Del resto ho l'impressione che i suoi affari, adesso, siano alquanto imbrogliati, e ch'egli abbia impegnato i suoi capitali in imprese di dubbio esito. Il contraccolpo di parecchi fallimenti in Germania, a Berlino, a Monaco, s'è fatto sentire fino a Trieste, e quando gli ho fatto la mia ultima visita, Silas Toronthal, mi è parso inquieto, quantunque non lo desse a vedere! Lasciamo che l'acqua s'intorbidi, e... — Sia pure, esclamò Zirone, ma, intanto, noi ci troviamo all'asciutto! Secondo me, caro Sarcany, si potrebbe tentare un ultimo sforzo con Toronthal! Bisognerebbe batter cassa ancora una volta e ottenere, almeno, il denaro necessario per ritornare in Sicilia, passando per Malta...— In Sicilia? e per che fare? — Lo so io! Conosco il paese, e potrei radunarvi una banda di Maltesi, arditi e senza scrupoli, per tentare qualche buon colpo! Al diavolo!, se qui non c'è più nulla da fare, andiamocene e obblighiamo questo dannato banchiere a pagarci le spese di viaggio! Per poco che tu ne sappia sul suo conto, sarà sempre abbastanza perché egli preferisca saperti lontano da Trieste! Sarcany scosse il capo. — Suvvia! Così non si può continuare, ormai siamo agli estremi! aggiunse Zirone. S'era alzato e pestava i piedi, come per rimproverare alla terra di non essergli benigna! In quel momento, la sua attenzione fu attratta da un uccello che volava stentatamente di là dal recinto. Era un colombo, le cui ali stanche battevano appena, e che a poco a poco calava verso il suolo. Zirone non si chiese di quale specie fosse il colombo che aveva dinanzi a sé: la scienza ne annovera ben cento e settantasette; vide solo una cosa, che apparteneva al genere dei colombi mangerecci. Perciò, dopo averlo additato al suo compare, cominciò a divorarselo con gli occhi. La povera bestiola era ormai priva di forze. S'era posata su una sporgenza della Cattedrale, la cui facciata è fiancheggiata da un'alta torre campanaria quadrata, d'origine più antica. Incapace di reggersi, il piccione sostò prima sopra una piccola nicchia, nella quale si trova la statua di San Giusto; ma le zampette indebolite non riuscivano a sostenerlo, e si lasciò cadere sul capitello di una colonna antica, fra la torre e la facciata della chiesa. Sarcany, sempre immobile e silenzioso, seguiva attentamente il volo del colombo, e neppure Zirone lo perdeva di vista. L'uccello veniva dal nord. Un lungo viaggio lo aveva ridotto in quello stato. Forse l'istinto lo spingeva verso una meta più lontana. Infatti riprese il volo poco dopo, seguendo una trajettoria curva, che lo costrinse a fare una nuova sosta, questa volta sui rami bassi di uno desii alberi dell'antico cimitero. Zirone decise allora di pigliarlo, e, pian piano, si diresse, strisciando, verso l'albero. Si avvicinò alla base di un tronco gibboso, dal quale era facile stendere le mani verso il ramo che il colombo aveva scelto per riposarvi. Rimase lì zitto e immobile, come un cane che punta la selvaggina. Il colombo, che non lo aveva veduto, volle riprendere il volo; ma le forze lo tradirono di nuovo, e, a pochi passi dall'albero, ricadde a terra.
Spiccare un salto, allungare un braccio, afferrare il volatile con la mano fu questione di un secondo. Già si accingeva a strangolarlo, quando si trattenne, gettò un grido di sorpresa, e ritornò in gran fretta presso Sarcany. — Un piccione viaggiatore! disse. — Ma questo è il suo ultimo viaggio! ribattè Sarcany. — Senza dubbio, riprese Zirone, e tanto peggio per i destinatari del biglietto che gli è stato affidato! — Un biglietto! esclamò Sarcany. Aspetta, Zirone, aspetta! E fermò la mano del compare, che stava per tirare il collo al volatile. Poi, aperto il sacchetto che Zirone aveva appena staccato dal collo del piccione, ne cavò fuori un messaggio cifrato. Si trattava di un biglietto sul quale erano scritte solo diciotto parole, disposte, come segue, in tre colonnine verticali:
Del luogo di partenza e del luogo di destinazione, nulla. Sarebbe stato possibile capire il senso di quelle diciotto parole, composte ciascuna dello stesso numero di lettere, senza conoscere la chiave? Possibile, ma poco probabile, e occorreva aver pratica di queste cose, seppur il messaggio non era «indecifrabile!». Davanti quel criptogramma, che non gli diceva nulla, Sarcany, alquanto contrariato, dapprima non seppe che cosa pensare. Il biglietto conteneva qualche notizia importante, e, quel che più contava, compromettente per qualcuno? C'era da supporto, se non altro tenendo conto delle precauzioni ch'erano state prese perché non venisse letto, caso mai fosse caduto in mani diverse da quelle alle quali era destinato. Il fatto che non ci si fosse serviti né della posta né del filo telegrafico, ma dello straordinario istinto d'un piccione viaggiatore, faceva pensare a un affare segretissimo. — Forse, disse Sarcany, in queste righe c'è un mistero, che potrebbe far la nostra fortuna! — In tal caso, rispose Zirone, questo colombo sarebbe il messaggero dell'imprevisto che stiamo rincorrendo invano fin da questa mattina. Dio mio! E pensare che io stavo per strangolarlo!... Dopo tutto, l'importante è avere il messaggio; e potremmo benissimo cucinarci il messaggero... — Non aver tanta fretta, Zirone, riprese Sarcany, salvando per la seconda volta la vita alla bestiola. Forse, gra- zie a questo colombo, potremo conoscere il destinatario del biglietto, sempreché egli abiti a Trieste. .__E dopo? Questo ci metterà in grado di leggere il messaggio, Sarcany? — No, Zirone. — E nemmeno di sapere da dove viene! — Certamente no! Ma se riesco a conoscere uno dei due corrispondenti, spero che questo possa servirmi a scoprire l'altro. Dunque, invece di uccidere il colombo, bisogna rimetterlo un po' in forze, affinchè possa giungere a destinazione! — Con il biglietto? chiese Zirone. — Con il biglietto, del quale farò subito una copia esatta, e che custodirò fino al momento in cui, per avventura, potessi farne uso. Sarcany trasse di tasca un taccuino, e, con la matita, tracciò un fac-simile del biglietto. Egli sapeva bene che, di solito, nei criptogrammi, contano anche la collocazione precisa delle lettere ed ogni altra anche minima circostanza, quindi ebbe cura di riprodurre le parole esattamente nell'ordine in cui erano disposte. Fatto questo, rimise il taccuino in tasca, il biglietto nel sacchetto, e lo riattaccò al collo del colombo. Zirone osservava i suoi movimenti, ma non mostrava di condividere troppo le speranze del suo compare. — Ed ora? domandò. — Ed ora, rispose Sarcany, bisogna rifocillare il viaggiatore. A dire il vero, il colombo era più sfinito per la stanchezza che non per la fame. Le ali intatte, senza la menoma lesione, provavano che la sua momentanea debolezza non era l'effetto né dei pallini di un cacciatore, né della sassata di qualche monellaccio. Aveva fame e sete, ecco tutto.Zirone cercò e trovò, a fìor di terra, alcuni semi, che il colombo beccò avidamente, dissetandosi poi con l'acqua che l'ultima pioggia aveva lasciato in fondo a un antico vaso spezzato: Cosi una mezz'ora dopo, si trovò nelle migliori condizioni per riprendere il volo interrotto. — Se deve ancora viaggiare molto, osservò Sarcany, se la sua destinazione è fuori città; poco c'importa che cada lungo la via, giacché lo perderemmo comunque ben presto di vista, e ci sarebbe impossibile seguirlo. Se, per contro, è atteso in una casa di Trieste, le forze gli basteranno per raggiungere la meta entro un paio di minuti. — Hai perfettamente ragione, rispose il Siciliano. Ma riusciremo a seguirlo con lo sguardo sin dove è solito fermarsi, anche se non deve andare più in là di Trieste? — Faremo del nostro meglio, replicò Sarcany. Ed ecco quanto fece: La Cattedrale, composta di due vecchie chiese, consacrate l'una alla Vergine, l'altra a San Giusto, Patrono di Trieste, come s'è detto, ha al proprio fianco un'alta torre campanaria che fa angolo con la facciata, adorna di un grande rosone sotto il quale si trova la porta principale dell'edifìcio. Questa torre domina il colle e la città si stende ai suoi piedi come una carta in rilievo. Da quel punto elevato, si possono vedere i tetti dei palazzi e delle case, che digradano dalla parte alta della città sino alle rive. Non era dunque diffìcile seguire il colombo nel suo volo, se lo si rimetteva in libertà al sommo della torre; e forse si sarebbe potuto vedere in quale casa avrebbe cercato rifugio, qualora non sì fosse spinto in volo verso qualche altra città del litorale adriatico. Il tentativo poteva riuscire; comunque metteva conto di farlo. Sarcany e Zirone lasciarono quindi il vecchio cimitero, traversarono il sagrato e si diressero verso il campanile. Una delle porte ogivali, — precisamente quella che si apre sotto la fascia antica, all'altezza della nicchia di San Giusto, — era aperta. Poterono quindi salire i rozzi gradini della scala a chiocciola, che porta alla sommità. Un paio di minuti dopo furono in cima, sotto il tetto dell'edifìcio, che è privo di balconata esterna. Ma, a quell'altezza, le coppie di finestre che s'aprono su ciascun lato permettono allo sguardo di volgersi verso tutti i punti del duplice orizzonte dei colli e della marina.
Sarcany e Zirone si affacciarono alla finestra che da direttamente sull'abitato di Trieste in direzione nord-ovest. Suonavano le quattro all'orologio del Castello del decimosesto secolo, costruito sulla cima del colle, dietro la Cattedrale. La luce era ancora vivissima e l'atmosfera più lìmpida che mai. Il sole calava lentamente verso le acque dell'Adriatico, e quasi tutte le case ricevevano in pieno i suoi raggi sulle facciate rivolte verso la torre. Le circostanze non potevano essere più favorevoli. Sarcany prese in mano il colombo, gli fece coraggio con un'ultima carezza e lo mise in libertà. Il colombo batte le ali, ma dapprima scese così rapidamente da far temere che ultimasse il suo viaggio con una caduta mortale. 11 Siciliano, in preda all'emozione, non seppe trattenere un grido di disappunto. — No! si rialza! esclamò Sarcany. Infatti il colombo che aveva ritrovato l'equilibrio nello strato inferiore dell'aria, descrisse un'ampia curva, per dirigersi obliquamente verso il quartiere nord-ovest della città. Sarcany e Zirone non lo perdevano di vista. Nel suo volo, guidato da un infallibile istinto, non c'era ombra dida, modesta ma sempre troppo cara per loro, giacché non avevano il becco di un quattrino. Ma una sorpresa li aspettava!... Una lettera indirizzata a Sarcany. La busta conteneva una banconota da duecento fiorini, e un foglio con queste parole: Ecco l'ultimo denaro che riceverete da me. Vi basterà per ritornare in Sicilia. Partite, e che io non senta più parlare di voi. Silas Toronthal —Vivaddio! esclamò Zirone, il banchiere s'è ricreduto in tempo! È proprio il caso di non disperare mai di questi uomini d'affari. — Così la penso anch'io! rispose Sarcany. — Questo danaro ci servirà per lasciare Trieste? — No, per rimanervi! |
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This page compliments of Marisa Ciceran Created:
Wednesday, February 09, 2005; Last updated:
Monday, August 13, 2007
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