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III La casa Toronthal A Trieste la vita di società è ridotta a ben poca cosa. Fra gente di stirpe e di casta diverse non ci si frequenta volentieri. Gli impiegati del Governo, a qualsiasi grado della gerarchia amministrativa essi appartengano, hanno la pretesa di primeggiare. Sono, in genere, persone colte e cortesi, ma lo stipendio è scarso e al di sotto delle loro condizioni, cosicché non possono competere con i negozianti e con i banchieri. Questi ultimi, siccome le famiglie ricche danno di rado feste e i ricevimenti ufficiali non sono in uso, si rifanno con il lusso esteriore: nelle vie equipaggi sontuosi; a teatro acconciature sfarzose e profusione di diamanti esibiti dalle mogli nei palchetti del Comunale e dell'Armonia. Fra le famiglie più opulente si distingueva, in quei giorni, quella del banchiere Toronthal. Il capo di quella casa, il cui credito si estendeva molto al di là dell'Impero Austro-Ungarico, era allora in età di trentasette anni. Egli abitava assieme alla moglie, più giovane di lui di non pochi anni, in un palazzo di via dell'Acquedotto. Silas Toronthal aveva fama d'uomo ricchissimo e tale doveva essere. Fortunate e ardite speculazioni in Borsa, un vasto movimento di affari con la società del Lloyd Austriaco e con altre compagnie dì tutto rispetto, prestiti importanti di cui gli era stata affidata l'emissione, avevano alimentato le sue casse oltre il prevedibile. Perciò egli poteva trattarsi da principe, e figurare fra i più noti milionari della città. Tuttavia, come Sarcany aveva detto a Zirone, era anche possibile che gli affari di Silas Toronthai fossero un po' arruffati, almeno per il momento. Probabilmente il panico nelle Banche e in Borsa provocato, sette anni prima, dalla guerra con il Piemonte e la Francia, aveva cominciato a scompigliare gli affari del banchiere. Si aggiunga il disastro di Sadowa, che aveva fatto ribassare le cartelle di credito pubblico in tutte le piazze d'Europa e particolarmente su quelle dell'Impero Austro-Ungarico, da Vienna, a Budapest, a Trieste. Ma Silas Toronthai s'era saputo risollevare, dopo quelle jatture; e se daccapo la sua fortuna pericolava, era segno che egli s'era avventurato in nuove operazioni poco felici. In effetti, da alcuni mesi, Silas Toronthai, almeno per quanto riguardava le sue condizioni di spirito, non era più lui. Benché egli sapesse padroneggiarsi, la sua fisionomia recava le tracce di un profondo turbamento. Invece di fissare in volto i suoi interlocutori, come soleva fare per il passato, spesso li guardava di sbieco e con gli occhi socchiusi. Questi indizi non erano sfuggiti nemmeno alla signora Toronthai, donna malaticcia, piuttosto priva d'energia, del tutto sottomessa al marito, e che conosceva assai poco l'andamento dei suoi affari. Se un disastro sovrastava la sua Banca, Silas Toronthai non poteva certo contare sulle pubbliche simpatie. In città e nel Paese egli aveva molti clienti, ma neppure un amico. L'innata vanità, l'alto concetto che egli mostrava di avere della propria posizione, le arie di superiorità che egli si dava con tutti, gli avevano precluso ogni relazione fuor dell'ambiente degli affari. D'altra parte, i Triestini lo consideravano straniero. Nessun legame di famiglia lo univa alla città dove, quindici anni prima, era giunto per crearsi una fortuna. Tale era, in quei giorni, la situazione di casa Toronthai. Tuttavia, ad onta dei sospetti nutriti in proposito da Sarcany, nulla ancora confermava che il banchiere cominciasse a navigare in cattive acque. Il suo credito non era affatto diminuito, almeno pubblicamente. Ecco perché il conte Mattia Sandorf non aveva esitato ad affidargli una somma ragguardevole, da tener sempre a sua disposizione e ch'egli avrebbe potuto ritirare con un preavviso di ventiquattro ore. Forse desterà qualche meraviglia il fatto che ci fossero rapporti fra quella Banca, ritenuta onorarissima, e un individuo come Sarcany. Pure, queste relazioni esistevano realmente, ed erano incominciate tre anni prima. A quel tempo, Silas Toronthai aveva trattato affari assai importanti con la Reggenza di Tripoli. Sarcany, abile maneggione e praticissimo in losche faccende, aveva avuto la sua parte in quelle operazioni, per la verità, non troppo pulite. S'erano dovute ungere le ruote a destra e a manca; ma il banchiere di Trieste non aveva voluto comparire direttamente in quei traffici tutt'altro che dignitosi. Ne era stato incaricato Sarcany, che sapeva rendere servigi del genere. Così egli aveva avuto l'occasione di mettere un piede nella Banca; o meglio una mano. Infatti, Sarcany, lasciata laTripolitania, non aveva cessato di esercitare una sorta di ricatto sul banchiere di Trieste. Non che Silas Toronthai fosse del tutto nelle sue mani. Di quelle operazioni sospette non c'era alcuna prova materiale. Ma la posizione di un banchiere è sempre delicata. Una sola parola può nuocergli assai. Ora Sarcany sapeva un po' troppo, e valeva la pena di pagare il suo silenzio. Silas Toronthal allargò il borsello. Somme non piccole erano finite nelle tasche dell'avventuriero che ben presto le aveva sperperate nelle bische, con la leggerezza di chi non si da alcun pensiero dell'avvenire. Sarcany divenne così importuno, così esigente, che il banchiere, irritato, gli chiuse ogni credito. Sarcany minacciò. Silas Toronthal tenne fermo. E poteva farlo, giacché lo stesso Sarcany in cuor suo riconosceva di non aver mezzi sufficienti per mettere il suo complice alle strette. Ecco dunque Sarcany e il suo degno compare ridotti, a Trieste, in mal punto e privi finanche dei quattrini che sarebbero loro occorsi per recarsi altrove in cerca di fortuna. Sappiamo però che, allo scopo di sbarazzarsi definitivamente di lui, Silas Toronthal aveva inviato a Sarcany un ultimo sussidio. Quella somma doveva metterlo in grado di abbandonare Trieste, per ritornare in Sicilia, ove Zirone era affiliato a una temibile setta che taglieggiava le province orientali e occidentali. Il banchiere sperava di non rivedere più il suo sensale di Tripolitania, e di non udire nemmeno più parlare di lui. Ma in questo si ingannava come in molte altre cose. I duecento fiorini erano stati inviati dal banchiere a Sarcany il 18 maggio. Sei giorni dopo, Sarcany si presentò alla Banca, chiese di parlare a Silas Toronthal, e tale fu la sua insistenza che questi dovette adattarsi a riceverlo. II banchiere era nel suo scrittojo, e Sarcany ne chiuse la porta, appena fu ammesso alla sua presenza. — Ancora voi! esclamò subito Silas Toronthal. Che cosa venite a fare qui? Vi ho mandato, e per l'ultima volta, una somma che vi sarebbe dovuta bastare per lasciare Trieste. Non avrete più nulla da me, checché possiate dire o fare! Perché non siete partito? Vi avverto che d'ora innanzi prenderò ogni misura per metter fine ai vostri ricatti! Che cos'altro volete? Sarcany ascoltò con molta calma questa filippica, alla quale era preparato. Il suo fare non era, questa volta, insolente e provocatorio, ma sottomesso e prudente. Non solo era perfettamente padrone di sé, ma ostentava un atteggiamento quanto mai sicuro. Benché non fosse stato invitato a sedersi, accostò una seggiola al tavolino si sedette e attese che il cattivo umore del banchiere si fosse sfogato in rumorose recriminazioni. — Ebbene, parlerete una buona volta? riprese Silas Toronthal, che dopo aver camminato su e giù, si era nuovamente seduto, senza riuscire a padroneggiarsi. — Attendo che siate più calmo, rispose tranquillamente Sarcany, e aspetterò tutto il tempo che sarà necessario. — Che io sia calmo o no, poco importa! Per l'ultima volta che cosa volete da me? — Silas Toronthal, rispose Sarcany, desidero proporvi un affare. — Non intendo parlar d'affari con voi, gridò il banchiere. Io e voi non abbiamo più nulla in comune, e voglio che lasciate Trieste oggi stesso, all'istante, per non ritornarvi mai più! — Ho intenzione di lasciare Trieste, rispose Sarcany, ma non voglio partire se prima non vi avrò rimborsato. — Voi, rimborsarmi?... voi? — Voglio restituirvi capitale e interessi, senza contare la vostra parte nei nuovi profìtti... Silas Toronthal alzò le spalle del tutto incredulo di fronte a una proposta così insolita da parte di Sarcany. — Sulle somme che io vi ho dato non faccio alcun conto. Vi libero, se vi piace, da ogni impegno, non vi chiedo nulla; sono superiore a queste inezie. — Ma a me non piace rimanere vostro debitore! — E a me piace rimanere vostro creditore! Il banchiere e l'avventuriero si guardarono in faccia. Poi Sarcany, alzando egli pure le spalle, disse: — Parole, nient'altro che parole! Ve lo ripeto, vengo a proporvi un affare molto serio. — Molto serio e nello stesso tempo poco chiaro, senza dubbio! — Bah! non sarebbe la prima volta che vi servireste di me per... — Chiacchiere, nient'altro che chiacchiere! rispose il banchiere, per ribattergli l'insolente osservazione di poc anzi. — Ascoltatemi, rispose Sarcany, sarò breve. — Farete bene. — Se ciò che vi propongo non vi conviene, non ne parleremo più, e io me ne andrò. — Da qui o da Trieste? — Da qui e da Trieste. — Domani? — Questa sera! — Parlate dunque! — Ecco di che cosa si tratta. Ma, aggiunse guardandosi in giro, siete sicuro che nessuno ci possa udire? —Vi preme molto che il nostro colloquio sia segreto? rispose ironicamente il banchiere. — Sì, Silas Toronthal, giacché voi ed io abbiamo in mano la vita di alti personaggi. — Voi, forse! Io, no! — Sono sulle tracce di una cospirazione. Quale sia il suo scopo, non lo so ancora, ma dopo quanto è accaduto in Lombardia e dopo la batosta di Sadowa, tutto ciò che non è austriaco può far gioco contro l'Austria. Orbene, ho qualche motivo per credere che si prepari una sommossa, forse a favore dell'Ungheria; e noi potremmo profittarne! Silas Toronthal, per tutta risposta, si contentò di osservare con tono derisorio: — Non ho nulla da guadagnare da una cospirazione... — Forse sì! — E come? — Denunciandola! — Suvvia, spiegatevi! — Allora ascoltatemi, rispose Sarcany. E riferì al banchiere ciò che era accaduto nel vecchio cimitero, com'egli s'era impadronito del piccione viaggiatore, come era venuto in possesso d'un biglietto in cifra, — di cui serbava il facsimile, — e in qual modo, infine, aveva individuato la casa del destinatario del messaggio. Aggiunse che da cinque giorni Zirone e lui s'erano messi a spiare quanto accadeva, se non dentro quella casa, almeno fuori. Tutte le sere, si riunivano le stesse persone, dopo esservi entrate con molta circospezione. Altri piccioni erano andati e tornati, in direzione da sud a nord e viceversa. La porta di quella casa era custodita da un vecchio domestico, che non l'apriva volentieri e sorvegliava accuratamente le vicinanze. Sarcany e il suo compare avevano dovuto anch'essi agire con una certa cautela per non destare i sospetti di quell'uomo; ma temevano di non essere riusciti a sfuggire al suo sguardo. Silas Toronthal cominciava ad ascoltare più attentamente il racconto di Sarcany Si chiedeva quanto di vero vi potesse essere, giacché Sarcany gli ispirava pochissima fiducia; e, d'altra parte, non riusciva ancora capire il vantaggio che egli avrebbe potuto ricavare dalla faccenda. Finito il racconto, quando Sarcany ebbe ripetuto per l'ultima volta che si trattava di una cospirazione contro lo Stato, il banchiere gli rivolse le seguenti domande: — Dove si trova questa casa? — In via dell'Acquedotto, numero 89. — A chi appartiene? — Ad un signore ungherese. — Il suo nome? — Il conte Ladislao Zathmar. — E le persone che gli fanno visita? — Soprattutto due, anch'essi Ungheresi. Uno è un professore, Stefano Bathory. — E l'altro? — Il conte Mattia Sandorf. Nell'udire questo nome,Toronthal ebbe un lieve moto di sorpresa, che non sfuggì a Sarcany. — Vedete bene, Silas Toronthal, riprese Sarcany, che non ho esitato a comunicarvi questi nomi. Riconoscerete che io non cerco di giocare d'astuzia con voi! — Quel che mi dite è assai vago! rispose il banchiere, cui premeva di approfondire la situazione prima di prendere impegni. — Vago? disse Sarcany. — Eh! senza dubbio! non avete nemmeno la più piccola prova materiale. — E questa? La copia del biglietto passò nelle mani di Silas Toronthal. Il banchiere prese ad esaminarla non senza interesse. Ma quelle parole in cifra non avevano alcun senso, e niente provava che fossero importanti come Sarcany sosteneva. Se l'affare poteva interessarlo, era solo perché vi era coinvolto il conte Sandorf, suo cliente: i rapporti che egli aveva con lui lo impensierivano non poco, nel caso che il conte avesse chiesto il pagamento immediato dei capitali da lui depositati nella sua Banca. — Ebbene, la faccenda mi sembra sempre meno chiara! — A me invece sembra chiarissima, rispose Sarcany, per nulla scoraggiato dalle osservazioni del banchiere. — Avete potuto leggere il biglietto? — No, Silas Toronthal, ma saprò decifrarlo a tempo e luogo. — Come? — Ho una certa pratica anche in questo, come in molte altre cose, e di biglietti in cifra ne ho già letti parecchi. Ora, dall'esame di questo mi risulta che l'alfabeto, qui usato, non è convenzionale, ogni lettera conserva il suo valore. Sì: su questo messaggio la «s» significa «s» e la «p» significa «p», ma le lettere sono state disposte secondo un ordine che può essere ricostruito solo con l'ausilio d'uno di quei cartoncini traforati che si chiamano griglie. Sappiamo che Sarcany non s'ingannava. Era stato appunto adoperato questo sistema. — Ebbene, sarà come voi dite, ma senza la griglia non è possibile leggere il biglietto. — Infatti, non è possibile. — E come vi procurerete questa griglia? — Non lo so ancora, rispose Sarcany, ma, siate certo che vi riuscirò. — Davvero! Ebbene, al vostro posto, Sarcany, non mi piglierei tanto fastidio. — Mi piglierò il fastidio che sarà necessario. — Con quale scopo? Se fossi in voi, mi contenterei, d'informare la polizia di Trieste dei miei sospetti, consegnandole questo biglietto. — Lo farò, Silas Toronthal: ma mi occorre qualcosa di più d'una semplice supposizione, rispose freddamente Sarcany. Prima di parlare voglio avere prove materiali e indiscutibili, voglio diventare padrone assoluto di questo segreto, sì, padrone assoluto, per ricavarne il maggior profìtto; quel profitto che vi offro di dividere con me! E chi sa, forse, può tornarmi più vantaggioso mettermi dalla parte dei cospiratori, invece di schierarmi contro di loro! Questo linguaggio non poteva sorprendere Silas Toronthal. Egli sapeva che Sarcany, ben provvisto d'acume ma anche di perfìdia, era capace di tutto. Ma se quell'uomo non esitava a parlare in tal modo davanti al banchiere di Trieste, vuoi dire che egli sapeva di poter fare qualsiasi proposta a Silas Toronthal, la cui coscienza non era per nulla scrupolosa. Sarcany conosceva il banchiere da lungo tempo; e aveva motivi per credere che le cose della Banca non procedessero a gonfie vele. Ora il segreto della cospirazione scoperto, svelato, sfruttato non poteva offrire a Silas Toronthal il mezzo per rimettere in sesto i suoi affari? L'awenturiero faceva appunto assegnamento su questo. Dal canto suo, Silas Toronthal, mirava, in quel momento, a mettere con le spalle al muro l'astuto Sarcany. Che si trattasse di un complotto contro il Governo, di cui Sarcany aveva scoperto le tracce, era più che ammissibile. Quella casa, nella quale si tenevano segreti conciliaboli, quella corrispondenza in cifra, la somma enorme depositata nella sua Banca dal conte Sandorf e che doveva essere tenuta a disposizione, tutto ciò suscitava i più legittimi sospetti. Era assai probabile che Sarcany avesse colto nel segno. Ma il banchiere, desideroso di andare a fondo delle intenzioni che muovevano il suo interlocutore, fìngeva ancora di resistergli. Perciò si limitò a rispondergli con simulata indifferenza. — E poi, quando sarete pervenuto a decifrare questo biglietto, — se riuscirete a farlo, — vedrete che si tratta di affari puramente privati, senza alcuna importanza, e non ci sarà alcun guadagno da ricavarne né per voi né per me. — No, esclamò Sarcany, con il tono della più profonda convinzione, no. Sono sulle tracce di una congiura fra le più gravi, ordita da uomini di illustri natali; e voi, Silas Toronthal, ne siete sicuro al pari di me. — Insomma che cosa volete da me? chiese il banchiere, questa volta molto recisamente. Sarcany si alzò, e rispose con voce più bassa ma fissando il banchiere diritto negli occhi. — Ciò che voglio, — e insistette su questa frase, — ve lo dico subito. Voglio essere accolto, il più presto possibile, nella casa del conte Zathmar, il pretesto si troverà; voglio guadagnarmi la sua fiducia. Quando sarò sul posto senza esser conosciuto da alcuno, potrò scovare la griglia e decifrare il biglietto, del quale farò Fuso migliore, nel nostro interesse. —Nel nostro interesse? ripete Silas Toronthal. Ma perché vi preme tanto di associarmi a questo affare? — Per procurarvi un grosso guadagno! — Tenetelo tutto per voi! — No! Ho bisogno del vostro concorso! — Spiegatevi una buona volta! — Per raggiungere lo scopo mi occorre tempo, e per aspettare mi occorre danaro. Ora non ne ho più. — La vostra partita è chiusa, lo sapete! — Va bene! Me ne aprirete un'altra! — E che cosa potrò guadagnarci io? -— Questo: dei tre uomini che vi ho nominati, due sono senza mezzi, il conte Zathmar e il professore Bathory, ma il terzo è ricco, anzi ricchissimo. In Transilvania egli possiede beni considerevoli. Ebbene, voi lo sapete benissimo, se egli sarà arrestato come cospiratore, la maggior parte delle sue ricchezze confiscate andrà a coloro che avranno scoperto e denunciato la congiura. E allora, Silas Toronthal, voi ed io faremo a metà. Il banchiere non rispose: rifletteva sulla posta che gli veniva chiesta per entrare nel giuoco. D'altra parte egli non voleva compromettersi personalmente in una faccenda del genere; ma sapeva che Sarcany era capace di agire per tutti e due. Se egli si fosse deciso a prender parte all'affare, avrebbe saputo legare così saldamente il suo complice da impedirgli di nuocere. Tuttavia egli esitava. E va bene! Alla fin fine che cosa rischiava? Sarebbe rimasto nell'ombra e avrebbe raccolto i frutti — abbondantissimi — dell'odiosa operazione. — Allora?... chiese Sarcany. — Allora, la cosa non mi garba né punto né poco. — Rifiutate? — Sì... rifiuto!... Non credo nel successo dei vostri progetti! — State in guardia, Silas Toronthal, esclamò Sarcany, con tono minaccioso, e, questa volta, senza dominarsi. — Che cosa posso temere da voi? — Eh! conosco certi affari... — Uscite! proruppe sdegnato il banchiere. In quel momento, s'udì bussare discretamente alla porta dello scrittojo. Mentre Sarcany si ritirava nel vano della finestra, la porta venne aperta e un usciere annunciò ad alta voce: — Il signor conte Sandorf prega d'essere ricevuto dal signor Toronthal. Poi si ritirò. — Il conte Sandorf? esclamò Sarcany. Il banchiere, era assai contrariato perché Sarcany veniva a conoscenza di quella visita, ma prevedeva altresì che grossi fastidii gli sarebbero derivati dall'inatteso arrivo del conte. —Toh! Che cosa viene a fare qui il conte Sandorf? domandò Sarcany con piglio ironico. Siete dunque in relazione con i cospiratori di casa Zathmar? Forse mi sono rivolto ad uno di loro? — Uscite, vi ripeto. — Non uscirò, Silas Toronthal, e saprò il motivo per cui il conte Sandorf si presenta alla vostra Banca. Ciò detto si precipitò in una stanza attigua allo scrittojo, chiudendosi dietro la porta. Silas Toronthal fu sul punto di chiamar qualcuno per farlo cacciare di lì; ma lo trattenne il timore di uno scandalo. D'altra parte egli non poteva lasciare a lungo in anticamera il suo rispettabile cliente. Suonò e disse all'usciere di far entrare immediatamente il conte Sandorf. Mattia Sandorf entrò e rispose freddamente, secondo il suo costume, ai complimenti di Silas Toronthal. Poi sedette in una poltrona che il banchiere aveva sospinto verso di lui. — Signor conte, disse il banchiere, non aspettavo la vostra visita, non sapendo che foste a Trieste; ma la casa Toronthal è sempre onorata di ricevervi. — Signore, rispose Mattia Sandorf, io non sono che uno dei vostri clienti meno importanti, e non faccio affari, come sapete. Tuttavia devo pur sempre ringraziarvi di aver accettato in deposito alcuni capitali, che non sapevo come impiegare per il momento. -— Signor conte, riprese il banchiere, lasciate che vi ricordi che questi capitali sono in conto corrente presso di me, e vi fruttano il normale interesse. — Lo so, signore; ma, ve lo ripeto, più che altro ho voluto fare presso di voi un deposito. — Sta bene, signor conte, rispose Silas Toronthal. Tuttavia il danaro è caro, in questi giorni, e non sarebbe giusto che il vostro rimanesse improduttivo. Una crisi finanziaria sta per travolgere tutto il paese. La situazione all'interno è assai difficile. Gli affari sono paralizzati. Alcuni fallimenti di case importanti hanno scosso il credito pubblico, e altri fallimenti sono da temere... — Ma la vostra casa è solida, disse Mattia Sandorf, e so da buona fonte che non ha sofferto per questi fallimenti. — Pochissimo! rispose Silas Toronthal con la massima calma. Il commercio nell'Adriatico ci assicura, d'altra parte, un movimento d'affari che manca alle case di Pest e di Vienna; sicché la crisi ci ha appena sfiorati. Non possiamo davvero lamentarci, signor conte! —Tanto meglio! rispose Mattia Sandorf. Tuttavia, desidero sapere se, a proposito di questa crisi, s'è parlato di torbidi interni; si teme qualche rivolgimento? Quantunque il conte Sandorf avesse posto la domanda fìngendo di annettervi poca importanza, Silas Toronthal lo osservò con maggiore attenzione. L'argomento si collegava, in certo qual modo, con quanto gli aveva detto Sarcany. — Non so nulla a questo riguardò, rispose il banchiere, e non ho inteso che il Governo abbia apprensioni in proposito. Ma forse, signor conte, voi avete motivi per credere che qualche prossimo avvenimento... — Nessun motivo, rispose Mattia Sandorf; ma l'alta Banca è spesso informata di cose che il pubblico viene a conoscere solo più tardi. Ecco perché vi ho fatto quella domanda, lasciando al piacer vostro di rispondermi o no. — Non ho udito nulla del genere, replicò Silas Toronthal, e, d'altronde, con un cliente quale voi siete, non mi crederei in diritto di nascondervi cosa alcuna, che potesse nuocere ai vostri interessi. —Vi ringrazio, signore, rispose il conte Sandorf, e penso, come voi, che non ci sia nulla a temere né all'interno, né all'estero. Faccio quindi conto di lasciare Trieste per ritornare in Transilvania, ove mi chiamano affari urgenti. — Ah! partite, signor conte? domandò interessantissimo il banchiere. — Si... fra una quindicina di giorni, al più tardi. — E ritornerete a Trieste? — Non lo credo, signore, rispose il conte Sandorf. Ma, prima di partire, desidererei mettere a punto tutta la contabilità del castello d'Artenak, che è in ritardo. Ho ricevuto dal mio intendente un fascio di note, contratti, rendiconti, che non ho avuto tempo d'esaminare. Non potreste indicarmi un contabile, o prestarmi uno dei vostri impiegati per fare questo lavoro? — Nulla di più facile, signor conte. — Vi sarò assai obbligato. — E quando avrete bisogno di questo contabile? — Il più presto possibile. — Dove deve presentarsi? — Presso il mio amico, il conte Zathmar, al numero 89 di via dell'Acquedotto. — D'accordo. — Questo lavoro richiederà una decina di giorni e appena messi in ordine i miei conti partirò per il mio castello d'Artenak. Vi prego quindi di tener pronti i fondi che avete presso di voi. Silas Toronthal, a queste parole, non seppe trattenere un gesto di disappunto, che sfuggì al conte Sandorf. — Quando volete che vi consegni il vostro danaro? egli chiese. — L'otto del prossimo mese. — Sarà a vostra disposizione. Ciò detto, il conte Sandorf si alzò e il banchiere lo riaccompagnò sino alla porta dell'anticamera. Quando SilasToronthal rientrò nello scrittojo, vi trovò Sarcany, che si limitò a dirgli: — Fra due giorni bisogna che io sia introdotto in casa del conte Zathmar in qualità di contabile. — E vero, bisogna fare così! rispose Silas Toronthal. |
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Wednesday, February 09, 2005; Last updated:
Saturday, August 11, 2007
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