IV.

IL MESSAGGIO CIFRATO

Due giorni dopo, Sarcany si era insediato nella casa di Ladislao Zathmar. Era stato presentato da Silas Toronthal e accolto con fiducia dal conte Sandorf. Come si vede, il banchiere e il suo galoppino erano divenuti compiici in piena regola e tessevano insieme le fila della macchinazione. Scopo: la scoperta di un segreto che poteva costare la vita ai capi della cospirazione. Risultato: un mucchio di danaro, prezzo della delazione, che sarebbe finito nelle tasche di un awenturiero, pronto a tutto pur di riempirle e nelle casse di un banchiere arrivato al punto di non poter più far fronte ai propri impegni. Beninteso, il premio sarebbe stato diviso in parti eguali. Intanto Sarcany doveva ricevere dal banchiere danaro bastevole per vivere convenientemente a Trieste assieme al suo compare Zirone e per le altre spese che fossero state richieste dalle indagini. In cambio e come garanzia, aveva dovuto lasciare in mano del banchiere il fac-simile del biglietto che conteneva, egli ne era certo, il segreto della cospirazione.

Forse si sarà tentati di accusare d'imprudenza Mattia Sandorf. In tali circostanze, far entrare uno sconosciuto in una casa dove si trattavano questioni così gravi, alla vigilia d'una congiura, alla quale si stava per dare l'avvio daun momento all'altro, potrà parere un atto di suprema leggerezza. Ma non era senza motivo che il conte aveva agito in questo modo.

Anzitutto, gli premeva assai che i suoi affari personali fossero messi in ordine, mentre stava per slanciarsi in un'impresa avventurosa, nella quale rischiava la vita o per lo meno l'esilio se fosse stato costretto a fuggire in caso d'insuccesso. D'altra parte, ammettendo un estraneo nella casa del conte Zathmar gli pareva di allontanare i sospetti. Gli sembrava di aver visto da alcuni giorni, — e sappiamo che non s'ingannava, — due spie aggirarsi per l'Acquedotto: altri non erano che Sarcany e Zirone. La polizia di Trieste aveva dunque messo gli occhi su di lui e sui suoi amici? Il conte Sandorf poteva crederlo e doveva temerlo. Se il luogo di convegno dei cospiratori, sino a quel momento ostinatamente chiuso a tutti, suscitava sospetti, un buon mezzo per sviarli era quello di aprire le porte a un impiegato, che, del resto, doveva solo occuparsi di contabilità. La presenza di quel contabile poteva nuocere a Ladislao Zathmar e ai suoi compagni? No, di certo. Non c'erano più scambi di messaggi cifrati fra Trieste e le città ungheresi. Tutti i documenti che riguardavano la congiura erano stati distrutti. Prove scritte della cospirazione non ce n'erano più. Le decisioni erano state ormai prese e nulla d'importante rimaneva da preparare. Il conte Sandorf, venuto il momento, avrebbe dovuto dare il segnale: ecco tutto. Dunque, la presenza di un impiegato in quella casa, se mai il Governo fosse stato sul chi vive, sarebbe servita più che altro ad allontanare i sospetti.

Certo, il ragionamento filava; sennonché quell'impiegato si chiamava Sarcany, e colui che lo aveva raccomandato aveva nome Silas Toronthal.

S'aggiunga che Sarcany, quantunque fosse maestro di falsità, aveva qualità esteriori tali da ingannare chiunque; fisionomia aperta, piglio franco e sincero. Il conte Sandorf e i suoi due compagni caddero nel tranello. Il giovane contabile si mostrò pieno di zelo, servizievole, cortese, e molto pratico del suo lavoro. Nulla del resto avrebbe potuto fargli sospettare, se non l'avesse già saputo, che egli si trovava proprio nel mezzo di un complotto, che aveva lo scopo di sollevare la gente d'Ungheria contro il Tedesco. Mattia Sandorf, Stefano Bathory, Ladislao Zathmar, durante le loro riunioni, fìngevano di occuparsi di argomenti artistici o scientifici. Non più corrispondenze segrete, non più colloqui misteriosi. Ma Sarcany aveva in mano il bandolo della matassa. L'occasione che egli cercava poteva presentarsi da un momento all'altro, ed egli l'aspettava a pie fermo.

Sarcany s'era introdotto nella casa di Ladislao Zathmar con un unico scopo: impadronirsi della griglia che serviva a decifrare i criptogrammi. Ma dal momento che non giungevano più biglietti in cifra egli si chiedeva se per avventura la griglia non fosse stata distrutta. Questo dubbio lo rendeva inquieto, giacché l'esito della sua diabolica macchinazione dipendeva appunto dal poter leggere il biglietto portato dal piccione viaggiatore e del quale possedeva la copia.

Mentre lavorava per mettere in ordine i conti di Mattia Sandorf, egli si guardava attorno, osservava, spiava. L'accesso allo scrittojo ove si riunivano Ladislao Zathmar e i suoi compagni non gli era precluso. Spesso ve lo lasciavano solo. E allora i suoi occhi e le sue mani si occupavano di tutt'altro che di far calcoli o d'allineare cifre. Frugava tra le carte, apriva i cassetti per mezzo di grimaldelli, che Zirone, vero maestro in quell'arte, gli aveva fabbricato. S'intende che egli faceva in modo di non essere veduto da Borile, al quale egli non aveva saputo ispirare la menoma simpatìa.

Nei primi giorni, le ricerche di Sarcany rimasero infruttuose. Si recava al lavoro con la speranza di riuscire; ogni sera, rientrava all'albergo senza essere venuto a capo di nulla. Già cominciava a temere di fallire il suo criminoso tentativo. Invero i propositi dei congiurati — se si trattava di questo, come egli fermamente riteneva, — potevano esser messi in atto da un giorno all'altro, prima cioè che egli fosse venuto a conoscenza di tutto e tutto avesse denunciato.

— Ma piuttosto che perdere il compenso, anche se non abbiamo tutte le prove per sostenere l'accusa, gli diceva Zirone, ci conviene avvertire la polizia e consegnarle la copia del biglietto.

— Sì! rispondeva Sarcany, e lo farò, se occorre!

II banchiere veniva giorno per giorno informato delle ricerche; e Sarcany riusciva non senza fatica a calmare la sua impazienza.

Il caso fu di nuovo propizio all'astuto spione. Una prima volta lo aveva favorito, facendo cadere nelle sue mani il messaggio cifrato; una seconda volta, venne in suo aiuto mettendolo in grado di interpretarlo.

L'ultimo di maggio, verso le cinque del pomeriggio, Sarcany stava per finire il suo lavoro quotidiano. Era tanto più contrariato di trovarsi sempre allo stesso punto, in quanto il compito affidatogli dal conte Sandorf stava per essere ultimato. Riordinata l'amministrazione del castello d'Artenak, il conte lo avrebbe pagato e ringraziato, ed egli non avrebbe avuto più alcun motivo per frequentare la casa del conte Zathmar.

In quel momento, Ladislao Zathmar e i suoi amici erano usciti. In casa era rimasto soltanto il domestico, Borik, che aveva da fare in una stanza al pianterreno. Sarcany libero di muoversi senza essere sorvegliato, decise di in-trodursi nella camera del conte Zathmar — cosa che non aveva potuto fare fino allora, — e di dedicarsi alle più minuziose ricerche.

La porta era chiusa a chiave. Sarcany, riuscì ad aprirla con il grimaldello, ed entrò.

Tra le due finestre, che davano sulla via, si trovava una scrivania di vecchio stile che avrebbe fatto la gioia di un amatore di mobili antichi.

Era la prima volta che gli si offriva l'occasione di guardare in quel mobile ed egli non era uomo da lasciarsela sfuggire. Per frugare nei cassetti non aveva che da forzare la ribalta: è quanto fece con l'aiuto del grimaldello, senza lasciar traccia dell'operazione sulla serratura. Nel quarto cassetto aperto da Sarcany, sotto alcuni fogli senza importanza, si trovava un cartoncino quadrato e forato irregolarmente, che attirò subito la sua attenzione.

— La griglia! esclamò.

La sua prima idea fu di portarla via; ma dopo aver riflettuto si disse che la scomparsa del cartoncino avrebbe potuto suscitare sospetti, se il conte Zathmar se ne fosse accorto.

— Ebbene! come ho fatto una copia del biglietto, così prenderò lo stampo di questa griglia, e insieme con Toronthal potrò leggere il messaggio a mio agio.

Il cartoncino aveva sei centimetri di lato, ed era diviso in trentasei quadrati eguali, di un centimetro ciascuno. di questi trentasei quadrati, disposti su sei file orizzontali e verticali, come in una scacchiera o nella tavola pitagorica, solo nove erano forati.

A Sarcany importavano soprattutto due cose: 1) la dimensione esatta della griglia; 2) la disposizione dei nove quadrati vuoti.

Nulla di più agevole che prendere le misure: ricalcò con la matita il contorno della griglia su un foglio di carta, avendo cura di segnare il posto nel quale si trovava una crocetta tracciata con l'inchiostro, che, probabilmente, indicava la parte superiore della griglia. Poi non gli fu diffìcile riprodurre la sequenza dei pieni e dei vuoti. Eccovi del resto in grandezza quasi naturale (i quadrati bianchi corrispondono a quelli forati) la griglia della quale Sarcany, con la complicità del banchiere Toronthal si sarebbe servito per i suoi fini criminosi.

+

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Compiuto quanto più rapidamente possibile questo lavoro, egli rimise la griglia nel cassetto, al posto in cui l'aveva trovata, chiuse la scrivania, e s'allontanò rapidamente prima dalla camera e poi dalla casa di Ladislao Zathmar.

Un quarto d'ora dopo, Zirone lo vide rientrare all'albergo con un'aria così trionfante, che non potè trattenersi dal!' esclamare:

— Che c'è di nuovo, amico mio? Sta in guardia! Tu sei più abile nel dissimulare il malcontento che non la gioia, ed è proprio così che si finisce col tradirsi...

— Bando alle chiacchiere, Zirone, rispose Sarcany; e all'opera, senza perdere un istante.

— Prima di cenare?

— Prima.

Detto questo, Sarcany prese un pezzo di cartone sottile. Lo tagliò in modo che avesse le esatte dimensioni della griglia, senza dimenticar di segnare la crocetta sul lato superiore. In seguito, servendosi d'un regolo, divise il cartoncino in trentasei quadrati, tutti d'eguale grandezza. Rimaneva da forare il cartoncino in modo da lasciare vuoti i nove quadrati, al posto voluto; e Sarcany fece anche questo lavoro di precisione con la massima cura:

Zirone, seduto di fronte a Sarcany, lo osservava con occhio avido e curioso. Egli s'interessava molto alla cosa, giacché aveva capito perfettamente come funzionava il sistema criptografico adoperato in quella corrispondenza.

— E ingegnoso, diceva, estremamente ingegnoso; un giorno o l'altro mi potrà servire. Finito il lavoro, Sarcany si alzò, dopo aver riposto il cartoncino nel portafogli.

— Domani, di buon'ora, andrò da Toronthal, egli disse.

— Tieni d'occhio la sua cassaforte.

— S'egli ha il biglietto, io ho la griglia!

— E questa volta dovrà pure arrendersi!

— Si arrenderà!

— Allora si può cenare! ■— Certamente.

— Ceniamo.

E Zirone, sempre di buon appetito, fece onore all'eccellente cena che egli aveva ordinata secondo il suo gusto. L'indomani, 1° giugno, alle otto del mattino, Sarcany

65si presentava alla Banca, e Silas Toronthal dava subito ordine dì farlo entrare nel suo scrittojo.

— Ecco la griglia! si limitò a dire Sarcany, presentando il cartoncino forato.

Il banchiere la prese, la voltò, la rivoltò, tentennando il capo come se non fosse ancora persuaso.

— Tentiamo, disse Sarcany.

— Tentiamo.

Silas Toronthal prese il fac-simile del biglietto, che aveva riposto in uno dei cassetti della sua scrivania, e lo posò sulla tavola.

Come si ricorderà, il messaggio era composto di diciotto parole, di sei lettere ciascuna, del tutto inintelleggi-bili. Era evidente, per prima cosa, che ogni lettera di quelle parole doveva coincidere con uno dei sei quadrati, pieni o vuoti, di ciascuna riga della griglia. Di conseguenza, si poteva subito dedurre che le trentasei lettere delle prime sei parole del messaggio erano state scritte l'una dopo l'altra nei trentasei quadrati.

Invero, — e lo si potè rilevare facilmente, — la disposizione dei quadrati forati era così ingegnosa, che facendo compiere alla griglia quattro volte un quarto di giro, le caselle vuote venivano ogni volta ad occupare il posto delle caselle piene.

E evidente che le cose stanno proprio così. Per esempio, se quando la griglia viene sovrapposta per la prima volta a un foglio bianco, si scrivono i numeri all'I al 9 in ogni casella vuota, poi, dopo un primo quarto di giro, i numeri dal 10 al 18, quindi, dopo un secondo quarto di giro quelli dal 28 al 36, si vedrà che alla fine, sulla carta i numeri dalF 1 al 36 occuperanno le 36 caselle.

Sarcany fu naturalmente indotto ad occuparsi, anzitutto, delle prime sei parole del biglietto procedendo a quattro applicazioni successive della griglia. Egli si proponeva di fare lo stesso una seconda volta per le altre sei parole, e una terza per le sei ultime parole, — giacché il messaggio era composto appunto di diciotto parole.

Non occorre dire che le conclusioni tratte da Sarcany erano state esposte a Silas Toronthal, e che il banchiere ne aveva subito apprezzata l'esattezza.

I fatti stavano per confermare la teoria? E quanto vedremo.

Ma gioverà che il lettore abbia nuovamente sottocchio le diciotto parole del biglietto.

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Si trattava anzitutto di decifrare le sei prime parole. Per raggiungere lo scopo, Sarcany le trascrisse su di un foglio, avendo cura di tenere distanziate le lettere e le righe in modo che ogni lettera coincidesse con una casella della griglia.

Ne risultò questa sequenza:

i

h

n

a

l

z

a

r

n

u

r

p

o

d

x

h

n

p

a

e

e

e

i

l

s

p

e

s

d

r

e

e

d

S

n

e

La griglia venne sovrapposta alle lettere trascritte in quest'ordine, in modo che il lato contrassegnato dalla crocetta si trovasse in alto. Allora comparvero, nelle nove caselle vuote, le nove lettere che seguono, mentre le restanti ventisette lettere risultarono coperte.

+

 

h

 

a

 

z

 

 

 

 

r

 

 

 

x

 

 

 

 

e

 

 

i

 

 

 

 

 

 

r

 

 

 

g

 

 

Sarcany fece compiere un quarto di giro alla griglia, da sinistra a diritta, di modo che il lato superiore divenne il lato di destra. Dopo la seconda sovrapposizione comparvero, nelle caselle vuote, le seguenti lettere:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

n

 

 

o

 

 

 

h

 

 

a

 

 

 

 

i

 

 

e

 

d

 

 

e

 

 

 

c

+

Dopo la terza sovrapposizione divennero visivili le seguenti lèttere:

 

 

n

 

 

 

a

 

 

 

 

 

 

d

 

 

n

 

 

 

 

e

 

 

 

p

 

 

 

 

e

 

d

 

n

 

+

Con grande meraviglia di SilasTbronthal e di Sarcany le parole che via via comparivano erano del tutto prive di senso. Essi avevano sperato di poterle leggere correntemente e invece continuavano a non capirci nulla. Il biglietto sarebbe dunque rimasto indecifrabile?

La quarta sovrapposizione della griglia diede il risultato che segue:

+

i

 

 

 

l

 

 

r

 

u

 

 

o

 

 

 

 

p

 

 

e

 

 

 

s

 

 

s

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ancora niente: oscurità impenetrabile. Infatti, le quattro parole che erano state ottenute mediante le quattro sovrapposizioni erano queste:

hazrxeirg
nohaledec
nadnepedn
ilruopess

Tutte assolutamente prive di significato.

Sarcany non potè celare il dispetto che gli cagionava questo insuccesso. Il banchiere si limitava a scuotere la testa dicendo, non senza ironia:

— Forse i cospiratori hanno adoperato un'altra griglia. Questa osservazione fece trasalire Sarcany.

— Continuiamo! egli esclamò.

— Continuiamo! rispose Silas Toronthal.

Sarcany non tardò a padroneggiare un tremito nervoso che l'agitava, e ricominciò l'esperimento sopra le sei parole che formavano la seconda colonna del biglietto. Quattro volte applicò la griglia su quelle lettere, sempre facendo compiere al cartoncino un quarto di giro e ottenne ancora parole senza senso.

amnetnore
velessuot
etseirted
zerrevnes

Questa volta, Sarcany, gettò la griglia sulla tavola, imprecando come un marinaio.

Per contro, Silas Toronthal conservava tutto il suo sangue freddo. Studiava le parole che via via, comparivano e rimaneva pensieroso.

— Al diavolo le griglie e chi se ne serve! esclamò Sarcany alzandosi.

— Rimettetevi a sedere! disse Silas Toronthal.

— Per ricominciare?

— Certamente.

Sarcany fissò Silas Toronthal. Tornò a sedersi, riprese la griglia, e la sovrappose alle sei ultime parole del biglietto, meccanicamente, senza rendersi più conto dì quel che faceva.

Ecco le parole ottenute con le quattro ultime applicazioni della griglia:

uonsuoveu
qlangìsre
ìmerpuate
rptsetuot

Anche queste, come le parole precedenti, erano indecifrabili.

Sarcany, al colmo dell'irritazione, aveva preso il foglio sul quale erano scritte quelle parole eteroclite, e stava per stracciarlo.

Silas Toronthal gli fermò la mano, dicendogli:

— Calma, calma!

— Beh? che ce ne facciamo di questo indecifrabile logogrifo?

— Scrivete queste parole, una di seguito all'altra! rispose il banchiere.

— A che serve?

— Lo vedremo.

Sarcany obbedì e ottenne questa sequenza di lettere:

hazrxeirgnohaledecnadnepednilruopessamnetnorevelessuo
tetseirtedzerrevnesuonsuoveuqlangisreimerpuaterptsetuot.

Appena Sarcany ebbe finito di scrivere, Silas Toronthal gli strappò la carta di mano, lesse e gettò un grido. Sarcany credette a tutta prima che il banchiere fosse impazzito, tanto si mostrava agitato.

— Ma leggete! esclamò Silas Toronthal, tendendogli il foglio, leggete!

— Che cosa?

— Ma la frase è in francese ed è scritta a rovescio! Leggete! Sarcany prese il foglio, ed ecco ciò che lesse, da destra a sinistra:

« Tout estprèt. Au premier signal que vous nous enverrez de Trieste, tous se lèveront en massepour l'indépendance de la Hon-grie. Xrzah».

— E le ultime cinque lettere? esclamò.

— Una firma convenzionale! rispose Silas Toronthal.

— Finalmente li abbiamo in mano!

— Noi sì, ma la polizia no!

— Ci penso io!

— Agirete con il massimo segreto?

— E affar mio, rispose Sarcany. Il Governatore di Trieste sarà il solo a conoscere il nome dei due galantuomini che con il loro patriottismo hanno sventato sul nascere una congiura contro l'Impero d'Austria! Nel dire così il miserabile, con il tono e con il gesto, dava sin troppo risalto all'ironia che gl'ispirava queste parole.

— Allora io non ho più nulla da fare? chiese freddamente il banchiere.

— Più nulla? Solo prendervi la vostra parte del profitto che ne riceveremo.

— Quando?

— Quando saranno cadute tre teste, che ci frutteranno più di un milione l'una.

Silas Toronthal e Sarcany si separarono. Se volevano trarre vantaggio dalla denunzia, non c'era tempo da perdere.

Anzitutto, Sarcany, come al solito, era ritornato nella casa di Ladislao Zathmar. Aveva ripreso il suo lavoro, che s'approssimava alla fine. Il conte Sandorf, nel ringraziarlo per i suoi servigi, gli annunzio che di lì a otto giorni non avrebbe più avuto bisogno di lui.

A Sarcany questo diceva che entro quel termine il segnale atteso da Trieste sarebbe stato dato ai cospiratori delle principali città ungheresi.

Sarcany continuò ad osservare con la massima cura, ma senza destare alcun sospetto, quanto accadeva nella casa del conte Zathmar. Perché diffidare di lui? Egli mostrava tanta intelligenza, aveva manifestato in più occasioni idee così liberali, s'era spesso dichiarato fìerissimo nemico dei Tedeschi, insomma aveva saputo così bene recitare la sua parte, che il conte Sandorf contava di prenderlo nuovamente con sé una volta che la rivoluzione avesse fatto dell'Ungheria un paese libero. Invece Borik continuava ad esser prevenuto nei confronti di quel giovane che, sin dall'inizio, non gli era garbato affatto.

Sarcany aveva pienamente raggiunto il suo scopo.

Il conte Sandorf, d'accordo con i suoi amici, aveva fissato P8 giugno per dar principio all'insurrezione.

Ma la delazione non gli lasciò il tempo di compiere ciò che aveva divisato.

La sera prima, verso le otto, la polizia di Trieste irruppe improvvisamente nella casa di Ladislao Zathmar. Il conte Sandorf, il conte Zathmar, il professore Bathory, Sarcany stesso, che si astenne da ogni protesta, e il domestico Borik, vennero arrestati, senza che in città se ne sapesse nulla.


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This page compliments of Marisa Ciceran 

Created: Wednesday, February 09, 2005; Last updated: Thursday, November 24, 2011
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