V.

PRIMA, DURANTE E DOPO IL PROCESSO

L'Istria che, in forza dei trattati del 1815 era tornata all'Impero Austro-Ungarico, è una penisola, a forma di triangolo, con la base a Nord e il vertice a Sud, situata fra due golfi: quello di Trieste e il Quarnero, lungo i quali i porti sono piuttosto numerosi. Fra questi, quasi all'estremità meridionale si apre quello di Pola che, allora, il Governo stava trasformando in un arsenale marittimo di prim'ordine.

L'Istria è, in ispecie lungo la costa occidentale, un paese del tutto italiano, o meglio veneziano, così negli usi come nella lingua. Ammettiamo pure che l'elemento slavo cerca ancora di competere con quello italiano, ma è certo che fra i due l'influenza tedesca dura fatica a farsi sentire.

Parecchie città importanti, sia lungo il litorale sia all'interno, danno vita a questa regione, bagnata dalle acque dell'Adriatico settentrionale. Fra le altre, Capodistria e Pirano, la cui popolazione lavora nelle grandi saline; Parenzo, sede della Dieta dell'Istria e residenza del Vescovo; Rovigno, ricca dei prodotti dei suoi tanti uliveti; Pola, dove i forestieri vanno ad ammirare i superbi monumenti dell'età romana, e che è destinata a divenire il porto militare più importante di tutto l'Adriatico.

Ma a nessuna di queste città spetta il titolo di capitale dell'Istria. A fregiarsene è Pisino, situata quasi al centro del triangolo; ed è appunto in questa città che stavano per essere condotti, senza saperlo, i prigionieri, dopo il loro arresto avvenuto in segretezza.

Davanti alla porta della casa di Ladislao Zathmar era in attesa una carrozza da posta. Vi salirono tutti e quattro, e due gendarmi austriaci sedettero accanto a loro. Essi quindi non avrebbero potuto durante il viaggio, scambiarsi la menoma parola compromettente, né mettersi d'accordo fra loro prima di comparire davanti ai giudici.

Una scorta di dodici gendarmi a cavallo, comandata da un tenente, si dispose davanti, dietro e ai fianchi della carrozza, che, dieci minuti dopo, aveva lasciata la città. Borik invece era stato tradotto in una prigione di Trieste, e chiuso in cella.

Dove venivano condotti i prigionieri? In quale fortezza lì avrebbe richiusi il governo austriaco, che aveva voluto evitare di carcerarli nel Castello di Trieste? Il conte Sandorf e i suoi compagni avrebbero desiderato vivamente saperlo, ma non vi riuscirono.

La notte era cupa. I fanali della carrozza arrivavano appena a illuminare il primo gruppo di gendarmi di scorta. Si viaggiava in fretta. Marcia Sandorf, Stefano Bathory, Ladislao Zathmar, si erano rannicchiati, immobili e muti, nel loro angolo. Nemmeno Sarcany mosrrava desiderio di rompere il silenzio, né per protestare contro il suo arresto, né per chiederne il motivo.

Uscita da Trieste, la carrozza tornò, dopo aver fatto un giro, a procedere in diagonale verso la costa. Il conte Sandorf, fra io scalpitar dei cavalli e lo sferragliar delle sciabole, potè udire il mormorio lontano delle onde che si frangevano sulla scogliera. Per un istante, alcune luci brillarono nell'oscurità, ma scomparvero ben presto. La carrozza aveva attraversato la borgata di Muggia senza fer-marvisi. Allora il conte Sandorf credette di notare che la strada s'addentrava nelle campagne.

Alle undici di sera, la carrozza si fermò per il cambio. Non si vedeva che una masseria, dove i cavalli già erano pronti per essere attaccati. Non si trattava d'una stazione di posta vera e propria. Si era evitato di far sosta a Capodistria.

La scorta si rimise in cammino. La carrozza percorreva una strada fra vigneti, i cui tralci s'intrecciavano a ino' di festoni, ai rami dei moreri. L'oscurità era tanto più fitta, in quanto grossi nuvoloni, spinti da un violento scirocco di sud-est, s'addensavano in cielo. Quantunque i vetri dei finestrini fossero stati abbassati, per rinnovare un po' l'aria, — le notti di giugno in Istria sono calde, — non si vedeva nulla, nemmeno a breve distanza.

Benché il conte Sandorf, Ladislao Zathmar e Stefano Bathory si sforzassero di cogliere ogni minimo indizio: caratteristiche della strada, direzione del vento, tempo trascorso dalla partenza, non riuscirono a capire dove andasse la carrozza. Si voleva, evidentemente, istruire il processo senza che nulla trapelasse in pubblico, e quindi in un luogo che si prestasse a rimanere ignorato.

Verso le due del mattino ci fu un'altra sosta; ma durò solo pochi minuti.

Il conte Sandorf intravide nell'oscurità un gruppo di case, al termine di una strada, probabilmente le ultime di un sobborgo. Era Buje, capoluogo di distretto, che si rrova ad una ventina di miglia a sud di Muggia.

Attaccati i cavalli, il tenente rivolse poche parole sottovoce al postiglione, e i cavalli furono slanciati al galoppo. Verso le tre e mezza del mattino, cominciò a farsi giorno. Un'ora dopo, vedendo sorgere il sole, i prigionieri avrebbero potuto rendersi conto della direzione seguita fino allora e capire almeno se stavano andando verso nord o verso sud, ma in quel momento, i gendarmi abbassarono le tendine delle portiere, e l'interno della carrozza piombò nella più assoluta oscurità.

Né il conte Sandorf, né i suoi amici dissero parola. Del resto, non avrebbero certo ottenuto risposta. Era meglio rassegnarsi e attendere.

Dopo un'ora ó forse due — non era facile calcolare il tempo trascorso—la carrozza sì fermò un'ultima volta per un rapido cambio di cavalli nella cittadina di Visinada.

Da quel momento fu possibile rendersi conto solo del fatto che la strada diventava assai faticosa. Le grida del postiglione, lo schioccare della frusta non cessavano di stimolare i cavalli, e s'udivano i ferri battere il suolo aspro e pietroso d'una regione non più pianeggiante. Colline rivestite di boschi grigiastri restringevano l'orizzonte. Un paio di volte i prigionieri udirono il suono di uno zufolo. Erano giovani pastori che modulavano rustiche ariette, pascolando greggi di pecore nere: ma anche questa era un'indicazione troppo vaga per consentir loro di orizzontarsi. Saranno state le nove antimeridiane, quando i cavalli presero un'andatura del tutto diversa. Non c'era da ingannarsi; la carrozza discendeva rapidamente, dopo aver raggiunto il sommo dell'erta. La sua velocità era considerevole e più volte furono stretti i freni per mantenerla, non senza pericolo, in carreggiata. Infatti, la strada, dopo essersi inerpicata in una regione molto impervia dominata dal Monte Maggiore, scende diagonalmente avvicinandosi a Pisino. La città si trova ad una certa altezza sopra il livello del mare, ma essendo circondata dai monti sembra adagiata in un fondo valle. Ancora prima di giungervi, si vede il campanile, che fa spicco in mezzo alle case, disposte su piani diversi in modo assai pittoresco.

Pisino, capoluogo di un distretto che conta circa venticinquemila abitanti, è situata pressoché al centro della penisola istriana. Morlacchi, Slavi di varie comunità e persino zingari vi convengono in occasione delle fiere, che sono molto frequentate.

Antica cittadella, la capitale dell'Istria, ha conservato il suo aspetto feudale. Non manca un castello che sovrasta costruzioni militari più moderne, ove sono insediati gli uffici amministrativi del Governo austriaco.

Appunto nel cortile del Castello si fermò la carrozza, il 9 giugno, verso le dieci del mattino, dopo un viaggio di quindici ore. Il conte Sandorf, i suoi due compagni e Sarcany scesero dalla carrozza. Pochi minuti dopo furono separati e chiusi in celle dal soffitto a volta, per raggiungere le quali dovettero salire una cinquantina di gradini.

Insomma, la segregazione, con il massimo rigore. Benché non potessero comunicare fra loro, né scambiarsi le proprie preoccupazioni, Mattia Sandorf, Ladislao Zathmar e Stefano Bathory erano dominati dagli stessi pensieri. Com'era stato scoperto il segreto della congiura? Un semplice caso aveva messo la polizia sulle tracce dei cospiratori? Nulla, per quanto essi ne sapevano, sarebbe dovuto trapelare e da tempo ormai non c'era più stato alcuno scambio di messaggi fra Trieste e l'Ungheria. Dunque c'era di mezzo il tradimento? Ma chi era il traditore? A nessuna persona sospetta erano state fatte confidenze, e tutti i documenti erano stati distrutti, tranne la famosa «griglia» che il conte Zathmar aveva conservato, per il caso che potesse tornare ancora utile, e che adesso, in mano alla polizia, era diventata una prova formidabile.

I prigionieri non lo sapevano ancora, ma i gendarmi, perquisendo da cima a fondo la casa di Ladislao Zathmar, avevano appunto scoperto la griglia che serviva a decifrare il biglietto consegnato alla polizia dai due delatori, Sarcany e Silas Toronthal. Era quanto bastava per formulare un'accusa di alto tradimento, e non occorreva altro per trascinare il conte Sandorf e i suoi amici davanti a un tribunale speciale, composto di giudici militari che avrebbero proceduto sommariamente.

C'era stato sì il traditore, e si trovava a poca distanza dalle sue vittime. Lasciandosi arrestare, senza dir parola, lasciandosi giudicare e anche condannare, salvo ad essere graziato dopo, egli avrebbe sviato tutti i sospetti. Era questo il piano di Sarcany, e l'avrebbe attuato con il sangue freddo che dimostrava in tutte le circostanze.

Dal canto suo, il conte Sandorf, ingannato da tanta scaltrezza — chi, al suo posto avrebbe fiutato l'insidia? — era deciso a far di tutto per sottrarlo al processo. Non riteneva diffìcile poter dimostrare che Sarcany non aveva mai preso parte al complotto, che era un semplice contabile, da poco introdotto nella casa di Ladislao Zathmar, e incaricato soltanto di sbrigare gli affari personali del conte. Se fosse stato necessario, egli avrebbe invocato la testimonianza del banchiere Silas Toronthal per provare l'innocenza del giovane impiegato. Confidava, quindi pienamente che Sarcany potesse essere assolto, sia dall'imputazione principale, sia da quella di complicità, nel caso — secondo lui poco probabile — che tale accusa fosse stata formulata.

Alla fin fine il Governo austriaco nulla poteva aver scoperto se non i nomi dei congiurati di Trieste; quelli dei loro seguaci in Ungheria e in Transilvania dovevano essergli del tutto sconosciuti. Non esisteva alcuna traccia della loro complicità. Su questo punto i tre cospiratori erano del tutto tranquilli. Per quanto li riguardava, erano decisi a negare tutto, a meno che non fossero stati messi di fronte a una prova materiale della congiura. In questo caso avrebbero confessato i loro propositi e le loro speranze, additando ad altri la meta da raggiungere. Non si sarebbero nemmeno curati di difendersi: perduta la partita ne avrebbero pagato nobilmente il prezzo.

Non senza fondamento il conte Sandorf e i suoi amici pensavano che la polizia avesse scoperto ben poco della congiura. Varie erano state le indagini a Buda, a Pest, a Klausemburgo e nelle altre città, dove, per agire, si sarebbe dovuto attendere il segnale da Trieste. Anche per questo motivo il governo aveva proceduto con la massima segretezza all'arresto dei tre capi. Li aveva trasportati a Pisino, aveva evitato ogni pubblicità, appunto nella speranza che gli autori del biglietto in cifra, venuto non si sapeva da dove, si svelassero da se stessi, ignorando la sorte del conte Sandorf e dei suoi amici.

Ma questa speranza rimase delusa. Il segnale convenuto non era stato dato e quindi nessuno si mosse. Perciò il Governo dovette limitarsi a far processare il conte Sandorf e i suoi compiici di Trieste.

Le prime investigazioni avevano richiesto alcuni giorni. Solo il 20 giugno cominciò l'interrogatorio degli accusati, che furono ascoltati separatamente e non vennero neppure messi a confronto. Si sarebbero rivisti solo in tribunale.

Il compito di giudicare i capi della congiura dì Trieste era stato affidato ad una Corte marziale. E noto quanto sia sommaria la giustizia dei tribunali speciali ed anche in questo caso si procedette con la massima rapidità.

Il 25 giugno la Corte marziale si riunì in una delle sale al pianterreno della fortezza di Pisino e gli accusati comparvero per la prima volta insieme davanti ai giudici. Il dibattimento non sarebbe stato né lungo né movimentato e non avrebbe dato adito ad alcun incidente.

La Corte marziale cominciò i suoi lavori alle nove del mattino. Il conte Sandorf, il conte Zathmar, il professore Stefano Bathory si rividero con molta emozione, mentre Sarcany si teneva in disparte. La stretta di mano fra i tre provò di nuovo il loro perfetto accordo. Bastò un gesto dei suoi due amici per far capire al conte Sandorf che essi affidavano a lui l'incarico di parlare per tutti davanti alla Corte. Approvavano ciò che egli aveva fatto, ed erano del pari disposti ad approvare quello che stava per dire. Né lui né gli altri accettarono l'assistenza del difensore d'ufficio.

L'udienza non si tenne a porte chiuse; ma poca gente vi assistette, poiché, fuori, nulla si sapeva del processo; appena una ventina di persone tutte alle dipendenze della fortezza.

Dapprima fu accertata l'identità degli accusati. In seguito il conte Sandorf chiese al presidente della Corte in che luogo si trovavano, ma la stia domanda rimase senza risposta.

Accertata che fu anche l'identità di Sarcany, costui non disse nulla per separare la propria sorte da quella dei tre cospiratori.

Quindi il testo del biglietto, il cui fac-simile era stato proditoriamente consegnato alla polizia, venne comunicato agli imputati.

Quando il pubblico accusatore chiese loro se avevano ricevuto quel messaggio, essi risposero che spettava a lui di provarlo.

Allora fu mostrata loro la griglia che era stata trovata nella camera di Ladislao Zathmar.

Il conte Sandorf e i suoi compagni non tentarono nemmeno di negare che la griglia era stata in loro possesso. Infatti, di fronte a quella prova concreta, che cosa avrebbero potuto ribattere? Dal momento che la griglia consentiva di leggere il biglietto, non c'era più alcun dubbio che il biglietto era stato ricevuto dagli accusati.

Allora i tre seppero come il segreto della congiura era stato scoperto e su quale base si fondava l'accusa.

Da quel momento, l'interrogatorio procedette senza incidenti; da ambo le parti si parlò con fermezza e precisione.

Era inutile negare. Il conte Sandorf parlò anche a nome degli amici. Essi avevano dato l'avvio a un movimento che mirava alla separazione dell'Ungheria dall'Austria ed alla ricostituzione autonoma dell'antico regno magiaro. Se non fossero stati arrestati, ci sarebbe stata una sollevazione e l'Ungheria avrebbe riconquistato la sua indipendenza. Mattia Sandorf si dichiarò capo della congiura, affermando che i suoi compagni vi avevano avuto una parte secondaria. Ma essi protestarono contro le parole del conte, e rivendicarono sia l'onore d'essere stati suoi compiici, sia quello di condividere la sua sorte.

Il processo era ormai finito, gli accusati ricusarono recisamente di rispondere sui loro rapporti con altre persone. Le loro labbra rimasero chiuse e non fu pronunciato alcun nome.

— Le nostre tre teste vi appartengono, e devono bastarvi; da noi non saprete nulla di più, disse con semplicità il conte Sandorf. Tre teste soltanto, poiché egli si sforzò di scagionare del tutto Sarcany, il giovane ignaro contabile, che aveva lavorato in casa di Ladislao Zathmar e che gli era stato raccomandato dal banchiere Silas Toronthal.

Sarcany confermò parola per parola le dichiarazionidel conte Sandorf. Egli nulla sapeva della cospirazione, ed era molto sorpreso di apprendere che in quella pacifica dimora di via dell'Acquedotto si fosse tramato contro la sicurezza dello Stato. Non aveva protestato al momento dell'arresto perché non sapeva nemmeno di che si trattasse.

Né il conte Sandorf né Sarcany ebbero difficoltà nel far accettare per buone queste affermazioni; e, d'altra parte, si capiva che la Corte marziale aveva già un'opinione in proposito. Pertanto, su proposta dell'accusa, l'imputazione a carico di Sarcany fu quasi subito lasciata cadere.

Verso le due pomeridiane il dibattimento ebbe termine e fu pronunciata la sentenza.

Il conte Mattia Sandorf, il conte Ladìslao Zathmar, il professore Stefano Bathory, riconosciuti colpevoli di alto tradimento contro lo Stato, vennero condannati a morte.

La sentenza sarebbe stata eseguita mediante la fucilazione nella stessa piazza d'armi del Castello entro quarantott'ore.

Sarcany venne assolto, ma non sarebbe stato messo in libertà se non dopo l'esecuzione.

Venne altresì decretata la confisca dei beni dei tre condannati. Quindi fu dato l'ordine di ricondurre in prigione il conte Sandorf, Ladislao Zathmar e Stefano Bathory.

Sarcany venne riaccompagnato nella sua cella che si trovava al termine di un corridoio ellittico, al secondo piano del torrione. Al conte Sandorf e ai suoi amici fu concesso di stare insieme nelle ultime ore che ancora rimanevano loro da vivere: essi furono chiusi in una cella abbastanza spaziosa, situata allo stesso piano, e precisamente all'estremità del grande asse dell'ellissi descritta dal corridoio.

I tre amici provarono un'immensa consolazione, una vera gioia nel trovarsi riuniti e appena furono lasciati soli, poterono abbandonarsi alla foga dei propri sentimenti. Se davanti ai giudici avevano saputo contenersi, quando furono senza testimoni si gettarono l'uno nelle braccia dell'altro.

— Amici miei, disse il conte Sandorf, sono io il responsabile della vostra morte! Ma non devo chiedervi perdono! Si trattava dell'indipendenza dell'Ungheria! La nostra causa era giusta! È stato un onore difenderla! Sarà un onore morire per essa.

— Mattia, rispose Stefano Bathory, noi ti siamo grati di averci voluto al tuo fianco in questa missione patriottica che sarà il vanto di tutta la tua vita...

— Moriremo insieme, come insieme abbiamo agito, aggiunse senza alcun turbamento il conte Zathmar.

Seguì un breve silenzio, e i tre guardarono la cupa cella in cui avrebbero trascorso le loro ultime ore. Era appena rischiarata da una stretta finestra, che si apriva nel grosso muro della torre, a quattro o cinque piedi di altezza. Il mobilio consisteva in tre letti di ferro, qualche seggiola, una tavola e alcune mensole fissate alle pareti, sulle quali c'erano diversi utensili.

Mentre Ladislao Zathmar e Stefano Bathory si abbandonavano alle loro riflessioni, il conte Sandorf misurava a gran passi la cella.

Ladislao Zathmar, solo al mondo, senza legami di famiglia» lasciava la vita senza rimpianti. Non rimaneva per ricordarlo che il suo vecchio servitore Borik.

Non era questo il caso di Stefano Bathory. La morte non colpiva solo lui. Egli lasciava una moglie e un figlio che sarebbero stati folgorati dall'annuncio della sua fine. Se anche fossero sopravvissuti all'atroce dolore, quale esistenza li attendeva? Quale può essere l'avvenire di una vedova, senza mezzi di fortuna, e d'un fanciullo rimasto orfano a soli otto anni? D'altra parte, anche se Stefano Bathory fosse stato ricco nulla sarebbe rimasto dei suoi beni, dopo il decreto di confisca emesso insieme con la sentenza di morte.

Il conte Sandorf ritornava con il pensiero al suo passato! Rivedeva la moglie sempre presente alla sua memoria! Vedeva la sua fìgliuoletta, una bambina di due anni, lasciata alle cure dell'intendente, che avrebbe avuto il compito di allevarla. Pensava agli amici che egli aveva spinti verso la morte! chiedeva se avesse agito bene, se non fosse andato di là dal suo dovere esponendo anche degli innocenti ai colpi della sventura.

— No!... no!... non ho fatto che il mio dovere, egli ripeteva. La patria prima di tutto e sopra ogni cosa!

Verso le cinque di sera, un carceriere entrò nella cella, depose sulla tavola il desinare; indi uscì senza aver rivolto neppure una parola ai prigionieri.

Mattia Sandorf avrebbe desiderato più che mai sapere in che città si trovava, conoscere il nome della fortezza. Ma a queste domande il presidente della Corte marziale non aveva creduto di dover rispondere e certamente non avrebbe risposto neppure il custode, fedele a una severis-sima consegna.

I condannati assaggiarono appena i cibi che erano stati loro portati. Passarono il resto della giornata a parlar fra loro, a manifestare la speranza che il movimento così miseramente fallito sarebbe stato un giorno ripreso sotto la guida di altri patrioti. E più volte ritornarono con il discorso sulle sfortune della congiura.

— Adesso, disse Ladislao Zathmar, sappiamo perché siamo stati arrestati e come la polizia è venuta a conoscenza di tutto grazie a quel biglietto caduto nelle sue mani.

— È vero, Ladislao, rispose il conte Sandorf, ma quel biglietto, uno degli ultimi che abbiamo ricevuto, sotto quali occhi era finito prima e chi è stato a farne una copia?

— E se pur ne ha fatto una copia, soggiunse Stefano Bathory, com'è riuscito a decifrarlo senza la griglia?

— Bisogna supporre che quella griglia ci sia stata rubata, almeno per pochi momenti... disse il conte Sandorf.

— Rubata!... E da chi? ribatte Ladislao Zathmar. Il giorno del nostro arresto si trovava ancora nella scrivania della mia camera, giacché è 11 che i gendarmi l'hanno trovata.

Impiegabile davvero. Che il biglietto fosse stato trovato al collo del piccione cui era stato affidato, che fosse stato ricopiato prima d'essere rispedito al destinatario, che la casa dove questo destinatario abitava fosse stata individuata: tutto questo, a conti fatti, era ammissibile. Ma che il messaggio cifrato fosse stato ricostruito senza l'ausilio del cartoncino forato era incomprensibile.

—Tuttavia, riprese il conte Sandorf, quel messaggio è stato letto prima del nostro arresto, ne abbiamo la certezza, e nessuno avrebbe potuto leggerlo senza la griglia! È stato appunto quel biglietto a mettere la polizia sulle tracce del complotto, e su di esso si è fondata tutta la accusa.

— Poco importa ormai, rispose Stefano Bathory.

— Invece è importante, esclamò il conte Sandorf. Forse siamo stati traditi! E se c'è stato un traditore... non sapere chi...

Il conte Sandorf tacque all'improvviso. Il nome di Sarcany era balenato nella sua mente; ma egli respinse quel pensiero, senza nemmeno manifestarlo ai suoi compagni.

Mattia Sandorf e i suoi due amici continuarono a parlare fino a notte alta di tutti i misteri che non riuscivano a chiarire.

L'indomani, dopo un sonno abbastanza profondo, vennero svegliati dal custode. Era il loro penultimo giorno dì vita. La sentenza doveva essere eseguita ventiquattro ore dopo.

Stefano Bathory chiese al custode se gli sarebbe stato permesso di rivedere la sua famiglia.

Il custode rispose che non aveva ordini in proposito. Ma non era probabile che il Governo concedesse ai condannati quest'ultima consolazione, poiché aveva fatto svolgere il processo all'insegna della massima segretezza fino al giorno della sentenza, tenendo celato il nome della fortezza in cui erano rinchiusi i prigionieri.

— Potremo almeno scrivere e saranno spedite le nostre lettere? chiese il conte Sandorf.

— Porterò carta, penne e inchiostro, rispose il custode, e vi prometto di consegnare le vostre lettere al Governatore.

— Vi ringraziamo amico, rispose il conte Sandorf, giacché fate per noi quanto potete! Vorremmo poter ricompensare le vostre premure...

— Mi basta la vostra riconoscenza, signori, rispose il custode, che non poteva nascondere la propria commozione.

Il brav'uòmo non tardò a portare l'occorrente per scrivere. I condannati passarono parte della giornata a formulare le loro ultime volontà. Il conte Sandorf espresse tutto il disperato dolore di un padre, costretto a distaccarsi per sempre dalla sua bambina, senza poterle lasciare altro che parole amorevoli e affettuosi consigli, Stefano Bathory mandò l'estremo saluto pieno di tenerezza alla moglie e al fìglioletto, Ladislao Zathmar volle testimoniare la propria gratitudine al suo vecchio servitore ed ultimo, fedele amico.

Ma, durante quella giornata, benché assorti in così gravi pensieri, quante volte tesero l'orecchio! Quante volte, si sforzarono di cogliere rumori e voci, che giungevano dai corridoi. Quante volte sperarono che la porta della cella si aprisse, per far entrare nella cella una sposa, un fanciullo, una bimba! Non era che un'illusione. Ma forse era meglio che la spietata consegna risparmiasse loro quegli strazianti addii.

La porta rimase chiusa. Né la signora Bathory, né suo figlio, né l'intendente Landek, al quale era stata affidata la fìgliuoletta del conte Sandorf, sapevano dove i prigionieri erano stati condotti, e men che meno Borik, rinchiuso in un carcere di Trieste. Tutti ignoravano la sentenza che aveva colpito i capi della congiura, e questi sarebbero stati messi a morte senza aver riveduto i loro cari.

Così trascorsero le prime ore di quella giornata. A volte i tre amici parlavano fra loro, ma spesso tacevano, assorti. In quei momenti la memoria fa rivivere tutta l'esistenza con un'intensità sovrumana. Il passato cessa d'esser tale e diventa presente. Forse è il primo annuncio dell'eternità che sta per schiudersi, il presentimento dell'infinito e del suo mistero.

Mentre Stefano Bathory e Ladislao Zathmar si abbandonavano ai propri ricordi, Mattia Sandorf era irresistibilmente dominato da un pensiero. C'era stato un tradimento, su questo punto non aveva dubbi. Orbene, per un uomo come lui, morire senza aver fatto giustizia del traditore significava morire due volte. Quel biglietto che aveva causato l'arresto dei cospiratori, chi l'aveva trovato, chi s'era procurato il mezzo per leggerlo, chi l'aveva consegnato o, peggio, venduto alla polizia?... L'intricato problema suscitava nel conte Sandorf una curiosità ardente, quasi febbrile.Perciò, mentre i suoi amici erano intenti a scrivere o a riflettere immobili e silenziosi, egli camminava su e giù inquieto e fremente, lungo i muri del carcere, come un leone in gabbia.

Ma uno strano fenomeno che trova la sua spiegazione nelle leggi dell'acustica, stava per svelargli il segreto che egli era tanto ansioso di conoscere.

Già più volte il conte Sandorf s'era fermato presso la porta, nell'angolo tra una parete della cella e il muro esterno del corridoio, dove gli era parso di udire come un mormorio di voci lontane, appena percettibile. Dapprima non vi fece attenzione; ma d'un tratto udì un nome — il suo — e allora tese più che mai l'orecchio.

Si trattava evidentemente d'un effetto acustico, analogo a quelli che sono frequenti all'interno di talune chiese o sotto le volte ellissoidali. La voce che parte da uno dei lati dell'ellissi, dopo aver seguito la linea sinuosa dei muri, si fa udire all'altro fuoco, senza essere percepita nei punti intermedi. Così accade nelle cripte del Pantheon di Parigi, sotto la cupola di San Pietro a Roma, nella «whispering gallery», la galleria dei sussurrii di San Paolo a Londra. In determinate circostanze, le parole pronunciate anche a voce bassa in uno dei fuochi di queste curve vengono distintamente intese nel fuoco opposto.

Non c'era dubbio: due o tre persone stavano parlando fra loro o nel corridoio, o in una cella situata all'estremità del suo diametro, e il punto focale si trovava accanto alla porta della cella occupata da Mattia Sandorf

Questi fece cenno ai suoi amici di accostarsi e anche essi si misero in ascolto.

Frammenti di frasi giungevano distintamente alle loro orecchie, frasi interrotte, quando gl'interlocutori si allontanavano anche di poco dal fuoco dell'ellissi, cioè dal punto la cui posizione determinava il prodursi dell'effetto.

Ed ecco le frasi che essi riuscirono a cogliere fra un intervallo e l'altro.

— Domani, dopo l'esecuzione della sentenza, sarete libero...

— E allora ci divideremo a metà i beni del conte Sandorf...

— Senza di me non avreste potuto decifrare il biglietto...

— E senza di me, che l'ho trovato sul piccione, non sarebbe mai caduto nelle vostre mani...

— Tutto sommato, nessuno potrà mai sospettare che la polizia deve a noi...

— E quand'anche i condannati avessero ora qualche sospetto...

— Non potranno più vedere alcuno, né parenti, né amici...

— A domani, Sarcany...

— A domani, Silas Toronthal...

Poi le voci si spensero, e si udì il rumore di una porta che si chiudeva.

— Sarcany!... Silas Toronthal... esclamò il conte Sandorf. Sono loro!...

Fissava in volto i suoi amici e anch'essi lo guardavano attoniti. Aveva provato al cuore una stretta indicibile. Le pupille dilatate, i tratti del volto irrigiditi, la testa quasi infossata tra le spalle, tutto rivelava in lui una collera spaventosa e senza limiti.

— Quei due miserabili... sono stati loro!... andava ripetendo con voce rauca.

Poi sollevò il capo, volse in giro lo sguardo e percorse a grandi passi la cella.

— Fuggire!... Fuggire!, gridò, bisogna fuggire!

Quell'uomo gagliardo, che stava poco prima per affrontare coraggiosamente la morte, che non s'era nemmeno curato di difendere la propria vita, ebbe da quel momento un solo pensiero: vivere, per punire i due traditori; Toronthal e Sarcany!

— Sì vendicarsi!... esclamarono Stefano Bathory e Ladislao Zathmar.

— Vendicarsi? No!... Fare giustizia!

In queste parole c'era tutto il conte Sandorf.


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This page compliments of Marisa Ciceran 

Created: Wednesday, February 09, 2005; Last updated: Thursday, November 24, 2011
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