VI.

IL TORRIONE DI PISINO

Il castello di Pisino è uno dei più curiosi esempi di quelle formidabili fortezze che si solevano costruire nel Medio Evo. Il suo aspetto feudale è severo ma gradevole. Nelle sue vaste sale a vòlte vorremmo incontrare ì cavalieri del tempo andato e non ci stupiremmo se alle sue finestre ogivali si affacciassero castellane, vestite di stoffe damascate e con il capo coperto di berretti a punta, se arcieri e balestrieri spiassero dalle feritoie delle sue gallerie merlate, dai vani delle sue mura, presso i ponti levatoi. L'edifìcio è assai ben conservato, ma fra quelle splendide testimonianze del passato il Governatore con la sua uniforme austriaca, i soldati in montura moderna, i custodi e il guardaportone che non indossano più gli antichi costumi giallo-rossi, sono vere e proprie stonature.

Il conte Sandorf aveva divisato, nelle poche ore che ancora mancavano al momento dell'esecuzione, di fuggire dalla torre di quella fortezza. Tentativo insensato, senza dubbio, giacché i prigionieri non sapevano nemmeno in che torrione erano rinchiusi e tutto ignoravano del paese, che avrebbero dovuto attraversare dopo l'evasione.

Ma forse era meglio che non sapessero nulla. Se fossero stati meglio informati, certo si sarebbero sgomentati per la difficoltà, anzi per l'impossibilità dell'impresa.

Non è che in quella parte dell'Istria manchino le occasioni favorevoli alle fughe: qualsiasi direzione prenda, un evaso può raggiungere la costa in poche ore. Né si può dire che le vie di Pisino siano tanto sorvegliate da far correre a un fuggiasco il rischio d'esser catturato dopo i primi passi. Ma evadere da quella fortezza, — e in particolare dal torrione in cui si erano rinchiusi i tre cospiratori — parve in ogni tempo cosa impossibile. Non c'era neppure da pensarci.

Vediamo a conferma delle nostre parole, come si presenta all'esterno la torre della fortezza di Pisino.

Essa sorge su uno dei lati d'uno spiazzo che delimita nettamente quella parte della città. Chi si appoggia al parapetto di quello spiazzo, vede un precipizio ampio e profondo, le cui impervie pareti, tappezzate di fogliame intricato, scendono a picco. Nessuna sporgenza in quella muraglia. Non un gradino per salire o per discendere. Non una cengia per sostare. Nessun punto d'appoggio. Soltanto scanalature, qua e là, liscie, logorate, poco profonde che fendono le rocce. In una parola, un abisso che attira, che affascina e che non restituirebbe nulla di quanto vi si facesse piombare.

Uno dei muri del torrione, nel quale si aprono brevi pertugi per dar luce alle celle dei diversi piani, si innalza appunto sopra questo abisso. Se un prigioniero avesse potuto affacciarsi ad una dì quelle finestrelle, sarebbe indietreggiato per lo spavento, seppure, colto da vertigine, non fosse precipitato ne! vuoto! E se fosse caduto dove sarebbe finito? Sfracellato contro le rocce, o trascinato da un torrente che s'ingrossa e diventa paurosamente impetuoso con le forti piogge.

Quell'abisso è detto nel paese Foiba, e serve da serbatoio al soverchio delle acque del torrente. Questo torrente non ha altro sfogo se non una caverna, che si è formata a poco a poco fra le rocce, e nella quale esso precipita con furia indescrivibile. Dove va il corso d'acqua che passa sotto la città? Chi può dirlo? Ove ricompare? Anche questo è un mistero. Di quella caverna, o piuttosto di quel canale che solca lo schisto e l'argilla, non si conosce né la lunghezza, né l'altezza, né la direzione. Forse le acque urtano in tumulto contro innumerevoli spigoli contro la foresta di piloni, che sostengono la fortezza e la città intera. Arditi esploratori, quando il livello delle acque, né troppo alto né troppo basso, consentì loro d'avventuratisi con una leggera imbarcazione, tentarono di discendere il torrente attraversando quella tetra apertura, ma le vòlte ad un certo punto si abbassano e costituiscono un ostacolo insuperabile. Ecco perché non si sa nulla di quel corso d'acqua sotterraneo. Forse s'inabissa in qualche «perdita» sotto il livello dell'Adriatico. Ora sappiamo che cos'è questa Foiba, di cui il conte Sandorf ignorava finanche l'esistenza.

Poiché l'evasione poteva essere tentata soltanto dalla finestra della sua cella, che si apriva sopra la Foiba, tanto valeva ch'egli andasse diritto alla morte ponendosi davanti al plotone d'esecuzione.

Ladislao Zathmar e Stefano Bathory non aspettavano che il momento d'agire, pronti a rimanere in carcere ed a sacrificarsi se così avesse voluto il conte Sandorf, oppure a seguirlo, se il loro tentativo di fuga non avesse reso più diffìcile il suo.

— Fuggiremo insieme, disse Mattia Sandorf, salvo a separarci quando saremo fuori!

Suonavano le otto di sera al campanile della città. Ai tre amici restavano solo dodici ore di vita.

La notte incominciava a calare: una notte che sarebbe stata assai oscura. Grosse nuvole, con moto lento, si addensavano in cielo. L'atmosfera pesante, quasi irrespirabile, era satura di elettricità. Stava per scoppiare un violento temporale. Ancora i lampi non scoccavano tra quelle masse di vapori, nel cui seno si accumulava tanto fluido, ma si udiva il sordo rumore del tuono lungo la cresta delle montagne che circondano Pisino.

Un'evasione in simili condizioni si sarebbe potuta tentare con qualche probabilità di riuscita se un abisso ignoto non si fosse spalancato sotto i piedi dei fuggitivi. Con il buio era più facile non essere veduti e con il frastuono meno difficile sfuggire alla sorveglianza delle sentinelle.

Come il conte Sandorf aveva subito capito, la fuga era possibile solo dalla finestra della cella. Forzare la porta, dai robusti battenti di quercia listati di ferro, era fuori discussione. Inoltre il passo di una sentinella risuonava nel corridoio. E poi, quand'anche fossero riusciti ad abbattere la porta, come orientarsi nel labirinto della fortezza? Come varcare i cancelli e passare sui ponti levatoi, custoditi da schiere di soldati? Almeno dalla parte della Foiba non c'erano sentinelle. Ma la voragine difendeva quel lato della torre meglio di un cordone di guardie.

Pertanto il conte Sandorf si limitò a sincerarsi se la finestrella consentisse il passaggio a lui e ai suoi compagni.

Era alta circa tre piedi e mezzo, larga due e si apriva in una muraglia, il cui spessore poteva essere, in quel tratto, di quattro piedi. Munita di una solida inferriata, si trovava a breve distanza dal pavimento e poiché la sua collocazione impediva di guardar fuori era priva della cosiddetta bocca di lupo. Dunque, se fossero riusciti a svellere o a smuovere l'inferriata, era facile scivolare attraverso quel vano, molto simile ad una feritoia.

Ma una volta passati, come calarsi lungo il muro a picco? Una scala? Ma i prigionieri non l'avevano né potevano fabbricarsela. Con lenzuoli annodati l'uno all'altro? Sui loro letti c'erano solo grosse coperte di lana. Sarebbe stato, come si vede, impossibile fuggire da quella finestra, se il conte Sandorf non avesse già notato una catena, o meglio un cavo di metallo che penzolava fuori e poteva quindi facilitare Pevasione.

Si trattava del conduttore del parafulmine, piantato in cima al torrione.

— Vedete quel cavo? chiese il conte Sandorf agli amici. Bisogna avere il coraggio di servirsene per fuggire.

— Il coraggio non ci manca, rispose Ladislao Zathmar, ma ne avremo la forza?

— Che importa! rispose Stefano Bathory. Se le forze ci mancheranno, moriremo alcune ore prima del previsto, ecco tutto!

— Non dobbiamo morire, Stefano, ribattè il conte Sandorf. Ascoltami bene, e voi pure, Ladislao, non perdete neppur una delle mie parole. Se avessimo una corda, esiteremmo forse a farla penzolare fuori di questa finestra per lasciarci scivolare fino al suolo? Ora questo cavo, rigido com'è, vai meglio di una corda, e deve facilitarci la discesa. Come tutti i conduttori dei parafulmini, probabilmente è assicurato al muro con ramponi di ferro. Questi ramponi ci offriranno, tratto tratto, dei punti di appoggio. Se il cavo è fissato al torrione, come credo, non correremo il pericolo di ondeggiare. Nemmeno la vertigine ci può cogliere, giacché è notte e nulla vedremo sotto di noi. Dunque, facciamoci strada attraverso la finestra e con coraggio e sangue freddo potremo forse riacquistare la libertà! Che ci sia pericolo di vita, è possibile. Ma anche se avessimo solo dieci probabilità su cento, dobbiamo affrontare questo rischio poiché se domattina i guardiani ci troveranno ancora in questa cella le nostre probabilità di morire saranno cento su cento.

— D'accordo, rispose Ladislao Zathmar.

— Dove finirà questo cavo? chiese Stefano Bathory.

— In qualche pozzo, probabilmente, rispose il conte Sandorf, ma certo fuori del torrione, e questo ci basta. Non so e non voglio saper altro che questo: al termine di questo cavo c'è, forse, per noi, la libertà.

Il conte Sandorf non s'ingannava dicendo che il conduttore del parafulmine doveva essere assicurato al muro con ramponi. Ciò rendeva meno pericolosa l'impresa, permettendo ai fuggitivi di poggiare i piedi su quei ferri come su gradini e di evitare una discesa troppo rapida. Ma essi non sapevano che a cominciare dal ciglio dello strapiombo sul quale si levava la torre, quel cavo di metallo pendeva libero, ondeggiante nel vuoto e che la sua estremità inferiore era immersa nel torrente della Foiba, allora ingrossato da piogge recenti. Là ove speravano di trovare il suolo, tumultuavano invece, in fondo al burrone, le acque impetuose che si precipitavano nella caverna. D'altra parte, anche se l'avessero saputo avrebbero rinunciato al tentativo dì fuga? No.

— Poiché la morte ci è sopra, disse Mattia Sandorf, almeno moriamo dopo avere tutto tentato per sfuggire al nostro destino!

Bisognava, anzitutto, toglier di mezzo o almeno smuovere l'inferriata della finestra. Ma era possibile farlo senza una leva, senza una tenaglia, senza qualche utensile? I prigionieri non avevano nemmeno un coltello.

— Il resto è soltanto difficile, disse Mattia Sandorf, ma questo, forse, è impossibile! All'opera!

Detto questo, il conte Sandorf raggiunse la finestra, scosse vigorosamente l'inferriata e capì che non erano necessari molti sforzi per svellerla.

Infatti, le sbarre che la formavano si muovevano alquanto nei loro alveoli. La pietra, sgretolata sugli angoli, non opponeva troppa resistenza.

Probabilmente, il cavo del parafulmine, prima che si fosse provveduto alle necessarie riparazioni, doveva essersi rivelato un cattivo conduttore. Forse le scintille elet-triche, attirate dalle sbarre dell'inferriata, avevano intaccato il muro, che adesso tratteneva le sbarre con minor forza, giacché la pietra era quasi ridotta allo stato spugnoso: pareva addirittura che fosse stata crivellata da una miriade di aghi elettrici.

Fu Stefano Bathory a fornire la spiegazione di questo fenomeno, appena ebbe anch'egli modo di osservarlo.

Ma non si trattava ora di far discorsi scientifici, bensì di mettersi all'opera senza perdere un istante. Se fossero riusciti a liberare le estremità delle sbarre, dopo aver allargato gli alveoli frantumando la pietra, sarebbe stato facile, data la forma della finestra, spingere l'inferriata per poi lasciarla cadere nel vuoto. Il rumore della sua caduta non sarebbe stato udito poiché il rombo del tuono aveva frattanto cominciato a farsi incessante.

— Ma non è possibile spaccare questa pietra con le mani! osservò Ladislao Zathmar.

—- E vero! rispose il conte Sandorf. Ci occorre un pezzo di ferro, una lama...

Invero, per quanto la pietra fosse intaccata, non era possibile frantumarla o ridurla in polvere senza l'aiuto d'un qualche ferro, magari di un chiodo.

Il conte Sandorf si guardò in giro alla fioca luce che dal corridoio scarsamente illuminato filtrava nella cella attraverso una fessura della porta. Con le mani tastava i muri, sperando di trovarvi un chiodo. Non trovò nulla.

Allora gli venne l'idea di staccare uno dei piedi delle lettiere infìsse nella parete. Si misero tutti insieme all'opera, e ben presto Stefano Bathory interruppe il lavoro dei suoi due compagni chiamandoli a voce bassa.

Il pernio di una delle lamine metalliche, che intrecciate l'una all'altra formavano il piano d'appoggio del materasso, aveva ceduto. A questo punto bastava afferrare questa lamina, piegarla nei due sensi parecchie volte, per staccarla dall'armatura. Il che fu fatto al più presto. Il conte Sandorf potè allora servirsi di una lama d'acciaio lunga cinque pollici, larga un pollice, ch'egli impugnò dopo averne avvolto una delle estremità nella sua cravatta. Poi ritornò alla finestra e cominciò il lavoro.

Un po' di rumore era inevitabile, ma per fortuna il rombo del tuono copriva ogni altro strepito. Durante le pause della bufera, il conte Sandorf sospendeva il lavoro per riprenderlo al momento giusto con rapidità.

Stefano Bathory e Ladislao Zathmar stavano di vedetta, presso la porta, per avvisare l'amico quando si avvicinava la sentinella.

Ma ecco Ladislao Zathmar fargli cenno di sospendere il lavoro.

— Che c'è, chiese Stefano Bathory.

— Ascoltate, rispose Ladislao Zathmar.

Egli aveva messo l'orecchio nel fuoco della curva ellissoidale, e di nuovo si produsse il fenomeno acustico, che aveva svelato ai prigionieri il segreto del tradimento.

In tal modo egli potè udire frammenti di frasi:

— Sì... domani stesso... in libertà.

— Certo... e a spron battuto...

—... dopo l'esecuzione... raggiungerò il mio amico Zi-rone, che mi aspetta in Sicilia.

—... non sarete rimasto troppo a lungo nella torre di...

Evidentemente si trattava di Sarcany e di un custode che parlavano fra loro. Per di più Sarcany aveva pronunciato un nome, quello di Zirone, che il conte Sandorf non mancò di tenere a mente.

I prigionieri tesero l'orecchio per raccogliere nuove notizie, e ci fu un momento in cui sperarono di apprendere il nome della fortezza nella quale si trovavano, ma proprio l'ultima parola fu coperta dal fragore del tuono. Quanto sarebbe stato utile, invece, poter sapere dov'erano e che sorta di paese avrebbero dovuto attraversare dopo l'èvasione!

II conte Sandorf si rimise all'opera. Tre dei quattro alveoli erano già intaccati a segno che le estremità delle sbarre potevano uscirne liberamente. Il quarto fu allargato alla luce dei lampi, che illuminavano quasi senza interruzione il cielo. Scintille elettriche sprizzavano dalla lamina che Mattia Sandorf teneva in mano, per fortuna protetto dalla stoffa della cravatta.

Alle dieci e mezzo, il lavoro fu terminato. L'inferriata potè scivolare attraverso l'apertura della finestra. Quando la sentinella s'allontanò, Ladislao Zathmar avvertì il conte Sandorf, che spinse l'inferriata nel vuoto.

In quel momento il temporale s'era calmato. Il conte Sandorf tese l'orecchio per udire il rumore, che avrebbe dovuto fare tutta quella ferraglia cadendo sul suolo. Ma non udì nulla.

— Il torrione dev'essere costruito su una rupe molto alta che domina la vallata, osservò Stefano Bathory.

— Poco importa l'altezza! rispose il conte Sandorf. E certo che il cavo del parafulmine deve toccare terra, giacché ciò è richiesto dal suo stesso ufficio. Dunque potremo taggiungere il suolo senza correre il rischio di precipitare.

Ragionamento giusto in teoria, ma falso in pratica, giacché l'estremità del conduttore era immersa nelle acque del torrente della Foiba.

Adesso che la finestra non aveva più sbarre era giunto il momento di fuggire.

— Amici, disse Mattia Sandorf, ecco quel che s'ha da fare. Io sono il più giovane, e, forse, il più vigoroso. Tocca dunque a me tentare per primo la discesa lungo il cavo metallico. Nel caso che un imprevisto ostacolo m'impedisse di toccare il suolo, forse avrò la forza di risalire sino alla finestra. Due minuti dopo, Stefano, scenderai tu pure per raggiungermi. Dopo altri due minuti, Ladislao farà lo stesso. Quando saremo riuniti tutti e tre ai piedi della torre, agiremo secondo le circostanze.

— Ti obbediremo, Mattia, rispose Stefano Bathory. Faremo quel che vuoi e andremo dove ci dirai di andare, ma non vogliamo che sii tu a rischiare più di tutti.

— La nostra esistenza non vale la vostra! aggiunse Ladislao Zathmar.

— Una vale l'altra, per l'atto di giustizia che abbiamo da compiere, e se anche uno solo di noi dovesse sopravvivere, toccherà a lui la missione di giustiziere! Abbracciatemi, amici!

I tre si abbracciarono con effusione, e si sarebbe detto che quell'abbraccio avesse infuso in loro maggiore energia.

Poi Ladislao Zathmar si rimise a sorvegliare la porta, mentre il conte Sandorf s'introduceva nel vano della finestrella. Un momento dopo egli era sospeso nel vuoto. Strìngendo tra le ginocchia il cavo di ferro, si lasciò scivolare, cercando con i piedi i ramponi per appoggiatisi un istante.

II temporale aveva raggiunto intanto una straordinaria violenza; le folgori si susseguivano una dopo l'altra, saettando e incrociandosi sopra il torrione che le attirava, per la sua posizione isolata e la sua considerevole altezza. La punta del parafulmine scintillava di luce biancastra, e l'asta oscillava scossa dall'uragano. Era assai rischioso afferrarsi a quel cavo metallico percorso incessantemente dalla corrente elettrica che andava a scaricarsi nelle acque del torrente. Se il parafulmine funzionava a dovere, non c'era alcun pericolo; infatti l'estrema conducibilità del metallo, al cui confronto quella del corpo umano è infinitamente minore, doveva proteggere l'animoso afferrato al cavo. Ma per poco che la punta del parafulmine fosse smussata, per poco che il cavo presentasse qualche lesione, o, nel caso sempre possibile, che la parte inferiore si fosse spezzata c'era da rimaner folgorati per l'incontro delle due correnti, positiva e negativa, anche senza l'intervento di un fulmine, e solo per la tensione del fluido accumulato nello strumento difettoso.1

Il conte Sandorf non ignorava il pencolo al quale si esponeva. Ma egli lo affrontava con uno spirito più forte dell'istinto di conservazione. Si calava lentamente, cautamente, in mezzo alle scariche elettriche, che lo investivano da capo a piedi. Cercava a tentoni, lungo il muro, i ramponi di sostegno e vi si riposava un istante. Poi, quando un lampo illuminava l'abisso, aperto sotto i suoi piedi, tentava, ma invano, di valutarne la profondità.

Dopo essersi calato per una sessantina di piedi, il conte Sandorf trovò un punto di appoggio più sicuro; era una fascia sporgente, della larghezza di pochi pollici, che correva tutt'intorno alla base del torrione. Il cavo del parafulmine non terminava in quel punto, continuava a penzolare; e a partire da quel punto — ma il fuggitivo non lo poteva sapere, — ondeggiava nel vuoto, ora battendo contro la parete rocciosa, ora rimbalzando per l'urto nel mezzo del baratro.

Il conte Sandorf si fermò per riprendere fiato. Egli capi di essere sceso sino ai piedi del torrione. Ma la valle sottostante quanto era profonda? Era di questo che non sapeva rendersi conto.

— Devo trovarmi ad una altezza considerevole, pensò.

Infatti alcuni uccellacci, impauriti e abbagliati dai lampi, che gli svolazzavano intorno sbattendo le ali, invece di levarsi si inabissavano nel vuoto. Era naturale pensare che lì, sotto i suoi piedi, ci fosse un precipizio, forse una voragine.

In quel momento un rumore provenne dall'alto del cavo. Alla luce d'un lampo il conte Sandorf vide confusamente una massa staccarsi dalla muraglia.

Stefano Bathory era uscito anche lui dalla finestra, afferrato alla fune metallica e si lasciava scivolare pian piano per raggiungere Mattia Sandorf.

Poco dopo, i due amici si trovarono l'uno accanto all'altro.

— E Ladislao? chiese il conte Sandorf.

— Sarà qui fra un minuto.

— Niente da temere lassù.

— Niente.

— Bene! Io farò posto a Ladislao, e tu, Stefano, aspetta che egli ti abbia raggiunto.

— D'accordo.

Il bagliore accecante di un lampo li investì entrambi e come se l'elettricità che percorreva il cavo si fosse comunicata ai loro nervi, credettero per un momento di morire folgorati.

— Mattia!... Mattia!... gridò Stefano Bathory, in preda a un terrore che non fu capace di padroneggiare,

— Coraggio!... Io continuo a scendere!... Tu mi seguirai! disse il conte Sandorf.

E già egli s'era afferrato al cavo con il proposito di lasciarsi scivolare sino ad un nuovo rampone, raggiunto il quale faceva conto di sostare per attendere il compagno.

Ad un tratto si udirono delle grida che pareva provenissero dalla finestra della cella alla sommità del torrione. — Salvatevi!

Era la voce di Ladislao Zathmar. Quasi subito dal torrione sì sprigionò un bagliore, seguito da una detonazione secca e senz'eco. Non era la linea spezzata d'una saetta a solcare le tenebre, non era la luce vivida d'un lampo a rischiarare d'un tratto il cielo. Un colpo di fucile. Un colpo di fucile a caso era stato senza dubbio sparato da qualche feritoia del torrione. Sìa che si fosse trattato d'un segnale delle sentinelle, sia che qualcuno avesse tentato di colpire i fuggitivi, il tentativo d'e-vasione era stato scoperto.

Infatti, il custode avendo inteso un rumore sospetto aveva dato l'allarme e una mezza dozzina di guardie s'erano precipitate nella cella e subito s'erano accorte dell'assenza dei due prigionieri. La finestra senza inferriate provava che dovevano essere fuggiti di lì. Allora Ladislao Zathmar, prima che potessero impedirglielo, s'era affacciato per avvertire gli amici del nuovo perìcolo che correvano.

— Povero amico nostro, esclamò Stefano Bathory. Dobbiamo abbandonarlo!... Mattia!... Abbandonarlo!

105Fu sparato un altro colpo di fucile e questa volta la de-tonazione si confuse con il fracasso del tuono.

— Dio Io aiuti! rispose il conte Sandorf. Ma noi dobbiamo fuggire... non foss'altro che per vendicarlo!... Seguimi, Stefano, seguimi!

Era tempo. Le finestre dei piani inferiori del torrione cominciavano ad aprirsi mentre si udivano echeggiare nuove scariche di fucile e nuove grida. Forse le guardie sì erano disposte ai piedi del muraglione per tagliar la ritirata agli evasi, forse li prendevano di mira da altri punti del torrione.

— Vieni! gridò di nuovo il conte Sandorf, lasciandosi scivolare lungo il cavo al quale s'afferrò tosto anche Stefano Bathory.

D'un tratto entrambi s'accorsero che il cavo non era più assicurato al muro, ma ondeggiava nel vuoto. Si trovavano in balia di quella fune, che straziava loro le mani. Discendevano con le ginocchia strette, senza potersi fermare, mentre i proiettili sibilavano intorno a loro. In un minuto, discesero per più di ventiquattro piedi, chiedendosi se l'abisso, nel quale andavano sprofondando fosse senza fine. Già udivano sotto di loro, il muggito delle acque impetuose. Capirono allora che il conduttore del parafulmine finiva in un torrente. Ma che fare? Anche se avessero voluto risalire, arrampicandosi lungo il cavo, ormai non ne avevano più la forza. D'altra parte, se dovevano morire, tanto valeva gettar la vita in quella voragine. Ed ecco, proprio in quell'istante la scarica elettrica e l'intenso bagliore d'una terribile folgore. Benché Fasta del parafulmine non fosse stata direttamente colpita, la tensione del fluido bastò ad arroventare il conduttore, come un filo di platino investito da tutta la potenza di una batteria o di una pila.

Stefano Bathory lanciò un grido di dolore, e abbandonò il cavo.

Mattia Sandorf lo vide precipitare con le braccia spalancate. .

Anch'egli dovette abbandonare il cavo che gli bruciava le mani, e cadde da un'altezza di oltre quaranta piedi nel torrente della Foiba in fondo all'ignoto abisso.


1. Nel 1753 Richemann fu ucciso da una scintilla, grande come un pugno, benché si trovasse a una certa distanza dal parafulmine il cui cavo conduttore egli aveva staccato.


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This page compliments of Marisa Ciceran 

Created: Wednesday, February 09, 2005; Last updated: Thursday, November 24, 2011
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