VII.

 IL TORRENTE DELLA FOIBA

Erano circa le undici di sera. Le nubi tempestose cominciavano a sciogliersi in un violento acquazzone. Alla pioggia s'era unita la grandine, che mitragliava le acque del torrente e crepitava cadendo sulle rocce vicine. Le fucilate dall'alto del torrione erano cessate. Perché sprecare proiettili contro i fuggitivi? La Foiba non restituiva che cadaveri, quando li restituiva.

Il conte Sandorf, appena immerso nel torrente, si sentì irresistibilmente trascinato nella voragine. In pochi istanti egli era passato dall'intensa luce dei lampi e delle saette alla più assoluta oscurità. Il muggito delle acque s'era sostituito al fragore dell'uragano. Nella caverna non riuscivano a penetrare né la luce né i rumori esterni.

— Aiuto!...

Era la voce di Stefano Bathory. L'acqua gelida l'aveva richiamato alla vita; ma egli non sarebbe riuscito a tenersi a galla e sarebbe affogato, se un braccio robusto non l'avesse afferrato nell'attimo in cui stava per scomparire.

— Sono qui... Stefano!... Non temere!

Il conte Sandorf sosteneva il suo compagno con un braccio continuando a nuotare con l'altro.

La situazione era quanto mai critica... Stefano Bathory ce la faceva appena a muovere le membra semiparalizzate dalla scarica elettrica. Se il bruciore che lo tormentava era diminuito al contatto con l'acqua gelida, egli non poteva ancora servirsi delle mani e provava un senso di impotenza. Se il conte Sandorf l'avesse abbandonato per un solo istante, egli sarebbe annegato; così il suo compagno, oltre all'arduo compito di provvedere alla propria salvezza, aveva anche quello di occuparsi di lui.

Per di più il conte Sandorf ignorava del tutto la direzione del torrente, non sapeva né in che regione andasse a finire, né in che fiume o mare sfociassero le sue acque. Quand'anche egli avesse saputo di che torrente si trattava, la sua situazione non sarebbe stata meno disperata, giacché tutti ignoravano dove si gettassero le sue acque impetuose. Le bottiglie sigillate, che più d'uno aveva affidate alla corrente, all'entrata della caverna, non erano mai riaffiorate in alcun fiume o golfo dell'Istria: o s'erano infrante lungo il percorso o erano state trascinate in chissà quale voragine.

Intanto i fuggitivi venivano trasportati dalle acque con incredibile rapidità, ed era quindi meno diffìcile per loro tenersi a galla. Stefano Bathory aveva perduto i sensi. Il conte Sandorf lo sosteneva come un corpo inerte; egli lottava per due, ma sentiva approssimarsi il momento in cui le sue forze sarebbero venute meno. Al pericolo di urtare contro gli scogli delle rocce, contro le pareti della caverna, o contro le stalattiti che scendevano quasi a fìor d'acqua, se ne aggiungevano altri anche maggiori: quello, in ispecie, d'essere preso in un gorgo, là ove una brusca svolta della parete interrompeva o modificava il corso del torrente. Una ventina di volte, Mattia Sandorf si sentì trascinato assieme all'amico in uno di quei vortici che l'attiravano irresistibilmente. I due rotavano come sassi in una fionda e non riuscivano a sottrarsi al gorgo, se non quando il torrente riprendeva a scorrer regolarmente.

Trascorse così una mezz'ora: una lotta continua con la morte, minuto per minuto, secondo per secondo. Mattia Sandorf, dotato di un'energia sovrumana, non aveva ceduto. Egli preferiva che il suo compagno fosse privo di conoscenza.

Se Stefano Bathory fosse stato in sé si sarebbe dibattuto per istinto di conservazione; il conte Sandorf avrebbe dovuto costringerlo all'immobilità, abbandonarlo a se stesso, o, forse, affogare con lui se si fosse ostinato nel tentativo di salvarlo.

Ma tutto questo non poteva durare a lungo. Le forze di Mattia Sandorf andavano declinando rapidamente. Di quando in quando, mentre sollevava la testa di Stefano Bathory, egli finiva sott'acqua con la sua. Il respiro stava per mancargli.

Ansimava, soffocava, doveva lottare contro un principio d'asfissia. Più volte, dovette abbandonare il compagno, il cui capo veniva subito sommerso, ma era sempre riuscito a riafferrarlo, fra il ribollire delle acque, che si gonfiavano con spaventevole fracasso, là dove il canale si restringeva.

Ad un tratto il conte Sandorf si sentì perduto. Il corpo dell'amico gli sfuggì definitivamente. Con un ultimo sforzo tentò di riprenderlo... Non lo trovò più, ed egli stesso sprofondò sott'acqua.

Per fortuna urtò con violenza contro un ostacolo; si ferì alla spalla, ma istintivamente sporse la mano e afferrò un ciuffo di radici. Erano le radici di un grosso tronco, trascinato dal torrente. Mattia Sandorf si aggrappò saldamente a quell'ancora di salvezza e ritornò a galla. Poi, afferrandosi sempre con una mano al tronco, cercò conl'altra il compagno. Egli riuscì a prenderlo per un braccio e ad issarlo faticosamente accanto a sé, sul tronco. Per il momento non correvano più il rischio di annegare, ma la loro vita era affidata ad un tronco d'albero, in balia della rapidissima corrente.

Prima cura del conte Sandorf, che era tornato in sé, fu di accertarsi che Stefano Bathory non scivolasse dal tronco. Per maggiore sicurezza, si mise dietro a lui, in modo da poterlo sostenere. In quella posizione, guardava fissamente innanzi. Se mai un po' di luce fosse entrata nella caverna, egli avrebbe potuto scorgerla e rendersi conto dove la corrente lo stesse trascinando; ma, purtroppo, niente indicava che l'uscita fosse vicina.

Comunque, le condizioni dei fuggitivi erano alquanto migliorate. Quel tronco era lungo circa una dozzina di piedi, e le sue grosse radici formavano una sorta di chiglia, impedendogli di capovolgersi. Tranne il caso di un urto violento, una certa stabilità sembrava assicurata, ad onta dei disliveìli della massa liquida. La velocità del tronco non doveva essere inferiore alle tre leghe all'ora, pari cioè a quella della corrente.

Mattia Sandorf aveva ritrovato il consueto coraggio. Egli cercò di rianimare il compagno, la cui testa era poggiata sulle sue ginocchia. Il cuore di Stefano Bathory batteva ancora, ma il suo respiro era appena percettibile. Il conte Sandorf si chinò sulla sua bocca e gli infuse un po' d'aria nei polmoni. Forse i primi attacchi dell'asfissia non avevano ancora causato al suo organismo danni irreparabili.

Infatti, Stefano Bathory fece poco dopo un leggero movimento. Il respiro riprese lena. Poi qualche parola uscì dalle sue labbra:

— Mia moglie!... Mio figlio!... Mattia!

In queste parole c'era tutta la sua vita.

— Stefano, mi senti... mi senti? chiese il conte Sandorf ad alta voce per soverchiare il muggito del torrente.

— Sì...sì!...Ti sento!...Parla!...Parla! Dammi la mano!

— Stefano, per ora non siamo più in pericolo, rispose il conte Sandorf. Ci sostiene un tronco d'albero... Dove andiamo?... Non lo so, ma abbiamo almeno un punto d'appoggio!

— Mattia, e la torre?

— Ne siamo già lontani! Si crederà che abbiamo trovato la morte nelle acque di questa voragine, e certo nessuno s'è curato di inseguirci. Ovunque sfoci questo torrente, mare o fiume noi ci arriveremo e ci arriveremo vivi. Non perderti di coraggio Stefano! Veglio su di te! Riposa ancora e riprendi le forze di cui fra poco avrai bisogno. Tra qualche ora saremo salvi! Saremo liberi!

— E Ladislao? mormorò Stefano Bathory.

Mattia Sandorf non rispose. Che avrebbe potuto rispondere? Ladislao Zathmar, dopo aver gettato quel grido dalla finestra del carcere, era stato messo nell'impossibilità di fuggire. Ed ora i suoi compagni non potevano fare più nulla per lui.

Intanto Stefano Bathory aveva reclinato dì nuovo il capo. Non aveva energìa sufficiente per vincere il torpore. Ma Mattia Sandorf vegliava su di lui, pronto a tutto, anche ad abbandonare il tronco d'albero, qualora si fosse spezzato contro uno dei tanti ostacoli invisibili in quelle profonde tenebre.

Erano circa le due del mattino, quando la rapidità della corrente, e per conseguenza quella del tronco d'albero, diminuì sensibilmente. Senza dubbio il canale cominciava ad allargarsi e le acque, trovando più agevole passaggio fra le pareti, scorrevano con minore velocità. Si poteva sperare che l'uscita del sotterraneo non fosse lontana.

Ma, mentre le pareti si allontanavano, la volta si abbassava. Levando la mano, il conte Sandorf, potè sfiorare gli schisti irregolari.

Tratto tratto udiva come un rumore di sfregamento: con la parte delle radici che non era sott'acqua, l'albero strisciava contro la volta.

Il tronco, in seguito alle forti scosse, ondeggiava e mutava direzione. Colpito trasversalmente era costretto a girare su se stesso e i fuggitivi temevano di essere violente-mente sbalzati in acqua.

Evitato questo pericolo — che si rinnovò più volte — ne rimaneva un altro, di cui il conte Sandorf calcolò freddamente le conseguenze: l'abbassamento continuo della volta.

Più volte egli aveva già dovuto rovesciarsi all'indietro, quando la sua mano incontrava qualche sporgenza pericolosa. Doveva quindi abbandonare il tronco e rituffarsi in acqua?

Poteva tentarlo, ma come sarebbe riuscito a mantenere a galla il compagno? E se la volta continuava ad abbassarsi sempre più, come sarebbe potuto uscir vivo dal canale sotterraneo? Dopo aver evitato tante volte la morte, stavolta l'avrebbe incontrata!

Mattia Sandorf, per quanto animoso, sentiva l'angoscia stringergli il cuore.

Si avvicinava il momento supremo. Le radici dell'albero strisciavano sempre più contro le asperità della volta, e, di quando in quando, il tronco s'immergeva così profondamente che i due fuggitivi si trovavano quasi sott'acqua.

— Eppure, diceva fra sé il conte Sandorf, ormai l'uscita della caverna non dovrebbe essere molto lontana!

E aguzzava lo sguardo per scorgere anche il più tenue raggio di luce che fosse penetrato nella caverna.

Forse la notte volgeva al suo termine, e fuori cominciava a far chiaro. Forse i lampi illuminavano ancora il cielo. In tal caso sarebbe entrata almeno un po' di luce in quella caverna dalla quale il torrente sembrava non saper uscire. Invece nulla. Solo tenebre. Le acque mugghiava-no e persino la loro schiuma era nera.

Ad un certo punto ci fu una scossa violentissima. Il tronco con l'estremità anteriore urtò contro un'enorme stalattite, e si capovolse.

Però il conte Sandorf si tenne saldo. Con una mano si aggrappò disperatamente alle radici e con l'altra sostenne il compagno che stava per essere portato via dalle acque.

Il torrente urtava ormai contro la volta, sicché i due amici vennero sommersi.

Rimasero sott'acqua più di un minuto. Il conte Sandorf anche questa volta si credette perduto. Istintivamente trattenne il respiro, per risparmiare la poca aria ancora rimasta nei suoi polmoni.

All'improvviso le acque furono rischiarate da un vivido bagliore che egli percepì anche ad occhi chiusi.

Era un lampo, che fu seguito immediatamente dal rombo del tuono. La luce, finalmente!

Il torrente della Foiba, uscendo dal misterioso antro, riprende a scorrere all'aria aperta. Ma verso quale costa si dirigono le sue acque? Dov'è la sua foce? Sempre le stesse domande senza risposta, sempre più un problema di vita o di morte.

Il tronco d'albero era risalito alla superficie. Stefano Bathory continuava ad essere sorretto da Mattia Sandorf che, con un nuovo sforzo, era riuscito a issarlo su quella improvvisata scialuppa e a mettersi come prima, dietro a lui, sempre in vedetta.

Una massa oscura cominciò a profilarsi alle loro spalle: l'immensa caverna rocciosa in cui scorre il torrente della Foiba.

Il giorno s'annunziava allo Zenith con un chiarore ancora incerto e pallido come quello delle nebulose che l'occhio riesce appena a scorgere in certe limpide notti invernali.

Di tanto in tanto lampi biancastri illuminavano il remoto orizzonte, mentre continuava il sordo fragore dei tuoni. La bufera si stava allontanando oppure era prossima a cessare, avendo esaurito tutta l'elettricità che si era accumulata nel cielo.

Il conte Sandorf scrutò a dritta e a manca, non senza viva ansietà. Egli vide che il fiume scorreva fra due alti contrafforti e sempre con grande rapidità.

I fuggitivi si trovavano ancora travolti da un corso d'acqua impetuoso e pieno d'insidie. Ma, almeno, il cielo si apriva sul loro capo: non erano più sotto quell'opprimente volta, contro le cui sporgenze avevano corso il rischio di fracassarsi il cranio.

D'altronde non si vedeva un argine su cui poggiare il piede, non un luogo dove fosse possibile prender terra. Il torrente continuava a scorrere incassato fra due pareti rocciose a picco.

L'ultima immersione aveva rianimato Stefano Bathory. La sua mano aveva cercato quella di Mattia Sandorf e questi, chinandosi verso di lui, gli aveva detto:

— Siamo salvi!

Poteva dirlo davvero?

Poteva parlare di salvezza senza aver capito nemmeno ove si gettava quel fiume, senza conoscere il nome del paese che stavano attraversando, senza sapere quando avrebbero potuto abbandonare il tronco d'albero?

Ma il conte Sandorf si sentiva così pieno di energia e dì speranza che si drizzò e ripete a gran voce: — Siamo salvi! Salvi! Salvi!

Chi avrebbe potuto udirlo? Certo non c'era nessuno su quelle coste rocciose e scabre, fatte di sassi e di schisti stratificati, fra i quali non cresce neppure un filo d'erba,

II paese, che si celava dietro quelle alte rocce, non doveva essere invitante. Il torrente della Foiba, imprigionato fra pareti di granito, attraversava una regione desolata. Non è alimentato da altri corsi d'acqua. Non un uccello sfiora la sua superficie; neppure i pesci si avventurano nelle sue acque troppo veloci.

Qua e là emergevano rocce, la cui sommità asciutta ed arsa confermava la natura di quel corso d'acqua che si gonfia fragorosamente dopo le piogge ma il cui letto, di solito, rassomiglia ad una petraia.

Intanto non era da temere che il tronco d'albero venisse spinto contro le rocce. Le evitava da sé, seguendo la corrente. Ma a quella corrente non era neppure possibile sottrarlo, né rallentare la sua corsa per avvicinarsi a qualche punto della riva, qualora fosse stato possibile prender terra.

Trascorse un'altra ora, in tali condizioni, senza nuovi pericoli. Gli ultimi lampi si erano spenti. Della meteora burrascosa era rimasto soltanto il rombo cupo del tuono, ripercosso dalle nuvole più elevate, che si disponevano a strati lungo l'orizzonte.

Già il giorno si faceva innanzi e sbiancava la volta azzurrina, ripulita dalle raffiche della notte. Potevano essere le quattro del mattino.

Stefano Bathory, che cominciava a riacquistare le forze, riposava fra le braccia del conte Sandorf, che vegliava per tutti e due.

In quella, si udì una lontana detonazione che proveniva da sud-ovest.

— Che può essere? si chiese Mania Sandorf. È il cannone di un porto? In questo caso non saremmo molto lontani dal litorale! Ma che porto può essere? Trieste? No, perché l'oriente è là, dove sta sorgendo il sole! Che sia Pola, all'estremità sud dell'Istria? Ma in tal caso... Si intense una seconda detonazione, e poco dopo una terza.

— Tre colpi di cannone? disse il conte Sandorf. Forse un segnale di avvertimento per impedire alle navi di prendere il largo! Chissà che non c'entri la nostra evasione.

C'era motivo di temerlo. Probabilmente le autorità nulla avevano trascurato per impedire ai fuggitivi di mettersi in salvo per via di mare.

— Che Dio ci aiuti! mormorò il conte Sandorf. Egli solo può farlo!

Intanto, gli alti dirupi ai lati del torrente andavano abbassandosi, e si scostavano alquanto. Non era ancora possibile veder nulla del paesaggio circostante. L'orizzonte si celava dietro le continue brusche svolte e il campo visivo era limitatissimo. Inutile cercare di orientarsi in quel deserto e in quel silenzio.

Il letto assai più largo, permetteva alle acque del torrente di scorrere con minore velocità. Altri tronchi d'albero, strappati alla terra, scendevano più lentamente. La mattinata di giugno era piuttosto fresca. I fuggitivi, nei loro abiti zuppi, rabbrividivano e non vedevano l'ora di trovare un approdo, un luogo qualsiasi per asciugarsi al sole.

Verso le cinque, gli ultimi contrafforti cedettero il posto alle lunghe e basse coste d'una regione piatta e spoglia.

Il torrente della Foiba, largo in quel tratto circa mezzo miglio, sfocia in una vasta distesa d'acqua tranquilla, una vera e propria laguna, o forse un lago.

Al fondo, verso ovest alcune imbarcazioni ancorate ed altre già in cammino sembravano annunciare un porticciolo.

A quanto pareva quella laguna s'addentrava profondamente nella terra. Il mare aperto non doveva essere lontano; i fuggitivi l'avrebbero presto raggiunto. Ma non sarebbe stato prudente chiedere aiuto agli uomini delle barche che avevano intravisto. Se quei pescatori avevano avuto notizia dell'evasione, forse li avrebbero conseguati ai gendarmi austriaci, che in quel momento certo battevano la campagna.

Mattia Sandorf non sapeva quale partito prendere, ma intanto il tronco d'albero, urtando contro uno scoglio a fior d'acqua, presso la riva sinistra, s'era fermato bruscamente.

Le sue radici s'erano impigliate in un cespuglio, per cui era andato ad accostarsi alla riva, come un canotto obbediente al remo.

Il conte Sandorf sbarcò sul lido ghiaioso, non senza cir-cospezione. Voleva anzitutto accertarsi di non essere veduto da alcuno. Per quanto egli aguzzasse lo sguardo, non vide né pescatori né altri abitanti di quelle rive. Eppure, a meno di duecento passi, c'era un uomo, disteso sulla sabbia, che poteva scorgere benissimo i fuggitivi.

Il conte Sandorf, credendosi in luogo sicuro, ritornò al tronco d'albero, prese il compagno fra le braccia, e lo depose sul lido, di cui non conosceva né il nome, né la posizione, così come non sapeva quale strada prendere.

Lo specchio d'acqua, in cui sfocia il torrente della Foiba, non è né una laguna, né un lago, bensì un estuario. Si chiama Canale di Leme, e comunica con l'Adriatico, attraverso un angusto passaggio fra Orsera e Rovigno, sulla costa occidentale della penisola istriana. Ma allora si ignorava che le acque del torrente della Foiba finissero in quel canale.

C'era sulle rive, a pochi passi un capanno di caccia. Il conte Sandorf e Stefano Bathory, dopo aver ripreso un po' di forza, vi si rifugiarono. Si spogliarono, misero gli abiti ad asciugare al sole e si riposarono un poco.

Le barche da pesca s'erano allontanate dal Canale di Leme, e fin dove poteva giungere la vista non si scorgeva anima viva.

In quel momento, l'uomo che era stato testimonio di tutto, si alzò, si avvicinò al capanno come per fissare nella mente la sua posizione, poi scomparve verso sud, dietro un colle non molto alto.

Tre ore dopo, Mattia Sandorf e il suo compagno s'erano rivestiti e si disponevano ad andarsene.

— Non possiamo rimanere più a lungo in questo capanno, disse Stefano Bathory.

—Ti senti abbastanza forte per metterti in cammino? gli chiese Mattia Sandorf.

-— Sono sfinito per la fame!

—Tentiamo dunque di raggiungere la costa. Forse potremo trovarvi cibo e procurarci un'imbarcazione. Vieni Stefano!

E lasciarono insieme il capanno, evidentemente indeboliti più dalla fame che dalla fatica.

L'intenzione del conte Sandorf era di seguire la riva meridionale del Canale di Leme, per poter raggiungere la riva del mare. La regione era deserta, ma attraversata da numerosi ruscelli.

Quelle acque che s'incrociano fra loro prima di sboccare nell'estuario rendono il terreno molle e instabile, sicché vi si procede a fatica. I due evasi dovevano sempre guardare il sole per orientarsi. Per due ore essi continuarono a camminare, senza incontrare nessuno, ma anche senza poter placare la fame che li tormentava.

Il paese divenne meno arido. Comparve una strada che andava da est a ovest, con una pietra miliare, che non fornì ai fuggitivi alcuna indicazione: continuavano a camminare alla cieca.

Incontrarono filari di moreri e campi di sorgo che permisero loro se non di togliersi la fame, per lo meno d'ingannarla. Essi non chiedevano altro che di tenersi in vita finché non avessero raggiunto la costa.

Quegli alberi e quei campi coltivati indicavano che presto avrebbero incontrato qualcuno.

Verso mezzogiorno scorsero sulla strada una mezza dozzina di persone in cammino. Per prudenza, Mattia Sandorf preferì non farsi vedere. Fortunatamente alla sua sinistra — a una cinquantina di passi — c'era il muro di cinta d'una fattoria in rovina. Prima d'essere veduti, i due si nascosero nel buio d'una specie di cantina. Nel caso che qualche viandante si fosse fermato nella fattoria abbandonata, non era facile che s'accorgesse di loro, quand'anche vi fosse rimasto sino a notte.

I passanti erano contadini e salinaroli. Alcuni spingevano innanzi a sé branchi di oche, ed erano probabilmente diretti al mercato d'una città o d'una borgata non molto lontana.

Tutti vestivano alla foggia istriana. Le donne portavano buccole, medaglioni, croci d'oro al petto e gioielli di filigrana ed anche il costume degli uomini era pittoresco e ornato. Semplici invece i panni dei salinaroli che con il sacco in spalla e con il bastone in mano, si recavano al lavoro nelle vicinanze o forse erano diretti a ovest, verso le importanti saline di Stagnon e Pirano.

Alcuni, giunti dinanzi alla fattoria abbandonata, vi si fermarono un istante e sedettero sulla soglia del cancello.

Discorrevano, a voce alta, con un certo calore, ma sempre di cose riguardanti il loro commercio.

I due evasi, appostati in un angolo, ascoltavano. Forse s'era già sparsa la nuova della loro fuga e i contadini ne avrebbero parlato. Forse sarebbe stato possibile raccogliere qualche informazione sulla località in cui si trovavano.

Nessuna parola fu scambiata in proposito; quindi il conte Sandorf e il suo compagno dovettero accontentarsi di semplici congetture.

— Poiché la gente del paese non parla affatto della nostra fuga, osservò Mattia Sandorf, è segno che non ne sanno ancora nulla!

— E questo proverebbe, rispose Stefano Bathory, che siamo già assai lontani dalla fortezza. Data la rapidità del torrente, che ci ha trascinato per sei ore, non ne sono affatto sorpreso.

— Dev'essere proprio così! disse il conte Sandorf.

Invece, due ore dopo, alcuni salinaroli, passando davanti al muro di cinta della fattoria senza fermarsi, parlarono d'una pattuglia di gendarmi che avevano incontrato alle porte della città.

Quale città? Non la nominarono. La notizia turbò assai i due amici. Se i gendarmi scorrevano il paese, certo erano stati mandati a cercarli.

— Eppure, disse Stefano Bathory, per le circostanze in cui è avvenuta la nostra fuga, ci dovrebbero creder morti e non pensar nemmeno ad inseguirci.

— Ci crederanno morti solo quando avranno trovato i nostri cadaveri! rispose Mattia Sandorf.

Comunque non c'era dubbio che la polizia era intenta alla ricerca dei fuggitivi. Essi decisero quindi di rimanere nascosti nella fattoria sino a notte.

Verso le cinque di sera, si udirono risonare i passi di una pattuglia a cavallo.

Il conte Sandorf, che strisciando si era spinto fino al portone del muro di cinta, raggiunse precipitosamente il compagno e lo trascinò nell'angolo più oscuro della cantina. Ivi, appiattati sotto un mucchio di frasche, rimasero nella più assoluta immobilità.

Una mezza dozzina di gendarmi, comandati da un sergente, salivano la strada, dirigendosi verso est. Si sarebbero fermati alla fattoria? Il conte Sandorf, se lo chiese, non senza viva ansietà.

Se i gendarmi avessero perquisito quella casa in rovina, in breve avrebbero trovato coloro che si nascondevano.

La pattuglia fece sosta. Il sergente e due gendarmi smontarono da cavallo, mentre gli altri rimasero in sella. Questi ricevettero l'ordine di perlustrare i dintorni del Canale di Leme e di ritornare poi alla fattoria, dove sarebbero stati attesi sino alle sette di sera.

I quattro gendarmi s'allontanarono subito, risalendo la strada. Il sergente e gli altri legarono i cavalli alle sbarre di una cancellata semidistrutta, si sedettero fuori e presero a parlare.

Dal loro nascondiglio, i fuggitivi potevano udire tutto quello che dicevano.

— Stasera ritorneremo in città e ci daranno le disposizioni per il servizio di notte, replicò il sergente ad una domanda che gli aveva fatto uno dei gendarmi. Per telegrafo saranno torse arrivate nuove istruzioni da meste.

La città della quale avevano parlato prima, dunque, non era Trieste, e di questo Sandorf prese nota.

— Non c'è da temere, osservò il secondo gendarme, che menrre noi li cerchiamo qui, gli evasi abbiano raggiunro il Golfo del Quarnero?

— E possibile, rispose il primo, giacché da quella parte potrebbero credere di avere maggiori probabilità di mettersi al sicuro.

— Ma s'ingannano, rispose il sergenre, perché tutta la costa è sorvegliata da un capo all'altro!

Secondo punto da tenere presente: il conte Sandorf e il suo compagno si trovavano nella parte occidentale dell'Istria, e non sulle rive del tempestoso Golfo che si estende fino a Fiume.

— Credo che saranno fatte ricerche anche nelle saline di Pirano e di Capodisrria, rispose il sergente. Vi ci si può nascondere più facilmente, e si può trovare una barca per farsi tragittare a Venezia o a Rimini.

— Bah! avrebbero fatto meglio ad aspettare tranquillamente in carcere! rispose filosoficamente uno dei gendarmi.

— È vero, aggiunse l'altro, giacché, prima o poi, saranno ripresi, a meno che non si riesca a ripescarli nel torrente della Foiba! Così tutto sarebbe bell'e finito e noi non avremmo da batter la campagna e da faticar tanto con questo caldo.

— Ma chi dice che non sia finita? ribattè il sergente. Forse la Foiba ha già fatto giustizia. Tanto valeva che quei due rimanessero nel torrione di Pisino!

Così il conte Sandorf venne a sapere qual era il torrente che aveva agevolato la sua fuga; e insieme il nome della fortezza, in cui l'avrebbero dovuto giustiziare con i suoi compagni. Egli conosceva bene la città di Pisino. Finalmente aveva un chiaro punto di riferimento: da allora in poi, se la fuga era ancora possìbile, egli non

avrebbe più percorso a casaccio la penisola istriana. La conversazione dei gendarmi si fermò là; ma i due fuggitivi avevano saputo tutto quello che premeva loro di conoscere, tranne il nome del porto più vicino al Canale di Leme.

Intanto il sergente s'era alzato. Camminava su e giù lungo il muro di cinta, in attesa del picchetto che aveva mandato in perlustrazione. Due o tre volte entrò nella casa in rovina, ne visitò le camere, più per abitudine professionale che per sospetto. Si affacciò alla porta della cantina e i ruggitivi sarebbero stati scoperti senza fallo se l'oscurità che vi regnava non fosse stata assoluta. Il sottufficiale entrò, sfiorò il mucchio di frasche con il fodero della sciabola, ma senza toccare i due amici, che già erano in preda ad un'angoscia indescrivibile. Però Mattia Sandorf e Stefano Bathory erano ben decisi, in ogni caso, a vender cara la propria vita, se fossero stati scoperti. Precipitarsi sul sergente, giovarsi della sua sorpresa per disarmarlo e attaccare sia lui sia i due gendarmi per ucciderli o farsi uccidere: questo era quanto avevano deciso di fare.

In quell'istante il sergente fu chiamato fuori, ed egli lasciò quello stambugio, senza avervi trovato nulla di sospetto.

I quattro gendarmi mandati in perlustrazione stavano tornando. Ad onta delle più accurate ricerche non avevano trovato traccia dei fuggitivi nella zona compresa fra la strada, la costa e il Canale di Leme. Ma non tornavano soli. Con loro c'era un salinarolo.

L'uomo stava rientrando in città, quando i gendarmi s'erano imbattuti in lui. Siccome egli aveva detto d'aver percorso l'intero tratto fra la città e le saline, essi avevano pensato bene di condurlo dal sergente per farlo interrogare; ed egli era venuto volentieri con loro.

Il sergente, appena l'ebbe davanti, gli chiese se, nelle saline, qualcuno avesse notato la presenza di due forestieri.

— No, sergente, rispose l'uomo; ma stamane, un'ora dopo aver lasciato la città, ho visto due uomini prender terra presso il Canale di Leme.

— Due uomini, dici? domandò il sergente.

— Sissignore, ma siccome in paese si credeva che l'esecuzione fosse avvenuta stamane nella fortezza di Pi-sino, e la notizia della fuga non s'era ancora sparsa, non diedi alcun peso alla presenza dei due forestieri. Adesso, invece, non sono lontano dal credere che fossero i fuggitivi.

Il conte Sandorf e Stefano Bathory poterono udire anche queste parole, che suonavano così gravi per loro. Dunque, mentre scendevano sul lido ghiaioso presso il canale, erano stati veduti.

— Come ti chiami? chiese il sergente al suo informatore.

— Carpena, e lavoro nelle saline vicine.

— Riconosceresti i due uomini che dici di aver veduto stamane?

— Sì... forse!

— Ebbene, verrai in città, e ti metterai a disposizione della polizia.

— Ai vostri ordini.

— Sai che c'è un premio di cinquemila fiorini per chi scopre i fuggitivi?

— Cinquemila fiorini!

— E i lavori forzati, invece, per chiunque darà loro asilo!

— Lo apprendo ora.

— Andiamo, concluse il sergente.

La notizia data dal salinarolo ebbe l'effetto di far allontanare i gendarmi. Il sergente ordinò ai suoi uomini di risalire a cavallo, e, quantunque la notte fosse già calata, volle esplorare più accuratamente le sponde del canale.

Carpena, invece, riprese subito la strada della città, con la speranza di potersi gudagnare senza fatica il grosso premio a spese del conte Sandorf.

Manìa Sandorf e Stefano Bathory rimasero ancora nascosti per un po' nel buio della cantina. Ecco le conclusioni alle quali erano arrivati: la gendarmeria era sulle loro tracce, erano stati veduti e potevano essere riconosciuti, dunque in Istria non avevano più scampo. Era meglio abbandonare quella regione il più presto possibile, varcando l'Adriatico per passare in Italia, o attraversando la Dal-mazia per uscire dai tenitori dell'Impero austriaco.

La prima alternativa offriva maggiori probabilità di successo, a condizione che i fuggitivi potessero impadronirsi di un battello, o indurre qualche pescatore a portarli sulla costa italiana. Perciò decisero di far così.

Verso le otto e mezzo, quando fu abbastanza buio, Mat-tia Sandorf e il suo amico lasciarono la fattoria, e si diressero verso ovest, per avvicinarsi alla costa. E anzitutto furono costretti a seguire la strada per evitare le insidiose paludi presso il Canale di Leme.

Ma pigliando quella strada nel cuore dell' Istria non andavano verso la città? Non movevano incontro ai maggiori pericoli? Certo, ma non potevano fare altrimenti.

Verso le nove e mezzo i contorni di una città, che i due amici non poterono riconoscere, si disegnarono imprecisamente nell'ombra.

In alto le case arrampicate su un massiccio colle roccioso che domina il mare; in basso il porto in un insenatura. Ma soprattutto faceva spicco il campanile assai elevato, dritto in mezzo agli altri edifìci come un'asta immensa che nell'oscurità sembrava ancor più imponente.

Mattia Sandorf era deciso a non entrare in quella città, dove la presenza di due forestieri avrebbe dato troppo nell'occhio. Si trattava quindi di costeggiare le mura, se era possibile, per raggiungere una delle punte della vicina costa.

Ma mentre così facevano i due fuggitivi erano seguiti, a loro insaputa, dalla stessa persona che li aveva scorti presso il Canale di Leme e che avevano sentito parlare con il sergente: quel tale di nome Carpena. Allettato dal grosso premio, l'uomo, nel tornare a casa, aveva fatto un ampio giro per meglio osservare i dintorni e un caso fortunato per lui ma non per i due fuggiaschi lo aveva rimesso sulle tracce del conte Sandorf e di Stefano Bathory.

Quasi nello stesso momento una pattuglia di guardie, che stava uscendo da una delle porte della città, minacciava di sbarrare loro la strada da quella parte. Ebbero appena il tempo di svoltare e di dirigersi a passi frettolosi verso la riva, lungo le mura del porto.

Là videro la modesta casa di un pescatore, con le finestre illuminate, e la porta socchiusa. Se Mattia Sandorf e Stefano Bathory non vi avessero trovato asilo, sarebbero stati perduti. Cercarvi rifugio, era giuocare il tutto per tutto; ma essi non potevano esitare.

Il conte Sandorf e il suo compagno corsero verso la porta della casa e si fermarono sulla soglia. Un uomo, dentro la casa, era intento a riparare una rete alla luce d'una lanterna.

—Amico, chiese il conte Sandorf, volete dirmi il nome di questa città?

— Rovigno.

— Di chi è questa casa?

— Del pescatore Andrea Ferrato.

— Vorreste darci asilo per questa notte?

Il pescatore li fissò in volto, s'avanzò verso la porta, vide la pattuglia delle guardie che stava arrivando, dopo aver girato intorno alle mura del porto, intuì, senza alcun dubbio, chi erano coloro che gli chiedevano ospitalità e comprese che sarebbero stati perduti se avesse tardato a rispondere.

— Entrate, egli disse.

Tuttavia i due fuggitivi non sembravano di aver fretta

di varcare la soglia.

—Amico, disse il conte Sandorf, c'è un premio di cinquemila fiorini per chiunque consegnerà i condannati che sono fuggiti dal torrione di Pisino!

— Lo so.

— E i lavori forzati, aggiunse il conte Sandorf, per chiunque darà loro asilo.

— Lo so.

— Voi potete consegnarci...

—Vi ho detto di entrare, dunque entrate! rispose il pescatore.

E Andrea Ferrato chiuse la porta, nel momento in cui la pattuglia delle guardie passava davanti alla casa.


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Created: Wednesday, February 09, 2005; Last updated: Thursday, November 24, 2011
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