VIII.

LA CASA DEL PESCATORE FERRATO

Andrea Ferrato era còrso, originario di Santa Manza, piccolo porto del distretto di Sartena, situato dietro la punta meridionale dell'isola. Santa Manza, Bastia e Portovecchio sono gli unici porti a dischiudersi su quella costa orientale che migliaia d'anni or sono doveva essere capricciosamente frastagliata, mentre adesso è uniforme e monotona, per l'azione continua dei torrenti; i suoi pro-montori sono scomparsi, i suoi golfi interrati; le sue anse e le sue insenature non esistono più.

Là, a Santa Manza, in quel breve tratto di mare che divide la Corsica dalla terra sarda e s'insinua a volte tra le rocce delle Bocche di Bonifacio, Andrea Ferrato esercitava il suo mestiere di pescatore.

Vent'anni prima, aveva sposato una fanciulla di Sartena. Due anni dopo, ebbe una bambina che fu chiamata Maria. Il mestiere di pescatore è assai faticoso, specialmente quando oltre al pesce si pesca anche il corallo, andandone a cercare i banchi sottomarini nei peggiori punti dello stretto.

Ma Andrea Ferrato era coraggioso, robusto, infaticabile. I suoi affari prosperavano; sua moglie, attiva, intelligente, curava amorosamente la casetta dì Santa Manza. Entrambi sapevano leggere, scrivere, far di conto; erano quindi relativamente istruiti, specialmente in un'isola, dove, su duecentosessantamila abitanti ci sono anche adesso — secondo le statistiche — centocinquantamila analfabeti.

Inoltre, — forse proprio a causa dell'istruzione ricevuta — Andrea Ferrato era francese di idee e di sentimenti, quantunque fosse di origine italiana, come la maggior parte dei còrsi; perciò nel distretto non lo si vedeva affatto di buon occhio.

Invero quella regione all'estremo sud dell'isola, lungi da Bastia, lungi da Ajaccio, lungi dai principali centri amministrativi e giudiziari è rimasta assai refrattaria a tutto ciò che non è italiano o sardo. C'è da rammaricarsi che le cose vadano così e da sperare che l'educazione delle giovani generazioni metta fine a tutto questo.

In Corsica, dall'animosità all'odio il passo è breve, e dall'odio alla violenza più breve ancora. Alcune circostanze inasprirono l'avversione nei confronti di Andrea Ferrato. Questi, un giorno, perse la pazienza e in un accesso di collera «fece la pelle» a un suo compaesano. Si trattava di un tipo abbastanza losco che lo aveva minacciato. Dopo averlo ucciso egli dovette darsi alla fuga.

Ma Andrea Ferrato non era uomo da vivere alla macchia per trascorrere un'esistenza di lotte quotidiane contro la polizia e contro i parenti ed amici del defunto, prolungando una serie di vendette che avrebbero finito con il colpire i suoi cari.

Deciso ad espatriare, potè lasciare segretamente la Corsica, riparando sulla costa della Sardegna. Sua moglie, dopo aver venduto quel che c'era da vendere, la casa di Santa Manza, con il mobilio, la barca e le reti, andò a raggiungerlo con la fìglioletta. Egli aveva rinunciato, per sempre a tornare nel suo paese natale.

D'altra parte quell'omicidio, quantunque fosse stato commesso per legittima difesa, pesava sulla coscienza di Andrea Ferrato. Poiché a cagione della sua origine, era alquanto superstizioso, sentiva il bisogno di pagare per quel sangue versato. Egli era convinto che l'uccisione di quell'uomo gli sarebbe stata perdonata solo il giorno in cui avesse potuto salvare la vita di un altro uomo, a rischio della propria; ed era ben deciso a farlo, alla prima occasione che gli si fosse presentata.

Dopo aver lasciato la Corsica, Andrea Ferrato era rimasto poco tempo in Sardegna, dove avrebbe potuto essere facilmente riconosciuto e scoperto. Animoso e ardito qual era, non paventava per sé ma per i suoi cari che sarebbero potuti cadere vittime delle vendette tra famiglia e famiglia.

Attese il momento di allontanarsi, senza suscitare sospetti e passò sulla Penisola. Si trovava ad Ancona quando gli fu offerta l'occasione di attraversare l'Adriatico e di stabilirsi nell'Istria. Egli ne profittò con piacere.

Ecco per quali circostanze il pescatore còrso era venuto a stabilirsi nel piccolo porto di Rovigno. Da diciassette anni aveva ripreso il suo mestiere di pescatore e aveva potuto riacquistare una certa agiatezza. Nove anni dopo il suo arrivo, gli nacque un altro figliuolo, che fu chiamato Luigi; ma la sua venuta al mondo costò la vita alla madre.

Rimasto vedovo, Andrea Ferrato viveva unicamente per la figlia e il figlio. Maria, allora in età di diciotto anni, faceva da madre al fanciullo che stava per compiere l'ottavo anno. E, se nel suo cuore non fosse rimasto il rimpianto sempre dolorosissimo d'aver perduto la sua coraggiosa compagna, il pescatore di Rovigno sarebbe stato felice come può esserlo chi lavora ed è soddisfatto di compiere il proprio dovere.

133Tutti in città gli volevano bene, giacché era buon consigliere e sempre pronto a render servigi. S'aggiunga che nel suo mestiere valeva molto, e tutti lo riconoscevano.

L'ininterrotta serie di scogliere del lido istriano non gli faceva rimpiangere le acque del Golfo di Santa Manza e di Bonifacio. Egli era diventato praticissimo di quei luoghi, dove si parlava la stessa lingua ch'egli aveva parlato in Corsica.

Faceva da pilota alle navi costiere nel tratto fra Pola e Trieste, e questo guadagno si aggiungeva al profitto consueto della pesca. La porta della sua casa non si chiudeva mai ai poveri, e sua figlia Maria lo aiutava nelle sue opere di carità.

Ma il pescatore di Santa Manza non aveva dimenticato la sua promessa: vita per vita! Egli aveva tolto la vita ad un uomo. Avrebbe salvato la vita di un altro!

Ecco perché, quando i due fuggitivi si erano presentati davanti alla porta della sua casetta, pur sapendo chi erano e a qual pena egli si esponeva, non aveva esitato a dir loro: — Entrate! — aggiungendo fra sé: — E che Dio ci protegga tutti!

Intanto la pattuglia delle guardie era passata davanti alla porta di Andrea Ferrato, senza fermarsi. Il conte San-dorf e Stefano Bathory potevano quindi sentirsi al sicuro, almeno per qualche ora della notte, nella casa del pescatore còrso.

Quella casa si trovava non in città, ma a cinquecento passi dalle mura, di là dal porto, sopra un ripiano roccioso che domina la riva del mare. Appena alla distanza di una gomena, le onde si frangevano contro gli scogli e non si vedeva altro limite che l'estremo orizzonte.

Verso sud-est era il promontorio tondeggiante, dietro il quale si trova la piccola rada di Rovigno.

Un solo piano composto di quattro camere, due davanti e due dietro, una tettoia di legno, sotto la quale venivano riposti gli arnesi da pesca, ecco la casa di Andrea Ferrato. La sua imbarcazione era una modesta brazzera a poppa quadrata, lunga trenta piedi e con alberi piuttosto alti, assai adatta per la pesca.

Quando egli non se ne serviva, la brazzera era ancorata dietro le rocce, e una barchetta, tenuta al riparo fra gli scogli consentiva di raggiungerla. Dietro la casa c'era un piccolo orto dove, all'ombra dei moreri, degli ulivi e delle viti, cresceva un po' di verdura. Una siepe lo delimitava e lo separava da un ruscello, largo da cinque a sei  piedi.

Umile ma ospitale come la dimora verso la quale la Provvidenza aveva guidato i fuggitivi, era l'uomo che metteva a repentaglio la sua libertà per dar loro asilo.

Chiusa la porta, il conte Sandorf e Stefano Bathory osservarono la stanza nella quale erano stati accolti.

Era la più ampia della casa, arredata con pochi mobili ben tenuti che rivelavano il buon gusto e le cure di una brava massaia.

— Per prima cosa, volete mangiare? chiese Andrea Ferrato.

— Sì, moriamo di fame, rispose il conte Sandorf. Da molte ore siamo senza cibo.

— Hai sentito, Maria? riprese il pescatore.

Maria, senza por tempo di mezzo, mise in tavola un po' di carne salata, del lesso, pane, un fiasco di vino del posto, uva passa, due bicchieri, due piatti e tovaglioli di bucato. Un «veglione», sorta di lampada a tre lucìgnoli, illuminava la stanza.

Il conte Sandorf e Stefano Bathory sedettero subito a tavola: erano allo stremo delle forze.

135— E voi? chiesero al pescatore.

— Noi abbiamo già cenato! rispose Andrea Ferrato.

I due affamati divorarono — è la parola giusta—i cibi che erano stati loro offerti con tanta semplicità e così di cuore.

Mentre mangiavano, non cessavano di osservare il pescatore, sua figlia e il suo fìglioletto, seduto in un angolo della stanza, che a loro volta li guardavano senza dir parola.

Andrea Ferrato poteva avere quarantadue anni. Il suo volto era severo, un po' triste, abbronzato dal sole, molto espressivo, occhi neri e sguardo assai vivace. Alto e robusto, vestiva alla foggia dei pescatori dell'Adriatico.

Maria, — i cui tratti, ricordavano in tutto quelli della madre morta — era alta, ben fatta, decisamente bella, occhi neri, capelli scuri e la carnagione dalle tonalità calde della gente di Corsica, nelle cui vene scorre un sangue vivacissimo.

Educata anzitempo alla scuola del dovere, era seria in volto; il suo portamento, la compostezza dei suoi gesti, la sua calma, caratteristica delle persone abituate a riflettere: tutto denotava in lei un'energia non comune e la capacità di affrontare anche le circostanze più avverse.

Parecchi giovani pescatori del luogo l'avevano corteggiata, ma la ragazza non se n'era data per intesa. La sua vita non apparteneva forse interamente a suo padre e al piccolo Luigi che allevava come un figlio?

Questi era un bravo ragazzo, volonteroso, deciso, amante del lavoro e già avvezzo alla vita del marinaio. Accompagnava il padre alla pesca e gli stava accanto, coi capelli al vento e alla pioggia, anche nelle traversate ch'egli faceva come pilota. Si vedeva che sarebbe diventato un pezzo d'uomo, saldo, temprato a tutte le fatiche, ardito se non temerario e capace di sfidare i peggiori pericoli. Amava suo padre e adorava sua sorella.

Il conte Sandorf aveva attentamente osservato tutti e tre, commosso dall'affetto che così evidentemente li univa. Non aveva più alcun dubbio: era in casa di brava gente, di persone che meritavano tutta la sua fiducia.

Finita la cena, Andrea Ferrato si avvicinò a Mattia Sandorf.

— Andate a dormire, signori, disse con semplicità.

Qui siete al sicuro e domani penseremo al resto.

— No, Andrea Ferrato. No! rispose il conte Sandorf. Ora non abbiamo più fame e ci sono tornate le forze! Lasciate che ci allontaniamo subito da questa casa; la nostra presenza qui è un pericolo gravissimo per voi e per i vostri cari!

— Sì, andiamocene, fece eco Stefano Bathory; e che Dio vi ricompensi per il bene che ci avete fatto!

—Andate a dormire è Tunica cosa da fare! riprese il pescatore. Stanotte la costa è sorvegliata. È stato proclamato l'embargo in tutti i porti del litorale. Fino a domattina ogni tentativo sarebbe vano.

— Allora restiamo, poiché volete cosi! disse il conte Sandorf.

— Certo che lo voglio.

— Una sola domanda. Da quanto tempo è nota la nostra evasione?

— Da questa mattina, rispose Andrea Ferrato. Ma eravate in quattro nel torrione di Pisino. Qui non siete che in due. Ho sentito dire che uno dei vostri sta per essere rimesso in libertà...

— Sarcany! esclamò Mattia Sandorf, reprimendo subito il moto di collera che il ricordo di quell'essere odioso aveva suscitato in lui.

137— E l'altro?... chiese ansiosamente Stefano Bathory.

— L'altro è ancora vivo, rispose Andrea Ferrato. È stata sospesa l'esecuzione della sentenza.

— Vivo! esclamò Stefano Bathory.

— Sì! rispose ironicamente il conte Sandorf. Aspettano di riprenderci per darci la gioia di morire insieme!

— Maria, disse Andrea Ferrato, accompagna i nostri ospiti nella stanza di dietro, quella che da sull'orto, ma senza accendere la lampada. E bene che stanotte, da fuori, non si veda la finestra illuminata. Poi vai a dormire anche tu. Veglierò io con Luigi.

— Sì, babbo, rispose il ragazzo.

— Venite signori, disse la fanciulla.

Il conte Sandorf e il suo compagno scambiarono una stretta di mano con il pescatore, quindi passarono nella camera, dove li aspettavano due ottimi materassi imbottiti di foglie di granoturco, sui quali avrebbero potuto rimettersi dalle tante fatiche.

Intanto Andrea Ferrato aveva lasciato la casa insieme con Luigi per accertarsi che nessuno s'aggirasse nei paraggi, né lungo la riva, né di là dal ruscello. I fuggitivi potevano quindi riposare tranquillamente sino allo spuntare del giorno.

La notte trascorse senza incidenti. Il pescatore era uscito più volte, ma non aveva veduto nulla di sospetto.

L'indomani, 18 giugno, mentre i suoi ospiti dormivano ancora, Andrea andò a cercar notizie in città e al porto. Un po' dappertutto, c'erano capannelli di curiosi. Il manifesto, affìsso il giorno innanzi, che annunziava la fuga dei prigionieri, minacciava gravi pene a chi li avesse aiutati e offriva un premio a chi si fosse adoperato per favorirne la cattura, era al centro di tutti i discorsi. Si cicalava, si riferivano notizie, si ripetevano dicerie in termini vaghi, ma novità non ce n'erano. Nulla faceva pensare che il conte Sandorf e il suo amico fossero stati veduti nelle vicinanze e nessuno sembrava sospettare che gli evasi erano in quella zona. Ma, verso le dieci del mattino, quando il sergente e i gendarmi rientrarono a Rovigno, dopo la ronda notturna, si diffuse la voce che due forestieri erano stati veduti, ventiquattr'ore prima nei pressi del Canale di Leme. Era stato perlustrato tutto il territorio sino al mare per scoprire le loro tracce, ma inutilmente. Erano forse arrivati alla costa, s'erano impadroniti d'una barca per raggiungere un altro punto dell'Istria o per fuggire di là dalla frontiera? Tutto lo faceva credere.

— Bah! diceva qualcuno, cinquemila fiorini risparmiati per il Governo.

— Quei soldi potrebbero servire a qualcosa di meglio, che non a pagare un'odiosa denuncia!

— Oh sì! E che quei due possano farla franca!

— Farla franca? Ma a quest'ora sono già al sicuro, sull'altra costa dell'Adriatico.

Questi discorsi, che si tenevano nei vari crocchi di villici, d'operai e di borghesi fermi davanti ai manifesti, provavano — come si vede — che l'opinione pubblica era piuttosto favorevole ai due fuggitivi, almeno per quanto riguardava quegli abitanti dell'Istria, cittadini o campagnoli che fossero. I funzionari austriaci sapevano di non poter fare assegnamento su una denuncia da parte loro, perciò nulla trascuravano per trovare gli evasi. Tutte le pattuglie della polizia e tutte le brigate dei gendarmi erano sul piede di guerra e c'era un continuo scambio di dispacci fra Rovigno, Pisino e Trieste.

Andrea Ferrato rincasò verso le undici, e riferì queste notizie più buone che cattive.

Il conte Sandorf e Stefano Bathory, serviti da Maria nella stanza in cui avevano passato la notte, finivano, in quel momento di fare colazione. Il buon sonno, il buon cibo e tutta quella sollecitudine li avevano del tutto rimessi in forze.

— Ebbene amico? chiese il conte Sandorf quando An-drea Ferrato ebbe chiuso la porta.

— Signori, rispose il pescatore, credo che non abbiate nulla da temere per il momento.

— Ma che cosa si dice in città? chiese Stefano Bathory.

— Si parla di due forestieri, che sarebbero stati visti ieri mattina nel momento in cui mettevano piede a terra presso il Canale di Leme... si tratta di voi... signori...

— Proprio dì noi, rispose Stefano Bathory. Un uomo, un salinarolo ci ha veduti ed è andato a denunziarci!

E Andrea Ferrato fu informato di quanto i due amici avevano potuto udire dal loro nascondiglio nella fattoria.

— E non sapete chi è la spia? domando, con insistenza il pescatore.

— Non l'abbiamo visto, rispose il conte Sandorf, lo abbiamo solo sentito.

— Peccato, rispose Andrea Ferrato; ma l'importante è che abbiano perduto le vostre tracce; e, d'altra parte, anche se qualcuno in città sospettasse che vi siete rifugiati a casa mia, credo che non dobbiamo temere nessuna delazione. Tutta Rovigno si augura di cuore che vi mettiate in salvo.

— Non ne sono sorpreso, rispose il conte Sandorf. E brava gente quella di queste terre! Ma bisogna fare i conti con le autorità austriache, che non arretreranno di fronte a nulla pur di riprenderci.

— Può rassicurarvi il fatto, signori miei, riprese il pescatore, che, a detta di tutti, voi avete già raggiunto l'altra sponda dell'Adratico!

— Piacesse a Dio che così fosse! esclamò Maria, giungendo le mani come in atto di preghiera.

— Così sarà, mia cara figliuola, rispose il conte Sandorf con voce piena di fiducia, così sarà con l'aiuto del Cielo...

— E con l'aiuto mio, signor conte! ribatte Andrea Ferrato. Ora, vado al lavoro come al solito. Tutti qui sono avvezzi a vedermi accomodar le reti sulla riva assieme a Luigi o a far pulizia sulla barca, ed è bene che non sì noti alcun cambiamento nelle nostre abitudini. E poi voglio vedere come si mette il tempo prima di decidere. Vi prego di non uscire da questa stanza. Non lasciatela per alcun motivo. Apriremo la finestra che da sull'orto, per allontanare ogni sospetto, ma voi rimanete nascosti. Ritornerò fra un'ora o due.

Detto questo, Andrea Ferrato lasciò lacasa con il figlio, mentre Maria attendeva ai suoi consueti lavori, davanti all'uscio.

Alcuni pescatori andavano e venivano lungo la riva. Andrea Ferrato, scambiò alcune parole con loro, prima di andare a stendere le reti.

— Un buon vento di levante, osservò uno.

— Sì, rispose Andrea Ferrato, il temporale dell'altro giorno ha spazzato per bene il cielo.

— Uhm! aggiunse un altro, il vento potrebbe rinforzare verso sera, e se ci si mette la bora, saremo da capo!

— Ma sarà sempre vento di terra, e il mare non sarà cattivo fra gli scogli.

— Staremo a vedere.

— Andrai a pescare questa notte, Andrea?

— Senza dubbio, se il tempo lo permette.

— E l'embargo?

— L'embargo riguarda solo le navi grosse, non le barche che possono allontanarsi solo di poco dalla riva.

—Tanto meglio, perché sono stati segnalati banchi di tonno, che vengono dal sud, e bisogna affrettarsi a disporre le tonnare.

— Bravi! rispose Andrea Ferrato, non volete perdere tempo.

— Eh! non si sa mai!

— Dal canto mio, se vado fuori stanotte, riprese Andrea Ferrato, andrò a pescare le palamide dalle parti di Orsera o di Parenzo.

— Fa quel che ti pare! Noi invece aspetteremo i tonni vicino alla scogliera.

— Come volete!

Andrea Ferrato e Luigi andarono a prendere le reti ch'erano sotto la tettoia, le distesero sulla riva per farle asciugare al sole. Due ore dopo, il pescatore rientrò in casa, non senza avere raccomandato al figlio di preparare gli uncini, che servono a finire le palamide, sorta di pesci dalla carne rosso scura, che appartengono al genere dei tonni e alla specie degli anxidi.

Di lì a dieci minuti, dopo aver fumato per un po' la pipa davanti alla porta, Andrea Ferrato andò nella camera degli ospiti, mentre Maria continuava a lavorare in casa.

— Signor conte, disse il pescatore, il vento viene da terra, e credo che il mare non sarà cattivo questa notte. Perciò il modo più semplice e quindi il migliore per fuggire senza lasciare tracce è quello di imbarcarsi con me. Se vi decidete, converrà partire questa sera stessa verso le dieci. Scivolerete fra gli scogli, sino alla sponda. Non vi vedrà alcuno! La barchetta vi trasporterà sulla mia brazzera, subito prenderemo il largo, senza che nessuno faccia caso a noi, giacché si sa che ho intenzione di uscire stanotte. Se il vento sarà forte, ci terremo vicini alla costa e vi farò sbarcare oltre le Bocche di Cattaro, di là della frontiera austriaca.

Questo significava navigare per più giornate sempre in vista della Dalmazia, la stretta lingua di terra fra l'Adriatico, la parte settentrionale delle Alpi Dinariche e l'Erzegovina. C'è appena spazio per i suoi quattro o cinquecento mila abitanti che ci stanno un po' a fatica.

— Ma se il maltempo ci costringesse a riparare in qualche porto, non correremmo il rischio d'essere denunciati? — chiese Stefano Bathory.

—Non temete, rispose Andrea Ferrato, dei Dalmati ci si può fidare!

Gente davvero di buona razza i Dalmati: educati alla sobrietà in una regione aspra e poverissima di terra coltivabile, abituati ad affrontare con fierezza innumerevoli avversità politiche, orgogliosi al cospetto dell'Austria alla quale vennero sottomessi in forza del trattato di Campoformido, sono d'un onestà a tutta prova, tanto che, con un'espressione molto felice, la Dalmazia è stata definita «il paese dalle porte senza serrature».

Quand'anche una burrasca avesse obbligato i fuggiaschi a guadagnare la costa o una delle infinite isole dal-matiche grandi e piccole, essi avrebbero dunque potuto contare sul silenzio o addirittura sull'aiuto della popolazione.

— E se il mare sarà calmo, domandò il conte Sandorf, che cosa faremo?

— Prenderemo il largo, rispose il pescatore, traverseremo l'Adriatico e vi sbarcherò alle foci del Po o sulla spiaggia di Rimini.

— La vostra barca può fare la traversata? chiese Stefano Bathory.

— Sì! è ottima; mio figlio ed io l'abbiamo messa alla prova con i peggiori tempi! E poi, bisogna correre il rischio... Il conte Sandorf ribatte:

— Simili rischi è giusto che li corriamo noi, visto che è in gioco la nostra esistenza, ma che voi, amico mio, mettiate a repentaglio la vita...

— È affar mio, signor conte, rispose Andrea Ferrato, e cercando di salvarvi non faccio che il mio dovere.

— Il vostro dovere?...

— Sì!

E Andrea Ferrato narrò l'episodio della sua vita, in seguito al quale aveva dovuto lasciare Santa Manza, dicendo che quanto egli s'accingeva a fare sarebbe stato solo una giusta riparazione del male commesso.

— Che animo generoso! esclamò il conte Sandorf commosso da quel racconto.

Poi riprese:

— Ma, sia che andiamo alle Bocche di Cattaro, sia che ci riesca di sbarcare sulla costa italiana, la vostra assenza non sarà breve, e questo potrebbe richiamare l'attenzione della gente qui a Rovigno. Non vorrei che, dopo averci messo in salvo, foste arrestato al vostro ritorno...

— Non temete nulla signor conte, rispose Andrea Ferrato. Nella stagione delle grandi pesche, io rimango assente, talora, parecchi giorni.

Non era il caso di discutere le decisioni del pescatore. Il suo progetto era evidentemente il migliore e di facile attuazione, poiché la barca — almeno così sperava — avrebbe retto benissimo il mare. Bisognava agire con cautela solo al momento della partenza. Ma la notte sarebbe stata senza luna, e probabilmente verso sera si sarebbe levato lungo la costa, uno di quei fìtti nebbioni, che si diradano verso il largo. A quell'ora, lungo la spiaggia deserta, tranne uno o due doganieri di servizio, non avrebbero incontrato anima viva. I pescatori sarebbero stati occupati a dispor le tonnare, di là della scogliera, due o tre miglia al largo di Rovigno. Se anche avessero veduto la brazzera, questa sarebbe stata ormai in alto mare con i due fuggiaschi nascosti nella stiva.

— Che distanza c'è in linea retta tra Rovigno e il punto più vicino della costa italiana? chiese Stefano Bathory.

— Cinquanta miglia circa.

— Quanto tempo occorre per la traversata?

— Con il vento favorevole, circa dodici ore. Ma, ora che ci penso, voi siete senza denaro; e ve ne occorre. Prendete questa cintura e mettetevela intorno alla vita; vi troverete trecento fiorini.

— Amico... disse Mattia Sandorf.

— Me li restituirete più il là, soggiunse il pescatore, quando sarete in luogo sicuro. E adesso tenetevi pronti!

Presi questi accordi, Andrea Ferrato si congedò e riprese le sue occupazioni abituali, lavorando ora sulla riva, ora in casa. Luigi senza farsi notare, potè portare provviste per alcuni giorni a bordo della brazzera, dopo averle avvolte in una vela di riserva. Insomma ebbero cura di non destare alcun sospetto; e su questo punto Andrea Ferrato era tranquillissimo. Egli spinse le precauzioni fino ad evitare di rivedere i suoi ospiti durante la giornata. Mattia Sandorf e Stefano Bathory rimasero nascosti in un angolo della cameretta, la cui finestra rimase sempre aperta. Al momento buono, il pescatore sarebbe andato a chiamarli.

Nel pomeriggio vennero a fargli visita alcuni vicini, per parlare con lui di pesca e della comparsa dei tonni nelle acque dell'Istria. Andrea Ferrato li ricevette con la massima disinvoltura e offrì loro da bere, secondo il solito.

145La maggior parte della giornata trascorse cosi, fra incontri, chiacchierate e commiati. Si parlò anche della fuga dei prigionieri. S'era sparsa la voce che erano stati catturati sulle coste del Quamero, ma venne smentita poco dopo.

Tutto quindi pareva procedere per il meglio. E vero che il litorale era sorvegliato con maggior cura del solito, sia dai doganieri, sia dalle guardie di polizia e dai gendarmi; ma, a notte fatta, non sarebbe stato diffìcile eludere questa sorveglianza.

Però Andrea Ferrato non aveva fatto i conti con un visitatore.

Erano appena le otto, Maria stava apparecchiando la cena sulla tavola della stanza più grande, quando due colpi furono picchiati all'uscio.

Andrea Ferrato non esitò ad aprire e non senza stupirsene si trovò davanti Carpena. Costui non era di Rovigno, ma vi abitava da qualche tempo dopo essersi lasciato alle spalle un passato piuttosto oscuro.

Faceva, come sappiamo, il salinarolo, cioè trasportava nell'interno i prodotti delle saline della costa occidentale, mestiere ingrato, con il quale guadagnava appena di che vivere.

Era robusto, ancora giovane d'appena venticinque anni, basso di statura, ma tarchiato, testa grossa con capelli neri, ruvidi e crespi e uno di quei ceffi da «bulldog», già poco rassicuranti nei cani e non certo fatti per ispirar fiducia in un uomo. Poco socievole, iracondo e vendicativo, e, per di più, alquanto codardo non era affatto ben visto in città, dove si sapeva assai poco di lui. I frequenti litigi con i compagni di lavoro, le minacce da lui fatte a destra e a manca e le risse che ne erano seguite, non avevano giovato alla sua reputazione. Lo si lasciava volentieri in disparte.

Ma Carpena non aveva affatto una cattiva opinione di sé, né della propria prestanza. Tutt'altro! Il che spiega il suo desiderio — e si vedrà con quali intenti — di fare amicizia con Andrea Ferrato. Il pescatore, va detto subito, aveva accolto male i suoi primi approcci. Ne capiremo il perché quando il dialogo che segue ci avrà svelato Ì propositi di quell'uomo.

Carpena aveva appena messo piede nella stanza, che subito Andrea Ferrato lo fermò chiedendogli:

— Che venite a fare qui?

— Stavo passando e siccome ho visto il lume acceso, ho pensato di entrare...

— E perché?

— Per farvi visita, come si usa fra vicini di casa.

— Le vostre visite non mi piacciono, lo sapete!

— Di solito è così, rispose Carpena, ma oggi forse le cose andranno in un altro modo.

Andrea Ferrato non comprese e non poteva indovinare che cosa quelle parole enigmatiche significassero. Tuttavia non potè nascondere un leggero turbamento; e Carpena se ne accorse.

Intanto il visitatore aveva chiuso la porta.

— Vi devo parlare, egli aggiunse.

— No!... Non potete aver nulla da dirmi!

— Ve lo ripeto, vi devo parlare... in segreto, aggiunse Carpena, abbassando un po' la voce.

— Seguitemi allora, rispose il pescatore, che, quel giorno, aveva ottime ragioni per non chiudere la porta in faccia a nessuno.

Carpena, ad un cenno di Andrea Ferrato, attraversò la stanza e seguì il pescatore nella sua camera.

Tra questa camera e quella occupata dal conte Sandorf e dal suo compagno c'era soltanto un sottile assito. Luna s'apriva sul davanti della casa, l'altra sull'orto.

147Quando furono soli, il pescatore parlò per primo.

— Che volete da me?

— Son venuto ancora una volta a far appello alla vostra amicizia di buon vicino.

— A quale proposito?

— A proposito di vostra figlia.

— Non una parola di più!

— Ascoltate!... Sapete benissimo che io amo Maria e che il mio più vivo desiderio è di prenderla in moglie.

Infatti, da parecchi mesi, egli non dava tregua alla fanciulla con le sue assiduita. E da credere ch'egli fosse spinto più dall'interesse che non dall'amore. Andrea Ferrato godeva d'una certa agiatezza, per essere un semplice pescatore, e in confronto con Carpena, che non possedeva niente, poteva passare per ricco. Era quindi naturale che quell'individuo si fosse proposto di divenire suo genero; ma era ancor più naturale che al pescatore questo partito non garbasse né punto né poco.

— Carpena, rispose freddamente Andrea Ferrato, vi siete già rivolto a mia figlia, che vi ha detto di no. Vi siete rivolto a me, e vi ho detto di no. Insistete ancora, e vi ripeto: no, per l'ultima volta!

Il volto del salinarolo si contrasse violentemente, le sue labbra s'erano schiuse lasciando intravedere i denti; i suoi occhi lanciavano sguardi inferociti. Ma la poca luce non permise ad Andrea Ferrato di osservare quella sinistra fisionomia.

— E la vostra ultima parola? chiese Carpena.

— È la mia ultima parola, giacché suppongo che voi non vi arrischierete più a farmi una simile proposta. In ogni caso, voi non avrete mai da me una risposta diversa.

— Rinnoverò la mia domanda, se Maria mi dirà di farlo.

— Lei!, esclamò Andrea Ferrato, lei!... Sapete bene che mia figlia non ha per voi né amicizia né stima!

— I suoi sentimenti potrebbero cambiare, dopo un colloquio che avrò con lei, rispose Carpena.

— Un colloquio?

— Sì, desidero parlarle.

— E quando?

— Subito!... E necessario che le parli questa sera medesima.

— Rifiuto io per lei.

— Badate a quel che fate, disse Carpena alzando la voce.

— Che posso temere?

— Mi vendicherò.

— E vendicati pure, se lo puoi e se osi farlo, ribattè Andrea Ferrato, che s'era adirato a sua volta. Le tue minacce non mi fanno paura, lo sai bene! Ed ora esci, o ti caccio fuori di qui!

Il sangue salì agli occhi di Carpena. Sembrò che volesse saltare addosso al pescatore, ma seppe padroneggiarsi, e, spinta violentemente la porta, si precipitò nell'altra stanza, quindi uscì da quella casa senza aver pronunciato parola.

Se n'era appena andato che il conte Sandorf, il quale non aveva perduta una sillaba di quel colloquio, comparve sulla soglia, s'avvicinò al pescatore e gli disse a voce bassa:

— Quell'uomo ci conosce: è lui che ci ha denunziati ai gendarmi. Ci ha visto, quando siamo sbarcati presso il Canale di Leme. Certo ci ha seguiti fino a Rovigno e sa che siamo nascosti in casa vostra. Lasciateci fuggire subito, altrimenti noi siamo perduti... e voi pure!


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This page compliments of Marisa Ciceran 

Created: Wednesday, February 09, 2005; Last updated: Thursday, November 24, 2011
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