Trattto da: http://www.filosofia.lettere.unipd.it/storf/bottin/papers/PATRIZI.html


Francesco Patrizi e l’aristotelismo padovano

1. L’autodidatta della sapienza.

Nella nota lettera datata 12 gennaio 1587 a Baccio Valori, nella quale Francesco Patrizi delinea, con intenti certamente autoelogiativo, un rapido profilo della sua formazione culturale, il pensatore chersino dedica poche righe al suo soggiorno presso l’Università di Padova:

"... l’anno 1547 fu mandato a studio a Padova. Ove quella prima state, trovato un Xenofonte greco e latino, senza niuna guida o aiuto, si mise nella lingua greca, di che havea certi pochi principi in Inghilstat, e fece tanto profitto che a principio di novembre e di studio ardì di studiare e il testo di Aristotile e i commentatori sopra la Loica greci. Andò ad udir il Tomitano, famoso loico, ma non gli pose mai piacere, senza saper dire perché, onde studiò loica da sè. L’anno sequente entrò alla filosofia di un certo Alberto e del Genoa e nè anco questi gli poterono piacere, onde studiò da sè. In fin di studio udì il Monte medico, e gli piacque per il metodo di trattar le cose, e così Bassiano Lando, di cui fu scolare mentre stette in istudio. E fra tanto, sentendo un frate di S. Francesco sostentar conclusioni platoniche, se ne innamorò, e fatto poi seco amicizia dimandogli che lo inviasse per la via di Platone. Gli propose come per via ottima la Teologia del Ficino, a che si diede con grande avidità: E tale fu il principio di quello che poi sempre ha seguitato."

L’intera lettera intende offrire al suo illustre protettore fiorentino l’immagine di uno studioso che non ha avuto maestri, tanto meno tra gli aristotelici, che non ha seguito "scuole" e che ha fatto da solo la scoperta del platonismo. Il suo soggiorno a Padova, allora il centro più importante della filosofia aristotelica, in questa prospettiva viene presentato come una pura casualità, altamente fortunata peraltro, perché, non ostante il clima avverso, riesce a metterlo sulle tracce di Marsilio Ficino.

Paradossalmente, restando a questo racconto, si potrebbe pensare che Padova, verso la metà del ‘500, fosse il luogo ideale, sia pure come reazione all’imperante aristotelismo, per scoprire il platonismo ficiniano.

In realtà, il brano sembra costruito con estrema perizia per allontanare da sé il sospetto di aver appreso qualcosa da altri, di aver seguito (sia pure per necessità di discepolanza) l’insegnamento di qualche aristotelico padovano, di essere insomma entrato in contatto, durante la sua giovinezza con gli odiati "maestri aristotelici". Egli riconosce candidamente di non aver mai capito perché non gli piacessero; tutta la sua produzione letteraria e filosofica, invece, sta a dimostrare che egli sapeva benissimo perché non provava simpatia per quel tipo di cultura. Ciò che al Patrizi preme di mettere in evidenza in questa lettera non sono le polemiche di scuola, ma l’immagine di un grande "autodidatta della sapienza", dell’uomo che ha costruito da sé il proprio sapere andandolo a scoprire direttamente alle fonti antiche, immagine tanto congeniale agli umanisti.

2. Ritrovi platonici e aristotelismo di scuola nelle prime esperienze culturali del Patrizi.

In realtà, lo Studio di Padova e la vivace vita intellettuale che vi si svolgeva sono ampiamente riecheggiati sia ne La Città felice e in altre composizioni relative agli anni 1551-1543, sia nei Della Historia diece dialoghi del 1560.

La lettura di questi testi, di impostazione platonica, sembra rinviare ai numerosi cenacoli platonici che stavano sorgendo nella "aristotelica" Padova. Per lo più si tratta di cenacoli, di "ridotti", di accademie che si sviluppano accanto alla vita ufficiale dello Studio e che sono animate prevalentemente dai rampolli della nobiltà veneziana che venivano inviati a formarsi culturalmente presso lo Studio di Padova, ma che raramente completavano i curricula scolastici, poiché gli impegni politici ed amministrativi ad un certo punto finivano per assorbirli. In questi ambienti, in generale, varie forme di platonismo si oppongono agli "aristotelismi" più o meno rigorosi insegnati nello Studio. E’ questo clima, genericamente "platonizzante", ma impregnato di elementi aristotelici, che caratterizza anche la produzione letteraria del Patrizi nel primo periodo padovano. Le battute di avvio de La città felice, operetta composta a Padova nel 1552 con intenti apertamente platonici, ad esempio, sono di fatto una dichiarazione esplicita di filosofia aristotelica:

... desiderando l’uomo, sì come tutte l’altre cose create, il ben suo, lo desidera tale che il desiderio suo in quello habbia riposo e fine, né possa continuamente desiderarne un maggiore, ch’altrimenti il desiderio suo sarebbe vano e anderebbe la cosa in infinito. Questo ultimo adunque et sommo bene, nel quale egli si riposa, è la propria felicità dell’huomo della quale maggior bene alcuno egli non si può in questo mondo acquistare ... laonde saviamente Aristotele ... descrisse la felicità un’operatione secondo la virtù perfetta, senza impedimento, in vita compiuta, nel primo membro comprendendo le virtù tutte.

Nella stessa operetta in varie altre occasioni il platonismo che la caratterizza nel suo insieme è continuamente "mescolato" alle consuete e più solide dottrine aristoteliche, come l’importanza data al <<tenace legame, col quale il corpo sta all’anima legato>>, anche se Platone è sempre il primo filosofo nominato in queste prese di posizione:

È opinione di Platone, di Aristotele e di tutti gli altri filosofi e medici, ed oltre ciò sensatamente si prova, che tanto tempo vive l’uomo, quanto l’anima sta col corpo legata, e l’anima tanto lungamente dimora con lui, quanto dura il vincolo, che insieme gli tiene ristretti, e questo vincolo sono gli spiriti, detti dai preallegati filosofi e medici, primi istrumenti dell’anima.

Aristotele, da solo o unitamente a Platone e a Cicerone, continua a fornire al Patrizi la fonte più immediata delle sue assunzioni teoriche sia nella esplicita rivendicazione del carattere platonico della poetica petrarchesca che nella definizione dell’essenza dell’onore nel dialogo Il Barignano.

Nel commento al sonetto petrarchesco, come nella ambientazione del dialogo sull’onore, la vita culturale della città veneta costituisce lo sfondo concreto entro il quale vengono proposte queste produzioni letterarie. Nel primo caso è lo stesso Patrizi a ricordare di essere stato vivamente pregato di mettere per iscritto il commento tenuto in un cenacolo privato di amici; nel secondo caso l’affollata ed irrequieta vita universitaria ("Et lo studio è assai fiorito per questo anno, che si stima che arrivino presso a due mila scolari, ma essi sono pur in briga et molte nationi stanno sull’arme ...) con i suoi falsi concetti di onore, di stima e di gloria costituisce l’occasione per discettare "platonicamente" sull’onore, anche se la definizione assunta è esplicitamente aristotelica:

Aristotile dice l’honore non esser altro che premio della virtù. Et questo medesimo dice Cicerone.

Un altro soggiorno padovano intorno al 1565 costituisce ancora lo sfondo culturale ed umano per buona parte dei suoi Della Historia diece dialoghi. In essi si discute non solo del sito nel quale sarebbe stata fondata inizialmente Padova, ma all’inizio del X dialogo il chersino rievoca anche la vita intellettuale e le discussioni storiche che vi conduceva, sia pure in un momento particolarmente drammatico per lui e per i suoi amici colpiti dalla peste.

3. "Scemar il credito alla filosofia di Aristotele" senza irritare i grandi maestri dello Studio padovano.

Anche il terzo importante soggiorno presso la città veneta viene rievocato dal Patrizi, ma con un tono completamente differente da quello descritto nella lettera a Baccio Valori. Nella prefazione al primo libro delle Discussiones Peripateticae egli ricorda con grande gioia il suo ritorno verso il 1570 - dopo il periodo di permanenza a Cipro, prima al servizio di Giorgio Contarini conte di Zaffo e poi come come segretario del vescovo di Nicosia, Filippo Mocenigo - nella Università di Padova, come istitutore del giovane Zaccaria Antonio Mocenigo, al seguito dello zio:

cum eo [lo zio paterno, il vescovo Filippo Mocenigo] etiam Patavium sum profectus. Quae res mihi post tam longum studiorum meorum exilium optatissima omnium contigit. Ibi me ad vetera mea studia revocavi, illis totum me reddidi, veteres cogitationes resumpsi. Aderas et tu una cum patruo, studiorum gratia, Aristotelicae philosophiae initiatus viros doctissimos audiebas, quae audisses mecum conferebas ... .

Il Patrizi delinea la prima origine della sua vasta opera su Aristotele proprio dalle vive discussioni e dallo scambio di idee con i doctissimi viri dello Studio padovano, e dalle richieste di spiegazioni del suo giovane allievo:

Quae [le grandi doti del giovane Zaccaria] cum Patavii essemus praesagiens ego, libentissime ex te exquirebam et quae a doctoribus tuis, viris celeberrimi nominis Federico Pendasio et Octaviano Amaltheo, qui te in Aristotelis Ethicis ac Logicis instituendum susceperant, audiebas et quae tu te ipse vel studiose legeres vel commentareris: comunicabam tecum ex meis studiis quae tibi profutura sperabam, aliquid et praelegebam; te ad Aristotelem totum percognoscendum assidue adhortabar.

Il contesto complessivo è ben delineato: da un lato vi sono i grandi maestri aristotelici dello Studio patavino, dall’altro un Francesco Patrizi ormai culturalmente formato, che non dichiara più di non provare alcun interesse per Aristotele, ma che è uno studioso giunto alla maturità intellettuale grazie ai suoi profondi studi; nel mezzo la giovane mente di Mocenigo, che viene formato nella filosofia di Aristotele anche mediante le correzioni e le rettifiche del Patrizi:

... que optima ex Aristotelis sententia philosophandi ratio esset, quaeque optima in Aristotelis dogmatibus pervidendis esset methodus, exposui ... me felicem satis tibi viam aperuisse, qua Aristotelicam philosophiam aggrederis, eam facilius cognosceres et felicius consequeris.

D’altra parte il Patrizi, nel dedicare la sua grande opera al suo ex pupillo ormai avviato al cursus honorum proprio della sua condizione sociale, riconosce apertamente che il patrizio veneziano è rimasto fedele alla filosofia aristotelica e ciò, ovviamente, conferma la moderazione dello stesso pensatore chersino durante gli anni padovani:

In qua expectatione, philosophos, quos Patavii audiebas omnesque alios, qui te sine livore norunt, confirmasti, in diesque magis confirmas.

Naturalmente, anche in questo caso il Patrizi non evita di circondare la sua attività letteraria di un’aria mitica, secondo i grandi modelli umanistici:

Ecce me fati quaedam vis, quae me novem annorum puerum, ad hanc usque aetatem peregrinationibus continuis terraque marique exercuerat, in Hispanias abripuit ... aliam rem de alia nectendo in eam magnitudinem quam vides excrevit.

In questa sua attività di istitutore del giovane Mocenigo e di acuto critico della filosofia aristotelica egli non intende allontanarsi dal metodo dello stesso Aristotele:

In quibus omnibus institutum illud servavi ut nihil sine Aristotelis sententia philosophandi ratio esset, quaeque optime in Aristotelis dogmatibus providendis esset methodus exposui.

Queste esplicite dichiarazioni, premesse al primo tomo delle Discussiones Peripateticae, contrastano decisamente sia con le reali intenzioni del chersino a noi note per altra via, sia con l’attacco deciso portato alla filosofia di Aristotele. In effetti, ci è nota una lettera di Antonio Persio, indirizzata a Gian Vincenzo Pinelli, concernente appunto i progetti filosofici del Patrizi. Va precisato che il Pinelli ed il Patrizi erano in quel periodo in stretti rapporti di amicizia e che il Patrizi solo qualche mese prima gli aveva anticipato di aver <<raccolto molti fragmenti et cosette e dogmi de li antichissimi philosophi gentili e greci, qui ante Platonem et Aristotilem scripserunt, li quali tutti in un volume voglio stampare>>. Nella stessa lettera il Patrizi si spingeva a chiedere altro materiale, oltre ad una vita di Pitagora già ricevuta, perché - aggiungeva - <<in ogni modo anderà tutto il libro sotto il nome di Vostra Signoria>>. Qualche giorno dopo un’altra lettera precisava meglio il titolo del libro e dava una lista di testi antichi di cui si sarebbe servito. Il titolo non preannunciava alcun attacco diretto contro Aristotele: Antiquissimorum sapientium, tam Gentilium quam Graecorum, qui ante Platonem atque Aristotelem philosophati sunt, libelli, fragmenta, dogmata.

Nel novembre del 1571, quando il Pinelli chiede a Persio notizie sull’opera del comune amico Patrizi, evidentemente diffidando ormai degli scopi della sua ricerca erudita, le Discussiones Peripateticae erano già in corso di stampa, ma non saranno dedicate all’amico Gian Vincenzo Pinelli, mecenate e in buona misura anche corresponsabile delle ricerche sulla filosofia presocratica. Forse, a seguito della breve comunicazione di Persio, il Pinelli ebbe conferma delle reali intenzioni del Patrizi e ritirò la sua disponibilità ad essere il destinatario dello scritto? Tutto ciò sembra plausibile alla luce dei documenti finora in possesso.

La pubblicazione del primo volume delle Discussiones Peripateticae in ogni caso non suscitò particolari reazioni tra gli aristotelici padovani. Non è difficile supporre, anche in questo caso, che l’influenza esercitata dal Pinelli negli ambienti dotti padovani abbia contribuito a far circondare l’opera del chersino da un freddo distacco.

4. Alle prese con un "pedagogus", mentre i "doctissimi viri" aristotelici tacciono.

In verità, non si hanno reazioni particolarmente critiche nemmeno dopo la pubblicazione degli altri tre libri nel 1581. E’ noto che fu solo un certo Teodoro Angelucci, un precettore privato che operava in quel momento nella città di Treviso, ad entrare in polemica con il Patrizi, dando alle stampe la Nova Sententia quod Metaphysica sint eadem, quae Physica (1584). La rilettura di questa polemica può consentire qualche spiraglio di chiarezza "storica" - tra tante ricostruzioni letterarie troppo interessate che lo stesso Patrizi propone - sul senso delle sue critiche alla filosofia aristotelica e sul modo nel quale i contemporanei le recepirono.

Va innanzitutto precisato che Teodoro Angelucci si era limitato a considerare alquanto temerarie le congetture storiche del Patrizi sulla formazione della Metafisica aristotelica, ma non aveva fatto alcun accenno al suo antiaristotelismo. La discussione appare a prima vista di carattere tecnico tra due seguaci di Aristotele, dotati entrambi di una vasta erudizione umanistica. Per la verità nel titolo della sua operetta l’Angelucci accenna alla <<mira subtilitate et facilitate>> con cui vorrebbe esporre il pensiero di Aristotele, ma in essa non vi è nulla del rigore logico e formale proprio dei maestri della subtilitas medievale. Nella trattazione l’anonimo, ma combattivo pedagogus, dimostra di conoscere vagamente le critiche del Calculator, Richard Swineshead, a riguardo del tema della reactio, ma solo per affermare che esse possono essere risolte facilmente in favore di Aristotele.

Il Patrizi risponde in maniera violenta con una operetta nella quale si preoccupa di mettere in evidenza la scarsa "ufficialità" dell’intervento del suo avversario. Ma, ciò che è ancor più significativo, va precisato che il Patrizi nel rispondere dedicherà il suo opuscolo all’allora giovane di circa trenta anni Cesare Cremonini, che per il Patrizi è già un <<insigne filosofo>>, come lo designa in segno di grande stima. Anzi il chersino fa apertamente appello alla dottrina del futuro grande maestro, quasi con l’intento di porlo come arbitro della disputa:

Scimus enim te falsas ac futiles adversarii nostri et malignas obiectiones nostrasque verissimas ac solidas defensiones optime posse dijudicare.

Certo, questo "Angelucci" è un ben misero avversario per lui che si aspettava un’alta discussione con i più autorevoli maestri dello Studio, ma le osservazioni più significative della sua risposta sembrano rivolte a questi ultimi. Da tali osservazioni traspare sostanzialmente un atteggiamento di mitigazione e di tolleranza. Tutto ciò che il Patrizi sembra rivendicare è la legittimità di professare una filosofia "diversa" da quella degli aristotelici:

Sed regnate, quousque vobis vel liceat vel libeat. Nos vero homunculos sinite vivere, sinite spirare, sinite communi hac aura frui, permittite in philosophia aliquid sentire quod Aristotelicum non sit. Non nos despicite, non nos iurgiis lacessite, non calumniis onerate. Non nobis irascimini, quod ea quae vos non suscipimus aut suscipimus; permittite ut Platonici esse possimus, si velimus, Plotini et Procli et Damascii in philosophia amici magis quam vestrorum procerum Aven Rois, Dunsi, Burlei, Ianduni, Tatareti et talium in philosophia quisquiliarum. Permittite nos ex ingeniolo etiam nostro exiguo illo quidem, attamen libero, aliquid commentari et naturali ingeniorum iure et libertate uti; ne in nos tyrannidem exerceatis, ne in vestra vinculo, ne in cimerias, vestrorum contentionum et in certitudinum tenebras coniiciatis.

Ci si trova in tal modo di fronte ad una strana situazione e tale dovette apparire allo stesso Angelucci: nessun aristotelico di primo piano controbatte alle critiche "eversive" del Patrizi, lo stesso Angelucci limita i propri rilievi alle ipotesi patriziane sulla composizione della Metafisica senza accennare minimamente alle critiche antiaristoteliche più aspre; però il Patrizi si comporta già come una "vittima" della arroganza degli aristotelici, tanto da non curarsi più dell’insignificante Angelucci e da rivolgersi direttamente ad essi. Nessuno degli aristotelici più autorevoli, tuttavia, scenderà a confutare le sue opinioni.

In effetti, Angelucci dimostra apertamente di essere rimasto esterrefatto dalla reazione così violenta contro la sua persona senza che vi fossero seri motivi, per cui nella risposta, pubblicata a Venezia l’anno successivo, dovrà impiegare pagine e pagine per smontare le accuse più biliose del Patrizi, cioè quelle relative alla sua formazione (non aveva studiato a Parigi, non era un teologo scolastico) e alla sua attività (non era un magister domus e nemmeno un pedagogus che si faceva passare per philosophus, come aveva malignamente insinuato il chersino) e alla natura della sua opera (non era affatto una riproposta in chiave scolastica di Aristotele, ma una ricostruzione storico-filologica, secondo il metodo ormai ben consoliditato tra gli aristotelici padovani da almeno un secolo).

A questo punto anche l’Angelucci si cerca un arbitro al di sopra delle parti; egli tuttavia non lo cerca tra i filosofi aristotelici di professione, come aveva fatto il Patrizi, bensì tra gli scienziati più dotti dell’ambiente padovano, e interpella Melchiorre Guilandino, a tale data ormai riconosciuto esponente della nuova cultura scientifica umanistica, basata sul recupero dei testi antichi, ma anche sulla osservazione diretta della natura. In realtà l’Angelucci dura fatica a far capire che la ricostruzione storica sta a cuore anche agli Aristotelici padovani sebbene tali questioni poi non servano molto a far comprendere la natura dei problemi scientifici, filosofici e logici discussi nelle opere di Aristotele. Solo ora l’Angelucci seleziona dall’opera del Patrizi i brani più violentemente antiperipatetici e li segnala agli Aristotelici, ai quali l’opera tutto sommato doveva essere passata inosservata o al massimo apparsa come uno dei tanti tentativi di riproporre la sapientia veterum philosophorum a scapito delle sistematica ed organizzata filosofia aristotelica.

D’altra parte il panorama filosofico dello Studio patavino appariva libero e tollerante allo stesso Patrizi, tanto che vi potevano trovare ospitalità non solo pensatori di diverso orientamento, come il vescovo Filippo Mocenigo, grazie al quale egli può tornare con entusiasmo ai suoi studi, ma anche molti eretici perseguitati dall’Inquisizione, come era accaduto in passato proprio allo zio paterno, Gian Giorgio Patrizio.

Resta il fatto che l’opera antiaristotelica del Patrizi, mascherata fino al momento della stampa sotto una forma di recupero della sapienza degli antichi, non fu in grado di far ottenere al chersino né la celebrità di una nuova proposta platonica, né la notorietà del polemista. In effetti, quando qualche anno più tardi Agostino Nani, nella sua lettera premessa al De recta philosophandi ratione di Agostino Valier, dissertando sul "giusto metodo per filosofare", si ricorderà di molti platonici delle passate generazioni e della età presente, indicherà non tanto il Patrizi, ma il suo protettore, il vescovo Filippo Mocenigo come esponente illustre del platonismo a Padova.

5. L’enigma del "copei": la storiografia ermetica di un platonico a Padova.

Francesco Patrizi, da un lato, sembra perfettamente consapevole della evoluzione filologica subita dall’aristotelismo padovano. Egli, in effetti, ricorda con precisione Francesco Cavalli, che nel secolo precedente aveva iniziato per primo lo studio di Aristotele direttamente sul testo greco, e ha una così grande stima della sua competenza filologica da appoggiarsi alla sua autorità nell’intricata questione relativa ai rapporti tra il De generatione e il De animalibus. Inoltre elogia la traduzione dal greco dei Parva naturalia eseguita da Niccolò Leonico Tomeo circa cinquant’anni prima e delinea in questi termini alquanto ironici il ?ta expositione novum genus ortum

Nello stesso tempo, tuttavia, ignora completamente il contributo degli aristotelici padovani alla sistemazione delle opere di Aristotele, ad iniziare dal De numero et ordine partium ac librorum physicae doctrinae Aristotelis dello stesso Cavalli e dalla Censura librorum Aristotelis qui revocantur in dubium di Francesco Storella. Nelle sue frequenti polemiche con Teodoro Gaza sulla composizione delle opere aristoteliche dimentica totalmente il lavoro di revisione di Agostino Nifo.

Il chersino si mostra inoltre reticente sugli studi che nell’ambiente padovano avevano già messo in luce la sapienza degli antichi filosofi precedenti ad Aristotele e allo stesso Platone. Nella sua opera di così vasta erudizione, ad esempio, non accenna in alcun modo al De priscorum sapientum placitis ac optimo philosophandi genere, sententiae et theoremata varia, ad ingenuas disciplinas pertinentia di Luigi Pesaro, pubblicato a Padova nel 1567. Certo l’operetta si concludeva con la esaltazione del metodo aristotelico, <<optimum philosophandi genus>>, che certamente il Patrizi non era disposto ad accettare, ma il lavoro di raccolta e di sistemazione del materiale relativo ai primi filosofi era già ben avviato.

Il Patrizi risulta essere reticente anche su quella forma di cripto-platonismo che caratterizza l’insegnamento di Francesco Piccolomini e che tanto influsso sembra aver esercitato tra i giovani patrizi veneziani che frequentavano l’Università.

In ogni caso, le vicende relative alla pubblicazione del primo tomo delle Discussiones peripateticae lasciano chiaramente intravvedere l’intento del Patrizi di non apparire troppo "anti-aristotelico", anzi egli sembra far uso di molti stratagemmi per essere preso per un aristotelico, anche se un po’ particolare. Questa impressione è confermata da un appunto risalente al 12 aprile 1570, cioè circa un anno e mezzo prima della pubblicazione del primo tomo delle Discussiones, quando era a Padova. In tale scritto, che porta il titolo di L’insegna del Patritio, si parla di un albero tipico della flora cubana, il copei, le cui foglie venivano utilizzate dagli spagnoli al posto della carta da scrivere. Il Patrizi al riguardo riporta un gustoso racconto sul modo di nascondere dei messaggi sulle foglie del copei ed esplicitamente confessa:

.... mi son servito di questa historia solo dello scoprir altrui occultamente che fa il copei, e volli intendere sotto enimma che quel tomo [cioè il primo tomo delle Discussiones] parlava, ma oscuramente, la mia intentione, la quale ho speranza che sarà eterna, segnata per l’edera sempre verde ... le quattro foglie [cioè i quattro tomi delle Discussiones] dicono che la mia intentione si stenderà sopra la materia, sopra la natura, sopra l’anima et sopra la mente ...

Ci sono fondati motivi per ritenere che, per quanto il progetto dell’opera e le simpatie filosofiche del Patrizi fossero ben delineati molto tempo prima della pubblicazione del primo tomo nel 1571, egli abbia a lungo esitato sulla direzione specifica da prendere nei suoi studi. In un certo senso egli coglie perfettamente nel segno quando critica il sistema scolastico del suo tempo, che utilizza la filosofia di Aristotele unicamente come uno strumento razionale adatto per la sistemazione delle scienze e in particolare per la professione medica:

... idque commodo auditorum aiunt statutum, uti scilicet quam citissime medici efficiantur, possintque humano generi ocyssime opitulari; non autem inani philosophia plus temporis terere quam medicinae usus requirat

Tale atteggiamento conduce gli aristotelici, anche nella sede universitaria di Padova, rinomatissima per la sua fedeltà ad Aristotele, a conoscere solo le poche opere del filosofo greco che meglio si prestano per i loro scopi didattici e a trascurare tutto il resto. Paradossalmente l’antiaristotelismo del Patrizi arriva a combattere il grande filosofo greco incitando alla conoscenza completa delle sue opere. Nelle sue intenzioni sarà proprio la conoscenza del totus Aristoteles, qual era allora disponibile nella edizione aldina, a far "scemar il credito alla filosofia di Aristotele". Come si può ben capire si tratta di un atteggiamento storiografico alquanto bizzarro, capace di disorientare, all’inizio, anche i suoi amici padovani più stretti.

In effetti, la stesura finale delle Discussiones risente dell’influsso di due tendenze differenti della cultura del tempo: da un lato vi è il recupero delle filosofie precedenti ad Aristotele e dell’Aristotele autentico, dall’altro vi è il veleno dell’attacco diretto contro il filosofo greco, secondo un tópos ormai ben collaudato nei pensatori umanisti. Tuttavia, mentre il primo tomo previlegia la prima istanza, secondo una tendenza già presente presso molti aristotelici padovani, gli altri tre si avviano decisamente per la strada della polemica antiaristotelica.


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