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Reprinted from: http://www.ecu.edu/medieval/AUTOB.HTM (moved) |
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[Note: the following is the text of two letters of Patricius brought to light by A. Solerti in 1886 in Archivio storico per Trieste, l'Istria e il Trentino. Solerti in his introduction to the letters relates how he discovered them in the Biblioteca Nazionale in Florence and was immediately impressed by the information they revealed about their author, information that had not been well know previously.] |
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Molto Ill.mo S.r mio oss.mo Per molte occupationi, non prima ch’ora vengo ad appagare il desiderio suo, et a pagare la promessa mia di dirle i particolari di mia vita; tra' quali molti saranno di niuna stima. Ma perchè sieno tutti, e necessario dirli; facciasene poi l'amico quel divisamento che parra' a lui. L'anno 1529, a' 25 d'Aprile, nacque Fran.co Patricio in Cherso terra d'una delle antiche Absinidi in Liburnia, nel Quarnaro, la qual terra o isola Plinio chiama Crexa, Tolomeo Crepsa: di padre Stefano Fabricio, huom primo tra la nobiltà, (2) Certo è che un Stefanello venne di Bosina, con quanto potè portare da quella ruina, e comperò gran parte de'pascoli dell'isola, che sono poi state le ricchezze e il sostegno della casa. Mandato fanciullo alla scuola,il primo giorno, con maraviglia del maestro imparò a leggere. E fu sempre il primo nelle classi de' scolari. L'anno ‘38, il padre il mandò con un suo fratello ch'era capitano della galera della terra, che i Signori sogliono concedere alle città di Dalmazia. Si trovò alla fattione della Prevesa, e di Castelnuovo, e poi nella fuga del Pacsa, e vi fu quasi presso da Dragute. Vide la rendita di Napoli e di Malvasia, e attendato il campo turcheso. Del '42 vennero a Venezia a disarmare. Fra questo tempo si scordò da prima di leggere, poi, trovato su la galea a caso un libretto detto Fior di virtù, e da se' rimparò, e poi del continuo di propria inclinatione leggea libri di battaglia, tanto che il zio si maravigliava di così continua e spontanea letione. Venuti a Venezia, volle il zio che fosse mercante, e lo mandò alla scuola, come dicono, d'abaco e quaderno. Ma il padre, intendendo quella inclination al leggere, volle che fosse mandato ad imparar grammatica; e andò da un prete Anerea fiorentino, che correggea stampe a' Giunti; fece tosto profitto. Poi il richiamò a casa, e quindi con certa occasione il mandò per istudiare in Inghilstat in Baviera, ove stette fino alla guerra di Carlo V contro a' Protestanti, per la quale in capo a 15 mesi tornò a casa; frequentò la scuola, e di maggio, l'anno 1547, fu mandato a studio a Padova. Ove quella prima state, trovato un Xenofonte greco e latino, senza niuna guida o aiuto, si rimise nella lingua greca, di che havea havuti certi pochi principi in Inghilstat, e fece tanto profitto, che a principio di novembre e di studio ardì di studiare e il testo di Aristotele e i commentatori sopra la loica Greci. Andò ad udir il Tomtano, famoso loico, ma non gli pose mai piacere, senza saper dire perchè, onde studiò loica da se. L'anno seguente entrò alla filosofia di un certo Alberto, e del Genoa, e ne' anco questi gli poterono piacere, e studiò da se. In fin di studio udì il Monti medico, e gli piacque per il metodo di trattar le cose; e così Bassiano Lando, di cui fu scolare mentre stette in istudio. E fra tanto, sentendo un frate di S. Franc.so sostentar conclusioni platoniche, se ne innamorò, e fatto poi seco amicizia dimandogli che lo inviasse per la via di Platone. Gli propose come per via ottima la Teologia del Ficino, a che si diede con grande avidità; e tale fu il principio di quello studio che poi sempre ha seguitato. L'anno 1551 gli morì il padre, onde deliberò di non volere esser medico, e vendè Galeno e gli altri libri di medicina; e per affari famigliari gli convenne dar una volta a casa; e, accomodatigli per allora, tornò a Padova. Ma l'anno '54 convenne che tornasse a casa, e si mettesse in lite con quel zio che l’havea guidato in galea per lo mondo. Durò alquanti anni, e in questi entrò in briga di questione con un cavaliere suo cugino; rimase su l'honor suo. Del '57, passato il mare in Ancona, fu a Roma, ed impetrò un beneficio assai buono, ma in sul prenderne possesso il medesimo zio se gli oppose, onde si rinnovò una altra lite che durò fino al '60; e per sostenirla si appoggiò al conte di Zaffo leggendogli l'Etica di Aristotele. L'anno '61 morì il padre al conte, ed egli come primogenito rimase successore della contea che era in Cipri in governo del Sig. Giovanni Contarini suo fratello, il quale richiamò a Venezia, e, non piacendogli gli ordini lasciati nel governo della contea, mandò il P. a riconoscer le cose, e i villaggi, e gli huomini, e i carichi loro e le entrate. II che il P. fece con tanta diligenza che spiacque al Conte e spiacque al fratello e ad un cugino Giorgio Gradonico, che X anni l'havea prima governato; i quali gli sono poi stati sempre nemici. Su le informationi date per lettere al Conte, di potersi migliorare i luoghi e accrescere l'entrate, il Conte il richiamò a Venezia, e propostogli il governo della contea con onorate e utili condizioni il rimandò in Cipri. Il che fu cagion, che il Patricio non andasse a Roma, ove era suo disegno di vivere. Tornato in Cipri, tosto si diede a bonificare un grosso villaggio presso a Famagosta, detto Caloprida, di una bellissima campagna che pativa d'acqua soverchia, e potea riceverne beneficio. Fece alvei per isgravarla, e chiuse tra argini le acque invernali, serbandole per inacquare e seminar bambagia: il che gli riusci felicemente in tanto che il Conte trovò partito di venderlo 43 mila ducati, ove, avanti che il P. lo bonificasse, a ragion d'entrata non valea più di 16 mila. Bonificò un altro casale detto Matoni, cavando l'acqua, che andava perduta sotto la giaia di un torrente, facendovi sotto un muro per traverso, e migliorollo con poca più spesa di ducati 200, di una entrata di 500 di più che valea prima. Ma l’esser andati gli anni del suo governo male, o per troppi secci per le biade, o per la nebbia che essi chiaman mirto, che le aduggia, e tra le spese de' miglioramenti, poco potè mandare al Conte, oltre a gottoni fatti per sua industria ne' due luoghi bonificati. Onde nacque occasione a' suoi nemici di calunniarlo col Conte, onde cominciò questi a lamentarsi con lettere, e ‘l P. a rendere ragioni di se. Le quali vedendo che non erano accettate, chiese licenza di non voler più servire, che gli fu data a molte repliche fatte; il casale venduto per lo sudetto prezzo; e volendo il P. venir a Venezia a rendere conto della sua amministrazione, fu lasciato ad istanza di Filippo Mocenico allora Arcivescovo di Cipri, per segretario e per governatore di tutti i villaggi sottoposti all'Arcivescovato, ove fece alcuni ordini per bonification loro, e in capo a un anno col padrone si tornò a Vinegia e a Padova ove si rimise ne' suoi studi, per più di 6 anni del tutto tralasciati; e in questo mentre, nategli certe male satisfationi dall'arcivescovo e offertogli partito di andare a servire per filosofo il Duca di Francavilla, vicere di Catalogna, accettò il partito, e licentiatosi dall'Arcivescovo andò a Barcellona. Ma trovandosi alla prima giunta mancare nella provisione di denari promessa, e udendo lamentanze del Duca, di essersi tirata una spesa di 500 ducati l'anno in tempo di suoi gran debiti, gli fece dire non essere venuto per incomodarlo, e però dessegli viatico per lo ritorno, che tornerebbe ond'era venuto. Così fu fatto; e per non riportare molte casse di libri che havea seco condotti, nel vendergli s'accorse che vi si guadagnava assai; da che invitato, lasciò un servitore, tolto a Famagosta dall’ ospitale infermo, con un da Reggio, che aspettasse che io lor mandassi libri da Venezia, e così feci, facendo seco compagnia nel guadagno. II primo anno riposer bene; ma mandato con altro tal capitale due nipoti di sorella rimasa vedova e povera, venuti in discordia tra loro non mandavano ne questi ne quelli più i ritratti. E fra tanto andava l'armata turchesca in Cipri, e trovato alle Saline molti gran sacconi di gottone de' suci, ch'egli havea fatto fare da un suo compagno a cui havea lasciati ducati 3500 da investire, tutti gli perde; che se venivano a Venezia salvi, triplicava li dinati, e stava ben per sempre. Ma oltre a questa perdita, non cavò utile niuno, anzi hebbe molto danno in rihavere ducati 725 lasciati al suo andar in Spagna ad un amico che gli trafficasse a metà a guadagno; ma senza niun utile a pena gli rihebbe, e andarono a pagar i libri mandati a color in Spagna, e non bastarono. E in questo stesso tempo dimandando il Patricio al Conte di Zaffo ad osservargli la premessa di dargli ducati 200 d'entrata se migliorava i luoghi suoi, cominciò a perseguitarlo, e per liti e per altro. Onde, astretto da necessità, convenne tornar in Spagna a rimediare a' disordini de' suoi; e bisognò entrar in lite cò nipoti, e con quegli altri, e ir alla corte a vendere al Re per la sua libreria di S. Lorenzo del Scuriale 75 pezzi di libri Greci scritti a mano, tratti di Cipri, rari e non stampati: portai in Ispagna per necessità e con speranza datagli da Diego Guzman di Silva, Ambasciatore a Venezia per lo Re, che mi sarebbon ben pagati e usato anco mercè. Andai alla corte in tempo che v'arrivò anco Don Giovanni; proposi modo al Re con util suo e senza aggravio de' popoli di far un'armata di 300 galere. Fui ascoltato, ma non premiato. Hebbe del prezzo de' libri mille reali soli, e degli altri un dispacchio per Millano di Ducati 660. Tornò a Barcellona, rinnovò la lite con quel di Reggio: in capo di 13 mesi nacque sentenza che si dovesse citar anco il suo compagno che era in Italia. Onde esausto in estremo, convenne tornar in Italia:a trovò la peste a Milano e in Lombardia, onde si fermò a Modona alcuni mesi; fino che, andato il Signor Duca in visita dello stato, per lo mezzo del segretario Montecatino, che l'havea conosciuto in Ferrara del '56, fu chiamato a questo servigio l'anno 1577, ove da quel tempo si riposa, studia e scrive. Molte impertinenze sono qui, e molte cose ha lasciate. Vagliasi l'amico di quelle che per lui fanno. A V. S. III.ma bacio la mano. Di V. S. Ill.ma Di Ferrara, alli 12 gennaio 1587. [FRAN.C° PATRICIO.] |
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Molto Ill.re mio Sig.re oss.mo Ho lette le conclusioni Platoniche del S.r Verino. Tutto è buono, ma si potea trattar più largamente, si come pare a me di haver fatto questi due mesi passati, che in materia Platonica ho fatto 4 Libri. II primo con titolo: De Platonicae philosophiae scopo et prestantia; il 2° Cur Plato dialogo scripserit; il 3° De ordine Platonicorum dialogorurn, e il quarto De Platonicae philosophiae cum christiana consonantia et Aristotelicae ab utraque dissonantia.Dopo fatti iquali, ho ripreso questo mese la mia Filosofia, l'indice de' libri della quale mando qui inchiusi a V. S. insieme con le Deche finite della Poetica. Avvertendo a V. S., che nella filosofia, siccome Aristotile per via del moto trovo il primo motore, così nella Panaugia io lo trovo per via del lume e della luce,e poi nel Pancosmo con metodo Platonico descendo alla produttione delle cose. Ed ora sono dietro a finire: De iis quae in aere fiunt;e seguirò De iis quae in mari et aquis fiunt, particolarmente, e in fine De iis quae fiunt in terra et sub terra.Dopo i quali tesserò De humana philosophia, riconducendo l'huomo in paradiso. V. S. faccia parte di queste mie fatiche al S.r Alberto della Fioraia, al S.r Bardi e agli altri amici intendenti. Di Ferr.a, alli 27 novembre 1589. Di V. S. M. III.re - servitore aff.mo FRAN.co PATRICIO. |
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[Note]
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