Giovanni Quarantotto
Istriani llustri


 La deputazione istriana alla Costituente austriaca del 1848-49*

[Tratto da: Pagine Istriane, Fasc. IV-5, luglio-ottobre (Capodistria, 1923)- http://xoomer.alice.it/histria/storiaecultura/testiedocumenti/bombardieritesti/deputazione_istriana.htm.]

Comunicazione letta l'11 aprile 1923 al X Congresso della «Società nazionale per la storia del Risorgimento italiano», in Trieste. Spoglia delle, note e della parte introduttiva, essa fu stampata dapprima in Le Nuove Provincie (Roma), anno I, fase. 2; pp. 47-58. Venne successivamente inserita negli Atti del X Congresso della Società nazionale per la storia del Risorgimento italiano; Aquila degli Abruzzi, Off. graf. Vecchioni, 1923; pp. 107-132. Qui torna in luce per rendersi accessibile a una cerchia sempre più vasta di studiosi e per mondarsi delle scorrezioni onde apparve in ispecie bruttata, per incuria di chi doveva curarne la stampa, negli Atti suddetti.

Fu anche di recente, e con ragione, osservato che la storia del risorgimento politico d'Italia è non pur da fare, ma da rifare (1).

Certo è tutto da rifare il commentario di quanto venne operando da Campoformio a Vittorio Veneto il partito antiaustriaco e se­paratista in Istria.

Non era davvero il caso, prima della guerra di redenzione, che noi potessimo scoprire da noi stessi certi altarini; forzato riserbo, di cui largamente e astutamente profittarono scrittori per lo più austrofili o dall'Austria indettati, per cercare di volgere ad arbitrarie significazioni i fatti della storia, in servizio solita­mente del pensiero dinastico e militare degli Absburgo.

 Una certa misura dovettero del pari imporsi, mentre stava per isvolgersi o si svolgeva la lotta ultima fra Italia ed Austria, quelli dei nostri fuorusciti che, come il Salata e il Tamaro, erano in grado, per virtù di ricerche già da tempo avviate, di conoscere tutti gli intimi congegni della nostra più recente storia provinciale e potevano scriverne con indiscussa competenza, a rivendicazione di un'idea che non si affievolì mai tra noi ed era il nostro miglior titolo alla redenzione; come avevano dovuto, per ferrea necessità di cose, evitare di cadere in troppi particolari tutti gli assertori e propagandisti del diritto e delle aspirazioni nostre nel '48-'49, nel '59, nel '66, nei '78, ogni qualvolta, cioè, si fosse affacciata anche per l'Istria la possibilità di un definitivo ritorno all'Italia.

 Nessuno stupore pertanto che di quella che fu nell'ultimo secolo la nostra più vera e più libera storia soltanto poche ed incerte notizie sieno trapelate finora, e che l'Istria sia in questo riguardo poco meno che un'incognita alle stesse giovani generazioni istriane.

 Ma oggi che l'Italia non è più aggiogata al duro carro della Triplice e che la polizia, le carceri e i patiboli dell'Austria sono, grazie a Dio, dileguati per sempre insieme con essa, eccoci finalmente in grado di dar mano a una redazione ampia, circostan­ziata e soprattutto imparziale della nostra domestica storia durante il lungo titanico travaglio sostenuto dalla nazione per conseguire la propria unità e l'indipendenza politica. E siccome non v'ha storia senza indagine minuta, senza amorosa e intelligente inve­stigazione d'archivi, di memorie, di epistolari, di testimonianze d'ogni genere e specie, così facciamoci a interrogare piamente quanto ancora sussiste che ci riporti alle più degne e magnanime azioni dei padri.

 Tutto non potremo rintracciare: non potremo in primo luogo rinvenire ciò che l'Austria stessa distrusse o andò per timore di essa distrutto; ma quel tanto che potè salvarsi e che noi riusciremo a ridare in luce sarà pur sempre bastevole a costruire sopra genuine e incrollabili basi la storia istriana degli ultimi cent'anni; la quale storia altro non è né può essere se non la narrazione degli sforzi fatti dai migliori dei nostri nel duplice intento di contribuire col consiglio e con l'opera al riscatto della nazione e di conservare integro e saldo all'Italia il suo estremo baluardo orientale.

II.

Non molte epoche della moderna storia istriana esercitano sullo studioso tanta forza d'attrazione quanta suole esercitarne il breve periodo racchiuso fra lo scoppiare, lo svolgersi e il finire delle agitazioni quarantottesche.

Gli è che nel '48-'49 l'Istria, dopo mezzo secolo di quasi ininterrotta sovranità austriaca, in cui il governo di Vienna ha fatto di tutto per amicarsela, destramente alternando le blandizie con le minacce; dopo mezzo secolo di compressa e taciturna vita, povera di fatti esteriori e ricca solo di rimpianti, nel corso del quale è lentamente maturato, come il fuoco nella chiusa stiva di una nave, il nuovo pensiero politico e patriottico, ed hanno rivolto le spalle allo straniero anche quei pochi nobili che nel 1797 e nel 1814 gli avevano fatto buon viso come ad una forza d'ordine e di conservazione; si rivela ad un tratto, senza riguardi, senza esitazioni e senza timori, per ciò che veramente è e sempre fu: per una terra italiana desiderosa di essere riconosciuta e di restar tale. Non hanno altro significato il fremito che tutta percorre la piccola penisola alle infuocate notizie giungenti da Vienna, da Milano, da Venezia, da Roma; il concorde acclamare, sin nelle più minuscole e remote borgate, alla libertà, alla costituzione, a Pio IX, all'Italia; l'adornarsi di coccarde tricolori e il costituire, con foga alle volte quasi puerile, dei corpi di guardia nazionale; l'uscire in scialuppa sul mare ad accogliere in festa la squadra sarda dell'ammiraglio Albini, indarno, ahimè, incrociante nel golfo di Trieste; l'accorrere in soccorso di Venezia assediata dall'Austriaco, magari sfidando prima in pubblico !e autorità governative, come quel gigantesco e generoso Marcantonio dei conti Borisi, che, all'atto di partirsi da Parenzo, ebbe, come narrano memorie coeve, il fegato di «bravare» armato su quella piazza, profetando imminente il ritorno di San Marco in Istria. (2)

E solenne dimostrazione d'italianità riesce pure il primo atto elettorale, a cui è invitata la popolazione dell'Istria, in virtù della costituzione promulgata dall'imperatore Ferdinando il 25 aprile del '48 (Aprilverfassung) e del successivo proclama imperiale del 16 maggio, che trasformava le progettate due Camere in una Assemblea costituente (Konstituierende Reichsversammlung)com­posta  di 383  deputati  da eleggersi a suffragio universale (3)

Indetti con la patente imperiale del 9 maggio, i comizi elettorali si tengono nel giugno successivo. Ben poco tempo, come si vede, è concesso alla propaganda ed all'agitazione. Tuttavia l'Istria, come obbedendo ad una precorsa intesa, concentra unanime i propri suffragi sugli esponenti più in vista del liberalismo e della italianità paesana: su Antonio Madonizza, Michele Fachinetti e Carlo De Franceschi per i distretti italiani della terraferma, su Francesco Vidulich per le isole del Quarnero e per il distretto giudiziario di Albona. Quanto ai distretti slavi dell'lstria interna (4), povere terre abitate in massima parte da incolti contadini e però di scarsissima importanza nella moderna storia della intera provincia, essi elessero a proprio deputato un uomo caro alle autorità austriache, certo Vlach, impiegato governativo fuggiasco da Milano, che non farà mai causa comune con gli altri e più veri rappresentanti dell'Istria.

Per comprendere tutto il significato e tutta la portata del successo ottenuto dall'Istria nelle sue prime elezioni parlamentari, basti considerare il fatto che nella vicina Trieste, dove pur ferveva da parecchi anni un intenso lavorìo di preparazione politica e di rivendicazione nazionale, soccombette in quegli stessi giorni nel Conti il rappresentante dei nuovo liberalismo cittadino e trionfò ancora una volta nell'Hagenauer e nel Gobbi l'austriacantismo borsistico e il conservatorismo mercantile; e che ne! Friuli, regione in gran parte non meno etnicamente pura di qualunque altra terra d'Italia, su cinque deputati uno solo spuntò che potesse dirsi veramente italiano e di sentimenti non del tutto servili, il Pitteri (5). Fra le regioni adriatiche unica la Dalmazia (piange il cuore, oggi, a dirlo) potè vantare  dei risultati press'a poco uguali a quelli conseguiti dall'Istria e mandare alla Costituente austriaca una deputazione quasi esclusivamente composta di elementi italiani e  liberali.

Ma ritorniamo  ai  deputati  istriani.

III.

Primeggiava fra essi il Madonizza, allora nel fiore degli anni (era nato nel 1806) e delle forze. Originario di Capodistria, aveva studiato a Padova e fatto la pratica d'avvocato a Trieste nello studio di quel grande animatore di coscienze e difensore ad oltranza delle prerogative statutarie triestine, che fu Domenico Rossetti. Giovane di trent'anni, aveva avuto l'ardire di fondare a Trieste, col plauso e l'aiuto di Prospero Antonini, del Besenghi, del Carrer, del Dall'Ongaro, dei fratelli Zecchini, del Kandler, un periodico tutto impregnato d'italianità e di modernità, La Favilla, che, durato dieci anni giusti ('36-'46), lasciò luminosa traccia di sé nella storia triestina dell'epoca. Innamoratosi perdutamente di una bella e colta signora triestina, Giuditta Parente-Almanzi, aveva potuto ottenere, trionfando di mille ostacoli, ch'essa di­vorziasse dal poco degno marito e passasse a nuove nozze con lui; e, cinto come d'una romanzesca aureola, s'era ritirato a g­dersi la sua felicità nella nativa Capodistria.

Dove peraltro la sua tempra fattiva ed energica, il concetto altissimo ch'egli ha dei doveri  cittadini, l'amore  infinito ch'egli porta al proprio paese lo spingono irresistibilmente a collaborare ad ogni opera dipubblica utilità, a farsi, incuorato dal Giordani e dal Tommaseo, valido sostenitore delle idee  dell'Aporti intorno agli asili di carità per l'infanzia, a recarsi nel '42 con altri  capodistriani a Vienna per patrocinarvi importanti interessi della città. In pari tempo è uno dei più tenaci ed aperti fautori dell'italianità e d'ogni specie dì riforma liberale e democratica. E l'Austria, che da un pezzo ne sorveglia ansiosa le mosse, lo ripaga negandogli sistematicamente un posto d'avvocato.

Nel '47 soltanto, a  quarant'anni suonati, egli ottiene di poter aprire studio  proprio; ed  è  l'anno stesso in cui, spintosi, nel corso di un viaggio di diporto, sino a Roma, vi visita il papa Pio IX, allora in voce di sovrano amante della libertà e del progresso. Scoppiati i rivolgimenti del '48, egli è uno dei corifei dell'agitazione   politica in Istria; e, iniziatasi l'era costituzionale, nulla sembra più logico e giusto che la candidatura di lui alla deputazione parlamentare.

Con quali propositi il Madonizza sarebbe andato a Vienna l'aveva fatto chiaramente capire, attraverso il sonoro ma un po' vacuo e impreciso frasario dell'epoca, certo suo pubblico manifesto del 1° giugno, in cui gl'istriani erano eccitati a non votare né per uno «straniero», né per un «impiegato governativo», e dove «l'immortale» Gioberti era proclamato «il più grande dei moderni filosofi».

Di qualche anno più giovane del Madonizza, il  De Franceschi era quello degli altri tre deputati che più gli si accostava per inclinazioni d'animo, risolutezza di vedute, sete d'operosità, dirittura di carattere. Veniva dall'Istria interna e aveva percorso anche egli gli studi legali. Da parecchi anni viveva a Rovigno, ove rivestiva presso quel Tribunale circolare la carica di cancelliere di consiglio, e giustamente passava per uno dei cuori più fortemente imbevuti di carità patria.

Testa calda fino ad un certo punto e natura essenzialmente pratica, egli non sarebbe uscito da un giusto equilibrio contemperatore delle esigenze della realtà e dei bisogni del sentimento, e avrebbe egregiamente cooperato col Madonizza all'attuazione di una politica di sensato e insieme ardito liberalismo.

Ben diverso dal Madonizza e dal  De Franceschi appariva il Fachinetti, spirito sognatore per eccellenza, assorto sempre nel roseo mondo delle proprie astrazioni e incapace, per mancanza soprattutto d'un vigile senso d'opportunità e di misura, di tradurre in azione pratica e proficua le vagheggiate ideologie, pur essendo un nobile poeta, un caldo patriotta e un animoso giornalista.

Che tra lui e il Madonizza, che era propriamente il suo opposto, si dovesse o prima o poi determinare un conflitto d'idee e di metodi, era più che prevedibile; e il conflitto venne, e doloroso; ma non tale, ad ogni modo, da lasciare tracce troppo visibili e da compro­mettere seriamente l'attività parlamentare del numerato drappello.

Non ancora trentenne, il Vidulich era il più giovane di tutti. Di lui si sapeva allora ben poco; ma non cadeva dubbio che stesse alla testa dei giovani dell'Istria insulare più teneri delle idee di patria, di libertà e di  democrazia.

Questi gli uomini e le tendenze: i fatti (possiamo dirlo sin da questo momento) furono pari agli uni e alle altre. Ed è ben giusto che finalmente l'attività esplicata e il contegno serbato dalla deputazione istriana alla Costituente austriaca quarantottesca siano conosciuti un po' meglio di quanto non sia risultato finora al poco che si venne stampando in merito e che riguarda precipuamente l'azione del Fachinetti (6), non esistendo una men che mediocre e men che sommaria biografia né del Madonizza (7), né  del  De Franceschi (8), né  del  Vidulich (9).

Chi verga queste righe condurrà la propria narrazione su la scorta anzi tutto di una ricca serie di documenti storici di prim'ordine e della massima attendibilità, tuttavia sconosciuti: le lettere che il Madonizza cotidianamente e in piena confidenza scrisse da Vienna alla moglie diletta e che, pur non astraendo da questioni d'indole familiare e municipale, contengono al primo posto una minuziosa e vivace cronistoria dei dibattiti parlamentari e degli avvenimenti di Vienna, intrecciata (fatto che oggi riveste particolare significazione e importanza) alle notizie che assiduamente giungevano alla capitale austriaca dal teatro della guerra italiana e che il deputato istriano trasmetteva con acceso e spa­simante cuore di patriotta a colei che sola poteva comprenderlo, perché nello stesso grado vibrante della stessa passione.

Queste lettere, belle anche di linguistica scioltezza e che tra poco saran date integralmente in luce, si credettero per un gran pezzo perdute; e lo stesso  De Franceschi, che le aveva viste scrivere a Vienna una per una, ne deplora nelle sue Memorie autobiografiche (memorie pur esse di grande momento ed inedite) la scomparsa.

Invece, per fortuna nostra, non erano che ben custodite, con cura pari all'affetto, dalla superstite figlia del Madonizza, signora Idalia Sandrin, che oggi finalmente, caduto con l'avvento della libertà ogni motivo di riserbo, può permetterne, a onore del padre suo e dell'intera provincia, la pubblicazione e lo studio.

IV.

La cerimonia d'apertura della neoeletta Costituente si congetturava non dovesse aver luogo che sul finire di luglio. Ma, intollerante d'indugi, l'assemblea principiò a funzionare, benché in forma non del tutto ufficiale, sin dalla metà di  quel mese.

Il Madonizza, il  De Franceschi e il Fachinetti, dopo un viaggio in comune, erano giunti a Vienna il 7 luglio e avevano cercato subito di orientarsi nel nuovo — e ancora un po' torbido — ambiente. Con una assiduita che oggi farebbe forse sorridere, se non si sapesse originata da un profondo sentimento del proprio dovere, essi vogliono intervenire a tutte le sedute preparatorie della Costituente e accettano altresì di assistere a radunate extra­parlamentari di singoli clubs e comitati democratici tedeschi, ovunque accolti con festosa cortesia.

Dotato di una facoltà di osservazione penetrantissima, il Madonizza comprende di primo acchito che quello che viene organizzandosi nella Hofreitschule, più che un Parlamento dei soliti, è, e non solo per la diversità delle lingue in esso echeggianti, una «Babele» vera e propria, dalla quale è tutt'altro che lecito sperare grandi cose.

Non è trascorsa una settimana dal loro arrivo a Vienna, e i tre deputati istriani già si sentono in dovere di dare il primo segno pubblico di vita.

La stampa tedesca ha annunziato che dalla Dieta di Francoforte si vuol unire alla Confederazione ger­manica anche l'Istria ex-veneta. Non è il caso di tacere: ed ecco i rappresentanti parlamentari dell’Istria pubblicare su per vari giornali tedeschi e italiani quella fiera e pur pacata e ragionata protesta, così altamente vibrante di ribelle italianità, a cui si affretteranno a far eco per via di animose risoluzioni i comuni tutti dell'Istria e che rimarrà nella storia istriana come uno dei più solenni ed espliciti documenti d'inflessibile volontà nazionale (10).

Intanto alle sedute preliminari la questione linguistica, sorta con la Costituente stessa, s'inacerbisce. Le pretese degli slavi gettano l'allarme fra i tedeschi. E il Madonizza, che insieme coi suoi compagni ha già preso posto in un settore di sinistra, alla moglie: «Noi italiani siamo in tenuissimo numero. La nostra voce sarebbe insolentemente soffocata; ma le ragioni de' Polacchi, de' Galiziani, e de' Czechi son pur le nostre. E tutti uniti, se anche non riusciremo a spegnere il principio che la lingua parlamentare sia la tedesca, certo dovrà esser trovato un mezzo di raccostamento... Aspettiamo di momento in momento que' di Dalmazia, ed uniti ai Tirolesi [vuol dire Trentini] formeremo un club pura­mente italiano per essere propugnatori del nostro principio.

Il punto della lingua è soprammodo difficile, ed è forse tanto importante, che prevedo nientemeno che lo scioglimento dell'Assemblea. Un deputato mi propose di trovare un mezzo conciliativo, ed io dissi che non ve n'era altro che quello di formare dell'Austria una federazione di Stati. Altrimenti la garanzia delle nazionalità e delle lingue sarebbe un'illusione, un diritto senza effetti (11).

Parole piene di saggezza politica e di profetico acume: Il Madonizza non avrebbe potuto formular meglio il problema statale austriaco, quale s'era venuto impostando in seguito al risveglio delle na­zionalità; e quel presentimento di catastrofe che in lui istintiva­mente s'insinua e gli fa predire corta vita all'assemblea, si direbbe quasi l'oscura divinazione del tragico e inevitabile destino dell'Austria.

La speranza, che il Madonizza e i suoi colleghi nutri­vano, di veder presto riuniti, dal comune interesse, in un unico compatto e concorde gruppo tutti i parlamentari italiani, non si potè allora, per più ragioni, avverare, e fu male: s'avverò soltanto molti e molti anni più tardi, in ben altre circostanze e sotto ben diversi  auspici.

La protesta dei tre deputati istriani contro l'aggregazione dell'Istria alla Confederazione germanica aveva fatto un certo colpo; e qualche giornale tedesco dei più retrivi non s' era potuto trattenere dal censurarla altezzosamente.

Proprio quel che ci voleva per riscaldare il sangue al Madonizza. Egli scrive: «Probabilmente apriremo una polemica... Se l'Istria sognasse mai per isventura di appartenere alla Germania, il suo sagrificio sarebbe compiuto.

Senza dubbio vi avranno de' compri e vili propagandisti che per­suaderanno alla più nera apostasia, ma la dignità degl'Istriani saprà, ne sono certo, apporvi una barriera insuperabile. La nazionalità di un popolo è cosa sacra, invulnerabile, che resiste al tempo e all'oppressione. Usbergo nostro sieno i fasti passati e le speranze avvenire» (12).

E' questo, chi ben guardi, qualche cosa di più e  di meglio che l'altisonante e  convenzionale linguaggio dell'epoca: è il primo annunziarsi di quello che sarà il pensiero separatista  istriano.

Ma la più vera e costante preoccupazione del Madonizza non è ciò che avviene alla Costituente austriaca e nella città di Vienna: è ciò che sta succedendo sui campi della Lombardia e del Veneto. In ogni sua lettera egli da alla moglie tutti i ragguagli da lui potuti raccogliere su le mosse dell'esercito sardo. Sono notizie vaghe, inesatte, il più delle volte a breve andare contraddicentisi.

Nel trasmetterle, il Madonizza cerca di essere più calmo e freddo che può.

Se non che sotto l'affettata nanchalance si sente l'ansia che lo divora.

Dalla partita che si giuoca fra Carlo Alberto di Savoia e Radetzky dipende l'intero avvenire della nazione, dipende anche la sorte dell'lstria; e il patriotta istriano, in cui già s'annida  l'ideale  unitario, lo sa.

Con l'arrivo del Vidulich, seguito il giorno 17, la deputazione istriana è ormai al completo ed ha uno scambio di vedute coi trentini, allo scopo di concretare la pubblicazione in comune di un giornale italiano.

«Il nostro scopo principale», commenta il Madonizza, «è di dare il maggior possibile sviluppo all'elemento italiano nelle nostre patrie. Ci proponiamo di scrivere liberissimamente.» (13). Purtroppo, non ne fu fatto poi nulla, anche perché l'attività dei trentini era in gran parte assorbita dall'aspra lotta da essi già a Francoforte ingaggiata per il distacco amministrativo della loro regione  dal Tirolo.(14).

Il Madonizza non parlava che a stento il tedesco: tuttavia non era affatto alieno dall'accostare i governanti e dal patrocinare in persona presso di loro le cause che molte e ardue gli venivano affidate via via dalla sua città natale e dai suoi elettori. E quando esprimeva il proprio pensiero, non aveva peli sulla lingua.

Recatosi un giorno dal ministro Doblhoff per ottenere che si sospendesse la leva militare in Istria, alle obiezioni che questi gli fece ricordandogli che si trattava di un provvedimento che non ammetteva eccezioni perché esteso a tutto l'Impero, egli afferma di avere senz'altro risposto «che gl'Istriani hanno comune con gl'Italiani l'origine, la storia, le tradizioni, i costumi, la lingua, che costringerli a lottare con essi sarebbe un  renderli fratricidi, e che perciò voleva giustizia si rispettasse la loro delicata posizione.» (15)

Uno non sarebbe potuto essere più logico, ma neanche più audace. Né minore ardimento dimostra il Madonizza in un successivo colloquio col ministro Bach, che, colpito dalla franchezza di lui, prima lo sta con intenso animo ad  ascoltare per più di tre quarti d’ora, poi lo incarica di stendergli una memoria relativa  allo stato economico ed  amministrativo dell'Istria ed ai bisogni di essa. (16)

Il 21 si tengono alla Costituente le prime elezioni alle cariche presidenziali. Riescono eletti, come si sa, a presidente il deputato Schmitt, a primo vicepresidente il deputalo Strobach, a secondo vicepresidente il deputato triestino Hagenauer. E interessante assai il commento che fa su queste nomine il Madonizza. «Esse», egli scrive, «furono concertate in precedenza dai vari clubs. S'ebbe in mira di dimostrare con ciò il rispetto dovuto alle varie nazionalità.

Quindi lo Schmitt rappresenterebbe la nazione tedesca, lo Strobach la slava, l'Hagenauer l'italiana. Ciascuno dei tre, dopo pronun­ciata la elezione, disse alcune parole contenenti una specie di professione di fede politica, e l'Hagenauer disse con acconcezza di modi che in qualità di deputato della parte meridionale dell'impero, e precisamento in qualità di deputato italiano, avrebbe cooperato alla prosperità del proprio paese, ed alla sua nazionalità, collo stringere sempre più i vincoli di fraternità fra i vari popoli dell'Austria» (17).

Così esposta e così integrata, la dichiarazione dell'Hagenauer, individuo che nessuno sforzo ottimistico potrebbe far mai passare per ciò ch'egli assolutamente non era, se anche perde un po' di quel sapore antiaustriaco e sovversivo che la tradizione patriottica le aveva finora attribuito, non può tuttavia uguagliarsi (come vorrebbe Angelo Vivante, storico non troppo sereno di quello ch'egli chiama l'Irredentismo adriatico, ad una semplice allusione «alla varietà di stirpi unite dal patto costitu­zionale a Vienna.(18)

Siamo giunti finalmente al 22 luglio, giorno in cui l'arciduca Giovanni, in sostituzione e rappresentanza dell'imperatore, riparatosi fin dal 15 maggio con la Corte ad Innsbruck, solennemente inaugura il Parlamento, dal quale l'Austria sperava la propria rigenerazione.

V.

Fu,  com'è  noto,  vana  speranza.

Convocata allo scopo precipuo di dare al vetusto impero degli Absburgo, che la rivoluzione aveva scrollato sin dalle fondamenta, un definitivo assetto basato sul sistema parlamentare, la Costituente austriaca del 1848-49 a ben poco potè approdare di veramente utile e serio.

Rósa, nel suo interno, dal tarlo implacabile del problema nazionale e linguistico; minacciata, esteriormente, dalla reazione che ogni tanto tentava di alzare il capo, essa impiegò la più gran parte della sua prima sessione a discutere, impelagandosi in una miriade di questioncelle accessorie, l'abolizione dei superstiti diritti del feudalismo agrario, proposta dal giovanissimo deputato Kudlich, nome rimasto a buon diritto famoso, come quello dell'uomo che più e meglio di tutti contribuì a rimmodernare l'Austria e la cui opportuna riforma, divenuta legge in seguito al voto parlamentare del 7 settembre, doveva sorvivere anche alla definitiva caduta del costituzionalismo quarantottesco ed essere attuata dal rinnovato regime assolutista.

In tutto questo tempo, la deputazione istriana, che insieme con gli altri parlamentari italiani ha aderito, pur senza legarsi del tutto, a far causa comune col Club capitanato dal principe Lubomirsky, il quale, composto di Czechi, Polacchi e Sloveni, è detto, per la tendenza sua a riorganizzate l'Austria su base federale, dei federalisti; la deputazione istriana fa del suo meglio per assolvere con dignità e utilità il suo non facile compito, i più pronti ed alacri al lavoro sono sempre il Madonizza e il  De Franceschi.

Il Vidulich, giovane e inesperto, si lascia per lo più condurre a rimorchio.

Il Fachinetti, intollerante di destreggiamenlì politici e di tutto che non suoni pronta ed esplicita adesione alla grande causa italiana, a poco a poco si strania dai colleghi e dai lavori dell'Assemblea, con grande ira del Madonizza che non gli risparmia rimproveri, lo chiama utopista e di lui parla con grande acrimonia  alla  moglie.

Sarebbe lungo riferire, dalle lettere del Madonizza, sempre molto diffuse, sempre frementi d'amor patrio, sempre riboccanti di particolari - più o meno veridici - su la guerra italiana, i minuti dettagli dei dibattiti parlamentari e dell'azione spiegatavi dai deputati istriani. Bisogna di necessità trascegliere e sintetizzare.

È tristemente famosa la proposta fatta nella seduta del 26 luglio da certo Selinger, deputato moravo, di votare un indirizzo di encomio all'esercito austriaco operante in Italia. Nel delicato frangente non manca l'animo ai deputati dell'Istria, che, d'accordo con gli altri parlamentari italiani, stabiliscono tosto di mostrare in modo risoluto e non equivoco il loro dissenso. E quando difatti è messa in discussione alla Costituente la proposta Selinger, il trentino barone Turco, a nome dell'intera deputazione italiana liberale, interpella il ministero «sulle misure da esso prese per la pacificazione d'Italia, per reprimere le barbarie di Welden, per obbligare Radetzky a più miti proclamazioni.»

 L'esito dell'interpellazione ci è riferito così dal Madonizza: «Il Ministro rispose, secondo il solito, in modo evasivo. Disse però che le armi austriache si avanzavano respingendo l'inimico, che si sarebbero usati modi pacifici, e che il popolo riceveva dovunque con entu­siasmo l'esercito liberatore. A questo audace parlare, mi rivolsi a cinque o sei giornalisti che stavano dietro al mio banco, e dissi loro: Scrivete nei vostri giornali che ciò che dice il ministro Latour è una menzogna; scrivete che i Vandali furono più umani degli Austriaci; scrivete che le loro ruberìe, le loro violazioni, i loro incendi, le loro stragi sono scritte nel libro della giustizia divina; scrivete che iniqua ed infame è la guerra che si combatte; scrivete che voi siete millantatori di libertà se tanto ferocemente conculcate l'altrui indipendenza; questo scrivete, se siete giorna­listi d'onore e di coscienza». (19)

Sembrano parole di Giuseppe Mazzini. Né con minore temerità e veemenza di linguaggio protesta nella tornata del 30 settembre il Fachinetti contro nuovi eccessi dell'oppressione austriaca nel Lombardo-Veneto, mentre dalle colonne dell'Osservatore Triestino il  De Franceschi, specialmente abile a polemizzare su per i giornali, ricaccia in gola ad un redattore della Allgemeine Oesterreichische Zeitung certe sue azzardate  e mendaci affermazioni  su l'Istria.(20)

Ma intanto la sorte delle armi si fa sempre più contraria all'esercito  di Carlo  Alberto,  che, battuto  a Custoza,  è costretto a ritirarsi oltre l'Adda, e deve in fine riabbandonare all'Austriaco anche Milano. La notizia della caduta dell'eroica città delle Cinque Giornate colma di disperata ambascia l'animo del Madonizza.

Ecco con quali singhiozzanti e furibonde parole, egli ne ragguaglia la fida consorte. «Il sagrifizio è consumato. Riceverai il dispaccio telegrafico, col quale il ministro Latour partecipava quest'oggi alla Camera, che Radetzky era entrato in Milano il giorno 6 alle ore 10 di mattina. Nel dispaccio si aggiunge, a scherno maggiore, che l'armata faceva il suo ingresso col giubilo universale. Quale fosse l'impressione ch'io provai a tale funebre annunzio, non saprei esprimerti a parole. So che asciugai delle lagrime di fuoco, che come scintille mi spuntarono dagli occhi. Io tremavo come se una mortal febbre m'avesse improvvisamente colto. L'enigma e il mistero di che ti parlai ieri, potei scioglierlo senza fatica. L'eser­cito austriaco percorse le pianure lombarde preceduto dal tradi­mento, dalla più nera delle macchinazioni. L'onore ch'egli farà credere al mondo di avere riconquistato è una sfacciata menzogna. I suoi allori saranno insudiciati d'infamia. Maledizione allo spergiuro che apparecchiò nuovi ceppi alla infelice Italia. Iddio serbi un supplizio spaventoso, degno della sua ira, lungo quanto l'eternità, allo scellerato che fu ministro di tanta sventura.

Se la giustizia del Cielo fosse pigra a scagliare i suoi fulmini, non credo più alla giustizia del Cielo» (21).

Così il Madonizza. Bisogno di com­menti non c'è. Tutt'al più si potrebbe — a titolo di curiosità storica — rilevare con quale veemente spontaneità s'ingeneri anche nell'animo del Madonizza, allora pur tanto lontano da ogni terra-italiana e da ogni contatto con la rivoluzione unitaria nazionale, il sospetto che Carlo Alberto si fosse macchiato di tradimento.

Parole non troppo diverse da quelle del deputato istriano echeg­giarono in quei dolorosi giorni in ogni parte d'Italia; e larga traccia n'è pervenuta sino a noi nelle memorie e nei carteggi del tempo, quasi a documentare l'identità della fede e delle aspirazioni in tante terre diverse e la nobile incredulità degli animi di fronte agli inattesi insuccessi dell'«italo Amleto».

Nature calcolatrici e pratiche, il Madonizza e il De Franceschi approfittano della loro presenza a Vienna e del loro privi­legiato carattere di deputati per estorcere al governo austriaco varie concessioni in prò della loro provincia e dei loro elettori.

Fra altro, ii Madonizza, ch'è sempre il più intraprendente ed energico, ottiene, dopo memorabili conferenze con vari rappresentanti del potere esecutivo, che il tedesco sia insegnato nell'erigendo ginnasio comunale di Capodistria soltanto come disciplina facoltativa (22) e che «tutte le autorità governative, circolari, distrettuali, ecclesiastiche, civili, camerali dell'Istria abbiano a corrispondere coi privati e con le morali corporazioni nella sola lingua  italiana.» (23)

Non minore autorità il Madonizza si viene procacciando alla Costituente, dove, l'11 settembre, è alla testa di quei deputati istriani e dalmati i quali chiedono e ottengono che «tutte le pro­poste, emende, protocolli di seduta, il regolamento degli affari, le interpellazioni sieno tradotti in italiano» (24), e dove «qualunque volta occorra di mettere assieme un Comitato, una Commissione o Giunta, in cui si desideri sieno uomini veramente liberali, gli si usa la distinzione di metternelo a parte.» (25)

Fatto che pur deve far stupire un poco, se si pensi che l'imperfetta conoscenza che il Madonizza ha del tedesco gl'impedisce di salire la tribuna degli oratori e di rendersi noto anche a quel modo. Di quanto però egli fa ed ottiene non è mai contento. «Non bisogna credere che io mi faccia qui onore», dichiara un giorno alla sua Giuditta. «Che vuoi ch'io possa, dove ho la lingua legata e tolto il mezzo ad effondere le ispirazioni dell'anima e gli affetti del cuore? Per quanto m'è dato, parlo all'uno e all'altro, esterno le mie idee, prorompo in accenti di concitazione, mostro che ho sensi non servi, ma generosi, ma liberi. Ti assicuro, e lo dico senza jattanza, che se la mia voce potesse alzarsi ed essere udita in mezzo l'assemblea, essa tuonerebbe tremende verità, e non si rimarrebbe senz'applauso. (26)

Il 4 ottobre Michele Fachinetti, sempre più a disagio in un Parlamento, dove sola è possibile una politica di astuzia e di opportunismo, e accasciatissimo anch'egli per le sciagure toccate all'esercito sardo, lascia Vienna e fa ritorno in Istria, non senza avere prima della partenza un ultimo, violento diverbio col Madonizza e in completa rottura con questo e col De Franceschi. (27)

Tralasceremo di ripetere ciò che l'amarezza del momento suggerì al Madonizza di scrivere alla moglie. Ma ricorderemo che ben più equo e spassionato giudizio egli ebbe a pronunziare sul Fachinetti qualche anno più tardi, dopo immaturamente scomparso il suo antico compagno di deputazione e di fede. (28)

Rimanevano pertanto nella capitale austriaca, alla vigilia dell'insurrezione d'ottobre, il Madonizza, il De Franceschi ed il Vidulich.

VI.

Scoppiato con inaudita violenza il nuovo turbine, i deputati istriani, che, insieme con gli altri membri della sinistra, avevano, il 19 settembre, votato in favore della proposta che la Costituente desse udienza alla deputazione ungherese venuta a Vienna per sollecitare appoggi alla causa della libertà del proprio paese, fronteggiano  imperterriti  la perigliosa situazione.

Anzi, il 7 ottobre, trucidato il giorno innanzi dal popolo furibondo il ministro Latour e rifugiatosi l'imperatore Ferdinando con la Corte ad Olmùtz, il Madonizza è compreso dall'Assemblea fra i venti deputati cui si affida il difficile incarico di prendere le decisioni meglio rispondenti alla gravita dell'ora; e quattro giorni più tardi troviamo il Madonizza nella deputazione di parlamentari spedita dalla Costituente ad Olmϋtz per far presente all'imperatore la necessità di emanare al più presto ordini tali che plachino gli spiriti e riconducano l'ordine e la calma.

In mezzo ai trambusto, il pensiero del Madonizza va con crescente tenerezza alla moglie lontana, alla quale egli aveva promesso di non trattenersi a Vienna in caso di disordini e che egli ora giustamente immagina tormentata dalle maggiori apprensioni. Ond'è che il 15 ottobre, di ritorno dal faticoso quanto inutile viaggio ad Olmϋtz, egli si affretta a giustificarsi verso di lei con questa  pagina, veramente magnifica di eloquenza, di generosità, di patriottismo:

«È vero che t'avevo promesso di lasciar Vienna ad ogni lieve sommossa. Ma credimi, Giuditta mia, il sentimento della libertà che accarezzai chiuso nel cuore per tanti anni mi vi trattenne con irresistibile ed arcana violenza.

Vidi colle novelle istituzioni aprirsi un seducente orizzonte; conobbi che con codarde macchinazioni si voleva frastornare, il nostro bel sogno; m'accesi al fiero disdegno che scosse il popolo ingannato; rimasi attonito a quella lotta di sangue che intrepidamente sostenne per non lasciarci ricingere delle antiche catene; i più generosi apostoli dell'indipendenza, i più leali rappresentanti della nazione vidi dominare la rivoluzione; que'che erano segnati come vili fautori dell'assolutismo scomparire e fuggire vergognosamente nel rimorso forse di non aver giovato la santa causa. Se io avessi disertato nelle ore solenni del periglio, avrei smentito i miei sentimenti e non avrei dovuto lagnarmi dell'altrui disprezzo.

 In mezzo però al sobollimento della rivoluzione non mancai di osservare il contegno che assumeva la Camera, e l'opinione che regnava nel popolo riguardo ai Deputati. Quando mi convinsi che il primo era scrupolosamente legale, e la seconda in modo indubitato a noi favorevole, non feci più calcolo d'altro.

Che se all'incontro la Camera si fosse arrogata poteri ultronei, in guisa da aiutare piuttosto la licenza che di proteggere la libertà, e se il popolo in un delirio d'intemperanza le avesse rifiutato il suo voto di fiducia, allora sarebbe stata vera demenza e imperdonabile audacia il non allontanarsene. Il perché, Giuditta mia, sta certa, che qualunque volta potesse accadere che l'uno o l'altro de' due casi s'avverasse, io non porrei in mezzo un istante di volare al tuo seno. Allora ci verrei senza scrupoli, allora crederei di essere degno di te, e de' miei concittadini. Devo infine rimarcarti che la rivoluzione attuale non è, come pensi, diretta al solo affrancamento del popolo viennese, ma, riuscendo essa vincente, recherà il prezioso beneficio della libertà a tutti i vari popoli che com­pongono il vasto Impero, e segnatamente alla nostra Italia, su cui pesano tante sventure e tante viltà.»

Ma le sorti di Vienna e del Parlamento precipitano. Il 25 ottobre è comunicato all'assemblea il rescritto sovrano che ordina la chiusura temporanea della Costituente e la sua riconvocazione per il 15 novembre nella cittadella di Kremsier, in Moravia; rescritto che getta lo scompiglio fra i deputati tuttavia presenti e l'esecuzione del quale essi indarno tentano di impedire mandando una loro rappresentanza all'imperatore.

Il 30 Vienna si arrende alle truppe di Windischgraetz e la Costituente tiene l'ultima seduta della sua prima sessione, il 1° novembre Antonio Madonizza annuzia con l'usato affetto alla moglie la sua partenza da Vienna, dove ormai imperversa la più feroce reazione, e il suo  imminente ritorno a lei e alla tranquilla Capodistria.

VII.

Tre settimane dopo, e precisamente il 23 novembre, avveniva quello che era stato promesso in origine per la metà del mese, cioè la riapertura della Costituente in Kremsier.

Essendosi il Fachinetti nel frattempo dimesso, della deputazione istriana facevano ritorno ai lavori  parlamentari il Madonizza, il  De Franceschi e il Vidulich; il Madonizza questa volta non più solo, ma in compagnia della moglie diletta. Circostanza questa che, se valse allora a rendere pienamente felice lui, priva noi oggi della possibilità di esercitare un minuto e costante controllo pur su l'attività spiegata dalla deputazione istriana durante la seconda ed ultima sessione della Costituente austriaca quarantottesca.

Del Parlamento di Kremsier fu sempre detto piuttosto male; e non a torto.

Col suo contegno scorato e  remissivo esso parve voler quasi fare ammenda delle colpe attribuite dai reazionari al Parlamento viennese. Certo, esso si rassegnò a vegetare nella borgata morava in cui l'avea fatto confinare la imperiosa volontà degli czechi, destramente capeggiati dal vecchio Palacky, e dove gli fu imposto di non accudire ad altro lavoro che a quello del tanto atteso progetto di costituzione; mentre poco o nessun calcolo  facevano di esso i poteri esecutivi.

Figurarsi con quale e quanto piacere dovessero vivere in mezzo ad una cosiffatta assemblea uomini dello stampo dei tre deputali istriani.

Tuttavia, fedeli al mandato e fedeli soprattutto al loro pro­gramma politico-nazionale, essi compiono anche a Kremsier il dover loro. Perciò, quando il Governo, ad ingraziarsi gli slavi meridionali, nomina governatore della Dalmazia il bano Jellacich, affermando di aver avuto con ciò «riguardo all'elemento slavo, ch'è di gran lunga il preponderante sulla costa dalmato-istriana,» e quando, poco dopo, il ministro dell'interno, respingendo la richiesta della  deputazione istriana, che al tedesco sia sostituito in Istria quale lingua d'ufficio l'italiano, assevera su le basi di un'artificiosa statistica che in Istria la nazionalità italiana costituisce «la decisa minorità», mentre invece è la slava ad avervi la prevalente maggioranza (29), essi insorgono animosi ed unanimi a difesa del millenario carattere del proprio paese, e il Madonizza, non pago d'aver dettato la protesta, magnifica di fieri e "liberi sensi italiani, che, sottoscritta da tutti e tre i deputati dell'Istria, viene presentata alla Costituente, affinchè questa «ne faccia conto nel redigere lo Statuto fondamentale dell'Impero», scrive altresì al Municipio di Capodistria, allora retto da un esperto pilota, Francesco Combi, suggerendo che si ricorra immediatamente ad una specie di plebiscito dei Comuni istriani.

«La patria», egli dichiara, «esige tutto il senno e tutto il cuore de' suoi figli nel difficilissimo momento, in cui, con vilipendio delle più solenni promesse, con ischerno della civile indipendenza e delle politiche franchigie, si attenta a quell'ineffabile privilegio del nostro cielo, del nostro suolo, della nostra storia, de' nostri affetti che dobbiamo venerare e serbare illesi quanto la religione dei nostri padri.» (30)

Consigli ed esortazioni che troviamo ribaditi in un proclama suc­cessivamente rivolto agl'Istriani da tutti e tre i deputati insieme. E la conseguenza è che il plebiscito ha luogo e riesce alla più solenne e memoranda riconferma della italianità dell'Istria. Giustizia vuole sia rammentato che in tutta la lotta parlamentare per la rivendicazione dei diritti nazionali i deputati istriani trovarono nei deputati  dalmati  i loro  più fidi  alleati.

Ma la cosa ebbe uno strascico. Avendo gli elettori del distretto di Volosca protestato contro il proprio deputato, quel Vlach che già conosciamo, il quale pretendeva nientemeno che essi sollecitassero l'aggregazione dell'Istria alla Croazia, il Fachinetti si mise coraggiosamente a sostenere nel Costituzionale di Trieste le ragioni già messe in campo dai suoi ex-colleghi di deputazione (31). E anche questi dovettero riprendere la parola nel Messaggero dell'Adria (32), per replicare all'Osservatore Triestino che, voltata improvvisamente casacca, era saltato su ad accusarli di «aizzare le malaugurate passioni esaltate e sconsiderate di una parte degl'Istriani.»

Notevole pure l'interpellazione presentata il 16 gennaio 1849 dai tre deputati istriani contro la  sospensione del Giornale di Trieste, organo del liberalismo triestino, e contro il quasi contemporaneo divieto di diffusione dei giornali triestini oltre l'Isonzo (33). L'arbitrio delle autorità governative triestine era evidente, giacché in Trieste non vigeva allora lo stato d'assedio. Il Ministero peraltro trovò modo di scagionarle affermando cbe la stampa triestina tendeva a suscitare sommovimenti in Italia e che il Giornale di Trieste era dovuto morire per... mancanza di abbonati.

Venuto finalmente a termine il famoso progetto di costituzione (al quale, in sede di commissione, aveva collaborato anche il Madonizza) e accortisi il Governo di Schwarzenberg e la Corte ch'esso mirava ad introdurre in Austria un vero e proprio regime parlamentare democratico, fu deciso, tanto più che l'Italia si poteva ormai considerare domata, le cose in Ungheria procedevano di bene in meglio ed era mutato, in seguito alla abdicazione di Ferdinando, anche il sovrano, fu deciso di mandar tutto all'aria. Detto fatto.

La Costituente venne sciolta ii 7 marzo in via definitiva, bruscamente rimandati alle case loro i deputati, promulgata per manifesto imperiale la costituzione detta di marzo (Märzverfassung); costituzione che non ebbe poi mai, com' è risaputo, applicazione pratica.

La reazione aveva trionfato.

Dei tre superstiti deputati istriani il meno avvilito dev'essere certamente rimasto, di fronte al nuovo irreparabile sopruso, il Madonizza. Dìfatti, era lui che il 22 ottobre, in un'ora non meno tragica, aveva scritto: «In mezzo a tutto questo io non ho chiuso l'animo alla speranza, imperciocché penso che le violenze non hanno mai strozzato la libertà.»

Nobilissime parole che tutto ci dicono il lungimirante senno politico e l'indomabile fede patriottica dell'uomo, che più tardi dovrà essere l'anima della gloriosa Dieta istriana del "Nessuno" e che l'Austria per ben due volte caccerà in bando dal proprio paese.(34)  Esse servono pure a farci comprendere come la morte della Costituente austriaca non segnasse una fine, ma un cominciamento.

VIII.

Ecco quale a noi si presenta, narrata per sommi capi e ristretta alle sue principali e più significative manifestazioni, l'opera svolta alla Costituente austriaca del 1848-49 dalla esigua ma coraggiosa e pugnace schiera dei deputati istriani.

Bisogna lealmente convenire che, dati i tempi che allora correvano, gli umori che la circondavano e l'ambiente in cui le era forza destreggiarsi, essa non poteva compiere meglio la propria missione; missione non facile e che doveva, a rigore di logica, consistere anzi tutto nel dire alti ed espliciti il carattere storico e la volontà nazionale dell'Istria, pur senza lasciare incautamente trasparire il desiderio di una radicale emancipazione dall'Austria e abilmente mantenendosi entro gli stretti confini della legalità e del costituzionalismo.

I principi da essa fermati, le vie da essa battute, le armi da essa prescelte furono normative per la politica in progresso di tempo adottata e quasi sempre seguita dal partito che resse le sorti dell'Istria sino allo scoppio del supremo conflitto italo-austriaco.

Il Madonizza, il Fachinetti, il  De Franceschi ed il Vidulich, qualunque sieno le attitudini assunte posteriormente dai singoli e nonostante il propendere d'uno di essi per metodi generosi ma impratici (antagonismo di direttive politiche che dividerà poi sempre il campo nazionale nella più recente storia istriana, ma non impedirà che essa abbia il suo fatale svolgimento); il Madonizza, il Fachinetti, il  De Franceschi ed il Vidulich sono dei veri e propri antesignani e confessori dell'imprescrittibile diritto nazionale dell'Istria.

Splendono in essi, e nel Madonizza particolarmente, le migliori virtù della razza latina e gran parte di quel sano equilibrio, di quel profondo intuito pratico, di quella acuta antiveggenza, che contraddistinsero gli uomini di governo e i  diplomatici della Serenissima.

E quel loro non mover collo né piegar costa nell'infuriare dei rivolgimenti viennesi, quel loro dignitoso e coerente atteggiarsi nel multilingue parlamento austriaco, quel loro perorare così di­sinteressato e temerario in favore dell'Italia e dei propri fratelli, mentre la nazione di cui sono parte fatalmente soccombe nella prima prova delle armi, re Carlo Alberto

si ritira sotto il peso della sconfitta e il sospetto del tradimento, Milano è riabbandonata alle feroci soldatesche austriache, Venezia — ultimo asilo e ultima speranza della rivoluzione italiana — è stretta da un assedio senza scampo; quel loro nobile e imperturbato contenersi ne' più critici giorni della nuova storia italiana, deve riempire di legittimo orgoglio gl'istriani e far giustamente desiderare, a tutti che anche dei loro nomi resti onorevole menzione nei fasti del nostro na­zionale risorgimento.

GIOVANNI  QUARANTOTTO

Note:

  1. Ferdìnando Martini: Due dell'Estrema: il Guerrazzi e il Brofferio Firenze, Le Monnier, 1920; pag. VIII

  2. Carte Luciani; Civico Museo Correr dì Venezia.

  3. Taluno potrebbe chiedere: e non sarebbe stato miglior espediente rivoluzionario e più esplicita dimostrazione politica l'astensione completa dalla vita costituzionale austriaca? La risposta è facile. La politica dell'astensionismo fu sempre, nelle terre nostre, un'arme  a doppio taglio, data la loro composizione etnica e il pericolo, per noi, d'esser fatti passare dai nostri avversari per slavi; pericolo chiaramente manifestatosi, come si vedrà in seguito, fino dal '48. Consigliata più tardi ai nostri dai patriotti fuorusciti che avevano avuto campo  di osservarne la pratica efficacia in altre regioni italiane, la politica dell'astensio­nismo ottenne i primi e migliori successi in Istria nel '61 alla famosa Dieta del Nessuno; ma fu in progresso di tempo dovuta nuovamente abbandonare, benché ne fosse partigiano il capo stesso de! movimento separatista, Carlo Combi, appunto perché non potesse cader dubbio sull'italianità delle nostre terre, sempre più audacemente e assiduamente insidiate dalle mene dello slavismo, ad arte sostenuto e diffuso dall'Austria.

  4. Di quella parte cioè della penisola istriana su cui non si era mai esteso il dominio Veneto e che per un gran pezzo fu comunemente detta anticoaustriaca.

  5. Giambattista; nonno del compianto poeta e presidente della «Lega Nazionale». Una coraggiosa interpellanza di lui sulla «pacificazione» dell'Italia si può leggere in [Francesco] [Salata]: Il diritto d'Italia su Trieste e l’Istria; Bocca, Torino, 1915; pp. 253-255.

  6. Cfr. Valeriano Monti: Michele Fachinetti poeta e uomo politico; Pola, tip. Boccasini & Co dei fratelli Niccolini, 1909.

  7. Brevissimi e insufficientissimi cenni   biografici   del   Madonizza   furono stampati in morte di lui dai vari giornali istriani e triestini;  cenni   raccolti poi nell'opuscolo intitolato La morte di Antonio nob. de Madonizza;  Capodistria, Tondelli, 1870. Qualche notizia e più lettere di lui inserì Giuseppe Caprin ne' suoi  Tempi andati, Trieste, Caprin, 1891; passim e appendice.

  8. II miglior scritto sul De Franceschi è pur sempre l'ologio funebre che ne tessè [Marco] [Tamaro] in L'Istria (Parenzo), a. XII, n. 579: 14 gennaio 1893. Del De Franceschi però esistono, come sarà detto più oltre, e saranno pubblicati dal figlio Cantillo, degl'importantissimi ricordi autobiografici.

  9. Per quanto tenuta in termini apologetici e cerimoniosi, l'unica biografia del Vidulich che meriti ricordo è quella pubblicata da [Marco] [Tamaro] in L'Istrìa (Parenzo), a. VIII, n. 372: 26 gennaio 1889.

  10. Vedila integralmente riprodotta in Francesco Salata, o p. cit, pp.224-225.

  11. Lettera del 13 luglio 1848.

  12. Lettera del 16 luglio 1848.

  13. Lettera del 17 luglio 1848.

  14. Cfr. Livio Marchetti: Il Trentino nel Risorgimento: Milano, Società Dante Aligheri di Albrighi e Sagati & C.;1913; vol. I

  15. Lettera del 21 luglio 1848.

  16. Idibem.

  17. Ibidem.

  18. Angelo Vivante: Irrendentisimo adriatico; contributo alla discussione sui rapporti austro-italiani; Firenze, Libreria della Voce, 1912; pg 28, nota 2

  19. Lettera del 9 agosto 1848.

  20. Alcune parole di risposta anche all'anonimo autore dell'articolo: «Triest 25. ]uly; Des Istrianers Natìonalitat», stampato nelt'Allgemeine Oesterreichische Zeìtung, N. 138 e 139 («Osservatore Triestino» del 23 settembre 1848, appendice). Su la questione nazionale in Istria ritornava animosamente, il 9 agosto, nelle colonne dello stesso giornale, il Fachinetti.

  21. Lettera del 9 agosto 1848.

  22. Lettera del 5 ottobre 1848. s

  23. Lettera dell'1 ottobre 1848.

  24. Lettera dell'11 settembre 1848.

  25. Lettera del 24 ottobre 1848.

  26. Lettera del 26-27 luglio 1848.

  27. Non so quanta fede si possa aggiustare alla romanzesca narrazione corsa intorno alla partenza del Fachinetti da Vienna e riferita con riserva anche dal Monti (op. cit., pag. 28).

  28. Trieste, tip. Pagani, 1852; foglio volante. Lo scritto fu poi ristampato dal Madonizza stesso nel suo Almanacco Istriano; Capodistria, Tondelli, 1864. Un'eco dei dissensi fra il Madonizza e il Fachinetti è pure in una lettera di quest'ultimo a Giulio Solitro, riprodotta in parte dal Monti, op. cit., pag. 48.

  29. Cfr. Francesco Salata, op. cit., pg. 250.

  30. ìbidem.

  31. Nazionalità, in «Il Costituzionale» (Trieste), a. H, n. 11:13 gennaio 1849.

  32. A. I, n. 1: 28 gennaio 1849 (Trieste).

  33. Vedine una testuale riproduzione in Francesco Salata, op. cit., pp. 255-256.

  34. Sulla Dieta del nessuno e la sua grande importanza nella storia del separatismo istriano vedi Attilio Tamaro, La Vénétie Julienne et la Dahnatie; Rome, Imprimerie du Sénat; voi. 1, pp. 784-785. Cfr. altresì Angelo Vivante, op. cit., pp. 56-57; e Francesco Salata, op. cit., pp. 345-352. 


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Created: Sunday, June 25, 2000. Last Updated: Wednesday October 07, 2015
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