Andrea Rapicio
Prominent Istrians



L'Istria
Traduzione di Matteo Cerutti (1826)

[Tratto da: L'Istria, poema latino dell'avvocato Andrea Rapicio, poi Vescovo di Trieste, L'anno 1567 [s.b. 1556], Trovato nella I.R. Biblioteca di Vienna da Pietro Kandler, alunno guirista nell'Universitä di Pavia, e pubblicato in latino da Tipografia Weis (Trieste, 1826) e da Kandler anche dalla Tipografi Bizzoni (Pavia, 1876) e poi in sciolti tradotto dall'avo di lui D.re Matteo Cerutti.]

L'editore del testo latino
signor
Pietro Kandler da Trieste

A CHI LEGGE.

Cercando le opere del Vescovo Rapicio di Trieste, vennemi dato di trovare nell’I. R. Biblioteca di, Corte in Vienna il suo Poema dell’Istria, che ad eccezione di pochissimi versi citati dal P. Ireneo della Croce, e ripetuti da molti, mi pare non essere conosciuto. Non essendo certamente degno il Poemetto di restare nell’obblio, nè meritando l'Autore tal sorte, pensai di ristamparlo, potendo anche occupare non ispregevole posto tra i monumenti storici. Passano gli amatori delle cose istriane accettarlo di buon grado, e da {questo saggio apprezzare il merito del Poeta triestino.

Riputai necessario aggiungervi qualche nota a più facile intelligenza, e dar brevissimo cenno Sull'Autore.

La famiglia Ravizza, o Rapicia, aveva già dato alla patria nu Vescovo nel decimoterzo secolo. Il nostro Autore dedicossi agli studi giuridici probabilmente nell'Universitâ di Padova, e passò di poi a Vienua. I suoi talenti gli procurarono il posto di Segretario dell'Ímp. Massimiliano II., e di Consigliere Аulico dell'Arciduca Carlo. La Serenissima Casa d’Austria si servì di lui anche in diversi pubblici affari, tra gli altri in una missione а Roma per parte di Ferdinando I.

Nel 1567 fu promosso alla dignità vescovile della sua patria, nella qual occasione fu onorato da Massimiliano II. col presente di una tazza. Ogni cura si diede a prò del suo gregge, ed a sedare certe dissenzioni che dividevano i cittadini, di cui rimase vittima, avvelenato infelicemente nel 1573 con un bicchiere di vino. Caro ad illustri soggetti del suo tempo, i suoi lumi gli meritarono nell’Ital. Sac. dell'Úghellio, l’elogio:

Rapicius flos videlicet illibatus politiorum hominum; quos nostra aetas tulit.

Coltivò con. successo le lettere latine. Delle sue opere che consistevano in molte poesie, lettere, vite dei Vescovi di Trieste, ecc. ci restano solo il Poemetto con 5 Odi stampato а Vienna nel 1546, tre Dissertazioni di Diritto Civile pure stampate, e qualche altra poesia. La famiglia Ravizza sussiste ora in Pisino.

Vitiferi dell' Adria aprici Colli,
D'onde per sette foci al mar si affretta
Il Timavo ad unir sue limpid'acque,
Sia che 'l padre Lièo v'asperga, e irrori
Di meliflua rugiada, o ch' altro Nume
Le vette adorni delle vostre frutta,
O patrii colli io vi saluto, e prego
Il Tonante che mai con romorosa
Grandine oltraggi le salubri viti.

Doni fallaci di sprezzato volgo,
Nè vani sogni di superba fama
Sedusser me, perchè con umil verso
Canti di voi, e a popoli dimostri
Que' doni pii, che a Meroe stessa, e a Tule,
Confini estremi della nota terra,
Ignorati non son. Ben altro affetto,
Altra cura mi sprona. E chi sì stolto
Fia che si accinga ad opra tal ch'eccede
D'umana mente il penetrar sagace?
[10]

Se troppo ardito soverchiar presumo,
Ed emular co' versi miei tue laudi,
Rida pure del mio non culto ingegno
Democrito scherzevole che ride
Degl'orti incolti, e i versi miei schernisca.
Patrio amor sol mi spigne, e i ricchi premi
Della terra feconda, e 'l vostro onore,
Cui la gloria solleva oltre le sfere...
O tu padre Lenèo, che delle viti
Prendi cura sagace, e illese serbi
L'uve pendenti sugli ameni colli,
Qua scendi, e sii mia guida, ond' io sì santi
Doni possa esaltar per l'Orbe intero.
Castalie Suore voi m'aprite i sacri
Fonti, e lena apprestate al mio lavoro.

Delle Aonide Dive alto ornamento
Tu pur Sismondo, a cui l'alto governo (1)
Dell'ardue cose a sostener fu dato,
Qualor clemente 'l Re breve riposo
A tue cure conceda, e non divieti
Ritrarti in mezzo all'Eliconie suore,
Deh! l'assunto lavor Tu non dispregia,
Nè torvo guata l'italo cantore,
Che ad ogni tuo desir offre se stesso, [11]
Perchè del Nume tuo l'estro ripieno
Le glorie esalti della patria Terra,
E i pingui colli e d'Istria le Cittadi,
E de' campi beati i ricchi doni;
Non si vantino a me gli Euganei campi,
Non i campi Falerni, nè 'l cretense
Orgoglioso Bifolco ammiri tanto,
Sopra tutti esaltando i vini suoi.
Canti di laude a celebrar i colli
Circei, le Sezie ville, e i vicentini
Jugeri, e le campagne alcun non speri
Ottenere da me. Rustico cessa
Da contemplar estatico que' frutti,
Che Marsiglia ti appresta, ed il cretense
Massico vin, che in culto suol matura.
Pende da' nostri rigogliosi rami
Miglior che altrove la vendemmia, e invano
Cerchi che un' altra in ubertà l'eguagli,
L'eguagli per bontà; non già di Rodio,
E non di Taso l'anfore potenti,
N'altre, il cui nome si rammenta appena.

Ah! che te veneriam Pucino Padre, (2)
Cui solo deve Livia, augusta Donna,
I suoi lunghi trascorsi anni di vita. [12]
Sì, da Te solo ottenne un tanto dono,
Da Te, che mentre rendi i scabri sassi
Del monte, e l'alte rupi, e le japidie (3)
Coste feconde per coltura industre,
In laude, ed in virtù vinci ogni frutto.

Se co' veltri la lepre, o se gli arguti
Augei col visco d'ingannar mi aggrada,
Od attirar con ben distese reti
Dal curvo lido i vagabondi pesci,
Tu, sei Tu che mi additi ogni bel modo,
Onde goder sicuri ozj di vita,
E di soave amor l'alma m'inebri.
Tempo già fu, dimenticar nol posso,
Che fra l'onde del fiume, e la verzura,
Qui implorate da me scendean le Muse.
Oh! quante volte voi Fauni silvestri,
O Driadi e Voi sciorre la voce al canto
M'udiste, e quante in grembo a dolce sonno
Mi vedeste sul margine, ove scorre
Con rauco mormorìo la placid' onda,
Ora giacente in mezzo all'erbe molli
Le ardenti fiamme del mio cor cantava,
E di Fillide ingrata i sdegni, e l'ire,
Ed or nell' onde cristalline immerso [13]
I varj amori in rammentar gioiva.
Questi gli allori sono, e i lievi mirti,
I fiumi questi son de nostri affetti,
De' piacer nostri conscii, e questo è 'l rio
Che placido con l' onda mormoreggia.
Colli felici, avventurosi campi,
Che per bearmi in voi, studiarne i pregi,
Non uno a me, ma troppi dì furate!

Ove 'l flutto dei mar ritorce 'l corso
Molte, e molte si affacciano Cittadi,
Ed altrettante la ferace Terra
Castella ti presenta. Indi non lunge
Ecco gli stagni del Timavo, d' onde
(Bello a vedersi!) fresche, e cristalline
Da sette gorghi fuor sboccano l'acque. [4, presumed]
Mentre io mi stava a contemplare intenta
Le occulte leggi di Natura industre,
Questo fiume vid' io turgido farsi,
Allora più quando cresceva 'l flusso
Della salsa lacuna, e tutte empiendo
Dell'umor suo quelle sorgenti cieche
In rimosi recessi egli si asconde,
E nutrito ogn'or più da vene occulte,
Entro quegl' antri tenebrosi a goccie. [14]
Geme stillando, e in lo stillar seconda
Le forze che lo spingono nel corso.

Il rozzo volgo in ignoranza avvolto
Credette un dì che queste fonti in altre
Lacune avesser la sorgente, e 'l letto,
E sboccasse d'Antenore alle valli,
Da dove il Medoaco a pieni rivi (5)
Scorrendo, ghigne al mar placidamente,
E confonde le sue d'Adria con l'acque.
Oh troppo cieche menti! È questo, è questo
Il Timavo, di cui mandaro all'etra
Inni tanti di laude i sacri vati;
Da setti gorghi qui l'umore attinse
Cillaro, e l'acque, del Pucino all'uve (6)
Mischiò sedendo in mezzo a scabri sassi.

Quindi alla manca del japidio suolo,
E dove irato il mar romoreggiando
Entra con l'onde nell'angusto seno,
Trieste da lontan scorgesi, dove
Con piacer vanto, aver fanciullo aperto
Le luci al dì, d'ausonio, sangue escito
Per lungo ordine d'Avi che 'l natio,
Latino suol, ed i lor patrii Lari
Per varj moti d'insorgenti guerre, [15]
Tumulti infesti, e per servaggi, e prede,
Onde sossopra con orrenda strage
Tutto volgendo il Barbaro opprimea,
Gl' Itali Regni abbandonar piangendo,
E sotto questo Ciel fermar lor sede.
Quì son le chiare fonti, e quì la vera
Vaga Tempe Peneja, e i lieti pascili
Per verdeggianti cespiti ubertosi.
Vi fu talun, che ragionando a torto
Non dubitò che la Cittade avesse
Quel monte in cura, ove dall'alte cime
Servolo il Nume tutelar la guarda; (7)
Altri per falso immaginar, disgiunta
La travede dall'Istria, e ad altro, lido
L'aggiugne: ma qual cosa avvi, cui vieti
A popoli medesmi unir tal gente?
Certo è però, nè la credenza è vana,
Che dell'Adriaco mar l'onda, già stanca,
Qui compie 'l corso suo, che d' Istria i campi
In comincian da qui, che a mano a mano
Come un istmo tra 'l mar s'internan essi.
Ma lungi ogni contesa: Illustre, insigne
Per vasto impero, e popoli possente
Che fosse un di questa Città, mi sembra [16]
Credibile a ragion. O Patria terra
Chiara per armi, e meritati onori,
Alma antica Città d'invitto Rege,
Di cui non v'à che di diadema cinga
L' augusta fronte Principe più degno,
Il Ciel ti salvi. A Te Fernando i Numi (8)
Rendan prosperi gl' anni, e i tuoi destini.
Sono serbate a Te con lieti auspicj
E di Roma le mura, e 'l Campidoglio;
Penetrerai sotto propizia stella
Le scitiche contrade, e le lacune
Dell'inospite Eusin, e trionfando
Del nemico crudel, alfin darai
Meritamente al reo Tiran la morte.
L'auguste insegne, e l'aquile vittrici
L'Africa sentirà. Pietosi Dei
Esaudir non sdegnate i voti nostri!
Fugata l'oste, e debellata, alfine
Sotto l'impero tuo l' Ungaro Regno
Con più di gloria brillerà nel mondo;
Godrà l'Italia al tuo valor fidata,
All' ombra della pace, i dì tranquilli.
Al fulgor del tuo brando andran le Furie
Sì triste un dì, precipitando in fuga, [17]
Se ne andrà della guerra ogni spavento,
E quì ricondurai gli ozj soavi;
Si avvereran degl' Avi i fausti augurj,
E i patrii lidi, tua mercè, e i confini
Da tua prode virtù resi sicuri
Avranno alfine i desiati porti.
Intanto i cittadini offron devoti
Olocausti agli Dei; le sacre soglie,
Gli Altari, e 'l Tempio tutto intorno eccheggia
Di caldi voti, e di ferventi preci.
Ma qual straccio al mio cor allor che veggo
Pazzamente infuriar contro se stessi,
Già da gran tempo di lor forze esausti,
Con patrio ferro i cittadin medesmi!
Quando fia mai d'una sol patria, o figli
Che si rassodi la mal ferma pace,
E spenti gl' odj, alla concordia antica
L' amor fraterno alfin vi riconduca?
Oh! quanto meglio fia contro il nimico
Del nome venerabile di Dio
Volger vostr' ire, e gl'animi sfrenati.
Riedan di nuovo i placidi costumi,
E l' antica amistade, e stanchi omai
Nel sangue vostro d'infierir cessate.
[18]

O Roma antica finchè fosti retta
Da insana gioventù, perdè il suo lustro
L'augusta maestà del tuo gran nome,
E spenti i Padri, il tuo possente impero
E 'l regal nome, e lo splendor, la gloria
Così scemando andaro a poco a poco
Che disparvero alfin, vestigio alcuno
Senza lasciar del suo fulgor primiero.
Così discordia con l' infeste penne
Svolazzando quà, e là dalle radici
Strappa, e divelle i più possenti Regni.

Da Te fra gl' altri il più possente Eroe,
O fulgid' astro fra le Ispane genti,
Inclito Jani ab Hoys la patria attende (9)
A tanti mali suoi pronto soccorso ;
Sopite sien da Te discordie tante.
Sagace ingegno ti donò Natura,
Sia che affronti i perigli in campo armato,
O che Tu rega con più fausti auspicj
Trieste in pace, e i cittadini suoi.
È questo 'l zelo, e questi son gli Eroi
Dal romano poter allor richiesti,
Quando faziosi il Popolo, ed i Padri
Ad opposti partiti erano tratti. [19]
Tua virtù si rinfranchi, e ti apparecchia
Sempre a gloria maggior. L' età ventura
Ammirerà sorpresa i fasti egregi,
E porterà il tuo nome oltre le sfere.
Ma a se mi chiama altro dover, compita
L'opra esser dee, che incominciai cantando.

Quindi non lungi su fecondo colle
Ricco di piante v' à un boschetto ameno, (10)
Onde patrii coloni ànno 'l governo.
Oh! quante volte quivi il Dio del giorno
Al nascer suo trovommi ancor giacente,
Ove al rezzo passai l'umida notte,
Sprezzando il mormorar del volgo insano,
Che più dell' oro libertà tiri aggrada.

Per vergini donzelle, ed uomin rara,
Le cui virtudi s'ergono alle stelle,
Da qui non lungi appar l'inclita Muggia. (11)
Ma perchè la mia Musa, o Antonio Robba, (12)
Or tacerà di Te, se Tu alla patria
L'arte trattando salutar, un nuovo,
Anzi lo stesso Ippocrate ridoni;
Destro così che le più infeste febbri
Scacci da' corpi delle inferme genti?
E che dirò del Cavaliero illustre [20]
Dell' insigne Giuliani, a cui commise (13)
Il grande Apollo sull' etrusca cetra
Soavi versi modular cantando?
Te pur mio Jani io canterò, cui cigne
La dotta fronte il verdeggiante alloro,
Ed a gara tra lor le Dee castalie,
Benigni Numi [sp?], su di Te versaro
Accumulati onor, onde la stirpe
Apostola preclara a suo gran vanto (14)
Reca d' averti suo diletto alunno.

Tu segui intanto a svolgiere le prime
Cagioni delle cose; a calcar segui
Le intraprese da Te nascoste vie,
Nell'opra insisti, e a quella gloria attendi,
Che al Nome tuo la tarda etade appresta.

Da qui non lungi da muscoso sasso
Segue 'l Formion, che con ritorti giri (15)
Cheto s'intrude negli erbosi prati.

Tranquillamente qui l'acque conduce,
E cristalline dal suo chiaro fonte,
Ovunque passa, le conserva. Appena
Ch'ei scenda crederai, sì lieve lieve
Lambe le opache rive, e a dolci sonni
Con il suo lento mormorar invita.
[21]

Quivi la prisca età fissò d'Italia
I limiti, ma poscia a poco a poco
Con lo scorrer degl'anni alfin rinchiuse
Tra più angusti confin l'Istriache terre.

Circondate dal mar indi le mura
Sorgono di Giustino, Egida dette (16)

Dalle Argoliche genti in sermon greco.
Qui ancor fanciullo le Pierie sedi
Le Muse mi mostraro, e l'alte cime
Quando, non bene adulto, ai sacri fonti
Attinsi le ricchezze, e i rudimenti
Dell' Idioma latin. Ma oh Dio! qual duolo
M' oppresse 'l cor nell'osservar stracciata
La misera Città non da nemico,
Insidie occulte, o da superbo Marte;

Ma perchè un morbo rio coi micidiali
Suoi pestiferi influssi a infettar giunse
Queste sì pure un dì aure di vita.
Contaminalo 'l Ciel, luttuoso l'anno
Infierisce, ed a colpi aspri, letali
Or questi, or quelli, or molti insieme atterra.
Egida sventurata! cui null'altra
Vantarsi può di superare in pregi,
O che al fulgido Ciel si volga 'l guardo,
[22]

O per molle rugiada ai ricchi paschi,
Ovvero d'Adria al mar che la circonda.
Non dà tregua 'l malor; prostrati i corpi
Tratti son per le vie, ed indistinte
Quà, e là gettate son le fredde spoglie,
Da che l'Astro fatai rese la terra
Contaminata con funesti influssi,
Ed avido di morte il diro morbo
Lungi serpeggia con contagio orrendo (17)
Ah! che 'l Nume implacabile, severo,
Ah! che l'ira di Dio con pure preci
Uopo egl'è di calmar; altri costumi
Chiede da noi questa luttuosa etade.

Intempestive, o venerabil Vecchio,
Ti rapirono a noi l'invide Parche;
Vivace ancor l'etade tua vetusta,
Più lunghi gl'usi d'una dolce vita
Potea farti gioir; Me sventurato!
Dachè rivolsi alla mia Patria 'l piede
Per fatale destin non mi fu dato
Una sol volta ragionar con teco,
Che sano almen veder potuto avresti
La gioja mia, gli onori a me concessi.
Tu m'insegnasti 'l primo a lambir l'alme
[23]

Ambrosie d'Ippocrene, e Tu le vette
M'adittasti di Pindo; per Te solo
Cinzia non sdegna udir miei rozzi carmi;
È tua mercè se l'ardua troppo un tempo,
Or facile virtù d'ambite lodi
Meritevol mi rese. E un tanto danno
Osò al Mondo portar l'acerbo Fato!
Su Te si scioglie la Cittade in pianto,
E l'Istria tutta di preziosi doni
Da Te, Ambrosi arricchita, or mesta versa (18)
Sulle ceneri tue lagrime amare.
Anima avventurosa, che omai sciolta
Dalle dubbiose torbide procelle
A faccia a faccia nel suo
Dio si specchia, E abitatrice di
Region beata Gode in sereno
Ciel delizia, e pace. Dalla
Città d'Antenore tornando,
Se a sorte io scorgo il tuo sepolcro eretto,
D'intatti fior t'intesserò ghirlande,
Giusto tributo, monumento, e pegno
Dovuti al merto tuo dal grato Alunno.

Te misera Euridice ancor furaro (19)
Degl'anni tuoi nel bel fiorir le stigie
Crudelissime Dee, ne' voti, o preci
[24]

Ostinate ascoltar, se Giove stesso
Chiuse l'orecchie, o non udir s'nfinse.
Oh misera Euridice! il gaudio, il riso,
Ogni mia speme, i più felioi tempi
Del viver mio col tuo morir spariro.
Ma a che prò lagrimar, se dobbiam tutti
Varcar la stessa via; se offerte, e doni
Unqua piegar la volontà de' Numi?

D'Egida dalle mura allontanato
Ecco che incontro al mar Isola giace,
Terra, i cui campi, e i rugiadosi prati
Da irrigui fonti, e rivoli vaganti
Irrorati, fruttiferi son resi.
In lungo ordin di fila il lido opaco
Grandeggia ricco di pallenti olive,
E sulle amene collinette l'uve
Dagli ubertosi palmiti pendenti
Dolci Così raccolgonsi, che a vile,
Anzi a nulla l'Ambrosia aversi io stimo.
Quindi altre, ed altre terre al curvo lido
Si scontrano, e tra queste è quel Pirano,
Ch' offre ospizio gradìto al navigante
Nel porto suo d'ogni periglio illeso,
Quando l'Adriaco mar tumido d'onde [
25]

Urta le navi crudelmente irato.
Sovente anch'io, quando da rie procelle
Squarciato il mar fremea, co' miei compagni
Pei trascorsi perigli ancor turbati,
E con sicuro remigar, quì giunsi
Ospite in seno all'amicizia antica.
Ah ! mio Florio che fai? forse componi
Versi ancor ben condotti, o simil opra,
Giacchè tre volte il sol l'annuo suo corso
Compito a' omai, pur tuo malgrado ancora
L'Istria ritienti, ove con nobil laude
Giovani alunni co' precetti educhi?
Io dal duolo morei quand'altro mai
Più di me fosse al tuo bel core accetto,
O di Te all'alma mia parte più cara.
Questo è 'l poter di tua virtù, che al Cielo
Ti estolle e aggiugne alle beate sedi.

Schierate seguon non lontan dal lido
D' Umago le vitiferi campagne,
Là dove a colmi nappi 'l spumeggiante
Dolce bevemmo Nettare di Bacco;
E pel spazioso mar vaganti pesci
Con le viminee nasse, ed ami curvi
Ingannati da noi fur nostra preda.
[26]

Ergesi cinta dalle antiche mura
Non da qui lungi ancor mesta, e piangente
Sulle crudeli sue vaste ruine
L'antica Emonia. E chi fia mai che possa (20)
Annoverar le tante stragi, e tante,
E la sevizie rea dell' inimico?
Sei pur troppo infelice allor che avverti
Null'altro rimaner del tuo splendore,
Del fasto tuo, delle tue glorie antiche,
Fuor che un nome famoso, e la memoria
Assai funesta delle tue sventure;
Tanto infesto ti fu l'oste straniero.
Quivi ridon però le bionde spiche,
Fioriti i campi, e la ferace vigna
Crescendo va con verdeggiante fronda.

Già l'alte sommità de' vaghi tetti
Appajon di Parenzo, anch' essa antica
Cittade, e immersa ne' perigli stessi
D'una guerra furente, e che sì a lungo
La travagliata, e stanca Istria sostenne.
Ed ecco ancor le Arumpinensi balze,
Saluberrimo suol. Scogli trecento
S'ergono sopra il lido, e dan ricetto
Ne' scavati lor antri ad animali,
[27]

Che con occulto tramite al nemico
Le taciturne vie feron palesi. (21)

Mentre tempo già fu, scorrevam queste
Tranquille onde del mar insiem raccolti
Molti dell' Istria in societade eletti;
Tra questi spessi scogli, ove si frange
Il flutto, e d'onde spira aura gradita,
Scendemmo uniti, e stanchi omai, nel porto
Lieti entriamo, e contenti; or mille e mille
Godimenti, e trastulli in sulla arena
Passeggiando si facciano alla mente.
Chi Conchiglie raccoglie, e nel muscoso
 Lido aderenti i Mituli, ed i Granchi,
Ed i Chiozzi guizzanti; un segue a nuoto
L'onda fuggente, e incalza; essa con l'ali
Fugge veloci allor ch' egli la segue,
Quando ei la fugge, dietro a lui si avanza,
Ratta lo copre, e del suo umor l'inonda.
Altri tolgonsi a noi furtivamente,
E dove l'ombra è più tacita, e scura
Banchettan lieti con squisite dapi.
Finchè lecito fu cola passammo
Liete l'ore fugaci in mezzo a dolci
Allettamenti di tranquilla vita.
[28]

A che rammemorar le rovesciate
Superbe moli, e fino al Ciel gli eretti
Edifici magnifici là dove
Splende la portentosa antica Pola?
Roma superba d'ostentar finisci I tuoi
Colli, e i ricurvi archi de' Regi,
Le Terme di Neron. Splendon quì pure
Di pario marma su colline eretti
Consecrati agli Dei gli augusti Templi,
Che vincono in onore i più vetusti;
La preclara non men grandiosa arena,
Insigne opra di Giulio, e memoranda,
E i monumenti degli antichi Padri
Splendon pure quà, e là sparsi d'intorno.
Ah! potessi ancor io diletto Jani,
Tornando a riveder le patrie mura
Teco più da vicin le meraviglie
Contemplando ammirar dell'ampio Zaro. (22)
Ubertoso è qui 'l suol ancorchè''l Cielo
Sia fatalmente alla salute infesto.
Co' morbiferi influssi i corpi afflige,
E tinte di palor le guancie smunte
Mostran palesi le ostinate febbri. {23)

De' fonti che dira, che de' vicini [28]
Colli che s'ergon dolcemente, e sono
Dell'Istria Terra di delizia oggetto?
Ma sopra gl'altri le superbe vette
Alzano quasi al Ciel Montana, e Buje,
Che van fastose per squisiti vini.

Gradenigo or a Te rivolgo il canto,
A Te, cui scelse il Veneto Senato
Di queste Terre alla prudente cura,
Ove, giovin d' età, maturo in senno,

Sempre serbando incorruttibil tempra
Dell'oro allo splendor offerto in dopo,
Ma su lance d' Astrea librando i dritti,
Passar tre anni del tuo dolce impero.
Amicamente teco in sermon vario
Si alleviavan le cure, e allor che i mesi
Per noja a noi scorrevan troppo lenti,
Se il Ciel sereno, o la più lieta parte
Dell'anno c'invitava, io me 'l rammento,
Di aver più giorni quì trascorsi allora,
Quando nelle cocenti ore più Febo
Saettava co' raggi, e quando il Sirio
Cane abbruciava i sitibondi campi.

Deh narrà Barbo prio, mio Barbo narra (24)
Quai furo i tempi, che per noi passaro
[30]

Compiti da che fur gl'anni de' studj.
Di sacro dritto pien la lingua, e 'l petto
Tu da gran tempo almen dell' Istria ai lidi
Festi ritorno, e la fortuna amica
Ti concesse alla fin dolce riposo;
Ma per la Patria il tenero amor mio,
Un comando del Padre, e 'l seducente
Lusinghevole aspetto d'una vita
Per meritate dignità più grave,
Me costrinser partir da questi ameni
Luoghi, ed abbandonar i pingui campi,
Di cui non v' à cosa più vaga al Mondo,
E svelto dalla Patria, e da' miei cari,
In stranie Terre, ed in Region rimote
Trasferirmi fu d' uopo. Oh vita, oh vita
Troppo al sogno simil! Chi pensar puote
Come sien scorsi sì soavi giorni,
Que' tempi, e que' cotanto anni beati,
Che teco, o Barbo mio, sì dolcemente,
Scevri d'ogni tumulto, e d' ogni affanno
Mi fu dato a passar? Delizia all' alma
Era pure per noi della proposta
Meta con freccia penetrar nel centro,
E stanco il corpo sopra verde prato
[31]

Coricati osservare al sole ardente
I robusti coloni a spessi colpi,
Le fragranti tagliar erbe del prato.
Poi quando a poco a poco l'alma luce
Del giorno erasi spenta, e che tranquillar
La notte distendea l'umido velo,
La villanella, a cui son delle frutta
Affidate le cure, e delle messi,
Preme le poppe turgide all' agnelle,
E tra ridenti viole da perenne
Onda fresca scorrevole nudrite,
Senza ordine serbar, la mensa appresta.

L'attico Augel, la triste Filomena
Facea l'aere eccheggiar del dolce canto,
E con la flebil sua voce soave
Rinnovellava le querele antiche.
Ti risovviene ancor di tante, e tante
Questioni sulle Leggi, e sopra 'l Dritto
Agitate tra noi nell'ore estive,
E dei cotanto oscuri arcani enigmi
Che dopo lungo meditar sciogliemmo?
Io mi rammento la crucciosa pena,
Che di Gallo là formula ci dava, (25)
Ove il postumo figliò al testatore
[32]

Succeder non potea per roman dritto.
Obliati da Te sarien que' tempi
Quando de patrii campi i fecondati
Jugeri mi additavi? Ecco, dicevi,
Quì son le messi, e quì gli erbosi prati,
Di frutta onusto là l'arbor grandeggia,
Portole è quel, su cui Tu fissi 'l guardo,
M'altrove son le Pinguentine terre.
Che dirò della valle ombrosa, e delle
Da chiaro fonte zampillanti linfe,
Che delle vette altissime del monte?
Senza 'l stridor di, garrule Cicale
Si crederebbe appena esservi estate,
Tanto è quivi soave, e fresca l'aura
Allor che 'l vespertin Cuculo scioglie
La voce al canto dalle quercie opache.

Da qui si sporge 'l mar, ed il nocchiero,
Che su veloce a lui nave affidata
Solcando il Jonio pelago si sforza,
Con gonfie vele allo spirar de' venti
Felicemente d' approdare al lido.
Che dirò d'altri, deliziosi oggetti
Forse non conosciuti in altre terre?
Quì non l'irsuta lepre e qui non manca
[33]

L'astuta volpe, e quantità d'uccelli,
Cui l'arte sa ingannar con visco, e reti.
Tutto ci apprestali questi ricchi campi,
E gl' orti culti, e la verdura amena.

Ma su qual cetra alfine, e con qual carme
Io canterò di Te stridonia Terra, (26)
Che riverente onori 'l sacro Vate,
Egregio Vate, che tutt' altri avanzi
In esporre dell' alma i santi affetti
Col melifero suon di tue parole?
Girolamo di Te parlare intendo,
Sol di Te, a cui da perigliosi dubbj
L' augusta Religion spesso agitata
Comparte in premio i meritati onori.
Fortunati cultor di queste terre
Sulle ceneri sacre i fior spargete,
Ed a colme fiscelle i bianchi gigli.

Fra quanti altri d'Italia è per ingegni
Felice questo suol; ma la nojosa
Povertade, e lo stato angusto troppo
De' domestici censi al bel desire,
E agli sforzi si oppone, ond' è che mai
All'apice pervien de' studj suoi;
Richiamata a metà dall' indigenza [34]
La gioventù, benohè d'esimio ingegno.
Quelli però, cui la fortuna arrise,
L'onde Pafie così solear felici,
Che per stupor inarcherai le ciglia
Al pensar ch'ebber quì la prima culla.

Non libico Leon, non la rabbiosa
Tigre, nè 'l dente di venifio Angue,
O l'infuocato ardor di Tauro audace
Giunsero a sovvertir queste contrade.
Qui la campagna fertile si rende,
E a faticar la gioventude avvezza
Col vomero ricurvo i solchì fende.

Troppo beati, e avventurosi colli,
Così conceda a me benigno 'l Cielo
Passar molti anni di tranquilla vita,
Com'io non bramo che le vostre valli
Condurre i giorni miei, se Roma istessa
Di sue delizie mi facesse il dono,
E la promessa d'ogni ambito onore.

Abitare a che prò Cittadi insigni,
Grandiosi Regni, e splendidi Palagi,
Che quasi all'alto Ciel ergono 'l tetto,
Se a chiaro giorno ti son
sempre intorno
Vigili i servi tuoi, a tutti intenti [35]
Ogni tuo danno a prevenir, e puoi
Render gli scrigni tuoi d'oro ripieni
Pinto a metà dà esperta man l'aspetto
Espor degl' Avi tuoi nell'ampie sale,
Seder a lauta, ed elegante mensa
A poco deve riputarsi, a un nulla.
Se 'l cortigian in ogni età meschini
Conduce i giorni suoi, le ciciliane
Cene addolcir non potran mai le dapi,
Nè alle gravi sottrarlo acerbe cure.
Lungi dunque ogni cura, e da quì lungi
Ite dell'alma voi fastidj, e noje.
Al rezzo, all'ombra molle a me concesso
Sia facile riposo, e il mar profondo
Contemplar dalla prossima vedetta;
Meglio viver convien. Verrà pur troppo
Presto l'età della senil canizie,
Che ritardar od impedir non ponno
Di medic' arte i decantati arcani,
Come cantò scherzevolmente Omero.
Ahi! farmaco non v' à, che arresti un filo
Della crollante ogn' or misera vita,
Nè succo, che i fuggiaschi anni ritardi.
Colli dunque felici, e che di nuovo [36]
Beati chiamerò, cui la soave
Aura, ed i dolci zefori spiranti,
E 'l bosco ombroso, ed i canori augelli
Continuamente fan cenchio d' intorno,
L'aurea ricca del Tago onda non curo,
Nè la fama de' scrigni di Cilippo
Mi lusingan di più; d' aver non bramo
Di Lidia i Regni, ne de' Rifei le gregge,
O 'l fulgido metal del ricco Gange;
Ma gl'ultimi anni miei scorrano in queste
Floride vostre valli, e dove piacque
Agl'Avi antichi vostri, (onde l'amore
Coltivaste solleciti) per lunghi
Secoli attender la senile etade,
E i gaudj terminar dolci di vita.

Note:
  1. Sigismondo de Herberstein Prefetto in allora del R. Fisco, cui il Poeta latino dedicò il Poema.
  2. Pucino, ora Prosecco, vino riputatissimo noto ai Greci, ed ai Romani. Livia moglie di Augusto, a dire di Plinio ( Var: LXII. Ep. 22), visse 82 anni, servendosi di questo vino.
  3. Japidia secondo la mente dell'autore, il Carso.
  4. Timavo fiume che presso S. Canziano si sotterra e dopo 14 miglia ricomparisce sbuccando da 7 fori, celebrato da Virgilio, e da altri classici antichi.
  5. Medoaco, ora Brenta, fiume che scorre presso Padova. Si disputò molto qual fiume della Venezia fosse il Timavo.
  6. Non s'intende bene di qual Cillaro parli l' Autore; si sà che il cavallo di Polluce portava un tal nome. Chiaro però apparisce, ch' egli intenda parlare del viaggio degli Argonauti in queste parti. Anche Antenore dioesi essere approdato al Timavo, ed ivi aver sacrificato in onore di sua madre.
  7. S. Servolo castello poco distante da Trieste con celebre grotta.
  8. Ferdinando I. fratello di Carlo V. ch' era allora in guerra col Turco a cagione dell'Ungheria.
  9. Conte Hoyos Capitano di Trieste. Questa dignità statutaria mutossi in quella d' Intendente, poscia di Governatore.
  10. Bosco Fernedo, volgarmente il Boschetto. Io credo Servola. Sylvula.
  11. Muggia presentetemente piccola Terra al lido del mare vicina a Trieste.
  12. La famiglia Robba esiste ancora in Muggia, ed molto diramata. Anche nel 1643 vi era un medico di qualche grido di detta Famiglia.
  13. La Famiglia Giuliani di Muggia è attualmente estinta, Che questa fosse illustre ne' secoli andati si può dedurlo da ciò che fino dall' anno 932, nel trattato di pace tra Vinterio Marchese d'Istria, ed i Veneti, vi concorse un Giuliani a dare il suo assenso con le precise: Signum manus Juliani de Mugla consentiens.
  14. Famiglia antica degli Apostoli ancora esistente in Muggia.
  15. Formìone, in oggi Risano, antico confine dell' Italia civile, estesa poi fino all'Arsa altro fiume dell' Istria. La valle di Risano è nota pel parlamento, provinciale tenutosi nel 804.
  16. Capo d'Istria.
  17. L'Autore intende sicuramente parlare della peste avvenuta nell' anno 1554, che fu quasi generale, che dal Friuli trascorse nell'Istria, mentre a questa ne precedette una nel 1511, e ne seguì un' altra nel 1573. Vedi Naldini Corografia Ecc. p. 204 e seguenti.
  18. È rincrescevole di non saper chi fosse il vecchio D' Ambrosi tanto encomiato dall' Autore come suo discepolo. Questa Famiglia è estinta.
  19. Il nostro Poeta con una lira meritevole d' esser posta fra le stelle del Cielo, come quella d' Orfeo, plora la fatai morte d'una Euridice, che non si sa qual fosse, nè a qual titolo gli appartenesse.
  20. Emonia, Cittànova.
  21. Crostacei, detti Datoli, che crescono, e vivono nell' interno de' scogli.
  22. Teatro volgarmente detto Zaro, che a que' tempi era ancora in piedi; atterrato dall' Ingegnere Deville nel 1642 per costruire la Fortezza.
  23. Non è più tale la condizione di Pola riguardo a salute, dachè furono atterrate le mura della Città, e fu eretta una pubblica Cisterna.
  24. Barbo famiglia nobile esistente ancora in Buje.
  25. Famiglia Gallo che esiste ancora in Buje, e che diede alcuni Giuristi, qualche Medico, ed esperti Ghirurghi anche in Trieste.
  26. Sdregna,  non lontana da Capod'Istria, patria di S. Girolamo.

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Created: Tuesday, October 19, 2010; Last Updated: Friday, April 01, 2016  
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