Antonio Santin
Istriani Illustri


ntonio Santin nacque a Rovigno il 9 dicembre del 1895, da una famiglia di umili origini. Il padre Giovanni per tirare avanti la baracca lavorò dapprima  come marinaio e pescatore, ed in seguito come operaio della I.R. Manifattura Tabacchi di Rovigno, cosi come la madre Eufemia (Fiamita) Rossi, ma per arrotondare il magro stipendio molto spesso il sabato notte andava a pescare col fratello sulla "batana" di famiglia.

Vescovo di Trieste e Capodistria

Nato a Rovigno
 1895

Antonio infatti era il primogenito di ben undici figli ed i soldi in famiglia non bastavano mai.

Fin da piccolo Antonio, vivendo in una famiglia semplice ma con sani principi morali, sviluppò una forte vocazione religiosa per cui, finite le scuole elementari a Rovigno, espresse il desiderio di farsi prete; però anche la modesta retta del convitto diocesano di Capodistria era superiore al magro bilancio della famiglia Santin. Alla fine con gli sforzi uniti di tutta la famiglia e di qualche benefattore e, grazie anche all'interessamento di don Giovanni Rota, dopo due infruttuosi tentativi riuscì ad essere ammesso come allievo interno al Convitto diocesano ove frequento per otto anni il locale Ginnasio.

Ogni estate il nostro Antonio tornava in famiglia rafforzando il legame con la sua città natale come scriverà, con un filo di nostalgia, nelle sue memorie quando ricorderà: "Le vacanze a Rovigno, sul mare. Il mare fu, è e sarà la mia gioia. Ho nel sangue la salsedine".

Ma il mondo felice degli studi ginnasiali, proprio alla loro fine, venne bruscamente interrotto dagli eventi della I Guerra Mondiale: "Nel settembre 1914 entravo nell'ottava (classe NdA). La guerra era gia scoppiata. A dicembre ci fu la leva... fui trovato abile" ma grazie all'intervento del Vescovo che lo mando al Seminario di Gorizia, ed alla legge che esonerava gli studenti di teologia, evito il servizio di leva e le atrocità della guerra... aveva allora diciotto anni.

1916: La famiglia del futuro mons. Antonio Santin (primo a sinistra) che fu evacuato a Wagna. Fotografia ristampata da La Ricerca, Bolletino del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, Edizione speciale trent'anni del C.R.S., N. 23-24, dicembre 1998 - aprile 1999.)
 

Dopo aver evitato il servizio militare, superati gli esami dell'Ottavo anno e di Matura venne mandato al Seminario di Maribor, allora Marburg, dove causa gli eventi bellici era stato trasferito il seminario di Gorizia. Per uno scherzo del destino non tanto distante da la, a Wagna, vi era anche la sua famiglia internata:

"Rovigno era sta evacuata. Era scoppiata in maggio la guerra dell'Italia contro l'Austria. Dopo qualche tempo seppi che i miei erano stati portati come bestie prima in Ungheria, vicino Pécs, in quelle miniere di carbone, e poi nell'accampamento di Wagna, prezzo Leibnitz, nella Stiria. La situazione era penosa".

Ordinato dall'arcivescovo di Gorizia e ricevuto il presbiterato dal vescovo di Trieste il 1° maggio 1918, la sua prima nomina fu quella di "cappellano esposto" a Mormorano, presso Barbana, dove per venire incontro alle esigenze dei suoi parrocchiani cercò di apprendere il croato. Dopo quattro mesi, con rammarico della popolazione di Mormorano, da cui nel frattempo era riuscito a farsi capire ed amare anche col suo stentato croato, venne però trasferito a Pola, ove una terribile epidemia di "spagnola" aveva falcidiato il clero.

Antonio arrivò a Pola il 2 novembre 1918, in concomitanza col passaggio di sovranità della città dall'Austria al regno d'Italia. Qui inizia la sua attività come cooperatore, concludendola nel '32 come Parroco. Nel frattempo nel '23 si era laureato nel Pontificio istituto di Scienze Sociali di Bergamo, con una tesi sulla "schiavitù antica e l'opera della Chiesa". Nel 1933 infine, e con sua grande sorpresa, venne nominato vescovo di Fiume: "Cinque anni rimasi a Fiume. Una bella città, una diocesi piccola, trilingue, difficile, una popolazione buona, leale e degna di fiducia".

Nel '38 viene nominato vescovo dell'importante diocesi di Trieste e Capodistria, ove cercherà di spendere il suo prestigio di vescovo, oltre quello personale, in favore degli ebrei e delle popolazioni slave della diocesi che la politica fascista vessava nelle più svariate maniere, cercando tra l'altro d'impedire le prediche in sloveno. Cosa questa che Mons. Santin, anche mettendo a repentaglio la propria incolumità fisica, cerco ostinatamente di combattere, applicando il sano principio che la predicazione dovesse avvenire nella lingua parlata dai fedeli.
 
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Qui riporto il suo stemma quale vescovo della diocesi di Trieste-Capodistria.

Svolgerà inoltre un delicato ruolo di raccordo tra tedeschi, partigiani, ed alleati nei convulsi avvenimenti del periodo aprile-maggio del '45 sia a Trieste che nell'Istria ove più volte rischio di venir ucciso ora dall'una ora dall'altra parte. Ma in tutto ciò non dimenticava mai la sua piccola ed amata Rovigno: "Eravamo nei primi mesi del 1945. Ero a Gallignana dove dovevo avere un appuntamento con partigiani, che me lo avevano chiesto... Pensai di approfittarne per fare una capatina a Rovigno... salii al duomo e mi inginocchiai davanti all'arca di S. Eufemia, la nostra santa, a pregare; guardai quel duomo, quel mare, quelle case, quei luoghi, che avevo in cuore dalla mia fanciullezza e triste ripresi la via del ritorno. Fu l'ultima volta che vidi la mia città ".

Visse con animo indomito e mai rassegnato il periodo della occupazione titina di Trieste, subendo a Capodistria nel giugno del '47 una intimidatoria aggressione comunista, avente lo scopo di frenare la sua opera in favore dei suoi tormentati fratelli istriani. Aggressione che lo lasciò pesto e sanguinante ma non per questo meno combattivo nello svolgere il suo compito pastorale.

Come fu un difensore delle genti slave vessate dal fascismo, arrivando a salvare personalmente dei partigiani slavi, così lo fu degli italiani dell'Istria quando, precipitati gli eventi della guerra, la regione giulia fu invasa dai comunisti di Tito:   "Fui e sono un sacerdote cattolico e mi sforzai sempre di essere giusto. Mi sforzai di esserlo in tempi difficili, quando tenere dure in certi settori (lingua slava nelle chiese, difesa dei sacerdoti slavi ecc.) e affermare certe tesi (i diritti delle popolazioni slave) era difficile e pericoloso... E se ieri difesi ebrei e slavi perseguitati, oggi difendo gli italiani cacciati dalle loro terre.... Alludo alle terre che, da sempre abitate da italiani, sono state aggiudicate contro ogni diritto ad altra nazione".

Così visse il dramma dell'esodo istriano, in prima persona, accorrendo ovunque il suo popolo avesse bisogno del suo Pastore. Si recò pertanto a Pola, prima che venisse consegnata ai titini, per confortarne l'infelice popolazione, traendone una grande impressione nel vedere il progressivo svuotarsi della città: "Alle rive era attraccata la 'Toscana, che raccoglieva i naufraghi di questo spaventoso fortunale che devastava una grande città. Tutta una popolazione che lasciava la propria città, case, chiese, campagne, cimitero, marine, tutto quello che era stato vita, lavoro, gioia, speranze e partiva. Nessuno si domandava dove sarebbe finito. Sarebbe finito in Italia, accolti male, in America, in Australia, nell'Europa del nord. Tutto il mondo li ha visti passare. Questa città vuota era un urlo di protesta contro l'ingiustizia, e di disperazione. Nessuno si chiese perché questa gente (e quelli dell'Istria, e di Fiume) se n'andava, impietrita dal dolore, con l'anima vuota e fredda come le case che lasciava".

Collaborò attivamente con Giovanni XXIII, mentre nel luglio 1963 Paolo VI lo nominò vescovo "ad personam", infine nel gennaio del 1971 rinunciò alla sua carica vescovile ed al governo della diocesi triestina, causa i raggiunti limiti d'età. Tale decisione scatenò la protesta dei triestini che inviarono migliaia di firme per richiedere al Pontefice che Monsignor Santin fosse mantenuto sulla cattedra di San Giusto. Infatti le dimissione vennero accettate da Paolo VI solamente dopo più di quattro anni ed esattamente il 28 giugno 1975, l'anno del discusso trattato di Osimo, che sanciva la cessione alla Jugoslavia della Zona B. Vi fu chi vide in questa concomitanza di eventi una coincidenza sospetta.

Dal 1975 al 1981, anno della morte, visse ritirato in una piccola villa nei pressi del Seminario diocesano ove scrisse le sue memorie nel libro "Al tramonto: ricordi autobiografici di un vescovo" (Trieste 1978).

La sua opera è illustrata inoltre da un articolo comparso sulla Porta Orientale, "La resistenza a Trieste e l'opera del Vescovo Santin" e dal libro di Guido Botteri: "Antonio Santin, Trieste 1943-1945", Del Bianco Editore - Udine 1963.

Recentemente a Rovigno, nel nuovo clima politico, gli e stata dedicata una targa commemorativa apposta sulla sua povera casa natale.

Quale vescovo di Fiume ebbe la sua arma personale che riuniva simbolicamente le città da lui amate: Fiume, Pola e Rovigno. Lo stemma reca infatti  nel 1° inquartato S. Vito, il santo patrono di Fiume; nel 2° l'aquila patente recante negli artigli il vaso da cui scorre imperitura l'acqua, da sempre stemma della città; nel 3° l'Arena di Pola e nel 4° la ruota uncinata con la palma del martirio di Sant'Eufemia, l'amata patrona della sua città natale. Il motto recita: QUAERITE PRIMUM REGNUM DEI.

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This page compliments of Gianclaudio de Angelini

Created: Wednesday, February 9, 2000. Last Updated: Thursday, August 06, 2015
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