Bernardo Schiavuzzi
Istriani Illustri


 

Le epidemie di peste bubbonica in Istria
Notizie storiche raccolte da Bernardo dott. Schiavuzzi (1888)

Haec ratio quondam morborum, et mortifer aestus
Finibus Cecropiis funestos reddidit agros,
Vastavitque vias, exhausit civibus urbem.
Nam penitus veniens Aegypti e finibus ortus,
Aera permensus multum, camposque natanteis,
Incubuit tandem populo Pandionis: omnes
Inde catervatim morbo mortique dabantur.

T. Lucr. Cari, De rerum natura, lib. VI, 1136-42.

Fra le molteplici jatture, cui nei tempi passati dovette sottostare 1'Istria nostra, furono di certo gravide di conseguenze le terribili irruzioni di peste bubbonica, che, con brevi intervalli, per molti secoli fino al 1632, si succedettero.

Noi non abbiamo memorie del modo con cui esse esordirono, e ben di rado ci parla la storia di morbi direttamente causati dal contatto d'appestati o di effetti derivanti dagli stessi, e neppur essa ci dice alcunchè sulle eventuali relazioni di fenomeni meteorologici o tellurici collo scoppio del morbo; relazioni che secondo alcune cronache sarebbero in tempi a noi molto anteriori state osservate. Troviamo p. e. come la pestilenza del 1348, che menava strage in tutu l'Europa e nell'Istria, fosse stata precedute da una nebbia fetida e fitta, che si sarebbe addensata dall'Oriente sull'Italia, di una colonna di fuoco, che al cader del sole sarebbesi mostrata per una ora ad Avignone davanti al palazzo del Papa, e da terremoti che dalla China si estendevano verso l'Europa; cose queste che sarebbero state osservate eziandio in tempi anteriori, in occasione della peste durante il regno di [424] Giustiniano nel VI secolo e più di recente nel secolo decorso (1). Di tutto ciò nulla ci dicono le memorie raccolte in riguardo all'Istria, mentre da esse purtroppo rileviamo come, introdottosi il male nella provincia, questa restasse devastata, superando ostacoli, eludendo precauzioni e prendendosi a gabbo tutte le disposizioni igieniche, sempre provvide e talvolta persino draconiane, emanate in date occasioni dal governo veneto, e non di rado ingiunte dagli organi comunali.

Nella maggioranza dei casi, il morbo veniva importato dalla città di Venezia, colla quale le città costiere della provincia tenevano da molti secoli relazioni di commercio e di sudditanza, e solamente in singole circostanze si può asserire che l'introduzione dello stesso sia avvenuta attraverso i confini settentrionali, dalla parte cioè della Carniola o della Carinzia, colle quali provincie stava in continue relazioni la città di Trieste.

Gli statuti municipali dell'Istria contengono scarsissime disposizioni dirette ad impedire formalmente 1'introduzione del contagio, di modo che troviamo solamente nello statuto di Grisignana del 1558 e nella legge statutaria di Rovigno del 26 decembre 1757 un articolo diretto a regolare la estensione delle fedi sanitarie in tempo di peste. Ci consta però come i singoli comuni abbiano curato d'evitare il contagio con particolari ordinamenti, che esporremo nella parte narrativa di questa monografia, e dai quali risulta, che non solo le misure erano dirette contro l'introduzione del morbo, ma ben anco contro la propagazione dello stesso una volta introdotto, ed alla sua cessazione. Troviamo perciò citate chiusure di confini,. contumacie, disinfezioni, abbruciamenti di case e di effetti ecc. ecc. e ciò che è interessante l'impianto di cimiteri appositi per gli appestati, quali p. e. in Capodistria ed in Buje (2).

Sembra tuttavia che l'assistenza medica non fosse corrispondente. Troviamo diffatti citazioni di medici che in tempo di peste, còlti dal timor panico, si rifiutano d'assistere gli ammalati, la qual cosa non è solamente caratteristica in quell'epoca pella nostra provincia, ma sembra imitata da Venezia, ove, in tempi di peste, parecchi medici s'allontanano dalla città, ammettendo in loro giustificazione ora un pretesto ed ora un altro (3). Taluni ne hanno il [425] diritto, perchè nei loro patti coi Comuni escludono il proprio servizio in caso d'epidemia di peste, mentre altri adducono di non poter attendervi, a motivo d'una predisposizione al contagio.

Non si hanno memorie di Ospitali istituiti per l'isolamento e la cura degli appestati e neppure di lazzaretti, abbenchè si sappia come diggià nel 1359 esistesse in Capodistria un ospitale intitolato a S. Marco Evangelista, fondato da un certo Marco trevigiano (4), nel mentre il lazzaretto triestino, unico di cui si abbiano sicure memorie, veniva inaugurato ed aperto nel 1769 ed in modo solenne (5); circostanze queste degne di nota, giacchè s'allontanano dal modo solito d'imitazione negli usi della Dominante, nella quale il lazzaretto contro la peste veniva istituito nel 1422, un secolo circa dopo l'applicazione dei tremendi mezzi di chiusura dei confini adottati nella seconda metà del secolo XIV dai Visconti di Milano (6).

Mentre il governo veneto, impensierito dal modo facile con cui il contagio veniva introdotto nello stato, istituiva nel 1485 un Magistrato alla Sanità pubblica col titolo di Provveditori alla Sanità (7), troviamo che puranco in Istria avveniva lo stesso, e di ciò abbiamo memorie in Capodistria nel 1578 come si vedrà più innanzi, in Rovigno nel secolo XVIII ed in Ossero nel XVII. Tali ufficii erano incaricati specialmente a vigilare perchè le navi provenienti da luoghi infetti o sospetti, prima di porsi a contatto colla città, venissero per un dato tempo sottoposte a contumacia (8).

All'epoca veneta sopraintendeva all'Ufficio di Sanità il Podestà veneto, cui stava a fianco un comitato di cittadini, dai quali prendevansi i Provveditori per la sorveglianza ed i Deputati in tempo di chiusura dei passi, e tale Ufficio avea oltre a ciò il necessario personale di basso servizio. La sfera d'azione di questo Magistrato era regolata dalle numerose leggi [426] sanitarie venete, fra le quali in prima linea deve essere posto il Capitolare veneto contro la peste adottato per tutto l'Adriatico nel 1656 (9).

L'orrore che il morbo inspirava al governo veneto e la consapevolezza dei danni che lo stesso apportava nei paesi colpiti, giustificava di certo le misure adottate non solo, ma tutti quegli ordinamenti, che in epoche anteriori erano stati presi, si a difesa della capitale, che a tutela delle provincie soggette. Già nel 1348, anteriormente perciò all'epoca dell'istituzione del lazzaretto, vediamo come il Senato, nel timore della propagazione del contagio, istituisse in Venezia una commissione di tre Savi, la quale avesse a proporre al Maggior Consiglio dei provvedimenti opportuni ad evitare la corruzione della città; come pensasse al trasporto dei cadaveri dei morti di peste in terreni, in fosse profonde 5 piedi, con speciali incaricati, in barche apposite ed a spese pubbliche; come disponesse ancora affinchè nessuno forestiere malato si trasferisse a Venezia, pena il carcere, l'abbruciamento della nave ecc. Ed ancor prima, il 4 giugno 1293, troviamo che veniva dal Senato assunto un medico, il quale accadendo per la corruzione dell'aria, o per altro motivo qualche epidemia, dovesse dettare un'istruzione da rendersi pubblica, in cui avesse ad indicare da quali cose si dovesse astenersi e di quali servirsi (10). Considerando ciò, non può arrecare meravìglia quando si trova nelle Commissioni del Doge ai nobiluomini veneti, che andavano Podestà in Istria nel sec. XVI l'ingiunzione di dar notizia ai Provveditori di sanità di tutti i casi di peste notati nella propria giurisdizione od in altri siti (11).

Specialmente nel 1632, quando il ciclo fatale delle pesti bubboniche in Istria era cessato, spiccano le premure dei veneti Rettori, perchè il male non si riproducesse o venisse introdotto nella provìncia. Troviamo infatti come essi erigessero rastelli, tagliassero le strade, armassero le linee ed i posti e tenessero in armi le cernide ed una crociera costante di barche armate in [427] mare (12). Con buon dritto, giacchè nel secolo XVIII la peste dominava ancora in Ungheria, in Transilvania, in Sicilia ed in altri siti. Le quali disposizioni sanitarie rimasero a modello e vennero in buona parte riprodotte nelle leggi e disposizioni sanitarie dei governi che succedettero alla Repubblica di San Marco.

Ad onta di ciò, spesso riesciva di eludere la vigilanza, cosi che il morbo veniva introdotto di nascosto, sia mediante navi di commercio o colle stesse galere da guerra, dalla Dominante in Istria, dove tutto devastava, non risparmiando città o ville, indifferente se la loro ubicità fosse alla riva del mare o sulle cime dei monti.

Premesse queste poche generali notizie, veniamo alla cronaca delle epidemie di peste bubbonica in Istria, per quanto i documenti che avevamo a disposizione potessero giovarci al tema che ci siamo proposti di sviluppare.

Non è possibile di rilevare quando le prime pesti siensi introdotte nell'Istria. Dei tempi faustissimi, quand'essa trovavasi sotto i Romani, non si hanno memorie di sorta in questo riguardo; tuttavia puossi benissimo ammettere, che le pesti che in Roma aveano fatto orribili stragi nel primo secolo della nostra èra sotto il regno di Nerone e sotto quello di Tito, avessero colpito anche la provincia. Resta però sempre aperta la questione se le pesti di cui viene fatta menzione nelle opere di Tucidide, d'Ippocrate, di Areteo e di Galeno fossero essenzialmente identiche alle pesti bubboniche. Volendo anche ammettere ciò, specialmente in omaggio alla bella descrizione che ne fa Lucrezio Caro nel suo poema De rerum natura (13), trascurando però le citazioni in proposito di altri autori latini come troppo vaghe (14), non si trova sicura testimonianza di tale identicità che nella Cronaca dell'Aventino (15) e nel De bello Persico di Procopio (16), per le quali conviene [428] ritenere con certezza che le pesti bubboniche sieno comparse in Europa prima della metà del VI secolo della nostra èra, nel qual periodo l'epidemìa da Antiochia passava in Costantinopoli e da questa città si propagava nel 565 per l'Italia, la Francia e la Spagna.

Da quell'epoca il contagio non mancava di manifestarsi frequentemente in Europa, in forma ora più ed ora meno grave, in modo che dal 1060 al 1480 ne venivano numerate 32 epidemie, vale a dire una ogni 13 anni; nel sec. XIV ben 14, cioè una ogni settimo anno; mentre al XVI può a dirittura applicarsi il titolo di pestilenziale, genio questo che si protrasse anche al successivo, riproducendosi il morbo eziandio nel secolo XVIII e nel presente.

Tuttavia abbiamo memoria che nel 192 d. C. un'epidemia grave pestiforme avesse devastata la provincia, andandone esente il solo Castello di Pinguente. Avrebbesi testimonianza di ciò in una lapide votiva eretta in ringraziamento della preservazione dell'epidemia, lapide che secondo il Kandler era al Catta jo (17).

La peste avrebbe colpito la provincia nel 557 e 587 desolandola crudelmente (18). Da quest'epoca fino ai primordi del X secolo non si hanno memorie di tali epidemie. In questo secolo però, importato da Venezia, nella qual città scoppiava nel 938 o prima, riproducevasi il morbo negli anni 954 e 958 infestando di bel nuovo tutta la provincia (19). Sembra tuttavia che ancor prima di quest'ultimi anni avesse fatto stragi, giacchè troviamo che nel primo scorcio del X secolo segnava nell'Istria, ed in ispecialità in Rovigno, frequenti calamità, miserie e pestilenze, da doversi per 20 e più anni interrompere la fabbrica del Duomo, iniziata nel 904 (20).

[429] Decorrono circa cinquant'anni di tregua, ed appena nel 1006, forse portato da Venezia o dalla Lombardia, ove da oltre 10 anni faceva strage, irrompe di nuovo il morbo fatale nella provincia, e contemporaneamente nella Carniola, ove dura 3 anni, apportando la desolazione (21). Cessata la epidemia, non si riproduce più da noi durante questo secolo, sebbene la città di Venezia, con cui le città dell'Istria erano in continuo contatto, venisse afflitta nello stesso periodo ben quattordici volte dalla peste. La quale ricomparisce nell'Istria appena nel 1222 (22). Nel 1230 (23) mena stragi nel Friuli e nel Cragno, per invadere anche la nostra provincia nel 1234 (24), e quasi la peste non bastasse, troviamo che nel 1238 l'Istria veniva danneggiata da un inverno freddissimo, pel quale perivano molti alberi fruttiferi e viti. Da ciò seguiva una grande carestia e mortalità negli animali (25). Ricompare la peste nuovamente nel 1245 e nel 1248 ed in modo orribile, contemporaneamente a Venezia (26).

Gravi furono l'epidemie di peste bubbonica che infierirono nel sec. XIV. Per esse andarono deserte le isole dei Brioni; vennero abbandonate cinque abbazie di monaci benedettini, di cui tre erano in Pola, una sui Brioni e la quinta presso Barbana d'Arsia (27). Già subito nel 1312 irrompeva, accompagnata da grave carestia (28). Cessata appena, essa ricomparisce 18 anni dopo, nel 1330 (29); e di bel nuovo nel 1338 nella città di Capodistria, dando occasione al partito arciducale avverso alla repubblica di Venezia di provocare una rivolta, grave di serie conseguenze (30).

Introdotta di bel nuovo la peste nello stato veneto nel 1343, passava [430] tosto in Istria, che veniva devastata e spopolata. Chi ne sofferse dippiù in questa epidemia fu Rovigno (31).

Nel 1347 e 1348 poi, mentre irrompeva su tutta la provincia (e la troviamo nel 1345, 1346, 1347, 1348 in tutta l'Europa ed in quest'ultimi due anni in Venezia), rileviamo che nel 1347 in Capodistria, infierendo la peste, i cittadini ad istigazione del conte Alberto III arrestano il Podestà Marco Giustiniani, atterrano il vessillo di S. Marco, alzano quello del Comune, mentre non riescono ad impossessarsi del Castel Leone, nel quale i Veneziani tenutisi fermi, riescono indi a domare la città (32). Nello stesso anno la peste menava strage si fiera in Muggia che, secondo una la lapide che la ricorda, ne moriva oltre la metà della popolazione (33).

Anche Pirano non fu risparmiata, che anzi ne fu colpita nel 1348 in modo si orribile, da dover provvedere al seppellimento dei morti coll'acquisto di nuovo terreno. Difatti furon comperati tre orti, non essendo il sacrato di S. Giorgio sufficiente a contenere la grande quantità di cadaveri (34). E sembra pure che neanche la città di Rovigno, in questo incontro, ne fosse andata esente (35).

Questa è quell'epidemia che spopolando quasi la città di Firenze, fu poi narrata da messer Giovanni Boccacio così da trarne una delle più belle ed artistiche pagine del suo Decamerone; ed è pure quella stessa che perdurava per parecchi mesi in Venezia, sterminando tre quinti della popolazione.

Per lo spazio di 12 anni non trovansi più notizie di epidemie pestiformi, in modo che appena nel 1360 la Cronaca Dolfina registra un'invasione [431] di peste in Istria, importata probabilmente da Venezia, ove infieriva l'anno innanzi. È questa pure che afflisse vari paesi, recando nel Friuli e nella nostra provincia orribilissime stragi. Citiamo il testo della Cronaca anche pel termine popolare (giandussa), con cui veniva designato il contagio. Secondo la stessa, esordiva la peste nel febbraio 1360 e si sviluppava subito con tal impeto, che chi ne veniva per sua disgrazia attaccato, in due o tre giorni infallibilmente moriva. «Corrando el 1360 il lo tempo de Ms. Zuanne Dolfin, fo grande mortalità di Persone per tutto el Friuli, e l'Istria, e molte altre parte de Italia, e morivano del mal de la Giandussa in lo termine de do o tre zorni (36)».

I Podestà di Pirano e di Grisignana, probabilmente rovinati di salute in conseguenza dell'epidemia, chiedevano ed ottenevano dal veneto Senato nei primi giorni di luglio di quell'anno il permesso di recarsi in Venezia, ed anzi quello di Pirano otteneva li 18 agosto un prolungamento della licenza. La gravità di quest'ultimo morbo ci viene testificata anche da un passo dei Senato-misti, dove è detto che le popolazioni dei Pasenatici dell'Istria per tale epidemia erano molto diminuite, specialmente in Capodistria, ove per la grave mortalità erano mancati molti stipendiarli «quod propter» mortalitatem que fuit multi stipendiarij defecerunt (37)».

Nell'anno seguente infieriva in modo terribile in Parenzo, di cui i cittadini attribuivano la cessazione all'invenzione dei corpi dei SS. martiri Projetto vescovo ed Elpidio accolito, trovati nella cattedrale (38). In Ossero poi portava tali stragi, da ridurre alle più tristi condizioni quella vetusta città, in modo tale, che due anni più tardi il suo vescovo Michele trovavasi costretto ad abbandonarla, conducendosi a vivere in Zara (39). L'agro di Pola ne veniva puranco devastato (40), e nella città di Montona decimava [432] in siffatta guisa la popolazione, che il veneto Senato, a cagione della grave mortalità, dietro richiesta del Podestà, stabiliva li 13 maggio di mandarvi 10 fanti a custodia della fortezza «non accipiendo aliquem civem, habita» torem Montone, et hominem de carsijs (41)». Nello stesso anno il male dominava in Lombardia e nel Veneto (42).

Decorrono dieci anni di pausa non solo nella provincia ma puranco in tutta l'Europa, ed appena nel 1371 la troviamo invadere orrendamente la campagna di Pola, privandola di quasi tutta la popolazione, in modo che delle 72 ville che possedeva, solamente 11 conservano ulteriormente il nome e le altre spariscono senza lasciare di sé traccia alcuna (43).

Sembra che eziandio nel settembre del 1380 infierisse un'epidemia probabilmente di peste nella provincia, giacchè troviamo che Carlo Zeno, generale di mare, in occasione d'una rivista navale fetta presso uno scoglio delle Orsale (forse Orsera) vicino Parenzo, doveva diffalcare dal nesso della flotta sei galere, mancanti d'uomini in conseguenza di grave epidemia allora dominante (44).

Alle conseguenze di questa epidemia od a posteriore, importata forse da Venezia, ove il morbo infieriva nel 1382, sono da attribuirsi le tristi condizioni in cui nel 1386 trovavasi la città e la diocesi di Capodistrìa, nella quale il clero non era in caso di pagare la decima papale, in modo che il Padre Benedetto, abbate di S. Maria del Cannetto di Pola, subcollettore di tale tributo, lo condonava allo stesso clero, rilasciandogli dichiarazione di pieno saldo col ricevimento di sole 128 lire. Il documento cita le pesti quali cause di tale miseria (45).

[433] Nel 1397 scoppia di bel nuovo l'epidemia, nel qual'anno domina pure in Venezia, e si ripete indi nel 1413 (46).

Ricomparsa con grand'impeto nel 1427, invade tutti i paesi della costa da Salvore a Pola e ne decima la popolazione (47). Nello stesso anno essendo Venezia ed i paesi prossimi a Trieste dominati dal contagio, il maggior Consiglio di questa città ordinava ai cittadini di non dar ricetto a persone provenienti da luogo sospetto sotto pena, in caso di trasgressione, di L. 50 (48). Sembra però che tali provvedimenti a nulla giovassero, giacchè troviamo come nel 1429, due anni più tardi, morissero di peste in Trieste ser Dino di Andrea da Pistoia e Benedetto civico maestro-fabbricatore di balestre (49).

Rimasta libera la città per 20 anni, veniva invasa dal morbo nuovamente nel 1449 (50).

Nel 1456 scoppiava il morbo in provincia importatovi da Venezia, attaccando in ispecialìtà Parenzo e Montona. Nella prima città il Podestà Zaccaria Giustiniani, allo scopo d'impedirne 1'introduzione, ordinava le più strette misure contro i casi sviluppatisi in campagna. Nella contrada esterna di S. Cherino (ora Valcarino) era scoppiato il male nell'abitazione di ser Baldassivo. In omaggio alle disposizioni podestarili la casa con tutti i mobili ed altri utensili che conteneva, veniva abbruciata. Ad onta di ciò il morbo entrava in città e vi menava grandi stragi (51).

In Montona portava la desolazione, riducendo nelle più tristi condizioni la città prima rigogliosa (52).

Nel 1462, vale a dire sei anni in appresso, in conseguenza delle pesti sofferte anteriormente, nonchè di guerre, sterilità, le condizioni di Pola erano tanto depresse, che i canonici per lucrare la vita si davano alla coltura dei campi ed a mestieri meccanici (53).

[434] Nello stesso decennio, nel 1467, scoppia nuovamente il morbo in Trieste. Nel gennaio vi muoiono nell'ospitale 105 persone e nella città durante la epidemia perisce un quinto, e secondo alcuni un terzo della popolazione (54). Nel marzo s'introduce in Parenzo, e v'infierisce in guisa tale, che secondo gli scrìtti del Podestà Pietro Querini, i testamenti vengono estesi dalle finestre, stando i notai sulla pubblica strada, senza la presenza de'giudici e dei testimoni, e senza osservare alcuna delle formalità prescritte dallo Statuto (55). Nell'anno seguente la peste dominava pure in Rovigno (56).

Nove anni più tardi, importata da Venezia, ove nel 1475 menava crudelissime stragi, l'epidemia irrompe in Istria. Abbiamo memoria, che nel luglio del 1476 dominasse con singolare veemenza in Pirano, ove oltre i danni arrecati direttamente dal morbo, s'aggiungevano quelli provenienti dalle misure adottate dai paesi confinanti, che, nel timore di contrarlo, aveano rotta ogni comunicazione colla città. La pietà dei cittadini attribuiva la cessazione dello stesso all'intercessione dei santi Sebastiano e Rocco, e ne decretava di solennizzarne le feste (57).

[435] Nell'anno seguente la peste passava in Trieste; e nel 1478 nuovamente nella provincia, ove scoppiava con tale forza da costringere il podestà di Parenzo Nicolò Donato a provvedere alla propria salvezza col ritirarsi altrove, lasciando in suo luogo alla reggenza della città Pietro de Andronicis, uno dei giudici ordinari (58). Perdurando in Trieste ancor dall'anno anteriore, la peste uccideva 700 persone (59).

Nel 1483 scoppia di bel nuovo il morbo in Parenzo (60), ove, estintosi per breve tempo, si riproduce quattro anni dopo; ed in modo molto violento, giacchè il panico prodottovi era tale da non trovarsi neppur un sacerdote che s'arrischiasse d'assistere i colpiti, in guisa che l'arcidiacono e vicario del vescovo, Giovanni de Martinis, era costretto a comandare a tutti i canonici, che venendo chiamati, non ricusassero di portarsi ad udire le confessioni sacramentali dei moribondi quantunque infetti (61).

Dieci anni appresso nel 1497 irrompe la peste di nuovo in Trieste, rubandovi 120 persone di qualità e più di 400 del popolo (62). Da questa [436] città passa in Muggia (63). Nell'anno seguente domina ancora in Trieste (64) e nel 1499 in Veglia (65).

Immani furono le stragi arrecate in quest'ultima città. Fino al 1499 eran rimaste libere le città e le isole dal flagello. In quell'anno esso le assaliva con estrema violenza, in modo che la popolazione ne rimaneva di molto assottigliata, deserte le case e piene d'umani scheletri le cantine, nelle quali seppellivansi gli estinti. Egli è provato da documenti autentici (dice il Cubich) che alla fine del governo de'Frangipani (1480), la città non capiva tutta la popolazione, per cui gli artigiani abitavano il borgo alla marina costruito per la maggior parte di case di legno. Questo borgo ben presto sparì, e sparirono pure le abitazioni che lungo le mura estendevansi dal lato di ponente e tramontana.

Nel 1505 s'introduceva la peste in Trieste, dopo aver risparmiata la città per circa otto anni. Infieriva il flagello dal 16 aprile al 31 agosto e con singolare violenza nell'ultimo giorno di maggio. Il medico, colpito dal panico ricusava d'assistere i colpiti (66). Onde preservare il proprio distretto, il podestà e capitanio di Capodistria Pietro Loredan officiava li 17 maggio Martino Tanzigo, mudaro in Carneliano, a dover avvisare i Carniolini a non portarsi in Trieste, infetta da morbo pestilenziale, se non vogliono venir respinti dalle terre venete istriane (67).

Il contagio ricomparisce nel 1511 in Capodistria, e li 7 agosto dello stesso anno vi si sviluppano anche nella città di Trieste i primi casi. Nella qual ultima rapisce fino agli 11 novembre 100 e più persone, tra le quali Gerardo de Gerardi, che avea principiato a descrivere quelle infauste giornate (68), mentre 5 mesi appresso, cioè li 4 aprile 1512, ricompariva per non cessare che ai 22 decembre (69). Durante l'epidemia del 1511 molte famiglie abbandonavano la città e portavansi a Tüffer nella Carniola.

Troviamo indi come il Consiglio della città di Trieste, li 24 settembre 1525, proibisse ai cittadini di uscire dal territorio, in riflesso che in Corgnale, sui Carsi ed al molino di Risano s'era sviluppata la peste (70).

[437] Tale scoppio entro i confini della provincia non era che il preludio d'una più fiera epidemia che nel 1527 riduceva Pola e tutta l'Istria in estrema calamità. Specialmente Pola e Capodistria se ne risentivano più gravemente, in maggior grado la prima, ove per la perdita degli abitanti, cadevano la maggior parte delie case e la campagna rimaneva orrida ed incolta (71). Nel medesimo anno il flagello infieriva puranco nel rimanente di Europa, specialmente in Firenze e nelle Puglie.

Essendosi propagato il morbo nel seguente anno nelle Marche, per poco non veniva introdotto anche in Trieste o forse in Istria. Giungeva infatti in quel porto un bastimento anconitano infetto da peste, la qual cosa venuta a cognizione dell'Autorità, questa faceva scortare il bastimento in Zaule, ove veniva scaricato e sottoposto ad espurgo (72).

Li 20 giugno 1543, dopo 15 anni, sviluppansi alcuni casi di peste nella città di Trieste e nel Castello di Moccò (73).

Seguono 10 anni di tregua, decorsi i quali irrompe nuovamente il male in Capodistria ed in Muggia e nell'anno seguente in Trieste. In Capodistria specialmente riesciva desolante tale epidemia, giacchè riduceva la popolazione da circa 8000 abitanti a 2300, in modo tale che il podestà e capitano Alvise Priuli nella sua relazione del 1577, escludendo l'azione nociva delle altre epidemie avvenute dopo il 1553, poteva attribuire solamente a questa la desolazione della città, che coll'abbandono delle viti, rimaneva priva della fonte principale di risorsa (74).

Nel susseguente anno 1554 irrompeva di nuovo con singolare violenza in Capodistria ed in Muggia, ove durava 8 mesi (75). Il dott. Prospero Petronio crede che l'infezione sia stata prodotta dalla corruttela dell'aria causata dall'escavo delle paludi, che circondavano una parte della città, e specialmente per aver fatto col fango estrattone la strada suburbana, che conduceva dal porto sino alla porta di Tutti i Santi, e non è dell'opinione emessa dal Fracanzano, dallo Schonzio e da Vittorio Trincavello, il quale ultimo nel libro III de Consil. 17, vuole attribuire la causa dello scoppio al fatto che [438] fossero state trovate dietro una cassa delle funi, colle quali nell'epidemia sviluppatasi 20 anni prima (quella del 1527?) si portavano gli ammalati e si calavano i morti nel sepolcro. Queste funi, ad onta dei molti anni di disuso, rimosse da un servo da quel sito, sarebbero divenute latrici d'un'infezione tale, da causare la morte ad un'infinità di persone. Tradizione vuole che le funi si fossero trovate precisamente nella casa Lugnani, ora Manzoni, di fianco al palazzo Tacco in contrada del Porto. Tale tradizione è non solo rimasta viva tra il popolo, ma coll'autorità del Trincavello è passata nella letteratura medica, in modo che ogni articolo o trattato sulle pesti bubboniche la cita ad esempio della contagiosità del morbo (76).

Le condizioni igieniche di Capodistria a quel tempo erano poco favorevoli; la città mal sorvegliata, giacchè il medico del comune, del resto insigne persona, Leandro Zarotto, non essendo stato scritturato pel servizio in caso d'epidemie di peste «per esser medico di giandussa», ma solamente pell'assistenza degli ammalati in tempi normali, allo scoppio del male abbandonava la città col permesso del podestà e capitanio, e colla scusa di affari recavasi a Venezia (77).

Il Senato veneto però dava per diverse vie assistenza al desolato comune di Capodistria (78), il quale trovavasi inoltre costretto dalle tristi circostanze a chiudere il Monte di Pietà, aperto nel 1550, per riaprirlo appena nel 1608 (79).

Nel settembre 1554, importata probabilmente da Muggia, scoppiava la peste, in modo orrendo, in Trieste (80), e vi durava fino all'agosto 1555, ad [439] onta che il Consiglio avesse vegliato con tutto vigore all'esecuzione dei provvedimenti sanitari. Abbiamo testimonianza in proposito, che Gian Battista Marchesetti, Vitale Mirizio e Benvenuto Petazio, provveditori alla sanità, condannavano don Pietro del fu Federico e ser Matteo de Mercatelli a lire 50 per cadauno, il primo per esser andato di nascosto a trovar quest'ultimo suo nipote, non peranco dichiarato libero da ogni contagio, nella propria vigna posta in contrada Rovetto, ed il nipote Matteo per aver accolto lo zio ad onta delle severe proibizioni (81).

Nel 1556 Capodistria veniva di nuovo attaccata dalla peste, e come pare in modo molto grave (82).

L'anno successivo 1557 ed il 1558 sono anni di terribile epidemia in Pirano. La carta che ne parla è una supplica fatta dal comune al Senato nel 1559, per ottenere indulgenza di alcune contribuzioni. Da quella carta si vede che due terzi della popolazione erano periti, e che per prevalersi da si gravi infortuni, il comune avea consumato ogni sostanza (83). A questo tempo si riferisce il quadro del Tintoretto, rappresentante un voto; quadro che adorna la sala municipale di Pirano (84).

Non si hanno testimonianze se nel 1558 la peste avesse infierito anche in Capodistria; però il podestà e capitano di quella città nella sua relazione al veneto Senato del 22 agosto 1559, espone le tristi condizioni della Camera, la quale si trovava esausta di mezzi, non essendo state per le pesti pagate negli anni antecedenti le tasse (dazi, livelli ecc.) (85).

Quanto gravi fossero le condizioni sanitarie nell'Istria di quei tempi e quale scarsa assistenza ottenessero gli ammalati, testificano le espressioni usate dal vescovo di Cittanova Girolamo Vielmi a quella comunità nella supplica da lui diretta li 29 decembre 1570. «È gran danno», egli scrive, «di tutti li poveri terrieri e forestieri che s'infermano il non aver medico,» nè medicine, nè persona che in un bisogno tria lor sangue, perché non» tutti hanno il modo di mandar a tor il medico e medicine, o in Capodistria, o in altro luogo, e così molti muojono, che forse non morirebbero, e si deserta la città; però è necessario far provvedere di medico e» di bărbier, e quando si possi anco di speziale, che sarà opera gratissima» a Dio, e di gran benefizio alla città nostra e territorio (86)».

Nel 1573 scoppia nuovamente la peste in Capodistria e da questa città si propaga per la provincia. La pietà dei cittadini fa voto a Maria e a Marta di erigere in onore delle stesse un altare sontuoso, pregando d'esser difesi dal contagio, voto che viene adempiuto più tardi (87).

Due anni in appresso il morbo dalla Germania passa in Italia, ed infierendo in Udine, la città di Trieste adopra ogni precauzione onde ni uno di quei dintorni entri in città (88).

Ad onta di tali precauzioni, scoppia però il morbo nel 1577 in Trieste ed in Isola, ed in questa occasione volendosi la città di Capodistria difendere [441] dal contagio, ordina che alle tre persone, che quali provveditori alla sanità trovavansi allora in offizio, ne vengano aggregate altre tre e precisamente Giuseppe dott. Verona, Giovanni Paolo Zaroto e Girolamo Gavardo, i quali insieme operino e procurino con tutte le forze alla conservazione di quella (89).

Occorsi alcuni anni, essendo nel 1599 scoppiata la peste nella Carniola, il doge Grimani vieta alla terra di Muggia ogni commercio con quel paese (90). La peste però viene importata in Trieste ove scoppia nel novembre 1600. Cessata, si rinnova li 5 giugno 1601, ed a quanto sta scritto in conseguenza della mala purgazione degli effetti. La città ne resta libera col 27 decembre (91). Nell'occasione di tale epidemia in Trieste, gli Ebrei vengono accusati di averla introdotta colle merci, ed i cittadini si persuadono del contrario vedendo che gli Ebrei pure ne vengono colpiti. Tale contagio, che fu l'ultimo per Trieste, fu crudelissimo. Ne morirono tutti i canonici della cattedrale, all'infuori di due, ch'erano rinchiusi nella stessa a scopo di servizio, ed il vescovo ne faceva venire degli altri da Capodistria (92).

Nell'anno seguente infierisce nella Carniola nuovamente. I Triestini nel timore che la stessa venisse, come due anni prima, importata in città, tengono li 16 agosto una processione in onore di S. Rocco, fanno cantare due messe, una nella chiesa di S. Sebastiano, l'altra in quella di S. Pietro, invocando da Dio di essere risparmiati dal flagello (93). In aggiunta a ciò costruiscono una chiesa votiva dedicata a S. Rocco, posta in comunicazione coll'antica cappella di S. Pietro, e Diedo Giuliani edifica nel suburbio di Ponzano, vicino Trieste, una chiesa in onore dei SS. Giacomo e Rocco per pericolo sfuggito di peste, nel mentre la città assume S. Rocco ad uno de'suoi protettori (94).

L'Istria veneta non viene colpita da tale contagio, ed a quanto sembra a merito dei rettori di Capodistria. Troviamo difatti come il podestà e capitano di Capodistria si vanti dinanzi al veneto Senato di aver salvato la [442] città dì Capodistria e l'Istria veneta dall'importazione del morbo dai luoghi arciducali confinanti, che ne erano infetti, a quanto sembra coli'attuare i mezzi ordinati dal provveditor Giustiniani, che dal veneto governo avea avuto l'incarico relativo (95).

Dal 1602 fino al 1630 decorre un periodo di calma, d'anni liberi da tale calamità, quando in quest'anno scoppia di bel nuovo il morbo ed in modo enormemente crudele. Quest'irruzione pestifera fu l'ultima per l'Istria, ma forse la più fiera. Durava oltre due anni e cessava appena nel 1632. Il male introdotto dall'Asia in Europa scoppiava in Costantinopoli nel 1627, da dove passava in Germania, in Francia (Lione) ed in Italia. Questa peste è quella descritta maestrevolmente dal Manzoni nei Promessi sposi e dal Cantù. Trasportata in Italia colle truppe del Collalto (guerra dei 30 anni (96), penetrava in Venezia medesima, ad onta delle savie e solerti precauzioni. In questa città, come avviene facilmente in siffatte calamità, per timore della pestilenza stessa, la si negava, come dice il Kandler, con trufferie di parole e di concetti, in modo che la stessa ne veniva miseramente desolata. Cessato ogni riguardo, ogni precauzione, la comunicazione colla provincia era libera; la peste recata nel 1630 da navi, si dilatava per ogni dove, colpendo a preferenza la razza latina (97).

Prima di tutti i luoghi della provincia veniva assalita la terra di Muggia nel 1630 (98); indi la città di Capodistria, nella quale s'introduceva importatavi da una galera di commercio proveniente da Venezia. Vogliono che allora vi morissero, computati 3000 decessi nel territorio, 5000 individui, crollo questo, che finiva di abbattere il meglio, anzi il fiore dell'antico popolo giustinopolitano(99), così che la popolazione veniva ridotta da circa 6000 a 1800 o 2000 (100) abitanti, compresi anche i bambini. Il morbo entrava nella famiglia del podestà Alvise Gabriel e vi uccideva il cancelliere e due di casa. In questo città il morbo serpeggiava anche nel 1632 e [443] diminuiva la popolazione di altri 200 abitanti (101). I morti di questa epidemia stanno tutti sepolti nel prato di Semedella in una grande fossa comune (102). Tale contagio era grave di conseguenze per Capodistria, in modo che nel 1643 la città se ne risentiva ancora di molto (103).

Isola (104) e Pirano ne andarono esenti. Anzi Pirano, cui tale calamità cagionava grande impressione, erigeva, a quanto pare, in tale occasione, il tempio a S. Rocco in Borgo di Marzana, per ringraziare questo Santo d'aver salvato la città dal flagello (105). Cosi pure Trieste ne restava libera, la quale a tale scopo chiudeva ogni comunicazione con Venezia, ove durava tuttora la peste (106).

In Umago (107) ed in S. Lorenzo di Daila la peste veniva introdotta da marinai veneti (108). Umago ne rimaneva schiantata, non restandole che circa 10 abitanti, mentre la villa di S. Lorenzo perdeva buona parte dei propri. Da S. Lorenzo propagavasi il male in Verteneglio, ove riduceva la popolazione da 500 anime alla metà (109).

Estesosi il male in Cittanova, quest'antica città, decimata diggià come Umago, Parenzo e Pola dalla malaria, veniva a dirittura ridotta pressoché a nullo, in modo che non le rimanevano che circa 10 abitanti, ed i vescovi l'abbandonavano per abitare in Buje od in Verteneglio, e più tardi nel 1686 non si trovavano persone per costituire il Consiglio e vi si dovevano aggregare degli stranieri (110). Tristi di certo dovevano essere le sue condizioni, quando per descriverle il podestà e capitano di Capodistria Angelo Morosini, chiamava Cittanova Dea della desolazione e ricovero della stessa solitudine (111).

Fieramente ne veniva colpita la città di Parenzo, in modo da perdere [444] quasi tutta la popolazione, la quale rimaneva ridotta a 30 persone (112). L'aspetto di questa città era talmente infelice, che il vescovo Tommasini, visitandola nel 1646, ne lasciava la seguente descrizione:

«Il giorno terzio di Marzo 1646 fui a visitare questa città, qual fa spavento a chi v'entra. Se vedono le belle fabbriche di una Canonica, che maggior non poteva essere, stando in Essa dodeci Canonici et altri Chlerici, ma anco questa è rovinata, e son due soli Canonici poveri, che appena hanno d'entrata per vivere ed in altro luogo Soleva il Podestà condur seco un Vicario per giudicare le cause civili e criminali per la Copia del Popolo che vi era ed indi Ha belle Contrade, Fabbriche spesse di Case alte fabbricate con pietre vive; et intagliate eccellentem.te, il che da indizio della ricchezza de'suoi antichi Abbitanti. Ora giacciono queste, e cadute, e cadenti, e affetto prive di Genti con orrore a chi entra in Essa Città, le cui pompe son chiuse dentro le numerose Sepolture, che si veggono davanti la Cattedrale, in San Francesco, et altre Chiese (113)».

Trenta anni dopo il succitato podestà e capitano di Capodistria Angelo Morosini, accennando al cominciato risorgimento di Parenzo, la dice «città antica di nome, non ignota, già alcuni anni puro cadavere con tre o quattro sole anime et hora notabilmente risorta et animata (114)».

Monsignor Negri, nel 1760, scriveva «vivono ancora alcuni vecchioni, i quali si rammentano di aver vedute tutte queste miserie, e le Strade e la Piazza stessa ricoperta di folte Erbe e di sterpi, ed i casali tutti ripieni di immondezze, di absinzii, di sambuchi, di edere, di cicute e di altre piante pregiudiziali all'umana conservazione e salute». (115)

Rovigno veniva pure colpita ma scarsamente. Morivano solamente 5 persone nella famiglia di Aquilante Greco e pochissimi altri, come rilevasi dai registri parrocchiali. Gli infetti venivano tosto trasportati sullo scoglio di Figarola, e là pure sepolti (116).

Per Pola, ove scoppiava nell'anno 1631, fu questa epidemia l'ultima rovina, rimanendo spopolata, ridotta a tre sole famiglie di cittadini, che assieme alla guarnigione e ad alcuni forestieri sommavano appena 300 [445] persone (117). A cagione di tale epidemia cessavano i capitoli di Sissano, Momorano e Medolino (118).

Il contagio attaccava pure Fasana (119).

Quest'epidemia però non si limitava alle località ora menzionate, ma colpiva anche molti altri luoghi della provincia, pei quali non si hanno notizie esatte.

Colle epidemie del 1630-31 cessavano le invasioni di peste bubboniche nella provincia, delle quali rimangono tuttora tristi memorie e fatali conseguenze. Ne sofferse tutta l'Istria, ma in prima linea le città di Parenzo e di Pola.

Parenzo, prima delle pesti, vale a dire nel secolo XIV, era prospera in modo tale, che riparati i guasti portati dai Genovesi nelle guerre coi Veneti, poteva erigere molte opere, che di quel tempo sopravanzano, ed alzare una lanterna per guidare i navigli, che recavansi al suo porto, di cui resta la torre sullo scoglio di S. Nicolò. La sua popolazione di 3000 anime (120), nel 1550 era ridotta a soli 698 abitanti; più tardi, nel 1601, a 300; e, come si disse, nel 1631 a 30, accresciuti nel 1646 a 100. Le sue condizioni erano si tristi, che le case rimanevano deserte e cadenti, i campi abbandonati, da divenir quali beni senza eredi proprietà del pubblico Fisco (121); cui aggiungevasi la malaria, frutto dello spopolamento.

Alle stesse condizioni era ridotta Pola, nella quale la malaria da oltre un secolo esercitava la sua mala influenza, sicchè ella restava di molto decimata e dagli assalti guerreschi sofferti e dalle frequenti epidemie di peste e dalle intestine discordie. Nè veniva risparmiata l'Istria interna, mentre si sa che l'importante posizione di Due Castelli, rimasta quasi spopolata per le stragi del contagio e per la triste influenza dell'aria, veniva abbandonata dai pochi superstiti che si recarono altrove, lasciando le mura della patria primitiva che cadeva in rovina.

Gli abitanti delle città che vennero risparmiate dal morbo od almeno [446] lo erano da quella del 1630-31, quali Pirano, Isola, Buje, Rovigno e Dìgnano, nel mantenere ancor oggi ferma la vecchia fìsonomia ed in parte l'antico modo di parlare, attestano benissimo di quali perdite l'Istria sia debitrice alle calamità di peste sofferte nei secoli passati, per le quali molte località col perdere la loro antica popolazione, dovettero assumerne una nuova, differente di favella, di costumi e di aspetto. Fossero sole queste le conseguenze, mentre purtroppo come s'è prima accennato, lo spopolamento delle campagne, l'abbandono dei campi, diedero adito allo sviluppo del germe malarico, causa di nuove calamità, pelle quali Cittanova, Parenzo e Pola (122) ebbero a terribilmente soffrire, rimettendosi appena dopo una lunga serie di anni e di fortunate circostanze.

Note:
  1. Tamassia dott. Arr. La peste. Milano, E. Sonzogno 1879, pag. 16.
  2. Tommasini G.F. De Commentarii storici-geografici della Prov. dell'Istria «Archeografo triestino» s. v. vol. IV, pag. 303.
  3. B. Cecchetti. La medicina in Venezia nel 1300. «Archivio veneto» anno XIII, pag. 376-381.
  4. Senato misti, vol. XXIV (1359-61). Negli <<Atti e memorie della Società istriana di Archeologia e storia patria» vol. IV, pag. 137. Secondo il Tommasini, 1. c. ibid., a Buje nella località S. Margherita, ove c'era un antico cimitero, ci sarebbero stati al tempo della peste i lazzaretti. Forse la località Lazzaretto vicino Capodistria ritrae da simile circostanza la sua denominazione.
  5. Lorenzutti dott. A. Cenni storici detta solenne inaugurazione ed apertura del Lazzaretto S. Teresa in Trieste, celebratasi nel 1769. Trieste, Pagani 1848.
  6. Schauenstein. Handbuch der öffentl. Gesundheitspflege in Oesterreicb. Wien 1863, pag. 495.
  7. Kandler. «Conservatore» 1870, lettera n. 168 ed «Annali del Litorale».
  8. Benussi dott. B. Storia documentata di Rovigno, pag. 155-156. — Bonicelli. Storia dei Lossini, pag. 57-58.
  9. Kandler. «Annali del Litorale».
  10. Cecchetti. Ibid.
  11. «Teneris ex forma partis captae in Consilio nostro rogatorum die XX1J Julij 1528» cum primum accident casus, quod Deus avertat, pestis in iurisdictione tibi commissa» dare notitiam singulis diebus provisorìbus super sanitate, et de omni eo quod esset morbi» tam in tuo territorio, quam in quocunque alio loco, quem intelligeres esse infortuni,» sub poena ducatorum centum, de quibus ponerìs debitor ad palatium perdictos provisores» sanitatis, si ita facere neglexeris». Commissione del 1559 al Podestà d'Umago Andrea Zane. — In italiano esiste pure in quella del 1588 al Podestà di Montona Marc'Antonio Vallaresso. — Da originali esistenti nell'Archivio provinciale.
  12. Relazioni al Veneto Senato del 17 maggio 1744 del Podestà e Capitano di Capodìstria Pietro Donà e del 30 agosto 1784 del Podestà e Capitano di Capodìstria Lodovico Morosini. — Da copie esistenti nell'Archivio provinciale.
  13. T. Lucretii Cari. De rerum natura, lib. VI, v. 1088-1284. — Nei primi versi ci sono commisti dei sintomi che somigliano a quelli della Difterite.
  14. M.T. Cicero. Div. 2.11, Cat. 2.45. — Orazio. 3 Cairn. Od. 23. — Stazio. Theb. L. 11, v. 274. — Lucano. L. 6. 89. — Ovidio. Met. 1. 7, v. 522.
  15. 15) Aventini. Chronica, Francoforte sul Meno, 1576, pag. 309.
  16. Procopius. De bello persico, lib. II, cap. 22 e 23.
  17. Notizie storiche di Pola, Parenzo, Coana 1876, pag. 230. — «Istria» di Kandler, anno V, n. 1. — Kandler, «Annali del Litorale». — Forse la lapide è la seguente che trovo nell'Istria riconosciuta di G. B. Francol, Balestra, Trieste 1888, pag. 32:

SALVTI • AVG
PRO INCOLU
MITATE • PIQUENT
L • VENTINARIS
LUCUMO
ADIECT • IVNIC
V • L • L • S

Si trovava nella chiesa di S. Tomaso, fuori del castello, per pedestallo all'altare (nel 1689).
  1. Kandler. «Istria», anno V, n. 1.
  2. De Franceschi. L'Istria, note storiche, pag. 334.
  3. «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria», vol I, p. 333.
  4. Kandler. Lettera al dott. Guastalla «Osservatore triestino», 1871.
  5. Kandler. «Annali del Litorale».
  6. Ibid.
  7. Ibid.
  8. Muratori. «Annali». — «Provincia», anno XVI, n. 18. — Marsich. «Annali istriani».
  9. Kandler. «Annali del Litorale».
  10. Notizie storiche di Pola, pag. 230. — Kandler. «Istria», anno V, n. 3.
  11. Kandler. «Annali del Litorale».
  12. Kandler. «Istria», anno V, n. 3. — Kandler. «Annali del Litorale».
  13. «Vediamo com'egli (Gian Giacomo Caroldo) narra l'improvvisa rivolta di Capodistria avvenuta nell'anno della peste 1338, nel quale ebbe parte principale il nostro Volrico. = Occorse a questo tempo, che alcuni Capitani del Duca d'Austria con il conte d'Ortemburg, e un servitore del Conte di Gorizia (Volrico di Reifenberg) cccittati da quelli di Capodistria, li quali stimavano che i Veneziani fossero estinti perl'inestimabile mortalità, fecero una correria sopra le porte della Città ecc. =». — «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria», vol. III, pag. 193. // Nell'anno susseguente 1339 era medico in Capodistria Marco da Fermo, a quanto pare capacissimo. «Archivio veneto» La medicina in Veneţia nel 1300 di B. Cecchetti, anno XIII, fasc. 51, pag. 254.
  14. Benussi. Storia documentata di Rovigno, pag. 65.
  15. Notizie storiche di Pola, pag. 157. — Kandler. «Annali». — Archivio di Venezia, Secreta. — Il Kandler negli «Annali» pone invece questo fatto come avvenuto li 17 settembre 1349. Ci sarebbe perciò stata anche in quell'anno la peste.
  16. Ibid. pag. 230.
  17. Questa sarebbe l'origine del cosidetto cimitero vecchio, ora in parte distrutto, la cui entrata si apriva verso il Duomo, rivolta ad occidente. «Archeografo triestino» n. s. vol. XI. — Notizie storiche della città di Virano del prof. L. Morteani, pag. 35. — Da documenti dell'Archivio comunale di Pirano degli anni 1348 e 1349.
  18. Benussi. 1. c. pag. 65.
  19. Negri. Memorie storiche detta città e diocesi di Parenzo, negli «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria» vol. II, pag. 136.
  20. Senato-Misti, vol. XXIV (1359-61) «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria», vol. IV, pag. 148-149.
  21. Negri. Memorie storiche della città e diocesi di Parenzo. «.... ma ritrovati per Divino volere i Santi Corpi de'gloriosi Martiri Projetto Vescovo, et Elpidio Accolito, quali ignoti ad ognuno giacevano sotto l'altare a S. Anastasia dedicato, e posti subito nella dovuta Venerazione, cessava immantinente l'orrido flagello». — Vedi anche TomMAsnu De Commentarti storici-geografici della Provincia dell'Istria, «Archeografo triestino» s. v. vol. IV, pag. 105.
  22. Bonicelli. Storia dell'isola dei Lossini. Trieste 1869, pag. 39.
  23. Kandler. «Istria» anno VI, pag. 19.
  24. Senato-Misti vol. XXIV (1359-61) «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria» pag. 153.
  25. «Archivio veneto», vol. XIII, pag. 376. — Nel 1363 praticava l'arte medica in Capodistrìa Andrea Bonato degli Albarisani, chirurgo da Chioggia. Percepiva dal Comune 100 ducati d'oro e l'uso d'una casa. Ibid. fasc. 51, pag. 92.
  26. Notizie storiche di Pola, pag. 76. — Troviamo medico in Pola a quell'epoca (1374) Bonaventura di Rustigello, «Archivio veneto», vol. XIII, pag. 254.
  27. «.... suscepto (lo Zeno) Triumphali Vexillo cum tribus Galeis venit Parentium XI Septembris ubi ab universis extolei Viris maxima cum veneratione, et alacritate suscipitur. Visa ad Scopulum Orsalis monstra Galeorum oportuit pro hominibus Epidemia deficientibus defalcare de numero sex Galeas. Die XIV Mensis ejusdera se transtulit Piranum etc.» Negri I. c. pag. 139. — Da una Cronaca di Daniele Chinazzo.
  28. S'aggiungano poi i danni arrecati dalle frequenti fazioni di guerra, dagli incendii e dai latrocinii. Marsich. Effemeridi giustinopolitane, «Provincia», XI, 20.
  29. Kandler. «Istria», anno VI, pag. 19.
  30. Ibid.
  31. Marsich. Effemeridi della città di Trieste, «Provincia» anno XII, n. 14.
  32. Ibid, anno XII, n. 4.
  33. Kandler. «Istria», anno V, ed «Annali».
  34. Negri. 1. c. pag. 143.
  35. «In summa Montona, che era una bona e richa terra, è ridutta in miseria; chi andava a sparvier va adesso arar, le done che erano ben vestite, vestono vilissimamente; persi i soi animali, avuto in quest'anno la peste, e la furiar de quelli del Contà adosso». Aricordo di A. Venier e Franc. Cavodelista al Doge nel 1457. Notizie storiche di Montona, pag. 204.
  36. Notizie storiche di Pola, pag. 210.
  37. Kandler. «Istria», anno VI, n. 19 ed «Annali».
  38. Negri. 1. c. pag. 143.
  39. Kandler. «Istria», anno VI n. 3, ed «Annali».
  40. Dalle Novac legga, Ordines, Correctiones, Declarationes, Additiones, et Absolutiones statutorum Communis Terrae Pirani, MDCVI. — Da volume stampato contenente gli Statuti di Pirano del 1606, di proprietà dell'Archivio provinciale:

    «Cap. XLV. De solenizar le feste di San Bastiano, et di San Rocho.

    Cum sit, che za mesi cinque passadi, come è noto a tutta questa Terra, l'è stato gran contagio di peste, in modo che per essa questa Terra è sta bandida d'ogni banda, & chiusa, adeo che niuna persona forestiera, ne per mare, ne per terra, non se ossa accostar de qui, la qual cosa redonda a grandissimo danno, & rovina di questa Terra. Et perchè el se fatta una provision (sic! procession) a laude, & honor dell'onnipotente Iddio, & la sua Gloriosa Madre Vergine Maria, & delli Gloriosi Martiri San Sebastian, & San Rocho, quelli pregando deuotamente che volesse restituir la sua pristina salute a questa Terra, de liberarla de tal infirmità. I quali per sua clementia, & benignità, fatta la procession, da quel zorno in quà nullo se malò, & tutti quelli erano infermi se liberorno.

    Imperò

    L'andarà la parte a laude, & honor delli santi gloriosi Martiri, che de caetero sotto pena de lire cinquanta de pizoli da esser divisa per terzo iuzta il consueto, che non sia alcuna persona, che olsa lauorar, ne far lauorar in quelle doi feste, ma debbiase guardar, festeggiar, & honorar, acciò habino custodir questa pouera Terra da tanta fortuna, & che queste doi feste sia messe nel statuto appresso le altre feste, che se die guardar. Acciò li preti siano tenuti quelle, quando veniranno, raccordar in chiesa, & commandarle espresse.

    Quae quidem pars capta fuit per ballotas quinquaginta septem prosperas, duas non sinceras, nemo in contrarium».

    Interessante è pure il seguente capitolo, nel quale oltre al termine giandussa, denotante a quei tempi in modo popolare la peste, si trovano anche altri termini che di certo hanno relazione al morbo. Questo capitolo venne accolto contemporaneamente al precedente, si capisce, sotto la triste impressione del morbo:

    «Cap. XLVI. Della pena delti biastemadori la giandussa, & altro.

    Perchè l'è sta introdotto una mala, & pessima usanza in questa Terra, che non potria esser più sozza di quella la se, & in grandissimo vituperio di quello stà, sè, che tutte le femine, & fioli sì grandi, come pizoli da certo tempo in qua hanno tolto per uso, che ogni parola biastema la giandussa, carbon, cancheri, & leura, le qual son biasteme insoportabili.

    Imperò

    L'andarà la parte, che de caetero se alcuna persona biastemarà, ne diri niuna delle sopraditte biasteme, pagar per cadauna volta lire tre de pizoli in commun divise, ut supra, la qual pena sia scossa senza remission, & non se possa far gratia, don, ne remission, & se non hauesse da pagar, stia un zorno continuo in berlina. Et ponatur in libro correctionum.

    Quae quidem pars capta fuit per ballotas quinquaginta septem prosperas, duas non sinceras, & nemo in contrarium.

    1476, adì 9. Decembrio. Nel mazor conseio de Piran».

  41. Negri. 1. c. pag. 143....
  42. Kandler. «Annali».
  43. De Franceschi. i. c. pag. 256
  44. Negri. 1. c. pag. 143.
  45. Kandler. «Annali».
  46. Marsich. Effemeridi istriane, «Provincia» anno XXI, n. 23.
  47. Kandler. «Annali».
  48. Cubich. Notizie storiche sull'isola di Veglia, pag. 134-135.
  49. Kandler. «Annali».
  50. Marsich. Effemeridi della città di Trieste, «Provincia», anno XII, n. 10.
  51. Ibid. «Provincia» anno XII, n. 15.
  52. Ibid. «Provincia» anno XII, n. 7. — Kandler. «Istria» anno VI, n. 20.
  53. Ibid. «Provincia» anno XII, n. 18,
  54. Relazione al veneto Senato del Provveditore Marin Malipiero del 29 giugno 1583. «Provincia» anno VIII, n. 5. — Notizie storiche di Pola, pag. 213.
  55. Kandler. «Annali».
  56. Marsich. 1. c. «Provincia» anno XII n. 12.
  57. Relazione al S. V. del Po. e Co. Alvise Priuli del 1577. Da una copia esistente nell'Archivio provinciale. — Vedi anche «Provincia» anno X, n. 7, e anno VIII, n. 5.
  58. Relazione del Po. e Ca. di Capodistria Domenico Gradenigo. «Provincia» a. X n. 7.
  59. Kandler. «Istria» anno II, n. 25 ed «Annali». — Dalle Memorie storiche del dott. Prospero Petronio e dai frammenti di esse già veduti dal Handler in casa Petronio in Capodistria; nonchè P. T. nella «Provincia», anno XVI, n. 11. — Il dott. Kandler ed il chiarissimo P. T. narrano pure nei luoghi sopra citati la storia della fune e vogliono prodotta dalla stessa l'epidemia del 1573. Io non ho potuto procurarmi il libro del Trincavello, ma siccome il passo di quest'autore trovasi inserito nelle Lettere Cattoliche di Girolamo Muzio, che le pubblicava per il Valvassori in Venezia nel 1571 (Stancovich, Dittografìe), ne viene che tale causa speciale non può riferirsi a quell'epidemia. Ritengo perciò più logico attenermi all'opinione del dott. Prospero Petronio, che vuole quel passo riferirsi al contagio del 1554. Del resto non mi pare tanto probabile che net 1573 siasi ripetuto lo stesso fatto.
  60. Vatova. La colonna di S. Giustina, «Provincia» anno XXI, n. 4.
  61. Ibid. «Provincia» anno XXI, n. 14.
  62. Marsich. Effemeridi giustinopolitane, «Provincia» anno XI, n. 6,
  63. «Provincia» anno XII, n, 3. — Kandler. «Annali».
  64. Marsich. Effemeridi della città di Trieste ecc. « Provincia » anno XII, n, 6.
  65. Relazione al V. S. del Po. e Co. Alessandro Zorzi (1584). Da copia esistente nell'Archivio provinciale, nonchè «Provincia a anno X, n 7, e anno VIII, n. 5. — Il vescovo Rapido di un quadro espressivo sulla peste del 1556 in Capodistria, nel suo poema Istria, che viene qui riprodotto nella traduzione di G. B. Medici (270-283):
    «Triste ben fui per la città percossa
    Non d'aspro marte, ma da lue nemica,
    Ch'ammorbò l'etra, e del mortai suo lezzo
    Tutta impregnolla; mentre volse iniqua
    Stagion, che i più di mortai freccia ha colti.
    Città infelice ! di cui più leggiadra
    Altra non vedi, sia che il ciel ne miri
    O i molli campi intorno, ovver l'adriaco
    Mare, che tutto d'abbracciarla è lieto.
    Nè il mal dà tregua; già i prostrati corpi
    Trascinansi, e gli uccisi giaccion stesi
    Da ogni parte; dacché orrido incombe
    Su questo suol d'avversa stella il lume
    E serpeggiando, del vorace morbo
    Il seme si diffonde.........»
  66. Morteani. 1. c. pag. 97.
  67. Ibid. pag. 105.
  68. Relazione del Po. e Cap. Francesco Mauro. Da copia esistente nell'Archivio provinciale.
  69. Tommasini. l. c. pag. 201.
  70. P. T. «Provincia» anno XVI, n. 11. — Kandler. «Annali».
  71. Marsich. Effemeridi della città di Trieste ecc. «Provincia» anno XII, n. 13. — Fra i provvedimenti presi, degno di nota e il seguente: Mentre in quello stesso anno in Graz dominava la peste, dovea far 1'ingresso solenne in Trieste il vescovo neonominato Nicolò de Coret tridentino. Siccome egli proveniva da Graz, luogo appunto sospettissimo, il Comune di Trieste li 13 decembre 1575 gli proibiva l'ingresso e lo pregava di starsi fuori della città da sei a sette giorni. Senonchè il vescovo, cui tale proibizione non rìesciva gradita, ricorreva al Capitano locale, il quale ad onta del deliberato consigliare, gli concedeva tosto l'ingresso. Due giorni appresso, li 15 decembre, il Comune, lagnandosene, informava di tale fatto l'Arciduca Carlo (Marsich. 1. c. «Provincia» anno XII, n. 21).
  72. Vatova. La colonna di 5. Giustina, «Provincia» anno XIX, n. 5.
  73. Marsich. Effemeridi istriane, «Provincia» anno XIV, n. 14. — Raccolta ducali e terminazioni del Comune di Muggia. Codice cartaceo nel civico Archivio di Trieste, pag. 48. — Marsich. Notizie di Muggia, Trieste 1872, pag. 27.
  74. Marsich. Effemeridi della città di Trieste ecc. «Provincia» anno XII, n. 11 e 24.
  75. Kandler. «Annali del Litorale».
  76. Marsich. Ibid. «Provincia» anno XII, n. 16.
  77. Kandler. «Annali del Litorale».
  78. Relazione al Ven. Sen. del Pod. e Cap. di Capodistrìa Marc'Antonio Contarìni dell'8 Luglio 1600 e del Pod. e Cap. Girolamo Contarìni del 1601. — Da copie esistenti nell'Archivio provinciale.
  79. C.A. Combi. Prodromo della storia dell'Istria, «Porta orientale», 1857, pag. 89.
  80. Kandler. Notizie storiche di Montona, pag. 141.
  81. Tommasini. 1. c. pag. 350. — Relazione del Provveditore Nicolò Surian del 1631. Da una copia esistente nell'Archivio provinciale.
  82. Petronio. 1. c. «Istria» anno II (1847), n. 25.
  83. Relazioni dei Pod. e Cap. Alvise Gabriel del 10 marzo 1632 e Pietro Capello. «Provincia» anno X, n. 8, e da copie esistenti nell'Archivio provinciale.
  84. Detto di Pietro Capello del 31 agosto 1633. — Copia esistente nell'Archivio provinciale.
  85. P.T. «Provincia» anno XVI, n. 11.
  86. Relazione del Pod. e Cap. di Capodistria Francesco Tron del 26 settembre 1644. Da copia esistente nell'Archivio provinciale.
  87. Kandler. 1. c. pag. 141.
  88. Morteani. 1. c. pag. 105.
  89. Kandler. «Annali del Litorale».
  90. Kandler. 1. c. pag. 141.
  91. Tommasini. 1. c. pag. 258.
  92. Tommasini. 1. c. pag. 267-68.
  93. Kandler. 1. c. pag. 141 ed «Istria» anno I (1846) n. 10.
  94. Relazione del Pod. e Cap. di Capodistria Angelo Morosini al Ven. Senato del 6 agosto 1678. — Da copia esistente nell'Archivio provinciale.
  95. Kandler. 1. c. pag. 141.
  96. Tommasini. 1. c. pag. 375.
  97. Relazione del Pod. e Cap. di Capodistria Angelo Morosini al Ven. Senato del 6 agosto 1678. — Da copia esistente nell'Archivio provinciale.
  98. Negri. I. c. pag. 143.
  99. Kandler. «Istria» anno V, n. 41. — Benussi. 1. c. pag. 130.
  100. Notizie storiche di Pola, pag. 406, 412, 414, 418, 419. — Kandler. «Istria», vol. VI, n. 19.
  101. Kandler. «Istria» anno V, n. 1.
  102. Relazioni al Ven. Sen. del Provveditore Nicolò Surian del 1631. Da copia esistente nell'Archivio provinciale.
  103. Negri. 1. c. pag. 141.
  104. Kandler. «Istria» anno V, n. 47.
  105. Parenzo successivamente nel 1646 contava 100 abitanti, 300 nel 1696 e 2000 nel 1710 e dopo altri 50 anni, cioè nel 1796, 3000. L'aumento rapido del 1710 dipendeva dal fatto che a quell'epoca una flotta veneta svernava nel porto di Parenzo a presidio del golfo, esposto a venir molestato dai legni nemici alla Casa d'Austria, impegnata colla Francia nella guerra di successione spagnuola; la presenza della qual flotta sapeva suscitare un commercio di rilievo ed istigazione ad aumento di popolo. — Le sorti di Pola sono note ad ognuno, e su quelle di Cittanova, dipendenti dall'assanamento della città, che aveva luogo negli anni 1861 e 1862, mi riservo d'esporre in un altro mio prossimo lavoro.

Tratto da:

  • Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria, V. IV., 1888, p. 423-446.

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Created: Tuesday, March 31, 2009. Last Updated: Tuesday, April 19, 2016
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