Bernardo Schiavuzzi
Istriani Illustri


 

La malaria in Istria
RICERCHE SULLE CAUSE CHE L'HANNO PRODOTTA E CHE LA MANTENGONO

Del dottor Bernardo Schiavuzzi [1889]


Atque ea vis omnis morborum, pestilitasque,
Aut extrinsecus, ut nubes nebulaeque superne
Per coelum veniunt, aut ipse saepe coorta
De terra surgunt, ubi putrorem humida nacta est,
Intempestivis pluviisque, et solibus icta.

T. Lucretii Cari — De rerum natura Lib. VI, v. 1094-1100.

'Istria è situata in forma di penisola fra il parallelo boreale del 44° e 44'e quello del 45° e 38', nonchè entro i meridiani del 31°.9' e 32°.8' verso l'oriente. Escorre dai versante meridionale delle Alpi Giulie ed a forma di cuneo si protende in mezzo all'Adriatico, fra il golfo di Trieste ed il Quarnaro. Disposte dinanzi il lato meridionale del continente stanno le isole, situate le minori in forma di scogli al suo lato occidentale e le maggiori nel golfo del Quarnaro. L'estensione superficiale della penisola ammonta a 4001.23 chilometri □ ed ha una popolazione di 292,006 abitanti, suddivisi in 1030 località (1).

La sua conformazione orografica e dipendente dalla vicinanza delle Alpi, a cui, quasi vi derivasse, deve l'elevatezza del suo lato settentrionale, elevatezza che sensibilmente va riducendosi, man mano che il terreno s'avvicina [320] alla costa. Troviamo perciò che alle altezze di oltre tooo metri sul livello del mare ne seguano a poco a poco di minori, le quali nel centro della provincia si riducono a soli 400 metri. Tale diminuzione però non procede in ogni parte uniforme, perchè mentre il lato Sud-Ovest della provincia riduce il proprio livello diminuendone l'altezza in proporzione regolare e continuata, mantenendo degli esatti ed uniformi paralleli; il lato Nord-Est e buona parte dell'orientale conservano delle elevatezze di 400 metri, dalle quali il terreno precipita d'improvviso al livello del mare.

Le isole del Quarnaro non tengono un'eguale graduazione nei livelli orografici. In generale però si può dire che in esse i più alti trovinsi al lato orientale.

Tale succedersi delle altezze non si mantiene intatto, giacchè lo scheletro orografico viene intersecato da valli, in cui hanno l'alveo fiumi o torrenti. Le principali fra queste sono quella di Sicciole in cui scorre il torrente Dragogna, che comincia sotto gli altipiani del comune di Topolovaz; quella di Montona, attraversata dal Quieto, che ha principio nel comune di Pinguente; e finalmente la Val d'Arsa bagnata dall'Arsa, che comincia nel comune d'Albona. Tali intersecazioni però non tolgono che il carattere principale orografico della provincia, cioè la riduzione delle proprie altezze in ragione che il terreno s'avvicina alla costa, si conservi intatto.

Lo scheletro della penisola e delle isole nei riguardi della loro composizione geologica si divide in tre parti, fra di loro distinte (2):

  1. L'altipiano calcare, col gruppo del Montemaggiore, dal torrente Rosandra alla punta di Fianona;
  2. La zona marmo-arenacea, dal golfo di Trieste al lago di Cepich;
  3. L'altipiano pure calcare, ma ricoperto da terreno siderolitico, che a guisa di triangolo ha i suoi vertici alla punta di Salvore, al capo di Promontore ed al seno di Fianona.

Queste regioni sono distinte da una litologia superficiale tanto diversa, da presentare ciascuna di esse una tinta particolare, che forma il fondo del paesaggio, in modo che con appellativi non molto scientifici ma corrispondenti, queste regioni furono dette: l'Istria bianca, l'Istria gialla e l'Istria rossa.

I terreni calcari appartengono per la maggior parte alla creta e sono calcari a radioliti e ad altri foraminiferi (Cenomaniano in senso lato), calcari [321] scarsi di fossili (Neocomiano ecc.) o banchi dolomitici irregolari, oppure nel minor numero appartengono all'eocene quali calcari nummolitici con alveolina longa (Londoniano) o calcari lacustri lignitiferi (Liburnici: Thanetiano). La zona arenaceo-marnosa appartiene all'eocene ed è costituita di Arenarie e di Marne (Masegno) (Tongriano inferiore); di banchi di conglomerati con fossili del Parigino (eocene medio) e da marne del tassello (eocene medio, prive di fossili). Le valli poi sono coperte da un'alluvione postglaciale.

La disposizione degli strati è irregolare. In alcune località lo strato mantiene una linea orizzontale; in altre invece l'obliqua ed anco la verticale. Prevale però in generale la disposizione orizzontale intersecata qua e là da curve e da sollevamenti.

La direzione degli strati e la impermeabilità di quelli posti inferiormente, influiscono in modo sensibile sulla ricchezza d'acque del territorio. Vediamo perciò come nella zona marno-arenacea — la quale presenta ad una certa profondità degli strati impermeabili i quali, per le curve frequenti, devono coll'uno o coll'altro dei loro capi far sporgenza alla superficie del terreno — le sorgenti d'acqua sieno frequenti ed abbondanti; mentre ciò non avviene nelle zone calcari, ove la roccia è permeabile anche ad una certa profondità, e gli strati sono interrotti da caverne. La zona calcare però dà pure in alcune località delle ricche sorgive, p. e. in Pola ed al lato orientale della provincia, nonchè qua e là lungo la costa occidentale.

Il clima dell'Istria è in generale mite e temperato, sebbene variato nei diversi distretti (3). Alla costa gl'inverni sono di regola miti e gli estati temperati dai venti di mare. Le regioni del Carso invece soffrono di grandi freddi a cagione della bora, e nell'estate d'enormi calori per l'irradiazione dal terreno nudo. In queste ultime regioni possono per questi motivi manifestarsi entro poche ore delle differenze di temperatura di 12 a 150 C. In questa regione essa può però assumere un massimo di 32 a 36° C ed un medio di 19 a 200 C, con un minimo di 10° C. Alla costa invece le differenze sono meno rilevanti, giacche nell'estate di rado il calore supera i 300 C, e d'inverno appena si riduce sotto lo zero.

Nell'interno della provincia ha luogo un cangiamento delle stagioni più normale che alla costa; la di cui sezione occidentale offre appena traccie di primavera o d'autunno, mentre l'orientale, per essere esposta alle influenze della bora, soffre d'inverni antecipati e prolungati.

Da tale spartizione irregolare del calorico dipende pure quella riflettente [322] le cadute d'acqua meteorica. Nelle parti settentrionali della provincia durante l'estate quasi in ogni seconda settimana cade pioggia abbondante, mentre nelle altre parti della provincia e specialmente al Sud decorrono persino degli interi mesi senza che vi cada una goccia d'acqua.

In quanto riguarda le cifre medie annue su tali fenomeni citiamo i dati raccolti dalle due stazioni d'osservazioni meteorologiche, cioè dell'Osservatorio dell'i. r. Accademia di commercio e nautica in Trieste e di quello dell'i. r. Istituto idrografico in Pola, posti l'uno al confine settentrionale della provincia e l'altro al suo estremo lembo meridionale, limitandoci alla temperatura, alla pressione atmosferica ed alla pioggia, quali fattori che in molti anni stanno in nesso collo sviluppo delle endemie malariche.

Da tali fenomeni viene influenzata anche la flora istriana, la quale, a tipo nordico nelle parti settentrionali della provincia, acquista caratteri più vivaci mano a mano che si va avvicinandosi al mezzogiorno. Diffatti mentre al Nord trovansi boschi di Conifere, — che in macchia isolata manifestanti pure nella pineta di Sorbar vicino Momiano, ed in guisa artificiale per vari ettari nel bosco erariale di Corneria vicino Sterna — vi predomina tuttavia la quercia che vegeta con tutto vigore; al Sud prendono luogo estesissime macchie di sempreverdi, composte dalle specie botaniche Phillirea, Erica, Cistus monspeliensis, Pistacia lentiscus, Mirto, Buxus, Iuniperus oxycedrus, [323] Quercus ilex, Arbitus Unedo, Laurus nobìlis ecc. ecc., eli e col loro verde mantello abbelliscono il paesaggio da Parenzo fino a Pola, vegetando sulla terraferma e sugli scogli, che frastagliano e rendono sì graziosa la costa occidentale dell'Istria.

La coltura del terreno varia in sommo grado, in modo che come lo dimostrano le tabelle che seguono, predomina nei diversi distretti ora l'uno ed ora l'altro metodo.

 I. RIDUZIONE AD 1/0000 DELL'ESTENSIONE D'OGNI SINGOLA SPECIE DI COLTURA
DEI FONDI RELATIVI AI DISTRETTI CENSUARI DELL'ISTRIA
(4)(5)

[324]

II. QUOTA PROPORZIONALE DI CIASCUN DISTRETTO CENSUARIO

Vediamo perciò come la specie di coltura, che per estensione di terreno supera tutte le altre, sia quella dei boschi, giacchè su ioooo parti di terreno 3405 appartengono ad essa. A questa coltura seguono i pascoli con 3319 parti; indi gli arativi, le vigne, i prati, gli orti e le paludi con una proporzione complessiva di 3246 pani. Ne risulta per conseguenza come un terzo circa della provincia sia posto veramente a coltura, mentre gli altri due terzi devono alle sole forze della natura la loro produttività. — A tali ultimi fondi si aggiungano indi altri 28448 jugeri di terreno improduttivo, che costituiscono la trentesima parte dell'area complessiva della penisola.

Nei singoli distretti censuari i boschi occupano il terreno in proporzioni differenti fra di loro. Il distretto censuario più imboschito è quello di Volosca con 5094 parti su 10000, indi quello di Parenzo con 5021 parti; ai quali seguono quelli di Rovigno e di Montona, ed indi gli altri. Prendendo invece in esame i distretti politici, troviamo che sono maggiormente coperti da boschi quelli di Volosca e di Parenzo; il primo dei quali è formato dai distretti censuari di Castelnuovo e di Volosca, ed il secondo [325] da quelli di Buje, di Montona e di Parenzo. Riguardo poi a tale specie di coltura, la seconda tabella ci indica come su 3435 parti di terreno boschivo, che costituiscono un terzo abbondante di tutta la superfìcie coltivata della provincia, 696 provengano dai distretti politici di Volosca e di Parenzo, i quali anche in tale quota tengono la preminenza.

Rispetto infine ai boschi risulta dal prospetto che segue la proporzione di distribuzione delle singole loro qualità (6) nei vari distretti politici:

Si rileva per conseguenza come i distretti di Volosca e di Capodistria si distinguano per avere la massima parte dei boschi ad alto fusto, e come di questi ne sieno privi quelli di Lussino e di Pola, i quali per tale motivo segnano i permille più alti in riguardo ai boschi di basso o di medio fusto. Risulta poi come di boschi di quest'ultima categoria vada pure molto fornito il distretto di Parenzo, che con quello di Pisino è il più ricco di boschi in riguardo a superficie assoluta.

[326] La specie botanica è rappresentata prevalentemente dalle quercie e modicamente dalle conifere.

Il distretto politico più provvisto di pascoli è quello di Lussino, in modo che la superficie da quelli occupata supera la metà della complessiva; proporzione questa che spicca specialmente nell'isola di Cherso. Siffatta specie di coltura (se può cosi venir chiamata) è rappresentata in tale distretto in cifra si alta, da costituire quasi un quarto di tutti i terreni dell'intera provincia. Il distretto politico invece che ne possiede il minor numero è quello di Parenzo.

Gli arativi predominano nel distretto politico di Pola, e specialmente nel distretto censuario omonimo ed in quello di Dignano, in modo da costituire complessivamente un quinto di tutte le colture. Il più povero di arativi è quello di Volosca quale distretto politico e quello di Cherso quale distretto censuario.

Gli orti predominano in quello di Capodistria, rispettivamente di Pirano, e ne sono meno provvisti quelli di Pisino, relativamente il censuario di Pisino, e di Castelnovo su quel di Volosca. Quest'ultimo distretto censuario (Castelnovo) spicca invece per la grande quantità di prati. Le vigne predominano nei distretti politici e censuari di Parenzo, di Montona e di Pirano.

Le poche paludi che riscontransi in provincia, trovansi nei distretti politici di Parenzo, di Pisino e di Dignano ed occupano appena il 20 su 10000 parti dell'area complessiva.

II.

Premessi questi brevi cenni intorno ai caratteri geografici, geologici, climatici ed agricoli dell'Istria, come quelli che possono esercitare un'influenza sullo sviluppo e sul mantenimento dell'infezione malarica del suolo istriano e deli'ammorbamento dell'atmosfera che lo circonda, passo a segnare nel^modo il più ampio che mi è dato, l'estensione della malaria nella provincia, seguendo in questo riguardo i risultati dell'inchiesta malarica, promossa con lodevole intento dall'inclita Giunta provinciale dell'Istria, negli anni 1873 e 1879, in seguito ad iniziativa della allor esistente Società agraria istriana, e più tardi dall'i, r. Consiglio sanitario provinciale.

Si deve però confessare che non tutte le idee espresse nelle relazioni sono sane e corrispondenti alla realtà; tuttavia dal complesso dell'inchiesta risultano dei dati, che per essere corrispondenti a quanto ora si sa di [327] positivo intorno alla genesi malarica, riesciranno di certo a dilucidare la questione grave di tale endemia, a spiegarne la produzione e per conseguenza a suggerirne i mezzi onde debellarla. Giova dichiarare in questo proposito, qualmente tali risultati corrispondano quasi perfettamente con quelli derivati dagli studi analoghi intrapresi in Italia, ove Parlamento e Senato con provvidi ordinamenti tentano a tutt'uomo di sanare il suolo che circonda la capitale ed altri siti ancora, come sarebbero le regioni già ricche e fiorenti della Magna Grecia, dell'Etruria e dell'estuario veneto, sì da ridurle riabitabili; — e combinano eziandio con quelli iniziati in varie regioni della Germania ed in alcune provincie dell'America settentrionale.

Ai risultati di tale inchiesta farò seguire un'esposizione per quanto possibile esauriente sullo stato sanitario ed igienico dell'Istria nei secoli passati, e ciò onde colmare una lacuna a cui le indagini attuali non possono riuscire. Essendo evidente, come si vedrà in seguito, essere stati l'atmosfera ed il suolo istriano nei tempi antichissimi e fino circa il secolo XIV sani perfettamente, ne viene che desta un vivo interesse la ricerca delle cause che hanno prodotto l'ammorbamento del suolo e dell'aria. Siccome però collo studiare lo stato attuale della provincia a ciò non si riesce, cosi alla esposizione dei risultati dell'inchiesta, corredati da quelli derivanti dai miei studi e dalle mie esperienze, farò seguire le indagini storiche, raccolte da me con non lieve fatica, dalle quali spero risulteranno in guisa abbastanza chiara non solo le cause che hanno prodotto la malaria in provincia, ma eziandio i mezzi atti a sanarla, e ciò col sussidio dei dati statistici ed agricoli da me raccolti.

LOCALITÀ SOGGETTE ALLA MALARIA:

Capodistria. In questo comune vanno soggette alle febbri di malaria alcune località di Lazzaretto (Risano), nonchè talvolta la città stessa di Capodistria. In essa però non avvengono che forme sporadiche e scarse (7).

Decani. Una parte di questo comune va pure soggetta alla malaria (8), specialmente quella costituente il comune censuario omonimo.

Muggia. Le località soggette sono quelle poste in vicinanza delle vallate, come la Noghera, Falle e Zaule. Ne soffre anche la città di Muggia, ove regna costantemente fra certi poveri che hanno le abitazioni site a [328] Levante in prossimità d'un fosso posto fuori delle mura (9). Indi in S. Barbara sita nel comune censurino di Monti, come avveniva in modo speciale nel 1871 (10), e neppure ne viene risparmiata Pluvia nel qual comune censuario dominava in modo epidemico nel 1860 (11).

Pinguente. Nel distretto di Pinguente dominano le febbri in ogni anno durante Testate tanto nelle valli che nelle località poste sui colli, ed in ispccialiti fra la gente povera (12).

Isola. Il comune censuario d'Isola va esente dall'endemia e se ess.i si manifesta, ciò avviene in modo sporadico (13); però in quello di Corte dIsola nelle località prospettanti la valle di Sicciole si sviluppano non di rado durante l'estate alcuni casi. Anzi nel 1864, anno generalmente di forte endemia malarica, irrompeva il morbo con violenza sì marcata e con tale pertinacia da durare dal 29 agosto fino al 27 ottobre, attaccando 179 individui sopra una popolazione di 469 anime (14).

Pirano. Nel comune locale di Pirano molte località vanno esenti dalle febbri; e queste sono i colli marno-arenacei posti vicino alla città, ad eccezione però della gola di Figarola che la sovrasta dal lato orientale, ove in alcuni anni, p. e. nel 1879, si manifestano non pochi casi di febbre. In altri siti del comune censuario omonimo invece sviluppasi la malaria, ora sporadicamente ed in alcuni anni a guisa di vera endemia, p. e. nella valle salifera di Strugnano di rado, in quella di Sicciole (Porto della Madonna, Fontanelle, Lontano e Scodellino) (15) e nella vallicella di Fasan (16). Oltre a questo comune censuario vanno pure colpiti con molta violenza quelli di Salvore ed in modo più mite quello di Castelvenere. Nel primo di questi l'endemia è estesa quasi dappertutto; però essa domina preferentemente in vicinanza al porto ed alle vallicelle di Valfontane e di Valcadin (17). In Castelvenere il morbo appare senza interruzione di luogo e di circostanze; però d'alcuni anni ad oggi si nota un notevole miglioramento. Rarissimi casi avvengono

[329] invece nel comune censuario di S. Pietro dell'Amata, ove appena in epoche di gravi endemie scoppia qualche caso sporadico nelle località poste sul ì versante ai lati della valle di Sicciole e mai sulle alture maggiori di Villanova e di Padena (18). Nel comune locale di Pirano si sono osservate delle endemie gravissime di malaria negli anni 1862 e 186), specialmente in Castelvenere, ove il morbo durava dall'agosto del primo anno al febbraio del secondo, e ne venivano colpiti quasi tutti gli abitanti. Nel susseguente 1864 si verificarono dei casi anche nelle località del comune di S. Pietro dell'Amata (19), che in questo riguardo sono eccezionali. Gravemente veniva poi invaso il I comune nel periodo 1878-1879, nel decorso del quale la malaria dominava in tutta la provincia.

Umago. La malaria suole in qualche anno manifestarsi sporadicamente nella città all'epoca del cambiamento delle stagioni. Lo stesso avviene nei comuni consuari di Petrovia e di Matterada e nella campagna, che dai cosi detti Cmeti s'estende lungo il versante dinanzi al mare fino al fanale di Salvore. Nel comune censuario di 5. Lorenzo» ove di regola non è molto frequente, scoppiava la malaria in forma di gravissima endemia nel 1862 durante i mesi di settembre, ottobre e novembre ed in modo tale che su 680 abitanti circa, si contavano in qualche giornata fino a 100 gl'individui d'ogni sesso ed età attaccati dalla febbre. Allora si osservava come la frazione di S. Lorenzo sita in vicinanza al mare fosse la meno infestata in confronto delle altre sparse sulle colline ed in altri siti più elevati sul livello del mare (20).

Cittanova. La malaria infieriva in altri tempi in questo comune. La città di Cittanova deve all'escavo del Mandracchio ed all'imbonimento di una gran parte della laguna, se il morbo è ora quasi completamente estinto. In Daila pure abbenchè ancor presentemente domini, esso è tuttavia sensibilmente diminuito. Si devono anche per Cittanova notare degli anni sfavorevoli come il 1877, 1878, 1879 (21) ed il decorso 1888, nei quali l'endemia infieriva molto acremente.

Buje. In questa città le intermittenti mai ebbero a comparire in forma endemica; avvengono solamente di quando in quando in alcune annate dei casi sporadici sul finire dell'estate e nel principio dell'autunno. Lo stesso [330] vale pei luoghi contermini siti a Levante ed a Settentrione. L'anno 1861 però faceva eccezione, giacche durante esso nel comune censuarìo di Tribuno ed in una frazione di quello di Momiano, infuriava una lunga ed ostinata endemia di febbre malarica. Altrettanto non si può dire dei villaggi e degli sparsi abituri situati a Mezzogiorno ed a Ponente, prossimi alla valle del Quieto ed alla marina, p. e. delle parti del comune censuarìo di Crossila prospettanti verso la suddetta valle (22).

Grisignana. Va soggetta alle febbri, di regola però scarsamente, quella parte di questo comune censuarìo che prospetta la valle del Quieto. Lo stesso deve dirsi di quelle frazioni dei comuni censuari di Castagna e di Piemonte che pure vi sono situate. Nei comuni invece di Cuberton e di Sterna manifestansi dei casi sporadici sui pendii verso la valle di Cepich. Tale genio malarico, che del resto in tempi normali rimane sempre allo stadio di sporadicità, si manifesta in modo palese negli anni di endemie gravi, come avveniva p. e. nell'estate ed autunno del 1879 (23).

Verteneglio. In questo comune censuarìo ed in quello di Villanova le febbri scoppiano nelle località che guardano verso la valle del Quieto ed anzi più di frequente in Villanova che in Verteneglio (24). Quest'ultimo comune del resto trovasi in condizioni sanitarie molto migliorate, e solo negli anni di generale malaricità viene assalito dalle febbri, p. e. come avvenne nel decorso 1888.

Parenzo. Le febbri di malaria sono frequentissime quasi in ogni estate ed in ogni autunno, e manifestansi si nella stessa città di Parenzo, che in tutto il comune locale. Nelle vicinanze di Parenzo vi è la località detu Molinderio che viene ritenuta enormemente infetta e nei pressi della città stessa i siti posti attorno alla chiesa di S. Eleuterio (25). I comuni censuari poi di Torre, Abrega, Dracevaz, Foscolino, Monghebbo, Monsalice, con Valcarino, Villanova vengono ogni anno assaliti dalla malaria, la quale in anni di forti endemie ne decima sensibilmente la popolazione, come p. e. accadeva nel 1878 e 1879 (26). Alquanto risparmiato ne è il comune censuarìo di Mompaderno, il quale viene pure assalito, ma con poca intensità. [331]

Orsera. In questo comune vengono invasi con violenza quasi ogni anno i comuni censuari di Geroldia e di Leme  (27). Nel primo specialmente la località Marassi e nel secondo i pressi del canale. L'anno 1879 fu anche per questo comune apportatore di grave endemia.

Visignano. La borgata di Visignano come pure le vicine contrade non offrono che scarsi casi di febbre intermittente. Si deve fare eccezione per le località Colombera e Rados, nelle quali il morbo domina con più vigore, come p. e. s'osservava nell'anno 1879. Anche i comuni censuari di S. Vitale e di S. Giovarmi di Sterna vanno soggetti alla malaria, ma in modo non molto forte, mentre ciò avviene più marcatamente nel comune censuario di Mondellebotte. Nell'anno 1879 vi fu endemia gravissima in tutto il comune locale, la quale durava nei mesi d'agosto e di settembre (28).

Visinada. Nel comune locale di Visinada sembra che non dominino le febbri di malaria. Solamente nel comune censuario di 5. Domenica scoppiano alcuni casi, in ispecialità negli anni di generale endemia, come s'osservava nel 1879 (29).

Montona. In Montona la malaria non presentasi che di rado e sempre in forma sporadica. Lo stesso dicasi della vallata del Quieto nella sua parte più vicina alle sorgenti del fiume, mentre ne è estremamente malarica la parte attigua alle foci di esso (30). Però nel periodo decorso dagli anni 1837 al 1844, in cui la valle di Montona era quasi sempre coperta da acque stagnanti, questa città ed i colli sovraposti alla valle erano zeppi di febbricitanti e di cachettici, in modo che in quegli anni molte persone venivano tosto cólte dalla febbre, solamente per aver nei mesi estivi attraversato questa valle dopo il tramonto del sole o durante la notte (31).

Portole. Nel comune di Portole la malaria non si presenta che sporadicamente, in ispecialità nei dintorni della valle di Cepich. Nei mesi dell'estate e dell'autunno del 1879 si manifestava però in modo endemico si nella borgata che nelle vicinanze (32).

Rovigno. Nella città la malaria si manifesta nelle vicinanze della stazione ferroviaria sita a piccola distanza dal lago detto «nuovo»; inoltre [332] nei pressi della fabbrica dei tabacchi a ridosso del macello ed anche assai scarsamente entro l'abitato. La campagna circostante è malarica in grado di gran lunga superiore. In particolarità poi nei mesi di agosto, settembre, ottobre e novembre dell'anno 1879 dominavano le febbri in questo comune endemicamente ed iu modo ostinatissimo (33).

Dignano. In Dignano le febbri si manifestano in forma sporadica. Lo stesso avviene nei dintorni della città, ove però sono più frequenti. Invece nei comuni censuari di Roveria, di Carnizza e di Marzana nelle località di Peruschi, Carnizza, Prodol, Momorano la malaria domina ogni anno in forma d'endemia, specialmente nelle situazioni collocate sui fianchi verso la valle della Maddalena e di Badò. In queste località scoppiava una gravissima endemia nel 1879 (34).

Barbana. Il comune di Barbana è malarico per eccellenza. La stessa borgata ne soffre annualmente, ma in guisa di molto più grave il comune censuario di Porgnana colle località di Porgnana, Pontiera e Cherbocchi, specialmente Pontiera. Neppure il comune censuario di Castelnuovo ne va esente (35).

Canfanaro e S. Vincenti. Questi due comuni soffrono pure di febbri, in particolarità il primo nelle vicinanze della Draga (36).

Pola. La città di Pola che era infetta dalla malaria nel modo il più grave trovasi ora in uno stadio di sensibile miglioramento delle sue condizioni sanitarie. Il morbo che prima tutta la invadeva, si limita presentemente a svilupparsi nei rioni esterni della città, come p. e. nei borghi di S. Policarpo, S. Michele, S. Martino, Arena, Siano e Stagione, in modo ora più ed ora meno intenso. Endemie gravi avevano luogo negli anni 1863, 1864, 1866, 1877 (37), 1879 e finalmente nel 1886, offrendo nei primi tre anni il 620, relativamente 880 e 760 casi per mille sul contingente di guarnigione (38). I comuni censuari invece sono aggravati dal morbo molto [333] crudelmente. In quello di Pola abbiamo le posizioni malariche di Vintian, Vincural, Veruda, Valmale; in quello d'Altura, Altura stessa, la valle di Badò e le località che la fiancheggiano; in quello di Cavrano le stesse posizioni e quasi tutto il comune; in quello di Fasana, la borgata coi dintomi, le isole dei Brioni (molto malariche); in quello di Lavarigo il territorio; io quello di Lisignano i dintorni; in quello di Medolino il villaggio ed i dintorni; in quello di Monticchio egualmente i dintorni; in quello di Pomer, Pomer stesso, i suoi dintorni e specialmente la località detta Valdibecco; in quello di Promontore la località di Bagnole e finalmente in quello di Sissano e Stignano oltre le ville, i dintorni. In tutto il vasto territorio insomma la febbre domina in guisa endemica per quasi tutta la durata dell'anno, ma in ispecialità nei mesi di agosto, settembre, ottobre fino in novembre, particolarmente negli fatali d'endemia (39). Gallesano ne va quasi sempre esente.

Pisino. Il comune di Pisino non è soggetto alla malaria che negli anni di gravi endemie nel resto della provincia. Allora soltanto si nota lo sviluppo di alcuni casi nelle località poste in vicinanza al lago di Cepich, nelle valli limitrofe appartenenti al comune censuario di Cherbune, nel comune di Tupliaco e di Novacco, come avvenne nell'anno 1879 (40).

Bogliuno. Lo stesso dicasi di questo comune, nel quale la febbre si manifesta nei censuari di Borutto, Lettai e Susgnevizza (41).

Gimino. Taluni anni in questo comune domina la malaria endemicamente (42).

Albona. Nel comune d'Albona le località infette trovansi allineate lungo il tratto di costa che percorre dal canale dell'Arsa fino all'ultima diramazione dei monti Caldiera, da là verso mezzogiorno lungo il versante del Montemaggrore, la valle di Cepich, quella dell'Arsa, nelle località poste sull'altipiano che la sovrasta, fino allo sbocco del canale stesso. I comuni censuari più colpiti sono quelli di Cugn, di Vettua, di Bergod colle località Stalie, Carpano e Traghetto, di Vlacovo e di Cerre. In queste situazioni con più o meno d'intensità l'endemia è costante ogni anno. All'opposto i comuni censuari di Albona, di S. Domenica, di Cerovizza sono scarsamente malarici, giacchè sebbene in essi il morbo scoppì quasi ogni anno, tuttavia [334] lo fa in guisa sporadica, ed appena ogni 3, 4, 6 anni formatisi delle endemie intense (43).

Fianona. Le stesse circostanze riguardo alla distribuzione topografica delle febbri valgono anche per questo comune, ove in esso pure il morbo si produce nelle località che circondano la valle al lago di Cepich, mentre nei comuni censuari di Fianona, di Chersano e di Cosliaco il morbo manifestasi di rado e sporadicamente (44).

Volosca. Nel distretto censuario di Volosca talvolta sviluppatisi casi sporadici di malaria. Nel 1872 se ne verificavano parecchi sotto forma perniciosa e colpivano a preferenza gli operai friulani e lombardi occupati nelle costruzioni ferroviarie. É degno di menzione che tali lavori congiunti allo scoppio delle febbri avvenivano per la massima parte nel comune di Castità, indicato sempre come immune dalla malaria (45).

Castelnuovo. Nel comune di Castelnuovo si sviluppano pure in alcuni anni singoli casi di malaria (46).

Lussingrande. Questo comune è immune dalla malaria (47).

Lussinpiccolo. Il comune locale di Lussinpiccolo è pure di regola esente dalle febbri; però nel 1879 nei mesi di agosto e di settembre insorgeva nel comune censuario di Unie, nell'isola omonima un'intensa endemia di malaria (48).

Ossero. Il comune locale di Ossero va molto soggetto alla malaria, specialmente i comuni censuari di Ossero e di Puntacroce. Ne vanno pure oltre modo soggette le località prossime alla palude chiamata Gias (49).

Cherso. Il comune locale di Cherso, eccettuati i comuni censuari di Orlez e S. Giovanni nonchè Lubenizze e S. Martino, è completamente infetto dalla malaria. Specialmente lo sono nel comune di Bellei i luoghi di Bellei e di Cacichie; in quello di Vrana i luoghi di Vrana, Stanich e Sbissina, in quello di S, Martino le località Vidovich, Ghermovi e Micoglizze (ora deserto); in quello di Podol il territorio; in quello di Cherso i luoghi di S. Vito, [335] di Cherso, di Smergo e di Losnati; in quello di Caisole le località di Conez, di Ivagne, di Vasminez di Minsca, di Sredgni, di Petricevi, di S. Pietro e di Rossuie ed in quello di Dragosichi quella di Filosichi. In particolare le prossimità del lago di Vrana e della palude chiamata Pischio vengono designate come prevalentemente malariche (50).

Veglia. Nel comune locale di Veglia la malaria regna con molta intensità. Vanno accennate come situazioni particolarmente infette i comuni censuari di Ponte, Veglia e Monte.

Dobasnizza. In questo comune sono eminentemente malarici i censuari di Dobasnizza, di S. Fosca-Linardich e di Bogovich, specialmente il luogo di Malinsca.

Castelmuschio. L'intero comune omonimo è infetto, in ispecialità la località di Gnivizze.

Dobrigno. Oltre al comune censuario colla località omonima sono pure infetti quelli di Saline e di Susatta, coi due luoghi di Susana e di Cisischie. Nell'intera isola poi vengono indicati come malarici i dintorni del lesero (lago) e del lago Panighe, nonchè della valle di Lughe.

III.

Dall'esposizione ora fetta delle diverse località nelle quali domina la malaria, risulta come esse distinguansi fra di loro pel grado d'infezione più o meno elevato, oppure per andarne del tutto esenti. Di quest'ultima categoria ce ne sono però pochissime, ed anche queste figurano come tali perchè le notizie che si hanno intorno ad esse non godono d'una esattezza inappuntabile. Tuttavia si deve confessare che alcune località site nelle parti settentrionali dell'Istria e molto in alto sul livello del mare, vadano del tutto esenti dalle febbri, come p. e. sarebbero, fra le altre, i villaggi del comune di Portole appartenenti alle frazioni di Gradina e di Topolovaz, disposti sopra una catena di colli dai 394 ai 400 metri sul livello del mare.

Nelle pagine antecedenti veniva esposto un quadro fugace intorno ai caratteri geognostici ed orografici della provincia. Dallo stesso risulta come lo scheletro di questa sia costituito da tre formazioni geologiche, cioè [336] dall'alluvione postglaciale, dall'eocene e dalla creta. La prima di queste forma il fondo delle valli, le due ultime i monti e gli altipiani. Se si confrontano teli formazioni coi risultati dell'inchiesta da me presa in esame, si vedrA tosto come la massima parte dei terreni malarici riposi sopra uno scheletro cretaceo, mentre la minima, nonchè i terreni più liberi ed esenti dalla malaria, abbiano per base la formazione eocenica (51). Riassumendo perciò tali dati geologici riflettenti ogni singolo comune censuario citato nelle relazioni dei medici, risulta che tali comuni si estendono su terreni consistenti di 7 differenti specie di roccie, appartenenti alle alluvioni postglaciali, all'eocene ed alla creta, oppure combinati da queste tre formazioni, le quali in molti di essi sono assieme rappresentate. Abbiamo perciò:

  1. Marne commiste con alluvioni.
  2. Marne pure o quasi.
  3. Marne e calcari eocenici.
  4. Marne con calcari eocenici e cretacei.
  5. Calcari eocenici.
  6. Calcari eocenici e cretacei.
  7. Calcari cretacei.

Le formazioni ora segnate si comportano riguardo alla malaricita del suolo nel modo e proporzioni indicate nel seguente specchio: [337]


(clicca per ingrandire)

[338] Dall'esame di questo prospetto si deduce, che la metà abbondante dei terreni malarici (52.54%) appartiene ai calcari cretacei, mentre l'altra meta scarsa suddìvidesi fra le altre formazioni, con un massimo del 15.26% per le marne e calcari eocenici. La formazione geologica complessiva poi segna pure il 52.54% per la creta pura, il 33.90% per l'eocene puro ed il 13.56% per quei comuni in cui le due formazioni si trovano simultaneamente rappresentate. La qualità invece litologica del terreno depone in favore della simpatia dei terreni calcari per la malaria col 69.49% ed in isfavore per le marne pure o miste col 30.51%.

Se invece si prende in esame la relazione in cui il grado di malaricità trovasi colla formazione geologica, si viene a scoprire come di 48 comuni poco infetti 35 appartengano all'eocene (72.92%), 8 alla creta (16.66%) e 5 alle formazioni miste (10.42%); di 15 comuni infetti in grado medio 2 appartengano all'eocene (13.34%), 10 alla creta pura (66.66%) e 3 alle formazioni miste (20.00%); invece di 55 comuni molto infetti 3 appartengano all'eocene (5.46%), 44 alla creta (80.00%) ed 8 alle formazioni miste (14.54%).

Nell'eocene poi le marne pure sono le più libere dalla malaria (33.34%), mentre i calcari dell'epoca cretacea ne sono i più soggetti (70.98%). La stessa cosa dicasi della qualità litologica del terreno, nel qual riguardo si vede come i calcari figurino col 92.73% nei comuni censuari molto infetti, mentre le marne mantengono un livello bassissimo nei terreni molto malarici (5.45 e 1.82%), ed un livello al doppio più alto in confronto dei calcari nei terreni poco malarici. La stessa cosa risulta quando si stabilisca il confronto percentuale della formazione geologica col grado di malaricità, nel qual confronto spicca viemaggiormente la preferenza della malaria pei terreni della creta dinanzi a quelli dell'eocene.

I comuni censuari colpiti più o meno dalla malaria sono situati a diverse altezze sul livello del mare. Nel prospetto posto alla fine del lavoro sono segnate le varie altezze, indicate approssimativamente, non essendo possibile per le molte differenze di livello nei singoli comuni, di precisare esattamente le cifre (52). Dallo stesso desumesi lo specchio seguente: [339]

Da questo specchio risulta chiaro come la circostanza delle altezze eserciti pure la sua azione sulla malaria istriana. Si vede nello stesso come di 48 comuni scarsamente colpiti dal morbo, oltre alla metà sieno situati ad un livello del mare superiore ai 200 metri, e come di 55 comuni molto bersagliati dalla malaria, oltre alla metà trovinsi ad un livello inferiore ai 200 metri, circostanza che risulta anche dal confronto delle cifre totali. Ne viene di conseguenza, che la malaricità diminuisce nella provincia in ragione dell'elevarsi del terreno sul livello del mare.

Alla stessa conclusione si viene anche quando si prendano in disamina i vari livelli. Mentre le differenze nel grado di malaricità danno, pei terreni poco od in grado medio aggravati, delle cifre che succedonsi nella serie dei vari livelli, aumentando di valore coir inalzarsi degli stessi; pei terreni molto aggravati tali cifre air opposto vanno diminuendo colla progressione degli stessi livelli; fatta eccezione di quelli dall'o ai 99 metri nei quali la malaricità segna un aumento in tutti e tre gradi. Nè deve imporre il contrasto che si scorge evidente fra i tre gradi di malaricità rispetto al comportarsi dei medesimi dinanzi all'elevazione sul livello del mare, inquantochè nei terreni poco od in grado medio malarici, differenti siano le condizioni telluriche e d'altro genere, come s'è veduto e si vedrà in appresso; e precisamente pei comuni censuari posti a grandi altezze sul livello del mare valgono altri fattori ad esercitare la loro azione deleteria, quali sarebbero.

[340] le paludi. Cosi abbiamo Borutto p. e. che ha il 0.12% di paludi, e Visinada che ne ha l'1.86 %, mentre giova ricordare che in tutta la serie dei comuni poco malarici, tale condizione è quella stessa che pel suo contrasto con l'altra rilevata nei terreni molto malarici, serve a maggiormente disporre in favore igienico per le alte regioni.

È naturale che sotto questo rapporto, le condizioni nei comuni colpiti in grado massimo, devono essere differenti. Esse si manifestano colà con caratteri più spiccati, giacchè il terreno ne è più idoneo all'allignare dei morbo, e questo trova sviluppo in proporzioni più o meno vaste a seconda che le circostanze favoriscono in grado maggiore, o minore, l'attitudine malarigenica del suolo. In questo riguardo diffatti vediamo come la malaricita diminuisca coli'elevarsi della superficie del suolo sul livello del mare, specialmente dai 100 metri in su.

Le cause che influiscono in senso contrario alla produzione del germe malarico nelle regioni alte, devono risiedere in buona parte nella temperatura media dell'atmosfera e del suolo, di certo inferiore a quella che notasi nelle regioni basse; oltre a ciò nel maggior dominio dei venti e nello scolo più repentino delle acque. Purtroppo non ho a mia disposizione esatte misurazioni in proposito, nè mi consta che di simili ne sieno state eseguite nella provincia, almeno per quanto si riferisce alle regioni alte; mentre per le basse si hanno le esatte osservazioni raccolte nell'Ufficio idrografico della marina di guerra in Pola, e nell'Istituto agrario provinciale in Parenzo.

Visto che in base agli studi eseguiti da apposita Commissione nominata dal regio Governo italiano li 6 aprile 1881 onde esaminare se i boschi esercitassero un'azione qualsiasi sulla genesi della malaria dominante nella regione marittima della provincia di Roma (53), e che a sensi delle idee espresse dal prof. Tommasi-Crudeli nella sua opera II clima di Roma (54), risultava che i boschi a basso e ad alto fusto, quando non sieno regolarmente tenuti e non siasi provvisto negli stessi ad un regolare scolo delle acque, anzichè essere utili contro l'importazione dei germi malarici, come prima si credeva (55), riescono invece in tale riguardo dannosi, e divengono fomite

[341] allo sviluppo del morbo; io mi decideva ad esaminare se in Istria pure l'imboschimento possa da parte sua esercitare un1 azione malarigenica.

Come si vede a pag. 323, i boschi coprono nella provincia un terzo abbondante della superficie, alla pag. 325 si scorge come di mille parti di boschi 885 appartengano al basso od al medio ed appena 115 all'alto fusto. Nell'elenco poi dei comuni colpiti, che trovasi in fine del lavoro, ove vengono segnate le varie proporzioni percentuali d'imboschimento riferentesi ad ognuno di essi, risulta come tale quota sia di molto differente per cadauno. Lo specchio seguente risultante dalle varie quote dimostra il modo di contenersi del grado di malaricità in confronto delle stesse.

Da questo specchio si rileva come dei 118 comuni censuari colpiti in grado più o meno grave, 29, cioè il 24.58% abbiano avuto dal 30 al 40% di terreno coperto da bosco, la qual proporzione su per giù si osserva anche rispetto al grado differente di malaricità. Tale cifra però non ha che un valore relativo, giacchè rappresenta la media d'imboschimento dell'intera provincia, ed è naturale che essa, debba pure comparire come [342] prevalente in uno studio in cui viene preso in esame un numero abbastanza rilevante di comuni. Lo studio perciò sul valore del grado d'imboschimento rimpetto a quello della produzione malarica, deve esser diretto ad indagare in quali relazioni numeriche trovinsi le quote percentuali risultanti dal confronto del grado di malaricità nei vari percenti d'imboschimento. Ed estendendo in tale riguardo le investigazioni, lo specchio surriferito ci mostra come di 12 comuni imboschiti dal 0-10% 6, cioè il 50%, sieno malarici in infimo grado, 1, cioè l'8.33%, lo sìa in grado medio e finalmente 5, vale a dire il 41.67%, in grado alto. Press'a poco la stessa proporzione troviamo pel 10-20% d'imboschimento; e mentre il 20-30% ci dà cifre pari in am-bidue i gradi di malaricità, al 30-40% si ripetono le stesse proporzioni, però non tanto spiccatamente. Da questo limite percentuale in poi le cifre s'invertono, e troviamo che al 40-50% di 22 comuni infetti, il 31.82% appartiene al grado minore di malaricità, il 22.72% a quello medio ed il 45.46 % al massimo. Tali proporzioni spiccano viemaggiormente coli'inoltrarsi nelle cifre percentuali più alte d'imboschimento, ove c'incontriamo con un 53.54%, con un 75.00% e finalmente con un 100.00%, risultati numerici questi che depongono in favore dell'azione che i boschi esercitano sui terreni malarici. É naturale però l'ammettere, che perchè i boschi esercitino tale azione, fa d'uopo che essi stessi trovinsi su d'un terreno per sua natura favorevole alla malaria. Su tale argomento mi riservo di ritornare in seguito, quando le cause che mantengono la malaria in Istria verranno poste in confronto fra di loro.

Ci giova però ricercare quale sia l'azione d'un bosco sul terreno che ricopre e sull'aria che lo investe, ricerche queste che tolgo dalla relazione commissionale citata antecedentemente (56). Per le indagini eseguite in Sassonia sotto la direzione dei professori Von Berg e Krutzsch, in Baviera dal professor Ebermayer, in Francia ed in Italia negli Osservatori meteorico-forestali in Vallombrosa ed in Camaldoli di Toscana, nonchè nella foresta del Consiglio in provincia di Treviso, risultano dei dati interessantissimi, atti a porre in vista le grandi differenze meteorologiche esistenti nell'atmosfera boschiva ed in quella sul terreno nudo.

Risulta dai dati raccolti in tali esperimenti, qualmente il bosco moderi le oscillazioni diurne della temperatura del terreno, riscaldandosi quest'ultimo sensibilmente meno del terreno nudo. Tale differenza è in media annuale [343] del 21% in meno del calore che acquista un terreno non boscoso, la quale s'accentua maggiormente nella primavera (28%) e nell'estate (24%). In autunno sarebbe del 16% ed in inverno dell'1%. La temperatura dell'aria stessa per entro un bosco si mantiene pure alquanto minore di quella di un luogo nudo. Le medie annuali ci danno delle differenze dell'0°.78, pronunciandosi queste specialmente nei mesi più caldi da maggio a settembre e nei boschi di piante a larghe foglie. Anche in questo riguardo abbiamo perciò nel bosco una forza moderatrice. Nelle ore di notte, invece, quasi in nessun mese dell'anno l'aria del bosco si raffredda tanto, quanto sopra un terreno nudo, differenza che risulta per l'estate di 1°.52, nell'autunno di 1°.91, nell'inverno di 0°.94 ed in primavera di 0°.42.

Mentre l'umidità assoluta dell'aria d'un bosco non presenta apprezzabili differenze con quella dell'aria soprastante ad un terreno nudo, la umidità relativa ne è notevolmente maggiore, per il che verificandosi un abbassamento di temperatura, ha luogo più facilmente ed in maggior quantità una separazione d'acqua dall'aria d'un bosco in confronto d'un campo nudo. Tale maggiore umidità risulta specialmente nell'estate, quando è quasi doppia di quella dell'aria sopra un terreno nudo.

Dove poi l'azione del bosco si manifesta in modo enorme, si è sul fenomeno dell'evaporazione. Venne osservato in Baviera, che mentre una superficie d'acqua all'aperto evapora in un anno uno strato dello spessore di millimetri 574.30, una pari superficie di bosco non ne perde che per millimetri 212.97, ossia, la evaporazione in un bosco di poco supera il terzo di quello che si verifica in un terreno nudo. Riguardo alle stagioni la distribuzione dell'evaporazione si comporta come segue:

In estate in luogo aperto

229.93mm

in bosco

80.55mm

» primavera »

»

»

170.63mm

 » 

»

73.45mm

» autunno »

»

»

114.81mm

 » 

»

38.20mm

» inverno »

»

»

58.93mm

 » 

»

20.77mm

Ne risulta (il che ha un valore precipuo per Io studio attuale) che si può ritenere;che questa massima limitazione dell'evaporazione in un bosco dipenda principalmente dal minor movimento dell'aria che vi succede, ed in grado minore dalla temperatura.

Lo stesso avviene per riguardo alla evaporazione dell'acqua contenuta nel terreno. Anzi specialmente nei mesi più caldi, da maggio sino a luglio, il bosco contribuisce potentemente al mantenimento dell'umidità del terreno, più che negli altri mesi dell'anno, nella quale minorazione il bosco viene [344] anche aiutato dalla copertura determinata mediante i detriti vegetali che esso abbandona, quali sono p. e. i fogliami ecc. ecc.

Dall'esposto si deduce, che mentre per entro ai boschi domina una atmosfera molto umida, la pioggia che cade in essi arriva alla superficie del terreno appena nella proporzione dei 74 %, in modo che circa un quarto viene trattenuto dal fogliame. Ponendo ora a confronto la quantità di pioggia che arriva in un terreno boscoso, colla evaporazione che vi subisce, risulta con tutta evidenza che uno stagno, un lago, un acquitrino formato entro un bosco dall'acqua piovana, si asciuga assai lentamente e difficilmente, ed anzi nella maggior parte dei casi non può affatto asciugarsi; perchè la quantità di pioggia che vi arriva, sebbene ridotta d'un quarto od anche d'un terzo, è sempre maggiore di quella che perde in grazia dell'evaporazione.

Tali fenomeni notati nei surriferiti Osservatori valgono essi pure pei boschi istriani? Purtroppo finora non abbiamo delle osservazioni direne atte a decidere il quesito; tuttavia il carattere dei nostri boschi ci autorizza a ritenere che i fenomeni in altri siti osservati ripetansi puranco da noi. Abbiamo veduto, come di boscaglie ad alto fusto poche ne esistano in Istria e come prevalentemente la coltura boschiva sia rappresentata da boschi cedui a basso ed a medio fusto. Chi poi talvolta è penetrato in tali boschi, sa benissimo che essi non sono regolati da un metodo razionale, ma lasciati generalmente in balia delle forze naturali, concedendo loro al più e non di frequente una cura del tutto empirica. Perciò chi si addentra in quelle ceppale trova sbarrato il passo da rovi, da spini d'ogni genere, da arbusti di ogni qualità e bassissimi, da un'erba alta talvolta fino oltre il ginocchio. Le piante stesse, non regolate da un metodo razionale, s'addensano l'una all'altra, intrecciandosi fra loro i rami si da precluderne il passaggio. È naturale che in tali boschi siano intercettati i raggi solari; che la temperatura vi sia minore che all'aria aperta; che l'umidità v'aumenti e che non vi circoli l'aria con tutta libertà. S'aggiunga poi che i nostri boschi in buona parte si trovano in terreni oltremodo accidentati, con avvallamenti, fessure, irregolarità, ove facilmente si raccoglie l'umidità condensata, formando acquitrini e stagni.

Onde estendere maggiormente le indagini intorno all'azione che le varie colture del terreno ed i cambiamenti che allo stesso ne derivano, possono esercitare sullo sviluppo della malaria, si posero in confronto coi vari gradi di malaricità del suolo i terreni coltivati ed arativi, orti e vigne, unendo queste tre specie di coltura in una sola categoria, nonchè ponendo in altra categoria quelli non coltivati, cioè i prati ed i pascoli. Lo specchio seguente dimostra i risultati numerici di tale indagine:

[345]

Anche qui come pei boschi vediamo che il massimo numero dei comuni censuari colpiti, rappresentato dal 27.98% appartenga alla categoria di quelli che hanno il 30-40 % della loro superfìcie posta a coltura, il che non deve recar meraviglia quando si consideri che le colture propriamente dette superano il terzo della superfìcie produttiva della provincia. Quando poi si prenda in considerazione il modo di comportarsi delle cifre percentuali nei diversi gradi di malaricita, si osserva come le quote si succedano in modo da deporre per un'influenza della coltura del terreno sulla malaricita del suolo. Vedesi perciò, come nel grado di molta malaricita, questa prevalga nei terreni poco coltivati e come in quello di poca malaricita la prevalenza sia nei terreni coltivati in maggior proporzione. Tale progressione delle cifre è però irregolare, mostrandosi saltuariamente qua e là, senza segnare una distribuzione progressiva da un percento all'altro. Si deve da ciò inferire che la circostanza dell'essere il terreno posto a coltura, sebbene trovisi in una relazione col grado di malaricita, non eserciti però che un'influenza poco sensibile sulla produzione della malaria, limitandola alquanto coli'aumento dei terreni posti a coltura.

I terreni non coltivati non offrono pure un carattere in tale riguardo, se si eccettui forse, che a differenza degli altri generi di terreni, questi segnano il maggior numero di comuni colpiti nel grado percentuale sulla [346] superficie del 10-20 % ed indi nel 20-30%. Invece tale distribuzione nei diversi gradi di malaricita si comporta differentemente ed in modo saltuario, si in riguardo al percento colturale che al grado di malaricita. Ne viene perciò che anche i prati ed i pascoli, che pure presentano un vasto terreno della superficie produttiva della provincia, non offrono in riguardo ai comuni malarici nulla di positivo.

Esaurite per tal modo le indagini che da me vennero dirette onde scoprire l'influenza che le varie specie di coltura possono esercitare sullo sviluppo della malaria, rivolsi la mia attenzione allo studio d'un'altra circostanza, che sotto date condizioni può pure trovarsi in una qualsiasi relazione collo sviluppo o meglio ancora col mantenimento della malaricità del suolo. Intendo dire della proporzione in cui trovasi la popolazione nei diversi comuni colla superficie degli stessi; od a meglio dire sul riparto della superficie totale sulla popolazione complessiva, nonchè sul riparto della superficie produttiva sulle, popolazione agricola. Ed anche per tale studio io attinsi all'opera preziosa prima citata dell'or defunto cav. dott. Vidulich, opera, che egli due giorni prima d'abbandonarci, porgevami in dono, ultimo forse dei tanti che egli fece nella sua benemerita carriera vitale.

[347] Le cifre desunte da queir opera vennero poste in margine agli altri dati che si riferiscono ai comuni colpiti, nella tabella che trovasi in fino del lavoro, ed indi raccolte nei due specchi che seguono:

Dalle stesse cifre risulta come l'addensamento della popolazione sulla superficie sia sfavorevole allo sviluppo della malaria, giacchè troviamo che nei comuni in cui per ogni individuo toccano dai o ai 4 jugeri di terreno. la malaria vi regna, ma in grado leggiero a preferenza, il che significa che di 100 comuni di siffatta categoria, oltre alla metà appartengono ai poco colpiti; proporzione questa che spicca più chiaramente nel ripano della superficie produttiva sulla popolazione agricola, ove la prima categoria porta anzi la proporzione di 0-9 jugeri per individuo. Avanzandosi nelle ulteriori categorie di riparto si vede come i dati vengano in conferma di una maggiore malaricità del suolo, la quale progredisce col diminuire della quota di popolazione della campagna; caratteri questi che risaltano ancor di più, quando si studino sopra il secondo specchio.

Nè deve imporre l'alta cifra percentuale che deriva dall'ammassarsi della maggior parte dei comuni nella prima categoria di riparto, ove nel primo specchio troviamo il 68.64% e nel secondo il 55.08%, quando si consideri che tali cifre sono in consonanza al riparto generale nell'intera provincia, nella quale per la popolazione complessiva sulla superficie totale abbiamo 2 jugeri e 1517 klafter, e per la popolazione agricola sulla superficie produttiva abbiamo 8 jugeri e 535 klafter.

Tali cifre parlano assolutamente in favore dell'influenza che un aumento di popolo sopra una data superficie può esercitare sulla salubrità del suolo; influenza questa, derivante da quei lavori che il contadino deve eseguire onde ridurre ad una maggiore produttività il terreno a lui affidato, pei quali ne viene mutata la coltura, ridotta ad altro aspetto la superfìcie, col praticarne lavori diretti non solamente al primo scopo, ma anche ad j ottenerne uno scolo migliore delle acque, ed una migliore livellazione dei terreni.

Specialmente qui in Istria l'aumento o la diminuzione di popolo non riescirono indifferenti, e quanto si esporrà in seguito, verrà di certo a provare come colla sua diminuzione, sia anche sorvenuto un peggioramento I nelle condizioni igieniche.

IV.

Riassumendo i risultati delle indagini or ora esposte, in modo che | dagli stessi emerga come la malaria trovisi in relazione alle diverse condizioni del suolo e dell'atmosfera che lo copre, puossi dedurre quanto segue:

  1. La malaria preferisce i terreni appartenenti alla formazione geologica della creta; [349]
  2. Essa diminuisce coli'elevarsi del terreno sul livello del mare;
  3. Viene favorita dai boschi densi ed a basso o medio fusto;
  4. Viene alquanto limitata dalla coltura del terreno non boschivo;
  5. Sviluppasi a preferenza in località povere di popolo, od a meglio dire un aumento di questo giova a diminuirne lo sviluppo.

Sebbene tali corollari servano ad indicare le relazioni suaccennate; essi nulla dicono ancora intorno alla genesi della malaria od almeno alle cause che ne favoriscono lo sviluppo. Onde venire alla indicazione di tali cause fa d'uopo di osservare negli anni di forte sviluppo dell'endemia il comportarsi di questa coi fenomeni meteorologici, in confronto a quanto avviene negli anni d'una media normale; giacchè è logico l'ammettere, che se la malaria è strettamente congiunta a speciali condizioni geologiche, altimetriche od idrografiche del suolo, l'accrescere od il diminuire della endemia in alcuni anni, deve stare in relazione con taluni fattori, capaci di favorire o di diminuire la predisposizione del suolo allo sviluppo del morbo. Tali fattori non possono naturalmente ricercarsi che nell'avvicendamento dei fenomeni meteorologici.

Si raccolsero perciò gli anni designati quali gravi di malaria dai medici che risposero all'inchiesta giuntale, nonchè quelli notati nelle opere contenenti le ricerche fatte in Pola dall'ora medico ammiraglio cav. dottor Augusto lilek, desumendone i dati da quelle qui citate (57), ed anche dalle esperienze da me raccolte negli anni 1886 e 1887 nella stessa città ed esposte nelle due relazioni da me lette dinanzi alla Commissione sanitaria polese.

Da queste opere e relazioni vengono indicati come gravi per febbre gli anni 1860, 1861, 1862, 1863,1864, 1866, 1871, 1872, 1877, 1878, 1879, 1886 e 1888. Intorno ai tre primi anni ed al 1871 non mi fu dato di poter fare dei raffronti coi fenomeni meteorologici. Intorno agli ultimi ciò mi è invece possibile, coll'approfìttare dei dati che trovansi nelle opere succitate del dott. lilek, oppure delle osservazioni dell'Istituto idrografico dell'i. r. marina di guerra in Pola, e di quelle dell'i. r. Accademia della marina in Fiume. A tali annate io contrapposi i dati di sei anni non malarici, vale a dire degli anni 1876, 1880, 1881, 1883, 1885, 1887, ritraendoli dalle osservazioni eseguite dall'Accademia di commercio e nautica in Trieste, che trovansi pubblicate nei bollettino della Società adriatica di scienze naturali in Trieste, e da quelle dell'Istituto idrografico dell'i. r. marina in Pola. Dai dati [350] pertìnenti ad ambedue le categorie di annate io trassi la media annuale, e questa confrontai colla media normale, si mese per mese, che per ogni singolo trimestre.

In primo luogo interessa di studiare le differenze vigenti fra il quantitativo d'acqua meteorica caduu negli anni normali e di quella caduta negli anni malarici, al quale scopo veniva composta la tabella seguente:

Media delle idrometeore
negli anni malarici 1863, 1864, 1866, 1872, 1877, 1878, 1879, 1886 e 1888, confrontata con quella degli anni non malarici 1876, 1880, 1881, 1883, 1885 e 1887.

[351] Lo studio di tale tabella ci mostra come nella distribuzione delle idrometeore durante i diversi mesi e trimestri degli anni malarici, esista una grande differenza dinanzi a quella degli anni non malarici. Nel mentre la quantità media delle pioggie cadute nel I trimestre degli anni malarici supera di 91.4 millimetri la media normale, quella degli anni non malarici la supera appena con 7.3 millimetri. Per l'opposto vediamo come nel II e III trimestre prevalga tale differenza in favore degli anni non malarici, nei quali supera di 51.8 rispettivamente di 69.0 millimetri la media normale, in confronto degli anni malarici, nei quali la quantità delle idrometeore è di molto inferiore alla media. Nel IV trimestre invece troviamo che tali differenze si ripetono a somiglianza del I trimestre, cioè in favore degli anni malarici, nei quali le idrometeore superano di 29.2 millimetri la media, mentre i non malarici ne sono inferiori di millimetri 7.7. In corrispondenza a tali proporzioni riassunte vediamo ripetersi le stesse circostanze anche nei singoli mesi del-r anno.

Quali conclusioni derivano da tali osservazioni? Evidentemente devesi conchiudere che la malaria viene favorita nel suo sviluppo dalla caduta di pioggie abbondanti nel I trimestre e da scarsezza di queste nel II, mentre non la favoriscono o forse s'oppongono alla stessa la scarsezza di pioggie nel I e l'abbondanza nel II e III trimestre.

Tale spiccato carattere degli anni malarici con quelli non malarici in riguardo alla distribuzione media delle idrometeore, pone, come abbiamo veduto, la malaricità del suolo in istretta dipendenza coli'abbondanza di pioggie nei mesi del I trimestre, e colla scarsezza di esse nei susseguenti due trimestri. Ciò vuol dire che se il terreno viene inzuppato bene nel I trimestre, col succedersi dei mesi primaverili ed estivi scarsi oppure normalmente forniti di pioggie, lo sviluppo dei germi malarici viene esuberantemente favorito. Ne viene che oltre all'umidità del terreno debba susseguire un periodo di bei tempi, favoriti dal sole, forniti perciò d'una temperatura media o più alta del solito. — Devesi adunque ammettere, assieme alla distribuzione delle idrometeore, la presenza d'un altro fattore, cioè della temperatura dell'aria.

Le due tabelle che seguono registrano le temperature atmosferiche medie negli anni malarici ed in quelli non malarici.

[352] Temperatura media negli anni malarici 1863, 1864,1866, 1877, 1878, 1879, 1886 e 1888 confrontata con quella degli anni non malarici 1876, 1880, 1881, 1883, 1885 e 1887.

[353]

Massimi e minimi medii della temperatura
negli anni suddetti.

[354] Fa d'uopo però distinguere che le cifre segnanti le temperature differiscono notevolmente a seconda che le stesse sieno state desunte dalle medie generali dei mesi o dalle medie dei massimi o dei minimi, giacchè per la influenza della nebulosità quest* ultime possono deviare sensibilmente dalla gradazione seguita dalle temperature degli anni malarici e non malarici, nel passaggio da un mese o da un trimestre all'altro. Vediamo diffatti, se confrontiamo i dati offerti dal calcolo medio delle nebulosità (Vedi prossima tavola: Annuvolamento), come questo fenomeno trovisi quasi completamente in opposizione ai dati offerti dalle temperature medie generali, vale a dire, che sebbene le temperature medie generali negli anni malarici superino sensibilmente nei due primi trimestri quelle degli anni non malarici, troviamo nonostante che le cifre indicanti le medie della nebulosità sono superiori in tre trimestri dei primi in confronto di quelle degli ultimi. Ciò non avviene invece quando si confrontino le medie dei massimi mensili e trimestrali, nel qual caso si vede come, eccettuato il I trimestre, il fenomeno della nebulosità trovisi in proporzione numerica e fìsica esatta con quella delle temperature; il che avviene in parte puranco in quanto riguarda la relazione fra i minimi medi ed il fenomeno in parola, ove eccettuati il II ed il IV trimestre, questo fenomeno mantiene la proporzione regolare.

Premessa tale spiegazione, necessaria onde porre in rilievo qualmente la temperatura stessa possa trovare un moderatore nella nebulosità, la quale coir intercettare parzialmente i raggi del sole, ne diminuisce l'azione calorifica, vediamo come complessivamente le varie temperature nei diversi mesi o nei trimestri degli anni malarici differiscano di poco da quelle negli anni non malarici, giacchè trattasi tutt'al più di frazioni di grado, che non possono di certo esercitare molta influenza. Solamente deve colpire la superiorità notata nel I trimestre, la quale può forse essere di una certa importanza sullo sviluppo o sul mantenimento dei germi malarici nel suolo durante il verno.

Ammessa perciò tale uniformità nel fenomeno del calore, devesi esaminare se l'inalzarsi della temperatura nei mesi del II e del III trimestre produca degli altri fenomeni, che, pei dati che possono offrire, differiscano essenzialmente negli anni malarici e negli anni non malarici.

La seguente tabella espone tali dati meteorologici negli anni precedenti, eccettuati il 1863, 1864, 1866, pei quali non si poterono ottenere le osservazioni: [355]

Degna di menzione è fra tutti la pressione del vapore nell'aria. La quantità media di millimetri segnata dalla tabella depone per gli anni malarici una notevole superiorità, che spicca specialmente nei tre primi trimestri, principalmente nel II, prevalenza questa che sta in relazione colle pioggie abbondanti nel primo trimestre e col successivo e progressivo inalzarsi della temperatura del suolo; mentre per gli anni non malarici, tale fenomeno è

[356] in prevalenza appena nel IV trimestre, in correlazione colle pioggie abbondanti nel II e nel III, superiori, di molto a quelle degli anni malarici.

Gli stessi risultati ci offrono le cifre in percenti dell'umidità relativa, le quali indicano pure come questo fenomeno prevalga negli anni malarici in confronto degli anni non malarici, indizio certo dell'azione che le pioggie primaverili possono esercitare sullo stato dell'atmosfera.

Gli altri fenomeni meteorologici non istanno in nessuna relazione colla malaria, come p. e. la pressione atmosferica, mentre il dominio di certi venti, se forse per alcune località può essere favorevole al trasporto dei germi, in generale però non ha alcuna importanza nel complesso della provincia.

Dal confronto di tali fenomeni ultimamente citati risulta adunque che la temperatura atmosferica nei mesi del II e III trimestre esercita sul suolo molto umido negli anni malarici una notevole azione, la quale si manifesta con un'aumentata pressione del vapore e coli'elevazione del percento della umidità relativa. È logico perciò il dedurre, che il pronunciarsi di tali fenomeni in modo straordinario in quei mesi, potrebbe servire a presagio di uno sviluppo di febbri malariche nei mesi d'estate e d'autunno. Ne viene di conseguenza il doversi ammettere, che per lo sviluppo delle febbri malariche esercitino un'importante azione i calori nel II e nel III trimestre, in quanto che mediante questi viene riscaldato il terreno diggià umidissimo, il quale, divenuto adatto allo sviluppo dei germi infettivi, non solo li mantiene, ma dà loro adito ad espandersi nell'atmosfera col mezzo delle correnti ascendenti che si formano coli'evaporazione dalla superficie del suolo.

A dilucidare in miglior guisa tale fatto, io citerò ad esempio l'anno 1886, durante il quale la malaria dominava con estrema violenza nella provincia e specialmente in Pola. Sebbene esso faccia eccezione alle medie ora citate, per avere avuto il massimo delle pioggie in giugno, tuttavia pei motivo che queste furono anteriori ad enormi calori e siccità estive, può benissimo servire ad esempio luminoso.

Durante l'anno 1886, dunque, dopo alcuni mesi di relativa scarsezza di pioggia, nei quali il pluviometro dell'Istituto idrografico-magnetico dell'i. r. marina di guerra in Pola, non segnava oltre gli 84.8 millimetri ed anzi in maggio s'abbassava a soli 28.0, nel giugno avvenivano sì forti cadute d'acqua, che l'istrumento registrava 200.7 millimetri. A tali pioggie abbondantissime seguiva un'estrema siccità in luglio con soli 14.2 millimetri di caduta d'acqua, ed appena gradatamente crescendo si raggiungeva nel de-cembre la cifra di millimetri 189.0. Nel luglio susseguente alle grandi cadute d'acqua, quando il terreno era saturo d'umidità, la durata media del sole arrivava ad ore 12 e 24 centesimi giornaliere, raggiungendo li 20 un [357] massimo di 97.4 in percenti. La temperatura dell'aria arrivava perciò alla media di gradi 23.26, quella del suolo, in media, durante tutte le ore del giorno alla superficie libera, a 31°, ed a 25 centimetri di profondità a gradi 27, per poi, nei mesi susseguenti, diminuire gradatamente. Col crescere della temperatura aumentava pure la pressione e l'evaporazione, la quale ultima s'alzava di tanto, fino a raggiungere nel settembre l'apice di 3.00 millimetri, assieme col massimo sviluppo di casi di malaria.

Il succedersi regolare di tali curve senza saltuarietà, per poi combinare esattamente con quelle della malaria, serve a provare che una qualunque relazione pur vi esistesse fra tali fenomeni meteorologici ed il decorso dell'endemia. Se a titolo di confronto vengono esaminate le cifre offerteci da un anno di forte endemia, come fu il 1879, troviamo che nei mesi primaverili si avessero 115-94 millimetri di pioggia, nel luglio gradi 26.6 e nell'agosto 24.7 di temperatura dell'aria, con siccità quasi assoluta in questi due mesi, ai quali seguiva un'endemia che dava il 500% di ammalati alla guarnigione ed il 275% alla popolazione civile. Se invece osserviamo un anno relativamente immune (dico relativamente, che d'immunità assoluta in Pola non si può ancora parlare), nel 1875 p. e., troviamo che il massimo della caduta d'acqua avveniva in giugno con 61 millimetri, mentre in agosto pioveva abbondantemente, in modo che il pluviometro segnava 120 millimetri, in un'epoca cioè, in cui negli anni d'endemia regnava la siccità. Diffàtti nel 1875 il contingente malarico era relativamente piccolo e la guarnigione non dava che il 110% di malarici.

Queste esperienze ch'io riassumeva nel 1886 e che indi esponeva dinanzi alla Commissione sanitaria di Pola, parlano evidentemente in favore della teoria malarigenica prima accennata; e diffàtti se vuoisi ammettere che un germe qualsiasi, appartenga esso al regno animale o vegetale, alligni e viva in tutti quei terreni ove regna la malaria, e che questo germe per la sua nascita, pel suo sviluppo e per la sua esistenza e propagazione abbisogni d'umidità e di calore; se si ammette inoltre che questo germe non viva nell'acqua lungi dall'aria, ma che sia aerobio, cioè avido d'aria, non riescirà arduo l'avvicinarsi alla soluzione del problema. Dal momento che si ammette come provato, che solamente l'aspirazione dell'aria infetta valga a produrre le febbri, si deve ritenere, che esclusivamente nell'aria si debba trovare il germe malefico.

Nell'inverno e nei primi mesi della primavera, quando i prati e le vallicelle sono coperti d'acqua ed in generale il terreno ne è inzuppato, quando la temperatura è inferiore ai 150 C, i germi in parola per due motivi rimangono inattivi; in primo luogo perchè sono coperti dalle acque, ed in [358] secondo luogo perchè di essi non esistono che pochi esemplari intatti, commisti ad un numero rilevante* di spore (se trattasi d'uno schizomicete), o di un'essere in istadio inferiore (se trattasi d'un animale), che di regola resistono persino al gelo. Quando dopo le pioggie autunnali od invernali succede la siccità ed il terreno si essicca quasi perfettamente, periscono i germi nello stadio primitivo per mancanza delle condizioni necessarie alla loro esistenza, o si sviluppano in piccolo numero. Ma se invece nei primi mesi dell'anno cadono delle forti pioggie, che ovunque umettano il terreno, ed a queste succedono i calori estivi, i germi si sviluppano abbondantemente nel suolo, e col formarsi delle correnti ascendenti in seguito all'evaporazione, vengono inalzati nell'aria e si espandono nelle regioni circostanti. Pel sopraggiungere indi delle pioggie autunnali ed invernali, il terreno viene coperto dalle acque ed in questo modo i germi vengono trattenuti nel suolo, epperciò è reso ad essi impossibile d'elevarvisi.

Questo fenomeno, che noi in ogni anno di malaria osserviamo in Istria, venne pure osservato nella Campagna romana ed in altri siti (58).

V.

Osservate le varie fasi dei fenomeni meteorologici, quali si succedono negli anni d'endemia od in quelli che ne vanno immuni, sorge la domanda come esse possano stare in relazione favorevole coi corollari dipendenti da altri fattori ed esposti al principio del capitolo antecedente.

Accettandosi per provato che due sono i fattori meteorologici che favoriscono la malaria: l'umidità del terreno (o meglio dire la pioggia) ed il calore, ci resta d'indagare come i momenti accennati nei corollari possano contribuire a favorire l'effetto degli stessi.

I. Esaminando i risultati della tabella geologica, vediamo che la malaria evita possibilmente le marne, i tasselli, e preferisce i terreni calcarei, specialmente se cretacei. Chi ha attraversata la cosidetta Istria gialla, percorrendo i monti da Pirano verso Momiano, Berda ecc. oppure si è recato nei dintorni di Pisino, avrà veduto che gli strati geologici si sovrappongono l'uno all'altro in serie esatte parallele; avrà osservato ch'essi non sono disposti in linea verticale al suolo, ma bensì, nella maggior parte dei casi, [359] in linea orizzontale; avrà veduto od udito dire ancora, che il paesaggio è fornito d'acque, che sgorgano abbondanti da molte sorgenti, trovantisi alle Elide dei poggi, sempre verdeggianti, od a metà del declivio. Nè mai gli sarà riescito di scoprire stagni d'acque ferme, ma invece avrà osservato che i contadini abbeverano gli animali ai laghetti d'acque disposti attorno alle sorgenti.

Su questi terreni non alligna che scarsamente la malaria. La causa di tale favorevole condizione igienica però non è a ricercarsi nella qualità speciale della roccia o della formazione geologica in generale, ma bensì nello scolo facilitato delle acque, dipendente si dalla disposizione degli strati, che dalla elevatezza dei terreni sul livello del mare. Si osserva diffatti come le acque piovane che cadono sui terreni appartenenti alle formazioni marnose, trovino facile il defluvio verso le sottostanti valli, inquantochè le stesse dopo aver attraversato lo strato superficiale di humus, raccolgonsi su quello formato da una dura roccia d'arenaria, e scorrono su questo seguendo il declivio dello stesso, raccogliendosi alla base delle colline, ove formano dei corsi d'acqua. Talvolta tali acque sgorgano alla superficie del suolo alla metà dei colli ed anche sugli altipiani formati dagli stessi, nei siti ove fanno capolino alla superficie le teste degli strati marno-arenacei, recanti le acque raccolte in località più elevate. £ in tal modo che hanno origine le numerose sorgenti d'acqua eccellente, che riscontransi ovunque sulle formazioni eoceniche della marna.

Dunque, tanto per la disposizione stratigrafica di tali terreni, quanto per la loro elevatezza, ha luogo in essi una specie di drenaggio naturale o di fognatura, in grazia della quale l'acqua viene smaltita, ed il terreno asciugato facilmente ed in corto tempo dopo le pioggie, per quanto abbondanti esse sieno state.

Milita però in favore di tale fenomeno anche la configurazione orografica dei terreni arenaceo-marnosi. Di confronto a quelli, di cui si discorrerà in avanti, consistenti d'una continuazione non interrotta di altipiani, intersecati qua e là da basse collinette o da vallicelie insignificanti, la zona istriana marno-arenacea offre un continuo avvicendarsi di colli alti, talvolta di centinaia di metri, uniti spesso fra di loro in modo da formare delle catene lunghe parecchi chilometri, fra i quali decorrono gole anguste e talora spaziose, allungantesi a foggia di ridenti vallate. Le acque piovane perciò trovano facilmente Io scolo, e giù per il declivio dei colli o per l'imo delle valli s'aprono il passaggio, e vanno a sboccare nell'alveo dei fiumi o dei torrenti.

È naturale quindi, che nelle località ora indicate il calore dell'estate [360] non offra alla malaria occasione a svilupparsi, giacchè quella stagione colpisce terreni regolarmente drenati.

Altrimenti avviene nei terreni della zona cretacea, ove la malaria, come s'è veduto, vi spadroneggia.

A primo aspetto il passeggiero distingue facilmente le parti che appartengono alla zona cretacea. Colpisce all'istante il colorito del terriccio, rosso in varie gradazioni, consistente d'un'argilla ocracea, densa e pesante, che dal Taramelli viene indicato col nome di terreno sideroUtico, prodotta da vulcani sottomarini nell'epoca miocenica; e colpisce ancora la configurazione del suolo, che decorre a guisa di continui altipiani dall'Est all'Ovest, cosi da diminuire in elevazione mano a mano che si avvicina alla costa occidentale della provincia.

Tale declivio quasi regolare della zona cretacea verso le sponde del mare, specialmente rimarcabile nei distretti politici di Parenzo e di Pola ed anche nelle isole del Quarnero, dovrebbe riescire adatto a mantenere uno scolo permanente delle acque piovane. Invece non è cosi. Raramente riscontraci nell'Istria rossa i ruscelli, mentre di fiumi o di torrenti non se ne possa neppur fare parola; e scarsissime vi sono pure le sorgenti. Le acque meteoriche perciò non scorrono al mare, ma fermansi nel terreno, dal quale vengono assorbite, per ritornare all'atmosfera in forma di vapore, o passare pel terreno poroso nel sottosuolo, pieno di anfratti, di sinuosità e di caverne.

Per qual motivo avviene ciò? La causa, come ora ho accennato, è a ricercarsi in buona parte nella qualità litologica del suolo, il quale, composto di strati calcari-cretacei, screpolati e sparsi di fessure, permette l'approfondarsi delle acque piovane. In buona parte lo scolo mancato è d'attribuirsi alla configurazione stessa del suolo negli altipiani cretacei. Ho detto più sopra che il declivio regolare verso il mare degli altipiani in parola, dovrebbe favorire lo smaltimento delle acque piovane, il che allora soltanto potrebbe avvenire quando esso declivio fosse realmente regolare. Invece si osserva che gli altipiani stessi sono formati in parte da lunghe ed irregolari vallicelle, decorrenti in tutte le direzioni, e di basse collinette, le quali, a seconda che sono isolate od unite fra di loro da elevazioni del suolo, precludono spesso il varco alle vallicelle, che restano perciò altrettante conche prive di sfogo. In aggiunto a ciò, qua e là, ad ogni pie'sospinto, s'ha occasione di imbattersi in abbassamenti dei suolo in superficie limitatissime, formanti delle forate a guisa d'imbuto, in fondo alle quali trovasi raccolta buona quantità di humus. Inoltre ricorrono frequenti nell'Istria rossa le voragini, profonde talvolta più diecine di metri, le quali quasi sempre mettono capo a caverne, di cui è fornitissimo il sottosuolo.

[361] È evidente che tali caratteri del suolo rendono frustranea la favorevole disposizione del declivio verso il mare, per il che le acque piovane, non trovando libero il corso verso di esso, chiuse entro le conche o convogliate nelle forate o nelle voragini, debbono venir assorbite dal terreno, mantenendolo umido, e favorendo in tal guisa all'epoca dei grandi calori una enorme evaporazione dal suolo e lo scoppio delle febbri. E che ciò avvenga di fatto, lo manifesta il senso d'umidità che si avverte nelle ore pomeridiane dell'estate nei paesi cretacei.

II. L'elevazione del suolo sul livello del mare influisce sullo sviluppo della malaria in ragione inversa di sè stessa. Vediamo diffatti che coli'inalzarsi del suolo sul livello del mare, diminuisce la malaria. Tale diminuzione dipende in primo luogo dallo scolo delle acque, che avviene in modo più fàcile nei paesi posti a grandi altezze, ed in secondo luogo dalla temperatura dell'aria e del suolo, che in essi si mantiene ad un livello più basso, di confronto ai paesi vicini alla costa. Devesi però aggiungere che i siti più alti della provincia appartengono nella massima parte alle zone marno-are-nacee, per sè stesse poco favorevoli allo sviluppo della malaria.

III. Riguardo ai boschi abbiamo veduto anteriormente com'essi, abbenchè intercettino una quarta parte delle acque piovane, pure, attesa la poca perdita che di esse avviene mediante l'evaporazione, — di due terzi inferiore che all'aria aperta - la quantità d'acqua che trattengono mantiene un grado d'umidità di molto superiore a quella che riscontrasi nei siti aperti. Sebbene nei boschi la temperatura mantengasi in media annuale inferiore del 21% a quella dei terreni nudi; considerato però che ad onta di tale abbassamento la temperatura conserva un grado abbastanza alto nell'estate, in modo da favorire lo sviluppo della malaria; visto anche che la temperatura nelle ore di notte nel suolo dei boschi si mantiene più elevata che nei terreni nudi, devesi inferire che i boschi influiscano potentemente alla genesi ed allo sviluppo dei germi malarici. S'aggiunga che la diminuita circolazione dell'aria entro un bosco, oltre al mantenere l'umidità, trattiene entro di esso i germi malarici e ne favorisce lo sviluppo. Differenti possono divenire le condizioni entro i terreni boschivi, quando la coltura di essi, abbenchè boschiva, divenga razionale, e si provvegga ad un regolare scolo delle acque; giacchè in tal guisa diversi fattori, causa di malaria, verrebbero eliminati.

IV. I terreni coltivati altrimenti esercitano un'azione contraria, benchè in grado ristrettissimo, alla malaria, probabilmente pei lavori di drenaggio od almeno di scolo, che negli stessi a scopo agricolo devono venir praticati. I terreni incolti invece non esercitando alcuna speciale influenza sullo [362] sviluppo della malaria, vanno soggetti alle condizioni generali e perciò non meritano uno studio speciale.

V. Un aumento di popolazione può influire efficacemente contro lo sviluppo della malaria, in quanto molti lavori d'indole agricola possono contribuire a sanare il terreno, fra i quali l'escavo di fossi, l'allontanamento dei boschi, oppure un miglioramento nelle condizioni di questi. I cenni-storici però, ch'io esporrò sulle condizioni igienico-malariche della provincia nei secoli decorsi, serviranno di certo a rendere evidente quanto il diminuire o l'accrescere della popolazione indigena dell'Istria abbia contribuito a favorire o ad arrestare l'endemia.

Mentre i dati finora esposti hanno specificato le cause che nel complesso della provincia sono apportatrici di malaria, devesi notare ancora che altre particolari condizioni esercitano in speciali località la loro influenza, come, per esempio, le maremme, ed i paludi, i quali, per essere molto limitati nella provincia, non hanno che un'importanza locale, e non influiscono perciò in qualsiasi modo sulla teoria or ora esposto.

VI.

Che se le osservazioni antecedentemente esposte valgono forse a dimostrare in quale relazione trovansi i vari fenomeni meteorologici colle proprietà telluriche dei paesi malarici, apprendiamo da quelli e contemporaneamente dalle stesse relazioni mediche un altro momento di non minore importanza.

Quando noi prendiamo in considerazione la serie delle località della provincia, che sono più o meno infette dal morbo malàrico, troviamo che questa serie abbraccia un'ampia periferia, e che essa non si limita a comprendere dei comuni censuari aggruppati isolatamente in certe posizioni della provincia, ma che la loro rete s'estende dappertutto, senza risparmiare nè monti, o valli, nè formazioni eoceniche o cretacee, escludendo forse i paesi posti al di là del ciglione del Carso. Tutt'al più l'endemia nel colpire i vari comuni osserva una certa gradazione d'intensità, e perciò essa colpisce alcuni molto gravemente ed altri soltanto lievemente.

Vediamo indi come tale gradazione si renda più manifesta in alcuni anni ed in altri meno, a seconda delle varie vicende meteoriche.

Tale fenomeno ci porta perciò nell'idea che in tutta la provincia, ove finora ebbero a svilupparsi delle endemie malariche, esìsta la predisposizione [363] al morbo, e che questa allora soltanto si manifesti, quando nel terreno avvengano dei cangiamenti termici ed idraulici atti a favorirne lo sviluppo.

Siccome la predisposizione al morbo presume l'esistenza nello stesso dei germi malarici in uno stadio di latenza più o meno grande, ne viene che si deve ammettere che questi germi debbansi trovare nel suolo di forse tutta la provincia.

Se non si ammettesse tale principio, farebbe d'uopo d'arrampicarsi sugli specchi, onde cercare la causa per la quale alcune località di solito ritenute immuni, vengono invece talfiata colpite dalle febbri. DifFatti se cerchiamo teli cause nei fenomeni che vengono osservati negli anni malarici, dovremmo di primo acchito attaccarci alla pioggia ed ammettere che i germi malarici fossero contenuti in quelle goccie, formate dal concentramento dell'umidità atmosferica. Ma se ciò fosse, siccome le nubi camminano, la pioggia apporterebbe la febbre dappertutto e non in certi siti soltanto. In secondo luogo la fantasia ci porterebbe a ricercarle in quelle correnti aeree, le quali, per esser passate per luoghi malarici, potrebbero essere pregne di miasmi. Lasciata in disparte la circostanza che quelle correnti aeree, come sono veloci per gli altri siti, lo sono anche per i nostri, e che come servono colà, potrebbero servire anche qui da scopa, restano quindi ferme le esperienze del dott. Iilek (59) — confermate anche da quelle eseguite in Roma dal Denza e dal Tommasi-Crudeli (60) — secondo le quali resta esclusa ogni relazione delle dette correnti colla malaria.

Del resto il pregiudizio dell'influenza morbigena delle correnti aeree è molto radicato nelle menti dei medici. Basta leggere le relazioni mediche appartenenti all'inchieste per formarsene un'idea. In quelle la malaria viene indicata come prodotto di paludi più o meno lontane, e vi si accusano i vari venti quali apportatori della stessa; senza talvolta neppur pensare se il vento sia, per la sua natura o per la sua direzione, atto a siffatto ufficio. Capro espiatorio di tale accusa è in ispecialità lo scilocco. Circostanza questa davvero curiosa, giacchè non si può comprendere come venga accusato questo vento quale apportatore di miasmi, quand'esso, per la temperatura della corrente che lo costituisce, sta nelle alte regioni dell'atmosfera [364] e da queste appena discende, quando l'equilibrio termico sia avvenuto. Altro vento accusato gravemente è il libeccio, ed a questo specialmente alcuni vecchi medici attribuivano la malsanla di Pola, ammettendo che esso recasse i miasmi delle paludi di Comacchio e della Venezia!

Non si può negare che di spesso il miasma provenga nei paesi sani da alcune paludi poste in una certa vicinanza, ed in tal caso non è necessario di ricorrere ai venti per cercarne l'apportatore; ma basta pensare a quelle correnti aeree, che formansi localmente, quale conseguenza del cambiamento nella temperatura del suolo.

Non potendosi ammettere un trasporto di germi malarici da altre località, devesi inferire che essi preesistano nel suolo e che in esso restino in uno stato di latenza fino a che si presentino delle circostanze atte a favorirne lo sviluppo.

L'Istria ci porge in questo riguardo degli esempi luminosi. Abbiamo p. e. i monti di Muggia, di Capodistria e di Pirano, alcune località del distretto di Pisino, alcune situazioni presso Portole, ove la malaria non comparisce che negli anni di grandi endemie, come avvenne p. e. nel 1861, 1862, 1863, 1864, 1879 ecc., mentre in alcune di esse, ogni anno, qualche raro caso vi scoppia in forma affatto sporadica. Interessanti esperienze su questo proposito ci offre la valle del Quieto, chiamata valle di Montona. Questa è paludosa quasi completamente fino a buon tratto dalle foci del fiume. Fino a che ci sono paludi vere, il morbo domina con forza ed ammorba il paesaggio che fiancheggia la valle. Dal punto delle paludi in su, verso le sorgenti del fiume, la valle è sana, perchè non è paludosa, ed appena in alcuni anni di grave endemia generale a tutta la provincia, vengono colpiti i paesi che stanno sui pendi meridionale e settentrionale, come si ebbe ad osservare in Crassizza nel 1861. Prima di quest'epoca, cioè nel periodo intercedente dal 1837 al 1844, quando la valle era coperta di acque stagnanti a basso livello, la città di Montona avea terribilmente a soffrirne. Ora ciò non avviene perchè, con un eccellente sistema di scolo, le acque vengono smaltite defluendo nell'alveo del Quieto. Il che vuol dire che presentemente le condizioni necessarie allo sviluppo del male non esistono, e che quando queste esistevano, il morbo compariva con tutta la sua forza.

Tale teoria dell'autoctonicità della malaria non è nuova. D Tommasi-Crudeli ebbe ad avvertirne la giustezza delle condizioni malariche della Campagna romana e di Roma stessa. In questa città p. e. si osservava che dopo il 1870 la malsanla diminuiva mano a mano che in città aumentava il numero dei nuovi fabbricati e l'espansione del lastricato delle vie, il quale [365] e i quali avrebbero precluso l'adito nell'atmosfera ai numerosi germi malarici contenuti nel suolo (61).

Se ciò non bastasse a provare l'autoctonicità della malaria nel suolo, contribuirebbero ancora i numerosi bonificamenti eseguiti con ottimo esito in molti Stati, fra i quali voglio citare ad esempio quello offerto dai dintorni di Monaco in Baviera, i quali, una volta malarici, ora sono divenuti sani, in grazia dei lavori di drenaggio eseguitivin (62). Il Michigan negli Stati uniti d'America, malarico per eccellenza, diveniva alla sua volta sano completamente a merito anche qui degli eseguiti lavori di drenaggio, mentre nell'anno 1887 un inalzamento delle acque del sottosuolo portava con sè un pronto sviluppo di febbri malariche a caratteri tifosi, indizio questo della morbilità latente del suolo (63).

Ci sono adunque delle località in provincia nelle quali, perchè si sviluppi la malaria, deve succedere delle cadute enormi d'acqua nel I trimestre dell'anno, scarsezza di pioggie nel II e nel III, con grandi calori nell'estate. Ce ne sono delle altre, invece, in cui la malaria domina ogni anno, ed in cui il numero dei colpiti varia più o meno a seconda delle vicende meteoriche prima accennate. Si deve però ritenere che, eccettuate le località conosciute per assolutamente sane, il miasma malarico esista nel suolo in tutti quei siti nei quali il morbo si manifesta in forma endemica ogni anno o di tratto in tratto, e che la frequenza di tale sviluppo si trovi in connessione colle condizioni speciali del suolo, colla posizione più o meno elevata, colla coltura e col numero della popolazione. Esclusi poi alcuni siti, in omaggio a circostanze del tutto locali e speciali, la malaria non viene importata mediante le correnti aeree, ma si sviluppa nel suolo stesso ove essa domina e preesiste. [366]

Condizioni igieniche e demografiche della provincia nei secoli passati e loro nesso colla genesi della malaria.

VII.

Le indagini fette negli ultimi decenni da esimi patriotti intorno alle condizioni demografiche ed economiche dell'Istria antica, ci sono scorta a giudicare con criteri abbastanza esatti sulle condizioni sanitarie di essa, sì nei tempi preistorici, che nei posteriori. E già si venne a conoscere, con probabilità d'aver colto nel segno, chi fossero gli abitatori dei castellieri, che cingono i vertici di buon numero delle colline isolate dell'Istria e di molte altre eminenze, e a penetrare negli usi e costumi loro. Codeste notizie ci porgono il filo che serve a svolgere con maggiore facilità il gomitolo arruffato delle condizioni igienico-telluriche di quei tempi.

Il dott. Kandler, trascorrendo la provincia, enumerava 321 castellieri. Presentemente si sa che il loro numero è maggiore. Le ricerche del dottor Andrea Amoroso (64) davano per risultato che dei castellieri noti, 42 appartengono all'Istria superiore (negli attuali distretti giudiziari di Trieste, Castelnuovo e Volosca); 123 all'Istria media (distretti di Capodistria, Pirano, Pinguente, Montona, Pisino ed Albona) e 141 all'Istria inferiore (distretti di Buje, Parenzo, Rovigno, Dignano e Pola), nonchè altri 15 nelle isole di Veglia, di Cherso e dei Lossini, dei quali Cherso sola ne conta 8.

Tale distribuzione ci offre buon indizio a giudicare quanto differenti fossero le condizioni igieniche di quei tempi dalle attuali, imperocchè vediamo che quelle parti della provincia che nei tempi preromani erano molto abitate, ora sono invece o spopolate o scarse molto di popolazione, in seguito appunto alle stragi prodotte dalla malaria. Colpisce infatti il vedere come l'Istria inferiore, ove la malaria attualmente domina con fierezza, fosse la parte più abitata, e come il numero dei castellieri andasse sensibilmente diminuendo in proporzione inversa coll'attuale salubrità del suolo nell'Istria media e notevolmente nell'Istria superiore, ora sana del tutto.

[367] Volendo anche attribuire tali circostanze a cause indipendenti affatto dalle condizioni igieniche, come p. e. alla maggiore o minore fertilità del suolo, all'ubicazione esposta a più o meno facile difesa ecc., non si menoma perciò la chiarezza delle cifre ed il valore della testimonianza da loro offerta. S'aggiunga che tale testimonianza accresce di pregio, quando si consideri che nelle regioni malariche i castellieri occupano appunto i punti più infetti, come accade di osservare nelle vicinanze di Parenzo, i cui colli circostanti, un di sede di castellieri, se rendono pittoresco e svariato l'agro parentino, non si può negare tuttavia che vi domini intorno ad essi un'atmosfera mefitica e grave di germi della malaria.

Tali fatti ci dicono adunque come nei tempi preromani fosse salubre il suolo istriano, e com'esso fosse ricco d'abitanti robusti e forti, dediti alla caccia, alla pastorizia, all'agricoltura, alla pesca, ed alla navigazione.

Il Kandler li vuole 120,000 di numero (65) ed il De Franceschi 160,000 (66), valorosi e capaci di tener fronte gagliardamente alla potenza romana, e di tentare, dopo le gravi perdite subite nel 177 a. C, una riscossa nell'anno 128 a. C.

Le isole stesse del Quarnero, nelle quali oggi la popolazione non è molto abbondante, aveano a quei tempi un numero assai più grande d'abitanti. Scimno Chio, geografo anteriore d'un secolo all'èra cristiana, assegna alle isole Assirtidi, Liburne ed Elietridi cento cinquanta migliaja di barbari, i quali erano coltivatori d'ottimo terreno, che loro somministrava ricchi prodotti ed animali fecondi (67).

E tali condizioni perdurarono nelle epoche del dominio romano, durante il quale l'Istria fioriva per straordinario numero di popolazione, forse il doppio del presente (68), per la serie di belle città che adornavano la sua costa e l'interno, le quali, secondo l'Anonimo ravennate, scrittore del VII od Vili secolo della nostra èra sarebbero state in numero di dodici, mentre altri autori, come Plinio, Tolomeo, Strabone, le fanno ascendere a venti.

Salubre doveva essere il suolo istriano nell'epoca romana. Lo stato di floridezza di molte città, cui nei secoli posteriori la malaria distruggeva o [368] quasi, come Cittanova, Parenzo, Pola, Umago; le rovine di molte ville romane, di bagni, di opifici ecc. che noi troviamo sparse ad ogni pie1 sospinto lungo la nostra cosa e anche neir interno, ci fanno credere per lo meno alla innocuità del terreno in quei tempi fortunati, e quindi alla mancanza di quell'atmosfera mefitica, che ovunque ora si solleva dal suolo ocraceo dell'Istria media e meridionale.

Ed anche quando le aquile romane cominciavano a piegarsi alle orde feroci dei barbari, che irruenti attraverso le Alpi gettavansi con rabbida fame sul decrepito colosso romano, l'Istria continuò a godere d'un benessere relativo. La costo era ancora adorna di ville; le città facevano ancora pompa di splendidi palazzi; tant'è vero che allorquando nel 538 Cassiodoro, ministro del re Vitige, dirìgeva ai nostri antenati la famosa Epistola, ei non trova che espressioni di grande meraviglia (69).

«L'Istria — scriveva egli — è provincia prossima a noi (Ravenna) posta sull'Adriatico, coperta di olivi, ornata di granaglie, abbondante di viti, dai quali, come da tre mammelle abbondantissime, fluisce con desiderabile fecondità ogni prodotto. La quale meritatamente vien detta la Campania di Ravenna, la dispensa della città reale, voluttuoso e delizioso diporto, progrediente verso settentrione in mirabile temperatura d'aere. Ha sue, che non a torto direi, Baje, nelle quali il mare ondoso entrando nella concavità del suolo, s'arresta placido in bella forma di stagni. Questi luoghi nutriscono molti crostacei, e sono » in fama per l'abbondanza dei pesci. Nè un solo Averno vi ha, numerose [369] si vedono le piscine di mare, nelle quali, anche cessando l'industria, nascono spontanee le ostriche; cosicchè non occorre studio nel nutrire, nè incertezza nel pigliare le cose delicatissime. Crederesti i palazzi da lontano »ed ampiamente splendenti, essere disposti a guisa di perle, per li quali è manifesto quanto ben giudicassero i maggiori nostri questa provincia, se la ornarono di tante fabbriche. Aggiungi quella bellissima serie d'isole lungo il litorale, la quale disposta a gradito vantaggio, ripara le navi da perìcoli, ed arricchisce i coltivatori con grande ubertà. Fornisce di tutto la milizia comitatense, adorna l'impero d'Italia, dà delizie ai primati, vitto ai mediocri, e quanto produce passa alla citta regale (70)».
Siffatte condizioni felici, ad onta delle irruzioni dei barbari, delle distruzioni e depredazioni dei luoghi, continuarono per diversi secoli ancora. Ce ne offre una prova il geografo arabo Abu-Abdailah-Mohamed-al (71), conosciuto sotto il nome di Edrisi, il quale avendo viaggiata la provincia nel secolo XII, la descrìveva nella sua Geografia nubiense e faceva cenno di splendide e popolose città, di cui alcuni secoli più tardi molte perdevano ogni importanza, riducendosi a semplici villaggi. Riproduco il brano, attesa la sua speciale importanza (72):
«b.runah (Pirano) è città ragguardevole... bub.lah (Buje), città grande e popolata... um.lah che dicesi pure 'ng.lah (Insula. Isola), città popolata di Franchi (italiani)... āmag'.ú  (Umago), la popolazione è di Franchi e la città è posta alla marina... g'.b.tnubah (Cittanova), che è la nuova città appartenente ai Franchi... Essa è divisa in due parti, delle quali una è al piano, l'altra sopra un monte che domina il mare.... b.r.n'g'.ú, che altri chiamano b.r.nzú (Parenzo) è città popolata, molto fiorente, ed ha legni da guerra e navi numerose... rig.nú (Rovigno), che appartiene ai Franchi... è città grande con dintorni ameni e molto popolata... bulah (Pola) è bella, grande e popolata, ed ha naviglio sempre allestito... mu.dúlinàh (Medolino), città ragguardevole e popolata...albúnah (Albona)... f.lànūna (Flanona, Fianona). Queste due città sono popolate.... ál.wranah (Lovrana) è città grande popolata, in prospere condizioni; ha navi sempre pronte e costruzioni navali incessanti. Sul confine orientale di questa regione trovansi montagne continue e deserte lande. Nomina poi quali luoghi notevoli tamal.r.s (Matterada) e d.st.ri.s (Capodistria).

[370] Due secoli dopo, abbenchè le floride condizioni dell'Istria, per cause che più tardi si passerà in rassegna, fossero diggià sensibilmente depresse, troviamo che l'aria ed il clima si mantenevano ancora favorevoli. La città di Capodistria, su cui nei secoli posteriori la malaria aggravava la sua azione fetale, godeva nel 1363 ama di tale salubrità e mitezza di clima, che il Petrarca invitava da Venezia il Boccaccio a passarvi alcuni giorni, onde fuggire, se egli le temesse, le mefitiche emanazioni della palude veneta. «Ibimus hinc» — egli scriveva —  «erisque tu mihi secessionis, fonasse utilis at profecto delectabilis, auctor et comes. Commigrabimus Iustinopolim ac Tergestum, unde mihi fidelibus votiva temperis nuncìatur...(73)».

Appena nel secolo XIV parlano le memorie d'un'insalubrità del suolo istriano. La prima testimonianza infatti, la troviamo in alcuni dati che ci ofirono i Senato misti, dai quali risulta appunto come il doge concedesse al podestà di Cittanova di poter passare, in causa dell'insalubrità dell'aria (74), tre mesi dell'anno a Venezia. E la malsania dei luoghi s'andava vieppiù estendendo per la provincia e per le isole contribuendo ad aumentare la desolazione e lo spopolamento, causati dalle pesti e dalle guerre di quei tempi.

Accennato così per sommi capi all'antica salubrità del suolo istriano, mi farò a cercare, per quanto le notizie raccolte lo possano permettere, le cause che nel corso dei secoli lo deteriorarono.

VIlI.

Abbiamo veduto nei capitoli precedenti, come il miasma malarico, di cui si deve ammettere la preesistenza nel suolo, venga favorito nel suo sviluppo dall'umidità e dal calorico. Le notizie storiche esposte or ora in succinto farebbero credere che l'Istria nei tempi antichi fosse sana. Ne viene di conseguenza, doversi ammettere la mancanza nei detti tempi di quei fenomeni meteorologici, che sono sorgente di umidità e di calore. Ma siccome ciò non è ammissibile, si deve pensare che il suolo si trovasse sotto l'influsso [ 371] di circostanze speciali, mercè le quali l'azione dei detti fenomeni rimanesse in buona parte paralizzata.

Le ricerche antecedentemente esposte ci davano per risultato che la umidità del suolo proviene dal deficiente drenaggio, dalla coltura boschiva, dalla poca elevatezza del terreno sul livello del mare, ed anche dalla mancanza di popolazione. Citiamo quest'ultimo momento perchè esso può influire sulla mancata attivazione di bonifiche idrauliche e sul dissodamento del terreno.

Sarebbe arrischiato l'ammettere che nei tempi preromani venissero eseguiti dei lavori di drenaggio. Almeno qui in Istria non se ne hanno vestigia. La vita semplice delle tribù che l'abitavano prima dell'occupazione romana, non richiedeva certo l'attivazione di bonifiche; ed anzi in quei tempi il ristagno delle acque era di certo minore che al giorno d'oggi, attesa la elevatezza maggiore del terreno sul livello del mare. Forse che nei tempi romani vennero praticati dei lavori di scolatura delle acque, ma per quanto a me consta, almeno nell'aperta campagna, non ne vennero scoperte mai traccie; mentre tali lavori venivano eseguiti nelle città con ammirabile arte, come s'ebbe campo di accertarsene a Pola ed a Parenzo nel tracciato dei canali romani.

La mancanza di lavori di fognatura nei predi romani in Istria è cosa che sta in aperta contradizione cogli usi di quella nazione, la quale attribuiva ai lavori di drenaggio una speciale importanza. Il passo di Columella che qui citiamo (75) varrà di certo a darcene un'idea.

«Parleremo — dice egli — come si possa apparecchiare a coltura una regione selvatica, perchè preparasi prima il terreno e poi si coltiva. Consideriamo adunque se il terreno è umido o secco, coperto di giunchi, o vestito di gramigna o impedito di selci ed altri arboscelli. Se sarà umido si facciano i fossi, i quali sono di due maniere; coperti (fognature) e scoperti (affossature) (76). Nelle regioni di terreno compatto e cretoso si facciano le affossature, ma ove la terra è più sciolta alcuni fanno le affossature, altri le fognature, che mettono [372] capo alle affossature. Facciansi queste più larghe di sopra e pendenti restringendosi in fondo, come un capo volto in giù. Perchè in quelli che hanno i lati erti, cioè sono rettangolari, si corrompono più facilmente le acque, e la terra, che vi precipita di dentro, le ricolma. Le fognature si scavano alla profondità di tre piedi; la metà si riempie con ghiaja e piccole pietre, e si appiana il terreno. Non essendovi ghiaja o pietre, vi si buttano fascine, le quali formino una graticciata, sicchè copra il suolo. Si cercherà poi di coprirle con terra calcata, mista a foglie di pino e di cipresso ed altre frondi. Si mettano ai due lati di sopra della fossa grosse pietre, come si pratica appunto per i piccoli ponti, e sopra di esse una terza per assodarne in tal modo le sponde e per facilitarne le scolo delle acque (77)».

Di tali lavori finora non ne vennero scoperti in Istria, circostanza questa rimarchevole, quando si consideri quanto estesa fosse nella provincia la colonizzazione romana. Ciò ci autorizza a supporre che tali affossature o fognature non fossero necessarie, per la mancanza in generale d'una soverchia umidità del terreno, la quale circostanza attesta pure la salubrità del clima d'allora.

Ciò che ora esporrò, servirà a maggiormente avvalorare una tale supposizione. Si ha motivo a ritenere positivamente che i coloni romani conoscessero benissimo il morbo; giacchè la malaria esisteva in Roma e nei suoi dintorni persino nelle epoche del massimo suo splendore, e tutt'al più era limitata a piccole dimensioni dai lavori praticati e dalla saggia coltura agricola. Ai tempi in cui l'Istria passava divisa fra i coloni romani, la malaria regnava in quelle località della regione romana ove trovavansi Ardea, Anzio, Lavinio e Pomezia, delle quali quest'ultima spariva ai tempi di Tiberio. Un esempio luminoso della conoscenza del morbo malarico da parte dei coloni romani lo troviamo in Tito Livio, il quale racconta che nel secolo V di Roma (anno 413 U. C; 339 a.C), durante la guerra Sannitica, Capua, che si era resa per capitolazione ai Sanniti, veniva ripresa dalle legioni, e che dopo la vittoria i legionari si ammutinarono. La ragione dell'ammutinamento era questa: trovavano strano che la gente, la quale non era stata capace di difendere le ubertose terre dell'agro campano, tornasse a godersele, e domandavano se fosse giusto che essi invece, che si erano rovinata la salute nella guerra, dovessero ritornare a lavorare nel suolo ingrato e pestifero dell'agro romano, ovvero restare dentro Roma a discrezione [373] degli usuraj (78). Notisi in aggiunta il fatto che a Roma era da molto tempo stabilito il culto alla Dea Febbre. Ad essi perciò non potevano essere ignoti i lavori di drenaggio praticati nella capitale e nei dintorni della stessa; lavori esattissimi e capaci di smaltire prontamente le acque del sottosuolo e di sanare per conseguenza il terreno (79). Il non aver i romani eseguito tali lavori in Istria, che pure occupavano dall'alto al basso, immedesimandosi cogli antichi abitatori ed abitandone le sedi, vuol dire che di tali lavori non faceva d'uopo perchè il terreno era sano.

Altrimenti sta la facenda riguardo ai boschi. Le testimonianze degli antichi autori recano che l'Istria fosse coperta da folte ed alte selve, insigni per la bontà del legname; composte di quercie, di aceri e di pini (80). A motivo di queste selve, il terreno sarebbe stato più umido d'oggidì, cosi almeno lo descrive Scimno Chio (81), mentre esse avrebbero prodotto una maggiore mitezza di clima in confronto dell'epoca presente. L'umidità maggiore del suolo nei terreni imboschiti doveva esistere realmente, e per essa sarebbe stato certamente favorito lo sviluppo del germe malarico, quando il suolo lo avesse contenuto. Siccome però i boschi non sono fattori di malaria che in maniera indiretta, vale a dire non producono il morbo, ma lo favoriscono soltanto quando ricoprono terreni malarici (82), la loro presenza parlerebbe in favore della salubrità del suolo istriano di quei tempi, perchè [374] se questo non fosse stato salubre, la maggior umidità avrebbe reso impossibile l'abitarlo.

Però l'umidità del suolo e dell'atmosfera dominante in quei tempi nell'Istria, in un grado a quanto sembra maggiore d'oggidì, trovava un moderatore nell'elevatezza del terreno sul livello del mare superiore alla odierna. Per tale circostanza lo scolo delle acque era più facile, cosi pure la temperatura dell'aria dovevasi mantenere ad un grado inferiore dell'attuale; ed anzi in questo riguardo, in grazia delie selve che coprivano in maggior estensione le montagne settentrionali che cingono la provincia, le vicende atmosferiche e per conseguenza anche i mutamenti nella temperatura non dovevano essere si repentini come adesso. Ciò ammette mitezza di clima si nell'inverno che nell'estate, condizioni queste che depongono per una maggior salubrità della provincia a quei tempi.

Si fece cenno superiormente dei mutamenti nell'elevatezza del suolo istriano, i quali sarebbero avvenuti dall'epoca romana fino ai nostri giorni.

È cosa ormai accertata, che la costa orientale dell'Adriatico — e per conseguenza anche quella dell'Istria — va abbassandosi lentamente, ma costantemente. Questo abbassamento viene calcolato da qualcuno per 0.3 m., e da altri, con più ragione, per 2 centimetri ogni secolo (83). Di tale abbassamento abbiamo diverse prove. Troviamo notate negli autori che scrissero sull'Istria, delle isole che ora più non esistono. Dalla punta di Salvore in giù vediamo segnate le isole Sepomaja o Sepomago (84), che ora sono ridotte probabilmente alle secche di Sipar. Più a mezzogiorno c'erano le isole di Cernerà, ora semplici scogli, visibili soltanto durante le basse maree (85). Da Rovigno a Pola lungo la costa s'estendevano due gruppi d'isole: le Ossane e le Pullari. Cissa s'estendeva in continuazione all'isola di S. Andrea (chiamata allora Sera) fino alla punta Barbariga, che mantiene tuttora il nome di punta Cissana, ed era, come si ha motivo a ritenere, molto abitata (86).

[375] Quest'isola sprofondava nel salso sul finire del secolo VIIIl, e tuttora, quando il mare è calmo, si possono scorgere nel fondo estese rovine di fabbricati (87).

Tale abbassamento del suolo viene in aggiunta confermato da altre circostanze. Praticando degli scavi in quelle che già furono città romane dell'Istria litoranea, avviene spesso d'imbattersi in pavimenti formati di magnifici mosaici di pretto lavoro romano, i quali trovansi nella massima parte ad un livello inferiore dell'attuale alta marea. Siccome non è ammissibile che quei pavimenti sieno stati costruiti originariamente a quel livello, il che avrebbe assoggettato l'abitazione ad un continuo allagamento, ne viene che si deve ammettere che dall'epoca della loro costruzione ad oggi sia avvenuto un notevole abbassamento del suolo. Rimarcabilissimo fu ed è questo fenomeno a Parenzo, dove anche di recente, scavandosi le fondamenta per erigere la nuova ala del palazzo provinciale, e cosi pure negli scavi praticati nella Cattedrale a scopo archeologico, si ebbe a constatare qualmente il livello dell'impiantito romano, tuttora visibile nei residui dei mosaici, fosse di circa 60 centimetri inferiore dell'attuale, e quindi accessibile all'acqua del mare nell'alta marea.

Un'altra prova di ciò la troviamo in quanto ci è narrato dal Kandler (88). Il fu marchese Francesco Polesini partecipava li 7 agosto 1849 al dottor Kandler quanto segue:

«In un orto del sig. Francesco Corner, degno nostro Podestà, quasi a filo di terra esistono alcune traccie di archi, suili quali erano state inalzate le antiche civiche mura. — Spinto da quella lodevole curiosità di conoscere le cose andate, ha pensato di fare un escavo, onde assicurarsi fino a qual punto giungessero le loro fondamenta. Levata in parte la terra che li ingombravano, si presentarono infatti due grandi archi di nno stile gentilissimo, non comune, benchè costrutti da semplici pietre, senza segni d'architettonici fregi. Sono sostenuti questi da un pilastro della doppia grossezza di quello di ciascun arco. Al fondo ove sorgono si trovò un selciato durissimo e bene compatto di ciottoli, il quale fa conoscere che eravi una strada formale; questo suolo è al livello del mare».
È naturale che tale strada non venne costruita al livello del mare, ma che invece vi giunse pel consecutivo abbassamento del suolo.

Sebbene tale abbassamento non corrisponda, come fu detto, che a forse due centimetri per secolo, pure, calcolando i secoli che sono decorsi [376] dall'epoca dell'occupazione romana fino a noi, nel numero di circa diecinove, avremmo d'allora ad oggi una differenza di 38 centimetri, cifra di certo non indifferente. Le conseguenze di tale abbassamento si possono supporre, ma difficilmente decifrare; giacchè i cambiamenti apportativi in linea idrografica, possono essere stati influenzati favorevolmente o sinistramente anche da altre circostanze.

Se noi esaminiamo, a cagion d'esempio, le descrizioni che ci danno gli antichi scrittori delle cose istriane intorno ai corsi d'acqua della provincia, troviamo delle enormi differenze fra quei tempi ed i nostri, specialmente in quanto riguarda l'interrimento delle valli in cui scorrono.

La valle di Stagnone, nella quale scorre il fiume Risano, noto ai tempi romani sotto il nome di Formione (Formio), era allora occupata dal mare per un'estensione molto più vasta che al presente (89). In essa vaile il colle di Sennino formava un'isola, quando in oggi per le alluvioni è unito alla terraferma. Le alluvioni quindi succedutesi alla costa, specialmente alle falde dei monti di formazione marno-arenacea, producevano ulteriori interrimenti, pei quali l'isola Capraria, sulla quale ora sta Capodistria veniva unita alla terraferma. Altrettanto può dirsi dello scoglio su cui ora sorge Isola.

La stessa cosa avveniva nella valle dell'Argaon o Dragogna, ora nota sotto il nome di valle di Sicciole. II mare, che ora appena arriva ad una linea, che dalla punta di Sezza si estende fino al Porto Madonna, a quei tempi lambiva il colle di Castelvenere.

Più manifesti sono tali mutamenti nella valle del Quieto, detta Falle di Montana. Il fiume che la percorre è il Quieto, forse l'Istro degli antichi, il Nengon dell'Anonimo ravennate (90). La valle principia presso Pinguente a piedi del ciglione del Carso con due braccia; l'una attraversata dalla Brazzana, l'altra percorsa dal Quieto. Riunitisi i fiumi sopra Sovignacco e ricevuta a sinistra la Bottonegla, continua il Quieto il suo corso per la valle fino al porto Quieto. Il fiume ora non lascia il passaggio che a barche piccole, le quali, appena quando il colmo d'acqua lo permetta, possono ascenderlo fino sotto Montona. Anticamente invece tutta la parte inferiore era canale marittimo, pel quale il mare penetrava fino sopra Pietrapelosa, ed anzi fino alle Porte di ferro verso Pinguente. Ora pei depositi alluvionali che rialzano la valle da metri 1 a 1.5 per ogni secolo, e per la [377] scurata canalizzazione, il canale è ridotto ad un fiume d'un alveo molto ristretto. Le alluvioni interrirono pure in parte il porto Quieto, che alcuni secoli sono era capace per ogni naviglio. Diggià nel secolo XVII l'interrimento era notevole e si rimpiangevano i tempi quando le galere venete ascendevano il fiume per 8 o 10 miglia (91).

La stessa cosa si ripete nella valle dell'Arsa, nella quale oggidì il mare s'interna per 15 chilometri, mentre anticamente s'internava per 23 (92).

È naturale che tali mutamenti nell'aspetto delle valli, tanto per la restrizione avvenuta nella libertà di decorso delle acque, quanto per la perdita di terriccio sofferta dai monti, non potevano essere scevri d'influenza sulla intera idrografia della provincia, e favorire l'effetto del progressivo abbassamento del suolo.

IX.

Mentre le circostanze esposte nel precedente capitolo, e che servono a provare la salubrità dell'Istria nei tempi preromani e romani, furono attinte solamente alla comparazione di fatti d'indole del tutto orografica ed idrografica, si tenterà in questo di cercare anche in altri momenti un appoggio alla tesi impostaci.

Abbiamo veduto nel capitolo VI come gli antichi abitatori preromani dell'Istria ponessero le loro sedi sulla cima dei colli, oppure sulle prominenze degli altipiani e dei monti istriani. L'essere buona parte di tali sedi, ora dette castellieri, site in posizioni che ora sono notoriamente malariche, c'indusse a ritenerle quale prova della salubrità dell'Istria a quei tempi. Diffatti se presentemente a qualcuno saltasse il ticchio di passar delle notti d'estate p. e. sui colli, che sono castellieri, di S. Angelo o delle Mordelle vicino a Parenzo, potrebbe essere sicuro di buscarsi la febbre. Eppure a quei tempi impunemente vi si abitava, ed allorchè i Romani divennero padroni dell'Istria, essi pure vi posero dimora (93) senza detrimento della loro salute.

[378] Oltre a ciò esistevano allora una serie di citta e di luoghi abitati, che ora più non esistono, e di cui buon numero riposavano sopra terreni presentemente malarici. Cominciando dal settentrione, troviamo alla punta di Salvore collocato un luogo chiamato dall'Anonimo Ravennate ora Silbio ed ora Silbonis. Di questo luogo non esiste che la tradizione, essendone completamente sparite le traccie. Quando sia avvenuta la sua distruzione non ci fu dato di rilevare. Ciò successe forse nel secolo IX, per opera dei corsari narentani. Più ad oriente, alla punta chiamata ora di Cataro, nella località detta Sipar, trovavasi un luogo abbastanza di rilievo, se si osservano le ampie rovine che coprono tutta la superficie della punta e s'estendono entro terra, nonchè nel fondo del mare. L'Anonimo Ravennate lo chiama Siparis, adombrato forse nel termine Sepomaja (Sipar-Umago) della Tavola Pentingerìana. Questo luogo conservava una certa importanza fino nell'875, quando, distrutto dal Bano Domogoi capo dei Narentani, si rìduceva ad un umile villaggio, esistente ancora nel 1650 (94).

A mezzogiorno di Rovigno sull'antico agro polese trovavasi la città di Vistro, la quale, almeno come città, avrebbe cessato di esistere forse prima del secolo V, giacchè non ne viene fatto cenno dall'Anonimo Ravennate. In continuazione dell'odierna isola di S. Andrea (di Sera) vicino a Rovigno, s'estendeva l'isola sopra la quale giaceva la città di Ossa, importante per numero di popolo e, come da taluni si pretende, per essere stata più tardi sede vescovile. Di questa città viene fatta menzione nella Notitia utriusque imperli compilata nel 428; sprofondavasi nel mare verso l'anno 740 o 745, in modo che la sommità del colle è ora a 15 tese sotto l'acqua '). Si dice che la causa di tale sprofondamento sia stata provocata dal crollo d'una caverna di saldarne, poichè questo venne dilavato dal mare (95).

All'oriente di Pola, nelle vicinanze dell'odierna Altura, esisteva la città od oppidum di Nesa^io (Ncsactium). Ultimo baluardo delle tribù primitive contro i conquistatori romani, dopo essere caduto nelle loro mani, veniva da quelli prima distrutto e poi ricostruito. Nominato da Tito Livio là dove parla della conquista dell'Istria fotta dai Romani, viene da Plinio (23-79 d. C) e da Tolomeo (II secolo d. C.) indicato quale oppidum, e come tale segnato nella Tavola Peutingeriana (250 d. C.) e dall'Anonimo Ravennate (V secolo). La memoria di questa città si perde indi nella storia, cosi da non sapere [379] persino dove fosse ubicata. Ora si ritiene, e non senza fondamento, che la detta città fosse situata al fianco occidentale della valle di Badò nel luogo detto Visaze (corruzione di Nesazio), dove estese rovine attestano la pregressa esistenza d'un grande luogo abitato.

Se noi indaghiamo nelle pagine della storia, troveremo che a queste città e luoghi importanti, giacenti in località eminentemente malariche (Cissa forse eccettuata), molti altri luoghi di secondaria importanza si potrebbero aggiungere, i quali ora non esistono più. Avremo p. e. la stazione di Nengon all'odierno Ponte-porton in valle del Quieto; il sito di Nigrignamtm sul monte Formento a ponente di Visinada, che durava fino al 1324, ridotto già nel 1277 a trovarsi in mezzo ad una landa spopolata (97); Castel S. Giorgio (S. Giorgio in Laimis) forse l'antico Novetium, sito importante, collocato in vista del mare sul versante settentrionale della valle del Quieto, vicino alla foce del fiume. Esso esisteva ancora nel 1371 quale luogo decaduto (98). Traccie di numerosi villaggi si riscontrano inoltre in molte località della provincia, p. e. sulla spiaggia di Peroi, ora affatto deserta, ove esistono rovine di tre villaggi, ed abbondanti ne sono gli indizi sulla costa ora disabitata da Rovigno a Dignano (99).

S'aggiunga che ad ogni pie'sospinto lungo la riva o nell'interno dell'Istria noi c'imbattiamo in avanzi di ville, di bagni, di depositi figulini grandiosi, come p. e. a Laron presso Cervera. Oltre a ciò le numerose iscrizioni che vennero scoperte in molti punti della provincia ci parlano di templi eretti agli Dei nei siti più svariati di essa. Abbiamo p. e. testimonianza d'un tempio a Giunone Feronia a Villanuova di Verteneglio, di templi all'Istria ed alla Fortuna nelle vicinanze di Rovigno o forse di Vistro (100). Nè mancano le testimonianze di edifizi balneari in siti ora eminentemente malarici, come p. e. sull'isola maggiore dei Brioni nel seno di Val Cadena, nella valle marina del Quieto sotto Villanuova coll'iscrizione: Colonis, Incolis. Peregrinis. Lavandis. Gratis. D. D. P. P. P. (101), e forse alla punta di Pizzale vicino Parenzo, ove estese rovine venivano scoperte alcuni anni or sono, in terreno che ora è frammisto notevolmente a rottami di mattoni ed a frammenti di calcinaccio.

[380] Giustificato era perciò l'entusiasmo di Cassiodoro quando descrivendo la cosu dell'Istria esclama:

«Praetoria longe lateque lucentia in margaritarum speciem putes esse depositas: ut hinc appareat qualia fuerint illius provinciae Majorum judicia, quam tantis fabricis constar ornatam».

A queste felici condizioni s'aggiunga una popolazione più numerosa di quella d'oggidì. Il De Franceschi ritiene che sotto i Romani essa fosse pervenuta ad un'altezza almeno doppia della presente; il che non può sembrare esagerato quando si consideri che Pola raggiungeva nell'epoca della sua floridezza persino la cifra di 35000 abitanti, e Parenzo quella di 10000.

Da tutte le circostanze ora esposte risulterebbe quindi abbastanza accertato il fatto, che l'Istria non avesse insalubrità d'aria nei tempi preromani e romani. E mentre gli autori latini, sia pure per incidenza, fanno talora cenno della malsanìa dell'aria intorno a Roma, non ne troviamo invece alcuna allusione in quelli che si occuparono della nostra provincia, e che abbiamo più sopra ricordato. Tale circostanza vale pure a confermare la nostra supposizione.

Rendesi perciò interessante di scoprire quando e per quali motivi il suolo dell'Istria sia addivenuto malsano nei secoli posteriori.

X.

Veduti i cambiamenti del suolo dopo l'epoca romana, e specialmente specificati quelli che furono in intima relazione cogli abbassamenti di esso e con l'interrimento delle valli; poco o nulla ci resta a dire dei successivi fenomeni tellurici, essendochè le cronache posteriori non ne facciano menzione. Tuttavia citeremo quelli che per la loro rilevanza possono ritenersi quale espressione di movimenti importanti della crosta terrestre, nonchè effetto di squilibri atmosferici. Cercheremo invece di dare particolare rilievo a quegli avvenimenti pei quali l'Istria dovette, per diminuzione di popolo o per altri motivi, perdere la salubrità del clima, che prima godeva.

Dal I al VI secolo. — Fino al II secolo dell'era nostra sembra che l'Istria sia stata risparmiata da disgrazie rilevanti. Non consta se la peste, che nell'anno ventesimosecondo dopo Cristo ha colpito gravemente l'Italia (102), [381] risparmiasse l'Istria. È certo però che, quand'anche essa ne fosse visitata, la estensione del male siasi limitata a lievi proporzioni, incapaci di recare gravi conseguenze; imperocchè a quest'epoca susseguivano anni di floridezza e di grandezza per la nostra provincia. Nel 192 d. C. invece vi scoppiava un'esizialissima pestilenza, cosi da indurre la città di Pinguente ad erigere una lapide votiva in ringraziamento d'esserne la citta andata esente (103).

Nei secoli immediatamente posteriori ai succitati, l'Istria non deve aver molto sofferto dalle incursioni barbariche che sfasciarono l'impero romano, se Cassiodoro potè tessere di lei nel 538 la splendida descrizione, che dianzi ho citata. Sembra però che del tutto la provincia non sia stata risparmiata. Un passo di S. Girolamo, tolto da un suo commento alla profezia di Abacuch intorno alle desolazioni delle città che il profeta vedeva, suona nel modo seguente:

«Nonne hoc impletum audivimus in nostrae originis regione finium Pannoniae atque Illirici; ubi post varias barbarorum incursiones ad tantam desolationem est perventam ut nec humana ibi remanserit creatura, nec animai superesse conversarique dicatur, et his quae hominum amicari et convivere consueverunt (104)».
Il sommo Dottore sarebbe nato a Sdregna nel 353 o 341 e moriva nel 420 (105); per conseguenza il passo si riferirebbe all'Istria del IV secolo, oppure ai primi anni del V, ed alluderebbe alle due irruzioni dei Visigoti, i quali gettandosi suir Italia avrebbero danneggiato anche la nostra provincia (106). Lo stesso può forse esser avvenuto nel 452, quando Attila coi suoi Unni si precipitava sul bel paese (107). Diciamo forse, giacchè sembra che le irruzioni di Attila abbiano recato alla nostra provincia piuttosto un vantaggio anzichè un danno, dal momento che molti abitanti di Aquileja, e forse anche di altri luoghi circonvicini, fuggivano dalle stragi, ricoverandosi in Istria (108). Noto, del resto, di passata, essere la leggenda d'Attila «flagello di Dio» popolarissima nel nostro volgo, il quale attribuisce non ad altri che a quel barbaro condottiero la distruzione delle città o luoghi abitati istriani, or più non esistenti.

[382] Un anno solo dopo che Cassiodoro dirigeva ai provinciali dell'Istria la sua famosa epistola, sbarcarono i Bizantini nella provincia con proposito di pigliare alle spalle gli Eruli, i Rugi ed i Goti, e sostituirono quest'ultimi nel governo che durò a lungo ad onta degli sforzi dei Longobardi. Diffatti a tali tentativi si devono le stragi, gli incendi e le depredazioni avvenute nella provincia nell'anno 588, quando il re longobardo Àutari muoveva contro l'Istria con un esercito condotto da Evino duca di Trento (109).

Sembra però che, ciononostante, le condizioni della provincia a quel tempo fossero floride, giacchè il duca, firmata la pace coli1 Esarca di Ravenna, tornava in Lombardia recando al re grande quantità di denaro.

Tali depredazioni longobardiche, dalle quali però, a quanto pare, solamente l'Istria superiore sarebbe stata danneggiata (110), non erano che il preludio di altre più terribili, successe ad opera degli Slavi, chiamati allora Sciavi e Sclavini, e degli Unni-Avari. Non è scopo di questo lavoro il seguire le mosse di quei popoli dalle loro sedi fino nell'Istria; ci limiteremo perciò ad indicare quando avvenissero le loro irruzioni, e possibilmente a segnare i danni da quelle recati.

Noteremo però che prima che spirasse il VI secolo, fatale per l'Istria, è molto probabile che altri fattori abbiano contribuito a far scemare la popolazione e con essa la floridezza del paese. Fra questi, principali sarebbero le epidemie di peste violentissime, che devastarono l'Italia negli anni 557, 565, 566, 568 e 591 (111), le quali molto probabilmente avranno raggiunto anche la nostra provincia, che ad essa geograficamente e politicamente apparteneva, e con cui trovavasi in continue relazioni di commercio. Oltre a ciò succedeva in codest'ultimo secolo nelle limitrofe provincie un avvenimento meteorologico straordinario, il quale indubitatamente deve aver esercitata una triste azione anche sulla nostra provincia. Vale a dire, noi troviamo nel 587 in tutta l'Italia delle grandissime rotture causate dall'acqua. Nello stesso Friuli, l'Isonzo ed il Frigido, raccolti in un lago, che aveva l'emissario nell'estuario di Monfalcone, rompevano l'argine naturale di Gradisca e si gettavano all'aperto correndo verso Aquileja; mentre il Timavo contemporaneamente scemava d'acque alla foce (112). [383]

VII secolo. Nel secolo seguente, precisamente nei primordi di esso, nel 600 o 601 avveniva la prima irruzione degli Slavi nella provincia, condonivi dalle schiere di Agilulfo re dei Longobardi. Secondo Paolo Diacono la devastarono col fuoco, col ferro e colle rapine (113). II Kandler pone un'altra incursione nel 604, per la quale gli Slavi saccheggiarono l'Istria interna, uccidendone le guarnigioni (114). Dura tutt'oggi la tradizione che in quel tempo cadesse Bogliuno, e che la valle dell'Arsa rimanesse coperta di cadaveri. Un contadino romanico raccontava al De Franceschi, che in quella occasione la stretta valle fra le colline di Lettai ed il Montemaggiore fosse il campo d'un grande combattimento, in seguito al quale essa rimaneva coperta di cadaveri (115). Nel 610 o 613 sembra eziandio che schiere numerose di Slavi fossero penetrate nell'Istria, apportandovi desolazione e morte (116).

Il De Franceschi ci narra che la memoria di spaventevoli incursioni nemiche si conserva anche in altre parti della nostra provincia. A quelle epoche si riferisce la tradizione della valorosa difesa di Momorano che fu tra i pochi luoghi non presi; Fianona, Albona, Pedena, Gallignana, Pisin-vecchio, Vermo sarebbero allora state distrutte. Il villaggio di Caroiba sarebbe stato arso, meno un paio di case nella villa or detta Mocibobi. Ancor oggi veggonsi presso l'odierna chiesa di S. Quirino, sulla strada romana che attraversava sopra Cosliaco il Caldiera, le rovine d'un antico paese, di cui si perdette il nome, e che dicesi essere stato abbruciato da nemici scesi per quella strada, la quale poi continuava per Albona a Pola, Parenzo e Trieste (117).

A tali fazioni di guerra, apportatrici di desolazioni, di stragi, di perdite d'uomini e di distruzioni di luoghi, s'aggiunga l'azione di freddi eccessivi, specialmente nell'anno 603, dei terremoti, dei quali si ha memoria nell'anno 615 (118), fenomeno quest'ultimo che nei secoli posteriori si riproduce di spesso, ed è indizio che la crosta terrestre della nostra zona, per un ciclo d'anni, si trovasse sotto l'influenza di mutamenti avvenuti sia [384] superficìalmente, oppure nell'interno di essa, e che di certo non possono essere rimasti senza conseguenza sulla configurazione del suolo e sull'elevatezza dello stesso sul livello del mare.

A tali fenomeni devonsi aggiungere le epidemie di peste, la quale, dominando in Italia nel 665, non può non aver fatto capolino anche in Istria, cagionandovi perdite d'uomini (119) e desolazioni.

VIII secolo. Nel decorso dell'VIII secolo l'Istria non ebbe a soffrire molto per le fazioni di guerra, abbenchè essa abbia dovuto sostenere delle serie lotte coi Veneti sotto il doge Diodato Ipato dal 737 al 739, ed anehe sia stata il campo di alcuni combattimenti sostenuti antecedentemente dal duca longobardico Pemmone cogli Slavi vicino a Lauriana (Lovrana) nel 718; ed 80 anni più tardi (799) dal duca franco Enrico pure vicino a Laurana contro gli Avari che tentavano di penetrare nell'Istria (120). Però, allorchè nel 753 i Longobardi muovevano contro la nostra provincia e ne prendevano buona parte, molte famiglie istriane ricoveravano in Venezia.

Ciò che invece distingue questo secolo è la frequenza dei terremoti. Diggià nel 737 (121) grandi terremoti venivano segnati in tutta l'Europa, i quali, come indizio di mutamenti idraulici e termici del sottosuolo, non rimanevano senza conseguenza per la nostra provincia. Probabilmente a quest'epoca è da riferirsi lo sprofondamento deir isola di Cissa, o forse agli anni 740 o 745, durante i quali avvenivano grandissimi moti di terra nell'estuario veneto. Come s'è detto, l'isola calava a segno che la sommità del colle è ora a 15 tese sotto il livello del mare (122). Il Kandler ammetteva che lo scoscendimento fosse avvenuto pella corrosione dell'acqua nel saidame (sabbia quarzosa), di cui era formato il sottosuolo dell'isola, mentre, a quanto pare, tale sprofondamento sarebbe a ricercarsi in circostanze più generali e forse in quegli scoscendimenti, che avvengono non difficilmente in un terreno intersecato ovunque da grotte e da caverne ampie e profonde, specialmente in tempi di fortissimi e frequenti moti di terra. Nel 754 tale fenomeno tellurico si ripeteva nella provincia in modo molto violento (123).

[385] Si aggiunsero nel 763 freddi intensissimi (124), e nel 793 una grande carestia e la fame (125).

Quale indizio del deperimento delle condizioni, un di si floride, della nostra provincia, troviamo che nel 780 le chiese di Cissa (indi in Rovigno), di Umago e di Cipodistria, prive di prelati, venissero date in commenda, Capodistria ed Umago a Trieste, Cissa a Parenzo (126).

Tuttavia sembra che, ad onta di tanti infortuni, le condizioni di salubrità dell'atmosfera e del suolo si mantenessero buone, giacchè troviamo che nel 740 venisse fondata in Barbana sull'Arsa (127) l'abbazia di S. Domenica e quella della Ss Trinità dei Benedettini (128), abbazie d'indole agricola che venivano piantate anche se in terreni incolti, però buoni e sani.

IX secolo. Nell'804 ha luogo il famoso placito nella valle del Risano, in cui gì'Istriani porgono lagnanze ai commissari dell'imperatore Carlomagno (Missi dominici) per le angherie sofferte dal duca Giovanni. Nel placito non si fa cenno di un deterioramento delle condizioni generali della provincia, ma esso ci fa sicura testimonianza della decadenza delle condizioni economiche della stessa.

Nell'819 principiarono le incursioni dei Saraceni nell'Adriatico. Infatti essi si presentarono formidabili sotto il comando di Saba dinanzi ad Ossero nell'838 (129) e lo devastavano. Nell'842 (130), sotto lo stesso condottiero, si ripresentarono ancora dinanzi ad Ossero, reduci d'aver commesso orrende stragi nelle Calabrie e nella Puglia. Per tali incursióni venivano posti sossopra territori e città, ai quali ed alle quali si apportavano desolazioni e stragi. Finalmente, dopo aver inflitte due gravi sconfitte ai Veneziani, venivano battuti nella splendida battaglia navale di Taranto (131).

Superate le conseguenze di tali incursioni, ad altre ancora più gravi andava soggetta la provincia per opera degli Slavi Croati e Narentani, i quali, sotto il comando del Bano Domagoi, in odio al Governo di Venezia, ponevansi a scorrere le rive settentrionali dell'Adriatico. Comparso tale [386] condottiero nell'876 (132) alle nostre coste, prendeva e saccheggiava con grande strage di uomini Umago, Siparo, Cittanova, Rovigno e Muggia, preparandosi all'assalto di Trieste e di Grado. Neil'887, dopo aver arrecato altri malanni, veniva finalmente domato dai Veneziani. Tali irruzioni furono gravide di tristi conseguenze, giacchè sembra che per esse sieno state distrutte, per mai più risorgere, le città d'Arsia, di Nesazio, di Vistro, di Salvore e di Sipar, ridotte forse a quel tempo a luoghi piccoli e di poca importanza, nonchè la località di Saline alla bocca di Leme (133).

Anche in questo secolo alla mano distruttrice dell'uomo s'aggiungeva quella della natura, inquantochè troviamo qualmente dall'800 all'801 (134) continuassero a manifestarsi quei terribili terremoti, che da oltre un secolo di frequente e con violenza si succedevano nella provincia. Neil'811 occorrevano dei freddi straordinari (135). Altri terremoti succedevano in Venezia nell'840, ripercuotendosi di certo anche in Istria (136). Avveniva indi nell'858 una marea straordinaria, e nel seguente anno un freddo si intenso, che le lagune venete restarono agghiacciate (137).

A tali fenomeni meteorologici e tellurici, apportatori d'infortuni, si aggiunga un'epidemia di peste occorsa in Italia, con molta probabilità estesasi anche in Istria (138).

Però neppure in questo secolo ci si presentano fatti o notizie che ci possano autorizzare a supporre un deterioramento nelle condizioni di salubrità dell'atmosfera e del suolo, ed anzi, al contrario, come nel secolo Vili, vediamo nell'853 fondarsi un'abbazia di Benedettini nelle vicinanze di Visionano in S. Michele sottoterra (139), le di cui rovine tuttora visibili riposano su d'un terreno presentemente malarico.

X secolo. Le condizioni interne della provincia non erano felici al principiare del X secolo. Vediamo, fra altro, che a Rovigno si doveva sospendere il lavoro della Collegiata iniziato nel 904, a cagione delle frequenti calamità, miserie e pestilente, e soltanto a poco a poco lo si riprendeva [387] dopo 20 e più anni (140). Oltre a ciò, per le angherie e persecuzioni usate nel 932 ai Veneti dimoranti in Istria dal marchese Vintero, che la governava per il re Ugo, a cagione delle quali oltre ai danni nella proprietà venivano uccise anche persone, il doge proibiva ogni commercio coir Istria, ed appena mediante forti umiliazioni s'otteneva la revoca di tale proibizione (141). Un altro indizio della miseria dominante allora nella provincia la troviamo nel fatto, che i Veneziani nel 944 vietavano che si comperassero uomini in Istria e che si trasportassero su navi venete (142), il che vuol dire che tale commercio, forse per effetto di guerra, a quei tempi pur esisteva.

A tali infortuni s'aggiungevano poscia le scorrerie degli Ungheri, i quali penetrati nel 949 in Istria, facevano devastazioni nei territori di Trieste e di Capodistria (143). Nel 960 poi i Narentani, che mai desistevano dall'intraprendere scorrerie sulle coste istriane, distruggevano Rovigno, che allora, come vuoisi, sarebbe stota sede vescovile, in luogo della sommersa Cissa, in modo che sei anni più tardi questo vescovato veniva dato al vescovo Adamo di Parenzo (144) per sollevare quest'ultima chiesa caduta in somma miseria (145).

In questo secolo veniva pure l'Istria invasa dalle pestilenze, specialmente negli anni 954 e 958 e fors'anco nel 991, allorquando la peste bubbonica menava stragi in Venezia (146).

Ed anche per questo secolo dobbiamo ammettere che, ad onta di unte calamita, di tante miserie, si mantenesse ancora intatta la salubrità del suolo e dell'atmosfera, venendo menzionate siccome allora esistenti alcune localiti [388] abitate ora scomparse, e che in buona parte risiedevano su terreni ora malarici. Nel diploma di donazione dell'imperatore Ottone ad Adamo vescovo di Parenzo (983) sono nominati Rosarium, Nigriguanum, Medelanum, Duo Castella, i due primi situati su quel di Visinada, il terzo presso San Martino di Leme e l'ultimo nel vallone, qualche chilometro distante dal culeo di Leme (147).

Oltre a ciò venivano fondate intorno al 980 circa le abbazie di S. Petronilla, cessata nel 1321, e quella di S. Michele in Leme per opera dello stesso S. Romualdo, che vi stava a governo per tre anni (148), e nel 990 quella di S. Michele in Monte di Pola (149); mentre si ha notizia ancora nel 950 di un'abbazia di monache benedettine dette di S. Teodoro, situata fuori le mura della stessa città. Ora tutte queste regioni sono malariche.

XI secolo. II decimoprimo secolo non veniva funestato da fazioni guerresche. I Principi che durante esso tenevano il possesso della provincia, andavano invece a gara nel fare donazioni ai vescovi ed alle abbazie istriane. Nei documenti riflettenti le donazioni noi c'incontriamo in luoghi abitati che ora non lo sono più, ed altri sono posti in rilievo per una certa importanza che allora avevano, i quali in oggi sono affatto irrilevanti. Vediamo di nuovo nominato Nigrignano presso il Quieto, indi Monte sello presso il Leme e S. Pietro di Montrin presso Buje. Troviamo per la prima volta menzionato Castelvenere in un atto di donazione del 1071 fatto da Artucio e Bona da Pirano al marchese Volrico d'Istria (150), poi le ville di Covedo, Lonche, Ospo, Rosariol, Truscolo (Trusche), Cisterna (Sterna), Srengi o Stenghi, forse presso Pinguente, e Bagnol (Bogliuno) (151).

Nel 1041 aveva luogo la consacrazione della chiesa di S. Michele in Leme (152) e negli anni 1040-43 Azzica figlia di Werigant conte d'Istria donava il castello di Caliseto al Leme (ora Geroldia, Gradina) ai vescovi dì Trieste ed assieme alla madre Wilpurga dotava di terreni la neo-eretta abbazia di S. Michele in Leme (153).

[389] Tali citazioni di luoghi e di fatti concorrono di certo a provare che l'Istria fosse a quei tempi molto popolata, specialmente in quanto riguarda le ultime località, e che l'aria ed il clima si mantenessero perfettamente salubri, mentre oggigiorno codeste località (di Geroldia e di Leme) sono molto infestate dalla malaria.

Sebbene da tali circostanze si possa indurre che le condizioni della provincia fossero in generale abbastanza buone, dobbiamo tuttavia osservare che se questa non" ebbe a soffrire per fazioni guerresche, veniva però funestata da una forte epidemia di peste che introdottasi nel 1006 o nel 1007 dal Cranio, vi durava tre anni e vi menava stragi (153). È lecito anzi supporre, che questa epidemia non fosse la sola, ma che, importatavi da Venezia, ove seriamente dominava, infierisse anche nel 1010, 1073 e nel 1080 (154). A tale malanno aggiungevasi una carestia generale nel 1098, sensibile anche nella nostra provincia, ed un terremoto nel 1093 notato in Venezia e di certo propagatosi anche in Istria (155).

Nonostante vediamo fondarsi nuovi monasteri; vale a dire l'abbazia di S. Anastasia sullo scoglio di Parenzo, di cui si ha cenno nel io 14, di S. Cassiano entro le mura di Parenzo nel 1028, mentrechè troviamo notizie di quello di S. Michele in Monte presso Pola negli anni 1028 e 1087 (157); indizio certo della salubrità e prosperità tuttora vigenti di quei luoghi.

XII secolo. Abbiamo veduto a pag. 369 che l'arabo Edrisi viaggiando l'Istria nei primordi di questo secolo, notasse nella sua Geographia nubiensis quali città e siti importanti Pirano, Buje, Isola, Umago, Cittanova (che egli distingueva in due parti, una al monte, forse S. Giorgio in Laimis, e l'altra al mare), Parenzo, Rovigno, Pola, Medolino (che egli chiama città ragguardevole e popolata), Albona, Fianona, Lovrana, Capodistria e perfino Matterada. Di alcune di tali località egli fa una descrizione breve, ma chiara abbastanza per rilevarne le floride condizioni. Per es. egli chiama Parenzo città popolata e molto fiorente, e Pola, bella, grande e popolata, ecc.

Che se vogliamo estendere ancora di più le ricerche, noi troviamo nei documenti di donazione, frequenti a quei tempi, citati luoghi e villaggi moltissimi, indizio certo di popolazione numerosa. Cosi vediamo in quelli citati [390] Socerga (S. Siro o S. Sirico), Castello di Rivin o Ruvin sopra Sdregna (158), Ronz presso Pinguente, i castelli di Cernogrado e di Belligrado presso Rozzo (gli antichi Nigrignanum ed Albinianum), Pinguente, Colmo, Baniol (Bogliuno), Frajana (Vragna), Letaj, S. Martino (presso Bellai), Gosilach (Cosliaco), Cort alba inter latinos, Castrum Veneris, Villa Cuculi, Villa Mimiliani, Villa Cisterne, Villa petrae Albae (Pietrabianca presso Covedo), Villa Dravuie (Draguch?), Villa Marceniga, Villa Cavedel (Codoglie), Costrutti Bulge (Buje), Castrum Grisiniana, Villa Castan (Castagna), Castrum Castiloni (che più non esiste, presso Buje), Villa Sancti Petri (Montrin) cum Monasteriis Sancti Petri e Sancti Michaelis (159); e troviamo pure che digrignano al Quieto durava ancora, ed era plebania (160).

Quale segno poi della salubrità e delle condizioni favorevoli della provincia, noteremo che anche in questo secolo si stabilirono qua e là varie comunità religiose, e per la maggior parte in terreni e località, le quali di certo oggigiorno non godono buon'aria. Istituitosi nei 1118 l'ordine dei Templari, questi fondarono tosto delle commende anche in qualche parte dell'Istria. Li vediamo p. e. stabilirsi al Risano, a S. Clemente di Muggia, a S. Maria di Campo presso Visinada, nei pressi di Parenzo ed al lato orientale del campo di Marte in Pola, località codeste ora esiziali. Troviamo del pari notata nel 1118 la fondazione dell'abbazia di Moggio presso Cittanova e nel 1134 di quella di S. Pietro in Selve, abbiamo notizia nel 1125 e 1133 di quelle di S. Pietro del Carso e di Montrino presso Buje, nel 1118 delle abbazie di S. Michele in Monte di Pola, di S. Maria del Monte presso Capodistria nell'anno 1152, di S. Nicolò d'Oltra nello stesso anno, d'un ospizio in Isola pure nel 1152, di S. Martino di Tripoli presso Verteneglio nel 1176, di S. Maria di Valle nel 1177, di S. Nicolò di Parenzo pure nel 1177 e di S. Barbara presso Montona nel 1191 e nel 1194, tutte appartenenti all'ordine dei Benedettini (161).

Il XII secolo però non fu scevro di malanni per la provincia. L'opposizione che alcune città facevano alla ognora crescente preponderanza [391] marittima di Venezia, cui altre città si erano date invece in protezione, era occasione ad ostilità gravide di serie conseguenze. Pola viene assalita dai Veneziani nel 1150 (162) e nel 1153 (163), ed abbandonata al saccheggio; la vediamo quindi nel 1193 (164) presa dai Pisani, e ritolta dai Veneti che ne diroccano le mura. Altre ostilità scoppiarono nel 1176 fra Parenzo e S. Lorenzo pel castello di Calisedo al canale di Leme, appianate con sentenza del conte d'Istria Alberto I (165).

L'essersi posti sotto la protezione della Repubblica migliorò le sortì di alcuni luoghi della provincia, la quale pure alla sua volta guadagnò colla quiete quello che le frequenti guerre combattute non solo fra le soldatesche, ma anche fra le popolazioni delle stesse città, le avevau fatto perdere, sciupare e sperperare. Un esempio lo si ha nella città di Rovigno, la quale dopo il 1149, assieme al commercio, sviluppava la prosperità interna, tant'è vero che vedeva aumentati i suoi abitanti ed accresciuto il numero delle case (166).

Sembra che in questo secolo la provincia sia stata risparmiata dalle pesti bubboniche. Giova però notare che il contagio infieriva con grande veemenza in Venezia negli anni 1102, 1118, 1137, 1149, 1153, 1177 e 1182 (167); per la qual cosa non si può escludere la possibilità che il terribile morbo, molto facile ad essere trasportato, fosse penetrato anche nell'Istria.

Noteremo pure che anche in questo secolo i moti di terra si manifestarono di frequente nelle regioni finitime all'Istria. Dal 1100 al 1102 essi si succedevano con tale violenza, specialmente nell'estuario veneto, da far sprofondare Malamocco, mentre altri moti si facevano sentire in Venezia nei 1105, 1114, 1117 (168). Nel 1102 apparve una marea straordinaria, e nel 1122 un freddo si intenso da gelare le lagune venete.

Ad onta però di tali avvenimenti, i quali possono aver influito moltissimo sulla configurazione orografica ed idrografica della provincia e rispettivamente sul numero della popolazione, non troviamo alcun cenno che [392] ci attesti un deterioramento nella salubrità dell'aria o del suolo, la quale continuò in generale a mantenersi buona.

XIII secolo. Ma ben presto mutarono le condizioni della provincia nel secolo successivo. Ad esporle tutte ci vorrebbe la penna d'uno storico di polso, e non quella d'uno, che fra le notizie qua e là racimolate fa tesoro sol di alcune che servir possano al suo intento. Tra i fatti di sangue o di violenza ne citeremo parecchi degni di nota. Nel 1224 Monfiorito di Castropola, per contese avute col vescovo Adalberto di Parenzo, entrò colle sue masnade in questa citta, invase il palazzo del vescovo, che fu costretto a fuggire (169). — Nell'ottobre del 1242 il doge Giovanni Tiepolo e Leonardo Querini assalirono Pola, e poichè se ne furono impadroniti l'incendiarono in più parti, dopo averne diroccate le mura (170). Anche nell'interno dell'Istria le cose non volgevano meglio; di che ci offrono testimonianza le tristi condizioni in cui si trovava la diocesi di Pedena, fiorente nei secoli anteriori, mentre nel 1262 il patriarca Gregorio, onde soccorrerne il titolare, affidava il benefizio di Lint al vescovo eletto Weinardo pel motivo che Ecclesia propter guerrarum discrimina in temporalibus pene penitus est collapsa, ita quod idem electus nequit de ipsius reditibus sibi et sue familie vite necessaria ministrare (171). — Nel 1267 nella guerra di Capodistria, che sosteneva le parti del patriarca, contro il conte Alberto, venivano distrutti Castelverde (Berdo?), la Torre di Pinguente, Carsano e Pietrapelosa (172). In Pola stessa, diggià rovinata, avvenivano sommosse sanguinose, fra le quali quella dei Sergii-Castropola nella notte del venerdì santo del 1271 (173). Quattr'anni dopo, in fazioni guerresche fra il patriarca ed il conte Alberto, avvenivano di bel nuovo stragi, incendi, sperpero di popolo e di averi, per i quali infortuni ne soffrivano specialmente Capodistria e Pirano (174). Durante la guerra accesasi fra i Veneti ed il conte Alberto nel 1278, veniva da quest'ultimo assalita Montona senza [393] frutto, preso S. Lorenzo, guastata Capodistria dai Veneti, depredato il territorio fino a Parenzo con grande rapina d'uomini e di animali, distrutto Castelvenere e guastato Pinguente, mentre nell'anno seguente veniva attaccata vigorosamente anche Isola (175). Uno specchio delle tristi condizioni dell'Istria a quei tempi ci viene offerto dal Tenor sententiae Tridentinae per sedare le contese insorte fra i sudditi di Pisino imperiale e Montona veneta, perduranti per il corso di due secoli, — sentenza proclamata nell'anno 1535. Dal tenore di quella sentenza rileviamo, che 250 anni prima, vale a dire nel 1285, hanno avuto luogo hominum caedes, depopulationes, incendia et vastationes, diversaque alia damna utrinque (176). Eguali attestazioni ci vengono offerte dal trattato di pace fra il patriarca e Venezia del 1286, nel quale troviamo come super diversis et variis insurrexerunt jurgia, contentiones, et lites, ex quibus postmodum tanta guerrarum discrimina pervenerunt maxime in provincia Istriae, quod praeter incendia, depopulationes, spolia et infinitae rapirne crudeli caede sunt coesi quamplttres (177).

Divampata di nuovo la guerra nel 1287 e ripresa Capodistria dai Veneti, le circostanti campagne venivano devastate dai patriarchini, e la provincia crudelmente colpita da stragi e da perdita di gente. Il territorio di Capodistria aveva a soffrire anche nel 1289, a cagione d'un nuovo assalto dei patriarchini, congiunto a fatti d'arme, fecondi di eccidi e di disgrazie (178).

Il Castello di S. Giorgio al Quieto (in Laimis), che fino a quel tempo manteneva una certa importanza quale proprietà del patriarca, veniva pur esso guastato nel 1290 (179). Nel 1297 poi, avendo il vescovo di Parenzo rinnovate a voce più alta le pretese pel dominio di Parenzo, il popolo condotto dal podestà assaliva il palazzo del vescovo, obbligandolo a salvarsi colla fuga. In aggiunta gli veniva abbruciata anche Orsera, suo castello di residenza (180).

A tali malanni, prodotti dalla mano e dall'ira dell'uomo, s'aggiungevano in questo secolo quelli prodotti dalle epidemie di peste bubbonica, le quali [394] infuriarono nella nostra provincia negli anni 1222, 1234, 1238, 1245 e nel 1248 (181) in modo veramente orribile. É probabile però che il morbo comparisse anche negli anni 1205, 1217, 1218, 1277, 1284 e 1293, quando esso menava orrende stragi in Venezia (182).

Nè devesi trascurare di far menzione dei fenomeni tellurici e meteorologici, i quali in questo secolo possono aver esercitata la loro funesu azione sia sulla crosta del suolo, che sullo scheletro lapideo della provincia, in modo da cangiarne più o meno la forma ed i livelli. Cosi leggiamo che nel 1223 torti terremoti si manifestassero in tutta l'Italia, pei quali cadeva Siponto (183); che nel 1234 si sviluppassero enormi freddi (184), i quali si ripetevano nel 1238 in grado si pronunciato da farvi perire molti alberi e viti, causandovi grave carestia e mortalità d'animali (185). Nel 1240 vediamo apparire una straordinaria marea, e nel 1275 ripetersi i terremoti in Venezia, la di cui azione rendevasi sensibile certamente anche nell'Istria (186). Nel 1280 succedevano forti escrescenze d'acque e terremoti fortissimi, che atterravano parecchi edifizi (187); il qual fenomeno accompagnato da una marea straordinaria ripetevasi pure nei 1282 e nel 1283 (188). Troviamo pure dagli autori notata una marea straordinaria nel 1286 ed una eguale nel 1297 (189).

Sebbene gli avvenimenti ora esposti avessero di certo posta la provincia sulla via del regresso, non pertanto le condizioni non si presentavano dappertutto egualmente tristi. Vediamo anzi che nelle isole dei Lossini, come ci viene indicato dal Portolano del mare di Alvise da Mosto (190), cominciavano ad affluirvi gli abitanti. Nei primordi del secolo XIII, di queste isole erano abitate solamente Sansego, che viene indicata a con una scola et una chiesa al capo di ponente»; Unte «Nia, isola accasata, con una masiera suso in monte»; S. Pietro de'Nembi, S. Piero in Nieme con abitazioni, [395] chiesa et acqua»; Selve che è denominata «isola bassa et boscuda et habitada», mentre in Lossino, la di cui valle detta d'Augusto viene descritta in quel Portolano con sufficiente esattezza, non vengono notate nè case, nè macerie, nè altro che serva d'indizio di abitatori o di coltura (191). Si è appena nel 1240 che si ha motivo a fissare il principio dell'esistenza dei Lossini, originata, secondo quanto afferma il Bonicelli, dalla fuga degli abitanti dalle altre isole, dinanzi all'irrompere degli Ungheri. L'isola però dipendeva dai signori di Ossero e Cherso, i quali di tratto in tratto mandavano a pascere le loro mandre di maiali nei densi boschi di cui era coperta, formati specialmente di elei ricche di ghiande (192).

Anche Capodistria sembra che fosse al principio del secolo in floride condizioni, perchè la troviamo nel 1208 fatta capitale della provincia in luogo di Pola, e residenza del governo civile (193).

Abbiamo poi memorie del castello di Nigrignano, il di cui territorio era però nel 1277 incolto e spopolato (194), e troviamo nominati in carte e documenti di quell'epoca Castel Parentin e Moncastello presso il Leme (1211), Fontana de Badò-Pirin (1215), Ravanzolo presso Montona (1221), nel 1275 Castel S. Pietro, Zuccola, Ortenegla, Topolo, Momiano, Siziole, Oscurus, Sorbaria, Cubertum, Sterna, Gradina, Trebesat, Figarola, Dobravizza, località quest'ultime appartenenti al feudo di Momiano. Indi Casser, Volta e Padova vicino Montona (195).

Che ad onta di tanti infortuni le condizioni sanitarie della provincia non fossero sensibilmente peggiorate, lo comprovano anche per questo secolo le notizie che esistono intorno alle comunità religiose che continuavano a stabilitisi. Infatti vediamo fondarsi nel 1226 conventi di Francescani in Istria per opera dello stesso S. Antonio di Padova; nel 1230 si erige in Capodistria un cenobio di frati minori Domenicani, e nel 1287 uno di Paulini alla B. V. al lago d'Arsa. Nel 1221 S. Giovanni del Prato di Pola passa in mano dei Templari, del qual monastero, nonchè di quello di S. Maria del Campo presso Visinada, si ha memoria anche nel 1229. Egualmente vi è fatto cenno di quello di S. Pietro in Selve nel 1222 e 1275, di quello [396] di S. Martino di Tripoli presso Verteneglio nel 1230 e del monastero di S. Michele presso Pisino nel 1238. — Sta il fatto però che nel 1299, al chiudersi del secolo, il più dei monasteri di Benedettini venissero abbandonati, a causa delle guerre e delle pestilenze (196).

XIV suolo. La tendenza alle fazioni di guerra che fu si fatale nel secolo decimoterzo alle condizioni economiche della provincia e che diminuì sensibilmente la popolazione, continuava anche nel secolo XIV ad esercitare la sua triste azione. Molte delle ville che qua e là nelle campagne esistevano negli antecedenti secoli, dovevano venir abbandonate, inquantochè le continue scorrerie delle truppe ora patriarchine ed ora venete, congiunte, come era usanza a quei tempi, a rapine, ad incendi e ad uccisioni d'uomini, rendevano impossibile il mantenersi in quelle a sicura dimora. A tale causa d'abbandono devonsi aggiungere le pesti, che infuriando colla massima violenza, decimavano la popolazione, arrivando talora a distruggerla completamente. La provincia trovavasi quindi in uno stato di regressione rilevante, tanto economica per l'abbandono dei campi, quanto demografica per la continua diminuzione di popolo. Non può perciò recar meraviglia se alcuni potenti signori, valendosi del loro diritto feudale allora in vigore, impiegassero tutti i mezzi onde ripopolare le campagne, coli'intento è vero di procacciarsi in tal guisa della gente atta alle armi, ma puranco allo scopo di migliorare le condizioni agrarie divenute tristi.

Vediamo p. e. che tra il 1302 ed il 1306 (197), il vescovo di Trieste Rodolfo de Pedrazzani per riacquistar i diritti della sua chiesa, tentasse di ripopolare la villa di Silvola (Servola) che era priva d'abitanti in conseguenza delle guerre sostenute fra il comune di Trieste ed i Veneti, e com'egli a questo scopo chiamasse dalla sua provincia natia alcuni coloni del Sonano a trasferirsi nella sua villa per attendere ai campi, e coll'intenzione di tramutarli indi in soldati (198). Questi coloni si propagarono, ed ancora oggi la provenienza delle loro famiglie viene confermata dai mólti Sanzin (corruzione di Soncin) che abitano la villa, abbenchè coli'andar dei secoli la lingua italiana dei Soncinesi sia un po'alla volta divenuta pretta slovena. Cosi va il mondo!

La guerra riaccesasi fra il patriarca ed i Veneti coll'intervento del conte [397] Alberto II di Gorizia ora in favore del primo ed ora contro, che durava dal 1304 al 1310, era causa di lunghe e crudeli devastazioni. L'Istria ne rimaneva esausta d'uomini, in modo tale da non poter resistere alle truppe venete, che tentavano di togliere al patriarca i luoghi, ch' egli ancor possedeva nella provincia. Durante questa guerra veniva incendiato Castelvenere, e ne rimasero pure depredate da alcuni uomini di Cittanova le ville di Servarla (oggi Sorbar) su quello di Momiano e la villa di Merischa (Merischie) nello stesso territorio: indizio deplorabile delle condizioni dell' Istria a quei tempi (199).

Le terre patriarcali istriane avevano ancora a soffrire terribili devastazioni nella lotta impegnatasi nel 1313 fra il conte Enrico ed il patriarca, fino a che per interposizione di altre potenze, veniva conchiusa la pace nello stesso anno (200).

Egualmente per la guerra scoppiata nel 1329 fra la tutela del conte Giov. Enrico ed il patriarca, aveano luogo devastazioni di molti territori della contea, fra cui S. Vincenti, Piagne e Tabanelle, ma specialmente ne soffriva Barbana, che assalita dai patriarchini veniva arsa e condannata a veder passati a 61 di spada i suoi abitanti (201). Notisi poi che un anno prima, Pola veniva saccheggiata dai Genovesi.

Le condizioni della provincia erano a quei tempi molto lagrimevoli. Abbiamo testimonianza di ciò in un ordine del 18 giugno 1336 dato dal patriarca al gastaldione, al consiglio ed al popolo di Pinguente, che per impedire possibilmente ai ladri ed ai predoni i pravi loro tentativi, gli animali e le robe poste in vendita a Pinguente da altri che da conosciuti mercanti, dovessero per tre giorni stridarsi sul piazzale innanzi la chiesa, ed appena spirato questo termine potessero essere vendute (202).

Anche in Pola in quel tempo sussistevano le stesse condizioni. Colà risiedeva un vescovo, Sergio da Cattaro, il qual per ordine del patriarca veniva processato perchè esercitava la pirateria con depredazioni ed uccisioni; esso maltrattava e spogliava i cittadini, dilapidava le rendite dei canonici ed i beni della Chiesa (203).

[398] Nel 1343 Beachino di Momiano arrecava danni rilevanti ed ingiurie a quelli di Cittanova, in modo da indurre il Senato veneto ad ordinare in data 4 settembre al capitano del Paesanatico di prendere severe misure (204); e nello stesso anno il comune di Montona invadeva le terre ed i boschi di Portole, attirando sopra di se la scomunica del patriarca Bertrando (205). Contemporaneamente succedevano fatti d'armi in Istria fra i Veneti ed il conte Alberto, pei quali questi perdeva Antignana, e cadeva anche prigioniero (206). Causa le depredazioni che nel decorso di questa guerra venivano esercitate dagli aderenti del conte nel territorio di Montona ed in quello di Capodistria, buona parte della popolazione abbandonava il territorio di quest'ultima citta, recandosi per timore ad abitare in quello della contea, e disertando completamente le ville, in modo che il Senato veneto ne rimaneva profondamente impressionato (207). Accusato ne era principalmente il condottiero Anzil di Postoina (Anzil de Postoyna) (208). È naturale che tali distruzioni provocassero rappresaglie, e vediamo diffatti il Senato decidere li 17 giugno 1344 e seguenti, che venissero inferti eguali danni nel territorio della contea (209) ed in quello del patriarca. In questa guerra veniva danneggiato il castello di Momiano e distrutto quello di Castione (210).

Nell'ottobre del 1347 nascevano gravi disordini e ribellioni in Isola contro il governo veneto, le quali spingevano il Senato a serie misure (211). Nel maggio di quello stesso anno il Senato diminuiva le gravezze pubbliche ed accordava speciali favori alla città di Pola, onde impedire la diminuzione di popolo cui essa andava incontro, a motivo dell'avversità e sterilità sofferte (212).

Nell'anno seguente aveva luogo la tremenda ribellione di Capodistria, organizzata da alcuni partigiani del conte Alberto III, capitanati dal conte d'Ortenburg con Volrico di Reifenberg vassallo del conte di Gorizia, i quali [399] supponendo in buona parte estinti dalla peste che allora infuriava i partigiani I veneti della città, facevano una scorreria sino alle sue porte, arrestavano il podestà Marco Giustiniani ed atterravano il vessillo di S. Marco, sostituendovi quello del comune. Il Castel Leone che teneva fermo, domava poi la città (213).

Le ostilità fra il conte e la repubblica erano cagione anche di altri danni, j dappoichè quelli di Barbana, di Castelnovo sull'Arsa, di Albona, di Grisignana e di Salise (214), sudditi patriarchini si gettassero sulle terre venete, devastando le campagne di Capodistria e di Pola. Sembra eziandio che nello stesso anno (1348) l'Istria venisse corsa da una masnada di Croati segnani, sbarcati all'Arsa e forse mandati dal conte di Veglia in aiuto a quello di Gorizia (215). Ed anche in Pola avvenivano in queir anno seri trambusti e guai (216).

Quattro anni appresso (1352) Capodistria tentava un'altra riscossa dal giogo veneto (217). Nel 1353 i Triestini infliggevano molti guai per mare e per terra a quelli di Muggia, in guisa da costringere questi a chiedere l' intervento del Senato veneto (218).

L'anno 1354 era poi oltremodo luttuoso per l'Istria, giacchè le sue principali città e luoghi della costa dovevano soccombere agli assalti dei Genovesi, i quali in odio ai Veneti, prendevano e saccheggiavano Pola, Parenzo, Capodistria ed altre città, e distruggevano Muggia, Due Castelli e S. Giorgio al Quieto (219).

Nel 1355 alle tristi conseguenze degli assalti da parte dei Genovesi si aggiungevano le incursioni e derubazioni nei territori di Pola, Dignano, Valle e Rovigno, contro le quali il Senato veneto disponeva che il capitano di S. Lorenzo stanziasse buona mano di truppe a guardia del borgo di [400] Dignano (in Burgo Adignani) (220). Nello stesso anno Parenzo otteneva dal Senato un prestito di mille ducati per la durata di cinque anni, allo scopo di riparare i guasti arrecati dall'assalto dei Genovesi, e specialmente il palazzo del podestà, il quale per mancanza di conveniente ricovero avea dovuto abitare nell' episcopio (221).

Non meno esiziali per la provincia riescivano i saccheggi praticati nel 1356 dalla squadra numerosa mandata dal re Lodovico d'Ungheria sulle coste istriane per danneggiare i Veneti, coi quali egli si trovava in guerra (222). In questa guerra molto ne soffriva Montona, alla quale il Senato a titolo di sollievo condonava alcuni debiti di paghe. E veniva danneggiato grandemente anche Dignano, in modo tale che gli abitanti dovettero abbandonare il borgo e ridursi alla campagna, dalla quale fecero ritorno nel 1358, riedificando il borgo coi soccorsi del Senato (223).

Fatali condizioni, note ovunque, persino al Petrarca, il quale in una epistola deplorando nel 1359 le cose d'Italia, diceva dell'Istria «magno bellorum sonitu nec parvae stragts impie deservierunt: Ianuenses el'Veneti» in armis sunt...(224)».

Nel 1370 i Genovesi prendevano ed abbruciavano Umago (225). Nel dicembre del 1374 Raffaele di ser Steno, confinato, assaliva per sorpresa Maggia, uccideva i giudici e se ne impadroniva, tenendola per due anni, decorsi i quali il patriarca la ricuperava (226).

Li 7 maggio 1379 aveva luogo la battaglia nel canale dei Brioni fra i Genovesi ed i Veneziani colla rotta totale di questi. Pola veniva presa dai Genovesi e diroccata, uccisi gli abitanti, incendiato l'archivio e portati a Genova gli oggetti preziosi, fra i quali le porte di bronzo della cattedrale (227). I Genovesi prendevano quindi Rovigno, la depredavano e le rapivano il corpo di S. Eufemia; poi consegnavano la città al luogotenente del patriarca [401] d'Aquileja, che diggià con numeroso esercito aveva invasa la penisola (228). Ed anche nel 1380, dopo esser stati battuti presso Chioggia, i Genovesi devastavano l'Istria (229), prendendo Capodistria senza il castello, bruciandola in parte, e saccheggiandola senza risparmiare nè monumenti antichi, nè archivi, uè fabbriche, ed asportandone persino i corpi santi (230 ). — Invece Pirano e Parenzo respingevano l'assalto, e quello contro Isola andava pure a vuoto, mentre Pola veniva di bel nuovo presa ed arsa. Nello stesso anno il provveditore veneto Alvise Loredan assaltava Besca e la saccheggiava. Sembra che nel 1381 anche Due Castelli venisse assalito e preso dai Genovesi, alleati a quelli di S. Lorenzo (231), colla strage degli abitanti, col saccheggio ed incendio dei luogo, nel qual anno anche Capodistria veniva nuovamente aggredita dai Genovesi e posta a ruba ed a fuoco (232).

Nel 1349 succedeva presso Grisignana un piccolo fatto d'armi, probabilmente fra veneti e patriarchini (233). La città patriarchina di Muggia doveva alla sua volta nel 1398 sostenere coi Triestini serie ostilità (234).

Riepilogati di tal guisa i fatti d'armi e le fazioni guerresche, per le quali la provincia nostra ebbe a soffrire terribilmente, altre cause s'aggiunsero in questo secolo, come negli antecedenti, a favorirne il deperimento, fra le quali vanno ricordate in primo luogo le pesti.

Abbiamo memoria di dodici anni d'epidemie di peste scoppiata entro i confini della provincia, e precisamente negli anni 1312, 1330, 1343, 1347, 1348, 1360, 1361, 1368, 1371, 1380, 1382, 1397 (235). Tali epidemie furono fatalissime pelle loro conseguenze. Muggia perdeva la metà della popolazione, Pirano, Rovigno, Parenzo, Pola, Montona ed Ossero rimanevano sensibilmente diminuite dei loro abitanti, anzi l'agro polese veniva del tutto [402] spopolato. Capodistria poi riducevasi alle più tristi condizioni economiche, in modo che nel 1386 il clero non era al caso di pagare la decima papale (236).

È inoltre probabile che il contagio superasse i confini della provincia anche in altre annate, giacchè troviamo la peste nelle provincie venete ed in Venezia stessa, negli anni 1307, 1349, 1350, 1351, 1359, 1393 (237).

In questo secolo manifestaronsi ancora molti fenomeni tellurici e meteorologici, i quali non possono non aver esercitau una cena azione funesta sulla conformazione del suolo. Primi fra tutti notiamo i terremoti che occorrevano nella regione veneto-istriana, negli anni 1301, 1343, 1348, 1349. Indile maree straordinarie, manifestatesi nel 1314, 1340, 1341, 1343, 1385, fra le quali è memorabile in Istria quella del 1343, durante la quale Pirano minacciata dalla enorme escrescenza delle acque volle nella sua pietà attribuire la propria salvezza dall'essere ingoiata dalle acque alla apparizione del martire S. Giorgio (238).

Finalmente devesi far menzione dei freddi eccessivi del 1339 e d'una invasione di locuste, che nel 1309 devastarono le campagne dell' Istria (239).

Conseguenze si delle guerre, che delle pesti, nonchè delle circostanze ultimamente menzionate erano le carestie sofferte nel 1312 e nel 1375, eia fame nell'anno del freddo 1339; e mentre nell'anno 1317 — anno ricordato fra i più prosperi — le campagne producevano del vino in abbondanza, vediamo in breve codeste sorgenti di ricchezza a poco a poco scemare in modo che sotto la data dei 5 aprile 1349 il veneto Senato concedeva al comune di S. Lorenzo del Pasenatico, che molto ne scarseggiava, di poter ritirare dalle parti di Trieste 25 anfore di ribolla e da quelle della Marca 25 anfore di vino, pagandone il dazio (240). La stessa cosa avveniva in data 25 marzo del 1350, quando, per esservi stata nel 1349 grande scarsezza di vino su quel di Parenzo, si concedeva a questa città di poter ritirare dalle parti di Capodistria e da quelle verso Trieste 50 anfore di ribolla (241). Si ripeteva la stessa grazia al comune di S. Lorenzo del Pasenatico colle parti prese in [403] data 29 luglio 1349, 4 novembre 1350, 16 agosto 1351 e 16 agosto 1353 (242), di poter estrarre dalla Marca e da luoghi dell'Istria 150 anfore di vino. Li 19 aprile 1357 avveniva lo stesso pel comune di Umago, reiterando in tal guisa una grazia concessa allo stesso nel 1356. Da tutto ciò si rileva come scarsa fosse la produzione del vino negli anni 1348, 1349, 1350, 1352, 1355 e 1356. In aggiunta a ciò v'era tanta scarsezza di granaglie in quasi tutta rIstria nel 1381, da costringere il Senato veneto nel gennaio 1382 a concedere agli abitanti di Pola, di Rovigno e di Valle di poter acquistare nel Friuli fino a 1500, rispettivamente 1000 e 500 staia di grano (243).

Nel decorso di questo secolo troviamo che l'estuario di Capodistria si fosse avanzato fino ai pressi della città, in modo che o per la sicurezza contro gli assalti guerreschi o per motivi di salute pubblica venivano presi dal governo veneto seri provvedimenti. Il Senato colla parte 9 novembre 1329 ordinava, in seguito al parere di Gradenigo Bertucci, d'impedire l'ulteriore dilatazione della palude, colla erezione di un muro di chiusa. Senonchè con tale rimedio giungevasi ad un risultato del tutto opposto, poichè deviatone il corso regolare del Risano, là palude estendevasi ancora maggiormente (244). Impensierito il Senato di tale fatto, decideva in seguito alle informazioni del podestà di Capodistria di procedere all' escavo della palude. L'argomento diveniva oggetto di serie pertrattazioni nelle sedute del 23 febbraio 1343 e 19 aprile 1344, ed i protocolli delle stesse ci dicono, che allo scopo di coprire le ingenti spese relative, il Senato decideva d'addossarne una pane ai cittadini di Capodistria, imponendo loro una gabella sul vino (245). Però sino al 3 giugno 1361 e 18 marzo 1364 non s'era ancora fatto nulla, per il che il veneto Senato ordinava al podestà allora in sede, di far procedere in ogni modo a detto escavo per la lunghezza di almeno 800 passi e io di larghezza, e commetteva ai patroni dell'arsenale di mandar colà quattro burchi dei più leggieri e gli istrumenti da scavare (246). La palude tuttavia era si interrita che certe barene che vi si erano formate, impedivano ai pontoni d'avvicinarsi [404] al luogo di escavo, e perciò si ordinava al podestà di previamente allontanarle. In data 20 giugno del 1364, dietro domanda del podestà, spedivasi un pontone per l'escavo (247), e sotto quella dei 9 novembre delegavansi due boni viri in talibus experti, i quali avessero a studiare col podestà i lavori da farsi ed il modo di condurli a termine colla maggior economia. Questi esperti (che erano di Chioggia), uditi dal Senato, fecero deliberare dallo stesso nel giorno 7 gennaio 1365 (248), che si avesse a scavare per 300 passi a ponente in modo da poter approdare al Castel Leone senza impedimenti. La palude che stava intorno al detto castello ed a quella parte della città, era in gran parte rasciutta e vi si formavano barene, così che il podestà veniva di nuovo incaricato di farle escavare, onde l'acqua ne potesse coprire l'estuario. Sembra che l'interrimento dipendesse dall' impeto del mare proveniente dal lato di Borea, il quale irovandosi impedito nel suo libero movimento dal ponte di pietra, infrenato l'impeto, deponeva le sostanze pesanti che seco trascinava. Ordinavasi perciò che tale ponte venisse rotto (scava^etur) ed aperto al punto ov'esso s'univa a quello di legno che metteva verso la città, in guisa che vi restasse uno spazio di circa 12 passi, unendo le due teste con un ponte levatoio di legno. La stessa cosa doveva farsi alla testa di ponte verso il castello, chiamato starea. Aprendo in tal guisa un varco di 24 passi, il mare avrebbe riottenuto il suo movimento regolare. Oltre a ciò fu ordinato che il fiumicello scorrente dalla pane di levante al mare venisse immesso nella fossa del castello. A tali lavori vennero sopraposti quali sorveglianti due esperti di Venezia e Chioggia. Questi esperti, avendo però ritenuta dannosa tale immissione, fu deliberato sotto la data dei 28 agosto dello stesso anno, che il fiumicello venisse sotterraneamente condotto dal Risano al mare.

Ma siffatto lavoro non ebbe che un effetto temporaneo: il veneto Senato colla pane 27 luglio 1374 (249), sollecitato dal podestà e capitano di Capo-distria, ordinava che tutti i podestà ogni anno per una settimana, subito dopo Pasqua, dovessero far scavare dai salinari in una data proporzione le paludi e barene. Nell'anno seguente, li 11 maggio, in base a proposta del cessato podestà e capitanio Paolo Morosini, fu deliberato di far scavare la [405] palude formatasi attorno il Castel Leone in modo che con qualsiasi marea vi si potesse avvicinare una barca. Venne poi deciso di girare il Fiumicino verso Risano per impedire l'interrimento di cui era causa (250). Tale interrimento era sì avanzato e solido, che un cavaliere col suo cavallo poteva recarsi alle porporelle (251).

Sembra tuttavia che le condizioni sanitarie di Capodistria, almeno in quanto riguarda la salubrità dell'aria, non fossero sfavorevoli nel decorso di questo secolo, perchè ad onta dell' impaludamento, delle guerre e delle pesti, abbiamo nella lettera del Petrarca al Boccaccio, riportata a pag. 370, la testimonianza delle buone condizioni igieniche della città, nell'anno 1363.

In generale non si può dire altrettanto del resto della provincia. Troviamo diffatti nella Commissione del doge Antonio Venier degli anni 13 82-1400, che è data facoltà ai podestà di Cittanova e di Parenzo di rimanere assenti per tre mesi dalle città loro assegnate e ciò a cagione della insalubrità dell'aria (252). Questa notizia è importantissima, essa è forse il più antico documento che parli della malaria, della quale pare che solamente quelle due città fossero aggravate, mentre accenandosi a Pola si deplorano in generale le tristi condizioni e lo stato di desolazione (253) in cui era caduta, si da dover costringere il governo veneto a porgere in varie guise un sollievo all' infelice città (254). La popolazione vi era in essa di molto scemata, e le campagne mancavano di trebbiatori per le biade, che si dovevano far venire da altri siti. Onde impedirne il totale spopolamento, il governo proibiva ai Polesi di portarsi ad abitare in Dignano, come s'era principiato; indizio questo che probabilmente anche in Pola l'aria non era buona (255).

Parenzo però aveva ancora alla metà del secolo oltre 3000 abitanti, [406] popolazione assai abbondante tenuto conto della piccolezza del recinto (256). Ad onta di ciò nel 1372 la città era ridotta ad estrema povertà, in modo che con deliberazione del 2 marzo di quell'anno il Senato veneto l'esonerava del pagamento della tassa del Pasenatico (257). Come s'è veduto a pag. 398, Capodistria ed il suo territorio erano invece, nel 1358, scarsamente popolati, causa le guerre e le pesti. In aggiunta a ciò nel 1375 vi regnò un'estrema carestia, cui il governo alleviava impiegando mille lire pei poveri della città, ai quali affidò i lavori ad castrum Leonis (258).

Il castello di Valle, che nel 1344 contava 200 abitanti (259), si lagna pure di gravi infortuni toccatigli nel 1358 per le fazioni di guerra, in seguito ai quali perdeva oltre quattromila animali fra grandi e minuti. Perciò chiedeva una riduzione delle imposizioni, che il Senato accordò (260). — Rovigno stessa era ridotta in questo secolo ad estrema povertà. Il veneto Senato li 5 gennaio 1366, per sollevare in qualche modo il comune e gli uomini di quella città qui in miserrima paupertate constituti sunt, concedeva di poter esportare per due anni per terra e per mare l'olio prodotto in quel territorio, pagandone il dovuto dazio (261).

La terminazione 27 luglio 1375 contenuta nella Commissione del doge Antonio Veniero al podestà di Capodistria del 13 82-1400, nella quale per-mettevasi ai sudditi di rifarsi dei danni arrecati, sia coll' inseguire i predoni o con altre misure, attribuisce a tali danneggiamenti il fatto quod tota Istria dici potesl'deserta ista de causa (262), cosi che un anno più tardi, nel 17 novembre 1376, il Senato ordinava a tutti i rettori della provincia, che per ripopolare le città e le campagne (prò bona el'habitatione terrarum el'locorum nostrorum Istriae), facessero proclamare ovunque, che tutti coloro i quali entro un anno venissero ad abitare colla famiglia in alcuna terra o luogo veneto dell'Istria, sarebbero liberi da ogni angheria personale e reale di [407] dette terre o luoghi per lo spazio di cinque anni; ma al tempo stesso raccomandava ai rettori di non accogliere persone sospette, e di trattare con benignità i venuti (263).

Nel 1356 per deliberazione del Senato del 21 marzo venne creato il nuovo Pasenatico cifra aquam Quieti. Fu dapprima stabilito in Sterna, luogo che venne riedificato e destinato a permanente dimora del capitano, al quale era data facoltà, durante la riedificazione, di abitare in Umago od in Cittanova (264). Codesta sede dura però soli due anni. In data 19 decembre 1358 avendo il Senato accettata la domanda di Volrico di Reifenberg, il castello di Grisignana passava in pegno alla Repubblica per 4000 ducati, dove il Pasenatico dira aquam vi veniva trasferito (265) durandovi fino al 1394, nel qual anno i Pasenatici cioè questo e quello di S. Lorenzo, furono concentrati in uno solo, in Raspo (266). Tali notizie servono a testimonio delle buone condizioni di queste tre località.

Nelle isole del Quarnero, specialmente in quella dei Lossini verificavasi durante il decorso di questo secolo un sensibile aumento di popolazione; ed anzi ora appena si hanno per quest'ultima isola notizie di due villaggi abitati. Una cronaca manoscritta, in cui trovasi esposta la famosa lite degli Osserini contro i Lussignani pel pagamento del tributo imposto dai primi agli ultimi, ci può offrire qualche lume intorno all' origine dei Lossini. «Seguita l'amichevole divisione — dice quello scritto —

del possesso dell'isola tra Cherso ed Ossero, fu accordato a quest' ultimo dal Principe in via di privilegio tutta quella terra, che dalla punta del Monte d'Ossero fino a S. Pietro de' Nembi s'estende, ed in quel tempo (anno 1384) non vi era alcuno, che abitasse quella terra. Dopo qualche tempo sono venute dagli stati esteri otto famiglie, le quali hanno ottenuto dalla Comunità di Ossero il permesso di fermare colà la loro dimora, e precisamente quattro per ogni luogo. Queste poche famiglie piantarono le prime loro casupole di paglia in quelle località che oggi si chiamano Lussingrande e Lussinpiccolo, e venivano distinte nella prima origine col nome di Pastori dei Signori d'Ossero. Questo permesso di stabile domicilio fu loro concesso[408] a condizione, che a titolo di tributo annuo dovesse ogni famiglia pagare un ducato d'oro.
Nel 1398 tali famiglie erano aumentate a trenta (267).

Mentre Lossino sorgeva dal nulla, la vetusta città di Ossero precipitava al basso. Incendiata e devastata dai Genovesi e desolata dalle pesti, essa trovavasi in così tristi condizioni, che 11 suo vescovo Michele l'abbandonava e conducevasi a vivere in Zara (268).

Nei documenti di quei tempi troviamo citate varie località, di cui ora alcune non esistono, oppure non hanno alcuna importanza, come p. e.. Castello e Villa di Sipar, Fontana georgica (forse nel comune di Barbana nel luogo ora detto lurevikal: Stagno georgico) (269), Villa di Calsen in Monte (Pisino) (270), Nigrignano (271), Villa di Albuzzan o di Castagnedo (Pirano) (272), Villa di Cogor (Cozur?) (Albonese-Vettua), Villa Lazara (alla destra del Quieto), Villa Visanez, Rosario e Medelino (Visinada) (273), Casteglione presso Buje (274).

Quale indizio, che le condizioni non fossero dappertutto tristi, abbiamo però il fatto che anche in questo secolo fondaronsi dieci monasteri in vari luoghi della provincia. Cosi troviamo che nel 1301 fondavasi un convento di monache della Cella colla regola di S. Chiara in Capodistria, nel 1318 uno d'Agostiniani ed un terzo di Domenicani nel 1324. Cessano invece nel 1314 le abbazie di Benedettini in S. Vincenti, nel 1391 quella di S Michele in Valle, di S. Barbara di Vismà, di S. Petronilla e di S. Maria d'Orsera, nel 1396 quella di S. Maria al lago d'Arsa; mentre nel 1314 sussisteva ancora quella di S. Michele di Leme, nel 1330 quella di S. Pietro d' Isola nella diocesi parentina, nel 1337 quella di S. Martino di Tripoli presso Verteneglio e nel 1385 quella di S. Michele sottoterra. Vediamo allo stesso tempo fondarsi un convento di Francescani in Muggia nel 1338, uno di S. Paolo eremita al lago d'Arsa nel 1396, ed uno di Minori osservanti in Valle, nelFedifizio che era già dei Benedettini, nel 1399 (275).

[409] Però se tale aumentarsi dei monasteri nelle diverse località della provincia accenna alla conservazione di una tal quale relativa salubrità, tuttavia la circostanza che in questo secolo e nell'anteriore andassero diminuendo le abbazie ed i priorati dei Benedettini, dimostrerebbe a sufficienza che le condizioni materiali della provincia, e la salubrità stessa dell'aria, si fossero sensibilmente peggiorate È noto come l'ordine dei Benedettini seguisse nei secoli decorsi, come lo segue oggidì, un indirizzo agricolo, e come per opera di quest'ordine molte località inproduttive, molti terreni aridi, oppur troppo maremmosi, fossero resi produttivi coll'introduzione di razionali sistemi di agricoltura o di fognatura e con una savia amministrazione (276). È lecito quindi dedurre che non la produttività del suolo, giacchè questa dovrebbe nei molti secoli di residenza essere stata raggiunta, ma bensì altre cause abbiano costretto i monaci ad abbandonare i terreni. Ammettiamo pure le stragi delle pesti; però siccome queste sono d' un effetto passeggiero, è più logico il ritenere che un peggioramento nelle condizioni igieniche dell' aria abbia costretto i monaci a lasciare i luoghi di loro secolare dimora, collocati quasi sempre all'aperta campagna ed in situazioni divenute poi di fama tristissima nei riguardi di salubrità.

Il governo non trascurava di. porgere con ogni mezzo qualche sollievo a tali tristi condizioni della provincia. Nelle pagine anteriori abbiamo menzionato le riduzioni di dazi, le facilitazioni nel pagamento d'imposte, i permessi d'introduzione di vini, ed i lavori di escavo delle paludi. In aggiunta a questo il governo volgeva la sua attenzione acche i comuni fossero provvisti di buone acque, e faceva a tale scopo erigere cisterne e fontane ove non n'esistevano, come per esempio in S. Lorenzo del Pasenatico (277), o riparare quelle diggià esistenti, come in Capodistria (278). Gli statuti poi di quei tempi contenevano buon numero di savie disposizioni si in riguardo alla nettezza delle vie, che alla vendita delle carni, nonchè all'uso dell'acqua dei laghi (279). Neppure il personale sanitario vi scarseggiava, che anzi in questo secolo, e precisamente sotto la data 4 settembre 1343, il Senato [410] ordinava al capitano di S. Lorenzo del Pasenatico di stipendiare un medico (280). Nè vi mancavano medici che esercitassero nelle principali città dell'Istria. Nel j339 fungeva da medico in Capodistria Marco da Fertno, a quanto pare capacissimo (281). Nel 1363 esercitava nella stessa città Andrea Bonacata degli Albarisani, chirurgo. Venuto da Chioggia, ov'era in antecedenza stipendiato, percepiva la mercede di 100 ducati d'oro all'anno e la casa (282). Nel 1376 troviamo sempre a Capodistria un Lodovico da Fermo (Lod. de Firmo ciroicus), il quale da molti anni esercitava la sua professione senza percezione d'alcun stipendio, per cui il Senato veneto gli accordava con decreto del 6 maggio duaspostaspedestres in quella città de gratta speciali (283). Nel 1374 era medico in Pola Bonaventura di Rustigello  (284 ). In Pirano ove diggià nel secolo anteriore esercitavano la professione medica Domenico Andrei nel 1291 e Giovanni dando nel 1290, nel secolo XIV i medici godevano d' uno stipendio regolare, ammontante a lire piccole 400 all'anno, circa 374 fiorini austriaci in oro. In questo secolo vi esercitarono tale professione Giovanni di Tortona e Tomaso de Castro Sardagna nel 1328, Bonifacio di Ferrara nel 1345, Daniele de Campo nel 1346, Antonio di Mantua nel 1365, Giovanni Gherardi di Cremona nel 1360, Antonio di Vicenza nel 1352, Giovanni Grimani nel 1387, Michele de Manfredis di Chioggia nel 1397 (285).

Tali erano le condizioni demografiche e sanitarie nell' Istria durante il decorso del secolo decimoquarto; secolo fetale, perchè segnava un manifesto decadimento generale della provincia e la comparsa della malaria.

XV secolo. Le fazioni di guerra cominciavano per tempo ad esercitare la loro azione deleteria nel secolo XV, e sebbene nei primi anni non sorgessero che litigi, circoscritti a piccoli luoghi, come sarebbero a Cistelvenere, a Castiglione ed a Cernigrado, i quali si fomentavano e sviluppavano fra gli aderenti del patriarca e quelli della Repubblica (286), [410] tuttavia di fatti d'armi di qualche entità con perdite d'uomini ecc. non si può parlare che appena nel 1412, quando i Veneziani facevano smantellare le mura di Buje, Rozzo e Colmo, luoghi tolti al patriarca in lega coll' imperatore Sigismondo (287). Durante questa guerra la penisola venne scorsa dagli Ungheri dell'imperatore. Fu allora che si attaccarono, però senza successo, Capodistria, Isola, Parenzo e Pola, e si occupò Valle e Dignano (288). La cronaca Dolfina ci offre un quadro espressivo dei danni arrecati alla provincia da tale incursione (289).

La conquista avvenuta negli anni seguenti da parte dei Veneziani di altri luoghi dell' Istria soggetti al patriarca, costava pure la vita a molte persone, in ispecialità le operazioni di guerra contro Pinguente (290). Nel 1439, a quanto ci narra il Valvasor, abbenchè non esistessero motivi di guerra fra gli Stati cui apparteneva la provincia, una masnada di carniolici condotta da Enrico Freybach intraprendeva da Lubiana un'incursione nell'Istria veneta, abbruciando parecchi villaggi, per rimpatriare indi carica di bottino (291).

Grave di conseguenze riesci di certo anche l'assedio di Trieste condotto con tutto l'accanimento da parte dei Veneziani nel 1463, al quale parteciparono pure alcune città istriane, contribuendovi nelle spese (292). L'assedio durò quattro mesi, dal 4 luglio all' 11 di novembre. La fame prodotta era tale che molti ne morivano, e coloro che volevano scamparvi erano costretti a cibarsi di animali immondi e di cuoj (293). Arroge le depredazioni dei Turchi nel Carso di Trieste e dell'Istria negli anni 1470, 1471 e 1472, rinnovatesi nel 1482, 1494 e nel 1499, per le quali depredazioni Raspo, Semich, Colmo, Draguch restavano devastate e saccheggiate, nonchè private in parte della popolazione, che quei predoni conducevano in schiavitù (294).

[412] Sembra che in questo secolo, a quanto narra la tradizione, neppur le isole del Quarnero andassero esenti da tali incursioni, giacchè nel 1476 alcuni pirati (che la tradizione vuole Narentani), sbarcati al porto Cigale, avrebbero assalito il nascente paese di Lussinpiccolo, portandovi il terrore e la desolazione fra gli abitanti, e decimandone il fiore della gioventù (295).

Agl' infornimi cagionati dai fatti di guerra contribuirono potentemente a danno della provincia le epidemie di peste bubbonica che comparvero negli anni 1413, 1427, 1429, 1449, 1456, 1467, 1468, 1476, 1477, 1478, 1483, 1497, e 1499, e fors' anco in altri anni, dal momento che troviamo il morbo nella vicina provincia di Venezia eziandio negli anni 1405, 1423 e 1447. Le cronache ci offrono tristissime descrizioni delle stragi arrecate da tali epidemie, le quali, dove scoppiavano, distruggevano le popolazioni, annientavano le città, spopolavano le campagne (296).

S'aggiunse ancora una lunga serie di annate di desolanti carestie, fra le quali spicca quella dell'anno 1404 (297). Nel 1499 questo flagello afflisse siffattamente il comune di Ottano va, che il governo veneto fu costretto permettere a quei cittadini di recarsi nella Puglia o nella Marca onde acquistarvi 500 staja di frumento per sopperire ai bisogni della popolazione (298). E quasi tutto ciò non bastasse svilupparonsi nella provincia freddi intensi negli anni 1408 e 1441, e terremoti che misero a soqquadro tutta la regione negli anni 1402, 1403, 1410, e maree straordinarie negli anni 14x0, 1423, 1428, 1429, 1430, 1440, 1441 e 1444 (299).

Il deterioramento progressivo della provincia in questo secolo viene attestato da vari fatti documentati dalla storia. Troviamo p. e. come nel 1432 [413] il papa Eugenio IV ordinasse l'unione della diocesi di Cittanova a quella di Parenzo, tosto avvenuta la morte del vescovo vivente. Sebbene tale bolla non fosse stata allora eseguita, è noto però che lo stesso vescovato veniva nel 1449 per la sua povertà dato in commenda ai patriarchi di Venezia, e congiunto appena, ma per breve tempo, nel 1454 a quello di Parenzo, trovandolosi ripristinato già nel 1466 (300). Così Montona, fra il 1450 ed il 1460, la quale in epoche anteriori era florida e ricca,. riducevasi per le guerre e le incursioni a tale stato di povertà, da dover essere soccorsa dal comune di Pirano, onde sollevarla per qualche anno d'un terzo delle libras nonnigentas parvorum, che doveva annualmente versare per il Pasanatico (301). Antignana, Vermo, Terviso, Momian e Crassan (Chersano), vedevano invece nel frattempo migliorate le loro sorti col trasformarsi in forti castella (302). Pola stessa era ridotta dalle pesti a tali sstremi, che i suoi canonici per campare la vita, dovevano dedicarsi alla coltura dei campi (303).

Tuttavia alcuni paesi mantenevano ancora una certa floridezza. Vediamo p. e. Parenzo — che il Flavio Blondio chiama nel 1482 Civitas vetusta (304) ad onta delle stragi, delle pesti e di mille altri infortuni — innalzare nel 1403 sull' isola di S. Nicolò una torre ad uso lanterna pei naviganti; la vediamo nel 1419 costruire un'ampia cisterna in piazza di Marafor e mantenere le saline che erano in S. Eleuterio ed a Molin de rio (305). Vediamo Medolino, che ora è un villaggio abitato da contadini, aspirare nei 1446 a sottrarsi alla soggezione di Pola, e pretendere un podestà come altre terre dell'Istria (306). Pirano stessa, figura nel 1483 popolata di 7000 abitanti (307).

Anche nei Lossini la popolazione trovavasi in via di aumento (308). Il diggià citato Flavio Blondio che sembra scrivesse la sua opera nel 1482, chiama Umago nobile oppidum, dal che pare accertato che questo luogo si trovasse pure in buone condizioni.

[414] In aggiunta a tutte queste cause di decadimento economico e sanitario, cui andava incontro la provincia in questo secolo e donde trasse fomite in alcune località il morbo malarico (309), giova ricordare eziandio altri fatti particolari che possono aver contribuito al regresso igienico della provincia. E giova parlare altresì di alcuni provvedimenti presi dai comuni o dal governo, sia contro la malsania generale, sia contro la scarsezza delle acque potabili, sia in fine a scopi di guerra, ma in ogni caso proficui anche dal lato sanitario.

In primo luogo sono degne di menzione le distruzioni delle selve che coprivano le vette del Carso, avvenute tra il 1400 e 1490 per opera dei mandriani, i quali tagliavano gli alberi, oppure cacciavano i loro animali a pascersi entro le stesse, per cui ne venivano mozzati i germogli. Contro tali devastazioni cercava inutilmente d'opporsi l'imperatore Federico colla risoluzione 13 marzo 1490 (310). D veneto Senato provvedeva pure alla conservazione dei boschi colla terminazione del Consiglio dei Dieci 7 gennaio 1475 (311). I boschi godevano a quei tempi la fama di essere fonte di salubrità, e la loro conservazione, oltrechè richiesta dal bisogno di legna a scopi di guerra e per l'uso domestico, era in alcuni siti osservata per l'opinione invalsa che essi fossero un antemurale alle correnti aeree provenienti dai luoghi malsani. — Vediamo in riguardo a ciò il Consiglio di Cittanova proibire severamente nei 1459 a chicchessia il taglio delle legna nel bosco Licello per ragioni igieniche (312); dalla quale deliberazione si [415] apprende altresì che la valle bassa del Quieto fosse malarica, e come anche in Cittanova stessa e nei suoi dintorni, l'endemia si fosse in questo secolo introdotta.

In questo secolo cominciavano pure ad imporsi alla previdenza del governo l'impaludamento delle valli e l'avanzarsi costante e progressivo degli estuari nel mare. Infatti emanò ordini per l'escavo delle paludi che eransi estese malgrado le misure adottate nei secolo decorsi, fino alle porte di Capodistria. Nel 1424 il doge Francesco Foscarì faceva riprendere i lavori perchè Castel Leone rimanesse sempre circondato dal mare (313); e nel 1477 il doge Vendramin obbligava la città e le ville del distretto all'escavo della palude, dividendone il lavoro per giusta metà (314). — Nello stesso anno ancora il governo ordinava l'escavo e la regolazione del fiume Quieto, tassandone pel lavoro tutta la provincia (315).

Il senato veneto provvedeva poi assieme ai comuni contro la scarsezza delle acque potabili. Così avvenne che nel 1419 si costruisse una grandiosa cisterna in piazza Marafor in Parenzo (316). Ed altre cisterne furono costruite in tutti i castelli e rocche venete dipendenti dal capitano e podestà di Capodistria Domenico Malipiero, il quale ne veniva perciò lodato dal doge Agostino Barbarigo colla ducale 25 settembre 1492 (317).

Le perdite di popolo avvenute per le guerre e per le pesti erano state così sensibili da rendere deserte molte località dell' Istria con danno dell'agricoltura. Il più colpito si fu il contado di Pola, e Pola stessa. Onde porvi [416] in qualche modo riparo, il comune di Pola imprendeva direttamente nel 1421 la ripopolazione dei Brioni (318); ed il governo per favorire il risorgimento della città, concedevaie un'annua fiera franca di otto giorni da tenersi neir anfiteatro (319).

Nè si può dire che ad onta delle condizioni depresse della provincia l'assistenza pubblica vi fosse mancante, giacchè nel, 1454 esisteva in Capodistria l'ospitale di S. Basso, dato in amministrazione alla fraterna di S. Antonio abate, la quale dedicava ad esso tutte le proprie rendite (320). In Rovigno istituivasi nel 1491 una confraternita di S. Rocco, destinata di certo all'assistenza degli ammalati, specialmente in tempo di peste (321). Non scarseggiava neppure il personale sanitario. Infatti si ha memoria nel 1418 di uh Pietro q.m Venier ceroico (chirurgo) in Rovigno (322), e di un "Giacomo da Bologna chirurgo in Isola nel 1444 (323). In Capodistria veniva da Udine e vi si fermava un tal Giovanni Nuzio o Muzio chirurgo o barbiere ad esercitare la professione (324). In Pirano esercitavano Pier Paolo da Treviso nel 1400, Raimondo Donati nel 1401, Giovanni de Seraval nel 1406, e Nicolò de' Soldaneri nel 1476 (325).

L'abbandono dei monasteri da parte dei monaci e delle monache dell'ordine di S. Benedetto continuò progressivamente anche in questo secolo; segno caratteristico del peggioramento avvenuto nelle condizioni igieniche della campagna. Cosi troviamo rimanere deserto per mancanza di monache nel 1410 il monastero di S. Stefano di Cimare presso Parenzo, dato perciò in commenda all' abate di S. Petronilla che vi prendeva stanza; vediamo quindi il priorato in S. Catterina di Rovigno, derelitto dai Benedettini, passare nel 1429 in proprietà dell'Ordine di Malta, per poi trapassare ai Serviti, che vi si stanziano nel 1474. All'opposto si hanno ancora notizie nel 1440 [417] dell'esistenza dell'abbate di Leme, nel 1445 del priorato di S. Nicolò d'Oltra, nel 1459 di S. Michele di Pisino, nel 1460, 1467 e 1469 di S. Pietro in Selve, di S. Maria del Lago d'Arsa nel 1459, 1469, 1484, la qual abbazia per esser cessata nel secolo antecedente ed unita a quella di S. Pietro in Selve, viene ripristinata in questo secolo (326).

Gli ordini religiosi di recente fondazione continuavano invece a stabilirsi di preferenza nelle varie città istriane, e ciò farebbe supporre che in esse, a differenza delle campagne, le condizioni non fossero tanto tristi. Avvenne perciò che nel 1434 la famiglia Luciani fondasse un convento di Minori conventuali in Albona; nel 1442 uno di Minori osservanti sull'isola di Sera, ad opera di S. Giovanni da Capistrano; nel 1447 uno di Francescani in Cassione di Veglia, ove eravi prima un'abbazia di Benedettini; nel 1452 uno di Minori osservanti in S. Bernardino di Pirano per opera pure di S. Giovanni da Capistrano; nel 1453 uno di Serviti in Capodistria; nello stesso anno uno di Agostiniani in Pola; nel 1458 uno di S. Teodoro di Dame in Pola; nel 1460 uno di Serviti in Capodistria; nel 1467 uno di Minori conventuali e Terziari in Capodistria; nel 1469 uno di Francescani in S. Giovanni di Salvore; nel 1474 altri di Serviti in Isola, in Montona, in Umago, in S. Catterina di Rovigno; nel 1481 uno di Riformati in Pisino; nel 1489 uno di Agostiniani in Salvore, e nel 1494 uno di Domenicani in Cittanova (327).

Tutte queste fondazioni di monasteri nelle varie parti della penisola proverebbero che almeno i luoghi dove venivano essi eretti si trovassero in condizioni igieniche sufficientemente buone. Diffatti se si riflette che i monaci nello scegliere le sedi dei loro conventi, cercavano anzitutto le posizioni più ridenti e più sane, congiunte sempre a buona produttività — nè si può dire altrimenti quando cadono sottocchio le rovine dei monasteri collocate sugli scogli ameni e salubri di S. Andrea di Sera, di S. Catterina di Rovigno, di S. Nicolò di Parenzo, oppure sulla pittoresca punta di san Bernardino alle Rose in Pirano — devesi ammettere che cercassero anche, oltre al possibile disimpegno dei doveri imposti dalla regola, una vita quieta e tutelata dagl' infortuni provocati dall'uomo, oppure derivanti dalla natura. Di certo che i monaci non avrebbero raggiunto questo duplice scopo se avessero collocate le loro sedi in siti malsani e soggetti alle febbri.

Perciò, come l'abbandono dei monasteri sparsi nell'agro è- prova sicura [418] dell'insalubrità iniziatasi nel suolo, la fondazione di nuovi conventi nelle città o nella loro immediata vicinanza depone viceversa per uno stato igienico soddisfacente di quest' ultime sedi.

XVI secolo. In questo secolo la popolazione istriana ebbe molto a soffrire dalle incursioni che accompagnarono la guerra accesasi fra l'imperatore Massimiliano I e la Repubblica di Venezia, nonchè per le aggressioni dei Turchi e degli Uscocchi. Noteremo fra i fatti d'armi la presa di Castelnovo avvenuta li 29 settembre 1509 da parte degli imperiali, ricuperato più tardi dai Veneziani (328). Nello stesso anno il Frangipani scorreva l'Istria con 500 cavalli devastandola, attaccava senza esito Dignano, e ricuperava Pisino (329) caduto in mano della Repubblica. Sembra che in questo anno l'imperatore s'impadronisse anche di Pola, occupandola per breve tempo (330). Nel 1511 i Veneziani conquistavano Piemonte, Racize, Draguch, Sovignaco, Verh, Colmo, Lindaro, Chersano e Barbana. Nello stesso anno gl'imperiali diroccavano il castello di Raspo (331), mentre Muggia soffriva terribilmente per gli assalti da parte dei triestini. Abbiamo citato questi fatti siccome quelli che furono principale causa di spopolamento e decadenza economica della provincia, omettendo per brevità di fare menzione di molti altri che pure concorsero a spingerla su questa china.

Colle tregue conchiuse nel 1514 fra comuni e comuni e fra i due Stati belligeranti, finirono in parte le tristi lotte. £ ne era tempo, giacchè tale guerra, ora interrotta ed ora ripresa, diveniva gravida di fatali conseguenze. «Imperocchè, dice il De Franceschi,

non essendovi allora eserciti stabili, le guerre si facevano in gran parte con bande mercenarie di venturieri, le quali oltre al pattuito soldo calcolavano sulle prede che si procurerebbero da sè, e su quelle che loro deriverebbero dai permessi saccheggi dei luoghi conquistati con forza. Le popolazioni prendevano parte alla guerra in concorso dei soldati tanto per ripulsare il nemico, quanto per invaderne i territori a sfogo di vendette pei danni patiti, dei quali volevano rifarsi, e di gelosie municipali, commettendo a gara coi soldati stragi d'uomini, depredazioni, incendi, guasti di luoghi e di campagne, che protraendosi a lungo la guerra, assumevano proporzioni spaventevoli, e conseguenza [419] naturale ne erano la miseria generale, la fame, i terreni incolti, lo spopolamento dei paesi. Allora le sfinite popolazioni di ambe le parti sentivano la necessità di far tregue, lasciando che i governi continuassero le ostilità coi loro soldati (332)».

Alle desolazioni di queste guerre .s'aggiunsero le depredazioni dei Turchi, per le quali furono desolati il Carso (333) nel 1501 e 1511, ed in quest' ultimo anno anche la contea di Pisino (334). Secondo il De Franceschi dura ancora tradizione che i luoghi murati dell* Istria interna, e tra gli altri Lindaro e GoUogorizza, avessero resistito, non così però quelli aperti, che vennero saccheggiati ed arsi, le campagne devastate, uccise o tratte in ischia-vitù le persone.

Al finire del secolo occorrevano le incursioni degli Uscocchi, dalle quali soffersero nel 1597 Rovigno e Veglia, poi nel 1599 Albona per l'assalto del 19 gennaio, sebbene respinto, nonchè Fianona. Fra i paesi danneggiati primeggiano le isole dei Lussini, alle quali tanti danni vennero arrecati, che ne seguì, a quanto narra il Bonicelli, poco meno che la distruzione. Molte ville furono abbandonate, dispersi il gregge e gli armenti, che erano numerosi, e le genti atte alle armi ed alle fatiche corsero prontamente ad ascriversi sulle barche lunghe, che, sino al numero di trenta, si andavano armando dalla Repubblica come più atte ad inseguire i ladroni (335).

Le pesti che decimarono le popolazioni nei secoli decorsi, non risparmiarono r Istria neppure in questo secolo. Scoppiarono qui, e a Trieste, negli anni 1505, 1511, 1512, 1525, 1527, 1543, 1553, 1554, 1555, 1556, 1557, 1558, 1573 e 1577. Di questi anni si hanno notizie esatte; nè manca la probabilità che il contagio si manifestasse isolatamente anche negli anni 1503, 1506, 1513, 1536, 1539, 1575, in cui dominava nella limitrofa provincia di Venezia, e nel 1599 in cui infuriava nella Carniola (336).

Anche nel decorso di questo secolo i fenomeni tellurici e meteorologici funestarono la provincia colle loro deleterie manifestazioni. E principiando dai terremoti, giova ricordare qualmente la regione veneta andasse [420] travagliata da moti tellurici negli anni 1504, 1510, 1511, 1517 ((337); vennero poi le maree straordinarie degli anni 1511, 1535, 1550, 1559, 1574, 1599 (338); ed indi le siccità cosi esiziali degli anni 1546 (339), 1548 (340), 1559, 1561 e 1562 (341) che in taluni luoghi dell'Istria insulare perirono molti alberi da frutto, e le messi ne andarono totalmente distrutte. A tali disgrazie, bastevoli da per sè sole a stremare la provincia, s'aggiunsero necessariamente le carestie, la sterilità e la fame. Sotto questo aspetto furono terribili gli anni 15 io, 1546, 1581 e 1590 (342).

Quello che però rende specialmente caratteristico questo secolo, si è la condizione antigienica di molte parti del suolo istriano. Abbiamo memorie estese e particolareggiate sull'estensione della malaria, e sui mezzi che il governo ed i comuni adottarono onde debellarla.

A Capodistria specialmente preoccupava sempre più l'impaludamento crescente dell'estuario intorno alla città. Ad onta dei lavori intrapresi nel secolo antecedente, resesi necessario nel 1511 di approfondare il canale che metteva al Castel Leone, formando col lato estrattone lo stradale che dal porto va a porta Ognisanti (343). Anche le paludi prendevano sempre maggior estensione, m guisa tale che dopo la metà del secolo esse erano sì vaste e solide, che la città vedeva in esse non solo un pericolo in caso di guerra, ma anche una causa di corruzione dell' aria. Perciò nella seduta [421] consigliare del 9 agosto 1579 venne deciso di mandare un ambasciatore al doge a chiedere l'escavo sopradetto (344). Li 19 marzo 1580 il governo veneto, in base all' esposizione dell' ambasciatore Pietro Vergerlo, decideva di prendere delle disposizioni in proposito (345). Da quella esposizione si apprende che l'impaludamento derivasse, come nei secoli antecedenti, dalle alluvioni depositate dai fiumi Risano e Fiumicino. La spesa per il lavoro d'escavo venne calcolata di 10,000 lire (m/x) (346). Tuttavia nel dicembre 1581 non erasi fatto ancora nulla, di modo che il maggior Consiglio di Capodistria prolungava in data 21 decembre di quell'anno le credenziali ai suo ambasciatore, che fortunatamente trovavasi ancora in Venezia, allo scopo di sollecitare presso il governo l'attuazione del lavoro (347). Finalmente il doge Nicolò da Ponte ne decretava l'esecuzione li 20 marzo 1582, emanando al podestà e capitano di Capodistria la lettera ducale, che in nota riportiamo per esteso (348), colla quale ordinavasi la deviazione del Fiumisino e la esecuzione [422] di varie altre opere dirette a sviare le continue alluvioni. Abbenchè tali lavori fossero effettuati secondo un piano eseguito accuratamente, sembra tuttavia che gli stessi non avessero raggiunto lo scopo, imperocchè vediamo il maggior Consiglio di Capodistrìa nel luglio 1584 creare ad ambasciatore in Venezia il signor Josepho Verona, affinchè esponga alla Serenissima il fatto che la diversione effettuata del Fiumisioo non aveva condotto ai risultati sperati dal governo, per cui era conveniente provvedervi in altra guisa (349). L'ambascieria però nulla otteneva, ed anzi nel maggio 1586 il maggior Consiglio s'esprimeva accusando i Piranesi ed i Muggiesani di malignamente opporvisi sino ai piedi del Senato (350). E l'impaludamento s'avanzava sempre più, e con esso la malaricità dell'atmosfera, come se ne conserva memoria nella ducale di Pasquale Cicogna del 22 novembre 1588, colla quale decretavasi la fabbrica d'un ponte di pietra dalla città alla terraferma, in cambio del rovinato di legno. Da essa si rileva come il popolo temesse di passare per le paludi, attraverso alle quali s'era tracciata una strada provvisoria, ove s'avea certezza d'infettation d'aere  (351).

Gli scrittori di cose istriane — e ne abbiamo parecchi di questo secolo — distinguono perfettamente nei loro lavori le località dell' Istria che godevano fama di salubrità, da quelle che erano infette dalla malaria. Pietro Coppo che scriveva intorno al 1540, cita fra i luoghi salubri Isola sua patria (352), e fra gl' insalubri Umago ed anzi dice che l'aria nociva [423] comincia ad essere tale dalla punta di Salvore in giù per tutta la riviera marittima fino all'Arsa, soltanto, ch'essa era più o meno insalubre secondo l'essere e la qualità dei luoghi. Cosi Cittanova, ove, secondo il Coppo, f insalubrità derivava dagli estuari del Quieto  (353). Fra i luoghi malarici cita poi Parenzo. Leme e Due Castelli, Rovigno ove l'aria era alquanto migliore, Brioni e S. Lorenzo del Pasenatico. — Nello stesso anno il medico piranese G. B. Goineo indicava quali malariche le località di Parenzo, cui diceva ridotto a quei tempi a meschine proporzioni (354), nonchè Umago e Cittanova (355) mentre celebrava Buje e Montona per la salubrità dell' aria e per l'amenità del sito (356). Press' a poco nella medesima epoca o forse una decina d'anni più tardi il vescovo Percichi nativo da Portole scriveva un'opera sull'Istria, dalla quale nel secolo seguente il benedettino Fortunato Olmo, traendone le principali notizie, compilava il suo lavoro intitolato Descrittione dell'Histria (357). In quest'opera sono indicati come salubri le seguenti località: Muggia, Capodistria, Isola, Dignano, Albona, Decani, Gollogorizza, Novacco di Pisino, Gherdosella, Zumesco, Padoa, Rozzo, Verdi, Colmo, Senizza, Draguch, Momiano, Piemonte, Portole, Sdregna, [424] Salise. Quali luoghi eminentemente malarici nomina egli Salvore, Umago, Daila, Cittanova, Parenzo, Leme, Valle Bandon, Pola, Medolino e S. Lorenzo del Pasenatico. Dotati d' un'atmosfera più salubre, però sempre sospetta, cita Verteneglio, Orsera, Rovigno, Fasana e Castagna. Anche Fra Leandro Alberti corografo di quest'epoca dice malariche le posizioni in vicinanza del canale di Leme fino ai Due Castelli e nomina quali siti in cui l'aria non è del tutto salubre, la città di Rovigno e le isole vicine di S. Catterina, di S. Andrea e di S. Giovanni in Pelago (358).

In Pola e nel suo territorio l'aria era assolutamente pessima, in modo che gli abitanti introdotti dal governo veneto per ripopolare l'agro e la città rimasti deserti in conseguenza specialmente delle gravi epidemie di peste bubbonica, non potendo resistere alle tristi influenze di quell'atmosfera, perivano nella massima parte o si salvavano col fuggire da quelle località infette. In tal modo rimanevano incolte estesissime superficie di terreno, il cui abbandono s'imponeva gravemente all' animo del governo. A porvi riparo, venivano nel 1556 delegati tre provveditori coll'incarico di proporre il modo di ridurre a coltura i terreni abbandonati nella Polesana. Passati nel 1563 tali terreni, che misuravano 135,632 campi padovani, in possesso del cosidetto Magistrato dei beni inculti per ridurli a nuova coltura, veniva stabilito di distribuirli a poveri abitanti, provenienti da altri paesi (359).

La città di Pola trovavasi in quell'epoca nella massima desolazione, tant'è vero che veniva abbandonata dai già scarsi suoi abitanti. Gli edilìzi pubblici cadevano in rovina, in modo da lasciare la più triste impressione sull' animo dei passanti (360). Sembra tuttavia che al cadere del secolo (anni 1588 e 1590) l'aria di Pola si fosse di alquanto migliorata (361).

Pirano, invece, godeva d'un' atmosfera purissima, tanto che il vescovo di Verona, Agostino Valerio, che la visitava nel 1580, scriveva «potersi gloriar Pirano terra marittima delle cose, che preparano felicità agli homeni, essendo dotata di temperatura d'aere, moltitudine di popolo, [425] fertilità della terra ed ingegni industriosi» (362). Sebbene gli corografi sopracitati, e con essi il profugo Lodovico Vergerio (363), nominassero, verso la metà del secolo, Capodistria siccome luogo dotato d' un clima salubre, tuttavia, da quanto abbiamo poco più sopra narrato e dalla relazione al veneto Senato del podestà e capitano Dona (364), si deve arguire che, attesa la causa del tutto locale d'infezione, vale a dire  l'interrimento della palude, l'aria non vi fosse buona.

Fino a questo secolo nelle isole, eccettuato Ossero, non s' era constatata la malaria. Invece, verso la metà del secolo essa comparisce nell'isola di Veglia, ed a quanto sembra con molta forza. Abbiamo testimonianza di questo nella Relazione del Provveditore di Veglia al veneto Senato, Domenico Bembo estesa nel 1587 (365), nella quale sta scritto che la città cominciava a declinare da 14 o 15 anni, a cagione della malaria; per il qual morbo moriva molta parte della popolazione, le case diroccavano, i campi erano abbandonati, lasciate incolte le vigne. Il morbo affliggeva eziandio Castelmuschio, mentre risparmiava Verbenico e Dobrigno, luoghi che la relazione dice sani.

Conseguenza, come s'è veduto, delle guerre, delle pesti e dell'avanzarsi dell'infezione malarica era una marcata diminuzione di popolo, iniziatasi ancora nei secoli decorsi, ma specialmente in questo e nei successivi. Una tale diminuzione la troviamo testificata dalle cifre ufficiali od approssimative, le quali ho creduto di esporre nel prospetto particolare in fine della presente monografia. Eloquenti sono in proposito i dati numerici che si riferiscono all'isola di Veglia ed alla città di Capodistria. In queste località notasi infetti una. diminuzione marcatissima di abitanti, mentre i luoghi, che ancor oggi godono d'una certa salubrità, segnano anche in questo secolo un aumento di popolazione.

Nè in taluni luoghi la popolazione soltanto diminuiva, che alcuni venivano persino del tutto abbandonati. Per esempio Due Castelli, località che nei secoli decorsi era di qualche importanza, nel 1550 cominciava già [426] a venir abbandonata dalla popolazione, cosi che ioo anni più tardi il vescovo Tommasini non vi trovava che tre soli abitanti (366).

Conseguenza della diminuzione progressiva degli abitanti si fu il bisogno di ripopolare le regioni abbandonate.; il che è avvenuto mediante l' immigrazione in Istria di genti affini o straniere, raccolte dalle provincie venete, ma in maggior numero dalla Dalmazia e persino dall' Albania e dalla Grecia (367). Anche nella Contea, spopolata specialmente per le guerre, venivano nel 1533 introdotti i cosi detti Cicci, che si rendevano famosi per le uccisioni e le rapine che commettevano (368).

In questo secolo però i provvedimenti sanitari procedevano, si può dire, di pari passo coll'estendersi della malaria. La città di Capodistria, che teneva nel secolo antecedente un medico al proprio servizio colla paga di 120 ducati all'anno, nel 1571 portava tale stipendio a ducati 200 (369). In quest' epoca vi esercitavano l'arte medica il fisico Alvise Crivello (morto nell'ottobre 1548), poi il capodistriano Leandro Zarotto (nato nel 1515, morto a Venezia nel 1596), persona insigne, che abbandonava il posto nell'agosto 1557, per differenze avute col comune, per cagione della cura degli appestati (370). A lui succedeva Giovanni Secondi da Muggia, che rimaneva un solo anno in carica. Ritoma nel luglio 1558 lo Zarotto, che rimane fino all'aprile del 1560. In questa città poi vedeva la luce nel di 29 [427] marzo 1561 il celebre medico Sartorio Sartorio, il quale moriva in Venezia li 22 febbrajo 1636, lasciando ammirata, oltre a parecchi altri lavori di medicina, l'opera De statica Medicina, che ebbe l'onore di più di venti edizioni e della traduzione in cinque lingue europee (371). Contemporaneamente al sunnominato Leandro, esercitavano la medicina con molto onore Ottaviano e Zarotto Zarotto, i quali avrebbero poi occupata una cattedra all'Università di Padova (372).

In Pirano esercitava la professione altro insigne medico Giov. Battista Goina o Goineo, autore di otto opere, fra le quali la corografia De sita Istriae che venne da me spesso consultata nella presente pubblicazione. Ingegno di vaste vedute, incorre però nei rigori dell' inquisizione al tempo della riforma, per cui è costretto di fuggire dalla sua patria per finire indi i suoi giorni nell'esilio (373). In Rovigno si ha memoria di certa Donna Bortola, morta nel 1582, la quale sarebbe stata maga ceroica e dotorada (374).

Però non può dirsi che vi fosse ovunque in Istria abbondanza di personale sanitario. Ad esempio, il vescovo Girolamo. Vielmi di Cittanova si lagnava in una supplica diretta li 29 dicembre 1570 alla comunità, che attesa la mancanza di medici, molti muojono che non morirebbero, e che chi vuole avere il medico o le medicine, deve ricorrere fino a Capodistria o ad altri luoghi (375).

Oltre al benefìzio derivante alle località dal personale sanitario, altro vantaggio loro proveniva dalle istituzioni di beneficenza, che creavansi in questo secolo, oppure perfezionavansi. Cosi vediamo istituita nel 1554 in Capodistria la casa ospitale dei poveri colla Confraternita di S. Antonio abbate (376), ed aprirsi a Trieste il primo ufficio di sanità marittima e terrestre, dipendente dal magistrato di sanità in Venezia (377), — ottimo provvedimento in tempi tanto di frequente desolati dalle pesti. A Capodistria ancora vediamo fondarsi nel 1555 un asilo d'esposti (378); e nel 1578, atteso il pericolo [428] d'importazione della peste, venir creato un ufficio di provveditori alla sanità provisor salutis ampliato allo scopo (379).

Rispetto ai boschi, a questo ramo di coltura che esercita si grande influenza sulla malaria istriana, dobbiamo registrare il fatto, essersi in questo secolo posto mente alla loro regolare manutenzione, tanto in grazia del magistrato pel buon governo degli stessi, istituito nel 1533 dall'imperatore Ferdinando per le parti ad esso appartenenti della provincia, quanto in conseguenza del catasto generale dei boschi pubblici della parte veneta assunto dal governo di S. Marco nel 1553. Nel qual anno, il sunnominato imperatore emanava ancora l'ordinanza montanistica pei boschi e per le caccie nel Carnio e nell' Istria (380). Ciò però non toglieva che nel 1583, nell'Istria e nella Carsia, i boschi non venissero recisi per ordine dell'arciduca Orlo (381).

In questo secolo le memorie sui monasteri dell' Ordine benedettino sono scarse. Si sa appena che quello di S. Michele di Leme venisse nel 1528 restituito all' Ordine ed unito a S. Michele di Murano; e che il monastero di S. Giacomo al Palo presso Volosca, lasciato deserto per timore dei Turchi, fosse dato nel 1555 in commenda ai vescovi di Segna, e quindi agli Agostiniani di Fiume (382). Sembra adunque che i monaci di tal ordine avessero diggià abbandonata la provincia. Ed anche di fondazioni di altri chiostri non si ha memoria, fuor che nel 1514 d'uno di donne di S. Catterina in Pola presso porta Gemina; d'altro di Domenicani in Capodistria nel 1522; di un terzo di Francescani terziari in S. Maria di Campo presso Visinada nel 1537; d'un quarto di Francescani in Isola nel 1582; e finalmente d'uno di Serviti in Montona nel 1598 (383).

XVII secolo. Le fazioni guerresche che afflissero l'Istria durante il secolo decimosettimo si compendiano nelle lotte contro gli Uscocchi, e nella guerra coll' imperatore cessata nel 1617 colla pace di Madrid. Gli Uscocchi depredarono nelle loro incursioni parecchie località e territori istriani, come per esempio nel 1602 Lanischie, asportando animali ed uccidendo persone (384).

[429] V'ha tradizione secondo la quale, fino dal 1600, Sansego avrebbe sofferto terribili devastazioni da parte di codesti predoni, in modo che, distrutti dal fuoco nemico i pochi casolari, gli abitanti sarebbero siati costretti a ricoverarsi colle loro greggi nel castello e da colà difendersi (385). E degli incendi, degli svaligiamenti, delle rapine e delie violenze d'ogni sorta perpetrate in quest' epoca dagli Uscocchi ce ne sarebbero troppe, perchè io mi soffermi a registrarle tutte. Dirò solo, coll'autorita del Sarpi, che codesti predoni, nel 1607, dopo aver svaligiati alcuni navigli sull'isola di Cherso, riuscivano a penetrare persino a Pola, derubandola (386). Qualche tempo dopo depredarono le isole di Cherso e dei Lussini, spogliando la gente peranco delle loro vestimenta (387); poi attaccarono Rovigno, Veglia ecc. ecc.

Per tali fatti si accese una guerra di rappresaglia fra la Repubblica e l'Austria, per la quale vennero da quella attaccate con gravissimo danno nel 1612 Lovrana, Moschienizze, Cosliaco, Cepici, Malacrasca, Jessenovico, Chersano, Bogliuno, Barbana e Sumberg (388). Due anni appresso venivano aggrediti Ossero (389), Fianona, i dintorni di Pisino, Chersano, Cepici e Cherbune, indi nuovamente Lovrana, scorrendo i comuni vicini di Abbazia, Volosca, Veprinaz e Castua (390). Nel 1615, s'impegnò poi fra i due contendenti una guerra regolare nel Friuli e nell'Istria, in seguito alla quale vennero guastati Popechio, Caresana ed altri luoghi vicini; Cernical, Cernotich, Ospo, Gabrovizza, Bassovizza, Lonche, Marcenigla ed i territori di Barbana e Sanvicenti. Successivamente Zazid, GrimaIda, Rosariol, Figarola, Rachitovich, Valmovrasa, Gracischia, Socerga, Cernizza e Barato, le ville del territorio di Dignano, e molte di quello di Rovigno, poi Draguch e Colmo, Due Castelli e Canfanaro (391). Nel 1616 restarono arsi i villaggi di Vodizze, Caschierga, Chersicla, Borutto e Previs; quindi le ville del territorio di Pedena; saccheggiato Gimino; incendiate le tenute attorno Sovignaco, Brest sul Monte maggiore, Cerovglie, Sejane, Mune grande e piccolo. Nei 1617 veniva posto assedio a Gailignana e fatta una scorreria sotto Pedena. Finalmente in data del 26 [430] Settembre 1617 segnavasi in Madrid la pace, e li io novembre pubblicavasi in Istria la sospensione delle armi (392).

Il Tiepolo descrive nettamente le conseguenze di questa guerra, fatali per la provincia:

«Per la passata guerra, egli dice, è restata l'Istria sommamente afflitta, e particolarmente gli abitanti delle Poglie (campagne) e dei Carsi in somma calamità el' miseria, fatto perdita di tutti gli animali, nè potendo per ciò esercitar la coltura, mi rifiutarono nel 1616 le terre, le quali restano inculte... Il rimanente degli altri paesani sono quasi alla condizione medesima, restati afflitti non pure dalle invasioni e depredazioni dei nemici, quanto aggravati dalla propria nostra soldatesca, dalle molteplici e estraordinarie fattioni di carizar li bagagli delle milizie, li biscotti e le munitioni dei castelli» (393).

Con questa guerra si chiudono nel secolo le fazioni combattute sul suolo istriano, tant' è vero che in seguito la provincia non ebbe a soffrire che solamente pei ripetuti arruolamenti della cernide. Maggiori danni però arrecava ad essa l'unica epidemia di peste bubbonica, iniziatasi nel 1630 e cessata appena nel 1632. Importata dalle provincie venete, assaliva successivamente Muggia, Capodistria, Umago, S. Lorenzo di Daila, Verteneglio, Cittanova, Parenzo, Fasana, Pola, e nel 1632 di nuovo Capodistria (394). Nel 1600 e 1601 infuriò a Trieste, ma la provincia nostra rimase risparmiata. Le conseguenze di questa peste furono tremende. Oltre che decimava la popolazione ed in alcuni luoghi quasi distruggevala, gravi danni ne derivò dai commerci spenti, dalle industrie sospese e dallo scoraggiamento generale, che s'impose su tutta la provincia. Nei riguardi della popolazione, le cifre che addurrò più avanti, potranno indicare con precisione le perdite causate dal contagio. Le pesti del 1630, 1631 e 1632 furono le ultime in Istria; ma queste, unitamente alle altre già ricordate nei secoli anteriori, nonchè le conseguenze delle guerre or ora passate in rassegna, influirono in modo spaventevole sul deperimento progressivo delle condizioni demografiche ed economiche della provincia (395). Le città principali, anzi le sole che storicamente [431] avessero diritto a tale titolo, vale a dire Capodistria, Cittanova, Parenzo e Pola, riducevansi, come meglio si esporrà innanzi, a contare, verso la metà del secolo, appena un terzo degli abitanti, ed anzi le tre ultime erano ridotte ad esserne quasi assolutamente prive. Allo spopolamento aggiungevasi l'avanzarsi sempre più ardito del morbo malarico, che esercitò alla sua volta grande influenza deleteria sul paese.

A codeste calamità devonsi aggiungere ancora i malanni arrecati da altri morbi epidemici. Sappiamo p. e. che a Buje durante gli estati degli anni 1648 e 1649 regnava un'infermità, che uccideva più di 120 persone all'anno, per cui nel luogo scemò di molto la popolazione; e che a Momiano nel 1640, 1641 e 1642 dominavano le pleuritidi in modo tale, da cagionare la morte ad un' infinità di persone (396). Nè rimasero inoffensivi i fenomeni meteorologici, rispetto alla mala influenza da essi esercitata sui raccolti, o sullo sviluppo malarico. Di fatti negli anni 1621 e 1622 la gragnuola distruggeva quasi tutto il raccolto (397), nel 1629 infieriva la fame, nel 1643 ci tu un'invasione di locuste oltremodo devastatrice nelle vicinanze di Trieste, nel 1644 e 1646 scoppiarono ripetutamente tremende burrasche, nel 1625, 1643, 1644 e 1646 furono forti maree, nel 1648 [432] il freddo fu intensissimo (398) e finalmente il 1649 fu anno di grave carestia. L'estate del 1650 fu fatale ai territori di Pola e Dignano per cagione di un fiero uragano, che distrusse le biade mature e le uve pendenti, e sradicò persino grande quantità di olivi (399), provocando grande carestia.

Le notizie che si hanno in questo secolo intorno alla malaricità dei suolo istriano sono copiosissime. Già nel primo scorcio trovansi dei cenni interessanti l'isola di Veglia, ove la malaria erasi sviluppata in modo micidiale. Documento importante è il seguente brano della relazione al Senato veneto d' uno dei provveditori della Repubblica (400):

«Altre volte habitata da grosso numero de genti, per il qual rispetto fioriva el'abondava di vino, grani, animali el'altre vettovaglie, onde veniva chiamata l'Isola d'oro; il che non succede hora per ritrovatisi pochi abitanti che causa che molti terreni, de quali abonda in grande fecondità, vanno inculti, le case rovinano el'le entrate publiche el'private ogni giorno declinano.

Ho procurato d'intendere le cause della perdita delli habitanti, el'mi è stato referto che nasce nella città dall'intemperie dell'aere cattivissimo in particolare il tempo dell'estate; el'nelli Castelli el'altri Villaggi, per li molti patimenti a' quali sono sottoposti quelli contadini più degli altri, per rispetto delli romori che corrono con Uscocchi, convenendo questi sottogiacere ad insoportabili fattioni personali estraordinarie, se bene potrebbe anco succedere per altra causa incognita a quelli Medici el'a quelle genti...

Nella città vi sono mille doicento anime....e in faccia all' austro [bora?] et sirocco, li quali regnando assai il tempo dell' estate, per rispetto di essi monti concentrano eccessivo caldo che travaglia grandemente tutti 9 gli habitanti...

La parte superiore della città è tutta desolata, che non si vede altro che muri el'sassi, cosichè è ridotta nella metà, solamente, el'perchè mi fu detto nel principio che andai là, in quelli casali distrutti venivano gettate immonditie, quali causavano maggior corrutione d'aere, teci fare un proclama che ogn' uno, chi pretendeva patronla sopra di quelli, dovesse [433] farli nettare, el'cosi conservarli.

— Quali differenze della Veglia del secolo decimoquarto, quando essa dettava uno statuto splendido ed esemplare, ed era ricca e popolata!

In condizioni parimenti tristi si trovavano allora le città del continente istriano. Parenzo, il di cui regresso accentuavasi sin dal secolo antecedente, erasi in questo ridotto in tale stato d'insalubrità che il vescovo Lippomano (i598-1608) doveva trasferire altrove il seminario istituito dal vescovo Noris (1574-1591), proponendo d'erigerlo in Rovigno, dove il vescovo dimorava la maggior parte dell'anno (401). La chiesa di Parenzo era a quei tempi per lo spopolamento della città sì poco frequentata, che lo stesso vescovo faceva nel 1602 trasferire un privilegio della chiesa cattedrale all' altare di S. Croce e della Ss. Trinità, in Rovigno (402). Gli scrittori tutti, fra i quali nel 1611 Nicolò Manzuoli (403), che s'occupano in questo secolo delle cose istriane, fanno cenno dello stato triste di Parenzo, e dello scarso numero dei suoi abitanti. Nel 1646, allorchè il vescovo Tommasini la visitò, non presentava che un ammasso di case cadenti; abbandonata dai suoi abitanti, con due soli canonici e due chierici, i quali avevano appena dì che sfamarsi (404). Le strade e la piazza erano coperte da folta erba .e di sterpi, ed i casali pieni d'immondezze, d'assenzi, di sambuchi e di edere (405). E l'aria pestilenziale era così temuta, specie nella state, che i peotieri costretti a frequentare questo porto, onde prendere la rotta per Venezia, lo evitavano di proposito in quest'epoca dell'anno, poggiando di rilascio piuttosto a Rovigno (406). Il governo veneto cercò di provvedere all' aumento della popolazione della città, tanto coll'invitare gli abitanti dei luoghi vicini a prendervi dimora, quanto col far riparare le case cadute, o col proibire che l'area di queste fosse convertita in orti (407).

[434] In non migliori condizioni versava in questo secolo Cittanova. I vescovi ed i podestà l'abbandonavano durante l'estate, recandosi ad abitare in Verteneglio, luogo più salubre. L'aria vi era si maligna, che pochi individui campavano oltre i 50 anni (408). Nel 1650 r padri Domenicani che abitavano l'ospizio a S. Maria del Popolo fuori della città, dovevano abbandonarlo per diminuzione di lucro, essendo la città divenuta ricovero di pochi pescatori, la chiesa cadente, i campi ridotti a pascoli ed il convento in stalla d'animali (409). Dei borghi fuori della città siti alle riviere di S. Antonio e S. Lucia, non restavano nel 1650 che squallide rovine, e la città stessa di cento casati di cittadini e di duecento di plebe e pescatori, non rimanevano a quell' epoca che sei o sette di questi e venticinque degli altri (410). Le famiglie rimaste fra tanta desolazione erano i Busin, i Rigo, gli Occhiogrosso, i Soleti, i Pantatera, divenuti poveri, ed i Carlini, più altre della plebe o del popolo (411). Nel 1686 tali condizioni peggioravano ognor più, in guisa tale che il Consiglio comunale si componeva di sole sette persone comprese quelle del podestà e del cancelliere; per la qual cosa venne deciso di ascrivere allo stesso dei nuovi cittadini, che avessero stabile dimora nella città e fossero abili a coprire la cittadinanza, fra i quali 14 col nome dei Pauletich, Marchesan, Zanne, Arcangeli, Cimegotta, Manzin, Zanonati, Rossi, Gregolin, Rimondi, Ronzan, Frielli, Lanzi, Colomban, la quale decisione fu poscia confermata dal doge colla ducale 15 marzo 1698 (412).

La maggior parte del territorio era lasciata incolta per mancanza di braccia; i pochi contadini che vi dimoravano, erano poveri ed oltre a ciò pigri, cosi da non poter coltivare quei terreni, proprietà in tempi anteriori di 50 cittadini, ed ora appena di 10 o 12. Tutta la campagna [435] era perciò in abbandono e tutto quel territorio lungo quasi nove miglia e largo tre, non aveva che dieci stazioni di contadini, lavoratori della terra (413).

La dimora in Cittanova, come si disse, era impossibile nella state e di autunno, cosi che il vescovo Tommasini, ridottosi a qualche delizia rurale r episcopio ed il terreno dinanzi ad esso, vi passava solamente i mesi dal principio di novembre fino a mezzo maggio, trattenendosi negli altri a Buje, a differenza del suo antecessore don Eusebio Caimo da Udine (1619-1640), che dimorava la maggior parte dell' anno a Verteneglio, ove visse fino all'età d'anni 75, morendo li 19 ottobre 1640 in casa di Orazio Busin (414).

La causa di tale ammorbamento dell'aria, gli autori di quel tempo e specialmente monsignor Tommasini, l'attribuiscono all' interramento del porto della città, che in brevi anni diveniva un mandracchio puzzolente, poi all' impaludamento della foce del Quieto, al taglio dei boschi (415), e finalmente all'ammassarsi nella città e nei suoi dintorni d'immonde rovine. Più tardi nel parlare dei provvedimenti in generale, ritornerò su tale argomento.

Il vescovo Tommasini attribuiva a ragione la gravità del male anche allo scarseggiare degli abitanti:

«In anni 12, dice egli, ch'io qui dimoro, sono mancate 30 e più case. Qui si vede con quanta difficoltà s'allevano i fanciulli, e quanto poco vi vivano le donne, come complessioni più gentili. Qui si vedono con volti macilenti esser le persone, e le creature con ventri gonfi, camminar cadaveri spiranti. Vi sono sempre ammalati, ed a questi per consueto non vi è alcun sollievo, non essendovi ne medici, nè medicine, ne chirurgici, o speziali (416)».

La città di Capodistria sebbene invasa continuamente dal timore d'una infezione malarica, a cagione del progressivo interramento delle paludi, s'era tuttavia alquanto rimessa dopo la peste del 1573, in modo che il Proveditor General da Mar Filippo Pasqualigo, con terminazione datata dalla galea in porto di Pirano del 26 novembre 1608, concedeva la riapertura del monte di pietà istituito li 15 aprile 1550 e rimasto poi chiuso pel sopraggiungere delle pesti (417). Sembra però che l'aria, come si rileva dalle Corografie [436] dell' Olmo e del vescovo Tommasini (418), vi si mantenesse salubre, abbenchè nel 1615, si temesse, come sopra si è detto, che l'avanzarsi delle paludi producesse un inquinamento dell' aria e conducesse per conseguenza la città ad uno stato di desolazione peggiore di quello di Pola (419).

Però, sopraggiunta la peste del 1630 che per tre anni ad interruzioni invase la città, la temuta desolazione era raggiunta. Il Kandler vuole che vi perissero circa cinquemila persone, computate le perdite fatte nel territorio, restando così abbattuto il meglio, anzi il fiore dell' antico popolo giustino-politano (420). Le relazioni dei podestà fanno ascendere le perdite a due terzi degli abitanti nella città ed a tremila nel territorio (421). Una prova certissima delle tristi condizioni in cui essa versava nella seconda metà del secolo, l'abbiamo nella parte presa dal Consiglio cittadino in data 22 agosto 1660, nella quale si decretavano preghiere pei defunti e veniva votato d'invocare la benedizione apostolica sopra la città desolata pei molti anni penuriosi, sterili ed infelici, abbondanti solo di povertà e di miserie in questa Patria e suo territorio (422).

Le condizioni di Pola erano ancor peggiori. Ridotta la città dalle varie epidemie di peste a pochi abitanti ed inquinatosi il suolo dal germe malarico, in modo che i nuovi coloni non potevano abitarlo, le condizioni diggià tristissime divenivano ancor più squallide pel sopraggiungere della peste del 1630. Pola ne soffriva orrendamente. I suoi abitanti riducevansi a soli trecento, risultanti la maggior pane dalla soldatesca della fortezza e dal clero. Era sprovvista di medico, di chirurgo e di speziale (423). Il Kandler distingue tale epoca come quella della massima dejezione di Pola (424). Nel 1638 il provveditore Vincenzo Bragadin ritornando in Venezia esponeva [437] intorno allo stato miserando di quel comune la seguente descrizione:

«La città è ridotta in sole tre famiglie di Cittadini, e le più principali Capitani, Pelizza, e Contin, tutte le altre sono in poco numero, in povertà costituite, e la nation Cipriotta solita in gran numero habitarvi, sono parte morti, et 'parte abbandonato il paese, tal che in tempo dell' estate, quando la stagion e l'aria è più pericolosa, tutti si ritirano nelle vicine Ville, et ivi dimorano, si può dir tutto obbrorio; onde se per tal pauroso estremo o e per la rarità delle genti, che rimangono, non praticasse per la Città qualche soldato di Fortezza, non si vedaria altro che le case da per tutto distrutte, e li avanzi deplorevoli dell'andate memorie; il che quando dal supremo volere et virtù matura di V.V.S.S. non sij applicato qualche provido rimedio, li mali sempre più andranno crescendo con total diminutione el'esterminio del resto (425)». Presso a poco lo stesso quadro offre il provveditore. Polo Minio li 4 luglio 1639 (426).

I caratteri sintomatici della malaria polese assumevano in questo secolo tale gravità, che nel 1645 morivano in un mese sedici monache benedettine del convento di S. Teodoro, con molto spavento delle altre e del prelato che allora le governava, nonchè di tutta la città (427).

Delle 72 ville che la città aveva sotto di sè, nel 1655 tutte erano diggià in rovina, eccettuate 16 col castello di Momorano (428). Sembra però che in appresso la città andasse alquanto migliorando nelle sue condizioni, giacchè troviamo nel 1663 un aumento di popolazione (429), la quale nel 1669 saliva da 400 a 500 anime (430).

Anche i corografi istriani di questo secolo distinguevano nettamente le località salubri della provincia da quelle malariche. Nicolò Manzuoli indicava nel 1611 quali salubri le posizioni di Isola, Pirano, Rovigno, Dignano, Albona, Valle, Montona e Visinada (431). Nella relazione Loredan [438] del 16 giugno 1616 viene indicata perniciosissima l'aria nei dintorni di S. Vincenti, ove morivano di malaria molti soldati colà stazionati in occasione della cosidetta guerra di Gradisca (432). Il vescovo Tommasini che scriveva la sua Corografia circa nel 1650, opera ricca di notizie importanti per la storia istriana, menzionava quali salubri le località di Montona, Verteneglio, Gradina (Portole), Cucibrech, Cuberton, Cernovaz, Topolovaz, Momiano, Berda, Buje, Piemonte, Castagna, Grisignana, Portole, Cepich (Portole), Capodistria, Decani, Maresego, Costabona, S. Nicolò d'Oltra, Isola, Pirano, Orsera, Torre, Visinada, Gimino, Antignana, Corridico, S. Vincenti, Canfanaro, Mompaderno, Dignano, Albona, Pedena, Gallignana, Lindaro, Pinguente, Muggia, Rovigno, Gallesano, Sissano. Quali posizioni meno sane egli indicava Matterada e quali malariche Cittanova, il territorio attorno Verteneglio, S. Lorenzo di Daila, Villanova di Verteneglio, Umago, Parenzo, Due Castelli, S. Lorenzo del Pasenatico, Barbana, il territorio attorno Pinguente, Pola, Brioni, Scoglio di S. Girolamo e Veruda (433). Luca da Linda che scriveva circa nel 1655 (434), citava quali luoghi sani Isola, Pirano, Rovigno, Dignano, Albona, Valle, Montona, Visinada, e quali malarici Cittanova, Parenzo, Pola ed Umago.

Eguali testimonianze ci vengono offerte dalle relazioni di altri provveditori veneti nella provincia, come p. e. da quelle di Francesco Basadonna letta nel 1625 e di Giulio Contarmi del 6 febbraio 1626, nelle quali Pirano, Rovigno, Isola, Muggia, Dignano, Montona, Buje, Pinguente, Albona, Fianona vengono dichiarate località d'aria saluberrima; mentre Valle, S. Lorenzo, Grisignana, Portole, Due Castelli, sono date sotto questo aspetto siccome sospette; Pola, invece, Cittanova ed Umago figurano còme malsane in sommo grado quasi spopolate, ripiene di rovine, d'immomditie, d'aria morbosa, poco differenti l'una dall' altra nel numero degli habitanti (435).

Naturalmente la densità della popolazione della provincia stava in relazione collo stato igienico del suolo. Astrazione fatta dalla campagna, ove le successive importazioni di genti straniere erano riescite a colmare [439] in parte i vacui lasciati dalle pesti e dalle febbri; nelle città, eccettuate forse Pirano ed Isola, che per essere state risparmiate dall' ultima peste e per essere altresì immuni dalla malaria, erano ricche di popolazione, le tabelle poste in appendice al presente lavoro dimostreranno come la popolazione istriana fosse generalmente diminuita.

Col cessare però del periodo delle pesti, la popolazione andò lentamente qua e la aumentando, mentre, si può dire, diminuiva di pari passo l'insalubrità dell'aria. Ciò risulta specialmente per Capodistria, Parenzo e Pola. Tuttavia alcune località furono del tutto abbandonate, come p. e. Due Castelli, ove la malaria continuava a regnare con violenza, favorita a quanto sembra dalle paludi del Culeo di Leme (436).

Contro tali sventure il governo ed i comuni cercavano di provvedere particolarmente coll' attirare in provincia nuovi abitanti, come s'è visto più sopra. I quali però non tutti potevano resistere alla malignità dell'atmosfera, tant'è vero, che spesso si dovette sostituirli con altri ulteriormente importati. In tal guisa vennero colmate, almeno parzialmente, le lacune lasciate dalle pesti e dalla malaria, specialmente negli agri di Parenzo e Pola, ove alla estintasi razza latina, veniva sostituita la slava proveniente dalla Dalmazia, dalla Bosnia e dal Montenegro, oppure dall'Albania (437).

[440] Oltre all' immigrazione, si poneva mano qua e là a fornire le città e le campagne di acqua potabile buona, ad ordinare o consigliare la costruzione di cisterne e l'espurgo dei laghi (438). Il qual provvedimento diventava necessario specialmente nell' Istria rossa, ove l'acqua non solo scarseggiava, specie neir estate, ma per essere ancora torbida, siccome proveniente dalla melma degli stagni artificiali, doveva venir filtrata o chiarificata, il che facevasi con mandorle peste di pesche o di pruni. Ed erano anche felici quei luoghi ne' quali l'acqua, comunque fosse, non mancava mai; che spesso invece avveniva che i poveri contadini fossero costretti di percorrere grandi distanze per attingerla (439).

Certo non senza salutare effetto deve esser riescito l'escavo del Quieto ordinato diggià nel secolo XV (vedi pag. 415), e del quale si ha notizia ancora nel 1610 (440). Nel 1626 il lavoro non era peranco compiuto (441), ed anzi nel 1631 l'ingegnere Mombtni proponeva di rendere navigabile il fiume fino sotto Pinguente (442).

Le paludi attorno Capodistria, conformemente alle tristi previsioni di quei cittadini, nel 1615 erano cosi avanzate da minacciare l'interrimento del porto. Pare però che durante questo secolo nulla siasi fatto in vantaggio di quell'estuario (443).

[441] Il governo, diretto dall' idea di poter migliorare la triste qualità dell'atmosfera, metteva dopo la cessazione delle pesti grande attenzione all'espurgo delle città. Sembra effettivamente che in proposito si sieno anche ottenuti buoni risultati. Troviamo difatti che il provveditore dell' Istria Giulio Contarmi, visto il buon effetto ottenuto dall' espurgo effettuato nelle città e terre a lui sottoposte, ordinasse nel 1626 ai cittadini di Cittanova che ognuno dovesse ogni otto giorni spazzare dinanzi alle proprie case le immondizie, e che i letami fossero ogni quindici giorni condotti fuori della città. Dallo stesso ordine si rileva anche, che il capitano di Raspo aveva ingiunta in antecedenza la rimozione delle rovine dai luoghi abitati (444).

In ogni città esistevano fino dai secoli precedenti i provveditori alla sanità, e dove ancor non vi erano, venivano in questo secolo nominati appositamente. Essi risiedevano specialmente nelle città costiere, e loro scopo era quello di sorvegliare acche non s'introducessero le pesti. Cosi li troviamo da parecchi secoli in Capodistria ed in Pirano (445); a Cittanova furono istituiti nel 1626 (446). Nelle isole dei Lussini tale incarico era demandato al cosidetto Collegietto di Ossero, il quale mandava ancora dal secolo decimoquinto due dei suoi membri ai Lussini, onde attendere a tale ufficio, coll' obbligo di rimanere colà. Però nel 1674 per ovviare a seri inconvenienti che succedevano in causa di tale delegazione, il provveditore della provincia accordava che tale ufficio di deputato fosse affidato a due persone del luogo (447).

Nelle città il personale sanitario veniva notevolmente accresciuto. Rovigno salariava due medici con 300 ducati all'anno, ed in questo secolo teneva pure due chirurghi con pari salario di 300 ducati, facendo obbligo a quest'ultimi di abitare nella torre del. ponte. Più tardi ne aggiungeva un terzo (448). In questa città emerse il dott. Giuseppe Sponda per abnegazione e carità, in modo che il popolo, dopo la sua morte avvenuta li io ottobre 1680, gli decretava agli 8 settembre 1682 una lapide commemorativa (449). Capodistria dava al ceto medico la spiccata personalità di Marcantonio Valdera (1604) amico del Santorio, che oltre alle scienze mediche coltivava [442] con passione le belle lettere (450); — quindi il dott. Prospero Petronio (morto nel 1688) medico insigne, che esercitò la professione con grande successo non solo a Capodistria, ma anche a Trieste (451). A lui devesi l'opera: Memorie sacre e profane dell'Istria e sua metropoli; — poi il dott. Girolamo Vergerio (nato nel 1622, morto nei 1678) che fu professore alle università di Pisa e di Padova (452); — il dott. Cesare Zarotti (1610-1670), che oltre ai grandi meriti acquistatisi come medico, ne attinse anche di preclari nel campo delle lettere e della poesia (453). Anche Muggia concorreva all' illustrazione del ceto medico col dare l'natali a Nicolò Robba (1609) medico e consigliere dell'arciduca d'Austria; ed a Giovanni Secondis (1612) medico riputatissimo in Lubiana (454). In Isola esercitava nel 1643 un Iseppo della Bella medico (455).

A Pola si sarebbe aperta nel 1689 una farmacia (456).

Però, ad onta che l'amministrazione sanitaria dell'Istria veneta fosse molto progredita, tuttavia pare che nelle parti interne ben di rado si chiamasse il medico, ma che piuttosto si ricorresse alla pietà religiosa, oppure al solito espediente empirico dei pregiudizi e delle superstizioni.

Il rispetto che la contadinanza nutriva verso la religione, e la fede che essa aveva nell'aiuto dei santi, faceva si che in molte malattie all'ajuto di questi si ricorresse esclusivamente, e se anche si accettavano le medicine allora in uso, non si cessava dall'implorare il celestiale soccorso. Troviamo a cagion d'esempio, che per le febbri si soleva affidarsi ai sacerdoti, i quali scrivevano un breve col nome del santo protettore del luogo, ovvero l'evangelio nella parte in cui narrasi della suocera di Simeone febbricitante. Gli ammalati ancora recavansi dal parroco, che loro consegnava un poliz-zino contro la febbre, contenente il nome di Gesù e Maria con alcuni santi protettori del luogo, oppure dell' ammalato. Contro le pleuriti adopravasi un cucchiajo nuovo, nel quale si metteva un po' di aceto, che si beveva. Però sul cucchiajo dovevano venir scritte le parole: et Verbum caro factum [443] est. Contro il morso d'un cane rabbioso segnavasi la fronte colla chiave di S. Bellino, recitandosi prima di segnarsi tre pater, tre ave ed un credo; ed al cane sospetto d'idrofobia veniva dato a mangiare un pezzo di pane. sul quale si scriveva le seguenti parole del profeta Davide: Homines, el'jumenta salvabis Domine quemadmodum mulliplicasti super nos misericordiam tuam. La risipola segnavasi col dito grosso della mano destra facendo croci sopra il male, e dicendo tre volte il pater noster. Però coloro che facevano tali segni, dovevano digiunare la vigilia dell'Epifania. Contro il mal di denti scrivevasi il versetto del profeta: Et stetit Phinces, et placavit et cessavit quassatio, e per i vermi dei bambini queir altro verso: Qui tribulant me inimici mei, infirmati sunt.

Le superstizioni sempre eccitatrici la fantasia popolare, non mancavano di suggerir strani spedienti anche in argomento di medicina. Mentre p. e. alcuni ricorrevano al sacerdote se nutrivano il sospetto che un cane era idrofobo, altri preferivano di scrivere sul pane da gettarsi al cane, invece del motto davidico, le seguenti cabalistiche parole: Sator arepo tenet opera rotas. Si pretendeva di guarire un animale dai vermi, senza vederlo, col solo piegare un certo spino sulla terra e col sovrapporgli delle pietre, ripetendo per ogni pietra le parole: spino io non ti voglio lasciare fino che tu non scacci li vermi dal tale o tale animale.

Se un uomo riducevasi infermo, si dava la colpa alle fate, siccome a quelle che lo avessero broato ovvero scottato; e per togliere l'incantesimo, o meglio dire la supposta influenza magica, mandavasi una scarpa o la cintura a certe vecchie donnicciuole, le quali, dopo aver osservato quegli oggetti, gettavano nell' acqua dei carboni accesi, mentre nominavano una fra le varie infermità ad ogni carbone gettato. Era credenza che l'infermità nominata all'atto del getto nell'acqua del carbone che, smorzandosi, faceva il maggior strepito, fosse quella, di cui era affetto l'individuo, ed allora consigliavasi il rimedio, consistente per lo più in un profumo fatto colla polvere delle spazzature del luogo, ove l'individuo veniva colpito dal male.

L' uso dei rimedi non era troppo esteso. Si hanno però memorie di alcuni farmaci popolari. Contro la febbre p. e. usavasi tale cura: pigliavasi del vino potente, lo si faceva bollire, ponendovi entro un pizzico di cannella e pepe, e lo si dava in tal modo preparato e caldo a bere al febbricitante, che allo scopo di provocare il sudore veniva coperto accuratamente. Da. altri usavasi il decotto di centaura minore e sembra con buon esito, e da altri ancora l'assenzio, i geccoli ed i cocomeri marini. Contro la punta (pleuriti) usavasi mangiare tre grani d'incenso arrostiti entro un pomo, rimedio insegnato dai cappuccini; nonchè le sementi di olonia. Altri [444] preferivano il majestro ed i fiori di rosmarino posti nell'olio, il quale caldo applicavasi sulla parte offesa (457).

In questo secolo la peste aveva fatto scomparire molti conventi, e solamente in alcune città e luoghi ne venivano fondati dei nuovi. Senonchè i conventi perdono in questo secolo la loro importanza sanitaria, quale la avevano negli antecedenti; quindi non giova neppure di occuparsene d'avvantaggio.

XVIII secolo. Eccettuato il saccheggio di Lovrana avvenuto nel 1702 dalla flotta Gallo-Ispana durante la guerra, di successione spagnuola accesasi fra la Francia e l'Austria, la pace di Madrid pose fine nell' Istria alle devastazioni ed ai flagelli delle guerre.

Nè si hanno più ricordi di pesti dopo l'ultima del 1631. Ed ora l'Istria, benchè stremata di forze, ed esausta di molte risorse, avrebbe potuto sfruttare la lunga pace per avanzarsi sulla via d' un miglioramento, delle condizioni demografiche, ed economiche. Ma questa ricostituzione ope-ravasi in alcune località soltanto, non nell' Istria intera, perocchè, sebbene i tempi fossero favorevoli, oltre alla decadenza del governo della Repubblica veneta, che estendevasi anche a quella dei paesi da essa retti, avvenissero dei fatti d'ordine meteorologico, dannosissimi alle risorse agrarie della provincia.

E primi fra tutti, gii enormi, freddi degli anni 1709, 1711, 1713, 1740, 1755, 1762, 1763, 1782, 1788, 1789, 1795 (458). Da quello del 1709 perivano molti olivi. Nell'isola di Veglia un orrido vento boreale, scatenatosi li 12 marzo 1763, produceva un freddo tanto intenso, che vi perivano quasi tutte le piante, nè un sol frutto vi rimaneva. Ai 27 di maggio il vento di borea rinnovavasi devastando di bel nuovo il paese, e particolarmente i villaggi di Sugari e Susana nel comune di Dobrigno (459). In modo parimenti intenso manifestavasi il freddo anche a Rovigno (460). Nel 1782 un improvviso ed eccessivo freddo, che durava dai 13 ai 16 febbrajo, [445] faceva perire la massima parte degli olivi (461). In quello del 1789 e del 1795 cadevano agli olivi tutte le foglie (462).

A codesti malanni andava compagna la fame, che bersagliò ripetutamente la provincia. Terribile in generale, e specialmente per Capodistria, fu l'anno 1752 (463). Il 1764 fu altrettanto grave di tristi conseguenze per l'isola di Veglia, ove infieri la fame universale per la mancanza di ogni sorta di biade e di vino.

«Se vi fosse stato (è il cronista citato dal Cubich che scrive) una provvidenza che tendesse al bene comune, e non al proprio interesse, » non vi sarebbe successa una carestia di viveri cosi sterminata, da obbligare i miseri abitanti dell' isola a vendere subili, animali, mobili e per fino le «serrature delle casse e delle porte della propria abitazione. Una massima parte camminava e cadeva estinta dalla sete e dalla estenuazione e molti vi perivano dalla fame... Il pane di biscotto vendevasi a soldi otto e dieci alla libbra dagli usuraj.; il formento dopo Natale a lire 40 lo stajo veneto; il vino a soldi 9 il boccale, prezzi per quei tempi esorbitantissimi (464)».

La carestia cresceva pure nell'anno seguente (465). Nell'estate del 1782, l'anno medesimo del grande freddo, una lunga siccità abbruciava in Rovigno le messi; quindi infuriavano violenti uragani, pei quali annegavansi 12 persone. Non vi fu in quell'anno raccolto alcuno nè di grani, nè di olive; dovunque carestia, malattie e costernazione. Il prezzo della farina nel Fornico saliva a lire 50 lo stajo (466). La carestia perdurava ancora nel 1784, cosi che la provincia assumeva un aspetto triste e desolante (467).

L'anno 1788, oltre che disastroso pell'estremo freddo, lo fu anche per una siccità ostinata (468). Le isole dei Lossini soffrirono particolarmente in conseguenza di tali vicissitudini meteoriche, specie nel 1794, quando l'estrema siccità riduceva l'isola a grame condizioni'). Il 1795 fu pure anno di scarsi raccolti, e fetale ancora pel deperimento degli olivi  (469). In aggiunta a ciò, dal 12 luglio in poi cadde con persistenza tanta pioggia, da rendere [446] impossibile la trebbiatura delle scarse biade raccolte alla spicciolata, le quali per la eccessiva umidità rinascevano nei covoni (470).

Agli infortuni ora specificati s'aggiunsero forti maree negli anni 1727, 1746, 1750, 1791, 1794 ed un terremoto nel 1741 (471).

Degna di nota è pure l'epidemia vacuolosa del 1740 scoppiata in Rovigno, per la quale in un sol mese morivano oltre 250 fanciulli (472).

Anche la malaria dominò in questo secplo in parecchi luoghi della provincia. Troviamo nominati come malsani Umago, Cittanova, Pola e come luoghi sani Isola, Pirano e Rovigno (473).

Ad onta che al principio del secolo alcune località avessero migliorato le proprie sorti — come p. e. Parenzo, la quale aumentava di popolazione nel primo decennio, in grazia dei commerci accresciuti e favoriti dallo stanziamento nel porto della flotta veneta, mandata a presidio del golfo all'epoca della guerra di successione spagnuola, — tuttavia nel resto della provincia non avvenivano notevoli miglioramenti, sia in linea demografica che igienica; ma anzi abbiamo testimonianze che le cose in generale pigliassero una triste piega.

A Capodistria p. e. oltre agli anni di fame già notati intorno al 1752, nel 1773, 'l podestà e capitano Cassetti Zuanne, ritornando a Venezia, lamentava le contingenze calamitose e moleste, testimoni della più squallida miseria, notate da lui in Capodistria durante la sua reggenza (474). A Pola le condizioni non eransi per nulla migliorate, che anzi la malaria vi regnava a tutta oltranza. Sembra che alle cause che nei secoli decorsi l'avevano fatta produrre, in questo secolo altre se ne fossero aggiunte. L'abate Fortis, mentre riconosce l'azione deleteria manifestatasi nei secoli antecedenti ad opera delle devastazioni e delle pesti, accusa i vescovi d'aver favorito Io sviluppo del male.

«...Malore, egli dice, a cui come pastori di quella popolazione avrebbero dovuto metter riparo spontaneamente in questo secolo umano, senz' aspettare che la sovrana clemenza mossa a pietà di una porzione riguardevole di sudditi e d' un territorio importante, li determinasse a far buon uso delle loro ricchezze. Invece di far scavare [447] a qualunque costo un canale di comunicazione fra gli stagni suburbani e 'l mare, vi fu negli anni ultimi scavato uno scolo alla fontana, con intenzione d'impedire cosi molte erbe acquatiche, le quali vi alignano perchè il fondo di essa non è stato purgato fino air antico pavimento. Questo canale comunica col mare continguo, e nelle alte maree serve di veicolo all'acqua » salsa che ascende, e guasta la fontana, con pregiudizio sommo della salute di quella infelice popolazione che deve attingervi» (475).

Interessante parimenti per le condizioni sanitarie di Pola in quei tempi, è l'esposizione del dott. Giovanni Vincenzo Benini nella relazione del dott. Arduino medico di Pola, scritta nel 1798 (476). Il dott. Arduino annovera le seguenti cause accidentali della malaricità di Pola

«la moltitudine dei gelsi e d' altre piante che ingombran non meno i contorni che l'interno della citta; le acque stagnanti che cuoprono i contigui prati; ale vicine caverne formate dall'estrazione della terra vetraria; i cimiteri a urbani,; gli olivi; i letamai, l'immondezza delle strade; i succidi abiturj a de' mendici, e finalmente le pubbliche mura che rinserrano le perniciose esalazioni, o ne difficultano almeno la dissipazione. Tali rappresentanze, a seguite da ragionate insinuazioni, diedero motivo alla detta Terminazione, a la quale porta in sostanza: che abbiansi a sradicare tutti i gelsi e a rarificare a le altre piante ne' luoghi sopraindicati; che agevolar si debba lo scolo a delle acque del prato e della palude coll'annuo escavamento de' fossi conterminanti; che si chiudan tosto le bocche delle nominate caverne; a che sieno d'ora in poi tumulati i cadaveri, anzi che nelle chiese della a città, in un cimitero extra-urbano; che polir si debbati sovente le strade, le a stalle e tutti gl'impuri ricettacoli d'acqua che in Città si ritrovano; che la a Città non abbia più ad esser l'ordinario soggiorno d'animali vaccini e a porcini; che demolite sieno le volte d'alcune porte della città, e che sia a permesso a particolar comodo e vantaggio di chiunque, d'atterar le a pubbliche mura, onde render la Città meglio esposta ad una benefica [448] ventilazione».
Il Benini poi nella sua esposizione propugnava la costruzione di cisterne (477), il prosciugamento delle paludi, la cessazione delle sepolture nelle chiese, l'abbassamento (non demolizione) delle mura della città (478), il gettito della calce viva nelle fogne che venivano aperte, il trasporto del macello, l'allontanamento delle fabbriche antigieniche; ed infine la proposta d'importare nuovi abitanti.
«Allora, egli scrive, le aque che or marciscono sui terreni raccolte nei rivoli; le terre innalzate; l'agricoltura migliorata; le manifatture e le arti poste in attività; il commercio ravvivato e sostenuto da uno dei più bei porti del Mondo e, in conseguenza di tutto ciò, le moltiplicate agitazioni dell' atmosfera, renderebbon l'aria più elastica, intanto che i moltiplicati fuochi la renderebbon più pura, e la salubrità » andrebbe allora del pari coll' abbondanza».

Siffatte condizioni ripetevansi in altre località della provincia. Di Cittanova abbiamo diggià fatto cenno anteriormente. Aggiungiamo ora che le tristi condizioni in cui si trovava, non lasciavano adito alla speranza d'un qualunque risorgimento. Il podestà veneto di Capodistria Badoer voleva nel 1748 ripopolarla con abitanti tolti a Rovigno, che ne abbondava. Ma la triste fama di malsania che godeva Cittanova, trattenne i rovignesi, che preferirono di recarsi a coltivare le terre più vicine e salubri, di Valle e Dignano (479).

Il borgo di Due Castelli veniva del tutto abbandonato. Nel 1714 lasciavasi cadere in rovina l'antica chiesa di S. Sofìa, e trasferivansi le officiature in quella di S. Silvestro di Canfanaro allora consacrata (480). Di quei castello tanto importante nei secoli decorsi non rimasero che eloquenti rovine, estese sopra i due versanti del pittoresco vallone di Leme.

Ben differenti erano le sorti di altri luoghi dell'Istria. Parenzo, pei motivi suesposti, aumentò rapidamente di popolazione, in guisa tale che i pochi abitanti allo scorcio del secolo XVII, alla fine del secolo XVIII raggiungevano la cifra di 3000 (481). Anche Rovigno si avanzò di rapido [449] passo sulla via della prosperità. Abbenchè al principio del secolo XVIII le famiglie cittadine di Rovigno si fossero ridotte a sole 15, sia per cagione delle morti naturali, e sia della partecipazione alle numerose guerre della Repubblica, vediamo subito progredire negli anni seguenti le condizioni demografiche verso un marcato miglioramento. Nel 1710 la popolazione raggiungeva la cifra di 5643 abitanti; di 7357 nel 1740; di 8782 nel 1750; e di 9816 nel 1788. Tale aumento di popolazione imponeva al governo, pel motivo che gran parte di essa, attesi i ristretti guadagni, lottava giornalmente coi bisogni della vita e venivasi formando un proletariato pericolosissimo. A prevenirne i mali, il podestà capitano di Capodistria Badoer proponeva nel 1748 al governo di traslocare varie famiglie rovignesi a Pola od a Cittanova, il che, come si disse, non ebbe effetto. Oltre che a Dignano e Valle, molti rovignesi stabilironsi in Orsera e Parenzo, come agricoltori, o marinai (482).

Anche Pirano abbondava di popolazione. E cosi pure aumentossi rapidamente la popolazione i Lussini. Mentre la vetusta città di Ossero decadeva sempre più, cosi da ridursi alla metà del secolo al livello d'una borgata più che umile con poco meglio d' un sentinajo d' abitanti, i Lussini, che da essa dipendevano, chiedevano ed ottenevano la loro indipendenza. Nel 1754, quando ciò avveniva, la loro popolazione era notevolmente accresciuta (483), in modo che Lussingrande nel 1784 aveva 1700 anime (484) e Lussinpiccolo nel 1759, 1875 (485).

Le città quasi tutte erano provvedute di medici. Li troviamo persino nei Lussini, ove però non conducevano vita troppo splendida. Sembra che il primo medico che esercitasse la sua arte in Lussinpiccolo, fosse il dottor Bartolommeo Scacciarli, il quale sudava molto a raccogliere le piccole mercedi a lui dovute per la cura degli ammalati (486). In Rovigno vivevano più lautamente. Essi venivano pagati colle rendite del fornico, e, come scriveva il podestà e capitano Michiel (487), stavano a spese esclusive dei poveri. Percepivano 500 ducati all' anno di salario, ed erano tre di numero.

[450] Abbiamo veduto emergere in Pola, per la sua relazione sulla malaria, il don. Arduino, il quale visse cola intorno agli ultimi anni del secolo. Contemporaneo di Arduino, esercitava a Capodistria il dott. Giovanni Vincenzo Benini medico di vaglia, divenuto poi sotto il primo governo austriaco protomedico provinciale. A Pirano, ingegno eletto, medico distinto, devoto fino alla passione alla Repubblica veneta, di cui pianse la caduta, visse ed esercitò il dott. Giacomo Pantani, autore di vari opuscoli e d'una storia naturale dell' Istria, accennata dal Carli nelle Antichità italiche. La di lui memoria non è ancor spenta a Pirano, e di lui abbiamo udito parlare con affetto dal defunto collega dottor Melchiorre Linder, che rammentavasi gli elogi, che di queir uomo egregio tesseva il dottor Apollonio suocero del Linder, e successore al Panzani. Abbiamo veduto il suo nome in un diploma di membro dell'allor esistente accademia piranese dei Virtuosi, di cui egli era preside. — In Albona distinguevasi per titoli letterari Bartolommeo Giorgini (1733) farmacista, autore di molti lavori storici riflettenti la sua patria (488).

La triste impressione rimasta in conseguenza delle pesti bubboniche, e più ancora il timore che questa malattia non avesse di bel nuovo a ricomparire in provincia, divenne la causa che i magistrati istituiti nelle città costiere sotto il titolo di Provveditori alla sanità venissero rivestiti di maggiori diritti, e che la sfera delle loro attribuzioni venisse ampliata. In alcune citta, come p. e. a Rovigno, si destinavano appositi locali ad uso di contumacia, chiusi da rastelli all'accesso del pubblico (489). Egualmente ai confini terrestri venivano adottate severe misure contro l'importazione delle pesti. Il dispaccio 21 ottobre 1710 del podestà e capitano di Capodistria Aurelio Contarini, contiene appunto la esposizione di tali misure contro le provenienze da Trieste e dai luoghi arciducali dell'Istria e del Friuli; e così l'altro del 1 febbraio 1712 del podestà e capitano di Capodistria, Francesco Malipiero, al capitano del castello di Piemonte, con cui ordinavasi contumacie e bando alle provenienze dalla Schiavonia, Croazia, Albania, Dalmazia, dalle isole del Quarnero, da Fiume, Buccari, Buccovizza e da altri luogi della riviera austriaca (490). Nel 1743, quando scoppiava la peste in Ungheria, in Transilvania ed in Messina, il provveditore Pietro Dona difendeva la provincia erigendo [451] castelli, tagliando strade, armando le linee di confine ed i porti, e tenendo in armi a questo fine le poche cernide. Dalla parte di mare, in mancanza di legni armati per la custodia del vasto litorale, si eccitavano tutti alla custodia dei propri lidi. A tale scopo nel maggio 1744 veniva in ajuto del Dona il provveditore straordinario, Dolfin. Scoppiata nel 1783 la peste in Dalmazia, il provveditore Lodovico Morosini, d'accordo col provveditore generale di Palma, creava addirittura una linea armata d'osservazione, ponendo in azione più di 300 individui, impiegandoli nelle sentinelle, negli appostamenti avanzati ed in una mai interrotta crociera di barche armate (491).

Sotto i francesi nel 1797 la municipalità di Rovigno istituiva pure un Magistrato di sanità formato di tre membri, cui incombeva anche la polizia della città (492).

Due enormi cisterne venivano erette in questo secolo, una in Pirano per opera dell'architetto Simeone Battistella nel 1776, ed una simile in Visinada nel 1782 (493).

Riguardo ai boschi, troviamo in questo secolo la terminazione del 6 dicembre 1775 di Vincenzo Morosini deputato ai boschi dell' Istria, destinata a regolarne la buona coltura, custodia e conservazione, approvata dal Collegio deputato sopra i boschi, ed avvalorata dalla terminazione del Senato dei 9 maggio. Appartiene poi agli anni 1791-1792 il piano completo di amministrazione forestale nell' isola di Veglia (494).

XIX secolo. Colla fine delle guerre napoleoniche, per le quali poco danno veniva recato all' Istria, cessavano anche da noi completamente le fazioni guerresche. Però la instabilità dell'amministrazione nei primi decenni del secolo, conseguenza dei cambiamenti repentini di governo, recò pregiudizio al benessere provinciale, e devesi forse ad essa attribuire i gravi dissesti economici, dai quali ebbero origine gli anni della fame. Tale terribile flagello faceva la sua comparsa nell'anno 1815 e cessava appena nel 1818. Nei paesi colpiti dura ancora presentemente l'infausta memoria di quell' epoca, ed i vecchi rammemorano con raccapriccio quei tempi tristissimi.

A Rovigno, nel 1817, alla fame s'aggiungeva il tifo, che scoppiato al principiare del maggio, continuava fino al gennaio dell'anno seguente, e [452] colpiva oltre a 1200 individui, di cui ne morirono 521. così che non bastando più il cimitero sul monte di S. Eufemia, se ne dovette aprire un secondo a S. Gottardo (495). In Momiano la fame cominciava a mieter vittime diggià ai 21 novembre 1815, e cessava nel 2 gennaio 1818, cagionando 51 morti. Nel registro parrocchiale (496) le cause di morte sono indicate coi termini: penuria, inedia, indigenza e fame. Purtroppo non furono questi i soli anni d'indigenza. Riproducevansi nel 1854, 1870, 1874 e 1880, e se riuscirono meno funesti dei precedenti alla popolazione, ciò va ascritto solamente al progresso dei tempi, alle grandi carità pubbliche e private, all'aprimento di lavori di pubblica utilità, ai mezzi facilitati di comunicazione pei necessari approvigionamenti, ed a quei pronti provvedimenti amministrativi, sconosciuti in altri tempi.

Un brano di lettera che trovasi inserito nella Provincia (a. XIV, n. 2), che qui riportiamo, ci offre uno sguardo molto chiaro delle condizioni economiche dell' anno 1870.

«Ho passato i sessanta anni, dice l'autore, ho assistito quindi molte volte al succedersi dei periodi di miseria nella provincia, ma una rovina simile non ho veduto mai ! e non so come andrà a finire. — Ogni giorno vengono trenta, quaranta affamati dalla campagna, e non sappiamo dove dare la testa per soccorrerli. La città (Parenzo, da dove è datata la lettera) più o meno si difende, ma le ville di Abrega, Fratta, Torre, Sbandati, non hanno nè un grano, nè un soldo, nè il crepuscolo di credito. O soccorrerli, o vederli morire di fame. C è di più che verso Dracevaz si è sviluppata una febbre che li coglie meschini ed estenuati, e muojono subito. Questa passata settimana credo ne sieno morti nove (497).

La stessa cosa ripetevasi nell'autunno 1879 (498).

Apportatori di rilevanti danni furono pure gli enormi freddi degli anni 1813 (499), 1819, 1832 (500) e 1846 (501). Nell'isola di Veglia, diggia abbastanza perseguitata da disgrazie, accadeva nel 1814 altro disastroso avvenimento, pel [453] quale poco mancò che la borgata di Ponte non andasse distrutta. Il 13 giugno giugno, dopo un'ostinata siccità, un denso nuvolone spinto dai venti meridionali s' infrangeva sulle vette del Triscavaz, e scaricava improvvisamente una tale quantità d'acqua, che precipitando dagli alti dirupi, nè potendo sfogarsi pei soliti canali verso il mare, trascinava seco grandi massi di pietra. Intere valli ne venivano sconvolte ed assieme colle viti andavano perduti gli alberi, gli olivi e le quercie, devastando in tal guisa buona parte del territorio (502).

Ricordiamo anche il terremoto avvenuto nel distretto di Volosca, nell'anno 1870, come quello che fu causa di molti danni ad un vasto territorio. Esso manifestavasi li 26 febbraio, aumentava di forza nel 28 dello stesso mese, producendo quasi ogni giorno delle scosse fino ai 27 maggio. La scossa principale ebbe luogo il 1° marzo (martedì di Carnevale) circa alle 9 di sera, ed altre gagliardissime avvennero il 10 maggio, circa alle ore 6 di sera, e li 11 maggio circa alle ore 3 del mattino. Vennero specialmente danneggiati il villaggio di Ciana, e ne ebbero a soffrire pure gli altri villaggi contermini di Skalnizza, Lippa, Lissaz, Novakracina, Sussak, Zabice, Podgraje e Studena.

E poichè nel!'esporre le peripezie disastrose occorse nei secoli decorsi abbiamo parlato delle epidemie di peste, non possiamo passare ora sotto silenzio quelle di cholera asiatico, che in questo secolo manifestaronsi per la prima volta. Sebbene queste non abbiano prodotto vuoti pari a quelli delle pesti, tuttavia per alcune località furono causa di grande mortalità. Il morbo irrompeva negli anni 1836, 1849, 1855, 1865, 1866, 1867, 1873 e 1886. Negli anni 1836, 1849, 1855, 1866 e 1886 scoppiava in modo grave, attaccando le principali città istriane e la campagna, negli altri in modo leggiero (503).

In tale riguardo si presenta però interessante il fatto che a Pola, nelle epidemie di cholera degli anni 1849, 1855 e 1866, il morbo preferiva quelle situazioni ove di regola domina la malaria. Il dott. Bossi, che desumeva tale circostanza da un esame attento ed esatto dei documenti rinvenuti a [454] Pola, ammetteva la causa di tale predilezione nella circostanza, che le regioni malariche sono a preferenza le meridionali e poco elevate, quindi le più soggette alla umiditi ed al calore, fattori questi indispensabili alla moltiplicazione dei germi dell' una e dell'altra malattia (504). Però mentre il cholera fa il suo decorso e poi poco a poco svanisce; la malaria non scompare, ma continua a sussistere.

Non meno esiziali riescirono le frequenti epidemie di difterite, che dalla meta del secolo in poi fecero la loro comparsa in questa provincia. La mortalità da loro causata raggiunse finora una media del 1.74% sull' intera popolazione, superiore di molto a quella delle comuni malattie epidemiche, escluso forse il solo cholera asiatico. Fra molti altri, dei quali ci manca la statistica, furono esiziali gli anni 1883 col 3.30700, il 1884 col 2.90% ed il 1882 col 2.21, vale a dire il triennio 1882-1884 col 2.80%.

Nei primi capitoli del presente lavoro abbiamo esposto chiaramente le condizioni sanitarie dell' Istria in questo secolo, o meglio anzi negli ultimi decenni. Da esse risulta, come alcuni luoghi che nei secoli decorsi erano malarici, ora sono avviati ad uno stato soddisfacente d isalute. Emergono in proposito Cittanova, Parenzo e Pola. Di quest' ultima sono conosciute le sorti. Ridotta nei secoli decorsi all'estremo della miseria, rìalzavasi ad una grandezza quasi pari a quella che godeva ai tempi della romana dominazione; e ciò in grazia dei lavori iniziati nel 1848, che facevano di quella città il porto di guerra della Monarchia. Da quell'epoca in poi, di 1100 abitanti circa che la città contava, la popolazione aumentò talmente da raggiungere nel 1885 la cifra di 19,165 abitanti, senza la guarnigione di altri 8000 uomini. Nuovi ed eleganti edifizi coprono ora l'area della antica città, coperta già d'informi rovine; e la malaria che nei primordi del risorgimento cittadino ammorbava ancora sinistramente l'atmosfera, allontanasi adesso parallelamente all'estendersi dei fabbricati e del selciato delle vie. Però i suoi dintorni non si sono potuti ancora risanare ad onta degli sforzi fatti dallo Stato, dal Comune, e dall'apposita Commissione sanitaria provinciale (505). Ci sono degli anni in cui il morbo alza vigoroso il suo capo, spargendo le mefitiche esalazioni sulla città, e precipuamente sui sobborghi che la uniscono alla campagna.

[455] Già vedemmo rialzate le sorti di Parenzo nei primi anni del secolo scorso. Nella seconda meta del corrente, la citta progrediva ancora maggiormente, dopochè vi si stabilivano le autorità provinciali autonome. Per il quale fatto e per la solerzia dei suoi abitanti nel dare vigoroso impulso alla viticoltura, donde presero pure alimento le industrie ed i commerci, la citta assumeva un aspetto più signorile, ed ampliava notevolmente la sua periferia. Sebbene non siasi ancora rialzata al livello che occupava ai tempi romani, quando, secondo Kandler, agitavansi in essa 10,000 abitanti; tuttavia la vita sociale e culturale si è sviluppata in maniera da fornire al forestiero opportunità di compiacenza e di studio. Le sue condizioni igieniche, tuttochè non ancora perfette, sono tuttavia soddisfacenti, ed è lecito di sperare che I'atmosfera che la invade, divenga sempre migliore, in grazia del suo progresso economico e demografico.

Anche le sorti di Cittanova mutavansi in meglio, dopochè negli anni 1862, 1863 e nei seguenti, venivano eseguiti i lavori d'assanamento della città mediante Tinterramento parziale del mandracchio, e l'escavo della parte lasciatavi intatta, intrapresi dall'i, r. Governo marittimo per iniziativa del dott. Fedele Maver, ora i. r. fisico distrettuale in Lussino, ed allora medico comunale in Cittanova. La città che prima di quell'epoca era un focolajo enormemente malarico, dopo quel lavoro riacquistava per intero la sua antica salubrità. Qui trattavasi perciò d' un focolajo puramente locale, tant' è vero che essendosi di nuovo interrito il mandracchio, da due anni a questa parte ricominciano a comparire le febbri.

In oggi l'Istria, sebbene le sue condizioni siensi migliorate, non è ancora libera del morbo fatale, il quale anzi in certe località, e specialmente in alcuni anni, si manifesta molto acerbamente, esercitando ovunque la sua azione deprimente, e cagionando gì avi sacrifizi pecuniari.

XI.

Nello scorrere fugacemente i secoli che ci precedettero, abbiamo posto in rilievo i fatti che influirono sinistramente sia sulta compagine della crosta terrestre, che sulle condizioni economiche e demografiche della provincia. L'abbassamento progressivo del suolo, il quale deve di molto aver contribuito al cambiamento idrografico della provincia, veniva di certo favorito dai frequenti moti di terra, dei quali appena una sola e forse piccola parte ci venne dato di poter precisare. Anche le maree, accompagnate sempre da [456] fortissime correnti d'aria del mezzogiorno, avranno di certo esercitato una notevole azione sulla configurazione delle coste, sull'allontanamento del terriccio che ne copriva le roccie, e sullo sbocco dei fiumi.

Però tali cause, per quanto possano aver influito sinistramente sulla salubrità dell' atmosfera, limitaronsi solamente a predisporre il terreno alla invasione della malaria. E realmente, l'esposizione degli avvenimenti storici pone in esatta relazione la comparsa della malaria non con quelle cause, ma bensì colla diminuzione del popolo, col deperimento delle condizioni economiche, coll'abbandono susseguente della coltura dei campi e dei boschi, avvegnachè tutte queste circostanze rendessero impossibile di ovviare con un razionale sistema di drenaggio all' umidità sempre progrediente del sottosuolo, e di provvedere con una razionale coltura o colla diminuzione dei boschi, ad una maggiore ventilazione, o meglio ancora, ad un asciugamento dell'aria. Venne a mancare in tal guisa un moderatore capace ad opporsi ai tristi effetti dei mutamenti avvenuti nell' equilibrio idraulico della provincia.

È naturale che sviluppatosi sotto tali condizioni il germe malarico, esso trovava nel suolo umido un fattore necessario e favorevole alla sua esistenza, e propaga vasi perciò in modo enorme. Ciò ammesso, si presenta per la sua soluzione il quesito della provenienza di tali germi. Devesi per certo ritenere, da quanto si è veduto, che essi non esistessero nella provincia ai tempi preromani e romani, giacchè le notizie che di quei tempi e dei posteriori sì hanno, parlano con esattezza delle pesti e di altri infausti avvenimenti, e non fanno mai cenno della malaria, che comparisce appena nel secolo XIV. La formazione autoctona dei germi nel suolo è contraria alla scienza attuale. La loro preesistenza essendo negata dai fatti, non resta altro che ammettere una importazione degli stessi da località infette, vicine alla provincia. La quale importazione sebbene non si possa provare, ed anzi cozzi colle teorie odierne sul trasporto dei germi malarici, devesi pur tuttavia accettare, nel senso di ritenere che essa sia avvenuta in varie epoche, durante le quali i germi importati non attecchivano che quando il terreno per l'aumentata umidità era divenuto idoneo al loro sviluppo.

Forse gli studi avvenire — quando la scienza su tale argomento si staccherà dal campo puramente patologico e si estenderà su quello più utile e pratico dei terreni malarici — chiariranno il quesito dell'infezione dei terreni e dei germi che producono la malaria. Quando la scienza ci avrà ciò detto, alle cause che produssero o meglio che favorirono il morbo, aggiungeremo allora la descrizione dell'ente botanico o zoologico, che [457] entrato nel terreno ha potuto renderlo infetto (506), e l'esposizione delle condizioni di sua esistenza.

Frattanto, essendosi potuto dimostrare colla scorta delle indagini esposte in questa memoria, che il morbo ha trovato nel deperimento economico e demografico della provincia, avvenuto nel corso dei secoli, le condizioni idonee al suo sviluppo enorme ed estesissimo, e che col miglioramento di queste condizioni anche il morbo diminuiva d'estensione e d'intensità, ne viene che la speranza di vedere un giorno risanata l'Istria dalla malaria, riposa principalmente nelle cure di chi ne regge le sue sorti. Ed è per tal modo e non altrimenti che questo miglioramento potrà ottenersi; giacchè prescindendo dalle cause locali, ristrette a singole e minime proporzioni, essendo la malaria generalizzata poco più, poco meno, a tutta la provincia, solamente quelle misure che tutta la comprendano, possono condurre a risultati soddisfacenti e decisivi. La quai cosa se anche non di tanto celere attuazione, sarà certamente di molto facilitata da quel progresso cui va visibilmente incontro la provincia, il quale, com'è riuscito efficace nel decorso degli ultimi due secoli, non potrà non partorire i suoi buoni effetti anche in questo secolo, che volge ormai al suo declino, e maggiormente ancora nei tempi avvenire, cosi da ricondurla all'antica prosperità e salubrità, e meritarle ancora una volta il titolo di voluptuosa nimis et delitiosa digressio (507).

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PROSPETTO II.

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Note:

  1. Bohata dott. Adalb. Die Cholera des Jabres 1886 in Islrien und Görz-Gradisca. — Triest. L. Herrmanstorfer, 1888, pag. 2.
  2. Taramelli dott. Torquato. Descrizione geognostica del Margraviato d'Istria. — Milano. Fr. dott. Vallardi, 1878, pag. 19.
  3. Bohata. Op. cit., pag. 6.
  4. Queste tabelle vennero desunte in massima parte dall'opera Materiali per la statistica dell'Istria del dott. Francesco Vidulich, e si riferiscono ai risultati dell'ultimo catasto; nonchè dal II fascicolo Forst und lagd-Statistik del Manuale statistico dell'i, r. Ministero d'Agricoltura per  l'anno 1885 (Statistisches lahrbuch des k.k. Ackerbau-Ministerium für das Iahr 1885. — Wien. Druck und Verlag der k.k. Hof-und Staats-Druckerei).
  5. Sotto il titolo «Orti» vengono compresi in buona parte anche gli estesi oliveti, i quali trovatisi specialmente nei distretti censuari di Buje, Pirano, Capodistrìa e Rovigno.
  6. Per l'anno 1885.
  7. Relazione del dott. Zaccaria Lion dell'anno 1873.
  8. lbid.
  9. Relazione del dott. Floriano Ubaldini del 12 aprile 1873.
  10. Relazione del dott. Achille Savorgnani del 31 marzo 1873.
  11. Relazioni del dott. Zaccaria Lion del 1873 e del 14 febbraio 1880.
  12. Relazioni del dott. Floriano Ubaldini del 12 aprile 1873 e 28 febbraio 1880.
  13. Relazione del dott. Domenico Tamaro del 12 giugno 1873.
  14. Relazione del dott. Melchiorre Linder del 26 aprile 1873.
  15. Ibid. e Relazione del dott. Giovanni Tamaro del febbraio 1880.
  16. Relazione del dott. Bernardo Schiavuzzi del 16 febbraio 1880.
  17. Ibid.
  18. Relazione del dott. Linder citata.
  19. Ibid.
  20. Relazione del dott. Francesco Guglielmo del 26 febbraio 1880.
  21. Relazioni Ubaldini citata e del dott. Leone Levi del 24 febbraio 1880.
  22. Relazione del dott. Francesco Crevato del 21 febbraio 1880.
  23. Relazioni Crevato e Levi ora citate.
  24. Relazione Crevato citata.
  25. Relazione del dott. Michele Calegari del 29 aprile 1873.
  26. Relazioni del dott. Giuseppe Doblanovich del 5 aprile 1880 e del dott. Pietro Ghersa del 3 marzo 1880.
  27. Relazione Doblanovich citata.
  28. Relazione Ghersa citata.
  29. Ibid.
  30. Relazione del dott. Giuseppe Corazza del 3 marzo 1880.
  31. Relazione Lion citata.
  32. Relazione Levi citata.
  33. Relazione del dott. Domenico Pergolis del 6 febbraio 1880.
  34. Relazioni del dott. Giovanni Baggio del 21 settembre 1873 e del dott. Giovanni Cleva del 2 marzo 1880.
  35. Relazione Cleva citata.
  36. Relazioni dei dott. Giovanni Fonda, Francesco laschi e Mrach del 6 marzo 1880 e del dott. Ubaldini citata.
  37. Relazione del dott. Grubissich dell'11 febbraio 1880.
  38. Dott. Aug. Ritter v. Iilek. Ueber das VerbalUn des Malariafiebers in Toh, — Wien, k. k. Hol'und Staats-druckerei, 1881, pag. 30.
  39. Relazioni del dott. Angelo Demartini del 29 settembre 1875 e del dott. Grubissich citata.
  40. Relazioni Fonda, laschi e Mrach citate.
  41. Ibid.
  42. Relazione Ubaldini citata.
  43. Relazione del dott. Antonio Palaziol del 12 aprile 1880.
  44. lbid.
  45. Relazione del dott. Cesare Radoicovich del 14 agosto 1873 e del 29 febbraio 1880, nonchè del dott. Gollob del 26 febbraio 1880.
  46. Relazione Ubaldini citata.
  47. Relazione del dott. Angelo Boscolo del 24 febbraio 1880.
  48. Relazione del dott. Matteo Nicolich del 5 febbraio 1880.
  49. Relazione del dott. Fedele Maver del 17 febbraio 1880.
  50. Relazioni del dott. Giovanni Filinich del 12 aprile 1873 e 24 febbraio 1880.
  51. Vedi il prospetto in fine della monografia.
  52. Taramelli. Op. cit. — Carta geogn. dell'Istria, e Carte dello Stato maggiore.
  53. Della influenza dei boschi sulla malaria dominante nella regione marittima della provincia di Roma. «Annali di Agricoltura, 1884». — Roma. Eredi Botta, 1884.
  54. Corrado Tommasi-Crudeli. Il clima di Roma. — Roma. Ermanno Loescher e Comp., 1886.
  55. Io. Maria Lancisio. De noxiis paìudum effluviis, — Romae. Ex tipys Io. Mariae Salvioni, 1717.
  56. Vedi Nota 1 a pag. 540.
  57. Iilek. Op. cit. e Ueber die Ursachen der Malaria in Pola. — Wien, 1868.
  58. Vedi le opere citate a pag. 340.
  59. Iilek. Op. citate.
  60. Tommasi-Crudeli. Clima di Roma; e Della influenza dei boschi sulla malaria. Relazione citata.
  61. Tommasi-Crudeli. Op. cit.
  62. Schneller Albert. Ueber die Verbreitung des Wechselfiebers in Bayern und dessen Abnabme in den letzien labrzehnlen. Mit 2 Karten. — Mùnchen. Ios. Ani. Finstcrlin, 1887.
  63. Henry B. Baker. Typhoid Fever and low Water in Wells. — Lansing Mich.: W.S. George & Co. State Prìnters and Binders, 1885.
  64. Andrea dott. Amoroso. I castellieri istriani e la necropoli di Vermo, Negli «Atti e memorie della Società istriana «l'archeologia e storia patria». Anno I, volume unico, pag. 55-74.
  65. Kandler. Istria. Anno VI, N. 18.
  66. De Franceschi. L'Istria. Note storiche. — Parenzo. G. Coana, 1879, pag. 49.
  67. Scimno Chio. Urbis descriptio, v. 372 e seg.: «Sinum Adriaticum ferunt barbarorum multitudinem circumhabitare centum fere et quinquaginta myriadibus, regtonem optimam colentium et fructuosam, gemellos enim parere etiam pecora ajuht».
  68. De Franceschi. Op. cit. pag. 57.
  69. Epistolario di Cassiodoro. XXII. 22 (Kandler. Istria. IV, anno 1849, N. 5, e Codice diplomatico istriano). Estratto: «Est enim proxima nobis regia supra sinum raaris Ionii constituta, olivis referta, segetibus ornata, vite copiosa; ubi quasi tribus uberi bus, egregia ubertate largitis omnis fructus optabili foecunditate profluvio Quae non immerito Ravennae Campania, urbis regiae cella penuria, voluptuosa nimis et delitiosa digressto, fruitur in Septentrione pregressa, coeli admiranda temperie. Habet et quasdara, non absurde dixerim, Baias suas; ubi undosum mare terrenas concavitates ingrediens, in facieni decorarli stagni aequalitate deponitur. Haec loca et garìsmatia plura nutriunt, et piscium ubertate gloriantur. Avernus ibi non unus est. Numerosae conspiciuntur piscinac neptuniae; quibus etiam cessante industria, passim astrea nascuntur injussa. Sic ncc studium in nutrìendis, nec dubietas in capiendis probatur esse deliciis. Practoriae longe lateque lucentia, in mar-garitarum speciem putes esse depositas; ut bine appareat qualia fucrint iliius provincia e Majorum judicia, quam tantis fabricis constat ornatam. Additur etiam illi litori ordo pulcherrimus insularum, qui amabili utilitate dispositus, et a periculis vindicat naves, et ditat magna ubertate cultores. Reficit piane comitatenscs excubias, Italiae ornat imperium, primate delitiis, mediocres victualium pascit expensis, et quod illic nascitur, pene totum in urbe regiae possidetur».
  70. De Franceschi. Op. cit. pag. 56.
  71. Nacque a Ceuta nel 1099.
  72. Provincia dell'Istria. Periodico bisettimanale in Capodistria, anno XIX, N. 11.
  73. Fr. Petrarca. Ep. Sen. Lib. III. Ep. i verso la fine (7 settembre 1363). «Archeografo triestino»; serie vecchia, vol. I, pag. 236.
  74. «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria» vol. III, pag. 30.
  75. Columella. Lib. Il, 2. Dall'opera: Manzi Luigi. L'igiene rurale degli antichi romeni in relazione al bonificamento dell'agro romano. «Annali d'agricoltura» 1885 (Ministero di agricoltura, industria e commercio). — Roma. Er. Botta, 1885, pag. 76.
  76. «In cultura igitur locum considercmus, siccus an humidus-nemorosus arboribus; an lapidibus confragosus; juncone sit an gramine vertitus, ac silictis aliisve frutetis impeditus. Si humidus erit, abundantia uliginis ante riccetur fossis. Earum duo genere co-gnovimus, caecarum et patentium....».
  77. Vedi anche Plinio H. N. Lib. XVIII, 49.
  78. Tito Livio. Libro VII, Capit. XXXVIII. Da Tommasi Crudeli op. cit. pag. 55 «An aequum esset dedititios suos (Capuae) illa fertilitate atque amoenitate perfrui, se, militando fessos, in pestilente atque arido circa urbem solo luctari, aut in urbem insidentem tabem crescentis in dies foenoris pati?».
  79. Tommasi-Crudeli. Op. cit. pag. 50-51.
  80. Strabone. (Strabonis Geograpìnca Graece cum versione reficta curantibus C. Müllero et F. Dubnero — Parigi, 1853). 5. 1. 12.: «Et quae colitur terra, omnis generis copiosos praebet fructus; et sylvae tantum glandis suppeditant, ut ex porcorum gregibus, qui ibi pascuntur, Roma fere alatur». — Indi Plinio H. N. 16, 15: «Acer ejusdem fere amptitudinis, operum elegantia ac subtilitate cedro secundum. Plura ejus genera. Album quod praecipui candoris, vocatur gallicum, in transpadana Italia transque Alpes nascens. Alterum genus crispo macularum discursu, qui cum excellentior suit, a similitudinae caudae pavonum nomen accepit, in Istria Rhaetiaque praecipuum». — Benussi L'Istria sino ad Augusto. — Trieste. Herrmanstofer, 1883. (Estratto dall'«Archeografo triestino») pag. 258.
  81. Scimno Chio. Op. cit. v. 372. «Aer autem a Pontico diversus apud eos est, quamvis vicini Ponto sint. Non nivosus enira neque nimis frigidus, sed humidus omnino usque permanet; subito vero turbulentus ad mutationes, praesertim aestate, presterumque et jactus fulminum dictosque habet typhones. — Vedi anche Benussi, op. cit. pag. 260.
  82. Tommasi-Crudeli Op. cit. pag. 100.
  83. Benussi Op. cit. pag. 26. — Filiasi Giac. Memorie storiche dei Veneti primi e secondi. Vol. 3.17. — Carli. Antichità italiche. 3. — Kandler. Istria. 1. 5. — Dott. G. F. Hahn. Untersuchungen über das Aufsteigen und Sinken der Küsten. Lipsia, 1879, § 91. — Iilek. Op. cit. pag. 47.
  84. Tabula Peutingeriana o Teodosiana. Marco Welser. — Venezia, 1591. — Sonvi segnate le isole Sepomaja, Ursaria, Pullaria.
  85. Ravennatis Anonymi (Guidonis presbyteri IX saeculi). Geographia, Lib. V, varie edizioni. — Segna le isole Poraria, Sera, Cissa, Pullaria, Ursaria, Cercaria.
  86. Kandler. Istria, anno 3, n. 52 e Codice diplomatico istriano, a. 750.
  87. Benussi. Op. ciu pag. 26. Nota 41 in fine.
  88. Kandler. Istria, anno VI, n. 45.
  89. Benussi. Op. cit. pag. 13. Note.
  90. Ibid.
  91. Tommasini Giac. Fil. (+ 1654). Dei Commentarli storici-geografia della provincia dell'Istria. Libri otto (nell'«Archeografo triestino» vol. IV, 1857) Lib. I, Cap. 1.
  92. Benussi Loc. cit. pag. 14.
  93. Dott. A. Amoroso. Le necropoli preistoriche dei Pizzughi. «Atti e memorie della Società istriana d'archeologia e storia patria». Vol, V, pag. 226-261, con 10 Tavole.
  94. Tommasini. Op. cìt. Vol. IV, pag. 292.
  95. Kandler. Annali.
  96. Ibid.
  97. De Franceschi. Op. cit. pag. 140-141 e Codice diplomatico istriano.
  98. De Franceschi. Op. cit. pag. 203.
  99. Ibid. pag. 57.
  100. Ibid. pag. 60.
  101. Ibid. pag. 61-62.
  102. Kandler. Annali.
  103. Notizie storiche di Pola. Parenzo. G. Coana, 1876, pag. 230. — Vedi anche la mia memoria: Le epidemie di peste bubbonica in Istria, negli « Atti e Memorie della Società di archeologia e storia patria», vol. IV, pag. 428.
  104. Tommasini. Op. cit. pag. 544. È però controverso se S. Girolamo sia istriano.
  105. Stancovich. biografie degli uomini distinti dell'Istria. Capodistria. Priora, 1888, pag. 48 e seg.
  106. Benussi. Storia documentata di Rovigno. 1888, pag. 36.
  107. Ibid.
  108. De Franceschi. Op. cit. pag. 71.
  109. De Franceschi. Op. cit. pag. 74. — Pauli Warnefridi Longobardi Diaconi Forojuliensis. De gestis Longobardorum. Lib. VI. Varie edizioni. Lib. IlI, 2, Cap. XXVII. — Kandler. Annali. (Egli pone però l'anno 568).
  110. Kandler. Annali.
  111. Ibid.
  112. lbid.
  113. Paolo Diacono. Op. cit. IV, XXV. «Longobardi cum Avaribus et Sclavis Istrorum fines ingressi, universa ignibus et rapinis devastarunt». — De Franceschi. Op. cit. pag. 76.
  114. Kandler. Annali. Egli vuole però che questa fosse la prima.
  115. Ibid.
  116. Paolo Diacono. Op. cit. IV, XLII. — De Franceschi. Op. cit. pag. 76.
  117. De Franceschi. Op. cit. pag. 77.
  118. Kandler. Annali.
  119. Kandler. Annali.
  120. De Franceschi. Op. cit. pag. 82-85.
  121. Kandler. Annali.
  122. Caenazzo can. Tommaso. Del prodigioso approdo del corpo di S. Eufemia Calcedonese in Rovigno. «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria», vol. I, pag. 303. — Kandler. Annali.
  123. Benussi. Storia di Rovigno, pag. 36.
  124. Kandler. Annali.
  125. Ibid.
  126. Ibid.
  127. Ora malarica per eccellenza.
  128. Kandler. Annali.
  129. Il Tommasini, op. cit. pag. 168, pone tale fatto nell'848.
  130. Secondo il Kandler (Annali) nel secondo giorno di Pasqua dell'843.
  131. Romakin Samuele. Storia documentata di Venezia. Venezia. Naratovich, 1848,1. e. 2.
  132. De Franceschi. Op. cit. pag. 92. — Il Kandler (Annali) pone ciò nell'875.
  133. Kandler. Annali.
  134. Benussi. Storia di Rovigno, pag. 36.
  135. Kandler. Annali.
  136. Ibid.
  137. Ibid.
  138. Ibid.
  139. Ibid.
  140. Caenazzo can. Tommaso. Op. cit. pag. 333.
  141. De Franceschi. Op. cit. pag. 94.
  142. Kandler. Annali.
  143. De Franceschi. Op. cit. pag. 94. — Schoenleben I. L. Carniola antiqua et nova, sive inclyti Ducatus Carniolae annales sacro-profani etc. Labaci I. B. Mayr 1681. Par. II, p. 509. — Scussa D. Vincenzo. Storia monografica di Trieste dai tempi più remoti fino al 1695. — Manoscritti dell'Archivio diplomatico di Trieste, pubblicati in Trieste. Coen, 1863.
  144. De Franceschi. Op. cit. pag. 75. — Codice diplomatico istriano ad a. 966 «Rubinum quod proh dolor, nuper a nefandis sclavis ac duris Barbaris destructum fuit». — Indi Kandler, Annali, e Caenazzo, op. cit. pag. 333.
  145. Tommasini. Op. cit. pag. 170. «Successe la consecrazione della chiesa di Parenzo delegata al Patriarca d'Aquileja Rodoaldo da Papa Giovanni XII...In questo gli Slavi corsero nell'Istria, abbrugiarono Rovigno, ed il resto di quei contorni, onde caduta in somma miseria quella chiesa di Parenzo, il patriarca l'anno 966, 22 Gennajo in Aquileja, le donò Rovigno per le sue calamità, a petizione e supplicazioni dei vescovi dell'Istria Gasparo di Pola, Giovanni di Trieste e Giovanni di Cittanova».
  146. De Franceschi. Op. cit. pag. 334.
  147. Kandler. Annali. — Questo e l'altro diploma di Adamo sono molto sospetti di falsificazione (N. d. D.).
  148. Ibid.
  149. Ibid.
  150. Ibid.
  151. Ibid.
  152. Ibid.
  153. De Franceschi. Op. cit. pag. 98.
  154. Kandler. Annali.
  155. Ibid.
  156. Ibid.
  157. Ibid.
  158. Forse il posteriore di Pietrapelosa; però sul versante che da Sdregna menu alle sontuose rovine di quest'ultimo, c'è un villaggio che porta il nome di Rumini.
  159. Codice diplomatico istriano, e diploma esistente nell'Archivio provinciale dell'Istria, copia dell'originale dell'Archivio generale di Venezia.
  160. Kandler. Annali.
  161. lbid.
  162. Memorie storiche di Pola, pag. 76.
  163. De Franceschi. Op. cit. pag. 107.
  164. Memorie storiche di Pola, pag. 76. — De Franceschi. Op. cit. pag. 112.
  165. Kandler. Annali.
  166. Benussi. Storia di Rovigno, pag. 53.
  167. Kandler. Annali.
  168. lbid.
  169. De Franceschi. Op. cit. pag. 118.
  170. Ibid. pag. 125. — Notizie storiche di Pola, pag. 76.
  171. Ibid. pag. 131. Dal Codice diplomatico istriano.
  172. Ibid. pag. 129.
  173. De Franceschi. Op. cit. pag. 130-131.
  174. Codice diplomatico istriano. Tregua fra i belligeranti: « Humani generis inimico procurante inter Reverendum Patrem et Dorainum Dei gratia S. S. Aquilej. Patriarcham et Aquilej. Ecclesiam ex parte una, et Nob. Virum D. Albertura Coraitem Goricie prò se et civitate Iustinopolitana et prò Pirano et eorum fautoribus ex altera, diu magne discordie et guerre discrimen per quod utriuque strages horum locorum incendia cum depopulatione etiam et rerum destructione plurima provenerunt ». — Nonchè De Franceschi, Op. cit. pag. 134.
  175. De Franceschi. Op. cit. pag. 135-136.
  176. Notizie storiche di Montona, pag. 208.
  177. De Franceschi. Op. cit. pag. 137.
  178. Ibid. pag. 138-140.
  179. Ibid. pag. 139.
  180. Kandler. Annali.
  181. Vedi mio lavoro prima citato.
  182. Kandler. Annali.
  183. Ibid. — Le rovine di Siponto sono al sud del Gargano nella provincia di Foggia.
  184. Ibid.
  185. Muratori. Annali d'Italia. — Marsich abate Angelo. Annali istriani. Trovinola, XVI, 18.
  186. Kandler. Annali.
  187. Ibid.
  188. Ibid.
  189. Ibid.
  190. Venne scritto nel secolo XV, ma si riferisce indubbiamente al secolo XIII. (Vedi Bonicelli Gaspare. Storia dell'isola dei Lossini. — Trieste 1869, pag. 24.
  191. Bonicelli. Op. cit. pag. 24.
  192. Ducale di Lorenzo Tiepolo del 3 marzo 1274 in Bonicelli, op. cit. pag. 26.
  193. Kandler. Annali.
  194. De Franceschi. Op, cit. pag. 141.
  195. Kandler. Annali.
  196. Kandlbr. Annali.
  197. Ughelli Ferd. Italia sacra. — Venetiis 1717-1722.
  198. P.T. nella «Provincia» XVIII, 16.
  199. De Franceschi. Op. cit pag. 147-150.
  200. Ibid. pag. 152.
  201. Ibid. pag. 163, e P. T. nella «Provincia» XII, 19.
  202. Codice diplomatico istriano e De Franceschi. Op. cit. pag. 173.
  203. De Franceschi Op. cit. pag. 176.
  204. Senato Misti. «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria» vol. IV, pag. 20-21.
  205. Kandler. Annali.
  206. De Franceschi. Op. cit. pag. 177.
  207. Senato Misti. «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria» vol IV, pag. 31.
  208. Ibid. pag. 35 e 37.
  209. Ibid. pag. 34 e 35.
  210. Ibid. pag. 35, 36 e 38.
  211. Ibid. pag. 45, 50 e 51.
  212. Ibid. pag. 48.
  213. Vesnaver Giov. Grisignana d'Istria. «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria» vol. III, pag. 193. — Senato Misti. Ibid. vol. IV, pag. 61.— Notizie storiche di Pola, pag. 157. — De Franceschi. Op. cit. pag. 193.
  214. Senato Misti. «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria» vol. IV, pag. 56-61.
  215. Kandler. Annali. De Franceschi. Op. cit. pag. 186.
  216. De Franceschi. Ibid.
  217.  P.T. «Provincia» XIV, 4.
  218. Senato Misti. «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria» vol. IV, pag. 97.
  219. De Franceschi. Op. cit. pag. 189. — Kandler. Annali.
  220. Senato Misti. «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria» vol. IV, pag. 104.
  221. Ibid. pag. 108.
  222. Benussi. Storia di Rovigno, pag. 65.
  223. Senato Misti, «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria» vol. IV, pag. 126, 134.
  224. Kandler. Annali.
  225. Tommasini. Op. cit. pag. 293. — Benussi. Storia di Rovigno, pag. 66. De Franceschi. Op. cit. pag. 201.
  226. Kandler. Annali.
  227. Ibid. — De Franceschi. Op. cit. pag. 211-212.
  228. Benussi. Storia di Rovigno, pag. 66. — De Franceschi. Op. cit. pag. 213.
  229. Benussi. Ibid.
  230. «Provincia» XI, 24. — De Franceschi. Op. cit. pag. 218-220.
  231. Tommasini. Op. cit.
  232. De Franceschi. Op. cit. pag. 221.
  233. Kandler. Annali.
  234. De Franceschi. Op. cit. pag. 233.
  235. Vedi mio lavoro citato. In questo è indicato falsamente quale anno di peste anche il 1338, dipendendo ciò da un errore di stampa nel testo citato, ove invece del 1338, doveva leggersi 1348. - La peste dell'anno 1368 non comparisce menzionata nella mia monografia, perchè la trovava menzionata dopo la pubblicazione della stessa nei Senato Misti («Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria» vol. V, pag. 38, 41). Essa invadeva la città di Capodistria.
  236. Vedi mio lavoro citato. — Marsich. Effemeridi giustinopolitane «Provincia» XI, 20.
  237. Kandler. Annali.
  238. Ibid.
  239. Ibid.
  240. Senato Misti. «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria» vol. IV, pag. 59.
  241. Ibid. pag. 81.
  242. Senato Misti, «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria» vol. IV, pag. 69, 83, 86, 97.
  243. Ibid. vol. V, pag. 75.
  244. «Archivio veneto», fasc, 51, 1886, N. 354. — Porta orientalet 1858, pag. 50. — «Provincia» XX, 13.
  245. Senato Misti. «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria» vol. IV, pag. 26, 27, 30.
  246. Ibid. vol. V, pag. 3 e 19.
  247. Senato Misti. «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria» vol. IV, pag. 20.
  248. Ibid. pag. 22.
  249. Ibid. pag. 57.
  250. Senato Misti. «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria» vol. V, pag. 57. — Dunque dì ciò nel 1365 non s'era fatto nulla.
  251. Ibid. pag. 59 «unus eques cuoi toto equo posset ire usque ad Purpurarias».
  252. Commissioni dei dogi ai podestà veneti dell'Istria, con introduzione del prof. Bernardo dott Benussi. «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria», vol. III, pag. 7 e 30.
  253. Senato Misti. «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria» vol. V, pag. 17. — Nella seduta del veneto Senato del 26 ottobre 1363 essa viene chiamata «multum desolata gentibus».
  254. Commissioni dei dogi ecc., pag. 18 e 72-73. — Fra altri favori il veneto Senato cambiava nel 1350 il contributo d'una galea con un pagamento rateale della stessa.
  255. Ibid.
  256. Negri mons. Gasparo. Memorie storiche della città e diocesi di Parenzo. «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria», vol. IlI, pag. 136. — Kandler. Annali.
  257. Senato Misti. «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria» vol. V. pag. 52.
  258. Ibid. pag. 60.
  259. Ibid. vol. IV, pag. 30-31.
  260. Ibid. pag. 121.
  261. Ibid. vol. V, pag. 29.
  262. Commissioni dei dogi ecc., pag. 17 e 53-54.
  263. De Franceschi. Op. cit. pag. 208 e nota.
  264. Senato Misti. «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria» vol. IV, pag. 109.
  265. Ibid. pag. 132.
  266. De Franceschi. Op. cit. pag. 227.
  267. Nicolich. Op. cit. pag. 134, 135.
  268. Bonicelli. Op. cit. pag. 39.
  269. De Franceschi. Op. cit. pag. 170.
  270. Kandler. Annali.
  271. De Franceschi. Op. cit. pag. 154.
  272. Ibid. pag. 157.
  273. Ibid. pag. 157. — Notizie storiche di Montona, pag. 76. — Medelino allora villa, già Castello detto Montelino nell'odierno comune di S. Vitale.
  274. De Franceschi. Op, cit. pag. 191.
  275. Kandler. Annali.
  276. Vedi Regola di S. Benedetto, cap. XXXI e XXXII, nonchè le dichiarazioni de' PP. della Congregazione cassinese.
  277. Senato Misti. «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria» vol. IV, pag. 45.
  278. Ibid. vol. V, pag. 17 (decisione 17 settembre 1363).
  279. Un mio lavoro diggià pronto alle stampe s'occupa dell' igiene in questi statuti.
  280. Senato Misti. «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria» vol. IV, pag. 22.
  281. «Archivio veneto» anno XIII, fasc. 51, pag. 254. — Cecchettl La medicina in Venezia.
  282. «Archivio veneto» cit. pag. 92.
  283. Senato Misti. «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria» vol. V, pag. 65.
  284. «Archivio veneto» cit. pag. 254.
  285. Morteani prof. Luigi. Notizie storiche deità città di Pirano. «Archeografo triestino», nuova serie, vol. XII, pag. 142-143.
  286. De Franceschi. Op. cit. pag. 235.
  287. De Franceschi. Op. cit. pag. 241.
  288. Ibid.
  289. Ibid. pag. 242. Citata: «Da puoi avanti che il Re partisse d'Istria, per grande sdegno concepito fece bruciar Molini e tagliar Oliver!, e poi s'appresentò a Parenzo e Pola; e per quelli di drento fu molto ben resposo di Bombarde e Balestre, e fatto gran preda di Bestiame si levò di là per mancamento di Vittuarie per non poter dimorar». — Vergottini. Saggio di storia della città di Parenzo. — Manzano. Annali.
  290. Ibid. pag. 243.
  291. Ibid. pag. 250.
  292. Ibid. pag. 260.
  293. Kandler. Annali.
  294. De Franceschi. Op. cit. pag. 263, 266, 270.
  295. NIcolich. Op. cit. pag. 26.
  296. Vedi la mia monografia sulle pesti citata.
  297. Kandler. Annali.
  298. «Nos Melchior Trevisanus pro S.mo Ducali D.no Venetiar. etc. Caps. Generalis Maris: tenore presentium: — Concedemo a la fìdelissima comunità nostra de Citanova ecc. per uso di essa città et populo possino con loro Nuncij, et messi trasere da la parte de la Marca, et de la Puglia stara cinquecento for.to, et quali condur al dicto logo de Citanova per uso in necessità sua come è dicto senza alchuna molestia ouer impedimento. Et valeant pn.tes somel. et pro una vult. tantum. In quo fidem et.
         Dat. ex Triremi in portu Parentij die II,» Octob. 1499
                                                                                                               Marinus B.
                                                                                                               not. m.o.»
    D.V. «Provincia» XXI, 17. (Dall'Archivio comunale di Cittanova).
  299. Kandler. Annali.
  300. Kandler. Annali.
  301. Notizie storiche di Montona. Artic. di Tommaso Luciani, pag. 264.
  302. Ibid. pag. 204. Aricordo di Ant. Venier e Francesco Cavodelista al doge nel 1457.
  303. Notizie storiche di Pola, pag. 210.
  304. BLONDII FLAVII FORLIVENSIS. Italiae illustratae, undecima regio Histriae. «Archeografo triestino», vecchia serie, vol. II.
  305. Kandler. Annali.
  306. Ibid.
  307. Marin Sanudo. Diarii. «Provincia» IV.
  308. Nicolich. Op. cit. pag. 135. — Bonicelli. Op. cit. pag. 37. — Nel 1438 vi erano diggià 50 famiglie.
  309. Bonicelli. Op. cit. pag. 39. — Citiamo ad esempio Ossero, ove il morbo malarico infuriava in siffatta guisa che il conte era costretto ad abbandonarla ed a porre nel 1463 la sua residema in Cherso; mentre ancor prima il suo vescovo Michele doveva fare lo stesso, conducendosi a vivere in Zara.
  310. De Franceschi. Op. cit. pag. 268.
  311. Cubich. Notizie storiche dell'isola di Veglia, pag. 145.
  312. Statuto di Cittanova del 1450. (Trieste 1851). Cap. XXV Del bosco de Licello e suo Bando. — «Mill.CCCCLIX (1459) Inditione septima die quinta septembris Coram spectabile, et Generoso viro Domino Ioanne Gradenigo Potestate Emonie Dignissimo Capta fuit pars infrascripta. Videlicet cum sit quod tempore Regiminis spectabilis, et Generosi Domini Antonij a Canallo hon. Pot. in Consilio hominum Emonie vetitum fuisset quibuscumque tam Terigenis, quam Forensibus cujuscumque conditionis existerent quod non auderent modo aliquo, neque presumerent incidere, nec incidi facere ligna in Busco de Liciis Teritorii Emonie sub pena lib. vigintiquinque parvorum, et considerato quoi Buscus sive nemus esset salus, ac Sanitas Istius Loci Emonie propter Caligos, qui ibi descendunt, et intus franguntur, et ulterius non procedunt unde non procedunt, unde non txistente nemore illi descenderent in Civitatem istam Emonie prout prius faciebant, et Considerato quod pars predicta erat Salubris, et bona, Loco hinc, et quia videtur esse smaritam, et non invenitur adnotata in Actis prefacti Domini Antonii, idcirco bonum esset quod miteretur, et confirmetur ad busulos, et ballotas per Consilium vestrum cum pena superius annotata, et quod illi qui usque nunc inciderent, et incidi facerent ligna in dicto nemore Cadet ad predictam penam, et perdat bestias, ac plaustra, quibus ligna conducent ex dictis Licis, et quod in nocte nemo possit tenere animalia intus, nec facere ignem sub pena, sed in die omnibus sit licitum pasculare animalia intus, et dieta Pars confirmata fuit per Dominum Potestatem, Iudicesque suos existentes Consiliarij sex secundi, et duo in Contrarium».
  313. Kandler. Annali.
  314. Liber niger nell'Archivio di Capodistria pag. 215. — Marsich. Effemerini justinopolitane, nella «Provincia» XI, 11.
  315. Kandler. Annali.
  316. De Franceschi. Op. cit. pag. 253.
  317. Ibid. pag. 270.
  318. Kandler. Annali.
  319. De Franceschi. Op. cit. pag. 253.
  320. Kandler. Annali.
  321. Benussi. Storia di Rovigno, pag. 180. — Dopo la peste del 1630 aveva l'obbligo di tenere accesa una lampada dinanzi all' altare del Santo.
  322. Ibid. pag. 199.
  323. Morteani. Isola ed i suoi statuti, «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria», vol. V, pag. 184.
  324. Stancovich. Op. cit. n. 187, pag. 212. — Nel 1442 veniva aggregato a quel Consiglio dei Nobili. Fu il capostipite della celebre famiglia Muzio.
  325. Morteani. Notizie storiche di Pirano, pag. 143.
  326. Kandler. Annali.
  327. Ibid.
  328. De Franceschi. Op. cit. pag. 277.
  329. Ibid.
  330. Ibid. pag. 274. — Kandler. Annali.
  331. Ibid. pag. 281.
  332. De Franceschi. Op. cit. pag. 282. — P. T. Del decadimento dell'Istria. «Provincia», XIV, 5. — Morteani. Notizie storiche di Pirano, pag. 56.
  333. De Franceschi. Op. cit. pag. 270.
  334. Ibid. pag. 280. — Kandler. Annali.
  335. De Franceschi. Op. cit. pag. 45.
  336. Vedi mia monografia.
  337. Kandler. Annali. De Franceschi. Op. cit. pag. 278.
  338. Kandler. Annali.
  339. Stancovich. Op. cit. pag. 104.
  340. Relazione al ven. Sen. del 27 agosto 1554 di Maffeo Girardo provveditore in Veglia e del 1554 di Domenico Gradenigo, Pod. e Capit, di Capodistria. «Provincia», VIII, 5.
  341. Cubich. Op. cit. pag. 37-38.
  342. Kandler. Annali. — Specialmente in Capodistria, come dice la seguente parte del Consiglio di Capodistria del 3 agosto 1590 (Vatova. La colonna di S. Giustina. «Provincia», XX, 6): «Si dà incarico all' Eccell. Verona et Sig.r Demosthene Carrerio ambasciatori eletti a' piedi di S. Ser.tà di supplicar, che stante questi calamitosi tempi la povertà di questo fideliss.o popolo, et l'estrema inopia nella quale al pre.nte si ritroua in modo tale, che non habbi pane per otto giorni con perìcolo manifestiss.mo di solleuatione di popolo et total ruina di questa Città, di accommodarci di stara 6000 di robba per il uiuer quotidiano per sostam.to di questo pouero ma fideliss.mo popolo, a' quel precio che parerà alla Ser.tà Sua, la qual robba sia satisfatta di tempo in tempo secondo che si estragara il denaro». — La domanda venne accolta colla deliberazione agosto 1590 in Pregadi, dando 300 staja di miglio, 200 di frumento e 300 d'altro genere verso restituzione.
  343. Kandler. Annali.
  344. Vatova. La colonna di S. Giustina. «Provincia» XIX, 16. — Li 27 decembre 1576 il Giudice Pietro Vergerio Favonio ed i Sindici Francesco Gavardo ed Aurelio Vittorio aveano diggià su tal argomento presentato una scrittura al Provveditor dei sal Francesco Venier. Vedi in fine del lavoro.
  345. Ibib. XIX, 22.
  346. Ibid. XIX, 16.
  347. Ibid. XIX, 20.
  348. «Nicolaus de ponte Dei gratia 'Dux Venetiarum etc. Nobilibus et sapientibus viros Aloysios Mauroceno de suo mandato potestati, et cap.o Iustinopolis et successores fidelibus dilectos salutem, et dilectionis affectum perchè il negotio della atteracion di quella palude, la qual va ogni dì peggiorando con quei publici gravi maleffitij che ci sono più volte stati esposti in voce, et in scrittura dall' Ecc.te D. petro Vergerio Favonio Dottor, et che anco voi ci significate E di tale importanza, che non si deve differir più oltre il dar principio al farvi provisione con rimover per ora le cause principali di esso alteramente che sono il corso del Fiumisino, che sbocca in quella laguna, il scolar delle acque delle coline, et le immondicie, che si gitano, et scolano per le pioggie, però havendo nui veduto così quelle, che voi col cap.o de raspo rispondete in tal materia come anco la relacione del fedel paulo da ponte Ingegnero, vi cometemo col senato che dobbiate per hora col nome di Dio attender a deviar l'acque del Fiumesino con farle entrar et scorer per il cavamento novo altre volte principiato a tal effetto, et condurle per quello fino in capo delle saline verso Isola, a sbocar nel mare: Et oltre ciò farete far una masiera doppia, la qual nella sua estremità s'intesti con li arzeri delle saline, et tutto ciò nel modo, et forma, che si contiene nelli capitoli, che vi mandamo inclusi, della relacion del detto Ingiguero, secondo i quali vi governarete in tutto, et per tutto; provedendo anco quanto immondicio, si che non facciano danno nel avenire, come esso Incignerò ricorda o in qual altro miglior modo, che alla vostra prudentia parerà; per li quali sop.ti effetti del deviar il Fiumisino, et far la masiera per le acque che scolano, vi mandamo Ducati 500 cinquecento, con condicione che non possano esser spesi in altro tenendo della spesa particular conto, con mandarlo poi di qua all' off.o Nostro sop.a le fortezze: et vi valerete in ciò di quella parte che vi farà bisogno à ratta portione delli m/18 opere, che si offeriscono (come ci scrivete) quei fedelissimi Nostri cosi della città come del teritorio procurando con ogni diligentia, che tal opera sia fornita quanto prima, acciò che si continui poi à far il restante di cavar il canale et terreno appresso il ponte conforme à quanto ci scrivete col cap.o di raspo con darci aviso alla giornata di quanto andarete operando, et di quello, che vi occorrerà per la escavatione della prete p. Data in nostro Ducali palatio Die X Martij Indictione X.ma MDLXXXII. Caelius Magnus scr.». — Vatova. La colonna di S. Giustina. «Provincia», XIX, 20.
  349. Ibid. XIX, 22.
  350. Ibid. XX. 5.
  351. Statuto Iustinopolis, Metropolis Istriae. Venet. 1668 pr. Francesco Salerno e Giovanni Cagnolino, pag. 191.
  352. Pietro Coppo. Del sito dell'Istria a Giosefo Faustino. «Archeografo triestino», serie vecchia, vol II, pag. 35: «l'aria vi è saluberrima, per essere difeso da dette colline contro ogni vento pestifero, ostro scirocco e garbino; abbondante di fontane non solo presso alla terra ma anche in più luoghi delle vigne».
  353. «Il Quieto scorre in mare tra alti monti per lo spazio di miglia venti; è navigabile fino alla Bastia, osteria; quasi alla metà in su è impedito ai lati da paludi, ma fino alla detta osteria, ha dapertutto la profondità di passa otto in dieci d' acqua, e si può dire canale e fiume. Imperocchè vi entrano, sopra la detta osteria non pochi (rami) che derivano dalla valle di Montona così detta dal luogo Montona non molto distante; e canale si può dire, perchè l'acqua salsa vi entra, e si mescola colla dolce. Per questo appunto l'aria divien peggiore, dimodocchè nè in esso (Quieto) nè in Cittanova è buona, e certamente la peggiore che sia in tutta l'Istria e Polesana è certamente bel luogo... ma nessuno può vivere lungamente in prospera valetudine, e perciò è quasi deserto, benchè il territorio sarebbe propizio al viver umano, se vi potessero durar le persone, e coltivarlo con diligenza». — lbid. pag. 38.
  354. «Exignus est nostra aetate locus; et quia ventis meridionalibus est objectus, et potabilis aquae laborat copia, non valde frequens...». — Ioh. Bapt. Goyneus Pyrranensis. De sito Istriae. «Archeografo triestino» serie vecchia, vol. II, pag. 59.
  355. «Humacum deinde Civitas nova, civitates ambae ob aeris intemperiem hand omnino tutae. Humacum tamen est portu, et clementiori coelo alteri praestat». Ibid. pag. 64.
  356. «In mediterraneis vero sunt Bulae et Montona amoena et frequenta satis loca et cum aeris clementia tum etiam rerum copia valde prestantia». lbid. pag. 64.
  357. Olmo dott. Fortunato. Descrittione dell' Istria. «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria» vol. I, pag. 150 e seg.
  358. Fra Leandro Alberti. Histria, 'Decimanona regione della Italia. «Archeografo triestino» serie vecchia, vol. IlI, pag. 80.
  359. Petronio dott. Prospero. Dalla parte II delle Memorie sacre e profane dell'IIstria. Notizie storiche di Pola, pag. 245.
  360. Ibid. pag. 238. — Tommasini. Op. cit. pag. 470.
  361. Relation del Clarissimo M. Nicolò Salomon al veneto Senato del 5 marzo 1588. — Notizie storiche di Pola, pag. 373, 378 e 395.
  362. Morteani. Op. cit. pag. 99.
  363. Lettera di Lodovico Vergerio. «Archeografo triestino» s. v., vol. II, pag. 89.
  364. Copia dall'originale nell'Archivio provinciale e «Provincia» X, 7.
  365. «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria» vol. Il, pag. 111 e seg.
  366. «Lontani 5 miglia da S. Vincenti sono li due castelli... Quello verso posi nente chiamato la fortezza Parentina è tutto distrutto, e si vedono antichissime muraglie. Rimane solo abitato quel da levante, che tiene il nome dei Due Castelli, il quale per il sito forte e per la comodità del porto vicino di Leme fu sicuro ricetto avanti che li Genovesi rovinassero la provincia ed era pieno di abitatori come si congettura dalle vestigie di tante case rovinate, che vestivano non solo il colle, ma parte della costiera contigua e tutta la valle, che si frappone tra l'uno e l'altro castello, onde li Genovesi rotta l'armata veneta a Pola passarono nel canal di Leme discosto cinque miglia ed all' improviso presero questi due castelli e li rovinarono abbracciandoli, e sino al giorno d'oggi si vedono li segni dell'incendio... Crebbe ancora dopo il luogo e furono instaurate le case in modo che si annoveravano da duecento fuochi, ma da cento anni in qua per varii casi o forse per l'aria cattiva, è andato mancando, che al presente non vi è più alcuno naturale del lungo e solo è abitato da tre poveri contadini». Tommasini. Op. cit. pag. 432.
  367. Vedi in proposito De Franceschi, op. cit cap. XXXIX.
  368. Kandler. Annali.
  369. Ducale di Alvise Mocenigo del 31 agosto 1571 negli Statuti di Capodistria.
  370. Vatova. Op. cit. «Provincia» XXI, 4.
  371. Stancovich. Op. cit. n. 209, pag. 242-252.
  372. Ibid. n. 441, pag. 431 e nota.
  373. Processi di luteranismo in Istria. «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria» vol. II, pag. 179.
  374. Benussi. Storia di Rovigno, pag. 199.
  375. Tommasini. Op. cit. pag. 201.
  376. Kandler. Annali.
  377. Ibid.
  378. Ibid.
  379. Vatova. Op. cit. «Provincia» XIX, 15.
  380. Kandler. Annali.
  381. Ibid.
  382. Ibid.
  383. Ibid.
  384. De Franceschi. Op. cit. pag. 305.
  385. Nicollich. Op. cit. pag. 125.
  386. Fra Paolo Sarpi. Storia degli Uscocchi, c. I.
  387. De Franceschi. Op. cit. pag. 309.
  388. Ibid. pag. 310-311.
  389. Bonicelli. Op. cit. pag. 46. — Nicolich. Op. cit. pag. 127.
  390. De Franceschi. Op. cit. pag. 313. — Valvassor. Op. cit.
  391. Ibid. pag. 317-318.
  392. De Franceschi. Op. cit. pag. 330.
  393. Relazione di Bernardo Tiepolo al veneto Senato. «Archivio veneto».
  394. Vedi mio lavoro.
  395. Quale segno infausto dei tempi, le autorità venete se la prendevano coi prelati e col clero istriano ai quali attribuivano in buona parte le cause dello spopolamento. Riferiamo in prova i seguenti due passi della relazione al Senato veneto del provveditor Francesco Basadonna, letta nel 1625 («Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria» vol. V, pag. 102 e 104):
    «Et per essere la Religione anco fondamento principale delli Stati et Governi, non deve tralasciare di notificar qualche particolare all' Eccze Vostre dell' uso di essa in molti lochi della provincia. 

    È questa molto mal esercitata, essendovi Religiosi che tengono cura d' anime di » scandalosissimi costumi et pessima vita.

    Molti lochi pij con abuso delle loro rendite vengono distrutti, le Chiese profanate, fatte stalle, ridotti d'animali brutti. Questo succede perchè li Vescovi non stanno nelle loro Diocesi, l'assenza dei quali fa anco pregiudizio alla frequenza degli abitanti, che  concorreriano avanti di loro per diverse cause, anzichè quello di Parenzo se ne sta in Orsera, giurisdittione Pontificia, et giova alla popolazione di quella Terra con pregiuditio grande della stessa Città di Parenzo.

    ....; et se il Vescovo co 'l suo clero vi facesse la residenza (in Pola), le apporterebbe molto giovamento......».

    In quella del Provveditor Giulio Contarini del 6 febbraio 1626 (Ibid. pag. 110) si legge:

    «Del far che i Vescovi stian alla residenza dipendendo in gran parte dalla presenza del Prelato, e dall' esercitio delle funzioni spirituali e cura delle anime, la union de popoli, perchè son cose che non solo mantengono stabili gli abitatori, ma invitano anco altri di venire ad habitare».
  396. Tommasini, Op. cit. pag. 287-289 e 297.
  397. Relazione del Podestà e Capitanio di Capodistria Barbaro Marin. «Provincia» X, 8.
  398. Kandler. Annali.
  399. Ibid. e Relazione del Podestà e Capitano di Capodistria Pietro Basadonna. « Provincia» X, 8.
  400. «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria» vol. II, p. 115. 11 nome del Provveditore non è noto.
  401. Relazione di Angelo Barbarigo già vicario generale del vescovo Lippomano. — Notizie storiche di Montona, pag. 222.
  402. Benussi. Storia di Rovigno, pag. 270.
  403. Manzuoli. Descrizione della provincia dell'Istria, «Archeografo triestino » vol. Ili, pagina 186.
  404. Tommasini. Op. cit. pag. 375.
  405. Negri mons. Gasparo. Op. cit. pag. 143.
  406. Olmo. Op. cit. pag. 157.
  407. Dalla lettera ducale di Alvise Contarini al Podestà e Capitano di Capodistria Gabrielle Contarini del 27 agosto togliamo il seguente passo che si riferisce a Parenzo:
    «Per render anco maggiormente popolata la città stessa crederessimo proprio il raccordo, » che avessero a rimanere coperte altre venti di quelle Case più abili ad accomodarsi, e se per la via di Proclama, o altro invito a quei Abitanti de' luoghi vicini fosse per riuscire l'esecuzione senz'altro stipendio pubblico, sarebbe Vostro il merito di tale oggetto. Altrettanto pregiudiciale alla Popolazione ben incamminata della Città medesima riconoscendosi l'abuso di ridurre le Case dirocate in Orti, o siano Casali, vogliamo, che tali investiture rimangano del tutto intieramente proibite, e sarà parte Vostra ordinar quelle note, che valessero anche a successori Vostri per vietar tali Concessioni contrarie alla Pubblica Mente». — Dalle Leggi statutarie del Paruta, lib. IV, pag. 76-77.
  408. Olmo. Op. cit. pag. 157.
  409. Dall'Informatione del vescovo Gabrieli (1684-1717). «Provincia» XXI, 5. D. V.
  410. Tommasini. Op. cit. pag. 194, 195, 199.
  411. Ibid. pag. 204.
  412. Kandler. Istria, a. I, 1846, n. 10.
  413. Tommasini. Op. cit. pag. 204.
  414. lbid. pag. 214, 249. — Kandler. Istria, VI, 48.
  415. Tommasini. Op. cit. pag. 193, 194, 195, 199.
  416. lbid. pag. 199.
  417. Statuto di Capodistria.
  418. Olmo. Op. cit. pag. 153. — Tommasini. Op. cit. pag. 331.
  419. Relazione del tProveditor ed Inquisito general d'Istria Marco Loredan, del 19 Giugno 1615. «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria» vol. II, pagina 49.
  420. Kandler. Istria, sl. II, 1847, n. 25. — Vedi mio lavoro.
  421. Relazione del Pod. e Cap.o Gabriel Alvise del 1632 e quella del Pod. e Cap.o Capello Pietro del 1633. «Provincia» X, 8.
  422. Statuto di Capodistria.
  423. Relazione di Pietro Basadonna al ven. Sen. del 9 Giugno 163... Notizie storiche di Pola, pag. 406. — Secondo il Kandler (Annali) però nel 1689 veniva aperta in Pola una farmacia.
  424. Kandler. Annali. Notizie storiche di Pola, pag. 77.
  425. Relazione di Vincenzo Uragadin, ritornato Provveditore di Pola. Notizie storiche di Pola, pag. 412.
  426. Relazione di Polo Minio, ritornato Provveditore di Pola. Ibid. pag. 416.
  427. Tommasini. Op. cit. pag. 472.
  428. Luca da Linda. Estratto delle relazioni e descrizioni e particolari del mondo. «Archeografo triestino» serie vecchia, II, 92.
  429. Relazione del Pod. e Cap.o di Capodistria Zusto Angelo. «Provincia» X, 8.
  430. Relazione del 10o Aprile 1669 di Agostino Barbarigo, ritornato Podestà e Capit. di Capodistria. Nelle Notizie storiche di Montona, pag. 223-224.
  431. Manzuoli. Op. cit. pag. 182 e seg.
  432. Relazione dèi Proweditor general Marco Lordati del 16 Giugno 1616. Negli «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria» vol. II, pag. 65.
  433. Tommasini. Op. cit. vol. IV.
  434. Luca da Linda. Op. cit. pag. 92 e seg.
  435. Relazione di Francesco 'Basadonna, ritornato di Proweditor in Istria del 1625 e di Giulio Contarini, ritornato di Provveditor in Istria li 6 Febbrajo 1626. Negli «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria» vol. V.
  436. Tommasini. Op. cit. pag. 432. — Vedi pag. 426.
  437. Dalla relazione del Provveditore Giulio Contarini prima citata rilevasi che molti ritenevano che la malaria fosse la causa dello spopolamento; altri opinavano invece con ragione che lo spopolamento delle terre avesse prodotto l'ammorbamento dell'atmosfera. Citiamo il passo per la sua importanza:
    «È concetto che in quella Provincia sia per natura cattiva l'aria e che da questo sia proceduto principalmente la dishabitatione di motti luoghi, ma questo non è poi così, poichè la verità è che anzi per la dishabitation delle terre e mancanza di fuochi  l'aria divenuta cattiva si fa sempre peggiore. La dishabitation però delle terre da molte cause è proceduto; la prima è che il qualche traffico, quale in altri tempi vi si faceva s'è andato poi nihilando ed al presente è totalmente distrutto e gli uomini a poco a poco si sono andati partendo, sendo vero che quando manca l'occasion del guadagno, mancan gli habitatori, i quali dov' è il bene e l'utile e dove il lor commodo li chiama si conducono; la seconda è stata l'introdutione non avvertita nei principii, la qual presero le genti di partirsi dalle terre principali per andar a star nelle ville più vicine e più commode al godimento e lavoro dei terreni, lontane anco dalla vista e fastidio che rendon le genti delle Galee, nè cosi vicine e presenti all' Imperio ed autorità de Reggimenti. Allettamento che tirato dopo il principio la continuatione, ha rese col tempo dishabitate molte terre e riempite molte ville. Imperciocchè Pola rimasto cadavero di città, ha ingrossato la terra di Dignano e quella di Gallisano, che prima erano sue ville, Parenzo in molte ville ha i suoi già cittadini cosi che è rimasta vacua di gente. Lo stesso è successo ad Umago. E con la dishabitation di Cittanova si è riempito Vertenigo e Torre sue ville. Per la qual dishabitatione mancati i fuòchi che purgavan l'aria, cadute le case e riempiutesi d' immonditie, come anco le strade, si mantien per il fettore l'aria sempre impura e malsana.

    Questo male però non succede in Capo d'Istria, Pirano e Rovigno, nei quali luochi continua l'aria buona, per questo che le genti vi habitano, perchè non avendo sotto d'esse ville con habitatione, escono la mattina le persone a lavorare e la sera tornan dentro, che in Capo d'Istria tal sera ho vedute enumerare sin 1500 persone che entravano di ritorno dal lavorìero; E così col fuoco che convengon fare massime nel verno, e colle case e strade tenute in piedi e nette dalle immonditie, l'aria si mantien buona e salubre».

  438. Relazione del Cap.o di Raspo e Vice Generale in Istria Bernarào Tiepolo, del 1618. «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria» vol. II, pag. 115 e Relazioni citate Basadonna e Contarmi.
  439. Prospero dott. Petronio. Memorie sacre e profane dell' Istria. 1681. — Notizie storiche di Pola, pag. 245.
  440. Statuti di Pirano, Asserte dimande ecc. pag. 4.
  441. Statuto di Cittanova, lib..VIII, cap. VII.
  442. Kandler. Annali.
  443. Relazione del Provveditore ed Inquisitore generale Marco Loredan del 19 Giugno 1615. «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria» vol. II, pag. 43.
  444. Statuto di Cittanova, lib. XXIII, cap. VIlI.
  445. Statuto di Pirano. Asserte dimande ecc., pag. 3.
  446. Statuto di Cittanova, lib. XXIII, cap. VIII.
  447. Bonicelli. Op. cit. pag. 57 e 58. — Nicolich. Op. cit. pag. 139, 140, 141.
  448. Benussi. Storia di Rovigno, pag. 200.
  449. Ibid.
  450. Stancovich. Op. cit. pag. 239.
  451. Ibid. pag. 255.
  452. Ibid. pag. 256.
  453. Ibid. pag. 431 (nota).
  454. Ibid.
  455. Morteani. Isola ed i suoi statuti, pag. 184.
  456. Kandler. Annali.
  457. Tali notizie in generale sulle cure degli ammalati vennero tratte dalla Corografia citata del vescovo Tommasini. «Archeografo triestino» vol. IV, pag. 60, 61, 62, 63.
  458. Benussi. Storia di Rovigno, pag. ni, 144. — Kandler. Annali. — Cubich. Op. cit. pag. 38, e Relazione Badoer, nella «Provincia» X, 9.
  459. Cubich. Op. cit. pag. 38.
  460. Benussi Op. cit. pag. 144.
  461. Benussi Op. cit. pag. in, 114. — Kandler. Annali.
  462. Relazione Badoer, «Provincia» X, 9.
  463. Relazione del Pod. e Cap.o di Capodistria Enrico Dandolo. «Provincia» X, 9.
  464. Cubich. Op. cit. pag. 38.
  465. Benussi. Op. cit. pag. in.
  466. Relazione del Pod.a e Cap.o di Capodistria Lodov. Morosini. «Provincia» X, 9.
  467. Relazione del Pod.a e Cap.o di Capodistria Mattio Dandolo. «Provincia» X, 9.
  468. Nicolich. Op. cit. pag. 250.
  469. Relazione Badoer 1. c.
  470. Cubich. cit. ck. pag. 39.
  471. Kandler. Annali.
  472. Manoscritto del canonico Caenazzo in Benussi, op. cit. pag. 199 (nota).
  473. Negri mons. Gaspare. Op. cit. pag. 154 e seg.
  474. Relazione del Pod.a e Cap.o di Capodistria Cassetti Zuanne, «Provincia » X, 9.
  475. Fortis dott. Alberto. Saggio d'osservazioni sopra  l'isola di Cherso ed Ossero. Venezia, 1771. — Kandler. Istria, a. I, 1846, n 8.
  476. Consulta sulla malaria di Pola. Esposizione del dott. Giovanni Vincenzo Benini medico in Capodistria e fungente le veci di protomedico della Provincia in evasione al Decreto 20 ottobre 1798 n. 4268 del c. r. Governo provvisorio, intorno alla Relazione del dott. Arduino medico della Città di Pola, e sulla Terminazione di quel R. C. Collegio di Sanità, intorno ai bisogni ed ai mezzi di render possibilmente salubre l'aria della città stessa. — Kandler. Istria, a. IV, 1849, N. 16.
  477. Nel 1792 erasi costrutta un' ampia cisterna presso il duomo, nella credenza di giovare coll'acqua pluviatile alta pubblica salute, sebbene ci fosse l'acqua perenne ed abbondantissima dell'antica sorgente.
  478. Allo scopo di preservare in parte la città dal vento australe, ritenuto a quei tempi apportatore di malaria.
  479. Benussi. Op. cit. pag. 132.
  480. Kandler. Annali.
  481. Kandler. Istria, a. IV, 1847, n. 51. — Relazione del 28 novèmbre 1749 del Pod. Cap. di Capodistria Nicolò Maria Michiel.
  482. Benussi. Op. cit. pag. 132. — Relazione del Pod. e Cap. di Capodistria Miehiel, del 20 novembre 1749.
  483. Bonicelli. Op. cit. pag. 53. Nicolich. Op. cit. pag. 149.
  484. Bonicelli. Op. cit. pag. 64.
  485. Fede del parroco Michele Cosulich del 26 febbraio 1759 in Nicolich, op. citata, pagina 260.
  486. Bonicelli. Op. cit. pag. 67 (nota).
  487. Relazione sui Fontici del 6 giugno 1766 del Pod. e Cap. di Capodistria Michiel.
  488. Stancovich. Op. cit. pag. 263.
  489. Benussi. Op. cit. pag. 155-156.
  490. «Provincia» XVIII, 22. Estratto di G. V.
  491. Relazioni in copia nell'Archivio provinciale.
  492. Benussi. Op. cit. pag. 210.
  493. Kandler. Annali.
  494. Cubich. Op. cit. pag. 146.
  495. Benussi. Op. cit. pag. 241.
  496. Qui devo rendere grazie al mio amico M. R. Don Antonio Urbanaz, parroco del luogo, il quale mi rendeva avvertito di tali cause di morte e mi offriva all' ispezione i registri parrocchiali.
  497. La lettera venne scritta li 16 gennaio 1870.
  498. «Provincia» XIII, 22, 23, 24.
  499. Benussi. Op. cit. pag. 144. - Nel 1813 cadde una terribile grandinata.
  500. Kandler. Annali.
  501. Benussi. Op. cit. pag 144.
  502. Cubich. Op. cit. pag. 46.
  503. Istruttiva in questo riguardo è l'opera Die Cholera des Iabres 1886 in Jstrien und Görz-Gradisca pubblicata dal capomedico provinciale dott. Adalberto Bohata, i. r. Consigliere di Luogotenenza (Trieste, editore l'i. r. Consiglio sanitario provinciale. Tipi di L. Herrmanstorfer, 1888), nella quale sono riassunte le epidemie di cholera del Litorale.
  504. Bossi dott. Giovanni. Rapporto sanitario per ìa città di Pola per l'anno 1886. — Pola, Seraschin 1887, pag. 13.
  505. Legge 19 marzo 1874, n. 8 Boll. prov.
  506. È probabilmente nota la polemica scientifica mossa dall' illustre prof. Golgi della R. Università di Pavia intorno l'appoggio da me prestato alla teoria di Klebs e Tommasi-Crudeli sull' ente organico, che si presume causa della malaria. Il professor Golgi, col quale mi sono trovato in corrispondenza epistolare sull'argomento, m'ha gentilmente da oltre tre mesi fatto dono della sua monografia Ueber den angeblichen Bacillus malariae von Klebs, Tommasi-Crudeli und Schiavuzzi (Beiträge zur pathol. Anatomie und zur allgemeinen Pathologie von Profess. Dr. Ernest Ziegler. Iena. Band IV), nella quale combatte a tutta oltranza le teorie delle due prime insigni persone, appoggiate da me cogli esperimenti eseguiti in Pola. Il Golgi vagheggia una teoria del tutto differente. Però egli stesso si trova nel campo delle ipotesi, giacchè l'organismo da lui ammesso, scoperto alcuni anni or sono dai prof. Marchiafava e Celli, venne trovato bensì nel sangue dei malarici, ma non nelle atmosfere infette. Sicchè tale argomento di molto interesse scientifico, ma di poca importanza pratica, si trova sulla via molto inoltrata delle indagini e per conseguenza della polemica, ed è sperabile che da tutto ciò risulti una luce vivida e chiara.
  507. Cassiodoro. Epist. cit.

Tratto da:

  • Bernardo Schiavuzzi, "La malaria in Istria. Ricerche sulle cause che l'hanno prodotta e che la mantengono", Atti e memorie della Società istriana d'archeologia e storia patria. Vol. 5 (Trieste, 1889), p. 319-471. (Google books)
  • Note - Treccani.it

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Created: Tuesday, March 31, 2009. Last Updated: Saturday, April 16, 2016
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