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Bernardo Schiavuzzi Istriani Illustri |
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Le istituzioni sanitarie istriane nei tempi passati
Le tradizioni, i miti allegorici e le molte allusioni nei sacri testi ci fanno testimonianza che l'igiene ed il mantenimento della pubblica salute fossero oggetto di cure speciali persino presso i popoli antichi meno civilizzati. Nell'Oriente, culla dell'umanità, donde, quale splendido sprazzo di sole, ebbe a spargersi la luce della civiltà su tutti i paesi del mondo, e partironsi i popoli ad abitare le incolte regioni dell'Occidente, troviamo pure i primi cenni di ordinamenti igienici, di usanze e consuetudini atte a mantenere robusta la fibra umana ed a difenderla contro le aggressioni dei fenomeni naturali. Benchè adombrata dalle favole, ci si presenta splendida la vita negli stati dell'antico Oriente. Vediamo Babilonia riccamente fornita di fontane, di piscine, superba pei suoi giardini pensili; troviamo la Perside sotto l'impero degli Achemenidi (559-529 a.C.) provveduta di vasti lavori [316] d'irrigazione, allo scopo di rendere fertile il paese e mantenerlo salubre. Nell'Avesta e nelle dottrine di Zoroastro occorrono frequenti le allusioni all'igiene. Ed anzi quest'ultima teoria religiosa, col porre a capo del creato la luce e l'oscurità, e coll'illustrare i contrasti che fra queste due manifestazioni naturali palesansi nel decorso delle epoche, espone fatti che hanno grande attinenza, vuoi colla fisiologia, vuoi coll'igiene. La notte — dice Zoroastro — per mezzo del sonno paralizza l'attività dell'uomo e manda nelle abitazioni patriarcali gli animali del deserto; solo quando spunta la splendida luce di Mitra, seguita dai raggi del sole, si può riprendere i lavori dei campi, le piantagioni, l'inaffiamento dei terreni. Nella sua dottrina, la tendenza verso il benessere fisico, verso la creazione d'un'esistenza agiata, che permetta di allevare i figli e di procurare abbondanti mezzi di vivere, insensibilmente si trasforma in un dovere religioso; la pulizia del corpo, che favorisce la salute, diventa un'abluzione religiosa. Quando dal calore della sabbia sorgono i miasmi, e circondano il sole d'un fitto velo, ciò viene da Zoroastro attribuito all'azione di spiriti cattivi. È il contrasto fra le due divinità Ahuramazda (Ormazd dell'Avesta) con Angromanju (Ahriman dell'Avesta), fra la luce e l'oscurità, che viene indicato come movente le principali avversità, come causa dei morbi epidemici, determinati questi dal sopravento del genio del male, personificato nell'oscurità (Angromanju-Ahriman). Ed è perciò che nella Perside veniva adorato il fuoco come purificatore dell'aria e delle cose, come ostacolo allo sviluppo dei mali (1). Le stesse dottrine si ripetono pure in Egitto, e riescono evidenti quando al posto delle due divinità persiane si ponga Osiri e Tifone. Platone nel suo libro intorno ad Iside ed Osiri spiega l'azione di queste due divinità ed attribuisce ad Osiri tutti i fenomeni tellurici, atmosferici e fisiologici favorevoli all'uomo ed agii animali, ed all'infausta divinità Tifone ogni opposizione al loro manifestarsi ed anzi ogni comparsa di morbi o di disgrazie. Gii Egiziani ancora 4000 anni avanti Cristo godevano d'una civiltà molto avanzata. Da Osiri avevano di già appreso l'arte di fare il vino e di custodirlo in cantina, nonchè di confezionare la birra, mentre 2000 anni più tardi creavano una legislazione sanitaria esauriente ed ordinata. Il papiro Ebers, libro di farmaci presso gli antichi Egiziani, contiene molti dati intorno [317] alle cognizioni mediche di quel popolo. Essi erano a conoscenza perfetta di molti parassiti interni del corpo umano e dei danni da essi arrecati. L'Anchilostoma duodenalis, l'Ascaris lumbricoides, la Tenia mediocanellata e l'Oxyuris vermicularis erano loro notissimi. Lo stesso papiro contiene cenni intorno la Lepra, l'Elephantiasis, il Pterygium, e c'insegna come gli Egizii fossero, benchè superficialmente, forniti di sufficienti nozioni anatomiche e fisiologiche. La medicina presso gli Egizii era in mano dei sacerdoti, i quali per rito religioso s'astenevano da certi cibi, come dai legumi e dalle carni di porco o di pecora. Usavano di bagni, di lavacri della pelle e di unzioni con olii ed unguenti ed imbalsamavano i loro morti. Dove questo popolo si ebbe però a distinguere particolarmente, si fu nell'edificare le abitazioni e le città. Oltre al fornire un'enorme solidità alle costruzioni, gli Egizii provvedevano con perspicacia all'escavo di canali bene ideati, alla erezione di cataratte, a fossi di drenaggio, coi quali trascinavano la fertile acqua del Nilo e gli scoli delle città, sui campi d'irrigazione. In tal guisa ne ritraevano utile le città e ne avvantaggiava l'agricoltura. (2)Alla sapienza egizia attinse pure Mosè, il grande legislatore biblico, e ne trasse vasti dogmi d'igiene e di legislazione sanitaria. Il sacro testo contiene prescrizioni dirette a regolare l'igiene dei matrimonio ed a limitare, anzi a proibire le unioni fra consanguinei. Innalza a prescrizione dogmatica l'operazione della circoncisione (3), la di cui origine risale di [318] certo a motivi d'igiene, ed a guisa degli Egizii, le di cui mummie maschili presentano le traccie dell'operazione, l'estende a tutto il popolo. Egli introdusse fra gli ebrei l'uso di frequenti abluzioni, come lo provano le piscine che esistevano nei pressi delle loro città, fra le quali è nota la Piscina probatica di Gerusalemme, in cui gli affetti da malattie cutanee erano costretti di farvi il bagno. Sono pur note le cure adottate dagli Ebrei contro la diffusione di certi morbi, come p. e. la lebbra ed i contaggi. Nel testo mosaico occorrono poi le disposizioni intorno ai seppellimenti, all'allontanamento delle materie fecali, alla nettezza dei pozzi e dei serbatoj d'acque, alla scelta dei cibi (4). Nella storia dell'antichità i Greci occupano pure per argomenti di igiene un posto principale. Non solo gli uomini di Stato, ma anche i principali filosofi e scienziati della Grecia si dedicarono con ispeciale cura a dettare regole di polizia sanitaria e di medicina pubblica. Licurgo (1800 a.C.) insegnava che per mantenere robusto il corpo sono necessarii la temperanza (5), la semplicità dei costumi e le privazioni; egli stabilisce la educazione dei figli quale compito dello Stato, esprimendosi che «nessuno vive per sè stesso, ma assieme agli altri, per tutti». Solone, Pitagora, Platone ed Aristotile, e specialmente i due ultimi approvarono le teorie di Licurgo e dimostrarono d'essere a piena cognizione dell'importanza dell'azienda sanitaria. Attribuirono il massimo valore ad una giusta educazione dei fanciulli, specialmente agli esercizii ginnastici e di lotta, perchè quelli [319] formano il portamento del corpo, questi danno l'agilità. Interessanti pei modi di vedere d'allora sono le espressioni dei filosofi greci intorno all'importanza delle condutture d'acqua, dell'impianto di strade, dell'erezione di edifizii, Aristotile dice: «Ciò che noi di più e più di spesso adopriamo pel corpo, esercita anche la massima influenza sopra la salute. E ciò è specialmente l'aria e l'acqua. Per una città la cosa più necessaria è una sana situazione. L'acqua e le sorgenti devono esistere in quantità sufficiente, e possibilmente nella città stessa; se ciò non è fattibile, si deve ajutarsi coll'erezione di molte e grandi vasche pel raccoglimento delle acque piovane, onde non restarne senza nel caso d'assedio. Perciò si deve da un'amministrazione cittadina previdente, nel caso che tutta l'acqua non sia buona e abbondante, far distinzione fra l'acqua potabile e quella destinata ad altri usi». Riguardo alle palestre ginnastiche ed ai bagni dice Platone: «In tutte le città devonsi erigere palestre pei giovani e tepidarii pei vecchi, e provvedere la quantità necessaria di legna da ardere, onde questi bagni guariscano l'infermo e soccorrano i corpi sfiniti dal lavoro dei campi. Ad amministrare tali istituti sanitarii egli voleva venissero nominati tre guardiani della città, che in aggiunta ad altri incarichi s'assumessero anche questo» (6) Si può anzi dire che l'uso dei bagni sia d'origine, se non orientale, almeno greca, perchè la voce latina balneum o balineum deriva chiaramente dal greco balaneon. Il singolare balneum si mutò nel plurale balnea o balnearia, quando si cominciò ad unire molti bagni assieme ed a formarne degli stabilimenti. Si chiamarono in latino anche balneae o baleneae i bagni pubblici, i bagni della plebe. La voce greca poi deriva da ballo e ania, che significherebbe caccia-dolori, mentre l'altra usata dai Greci, di dontron, è sinonimo di semplice lavacro» (7). Non minori furono le cure dei Greci pella sorveglianza dell'azienda annonaria. In Atene il mercato era sotto la vigilanza di speciali impiegati, e Platone nei suoi colloqui sulle lèggi, condanna all'esecrazione colui, che porta al mercato merci falsificate, e lo dice meritevole di tutto il rigore (8). Ai tempi d'Ippocrate (450 a.C.) per opera di questo medico e filosofo venne fatto un po'di luce anche intorno all'essenza dei varii morbi [320] epidemici, fino allora abbandonati alla volontà degli Dei, e provveduto per una specie di disinfezione e purificazione dell'aria. Alla Grecia sì innanzi nelle sue istituzioni civili segue Roma. Dietro l'esempio dei Greci, ma più specialmente degli Etruschi, Sabini, Osci e Siculi, i Romani iniziaronsi per tempo nelle scienze igieniche, e procedettero per secoli, fino ad elevarsi ad un grado di meravigliosa perfezione. Numa Pompilio istruito nelle scienze sabine vietò con leggi i sepolcri ed i roghi dei cadaveri entro la città. Dettò che la frugalità rusticana, il vivere castigato e severo, le parche mense e la temperanza in ogni casa, fossero sufficienti a tutelare la salute. Creò i Modimperatores che proibivano il vino alle donne ed ai fanciulli e le crapule nei convivi (9). I sacerdoti Arvali colle leggi e le feste agrarie furono di grande vantaggio, insegnando agricoltura e ginnastica, difendendo la città dagli effluvii delle paludi Pontine coi boschi di lauro e di mirto, i pavimenti e le pareti delle case coi mattoni e gl'intonachi asciutti. l'aer puro, dicevano, dà vita, il salubre accresce sanità. Temevano l'aer tabificus, la domus pestilens, la lues in ogni casa, quindi i purificatori frequenti, gli spiramenta, le aspersiones aqueae et thaeda (10). A tanta venerazione si giunse per le leggi sanitarie che si chiamò il giure romano un poema sacro che conteneva filosofia pratica e civile, economia [321] ed igiene pubblica. Gli àuguri ed i medici pubblici e privati consigliavano i magistrati in tutto ciò che apparteneva alla salute generale, alla polizia medica, alla medicina legale. Gli Edili, i Prefetti, i Censori, i Questori, magistrati in parte sanitarii, conservavano e moltiplicavano i magnifici acquedotti e le acque potabili (11), le fonti e terme minerali, i ginnasii, i giardini pubblici (12); sorvegliavano alla nettezza delle vie ed alla salubrità delle case, alla conservazione e spaccio delle vettovaglie, gettando nel Tevere i cibi e le carni guaste ed insalubri. I duumviri navali custodivano la sanità delle navi e dei militi di mare. S'avea cura infine dei feti, degli esposti, dei parti mostruosi e deformi, degli orfani, sordomuti, pazzi ed infermi. Ai tempi d'Augusto fiorivano in Roma ospizii ed ospitali provveduti del necessario personale sanitario. Nei libri delle Pandette e dei codici vi hanno leggi sull'esercizio della medicina, sulla polizia medica, sull'igiene pubblica e sulla medicina legale. Leggi e franchigie speciali proteggevano gli esercenti medici e le loro officine (tabernae) (13). Lunga riescirebbe la serie delle opere romane eseguite in favore dell'igiene pubblica, se qui le si volesse tutte enumerare. Ci basti menzionare [322] la canalizzazione di Roma eseguita sotto Tarquinio Prisco e compiuta da Tarquinio il Superbo, in grazia della quale venne asciugato il sottosuolo paludoso di Roma e trasportate nel Tevere le acque mediante la cosidetta Cloaca maxima. Nomineremo indi le opere di drenaggio della campagna romana, dei colli di Roma, eseguite mediante cunicoli tagliati nel tuffo di squisito lavoro; opere di cui ancora presentemente esistono vaste traccie e che riempiono di meraviglia per l'arditezza del lavoro e per la finezza di esecuzione.
La civiltà romana fece sentire la sua benefica influenza in oggetto d'igiene anche nella nostra provincia, e come avviene negli altri paesi che appartennero al dominio romano, riscontransi anche in Istria avanzi di acquedotti, rovine di bagni e di cisterne, lavori di drenaggio nelle città e campagne. Ci restano ancora le tradizioni del civile ordinamento igienico, alle quali dobbiamo molte norme statutarie ed il genio dell'ordine e della nettezza, che distingue le nostre città. Emergono in prima linea le grandi opere eseguite per provvedere le città di buona acqua potabile, e cominciando dagli acquedotti segneremo per i primi quelli eretti in Trieste, colonia romana. Questa città aveva al tempo degli Antonini circa 20,000 abitanti. Tre acquedotti allora presumibilmente vi funzionavano; quello di Timignano costruito nel 15 a.C. vi convogliava dalla valle di S. Giovanni in Guardiella nelle 24 ore in media M. C. 200 d'acqua; quello delle Sette Fontane (circa della stessa epoca) dalla valle di Rozzol altri M. C. 200; quello di Bagnoli (costruito nel 32 d. C, quando i due primi non davano più sufficiente acqua per l'accresciuta popolazione) veniva dalla valle della Rosandra a sette miglia di distanza dalla città e dava M. C. 3500, assieme in media M. C. 3900. Ogni abitante perciò a quell'epoca avrebbe avuto la considerevole quantità di 195 litri d'acqua al giorno, senza calcolare quella dei pozzi (14). Nell'epoca stessa in cui venne costruito l'acquedotto di Bagnoli, si traeva in Pola l'acqua dal Montemaggiore a 30 miglia di distanza, e nel 161-172 s'innalzava l'acqua Augusta all'altezza dell'attuale castello, e da colà la si spartiva nella parte superiore ed inferiore della colonia. Di ciò [323] ci la testimonianza la lapide rinvenuta nel 1831 a poca distanza dalla porta Giovia o Gemina. Ne diamo qui l'iscrizione. (15) L • MENACIVS • L • F • VEL Parenzo ebbe pure un proprio acquedotto, del quale si vedono ancora le traccie lungo la riva del mare nella direzione di Molin de Rio. Le acque potabili non erano soltanto fornite dagli acquedotti, chè alla scarsità di acqua, ed al grande consumo che ne facevano i romani, supplivasi altresì coll'escavo di frequenti pozzi, e colla erezione di ampie cisterne (16). Diffatti le frequenti abluzioni, l'uso dei bagni in ogni stagione, e molte altre abitudini, richiedevano una grande quantità d'acque dolci eccellenti. Le rovine di cisterne, o di stabilimenti balneari sono frequenti in Istria e trovansi sparse lungo i paesi della costa, e nell'interno della provincia, [324] specialmente ove la costruttura calcare del terreno non permette una ricchezza d'acque del sottosuolo e la buona qualità delle stesse (17). Le rovine dei bagni invece sono talvolta sontuose, trovandovisi pavimenti musivi di buona fattura ed abbondanza di marmi, i quali attestano l'importanza che i Romani annettevano alla nettezza del corpo. Nè minori erano le cure che i Romani ponevano nella canalizzazione delle città. Le principali colonie avevano un'ampia rete di canali deacquificatori e di espurgo, i quali percorrevano nel sottosuolo delle vie principali e sfogavano al mare. Tali canali vennero scoperti in varie riprese a Pola, ma seguiti e studiati specialmente nel 1886-1887. Percorrevano la via principale ora detta Via Sergia, e le vie laterali. I canali secondari che venivano dal colle gettavansi nel principale della via Sergia, il quale mediante emissarii andava al mare. Una simile rete di canali esiste pure a Parenzo, il principale dei quali scorre sotto la cosidetta Strada grande, la via cardinalis dei tempi romani. Il mantenimento del divieto di seppellire i cadaveri entro il recinto delle città avea pure lo scopo igienico di preservarle dall'influenza dei miasmi derivanti dai cadaveri in putrefazione. Frequenti perciò anche da noi le tombe fuori le mura della città lungo le strade principali, nei giardini, o nei predii privati, scavate nella roccia, o nel terreno, o recintate da mattoni o da pietre, e non rari parimenti i sarcofagi marmorei più, o meno, artisticamente lavorati. La vigile attenzione dei Romani non limitavasi però a mantenere sana soltanto la popolazione adulta, che le stesse cure estendevansi anche in favore delle generazioni crescenti, coll'istituzione di asili per l'infanzia, dei quali si hanno memorie certe nell'Istria tra l'anno 216 ed il 235 (18). Tale splendido sviluppo delle istituzioni sanitarie, simili a quelle della città eterna, ci persuade che neppure il personale sanitario scarseggiasse nella nostra provincia. Si ha anzi memoria di medici esercenti in Istria, vale a dire di A. Azio Caio, di P. Coesio Ortensiano, e di Cajo Alfio [325] Isocriso (19). II ripetersi in Istria delle stesse cariche, che in Roma presiedevano alla salute pubblica e delle quali troviamo menzione nei monumenti e nelle lapidi, come p. e. gli àuguri, i duumviri, gli edili, i censori ecc., ci fa fede, che la provincia godesse di quelle stesse istituzioni che vigevano allora nella Capitale e nelle colonie principali. Succeduto al regime degli imperatori romani quello dei Goti ed indi quello dei Bizantini, le istituzioni romane, abbenchè innestate negli animi e negli usi della popolazione, decaddero un po'alla volta; cessarono, o si fecero più intermittenti, e meno sorvegliate dall'alto, le cariche, che presiedevano alla pubblica salute, e come abbandonavansi gli altri ordinamenti che fino allora erano stati il cardine del pubblico governo, sostituivansi alle vecchie cariche nuove, più corrispondenti ai modi di vedere, ed al mutamento avvenuto nelle condizioni generali. Aggiungansi a tutto questo le lotte scientifiche iniziate dal grande medico Galeno contro la esistente e predominante scuola romana od asclepiadea, le quali non fecero che danneggiare le istituzioni mediche e sanitarie, [326] e gettarle in un'accozzaglia di disquisizioni d'indole filosofica e metafisica, frammischiando le dottrine più proteiformi colla logica, e la locuzione prolissa, sofistico-dialettica, le ipotesi peripatetiche sugli elementi e gli umori col panteismo ed il misticismo degli Alessandrini ed Asiatici, lasciando in tal guisa in disparte tutti quegli ordinamenti pratici, che soli riescono utili alla pubblica salute. Tale confusione nelle teorie sanitarie non fu senza conseguenze anche nella nostra provincia, ove si affievolì di certo la cura del mantenimento di quei provvedimenti sorti e durati sopra modi di vedere del tutto differenti; dal che ne nacque che per alcuni secoli la salute pubblica fosse lasciata in balìa del capriccio personale, e non regolata da un sistema generale. E deve essere così stato, dal momento che poco si sa di quanto è avvenuto in quell'epoca in fatto di legislazione sanitaria, mentre le notizie storiche generali sono abbastanza ricche negli anni che decorrono dal 300 d. C. fino al 1000. Si eccettui forse un solo Editto, pel quale nel 658 veniva concesso anche in Istria di seppellire nel sagrato dinanzi alle chiese, non però entro le stesse, riconfermato nel 767 sotto Leone Isaurico (20). Invece, quando per l'effetto favorevole prodotto dalla creazione delle scuole di medicina e delle Università, di cui la principale e più importante quella di Salerno in esercizio ancora nel VI secolo, e specialmente pel grande mutamento d'idee ed arricchimento di cognizioni pratiche avvenuto a merito delle crociate, nonchè per l'influenza di Venezia, già ricca di floride istituzioni sanitarie, s'apriva un varco amplissimo nell'apatia sanitaria fino allora dominante, troviamo i diversi Comuni istriani affaccendati a dettare i proprii statuti e trasfondere in essi a larga mano ricca materia ed ottime norme in argomento sanitario, esemplari per i provvedimenti ed istruttive per la forma. Ed è principalmente in tali codici, cui noi attingeremo nel dettare queste pagine, non trascurando la ricca messe d'ordinanze e di decreti emessi dal governo veneto, e dalle giurisdizioni feudali.
Gli statuti che ci venne dato di consultare sono quelli di Buje, Pirano, Cittanova, Rovigno, S. Lorenzo del Pasenatico, Valle, Grisignana, Parenzo, Veglia, Pinguente, Trieste, Due Castelli, Albona, Dignano, Pola, Muggia, [327] Isola, Capodistria, Umago, Portole e Montona, ed un codice contenente le Terminazioni feudali di Barbana sull'Arsa (21). Gli statuti di Trieste datano dal 1150, 1350, 1401, 1365 e 1550 ed hanno addizioni di varie epoche. Lo statuto di Buje è quello del 1412; quello di Pirano è l'edizione volgare del 1606, mentre la terra ne aveva nel 1274, 1307, 1332, 1358, 1384 e 1578; quello di Cittanova è del 1450; di Rovigno del 1531; di S. Lorenzo del Pasenatico del 1600 circa; di Valle del 1467, di Grisignana del 1558, di Parenzo del 1363, di Veglia dei primi anni del 1500 circa, di Pinguente del 1437 e 1575, di Due Castelli del 1413, di Albona del 1341, di Dignano del 1492, di Pola del 1431 e del 1640, di Muggia del secolo XIII, di Isola del 1360, di Capodistria del 1394, 1423, 1668, di Umago del 1540, di Portole del 1421, e di Montona. (22) Statuti possedevano tanto l'Istria veneta, quanto l'austriaca. Nella parte veneta ebbero forza di legge, assieme col diritto romano, fino al 1.° maggio 1806. Da quell'epoca fino al 1.° ottobre 1813 entrò in vigore il codice Napoleone. Indi fino al 1.° ottobre 1815 ripresero l'antico posto il diritto romano e lo statutario, per poi cedere definitivamente dinanzi il Codice civile austriaco. Invece nella parte austriaca il diritto romano e lo statutario rimasero soli padroni del campo fino al 1.° gennajo 1787, nella qual epoca entrò in vigore assieme con essi la prima parte del codice civile di Giuseppe II, che durò fino al 1.° gennajo 1812, in cui venne introdotto il Codice Napoleone. Quest'ultimo però col 1.° agosto 1814 cessava e riprendevano la primiera forza di legge il diritto romano, lo statutario e la prima parte del codice civile di Giuseppe II, sostituiti poi nel 1.° ottobre 1815 dal codice civile austriaco. [328] Abbiamo divisa la materia in sei capitoli riflettenti l'Annona, l'Acqua, l'Aria, il Servizio sanitario, le Fattucchierie e la Popolazione, ponendo in nota il titolo dei capitoli statutarii, riproducendone i più importanti e riportando altresì nella loro integrità quei decreti o decisioni che emergono per merito particolare. Annona. Pane. — Le disposizioni statutarie e governative che ci sono conservate sulla vendita e confezionatura del pane sono esaurientissime. Le frequenti carestie di cui ebbe a soffrire la provincia prima del secolo undecimo, causate dalle fazioni di guerra o da avvenimenti meteorologici straordinarii (23), indussero i nostri antenati a provvedere con saggie disposizioni alla conservazione entro le città e castella della quantità necessaria di cereali e di farine pella preparazione del pane e per gli usi domestici in generale. Diffatti in quei tempi il pane di frumento aveva un'importanza maggiore che oggidì, perchè le popolazioni non erano ancora in possesso del Mais e delle patate, le quali appena dopo la scoperta dell'America passavano in Europa, e qui divenivano un cibo della massima diffusione. Le sostanze idrocarburiche erano allora ristrette ai soli cereali, costituiti dal frumento, dalla segata, dall'orzo e da qualche altro grano; e la conservazione di questi prodotti, nonchè dei loro derivati, diveniva oggetto delle massime cure. Vediamo realmente lo Statuto di Capodistria nella sua edizione del 1660 proibire l'esportazione delle biade dalla città (24). Non solo, ma anzi nell'edizione del 1423 trovasi una disposizione intesa a difendere la salute dei consumatori col proibire il raccolto delle biade non mature, le quali non potevano venir vendute che dal giorno di S. Pietro (29 giugno) in poi (25). Lo statuto di Montona, allo scopo di evitare defraudi nei molini, decretava pene severe contro i molinari che rubavano i grani portati colà per la macinazione (26). [329] Onde facilitare ai poveri l'acquisto delle biade ed anche allo scopo d'impedire la eventuale loro mancanza, i Comuni istriani erigevano per tempo i fondaci, diretti da apposito personale. Isola aveva il fondaco ancora nel 1360 e fors'anco prima. In Capodistria esisteva da antico, e fu di somma importanza, specialmente nei casi di carestia (27). In Grisignana veniva aperto nel 1577 (28). In Rovigno il primo fondaco veniva eretto ancor prima dell'anno 1489 (29). Un altro, detto nuovo Fondaco, s'apriva nel 1680 sotto il podestà Daniele Balbi,(30) e nel 1747 quello in piazza grande (31). In Montona esistevano i fondaci ancor prima del 1494 e la loro amministrazione veniva diretta da disposizioni statutarie, e da ordini del Governo (32). I Fondaci venivano sorvegliati accuratamente dal Governo, che poneva tutta la sua attenzione, affinchè vi esistesse sempre quantità sufficiente di grani e di farine. A tale scopo ne veniva vietata l'esportazione, ed i produttori doveano insinuare la quantità del loro prodotto, il quale dovea mediante acquisto esser devoluto a rifornire prima il fondaco, e poscia appena poteva passare in commercio (33). Ad onta di tali premure non mancavano egualmente le carestie, ed allora alla jattura tremenda veniva incontro il governo della Dominante col concedere l'importazione di granaglie dal di fuori della provincia. Il che avvenne li 4 novembre 1404 colla licenza data al Comune di Muggia di far trasportare colà dal Friuli per la via di mare 100 staja di frumento (34). Vediamo ripetersi tale provvedimento nel 2 ottobre 1499 pel Comune di [330] Cittanova, quando il Capitano generale del Mar Melchior Trevisan concedeva alla città di acquistare dalla Puglia o dalla Marca 500 staja di frumento.(35) Del resto ciò non era che una giusta retribuzione pei divieti vigenti in tempi di abbondanza di vendere non solo i cereali, ma anche la farina ed i legumi, in nessun altro luogo all'infuori di Venezia, interdicendo in tal guisa il commercio con altri paesi, con grave danno degl'interessi istriani a tutto vantaggio della Dominante (36). Difesa bene o male la quantità necessaria di frumento, gli statuti andavano a gara nel regolare la preparazione del pane e la sua vendita. Sono in vero ammirabili le disposizioni relative, inquantochè a stento esse trovano un riscontro nelle odierne prescrizioni di legge. Il pane veniva confezionato ed arrostito di regola da donne, che gli statuti chiamano pancogoìe (panicocolae), oppure fornare (furnariae). Esse venivano assunte a giuramento, che in alcuni statuti, p. e. in quello di Trieste, viene specificato e debitamente regolato (37). In Isola le pancogoìe ed i pancogoli non potevano venir eletti a Giustizieri del Comune (38). L'Ufficio della Pancogolaria veniva in questo Comune posto all'asta ed era legato da non pochi obblighi (39). In alcune borgate dovevano le pancogoìe presentarsi ed insinuarsi all'officio della Cancellaria (40). In Barbana vigeva l'ordine che il pane venisse fatto con frumento netto e puro (41). Si regolava altresì il sistema di cottura (42), il modo secondo il quale si dovessero conservare i forni (43), ed in alcuni Comuni si giungeva persino a limitare la quantità di pane, che con una scaldata di forno si avesse da cuocere (44). [331] In Portole veniva imposto che la tassa per la cottura non dovesse venir prelevata dai fornari oltre d'un pane ogni 25, e condannava alla rifusione quel fornajo, che guastasse in qualsiasi modo il pane affidatogli per la cottura (45). Ottenutane una buona qualità, che, attese queste precauzioni, non poteva non essere tale, le leggi statutarie in generale disponevano saggiamente perchè la vendita fosse regolata, e che non nascessero defraudi sì in riguardo al prezzo, che al peso. Citeremo in primo luogo le disposizioni vigenti in Barbana, ove il pane doveva avere il peso prescritto dal Calamiere, verso pena in caso contrario della perdita del pane e d'una multa di Lire 25 per ogni volta (46). Antecedentemente anzi, sotto Lorenzo Loredan, vigeva un'altra ordinanza più estesa e forse più severa, secondo la quale i contrafacenti venivano rimessi per la pena all'arbitrio dei Capitani (47). Simili disposizioni contengono anche gli statuti di Trieste e di Veglia (48). I prezzi venivano fissati di regola, come s'è visto in Barbana, dalle autorità. In Capodistria, il Podestà nel far ciò s'atteneva di consueto ai prezzi vigenti del frumento, e regolava secondo essi non solo il prezzo, ma anche il peso del pane (49). Egualmente avveniva in Dignano, colla differenza che mentre il pane manteneva sempre un prezzo eguale, il suo peso aumentava o diminuiva a seconda del crescere o calare del prezzo del frumento (50). Il peso massimo era di trentasei oncie e valeva un soldo. Simili disposizioni vigevano in Pirano (51). [332] Organi sanitarii appositi sorvegliavano l'esecuzione di tali prescrizioni (52). Carni. — Le disposizioni adottate negli statuti o prescritte con ordinanze speciali riguardo alla vendita delle carni sono moltissime ed esemplari. Emergono in prima linea i provvedimenti presi onde opporsi alla scarsezza delle carni da macello, oggetto di somma importanza nei tempi passati, quando per gli avvenimenti guerreschi e per le difficili comunicazioni, tale calamità era facile a presentarsi. Onde ciò non avvenisse, gli statuti intendevano di provvedere parte col proibire l'esportazione degli animali e parte col favorirne l'introduzione. Lo statuto di Veglia disponeva che in caso di necessità si potesse imporre il vidagio, cioè il diritto di costringere i renitenti a vendere il numero necessario di animali al pubblico macello (53). Ordinava indi che gli animali spettanti al macello e nati nell'isola o sugli scogli, non si vendessero fuori della stessa (54). A questo scopo minacciava della perdita della merce e del naviglio, del bando e d'una grossa multa coloro, che osassero con barche (navigiis vel cymbis), porre in effetto siffatta emigrazione d'animali. Onde avere un controllo assegnava nei casi di concessione pel trasporto il porto di Veglia, sotto sorveglianza dell'Autorità (55). All'opposto favoriva l'importazione degli animali sani dal di fuori dell'isola (56). Non altrimenti avveniva negli altri comuni istriani. Il doge Girolamo Priuli con decreto dell'11 marzo 1530 ordinava che la beccarla di Capodistria fosse sempre fornita di carne nella quantità necessaria alla città (57). Due secoli prima, dietro istanza dei cittadini di Parenzo, i quali [333] lagnavansi della scarsezza di carni salate e di cacio nella loro città, il veneto Senato con decisione del 5 luglio 1397, concedeva a quel Podestà di far importare colà per comodo di quei cittadini dieci migliaja di cacio e sei migliaja di carni salate dalla Schiavonia e con altra decisione del 16 luglio 1400, accordava pure loro di farne venire dieci migliaja di peso per ciascheduna merce dalla Marca e dalle Puglie (58). Nella giurisdizione di Barbana Leonardo Loredan colla terminazione 15 aprile 1576 disponeva efficacemente, affinchè le carni non vi scarseggiassero (59). [334] Gli statuti destinano dei pubblici funzionari, incaricati della sorveglianza nella vendita delle carni da macello, funzionari che nei varii statuti vengono indicati con nomi diversi, i quali, oltre al fissare il prezzo, aveano l'obbligo d'accertarsi, mediante ispezione, che le carni fossero sane. In Buje, in Umago ed in Portole «era il Giustizier di comun», che aveva tale onere, e colà non si poteva vendere la carne, se prima questi non l'avesse bene ispezionata (60). La stessa cosa avveniva in Parenzo, ove gli animali dovevano venir ammazzati nel civico macello, e le loro carni poste in vendita dopo visitate e bollate dai Giustizieri (61). In Montona le carni dovevano venir stimate dai giudici della città, i quali per rimaner liberi d'ogni influenza non dovevano esser cointeressati nell'azienda della macelleria (62). Egualmente in Rovigno, ove tale incombenza era affidata ad Agenti (63). Alcuni statuti, come p. e. quello di Veglia, contemplano il caso della possibile introduzione nel Comune di animali non sani, e la vietano severamente (64). Di fatti concreti che accennino a trasgressioni di tal genere avvenute nei tempi remoti non ci venne fatto di trovarne, ma abbiamo invece sott'occhio una lettera scritta dal Magistrato alla Sanità in Venezia al Podestà di Capodistria Pasquale Cicogna, li 12 ottobre 1755 e 12 decembre 1755, colla quale viene impartito ordine di procedere contro Biaggio Antonin e Matteo Vuch q. Zuanne (probabilmente da Castelvenere), perchè essi si erano appropriati delle carni di tre animali periti con sospetto di [335] male, due nelle stalle del primo ed il terzo in quelle dell'ultimo, domandando un castigo, che servisse di esempio (65). Qualche cosa di simile deve esser avvenuto anche in Rovigno, ove per togliere le frodi dei beccaj, che vendevano le carni di femmine d'animali per quelle di maschi, «e ciò (!) con pregiudizio della salute degli abitanti e con più grave degli ammalati», deliberavasi nella seduta consigliare del io agosto 1719, che la beccaria, ove si macellavano gli animali grossi dovesse star aperta sì di giorno che di notte, e che fossero tolte le porte e le finestre poste dai beccaj «per nascondere le loro delinquenze» (66).Frequenti invece erano i casi in cui venivano offerte in vendita carni d'animali periti non di malattia, ma per accidenti oppure per aggressioni dei lupi, che allora erano frequentissimi nella provincia. Gli statuti distinguono tali carni col titolo di mortesine, e ne permettono la vendita sotto certe restrizioni. Lo Statuto dì S. Lorenzo del Pasenatico vuole che in tali casi le carni vengano visitate dai Giudici o dal loro sostituto autorizzato dal Podestà, e rimessa al loro arbitrio la licenza delia vendita (67). A Capodistria ed in Muggia tale vendita era assolutamente proibita, così in Umago (68). In questa terra si faceva però eccezione pei bovi aratori, i quali se venivano lacerati dai lupi, la loro carne veniva stimata, ed obbligati tutti i proprietarii di eguali animali in Umago ad acquistarla al prezzo che veniva fissato (69). In Pinguente era invece tollerata verso speciale licenza, così pure in Due Castelli, Buje, Dignano e Portole (70). Le carni confiscate venivano distrutte. In Muggia si faceva eccezione per le carni porcine (71). [336] La giurisdizione di Barbana ordinava nel 1627 la stima di quelle carni recate in beccaria offese dai lupi o difettose in altra guisa, la qual stima doveva venir eseguita dagli Zuppani o Pozuppi (72). Egualmente in Veglia, ed anzi si apprende che molti di tali animali morissero per morso di serpenti velenosi, nel qual caso la carne veniva distrutta (73). In Rovigno, probabilmente per evitare la vendita nelP epoca delP accoppiamento, le vacche, pecore e capre non potevano venir macellate dal giorno di Pasqua al 1 settembre senza espressa licenza del Podestà o degli Agenti (74). Talune qualità di carne non godevano buona fama riguardo alla loro digeribilità, p. e. dei montoni e dei becchi, la cui vendita lo statuto di Pirano vietava in tempo di malattie, ed in cambio ordinava un ribasso sui prezzi delle carni ritenute buone, vale a dire di castrato e di manzo (75). In Dignano, in Isola ed in Portole era proibito di mescolare due qualità di carni in una pesata (76). Lo stesso avveniva in Capodistria, ove si doveva cominciare col vendere le migliori e terminare colle peggiori (77). In questa città e così pure in Trieste, Dignano, Isola, Umago e Portole era provveduto a che non si vendesse una carne per un'altra, p. e. di pecora per castrato o di irco per montone (78). In Capodistria ed in Isola non si poteva gonfiare od insufflare col fiatò od altrimenti le carni, e vendere i piedi e gli schinchi (Capodistria) (79). Lo statuto capodistriano vietava [337] altresì la vendita di irco (de hirco de pecude) e di capre nel locale della beccaria e la permetteva nel sito che decorreva dai piloni della beccaria verso il muro (80). Proibiva, il che avveniva pure in Trieste ed in Albona, di estrarre Tombolo (81). Lo statuto di Montona vietava l'estrazione del grasso della carne sì degli animali grossi, che dei minuti (82). Rigorose erano altresì le prescrizioni riguardanti la vendita delle carni ed i prezzi delle stesse. Capitoli appositi degli statuti triestini regolano tale negozio (83), ed anzi, affinchè la vendita potesse venir controllata in modo sicuro, specializzavasi tali disposizioni per ogni singolo macello e beccaria (84). Lo statuto di Dignano ordinava che le carni venissero previamente stimate ed indi poste in vendita secondo il loro valore (85). In Veglia era fissato il prezzo per ogni singola qualità di carne, il quale per alcuni animali variava secondo le singole epoche dell'anno. Riportiamo il testo di tale articolo statutario, per l'importante esposizione dei prezzi allora vigenti sulle carni da esso riportate. «Castrorum carnes, id esl'vervicum, vendantur ad pondus staterae quaelibet libra pro solido 1; carnes arietum, pecudum et armentorum vendantur quaelibet libra pro obulis 8 ad pondus staterae ul'[338] supra. Caprarum et agnorum carries posl'festum Apostolorum Petri et Pauli vendantur quaelibet libra pro obulis io ad pondus staterae, ul'supra: hircorum carnes vendantur quaelibet libra pro obulis 6. Agnorum vero carnes et haedarum a Pascha resurrectionis usque ad festum Ap. Petri et Pauli vendantur ad beneplacitum sine pondere staterae ecc. ecc.» (86). Quanta abbondanza di carne segnano quelle righe!In Rovigno, come si rileva dal Libro Dazii del 1649 (87), vigevano intorno al commercio delle carni i seguenti prezzi: La carne di manzo alla libra soldi 4; quella di vacca soldi 3; di castrato soldi 5; di capra, pecora, tori, montoni e becchi soldi 3; la coradella di castrato con la zeveda (88) soldi 12; senza zeveda soldi 10; la coradella di pecora, capra, montone e becco con la zeveda soldi 10, senza zeveda soldi 8; la carne di capretto e d'agnello fino al giorno di S. Giorgio soldi 6, in poi soldi 5; la testa, coradella, piedi, mula (89) di capretto e di agnello soldi 16; la testa di capra con i piedi soldi 6; di manzo soldi 20, di vacca soldi 16, di castrato soldi 8, i piedi di manzo soldi 2-1/2 l'uno, di vacca soldi 2 l'uno, la trippa di castrato soldi 5, di pecora e di capra soldi 4, la testa di vitello con la lingua soldi 24. Il vitello dovevasi vendere a soldi 5 o 6 la libbra, secondo il deciso del Podestà o degli Agenti. I manzi che pesavano oltre 100 libbre non si dovevano vendere a più di soldi 4 la libbra, ed essendo di peso inferiore a soldi 5, se però forniti di carne grasse. In Dignano, dopo la metà di maggio, gli agnelli dovevano esser venduti ad un prezzo non superiore ad un soldo la libbra, (90) ed in S. Lorenzo del Pasenatico la carne fresca di porco maschio doveva avere/ il prezzo massimo di 16 denari la libbra", mentre quella di scrofa non poteva porsi in vendita ad un prezzo superiore d'un soldo la libbra. (91) Apposito capitolo statutario regolava la vendita delle carni in Pola. (92) In Barbana la giurisdizione esigeva dai beccari la tenitura in evidenza delle carni vendute [339] nei cosidetti «rodoli» i quali dovevano venir ispezionati regolarmente dagli Zuppani o Pozuppi (93). In alcuni Comuni vigeva l'uso di vendere anche carni cotte, p. e. Dignano e Veglia. Forse si temeva, stante l'abbondanza delle carni ed il numero ristretto degli abitanti, che quelle deperissero, per cui venivano cotte, vale a dire allessate ed arrostite. Interessante per la vendita stessa, per la nomenclatura delle parti, nonchè per il prezzo a queste assegnato, è il relativo articolo dello Statuto di Dignano, dal quale stralciamo quanto segue: Spatula ovis vel caprae soldi 3, spatula castronis soldi 4, scaleta inter pectus et schenam soldi 1; schena soldi 3; quarti posteriores non oltre a soldi io per cadauno, colla proibizione di scarnare dagli stessi le rognolatas (94). In Veglia permettevasi pure la vendita delle carni arrostite (carne assatae) oppure cotte (coctae), ma ciò da parte dei soli osti (exceptis cauponis) ed in occasione della festa di Ognissanti e dei soliti mercati o sagre (nundinae consuetae). Tali carni dovevano però provenire da animali uccisi nel civico macello (95). In Montona si faceva molto uso di carni salate, le quali erano per la maggior parte di porco. Esse dovevano dopo la preparazione venir appese all'aria per almeno 15 giorni, certo allo scopo di asciugarle (96). I macellai, i macelli e le beccane venivano sottoposti, nei riguardi di macellazione e di nettezza dei locali, a speciali prescrizioni. Vediamo perciò Veglia fissare le ore in cui dovevasi macellare (dopo l'Avemaria (97). L'animale doveva rimanere legato ad un palo per un'intera giornata, prima di sottoporlo alla mazza. Appena dopo decorso tale tempo era lecito di vendere la testa colle orecchie, prima d'ogni altra parte del corpo. Tale disposizione, si capisce, era diretta ad impedire che gli animali rubati venissero uccisi di nascosto nel macello, e non aveva alcun interesse sanitario, il quale però veniva raggiunto pel fiuto, che si costringeva l'animale ad un riposo prima dell'uccisione. In Trieste troviamo che varii articoli statutarii regolano il servizio di macelleria (98). In Capodistria non si poteva [340] rifiutare la carne ad alcuno dopo principiato il taglio (99). Nella giurisdizione di Barbana la macellazione degli animali doveva aver luogo nel macello, e dopo reso avvertito il Capitano (100). Le macellerie dovevano esser tenute nette e si doveva provvedere per lo scolo del sangue e dei liquidi. In Trieste la macelleria doveva venir selciata con pietre e munita di canali (101). Lo statuto di Capodistria vieta di imbrattarla lordamente (102), e di deporre le carni sul pavimento (103). Volatile e selvaggina. La selvaggina ed il volatile domestico non scarseggiavano a quei tempi. Le nostre foreste abbondavano di lepri, di uccelli d'ogni genere, alcune specie dei quali ora non vi si trovano più. Vi volavano liberi i fagiani e vi vagavano cinghiali, cervi o caprioli, i quali erano frequenti nelle selve del contado di Pisino (104). Non desta perciò maraviglia se i nostri padri anche a questo genere di commestibili posero attenzione e tentarono in ogni guisa di tutelarne l'esistenza e regolarne il commercio. Vediamo nel 1660 in Capodistria proibirsi l'acquisto a scopo di rivendita delle galline, caponi, pollastri e fagiani se non dopo l'ora terza (105). In Trieste vigevano pure simili prescrizioni (106). La giurisdizione di Barbana, naturalmente in favore di S. E. il Conte Loredan, vietava di asportare le pernici prese, le quali, verso compenso, dovevano venir vendute alla Signoria (107). Proibiva indi di uccellare nel territorio della giurisdizione (108), e di cacciare le lepri colla rete (109). Più tardi viene vietato nella stessa giurisdizione la caccia alle lepri, alle pernici con schioppi, reti o cani dal primo giorno di [341] Quaresima fino passato il giorno di S Martino (110), e proibita assolutamente la caccia ai fagiani (111). Pesce. Il pesce abbondava nei tempi passati lungo le nostre coste, e non se ne avvertiva di certo la scarsezza che regna oggidì. Tuttavia gli statuti provvedevano premurosamente acche esso non venisse a mancare sul mercato. A Veglia tutto il pesce doveva venir portato sulla pescheria e non potevasi venderlo nelle barche (in barche vel in cymba), lasciando però al Rettore il diritto di farne scelta e di comprarne per proprio uso, prima che cominciasse la vendita pubblica (112). A Isola pure dovevasi vendere il pesce nella sola pescăria, sita in piazza d'Alieto presso la beccaria, e non in altro sito od in casa (113). A Muggia tutti i pescatori, anche se forestieri, che pescavano nelle acque di pertinenza a quel Comune, dovevano portare in vendita tutto il pesce pigliato sul mercato della Terra (114). Il medesimo aveva luogo a Capodistria ed a Isola (115). La giurisdizione di Barbana imponeva ai pescatori del porto di Pessacco di provvedere Barbana di pesce ogni Venerdì e Sabato, nonchè Quaresima e le vigilie comandate nella quantità di almeno 12 funti (116). Lo stesso ordine veniva ripetuto nel 1674, co^a differenza che veniva imposto al conduttore del Porto di Pessacco di vendere a qualsiasi il pesce al prezzo pagato dal Capitano, dando però la preferenza ai territoriali (117) più tardi furono esonerati da tale onere nei casi di contrarietà di tempo (118). A Parenzo tutti i pescatori che pescavano nelle acque di quel Comune erano obbligati a portare tutto il pesce nel pubblico palazzo, per offrire a S. E. il Podestà, al suo cancelliere ed ai giudici l'opportunità di servirsi pel proprio bisogno, e poscia ad esporlo nel luogo solito ed esitarlo ai prezzi stabiliti e limitati a benefizio degli abitanti di quella città, restando proibita la vendita all'ingrosso di detto pesce, se prima non [342] fossero sonate le ore 18, affinchè cadauno si potesse provvedere vantaggiosamente, in pena di ducati 25 per cadauno e cadauna volta (119), Ulteriori norme fissavano i prezzi del pesce. Troviamo in Veglia che il pesce a squamine (Pisces a squammis) dovevasi vendere a 2 soldi la libbra, equivalenti a 24 oboli. Le Raje (Rajae) senza coda e rostro a 6 bagatini la libbra; i Calamaj (Loliginae) al massimo a 7 bagatini la libbra; le sepie (Saepine) ed i folpi (Polipi) a 6 bagatini la libbra; gli agoni (Agoni) per essere piccoli 100 per 3 soldi. Era, invece, lasciata libera la vendita del rimanente pesce secondo la stagione (120). In Albona i cievoli venivano venduti 3 per un soldo, gli spari 12 al soldo, il pesce grosso 1 soldo la libbra, il minuto della Tratta non meno d'una libbra e mezza al soldo (121). A Umago durante la Quaresima o nelle vigilie il pesce non potevasi vendere al disotto del peso di mezza libbra. In tali epoche le angusigole dovevansi vendere a 2 soldi la libbra, negli altri giorni 18 piccoli la libbra. Delle menole pure in epoca di Quaresima doveva portarsi il 10% del peso fino al migliajo sulla pietra della pescheria, ed il loro prezzo era d'un soldo per ogni 10, e da mezza Quaresima in poi per ogni 12. Gli agoni in tali epoche dovevano vendersi non meno di 31 per soldo (122). Similmente ordinava la Giurisdizione di Barbana, ove il prezzo del pesce durante tutta la Quaresima era superiore che non fosse nel rimanente dell'anno. Così il pesce bianco valeva 6 centesimi per libbra e la minutaglia centesimi 3, durante la Quaresima, mentre durante l'anno il bianco veniva a costare 4 centesimi, e l'altro la metà (123). A Rovigno dal giorno di S. Giorgio sino a tutto il mese di luglio i pescatori dovevano vendere il pesce bianco a soldi 5 la libbra, il nero a soldi 4, ed il matto ed anguelle a soldi 3. Dal 1.° agosto a S. Andrea il bianco a soldi 6 la libbra, il nero a soldi 5, ed il matto ed anguella a soldi 4. Da S. Andrea a S. Giorgio il bianco a soldi 8 la libbra, il nero a soldi 6, il matto ed anguelle a soldi 4. Sotto il nome di bianco intendevansi i varioli, orade, dentali, riboni, cievoli, barboni, anguille, mormora, e di nero i caramalli, angosigole, sargo, scarpena, sparo, boba, suro, occhiada, tenca (124). [343] Onde assicurarsi della freschezza del pesce gli statuti contenevano delle prescrizioni, per quanto savie, altrettanto originali. A Capodistria, p. e., il pesce doveva venir portato dalla barca difilato alla pescheria, ed a quello che non potevasi vendere nel giorno della pesca, doveva venir recisa la coda, affinchè esso cadesse tosto sott'occhio di chi nel giorno seguente venisse a far acquisto in pescheria (125). In Muggia il pesce rimasto invenduto non potevasi esportare che col permesso del Podestà, e non dovevasi vendere nè nella Terra, nè nel territorio (126). Il rivendere il pesce era pure proibito a Capodistria (127). In questa città il pesce doveva venir venduto allo scoperto (128), ed il fracido (pisces putridi) doveva venir gettato via (129). In Isola chi veniva colto mentre vendeva pesce fracido pagava 20 soldi di pena (130). Latte e formaggio. — Sembra che anche due secoli or sono si avesse P abitudine di mescolare l'acqua al latte, perchè vediamo lo statuto di Capodistria proibire tale sofisticazione (131).Somma importanza aveva il prodotto principale del latte, vale a dire il formaggio. Sembra anzi che l'Istria nei tempi antichi ne producesse di eccellente, perchè ci viene dato di incontrare il cacio quale tributo, o quale prezzo di fitto in parecchi contratti fino dal secolo decimoterzo (132). Esso era articolo di prima necessità; e nei tempi posteriori, quando la provincia veniva di spesso flagellata da terribili carestie, prima ad avvertirsi era la mancanza del cacio, sicchè doveasi ricorrere persino all'autorità veneta, onde ottenere il permesso di introdurne dall'estero. Troviamo di fatto che li 11 febbrajo 1400 il Senato veneto ordinava ai rettori di Pola di permettere a quei cittadini di comperare ogni anno, con esenzione dei dazii, [344] per uso dei poveri, sei migliaja di formaggio forestiero, dai legni che approdassero colà, salva l'adesione dei venditori (di Pola ?) (133). Egualmente li 5 luglio 1397, 16 luglio 1400 e 28 giugno 1405 si concedeva agli abitanti di Parenzo di condursi dalla Schiavonia e da altri siti 10 migliaja di cacio, e come dice la decisione del 1405, con cui si accordavano 3 migliaja di cacio «sicul'soliti sumus eisdem in majori summa benignius dar giri» (134).Abbiamo già riferito come in Capodistria il formaggio recente non potesse venir venduto di seconda mano. In Trieste la vendita di esso veniva regolata da apposito articolo statutario (135). A S. Lorenzo del Pasenatico il cacio era particolarmente ricercato ai tempo pasquale, perchè con esso solevasi preparare il pane azimo. Sembra che il prezzo, che in codest'epoca era più basso del solito, avesse solleticato alcuni Podestà a farne speculazione per salarlo, perche vediamo qualmente un apposito articolo statutario s'opponga con tutta energia contro tale abuso (136). Vino. — L'Istria era provincia vinicola per eccellenza fin da tempi antichissimi. I Romani aggradivano molto il vino istriano. Il Pucino, vino che mescevasi alla mensa imperiale d'Augusto, nasceva da vitigni coltivati sui colli di Duino e di Prosecco (137) e certamente anche dell'Istria. Qui forse esso ha i suoi discendenti nell'odierno Refosco, il quale può corrispondere a quelle varietà di Pucino, che Plinio cita, e che fa derivare da uve nerissime (138). [345] La nostra provincia, oltre al Pucino, dava al commercio altri vini ancora, vini che distinguevansi per dolcezza e fragranza. (139) Tale fama durava ancora sotto il dominio gotico, nella qual epoca l'Istria era ricchissima di viti ed il vino ritenevasi uno dei principali suoi prodotti (140). Ed anche nei secoli posteriori la ricchezza vinicola della provincia viene testimoniata nei contratti d'enfiteusi prima accennati ed in altri ancora; infatti fra i principali tributi figura il vino, il quale sotto il nome di ribolla godeva di speciale ricerca. Esso veniva esportato principalmente dai porti di Capodistria, d'Isola e di Pirano e passava a Venezia, attraverso le più minute precauzioni daziarie (141). Se ne produceva abbondantemente ogni anno, e se qualche annata scarseggiava, ciò veniva considerato come una grave disgrazia, cui dovevasi tosto porre riparo. Abbiamo memorie di tali scarsezze p. e. nell'anno 1238, in cui gli enormi freddi facevano perire molte viti (142). Un secolo più tardi e precisamente nel 1349 il vino scarseggiava a S. Lorenzo del Pasenatico, in modo che il Senato veneto in data 5 aprile concedeva a quel Comune di poter ritirare dalle parti di Trieste 25 Anfore di ribolla, e da quelle della Marca 25 anfore di vino, pagandone il dazio. La stessa cosa avveniva in data 25 marzo del 1350, quando per esservi stata l'anno precedente grande scarsezza di vino su quel di Parenzo, si concedeva a questa città di poter ritirare dalle parti di Capodistria e da quelle di Trieste 50 anfore di ribolla. Si ripeteva la stessa concessione al Comune di S. Lorenzo del Pasenatico in data 29 luglio 1349, 4 novembre 1350, 16 agosto 1351 e 16 agosto 1353, di poter, cioè, estrarre dalla Marca e dai luoghi dell'Istria 150 anfore di vino. Li 19 aprile 1357 avveniva il medesimo pel Comune di Umago, reiterando in tal guisa una grazia concessa allo stesso nel 1356. Nel 1360 il vino scarseggiava di bel nuovo in Parenzo, sicchè il 5 ottobre dello stesso anno il Senato veneto, dietro domanda di Ugoccione e Francesco ambasciatori di Parenzo, concedeva di far venire 60 anfore di vino da qualsiasi luogo, ad eccezione di Venezia, verso il pagamento di 3 ducati di dazio (143).Da ciò emergono le cure poste dal Governo d'allora perchè la provincia non soffrisse penuria di vino, mentre i Comuni per sè stessi nulla [346] avrebbero potuto ottenere. Gli statuti istriani, invece, rivolgono tutte le premure a far sì che il vino riesca di buona qualità e privo di quei difetti, che specialmente derivano dall'immaturità dell'uva. A Capodistria troviamo che non era permesso di vendemmiare senza licenza del Podestà (144). La Giurisdizione di Barbana esponeva con pubblico proclama una terminazione diretta a regolare la vendemmia, secondo la qualità delle colture del vitigno, la quale terminazione, per le saggie disposizioni che contiene, riportiamo in nota (145). A Capodistria non si permetteva l'uso del vino nuovo se non quasi un anno dopo confezionato, in modo che appena pel giorno di S. Maria ai 15 d'agosto era permesso di spillarlo (146). Nella stessa città da alcuni si produceva il vino cotto, ma ne era proibita la vendita. Esso però veniva adoperato per confezionare la mostarda. Il vino poi veniva addolcito con miele e talvolta sofisticato persino con sostanze putride (147). Tali sofisticazioni si ripetevano puranco in altri Comuni e le vediamo punite in Barbana, ove il vino veniva mescolato con acqua (148), ed in Trieste, i cui statuti trattano l'argomento della sofisticazione dei vini ancora nello stato d'uva ed in cantina, e del modo di acconciarli quand'essi riescissero di qualità non perfetta (149). [347] Regole speciali disponevano della vendita dei vino nelle taverne, così in Pola come in Trieste (150), vincolando perfino i tavernieri al giuramento (151). A Dignano poi, come dice lo statuto, «ad removendum Iuvenes Adignani a mala via», proibivasi agli osti ed a qualsiasi persona, sotto pene pecuniarie e perdita del vino, di vendere e di dare a credenza del vino ai figli di famiglia (152). Olio. — Intorno a questo prodotto, celebre per la sua bontà persino ai tempi romani, alcuni statuti si occupano con ispeciali articoli. A Veglia, ove si ricavavano due qualità di olio, cioè una dalle olive intere ed una dai nuclei, detti sansa o polpame, era proibito severamente il macinare questi ultimi assieme alle olive intere, ma ciò doveva aver luogo separatamente per ciascuna delle due qualità. E chi vendeva l'olio doveva indicarne la provenienza (153). Le regole che a Capodistria vigevano pel confezionamento dell'olio erano poco dissimili da quelle attualmente in vigore, se si toglie l'obbligo dei proprietarii dei torchi di lavare le olive quando ci sia il bisogno (154). L'olio però, per poterlo offrire depurato, non poteva venir venduto che dal giorno di S. Luca, li 18 ottobre dell'anno seguente, in poi (155). Droghe. — A Trieste veniva regolata la vendita del pepe con apposito articolo statutario (156).
La giurisdizione di Barbana emetteva nel secolo scorso un importante editto tendente a limitare i prezzi annonari, il quale, per l'importanza che ha, crediamo di riportare qui nella sua integrità testuale: Noi Marc'Antonio Pelegrini Giud.e Deleg.° con la stessa autorità come se s'attrovasse personalmente a questa parte PIll.mo et Ecc.mo Sig.r Leonardo Loredan, Sig.re e Pn.e di Barbana, Castelnovo e Loro Territorii. [348] «Term. 86». Fra le molte inspecioni appoggiate à questa carica niente all'altre inferiore fu quella ad internarsi nell'esame de Comestibili, e de loro prezzi, onde concilliare ad un tempo l'abbondanza nel Paese, e l'onestà dei prezzi medesimi. Rivolti però ad un oggetto cosi importante i nostri studii trovato habbiamo dopo haver prese le necessarie information! dopo haver personalmente visitate le pocche botteghe, ch'esistono in qsto Castello, ch'alcuni de Comestibili stessi, et altri effetti soggietti al comertio vendonsi veramente ad un prezzo rigoroso ed ingordo. Applicati però a correggere il scoperto eccesso, e facilitare a questi sudditi il modo di poter vivere, senza però staccarsi da ciò, ch'è giusto, et onesto rispetto a'Venditori, devenuti siamo alle seguenti regolationi, quali doverano essere immancabilmente osservate. Primo. Dirretasi sempre p. quanto s'habbiamo informati la Piazza di questo Castello con quella di Dignano, ch'è la più vicina riguardo ai Comestibili, resta da Noi prescritto che da qui inanzi non possa l'oglio vendersi che due soldi di più alla Lira di quel, ch'egli si vende a Dignano fatto giusto riflesso al posto ed all'onesto guadagno, ch'haver deve il Venditore, cosichè questa sia una ferma ed inalterabile regola p. l'avenire; e perchè in questo anno si sono fatto lecito i venditori di retrahere un troppo eccedente guadagno nell'esito di questo comestibile vendendolo a vintiotto alla libra in tempo, che a Dignano non si vendeva più di venti-quatro, mitius agendo, et a più giusto rissarcimento di questa pregiudicata povertà, volemo, che sino al nuovo raccolto vender non si possa l'oglio sud. to, che a un soldo solo alla libra di più di quello si vende a Dignano.2.° Tabacco della qualità migliore riddotto in polvere dovrà vendersi a g. 2: la libra, l'inferiore a g. 1:4—, e quello in foglia a g. 1. 3.° Quanto poi all'Uva passa, al Pevere franto, alla Canella fina, ai Garofoli fini, al Zuccaro candido, al Verzino, et al Fino, tutti questi effetti haverano a vendersi ad un soldo di più all'onzia di quello si vendono a Dignano. Come però anche in Dignano sud.° possono essere soggietti alla sua osservatone i prezzi dei Comestibili sud.tl così siano incaricati il Zuppano, e il Procuratore del Popolo a procurarne di mese in mese i riscontri, onde col metodo medesimo, e con la prescritta accenata regolatione possano ancor qui fissati il prezzo dei Comestibili sopranominati. E la presente sia publicata con le solite formalità p. la sua irrevocabile perpetua esecutione. Barbana 20 agosto 1742 Marc'Ant.° Pelegrini Giud. e Deleg.to con P. Aut.Acque. [349] Nel trattare la questione delle acque fa d'uopo porre in rilievo, che la provincia istriana, rispetto alla ricchezza di tale elemento, può dividersi in due parti, di cui l'una è ricca d'acque, l'altra povera. La differenza è marcatissima e dipende dalla formazione geognostica del sottosuolo, nonchè dalla sua elevatezza sul livello del mare. E come che l'Istria si possa dividere in due grandi sezioni, cioè nella calcare e nella marnosa, e la scarsezza delle acque, ad eccezione dei terreni calcari siti al Nord della provincia, accompagna a preferenza questa formazione, e l''abbondanza segue il decorso delle marne, ne viene, che parlandosi di paesi poveri d'acqua, intendonsi sempre quelli, il cui scheletro lapideo appartiene alla creta, ed ammettonsi all'opposto come ricchi d'acque quasi esclusivamente quelli, il cui substrato lapideo appartiene alle marne eoceniche. Tali condizioni del tutto speciali al paese e, come si vede, in relazione esatta collo scheletro lapideo dello stesso, non potevano non esser esattamente tali anche nei tempi passati, se pure si possa ammettere che per l'imboschimento più esteso d'allora, la penuria d'acqua non fosse tanto sensibile come oggidì. Diffatti uno sguardo gettato attraverso i secoli che ci precedettero, ci permette di ritenere francamente, che la penuria d'acque potabili non fosse meno sensibile anche nelle epoche più lontane. Nei tempi stessi della dominazione romana, e fors'anco ih quelli a questa anteriori, le acque di certo non abbondavano nell'Istria calcare. Sebbene, come si disse, la superfìcie del suolo fosse in allora ricoperta da estese e folte boscaglie, che lo mantenevano saturo d'umidità, troviamo tuttavia, nel continuo affaccendarsi dei Romani nella costruzione di vaste cisterne, di ampii serbatoj d'acque e di lunghi sotterranei acquedotti (157), un segno sicuro, che tali acque non venivano fornite dal sottosuolo, ma che le si dovevano invece ritrarre dalle precipitazioni meteoriche. Siffatte condizioni continuarono pure nei secoli che seguirono l'occupazione romana; anzi peggiorarono in conseguenza di quelle tristi vicissitudini, cui la provincia dovette, suo malgrado, sottostare nei tempi [350] posteriori. I cambiamenti avvenuti nell'Istria dopo la caduta della dominazione gotica, le irruzioni de'barbari e per non poco anche lo scoppio delle frequenti pesti, favorirono in modo superlativo il deterioramento delle sue condizioni. La sua popolazione occupata della salvezza degli averi e della propria esistenza, non era più in grado di provvedere al buon mantenimento delle opere costruite dai maggiori, e allo stesso modo che cadevano in rovina gli splendidi monumenti dell'epoca romana, diroccavano del pari anche le costruzioni di pubblica utilità. I sedimenti che alzarono coll'andar dei secoli le valli dell'Istria, non tardarono a coprire le rovine delle fontane, degli stabilimenti balneari, delle cisterne e degli acquedotti. Ma quando l'Istria cominciò a godere un po'di pace, ed i comuni poterono procedere un po'alla volta all'ordinamento della cosa pubblica, noi troviamo che oggetto di precipua loro cura fossero la provvista e la conservazione delle acque potabili. Ponendo mente alla differente costituzione geologica, vediamo anzi variare fra di loro le disposizioni prese, perciocchè nei provvedimenti d'acqua nell'Istria arenacea e calcare settentrionale prevalgono le premure pel mantenimento in buon stato delle sorgenti e dei pozzi, e curasi all'opposto nell'Istria calcare meridionale l'erezione di cisterne e serbatoj d'acque, l'escavo ed espurgo dei laghi. Trieste abbondava, nel secolo XII, di pozzi e sorgenti, di cui negli statuti trovasi fatta menzione. Vi vengono nominate una fontana Zigogna, le grandi fontane fuori della porta di Riborgo, la fontana Ceppi (del Ceppo?), la fontana piccola in Cavana, il pozzo di Barbacane, i quattro pozzi nuovi, il pozzo nuovo in contrada di Riborgo, il pozzo del mare ed il pozzo fuori della porta di Riborgo (158). Nello scorrere i varii statuti, rendesi anzi possibile di precisare i pozzi scavati dopo la promulgazione delle prime leggi statutarie, vale a dire dopo il 1150. Consta infatti da quelli che dal 1320 al 1329 venissero aperti al pubblico la fontana Zigogna ed un pozzo; dal 1321 al 1340 quattro pozzi ed un pozzo in contrada di Riborgo. E sappiamo altresì dagli stessi statuti che tra l'anno 1321 e 1322 venisse aperta una contrada dalla Rena alla porta di Riborgo, allo scopo di facilitare agli abitanti di Rena P accesso al pozzo (159). [351] Capodistria era ben fornita d'acque. Oltre alle varie cisterne che possedeva, la città godeva già in allora dell'acqua della sorgente ancor oggi ricchissima. Tale acqua viene condotta in città da circa un miglio di distanza, mediante conduttura sotto il mare (sotto le saline) ed era oggetto di meraviglia «pel mirabile artificio con cui sotto Vonde salse si conduce l'acqua nella città» (160). Non ci consta quando tale lavoro di conduttura d'acqua sia stato attivato (161); però troviamo che esisteva già nei primi anni del secolo XIV, e che il Governo veneto attribuiva fin da quel tempo molta importanza all'esistenza di tale fontana. Ed in vero il Senato colla decisione del 17 settembre 1363 ordinava al Capitano di Capodistria, che dopo il tempo delle vendemmie intimasse agli abitanti di Capodistria di riparare la fontana pubblica; intendendo sotto il nome di abitanti tanto gli stipendiarli che qualsiasi persona abitante nella città; e siccome l'acqua proveniva da lontano, obbligasse i villici a portare o far portare il legname necessario alla conduttura (162). Nel 1391, li .2 ottobre, il Senato veneto ad istanza dei cittadini di Capodistria, che s'erano offerti a concorrere nelle spese con 300 ducati, dava facoltà a quel Podestà e Capitano di spendere 220 ducati delle rendite locali per far riattare il tubo (conductus) e le solite gorne, che conducevano l'acqua dalla fonte in città (163) Però quei denari non bastavano, sicchè il Senato con decisione 26 aprile 1392 accordava la sanatoria pei 10 ducati spesi in più (164). Il lavoro non venne eseguito con molta solidità, dappoichè una escrescenza d'acque prodotta da pioggie torrenziali rimoveva nel 1393 dai pali la maggior parte delle gorne, sopra i quali esse erano saldate, e la conduttura s'interrompeva. Il Senato veneto accordava per il ricollocamento a posto, e riparazione, lire 100 col deliberato 13 novembre 1393 diretto al Pod.à e Cap. o Marco Venier (165). Li 28 settembre dell'anno seguente il Senato veneto dava facoltà al Pod.à e Cap.° di [352] Capodistria di spendere altre lire 200 dai fondi dello Stato per il lavoro ed adattamento della fontana «pro opere et aptatione» (166). Nel 1430 veniva decretato un altro ristauro, ma non fu eseguito che oltre 100 anni più tardi, per ordine del doge Francesco Donato del 17 novembre 1548 col ricavato del dazio della muda (167).Ulteriori ristauri vennero eseguiti nel 1567 dal Pod.à e Cap. o Alvise Surian, il quale rimetteva a nuovo la fontana (168), indi nel 1666 da Lorenzo da Ponte, nel 1668 da Agostino Barbarigo (nella conduttura), nel 1706 da Tomaso Morosini (idem), nel 1730 da Pietro Contarmi, nel 1739 e 1740 da Angelo Pietro Magno (idem) (169).La città possedeva altresì molte cisterne. Una delle principali era quella del palazzo del Podestà, le cui riparazioni stavano a carico del Governo veneto. Di questa cisterna abbiamo memorie ancora nel 1392, quando li 26 aprile il Senato incaricava il Pod. à e Cap.o di Capodistria a spendere 600 lire di piccoli del denaro dello Stato in riparazioni della stessa, la quale non teneva l'acqua (170). Altre grosse somme furono spese allo stesso scopo in seguito alle commissioni 19 luglio 1395 e 29 gennajo 1399 (171).Nel 29 aprile 1388 il Senato ordinava il restauro del tetto del Castel Leone, e di farvi delle gorne «circumcirca de lapidibus» per fornire l'acqua al pozzo del barbacane (172). Nel 1485 veniva eretta la cisterna in Brolo sotto Marino Bonzio Pod.à e Cap.o. Dall'iscrizione esistente sopra una delle due bocche si rileva che la cisterna era larga in fronte piedi 70, in agro piedi 80 ed alta piedi 13, e che costò 1900 monete d'oro (173). Il consiglio della città di Capodistria decideva li 28 novembre 1563 di vendere per tre anni i letami che venivano depositati nei piazzali di Ponte grande e di Ponte piccolo, e di costruire con questi denari, assieme a quelli ricavati dall'allor istituito dazio sui brentari, undici cisterne per le undici contrade della città; decisione questa che veniva confermata col [353] la ducale 13 marzo 1564 (174). Tale somma veniva aumentata li 9 novembre 1646 e 20 marzo 1650 colPaggiungervi la tassa di ducati 1000 a 1200 da pagarsi da chi voleva venir aggregato al consiglio dei Nobili (175). Allo scopo di ovviare in qualche modo alla penuria d'acqua, lo statuto di Parenzo permetteva a tutti i proprietari di terreni di scavare lachi (collettori d'acque piovane) nei propri fondi e di recintarli. Ai non proprietari era solo concesso d'attingervi acqua per bere o per cuocere (176). Oltre ai laghi, Parenzo usufruiva a quel tempo della sorgente d'acqua sita nelle vicinanze dell'odierno villaggio di Fontane, come di cosa di sua proprietà. Quella sorgente portava il nome di «Fontana della Pace», ed è segnata nella famosa carta topografica di Fra'Mauro col nome di «Fontana de Parenzo». Di tale sorgente troviamo cenno, sotto il nome di Fontana della Pace, in un articolo dello statuto che citeremo più innanzi, ed in un inventario dei beni del vescovo di Parenzo dell'anno 1540 (177). coll'investitura avvenuta nel 1595 a nome della nobile famiglia dei Conti Borisi, la sorgente non apparteneva più al territorio comunale di Parenzo, e quindi la città ne perdette anche la proprietà. Oltre all'uso di questa sorgente, la città godeva a quel tempo anche di altre acque dolci e di molte cisterne. Nel 1419, coll'ajuto del governo veneto, la città costruiva un'ampia cisterna nella piazza di Marafor, opera di non lieve spesa e di vantaggio generale. Le disgrazie sofferte dalla città nei secoli che seguirono, fecero sì che essa venisse abbandonata, in modo che al tempo del vescovo Negri (1742-1778) la cisterna era divenuta inutile (178). Ora tale cisterna più non esiste. Nello stesso secolo furono erette molte altre cisterne e scavati molti pozzi nell'interno della città e fuori delle mura. Nel 1504 il Podestà Antonio Marcello faceva escavare il grande laco, o conserva d'acqua, che ancora esiste fuori della città. Al tempo della sua creazione veniva recintato da grosse muraglie, delle quali nel secolo scorso [354] orimanevano rimarcabili vestigia. L'iscrizione che riportiamo in nota ricordava l'epoca ed il benemerito magistrato (179). Tali lavori eseguiti dai podestà veneti non erano che la conseguenza del mandato ricevuto dalla Dominante nelle cosidette Commissioni, all'atto del loro entrare in carica. Così troviamo registrato l'ordine nella Commissione al Podestà di Parenzo del 1382-1400, di far riparare i laghi esistenti nel paese e di costruirne di nuovi, mano a mano che si sarebbe accresciuto il numero degli abitanti e degli animali (180). Cittanova nel 1650 circa era provvista sufficientemente d'acqua, come lo è ancor oggidì. In città a quell'epoca non esistevano pozzi d'acqua viva, ma bensì tre cisterne, una nell'episcopio, l'altra nel palazzo del Podestà, e la terza nell'abitazione dei signori Busini. Fuori della città eranvi tre pozzi di buonissima acqua, della quale tutti si servivano e si servono tuttodì. Il pozzo più vicino si chiamava allora «Pozzo nuovo» e portava lo stemma della comunità colla data 1507 e le lettere C. E., ed accanto lo stemma del Podestà Alvise Civrano. L'altro pozzo si chiamava «il Vergai» (si chiama anche oggidì così), attorno al quale vi erano collocate alcune pile, probabilmente riduzioni di altrettanti sarcofagi. Il terzo pozzo era il «Car-pignan», che dava l'acqua migliore. Nei pressi di questo pozzo era un lago antico d'acque piovane, assai largo e profondo, che serviva ad abbeverare gli animali, il quale ad intervalli veniva con molta spesa scavato dalla Comunità (181). A Rovigno non si godeva di grande abbondanza d'acqua. Nella seconda metà del secolo decimosettimo la maggior parte dei cittadini servivasi delle acque dei laghi Coderan, Machepellis, lontani mezzo miglio dalla città. Nel territorio non vi erano acque vive che per i pozzi di Polari, Pelisse, e Barocco (182). Perciò gli abitanti dovettero provvedersi d'acqua, costruendo cisterne. All'espiro del 1888 Rovigno ne possedeva 320 capaci di 175,000 ettolitri. Nel 1704, in seguito a deciso consigliare degli 8 giugno, fu [355] escavato un nuovo lago a desena (rebotta) per comodo della popolazione, appresso la chiesetta campestre della Concetta (183). La città di Pola non scarseggiava di acqua perchè la sorgente cui forse Pola deve la sua esistenza, forniva alla stessa ad esuberanza tutta la quantità necessaria. Il territorio però ne era povero, come lo è presentemente, e gli abitanti erano costretti a servirsi dell'acqua dei laghi, densa e melmosa, cui nei secoli decorsi chiarificavano con mandorle peste di peschi e di prugne (184). Ricorrevasi a quei tempi anche ad un pozzo sito nelle vicinanze di Medolino. Lo statuto di Pola tendeva a provvedere contro tale scarsezza col-l'impiegare tutti i denari che solevansi dividere fra i vicini, nella riparazione dei laghi e pozzi (185). Le cure principali erano però dirette al mantenimento in buon stato dell'antica fontana, la quale, specialmente per l'importanza di Pola come città fortificata e pel suo porto, riusciva di particolare interesse. In considerazione del quale troviamo anzi che il governo veneto, nel dirigere la difesa di Pola, fermasse la sua speciale attenzione a porre la fontana sotto la tutela del Castello, e non ritenendo neppure in questa guisa assicurata del tutto l'inviolabilità della stessa in tempo di guerra, ordinasse li 15 settembre 1629 l'erezione d'un fortino apposito per maggiormente difenderla (186). In progresso di tempo, la fontana sofferse grandi deterioramenti per cagione delle molte avversità patite dalla città e del sollevamento del suo livello antico. Un canale di scolo aperto nel secolo scordo ed eseguito con poca cognizione, allo scopo di condurre -al mare le acque esuberanti, fu cagione che per lo stesso s'introducesse nella fontana l'acqua salsa (187), ed anzichè occuparsi a togliere tale inconveniente, si pensò invece di supplire alla mancanza di buona acqua coll'erigere nel 1792 un'ampia cisterna presso il duomo (188). [356] In Veglia le sorgenti ed i pozzi esistenti nei fondi comunali non potevano venir recintati da privati allo scopo d'appropriarseli. Una sorgente di buona acqua esistente in un terreno privato della periferia d'un quarto di miglio, eia proprietà assoluta del possessore del fondo e nessuno poteva, eccetto questi, usufruirne. Solo in caso di estrema necessità il possessore doveva, in seguito ad ordine del Reggimento, e verso sicurtà contro i danni derivanti al suo possesso, permetterne l'uso (189). Lo statuto d'Isola vietava l'uso dell'acqua nei laghi interdetti, i quali non dovevano venir affìttati e neppur considerati come tali (190). A S. Lorenzo del Pasenatico, ove l'acqua scarseggiava sempre, il Governo veneto provvedeva nella relativa commissione a quel Capitano per gli anni 1312-1328, di erigere a spese del Comune una cisterna nella casa comunale, ove abitava il Comestabile, ed un'altra ove meglio gli sembrasse, e ciò, come dice il testo, per il bene del paese (191). Sembra però che a codest'ordine non si fosse allora ottemperato perchè lo vediamo ripetuto dal Senato in data 26 giugno 1347, usando le stesse parole, coll'aggiunta di altre particolarità (192). Inutilmente però, constando dallo Statuto di S. Lorenzo che la cisterna in parola venisse eretta appena nell'anno 1430, riportandovisi le ingiunzioni espresse tanto nella commissione sopra citata, quanto nella decisione del Senato, vale a dire che la cisterna fosse a tutto comodo ed utilità del Comune, in modo che il Podestà o Rettore non potesse proibire ad alcun cittadino di attingervi acqua (193). Gli abitanti di S. Lorenzo godevano, oltre all'acqua di questa cisterna, anche di quella del laco del Comune e di altri tre lachi denominati: Laco maggiore, Rusecca e Laconovo (194), e di due pozzi detti «del Macello» e «Iurantesse» (195). [357] Esistevano cisterne in tutte le principali borgate e castella venete, e venivano erette ora per iniziativa dei Comuni e delle Giurisdizioni, ed ora del Governo che ordinava, per esempio, la costruzione d'una cisterna in Raspo, vicino alla chiesa di S. Elena li 30 decembre 1420 (196), ed altre ne faceva costruire in tutti i castelli e rocche venete dipendenti dal Podestà e Capitano di Capodistria, Domenico Malipiero, negli anni 1491-92. Perciò questi venne anche lodato dal doge Agostino Barbarigo colla ducale 25 settembre 1492 (197). Due grandiose cisterne venivano pure costruite negli ultimi anni del secolo decorso, Puna in Pirano, l'altra in Visinada, a spese dei rispettivi Comuni. Furono opera dell'architetto Simone Battistella. La cisterna di Pirano venne costruita nel 1776, e quella di Visinada nel 1782 (198). I provvedimenti d'acqua richiamarono l'attenzione e le cure continue dei rettori veneti, e ne abbiamo testimonianza nelle relazioni da loro presentate al Senato all'espiro della carica. Il Provveditore Francesco Basadonna scriveva nel 1625, che alla purificazione dell'aria gioverebbe assai il decretare qualche ordine «per far tenere nette quelle Città e Terre dalle rovine et immonditie, et medesimamente quelle radunante d'acque piovane, che scusano per mancamento d'acque vive, che vengono nel paese chiamati laghi, e che si adoprano in quella provinzia in tutte le cose necessarie, se bene per le immonditie sono corrotte, et putrefatte. Alli bisogni dell'acqua, il fare delle Cisterne, almeno nelle Terre che non hanno altre acque, cagionerebbe se non ottimi effetti per la sanità de'corpi in particolare, et rispetto agli altri grandissimi benefici], che convengono esser noti ch'apportarebbe quest'opera, la spesa non sarebbe certamente considerabile» (199). Il suo successore Giulio Contarini riferiva d'aver fatto espurgare alcuni stagni, d'acqua in Parenzo ed in Umago, i quali rendevano corrotta l'aria (200). Giacomo Renier, provveditore nel 1584, accennando all'uso degli abitanti dell'agro polese di servirsi a preferenza dell'acqua dei laghi, che di quella di sorgente, pel motivo che bevendone gli animali, doveva esser specialmente buona, osserva che nel tempo della sua carica si fossero [358] scoperte molte sorgive nel territorio di Pola, le quali per «l'antiquità del tempo» erano coperte dal terreno, ma che ora riattivate servivano di molto comodo agli abitanti (201). Polo Minio, quando nel 1637 fu Conte a Pola, in seguito ad ordine dei Senato di data 13 febbrajo 1637, dovette occuparsi molto della provvista d'acqua alla fortezza della città. Avvertendo sul colle capitolino dei pozzi, che davano ad una certa profondità buona acqua sorgiva, e così pure in altre parti di Pola, come p. e. a S. Francesco, a S. Stefano, a S. Caterina, a S. Barbara ed altrove, fece eseguire uno scavo di circa 11 passi nella fortezza, coll'idea di continuarlo per altri sei passi, nella certezza di trovare l'acqua (202). In mal punto venne però richiamato, ed il suo successore Pietro Basadonna non credette di continuare il lavoro, ed anzi propose di chiudere lo scavo, il quale dando occasione alla stagnazione dell'acqua riesciva dannoso alla salute (203). La giurisdizione di Barbana ordinava che il restauro della cisterna venisse eseguito dai sudditi, sotto pena di lire 10 (204). Mentre le misure ora specificate miravano a provvedere gli abitanti di buona e sufficiente acqua potabile, altrettanto estese erano quelle dirette a mantenere in buon stato le opere relative, e ad ottenere un'acqua pura, libera da sostanze derivanti dalla decomposizione delle immondizie, e perciò non dannosa alla salute. Così vediamo ordinarsi a Capodistria, in esecuzione alla ducale di Francesco Donato del 17 novembre 1548 (205), il racconciamento della fontana, che sebbene decretato ancora nel 1430, non era stato fino allora eseguito, e pel quale ora si destinavano in parte le rendite del dazio della muda. Altri restauri di simil genere li abbiamo diggià citati a suo luogo. Negli statuti di Trieste si trovane pure disposizioni, secondo le quali le fontane dovevano essere tenute nette a spese del Comune (206). Lo [359] statuto di Pola ordinava che il nettare i laghi fosse obbligo dei capi contrada (207), ai quali più tardi si concedeva a tale scopo il ricavato delle multe (208). In Barbana tale lavoro, come pure il tener netta la cisterna comunale, doveva essere eseguito per rebota ed anche coi proventi derivanti da certe tasse (209). La città di Veglia faceva espurgare il pozzo del Comune durante P inverno due volte al mese, ed in estate una volta alla settimana; il lavoro veniva fatto a spese del Giudice del Comune, il quale perciò riceveva in regalia il diritto di tassa sul traghetto, che trasportava oltre il mare gli abitanti dello scoglio di Pernibo a Veglia (210). Simili prescrizioni vigevano in S. Lorenzo del Pasenatico (211). Era severamente proibito di gettare immondizie dappresso ai pozzi, alle sorgenti ed ai laghi. A Veglia non era lecito a nessuna persona di lavare lane, drappi o pannolini nel pozzo o nell'abbeveratojo degli animali situato in sua vicinanza, nè nella corte circondante il pozzo stesso; nè di condurre nella detta corte cavalli, buoi, asini od altri animali di qualsiasi sesso o genere; i quali doveano venir dissetati nell'abbeveratojo postò all'esterno (212). [360] Gli statuti di Pinguente, Muggia, Buje e Portole proibivano di lavare panni od erbe nelle fontane, o di gettarvi entro lordure, sotto pena di gravi multe (213). Lo statuto di Trieste vietava assolutamente di depositare immondizie presso i pozzi e le fonti (214). Allo scopo di mantenere fresche le acque ed ombreggiati i dintorni delle stesse, era proibito nel territorio di Parenzo il taglio degli alberi o di legna d'ogni specie attorno al laco ed alla fontana ed in generale nei pressi delle acque dolci, come pure era vietato di tagliare gli olmi per un circuito di 40 passi intorno la «fontana della pace» (215). A S. Lorenzo del Pasenatico era severamente proibito di lavare la lana nel Castello appresso il pozzo Iurantesse, od avanti il pozzo del Macello (216). A Montona era egualmente proibito di lavare in qualsiasi fontana i pannolini, o le stoffe di lana, oppure i visceri degli animali, ed era altresì vietato che i suini andassero a bere nei laghi del Comune (217). Aria. La «coeli admiranda temperies» (218) che al cadere del dominio romano, quale residuo delle delizie che rendevano in antecedenza sì decantato il clima dell'Istria, coir andar dei secoli spariva, ed alla mitezza del clima succedevano gli aspri inverni, gli agitati autunni, celebri i primi per gli enormi freddi, decantati gli ultimi per le straordinarie escrescenze delle acque, per le diluviali pioggie. La «voluptuosa nimis et delitiosa digressio» cangiavasi in una dimora malsana, dominata ovunque, con rare eccezioni, da un aere cattivo, gravido di miasmi e produttore di febbri ostinate (219). [361] Tale cambiamento di clima non avvenne d'un tratto, ma lentamente, così (l'averne qualche sentore appena nel secolo decimoquarto. Io ho tentato di esporre in altro mio lavoro la causa di tale deterioramento. Certo si è che all'abbandono in cui, per i tristi eventi che colpirono la provincia nei secoli decorsi dopo il dominio romano, vennero lasciate le esemplari istituzioni di quell'epoca, s'aggiunsero avvenimenti meteorologici e tellurici, il cui effetto si fu la produzione di condizioni favorevoli alla corruzione dell'aria. Primeggia in tale riguardo la città di Capodistria. Essa godeva nella prima metà del secolo XIV sì buona fama di salubrità, che il Petrarca invitava da Venezia il Boccacio a passarvi alcuni giorni, onde fuggire alle mefitiche emanazioni della palude veneta (220). Invece nel decorso di quello stesso secolo l'avanzarsi della palude che circondava quella città, produceva sì mefitiche esalazioni, da ridurre la dimora di Capodistria sommamente pericolosa. Contro tale malanno il consiglio cittadino ed il governo veneto provvidero in ogni guisa a scongiurare il temuto pencolo; tanto più che, se l'impedire la formazione d'una palude interpolatamente coperta d'acque in luogo della superficie marina sino allora esistita poteva avere da un lato un'importanza altamente sanitaria, dall'altro tale lavoro racchiudeva in sè il massimo interesse nei riguardi della difesa del luogo, e specialmente del Castel Leone suo baluardo principale; avvegnachè Capodistria ritraesse specialmente il vantaggio della propria quasi completa inespugnabilità dall'essere tutto all'ingiro circondata dal mare, e congiunta soltanto da un ponte alla terra ferma. In vista di tale esigenza militare, unita al bisogno di ridonare alla città l'antica sua salubrità, vediamo il consiglio cittadino e specialmente il veneto Senato eseguire lavori di grande momento, diretti parte ad allontanare con escavi opportuni l'estuario già formatosi, e parte ad impedirne l'ulteriore formazione. Lunghe e faticose furono le pratiche che vennero condotte a questo scopo tra la città ed il governo, nè si può dire che le medesime approdassero sempre a buon fine. Si eseguiva bensì ad intervalli di tempo questo, o quel lavoro, per arrestare il progressivo interrimento del fondo marino attorno alla città, ma sempre in modo incompleto, così da produrre talvolta l'effetto contrario. Le condizioni sanitarie della città peggioravano frattanto a segno che, nei mesi di agosto e settembre 1580, vi morirono più di 300 [362] persone, la maggior parte donne e ragazzi, aventi le loro abitazioni nei rioni più prossimi alla palude ed alla terra ferma (221). E la malaricità aumentava, per così dire, in ragione di tempo: non ci si passava, in certe stagioni, per la strada fatta attraverso la palude, senza pericolo di buscarsi le febbri (222). Tuttavia, ad onta di tali malanni l'atmosfera di Capodistria andò durante il decorso del secolo XVII sensibilmente migliorando; tant'è vero che nel 1650 circa il vescovo Tommasini di Cittanova la decanta città dell'aria saluberrima, benchè circondata da paludi. Egli attribuisce tali felici condizioni al fatto di esser essa esposta alla tramontana, alla bora e al levante, e difesa dal vento d'ostro mediante la serie dei monti (223), mentre il vero motivo del suo assanamento va unicamente attribuito ai progressivo inalzamento delle paludi, le quali trovandosi esposte continuamente all'aria e soggette all'essiccamento, perdono la facoltà di produrre miasmi. Nè Capodistria fu la sola a lottare contro l'aria malsana, ma ebbe a compagne molte altre città dell'Istria, le quali pure, parte colle prescrizioni statutarie, parte coi provvedimenti governativi, s'opposero ai maligni effetti della malaria ed alle sue origini. Cittanova, una volta fiorente e popolosa, cominciava già in sullo scorcio del secolo XIV a sentire i tristi effetti della malaria, ed era divenuta dimora pericolosa ai Podestà veneti, i quali erano autorizzati a ritirarsi in Venezia durante i tre mesi dell'anno più pericolosi (224). Nell'idea che la malaria dipendesse dall'inalzarsi dei vapori provenienti dalla valle del Quieto, lo statuto della Città al capitolo XXV proibiva sotto severe pene il taglio del bosco Licello, come quello che credevasi impedire che quei vapori si espandessero sulla città (225), rimettendo in tal guisa in vigore un ordine emesso nell'anno 1444 dall'allor Podestà Antonio Canale (226). Tale ordine, sebbene di dubbio effetto pratico, ma altrettanto razionale, veniva posto più tardi in oblio, avvegnachè nel 1610 circa, i Carlini, famiglia venuto da Grado, recidessero il bosco (227), oggi ridotto ad una costiera brulla [363] e deserta. Il clima funesto di Cittanova attribiuvasi pure all'interrimento del porto, sito fuori le mura della città, convertito in mandracchio ammorbante l'atmosfera. Altro provvedimento dettato dallo statuto di Cittanova allo scopo di migliorare l'aria, in seguito ad ingiunzione del Provveditore Giulio Contarini, si fu quello che venissero allontanate le immondizie, le rovine ed il letame dalla città (228). Egualmente i rettori di Parenzo dovevano con tutta energia opporsi alla corruzione incipiente dell'aria nella città di loro residenza. Vediamo perciò nel gennaio 1389, pochi anni dopo l'assalto dei Genovesi, gli ambasciatori del Comune rivolgersi al Senato veneto pella licenza di colmare [364] le fosse dal lato del mare, aperte durante le guerra, come quelle che guastavano l'aria. La qual cosa veniva tosto accordata (229). Fra le cause principali di malaricità della città di Rovigno, eravi quella dell'esistenza del canale che separavala dalla terraferma, il quale, per essere ridotto ad un fosso limaccioso e pestifero, rendeva l'aria malsana. Nel 1718 esso veniva escavato, e si deliberava che ogni anno, nei mesi di gennajo e febbrajo, si dovesse ripetere tale lavoro. L'effetto però non fu che passeg-giero, ad onta che l'escavo si facesse sotto la direzione di due appositi provveditori. Nel 1763 si dovette perciò decidersi a sopprimere il canale, ricolmandolo di terra. A Pola, ove per tempo l'aria cominciò a corromperci, gli statuti tentavano di migliorarla coll'obbligare i Giudici delle Dasioni a far tenere in regola e nettare i fossati dal prato maggiore sino alla spiaggia del mare (230). Più tardi il provveditore Gian Paolo Contarini otteneva dal Senato in data 22 febbrajo 1629, che fossero attivate in città alquante fornaci di calce come mezzo di giovare alla purificazione dell'aria, e quindi alla salute pubblica (231). Ma nè le fornaci, nè la successiva apertura di forni per biscotti, giovarono gran che al miglioramento dell'aria. Il provvedimento veramente utile sarà stato invece l'ordine impartito dal Senato li 4 marzo 1630 al Capitano del Golfo Zulian, di prosciugare possibilmente «certo lago di acqua morta molto pregiudizievole alla salute degli abitanti» (232). Per tale lavoro, e per un escavo di fondamenta, il Senato assegnava allo Zulian 8000 ducati (233). Probabilmente tale lago sarà stato l'antico Campomarzo, che s'allagava di spesso, ammorbando l'aria. A Barbana ove già da secoli l'aria era corrotta, la Giurisdizione ordinava nel 1742, che la si migliorasse coll'aumentare i fumi, concedendo agevolezze ai Cargneli che vi volessero prendere dimora, in modo che andandovi ad abitare con le famiglie, fossero esenti da ogni aggravio (234). Di sicuro vantaggio al mantenimento dell'aria buona dovettero riescire le cure impiegate nella conservazione dei boschi allora esistenti. [365] Di norme governative in tale argomento, riferentisi all'Istria, abbiamo la Terminazione del Consiglio dei Dieci dei 7 gennajo 1475 (235). Venne poi nel 1532 la istituzione del Governo veneto dei provveditori e sopra provveditori delle legna e dei boschi, e quella del magistrato pel buon governo dei boschi dell'Istria e dei Goriziano, creato dall'Imperatore Ferdinando I nel 1533 (236), cui teneva dietro il catasto generale dei boschi assunto nel-l'Istria veneta nel 1553, e la contemporanea Ordinanza montanistica pei boschi e per le caccie di Ferdinando I per la Carniola e per l'Istria (237). Più tardi ancora abbiamo il decreto del Senato veneto 24 giugno 1650, che proibiva il taglio dei boschi comunali (238). L'isola di Veglia ebbe speciali ordinamenti forestali, quale il piano completo d'amministrazione eseguito nel 1791-92, e la terminazione 6 decembre 1775 di Vincenzo Morosini, deputato ai boschi dell'Istria per la buona cultura, custodia e sussistenza dei medesimi, approvato dal Collegio deputato sopra i boschi, ed indi dal Senato in data 9 maggio 1775, e pubblicato nel 1776 nelle due lingue italiana ed illirica (239). Lo statuto di Capodistria, allo scopo di tutelare i boschi giovani, proibiva di tenere le capre ed i porci eccettuato che nelle stie (240). Vietava il taglio delle legna nei boschi comunali, e negli altri lo limitava ad ogni 5 anni, istituendo guardie boschive per la loro sorveglianza (241). La raccolta di frondi pei propri animali era permessa appena nel mese di Agosto (242). Veglia proibiva severamente il taglio degli alberi nei boschi comunali e nello scoglio Plavnich, comminando gravi pene pecuniarie ai contravventori (243). Mirabili erano le premure dei triestini per la conservazione dei boschi. I loro statuti contengono molte prescrizioni intorno al taglio delle legna, [366] ed alla custodia delle selve. La città istituiva a tale scopo una guardia di cento uomini, e regolava con appositi capitoli statutarii il modo di loro elezione ed i loro doveri (244). Provvedeva pure al servizio delle selve, al loro taglio e conservazione. Le selve venivano distinte in silvae, farneta, venae e nemora, e vi si nomina il Farneto maggiore ed altri farneti del Comune, la selva Cerreto, il Farneto di Gattinara, le vene del Comune (245). Non meno severe erano le misure adottate da Pirano per la conservazione dei boschi contenenti regole atte a dirigerne il taglio, a distribuirlo nelle varie epoche ed a proibirne l'abusivo. Il Comune di Pirano non ha ora boschi di sua proprietà. A quell'epoca (1470-1600) ne possedeva in Albuzzan, in Carbonaro, al Comedon, a Sicciole e nel Carso (246). Anche Buje provvedeva alla conservazione dei boschi mediante i propri statuti, col proibirne Y incendio ed il taglio furtivo (247). Nel Comune di Valle era pure proibito di tagliare legna nel bosco vicino Monveroi lungo la via che conduce a Pisino, oppure nelle Muchie del Comune (248). Era altresì vietato di pascere porci o cavalli nel bosco della Fratta (249). [367] Servizio sanitario. Personale. — Nelle pagine antecedenti abbiamo fatto cenno delle istituzioni sanitarie vigenti air epoca romana, ed abbiamo riportato anche i nomi di tre medici che esercitavano l'arte salutare durante quell'epoca di floridezza. Da allora in poi fino al secolo XIII non si hanno memorie intorno al personale sanitario, e solo in questo secolo ci è dato di leggere il nome di alcuni medici e di incontrarci in una tal quale organizzazione del servizio sanitario. L'esempio di Venezia non poteva rimanere infruttuoso anche pell'Istria. Il maggior Consiglio invitava a Venezia ancora li 4 giugno 1293 Taddeo Alderotti medico, dandogli uno stipendio annuo di 47 lire di grossi. L'Alderotti doveva condurre seco due scolari per potere curare col loro ajuto i poverelli e dar consulto in propria casa a quest'ultimi ed ai nobili senz'altro compenso, non esigendo dagli altri una retribuzione maggiore di soldi dieci. Accadendo per corruzione d'aria, o per altro motivo, qualche epidemia, il medico doveva dettare una istruzione da rendersi pubblica, spiegando nella stessa le cose dalle quali si dovesse astenersi, e di quali si potesse servirsi (250). Piccolo episodio, ma che torna ad onore pel governo di Venezia, il quale dall'altro canto fu il primo ad ordinare l'apertura dei cadaveri a scopo di studi. Mentre quasi contemporaneamente il Mondini in Bologna studiava l'anatomia umana coll'ajuto di sezioni praticate sui cani e sui porci, ed a Salerno era di rado permesso di sezionare un cadavere umano, 100 anni prima di Alessandro Benedetti che fondava a Padova a sue spese il primo teatro anatomico, Venezia con decisione del maggior Consiglio del 27 maggio 1368 ordinava le pubbliche autopsie a scopo di studio, le quali dovevano aver luogo una volta all'anno, sopra cadaveri consegnati dall'Ufficio dei Signori di notte al Criminal, e come dice il testo «attento quod physici et cyrurgici, videndo in ipsam notomiam comuniter informari possunl'de statu et condicionibus humani corporis». Prescriveva altresì che tutti i medici indistintamente dovessero convenire [368] almeno una volta al mese in luogo opportuno, onde trattare questioni di medicina, e vietava l'esercizio di quest'arte ai non approvati dal Consiglio dei medici (251). Ispirate agli esempi della Capitale, le città istriane non tardarono ad organizzare il loro servizio sanitario, tanto più che l'insorgere pur troppo frequente delle pesti bubboniche, rendeva necessaria la presenza di medici. Capodistria primeggia anche in tale riguardo, ove troviamo che ancora nel 13 io esisteva un medico nella persona di ser Benvenuto, col titolo di medico fisico (252). Nel 1339 vi esercita Marco da Fermo, a quanto sembra capacissimo (253); nel 1357 ser Pietro Cleregino fu Cleregino, medico-fisico nativo da Capodistria (254); nel 1363 Andrea Bonacato degli Albarisani chirurgo. Nel 1335 fu in Venezia, ove 17 anni prima era stato esaminato dal Collegio dei medici, dopo aver esercitato l'arte per 3 anni. Si trasferì indi in Chioggia quale stipendiato, nella città ove i suoi antenati abitarono per molti anni. Nel 1363 si portò a Capodistria, e vi godette d'uno stipendio di 100 ducati d'oro all'anno e la casa (255). Nel 1376 vi troviamo Lodovico da Fermo (Lod. de Firmo ciroicus), il quale da parecchi anni esercitava la sua professione senza percezione d'alcuno stipendio, per cui il Senato veneto gli accordava «de gratia speciali» con deliberazione 6 maggio «duos postas pedestres» (256). Nel 1388 ci occorre certo mastro Bonaventura medico cerusico di Capodistria, al quale il Senato veneto assegnava li 30 agosto il salario di 100 lire all'anno, perchè si prestava a servire senza paga quando fil'justizia et ad videndum mortuos et aliter (257). Non si capisce se, nel servire quando viene fatta giustizia, si sottintenda il soccorso ai torturati, oppure la denuncia dei ferimenti, in quanto ci viene dato spesso di veder menzionati entrambi questi servizi. Propendiamo però a credere da quanto si vedrà in avanti, che quel «quando fial'justizia» comprenda una prestazione di grado ben più basso ed avviliente peli'arte medica. Al mastro Bonaventura il Senato aumentava, in data 14 febbrajo 1389, il salario a [369] lire 200, le quali venivano scontate sulle rendite del Comune (258). Dopo di lui figura come medico di Capodistria Manfredo da Sacile, il quale non potendo vivere col salario di 200 lire, minacciava d'andarsene, se non si volesse aumentarglielo. Il Senato, ad istanza del Comune, gli elevava perciò il salario con decisione 21 agosto 1390 da 200 a 300 lire (259). Sembra però che nell'anno seguente in seguito ad ordine del Senato dei 27 aprile 1391, siasi fatto il tentativo di assumere in servizio un secondo medico collo stipendio annuo di lire 200 di piccoli, pel motivo che essendo la popolazione delia città in aumento, succedevano frequenti offese personali e ferimenti, specialmente nelle feste, e molti morivano pet mancanza di cure (260). Tale tentativo probabilmente non riuscì; il medico fu obbligato a maggiori prestazioni, ma si ebbe in compenso il maggiore stipendio di lire 350 di piccoli. Tale almeno era lo stipendio di Manfredo da Sacile, quando nel 1401 congedavasi da Capodistria (261). Alla partenza di questo medico, il Senato ordinava in data del 21 ottobre 1401 al capitano e podestà Fantino Loredan di procurarne un altro collo stesso stipendio di 350 lire di piccoli. Purtroppo non ci venne fatto di rilevare chi fosse il successore del de Sacile, perchè fino al 1426, e quindi per uno spazio di 25 anni, non abbiamo notizie di medici. In quest'epoca ci occorre certo Bonajunta, chirurgo e priore dell'ospitale di S. Nazario (262). Nel 1430 viene da Udine a Capodistria Giovanni Nuzio o Muzio chirurgo o barbiere, e vi esercita la sua arte. Egli fu il capostipite della celebre famiglia Muzio, ed ottenne nel 1442 di venir ascritto al Consiglio dei Nobili (263). Nel 1445 troviamo certo Giovanni ju Ambrogio chirurgo da Capodistria, con un mensile di lire 3 di piccoli. Egli ebbe il bel incarico di legare gl'inquisiti alla tortura (264). Nel 1450 esercita l'arte sua Filippo Muzio figlio del sopranominato Giovanni, chirurgo anch'esso come il padre (265). Capodistria aveva fino a quest'epoca, da quanto sembra, ora il cosidetto medico-fisico, ed ora il chirurgo o barbiere, e quando ambidue esercitavano contemporaneante, al primo venivano affidate le cure degli ammalati, la [370] supremazia sopra gli altri medici e chirurghi (266) e la polizia sanitaria; al secondo la chirurgia, la visita dei decessi e l'assistenza al tribunale nei casi frequenti in cui veniva applicata la tortura. Non è chiaro se tale simultanea presenza fosse occorsa di spesso, o sempre. Certo si è che la nomina del medico e del chirurgo non dipendeva dal Consiglio, ma era devoluta al Governo, che li pagava colle rendite della città, ed all'arbitrio di questo era pure lasciata la scelta della persona e la fissazione dell'emolumento. Il doge Francesco Foscari lasciò al Consiglio di Capodistria tali mansioni, e colla ducale 8 novembre 1452 ne regolò le attribuzioni, prescrivendo che il fisico ed il chirurgo venissero assunti al servizio per un anno. Tre mesi prima dell'espiro di questo termine dovevano venire riconfermati dal Consiglio. Se ricevevano un numero di voti superiore alla metà dei membri, riescivano eletti, altrimenti si dovea provvedere al loro rimpiazzo (267). Nel 1461 entrava in servizio il Dott. Panfilo Castaldi da Feltre, quale medico-fisico, e contemporaneamente a lui il Dott. Antonio Pianella. Ambidue soffermaronsi in Capodistria fino al 1471, ed indi si trasferirono a Milano (268). Nel 1480 troviamo il Capodistriano Dott. Giovanni Alberti medico-fisico, e nel 1498 il Dott. Luigi Carrerio medico-fisico pure da Capodistria. Contemporaneamente a questi serviva quale chirurgo certo Bernardino (269). Nel 1531 seguiva nel servizio Giovanni Romano, medicofisico; nel 1535 Giovanni Antonio Catelli da Capodistria, medico, il quale per 35 anni servì con piena soddisfazione la sua città natale e morì nel 1565, nell'età d'anni 65. Nei 1546 seguì al Romano nella carica di fisico il Dott. Helio da Capita, ed a questi il medico-fisico Alvise Crivello. Alla morte di questi avvenuta nel 1548, seguiva nell'ottobre dello stesso anno in eguale carica il Dott. Leandro Zarotto. Lo Zarotto fu persona egregia e medico dottissimo, ma ebbe alquanto a menomare il buon grido che godeva coll'abbandonare durante la peste dell'anno 1554 la città, ritirandosi a Venezia. Ci andò veramente coperto da un permesso del Podestà e Capitano sotto il pretesto d'affari, ed adducendo a sua scusa di non essere stato scritturato pel servizio in caso di epidemia di peste («per esser medico di Giandussa»), ma solamente per l'assistenza degli ammalati in casi normali (270). Il Comune, in vista dei suoi meriti anteriori, lo invitò a ritornare in patria con deliberazione 21 febbraio 1555, ed a riprendere il servizio, il che egli fece anche tosto, per poi rinunziarvi nell'agosto del 1557 (271). Vi ritornava però nel luglio del 1558, succedendo a Giovanni Secondi da Muggia, che serviva per un solo anno, ma rinunziò di bel nuovo nel-l'aprile 1560. Morì a Capodistria nel 1596 (272). Nel 1557 vi esercitava la medicina eziandio certo Paolo Piantola da Padova (273). Intorno a questo tempo il chirurgo veniva pagato coi dazii ricavati dalla città (274). Nel 1565 troviamo esercitare l'arte medica a Capodistria Giovanni Paolo Monchio da Otranto, e Simone Pelicerio da Seravalle (275). Il doge Alvise Mocenigo aumentava colla ducale 31 agosto 1571, di ducati 80 annui il salario del medico, che fino a quel tempo era di ducati 120, i quali venivano pagati dalla camera fiscale, ferme naturalmente le anteriori modalità della nomina. Il medico fin'allora non aveva per quella paga che l'obbligo soltanto della residenza a Capodistria; coloro che ne aveano bisogno, doveano pagarlo a parte. Coll'aumento di ducati 80 gli veniva poi imposto l'obbligo di curare tutti indistintamente, compresi gli abitanti della campagna, senza diritto ad altra rimunerazione. Agli ammalati della città doveva fare anzi due visite al giorno (276) Apprendiamo in appresso che nel 1584 il fisico percepiva la paga di lire 682 (277). Nel 1576 troviamo a Capodistria, dopo il Pellicerio, Giuseppe Ovettaro venuto da Chioggia; nel 1587 Michele Pellegrini da Sebenico; nel 1589 Pietro Antonio Giusti da Venezia; e nel 1596 Alvise Bidelli pure da quella città (278). Nei primi anni del secolo successivo non trovavansi più medici che volessero servire pei 120 ducati, che, oltre ai ducati 80 di cui sopra, loro pagavansi pel solo obbligo della residenza a Capodistria, per la qual cosa il doge Marino Grimani ordinava, li 6 aprile 1602, che tale quota di salano venisse elevata a ducati 200, portando in tal modo la paga complessiva a ducati 280, pagabili, come prima, dalla Camera fiscale. Li 11 giugno dello stesso anno il doge Grimani esonerava i medici dal pagamento della decima, la quale decisione veniva in data 26 luglio 1642 riconfermata dal doge Francesco Erizzo (279). Nel 1613, li 13 agosto, il doge Marcantonio Memo, trattando sulla nomina del medico, riconfermava alla città il diritto di eleggerlo, diritto che probabilmente era ito in disuso (280). Dopo il 1596 si arresta, pei motivi sopraindicati, la serie dei medici sino al 1613. Il primo a comparire è Marco-Aurelio Lipelli già medico in Pola e Dignano, ed indi il Capodistriano D.r Alvise Del Senno. Nel 1645 figura [373] Francesco Gravisi di Elio da Capodistria (281). Dal 1648 al 1660 fu medicofisico Girolamo Vergerio Capodistriano, dottissimo, il quale da queir anno al 1665 fu professore a Pisa, ed indi a Padova fino alla sua morte, avvenuta nel 1678, nell'età d'anni 56 (282) Nel 1652 troviamo Pietro Gabrielli chirurgo, pure da Capodistria, il quale più tardi passava al servizio dell'imperatore Leopoldo I (283). In questo torno di tempo deve aver servito a Capodistria il D.r Prospero Petronio, trasferitosi indi a Trieste, ove moriva nel 1688. Fu medico insigne, distintosi specialmente per svariati lavori letterari. Nel 1658 esercitava in Capodistria Francesco Boffo, chirurgo, e nel 1660 il D.r Gian Giacomo Romano (284). Intorno a questo tempo il Consiglio di Capodistria introduceva nella nomina del medico la clausola, che esso non dovesse esser nativo della città, e neppure stretto in parentela coi suoi abitanti, e ne otteneva l'approvazione colla ducale di Domenico Contarmi del 24 maggio 1661 (285). Procedendo nella serie dei medici, troviamo nominato nel 1663 Girolamo Buttironio di Venezia, dottore in filosofia e medicina, il quale però non venne ad occupare il posto. Nello stesso anno venne eletto, sopra proposta del D.r Olimpio Gavardo, il D.r Almerigo d'Agort, cui venne dato lo stipendio annuo di ducati 350, indi ducati 20 per la pigione, e ducati 10 pel trasporto del suo mobiliare (286). Nel 1704 ci si fanno innanzi i nomi di Giuseppe Girardini e Michele David chirurgo, che moriva li 23 maggio 1720. Da quest'anno in avanti figurano in Capodistria due medici, uno col titolo di primo, e l'altro con quello di secondo medico. Nel 1732 occupò il primo posto il D.r Giovambattista Alessi, e quello di secondo il capodistriano D.r Giuseppe Pizzamei, che nel 1776 in, età d'80 anni vi rinunziò, venendo sostituito prima dal capodistriano D.r Nicolò Pellegrini, che lasciò il salario in favore del Pizzamei, ed indi definitivamente dal D.r Giovanni Gironcoli, forse Goriziano. Nel 1732 troviamo Francesco Ganassetta chirurgo (287). Al D. r Alessi seguiva nel 1746 il D.r Antonio-Giuseppe Innocenti quale primo medico; nel 1763 succedeva a questi il D.r Ignazio Lotti, nobile di Ceneda, [374] nominato li 3 luglio 1763. Nel 1776 il governo veneto lo promoveva a protomedico della provincia colla sede in Capodistria. Era uomo dottissimo, da tutti stimato. Sostenne per lunghi anni la carica di Principe dell'Accademia dei Risorti. Nel 1752 addi 9 aprile veniva eletto a chirurgo, con una ferma di due anni, Angelo Pisani. Ai Lotti succedeva nel 1776 il D.r Giambattista Novello, già medico di Montona. Nello stesso anno troviamo il chirurgo Carlo Bernardelli capodistriano, decesso li 12 agosto 1817; nel 1780 Giambattista Battistella chirurgo, nel 1790 Andrea Picelli, chirurgo, ed il capodistriano Vincenzo Zampieri, che passava indi a Udine quale medico militare e vi moriva, e finalmente nel 1791 Bartolomeo Pere, che moriva li 22 febbrajo 1797.Al Novello succedeva nel posto di primo medico il D.r Vincenzo Benini nel 1793 (288), il quale sotto il primo Governo austriaco funse le veci di protomedico provinciale. Fu uomo dotto; scrisse sulla malaria d'Aquileja e di Pola (289). Da quanto abbiamo esposto in queste pagine risulta che la città di Capodistria fu per lo spazio di 4 secoli provveduta di sufficiente personale medico, debitamente regolato. Le altre città istriane aveano pure i loro medici e chirurgi. Purtroppo non ci è dato di fornire per tutte un elenco tanto copioso come per Capodistria. Diremo perciò quel poco che sappiamo. Pirano avea medici ancora nel secolo XIII. Il primo a figurare è Giovanni Claudo nel 1290, indi venne Domenico Andrei nel 1291. Nel secolo XIV i medici in Pirano cominciarono a godere d'uno stipendio regolare ammontante a lire 400 di piccoli all'anno, circa 374 fiorini austriaci in oro. In questo secolo vi esercitava la professione medica Giovanni di Tortona e Tomaso de Castro Sardagna nel 1328, Bonifacio di Ferrara nel 1345, Daniele de Campo nel 1346, Antonio di Mantua nel 1365, Giovanni Gherardi di Cremona nel 1360, Antonio di Vicenza nel 1352, Giovanni Grimani nel 1387, Michiele de Manfredis di Chioggia nel 1397. Nel secolo XV occorrono Pier [375] Paolo da Treviso nel 1400, Raimondo Donati nel 1401, Giovanni da Ser aval nel 1406, Nicolò de Soldaneri nel 1476 (290). Nel secolo XVI esercitava a Pirano il medico Giov. Battista Goina o Goineo, d'antica famiglia piranese. Fu uomo dottissimo. Studiò a Bologna nella metà del secolo XVI sotto il celebre Romolo Amaseo. Esercitò a Pirano per molti anni, fino a che, essendo incorso nei rigori dell'inquisizione al tempo della Riforma, dovette nel 1550 fuggire dal dominio della Repubblica, e finire i suoi giorni nell'esilio. Scrisse varie opere, parte su argomento di medicina e parte d'altro genere (291). Non si ha memoria dell'esistenza di medici a Pirano nel secolo seguente; certo però che non vi saranno mancati. Negli ultimi anni del secolo XVIII vi troviamo il D. r Jacopo Panzani veneziano, in fama di buon medico, ed autore di vari opuscoli e d'una storia naturale dell'Istria, menzionata dal Carli nelle Antichità italiche. Fu collaboratore del Periodico: Memorie per servire alla storia letteraria e civile d'Italia. Tradusse dall'idioma tedesco in italiano due opere di medicina, una del Reil e l'altra dell'Ebermeier, corredandole di splendide prefazioni, dalle quali traspira l'elevatezza dell'ingegno e la grande coltura medica (292). Si mantenne devoto fino alla passione alla Repubblica veneta, di cui pianse la caduta, e coprì in Pirano per molti anni la carica di Presidente dell'allor esistente Accademia piranese dei Virtuosi. Morì in Pirano nei primi anni di questo secolo.[376] Abbiamo memorie di altri medici, e precisamente di un Giacomo da Bologna, che avrebbe esercitato l'arte sua a Isola nel 1444, d'un Livio Rezzonico di Como, di famiglia nobile, nel 1551, d'un Iseppo della Bella, pure medico a Isola nel 1643 (293). A Rovigno nel 1418 esercitava l'arte il chirurgo Pietro q.m Venier. Nel 1500 godeva in quella città fama di brava medichessa certa Donna Bortola, morta nel 1582 e decantata nel libro dei defunti come «donna di bonissima vita et amica dei poveri, mezza ceroica la qual era dotorada et medicava tutti li poveri per amor di Dio (294)». Nel 1680 si distinse fra i medici di Rovigno il D.r Giuseppe Sponda per abnegazione e carità. Morì il 10 ottobre 1680, ed il popolo gli decretava li 8 settembre 1682 lapide commemorativa a lato della porta piccola nell'interno del Duomo (295). In Montona troviamo verso la metà del secolo XVIII il D. r Giambattista Novello, che fu indi medico a Capodistria (296) ed a Pinguente nel 1545 il chirurgo Nicolò ab Helmis, e nel 1544 un certo Cosma (297).A Pola serviva nel 1374 certo Bonaventura da Rustigello (298); nel [443 troviamo certo maestro Andrea barbiere, il quale, per aver in moglie una figlia naturale d'uno dei nobili di Pola, avea ottenuto di poter esercitare l'arte medica egli solo, benchè vi fossero in città degli altri barbieri. Ciò diede origine ad una protesta del popolo dinanzi al Senato veneto, il quale finì col togliere tale abuso (299). Nel 1600 esercitava a Pola Marco-Aurelio Lipelli, poscia medico a Dignano, e nel 1613 a Capodistria (300). Negli ultimi anni del secolo XVIII funse l'arte medica il D.r Arduino, che si distinse pei suoi studii sulla malaria (301). A Lussinpiccolo esercitava nel 1752 il D.l'Bartolomeo Scacciani ((302). Anche gli altri Comuni non saranno stati, probabilmente, privi di medici. [377] Il lagno della mancanza del necessario personale sanitario si riferisce in generale a singoli luoghi, e per alcuni periodi di tempo (303). Le premure del Governo e dei Comuui di non restare senza medico furono sempre grandissime. Ancora nel 1343 il Senato veneto ordinava al Capitano di S. Lorenzo del Pasenatico di tenersi un medico (304). Affine di assicurarsi la presenza ilei medico, lo statuto di Pola disponeva che il medesimo venisse salariato convenientemente, e che qualora il medico volesse abbandonare il posto, dovesse dare la disdetta due mesi prima dell'espiro del contratto (305). A Rovigno, nel 1662, si volle assicurata al medico una posizione indipendente, escludendo dal posto di medico comunale chi fosse nativo di Rovigno od avesse congiunzione di affinità o parentela con qualsiasi degli abitanti d'ambo le coste. Restava, però libero a quel medico l'esercizio privato. Tale esclusione venne confermata e rinnovata nel 1729 con speciale deliberazione del Senato (18 giugno) (306). Ai chirurgi era proibito già dal 1680 di venir eletti ad alcuna carica comunale (307). Questo divieto fu rinnovato nel 1734, m seguito ad ordine del Capitano di Capodistria del 22 novembre, riferentesi alla terminazione 27 marzo 1734 del Magistrato di Sanità in Venezia, a meno che non sospendessero il loro esercizio, nel qual caso si doveva passare alla nomina d'altro chirurgo (308). Fino al 1680 vi era a Rovigno un solo medico, e fors'anco un solo chirurgo. D'allora in poi, per l'avvenuto accrescimento di popolo, si salariarono due medici con 300 ducati all'anno, e due chirurgi comunali col salario di 300 ducati e coll'obbligo di abitare nella torre del ponte. Più tardi venne aggiunto un terzo chirurgo (309). Nel 1769 il Comune [378] assumeva un terzo medico e portava la paga di tutti a ducati 500 (310).Tali denari venivano ritratti dalle rendite del Fontico, e stavano perciò a peso esclusivo dei poveri (311). L'elezione doveva aver luogo dietro apertura di concorso per 15 giorni, e vi potevano concorrere tanto i medici di Rovigno, quanto i forestieri (312). Montona aveva ancor prima del 1337 un proprio medico salariato, come si apprende dallo statuto (313). In Trieste, nel 1745, il 1.° medico avea di paga fior. 487:20; il 2. do fior. 362:40; il 3.zo fior. 340. Il 1.° chirurgo fior. 209:80, ed il 2.do fior. 150:10 (314).In Lussinpiccolo i medici non facevano buoni affari, perchè lo Scacciane che v'esercitava l'arte nel 1752, sudava molto per raccogliere le povere mercedi a lui dovute per la cura degli ammalati (315). Esemplari furono le premure della Giurisdizione di Barbana affine di ovviare alla mancanza di medici e farmacisti in quel castello. Riportiamo in nota (316) la relativa terminazione, dalla quale si rileva che Barbana [379] aveva un servizio regolare di chirurgo e di farmacista, pagato in modo fisso, ed anche singolarmente per le prestazioni. I medici ed i chirurgi erano tenuti, sotto minaccia di multe, a denunziare alle autorità i ferimenti violenti od accidentali da essi curati, susseguiti o no da effusione di sangue. Questa prescrizione la troviamo nelli statuti [380] di Veglia (317), Capodistria (318), Rovigno (319), Montona (320) nelle terminazioni della Giurisdizione di Barbana (321), e nel Proclama del Pod. à di Parenzo, Francesco Balbi del 2.o luglio 1721 (322).Quanto avveniva pel servizio medico, si ripeteva pure per il farmaceutico. In alcune città, p. e. a Pola, i farmacisti erano da principio salariati secondo le disposizioni statutarie; più tardi invece aprirono farmacie per loro conto, in seguito a concessione del Comune, e verso patti e ferme differenti. Certi Suliman di Trieste e Zeminian di Bologna offrono nel 1413 al Comune di Trieste di assumere la Speziarla «di medicamenti», obbligandosi di non vendere contemporaneamente nè formaggio, nè aglio, nè carne salata, nè cipolle. Nel 1428 tale spezieria è chiesta con una ferma quinquennale da certo Gasparino de Lazara (323). Nel 1689 veniva aperta una farmacia a Pola (324). Nel 1500 Capodistria aveva una farmacia coll'insegna «al Gallo» di proprietà della famiglia Carreris di poi passata ai de Giovanni, ed altra coir insegna «alla Stella» di proprietà della famiglia Fanzago (325). Ospitali — I Comuni istriani provvedevano per tempo coll'erezione di Ospitali al ricovero dei poveri ed all'assistenza degl'infermi. Nei tempi più antichi, gli Ospitali erano destinati veramente al primo scopo, vale a dire al ricovero di quegl'infelici, che privi di tetto e di denaro, ed inabili al lavoro, avrebbero condotto una esistenza piena di triboli e di sofferenze. In alcuni luoghi vennero sostituiti dalle «case ospitali» ovver commende istituite dai Templari, delle quali ne furono al passaggio del Risano, a quello del Quieto, alla Madonna dei Campi presso Visinada, al passaggio del Canal di Leme, e presso le mura di Pola, formando in tal guisa una catena d'ospizi, che s'estendeva da Trieste fino al porto di Pola, ed al [381] Quarnero. Le case dei cavalieri del Tempio avevano lo scopo di offrire ospitalità ai pellegrini, ma prestavansi puranco al ricovero dei poveri ed all'assistenza dei malati. Ed è perciò che tanto gli Ospitali, quanto le istituzioni della Cavalleria religiosa, entrano nel campo sanitario, e meritano che qui se ne faccia menzione. Alla fine del secolo decimottavo (nel i8oè) esistevano in Istria 23 Ospitali o case di ricovero. Capodistria ne possedeva tre: l'uno colpitolo di Casa di Ricovero o d'Ospitale di S. Nazario, l'altro detto Ospitai di S. Antonio, ed il terzo Ospitale di S. Marco. Il primo aveva allora una rendita di lire venete 10858 di capitali ed un aggravio di lire 13812:9; si trovava perciò in passività. Esso accoglieva allora anche gli esposti di Capodistria, per mandarli poi all'Ospitale della Pietà in Venezia, durante il qual viaggio gravemente pativano e molti morivano (326). Gli Ospitali di Capodistria hanno una storia. Nel 1323 o 1326, sotto la reggenza del Podestà e Capitano Marco Gradenigo (327), certo Marco Trevigiano acquistava da certo Antolfo de Grampa alcune case, nelle quali erigeva un Ospitale al titolo di S. Marco (328). Tale Ospitale è quello che sotto il nome di quel Santo figurava sino ai primi anni di questo secolo. Nelle addizioni del 1660 allo statuto di Capodistria del 1420, si provvedeva alla nomina della direzione di tale pio istituto, e si delegava a tal uopo un priore ed alcuni-procuratori (329). Dell'Ospitale di S. Nazario abbiamo le seguenti memorie. Nel secolo decimoterzo i consoli della città rappresentarono al vescovo Corrado (1245-1268) ed al capitolo della Chiesa il bisogno di assegnare ai poveri un asilo. Il vescovo ed il capitolo accolsero l'istanza, e nella chiesa cattedrale il 7 [382] aprile 1262 fu conchiuso con apparecchio di molta pompa il patto, pel quale concedeansi ai consoli alcune case pertinenti al clero, site in contrada di Ponte piccolo. Dapprima l'asilo stava, a quanto pare, sotto la direzione dei Consoli; ma in progresso di tempo, essendo stato dotato dai cittadini ed abitanti con una elargizione in natura di pane, vino ed olio sufficiente per 10 poveri, e con altre rendite in danaro di lire 13 di grossi, il Pod. à e Cap.o Simone Dalmazio, nel 1389, faceva presente al Senato la necessità di porre alla Direzione dell'Ospitale un Priore ed altra persona, nominati dal Governo. Il Senato però, mentre riconosceva tale necessità, ne lasciava la nomina alla magistratura provinciale. Questa eleggeva due provveditori, approvati dal vescovo, i quali nelle faccende di maggior rilievo dovevano dipendere dalla detta magistratura. Oltre ai due provveditori veniva nominato dal Consiglio a scrutinio segreto un Priore stipendiato, confermato pure dal vescovo, il quale aveva l'amministrazione interna e la direzione dell'istituto. L'assieme di queste norme veniva poi sanzionato dalla ducale del 1434, e come oggetto statutario compreso successivamente nello statuto (330).Ad onta di tutto questo, le cose non procedettero prosperamente: col tempo i mezzi scemarono in guisa che il maggior Consiglio dovette domandare al Senato veneto, che il suddetto Ospitale venisse unito a quello della Confraternita di S. Antonio Abate, una delle più ricche fra le molte che allora esistevano in Capodistria. Locchè avvenne per formale scrittura il giorno 26 aprile 1554, con solennità cui presero parte i membri del Consiglio, i titolati del clero, ed alcuni protonotari apostolici (331). I locali divennero poscia ristretti, e furono ampliati dalla carità cittadina, specialmente nel 1706. Avvenuta frattanto la soppressione della famiglia dei Padri Serviti, mentr'era Provveditore dell'Ospitale il Conte Francesco del Tacco, fu chiesto al Governo che il convento, frutto pure [383] dalla pietà cittadina (332), fosse destinato all'Ospitale di S. Nazario. Locchè fu anche accordato dalla ducale 4 gennajo 1792 Senonchè le guerre poco di poi scoppiate impedirono che la medesima avesse tosto effetto. L'edifizio fu adibito a scopi militari, e l'Ospitale venne trasferito nel convento dei Serviti appena nel 1810. Anche Pirano aveva a quel tempo propria Casa di ricovero, detta Ospitale dei poveri, coll'attivo di lire 15511:18 e col passivo di lire 1021:18. Essa raccoglieva gli esposti di Pirano, e, come a Capodistria, li mandava all'Ospitale della Pietà in Venezia, con sommo pericolo dei poveri bambini (333). L'origine di tale pia casa rimonta al 14 decembre 1222, quando Domenico figlio di Pietro Murari, assieme a Pilizza sua moglie, vendettero porzione di casa e fondo posti in porta de Campo, a Pirina moglie di Menesclavo, a Flora moglie di Mirsa ed a Riccarda moglie di Venerio de Iopyra, coll'obbligo di fondare con questi stabili un ospitale «quae debet fieri hospitalem honore Deiin perpetuum», la cui amministrazione veniva demandata dalle fondatrici al Comune (334). L'Ospitale era intitolato a S. Ermagora, e durava in Porta di Campo fino al 1433, in cui lo si trova trasportato, sotto il titolo di Hospitalis Sancti Michaelis e coll'aggiunta di «novus», nelle vicinanze della chiesetta «Sanctae Nivis Mariae», vale a dire nel sito dove durò sino alla erezione dell'attuale (335). Non consta quanta sostanza possedesse l'Ospitale all'atto della sua fondazione; è noto però che il capitale s'aumentava continuamente coi lasciti di pii testatori, di cui abbiamo esempio non solo nel presente, ma anche nei secoli a noi lontani. Troviamo p. e. memorie di tali legati in testamenti del 1400, (336), ed in doni, specialmente nel 1498, derivati dalla munificenza di Giorgio Venier, celebre teologo, vicario generale del vescovo di Verona, ed arciprete in quella città dal 1497 al 1499 (337). L'esempio del [384] Veniero venne imitato dai cittadini, i quali coi doni e lasciti, assieme agli ajuti prestati dal Comune, contribuirono ad assicurare l'esistenza del pio stabilimento. L'amministrazione stava in antico nelle mani del Podestà, indi passò in quelle d'uno tra i più stimati cittadini col titolo di provveditore, uscente di carica ogni tre anni. La cura dei ricoverati era lasciata ad una priora (338). Ora l'ospitale, o casa di ricovero, che si voglia dire, è collocata dal io aprile 1844 m un sontuoso edificio, sorto dalle fondamenta per opera della carità dei Piranesi. Nel 1808 Parenzo aveva una casa detta «Ospitale del Poveri» coll'attivo di lire 1393, ed un passivo di lire 218. L'edifizio era infelicissimo e cadente (339). L'Ospitale di Parenzo è antichissimo. Esisteva già ai tempi del vescovo Pagano II (1243-1251) il quale durante il suo pontificato concedeva all'«Hospitale di S. Giovanni oltre il mare» (340) la Chiesa di S. Giovanni del Prato, i cui avanzi erano ancora visibili circa 80 anni or sono, e nell"inverno testè decorso (1892) vennero nuovamente messi a nudo, facendone oggetto di studio. Quell'Ospitale trovavasi poco distante dall'odierna chiesetta di S. Eleuterio. Più tardi esisteva un Ospitale intitolato a S. Biagio entro la città, nelle vicinanze della or demolita chiesa di S. Michele, che fu prima di S. Biagio, del quale si conserva memoria in un istrumento dell'anno 1297, in cui si fa menzione di un «Dominus Rainerius Prior Hospitalis Sancti Blasij de Parentio» (341). Le molte sciagure patite nei secoli successivi dalla città, avranno certamente influito sulla decadenza dei due pii stabilimenti. Troviamo infatti che il Consiglio della città, riconoscendo nel 1447 la necessità di rimettere in attività l'Ospitale com'era nei tempi passati, imponeva a tale scopo ad ogni membro del Consiglio una tassa di 10 ducati. L'esempio servì, e non vi mancarono doni e lasciti. Il più cospicuo lascito fu quello del tenente-colonnello Dupila, che morendo al principio dello scorso secolo senza discendenti, legava il patrimonio suo ragguardevole al civico Ospitale, colla condizione che il vescovo ne fosse l'amministratore. Quest'ultima [385] clausola irritò alquanto i cittadini, e ne nacquero proteste dinanzi l'autorità veneta. Il vescovo cedette «pro bono pacis» rinunziando al titolo d'amministratore. Il consiglio allora vi pose d'anno in anno un provveditore, e la cosa andò bene, specialmente a merito del Podestà Girolamo Badoer, il quale sul finire del secolo scorso riordinò il pio stabilimento, di cui dura memoria nella lapide infissa sopra la porta d'ingresso dell'attuale casa di ricovero (342). Sopraggiunti però tempi difficili, e distrutti da alcuni forsennati, che, entrati armata mano in Parenzo nel 1809, gettarono alle fiamme la maggior parte dei documenti del civico archivio, perirono pure in quella circostanza molti . titoli di credito, sui quali basavasi principalmente il patrimonio del pio luogo (343). All'insufficienza delle proprie rendite suppliscono ora il Comune e la carità dei cittadini. La città di Rovigno aveva al principio del secolo due case de'Poveri coll'attivo di lire 3220:15, e col passivo di lire 860. Gli edifici erano buoni (344). L'Ospitale di Rovigno veniva fondato nel 1475 da certo Matteo Dotario q.m Andrea gastaldo della Scuola della Madonna di Campognana, colle rendite di questa Confraternita. Egli destinò un locale per gli uomini ed altro separato per le donne, nei quali erano accolti gl'indigenti, gl'infermi e gli ammalati privi di mezzi, ai quali somministravasi in vita quanto era loro necessario, ed in morte la tumulazione ed il suffragio. Nel 1482 v'aggiunse una chiesetta con oratori separati pei due sessi, e la dedicò alla B. V. della Misericordia ed a S. Lorenzo martire (345). Il pio stabilimento progredì poscia, mercè le rendite della Confraternita ed i pii lasciti (346). [386] Fino al 1706 l'Ospitale non aveva proprio statuto, e veniva semplicemente retto dalla Confraternita fondatrice. Addì 30 novembre di quell'anno quei confratelli deliberarono in radunanza di ampliarlo, e di dare migliore, forma ed istituzione al ricovero, ponendovi a base uno statuto, discusso ed accettato da essi nel giorno 17 febbrajo. Vennero creati quattro governatori per un anno, coll'obbligo di visitare per turno l'Ospitale e tenerne l'amministrazione economica, ed istituita una priora per l'assistenza dei ricoverati d'ambo i sessi, specialmente per gli infermi, e per l'ordine interno del pio luogo. Lo statuto ottenne l'approvazione della Carica di Capodistria in data 8 aprile 1707. L'edificio fu ampliato nello stesso anno ancora, e maggiormente nel 1726, per donazioni fatte dal Conte Antonio Califfi. Questo ampliamento venne specialmente in bene alla sezione delle donne. Addì 23 novembre 1719 il numero dei Governatori venne elevato a sette, uno dei quali nel 1724 ebbe il titolo e l'incarico d'infermiere, e mutavasi ogni mese. Altri notevoli aumenti ebbe l'Ospitale dal Canonico D.r Oliviero Costantini in conseguenza delle donazioni degli anni 1764 e 1780, e della fondazione 8 febbrajo 1782 pure da lui istituita. Ora l'Ospitale funziona in piena regola, ed è diviso in due sezioni. Quella pei maschi è nella casa donata dal Can.co Costantini nel 1764, e quella per le donne in quella donata dallo stesso benemerito sacerdote nel 1780, ove vennero trasferite nel giugno 1852 (347). Pola aveva pure nel 1806 due case de'Poveri col capitale di lire 10105 ed il passivo-di lire 156. L'edifizio era cadente ed infelicissimo (348). Sull'origine e sul passato di queste case nulla ci venne fatto di rilevare. Ora i ricoverati hanno sezione speciale nell'Ospitale civico della città, dichiarato in pari tempo Ospitale pubblico. Anche Albona possedeva due Ospitali o case di ricovero, le cui rendite ascendevano a lire venete 240 ed i passivi a lire 86. I locali erano meschini ed in cattivo stato (349). Uno di questi Ospitali data dal 1561, in cui Matteo Scampicchio legava una propria casa detta dell'Hospitale per uso dei poveri, dando incarico ai suoi successori di attendere alla cura e vigilanza dei poverelli ricoverati, locchè venne sempre eseguito. — L'altra casa proviene dalla carità del Canonico Don Giacomo Nacinovich, il quale sulla fine del [387] secolo scorso comperava del suo una casa in contrada Gorizza già appartenente alla Scuola laica della Beata Vergine, comoda di otto stanze, con orto e cisterna, aggiungendovi 2000 ducati di capitale, affinchè coi frutti ne fossero aiutati i poverelli ricoverati. Tale fondazione veniva approvata dal cesareo governo provinciale in Capodistria, col decreto 20 agosto 1799. I suoi successori ed il Comune d'Albona prestaronsi acche il pio istituto prosperasse, come avviene anche presentemente (350). Fianona, Dignano e Valle avevano pure nel 1806 case di ricovero, non dotate però di rendite fisse, e collocate in edifizi meschini e non corrispondenti (351). Buje era provvista al principio di questo secolo d'un Ospitale, che sotto il nome di «Pia casa di ricovero» sussiste tuttora, e trovasi collocato in ottimo e nuovo edifizio. Allora disponeva d'una rendita di Lire 117:18, con 2 lire di passivo (352). Montona aveva nel 1806 l'Ospitale detto di S. Cipriano, col capitale di lire 10799:98, e col passivo di lire 177:54. L'edifizio era meschino (353). Tale Ospitale data da tempo antico, la cui origine è ignota. Ridotto a tristi condizioni, venne restaurato nel 1622 sotto la reggenza del Podestà Girolamo Zorzi. Da quell'epoca in poi l'edifizio fu trascurato, e solo nel 1845 venne portato ad ottime condizioni, come lo è presentemente, a merito di quel-l'amministrazione. Le rendite consistono in capitali censuarì, parecchi dei quali provengono da un dono del Marchese Marquardo Polesini. Nel 1845 il capitale ascendeva alla somma di fiorini 3106 e carantani 23%, ed aumentava sino al 1857 a fiorini 4670. Anticamente Montona ebbe un n Grisignana possedeva nel 1806, una casa di ricovero di fondazione Arman, coi capitale di lire 1314:8, e colla spesa di lire 74:8 (355). [388] Egualmente Piemonte, il cui Ospitale de'Poveri aveva l'attivo di lire 139:16, ed il passivo di lire 68 (356). Pinguente aveva pure a quel tempo un Ospitale coll'attivo di lire 475:16 ed il passivo di lire 22: nonchè un'istituzione denominata «Eredità de'poveri» coll'attivo di lire 6805:3 ed il passivo di lire 235:17 (357). Visinada, Cittanova e Portole avevano ciascuna Ospitale de'poveri, però senza dotazione, e collocato in miserabili edifizì (358). Anche a Barbana vi era un Ospitale, ma senza dotazione. In tempi molto anteriori pare che esso si trovasse in migliori condizioni. Sotto la giurisdizione di Leonardo Loredan veniva deliberato li 15 aprile 1576 di restaurare l'edifìcio dell'Ospitale, che minacciava rovina. Il Loredan ordinava che venissero creati d'anno in anno due procuratori e governatori nominati dal Capitano, i quali dovessero mantenere in buon ordine le masserizie ed ogni bene di ragione del pio luogo. Fu istituita altresì una specie di Priora, che doveva abitare nell'Ospitale, ed aveva l'incarico di rattoppare i vestiti dei ricoverati e di assisterli nelle malattie (359). I poveri, eccettuati casi speciali, non dovevano abitare nell'Ospitale, che per soli tre giorni (360). In Umago vi era .Ospitale coll'attivo di lire 132:16 e col passivo di lire 12:16. Il locale era infelicissimo (361). Dell'Ospitale di Muggia, il quale nel 1806 aveva la facoltà di lire 3425:13 ed il passivo di lire 273:15 (362) parlano gli Statuti all'Art. 114 del libro V, provvedendo alla nomina del procuratore, dal quale statuto pure si apprende che l'Ospitale possedeva proprie saline (363). A Isola esisteva pure un Ospitale, ma senza rendita fìssa (364). L'Ospitale d'Isola data da tempo remoto, e venne eretto pei poveri pellegrini e pegli ammalati. Nel 1850 le sue rendite furono incorporate a quelle della [389] Confraternita del Sacramento, la quale ne assunse l'amministrazione. Nel 1866, in seguito ad un lascito dell'avvocato dott. Francesco Bressan, il fabbricato vecchio fu ingrandito e restaurato. Ora l'Ospitale possiede una facoltà di fiorini 12000, e ricovera da 20 a 24 individui (365). Trieste era fornita di Ospitali già da tempo molto antico. Ne troviamo fatta menzione nello statuto del 1150 (366), e servivano di preferenza al ricovero dei poveri, o di persone impotenti per acciacchi d'età o per altro motivo. Per gli ammalati v'erano case ospitali apposite, specialmente per le malattie epidemiche, come si ha testimonianza in quella intitolata a S. Lazzaro pei poveri leprosi, la cura dei quali, e la difesa contro la propagazione del morbo, venivano regolate da appositi capitoli statutarii (367). Gli Ospitali erano due; quello di S. Giusto per gli uomini, collocato entro il giardino del vescovato, e quello dell'Annunciata per le donne, trasportato più tardi nei dintorni dell'odierna piazza Lipsia. L'amministrazione della piccola sostanza da essi posseduta dipendeva dal vescovo e da pie persone. Nel 1625 questi istituti furono convertiti in veri ospitali per ammalati, la cui direzione venne affidata all'ordine religioso di S. Giovanni di Dio. L'Ordine s'impegnava con contratto conchiuso nel palazzo vescovile fra il Padre Fra'Matteo Mercenario provinciale di Stiria e Carinzia, il capitano della città Conte Febo della Torre, i giudici e rettori del Comune ed il vescovo Rinaldo Scarlichio, di accettare i maschi ammalati, eccettuati gli affetti da male contagioso, esclusa la sifilide, ed i pellegrini, per due, al più tre notti, nel solo caso ci fossero letti liberi. Il farmacista condotto dal Comune doveva somministrare gratuitamente ai poveri le medicine; la cura ne era affidata ai medici e chirurghi del Comune. Le donne, sotto la direzione di pia donna, erano pure assistite dall'Ordine, ma abitavano in casa separata. L'ingrandimento della città e la sua aumentata importanza indussero nel 1760 le autorità, la cittadinanza ed il corpo dei mercanti a migliorare le condizioni degli Ospitali, ed, assieme con esse, quelle dei poveri, degli [390] esposti e degli orfani. Ottennero pertanto dall'imperatrice Maria Teresa che venisse decretata li 14 giugno 1764 l'erezione dell'Ospitale generale ed unitavi casa dei poveri, cui susseguì nel 1769 corrispondente dotazione colla devoluzione a benefizio dell'Ospitale del dazio d'un fiorino sul vino introdotto dall'estero, e di tre carantani su di quello proveniente dalle provincie austriache. L'edifizio fu eretto sotto il nome di Conservatorio in una località al di là del Torrente maggiore, sopra un'area che era dei Bonomo, e si calcolò di spendere 70000 fiorini, che non bastarono. L'edifizio era destinato ad accogliere gli ammalati, le partorienti, gli orfani, gli esposti, i poveri, i pazzi ed i condannati. L'Imperatrice vi unì poscia P Ospitale di Aquileja con quanto di fondi gli appartenevano, onde si accrebbe notevolmente, anche per cospicui doni di altri benefattori, il patrimonio del Conservatorio. Il pio stabilimento restò tale fino al 1785, in cui, per ordine di Giuseppe II, venne ridotto a quartiere di soldati, che poi divenne l'odierna Caserma grande. Allora il Conservatorio venne trasferito nell'antico episcopio, e vi venne unito l'Ospitale degli uomini. L'ordine di S. Giovanni di Dio si trasferì a Lubiana, e con esso emigrarono molti capitali provenienti da donazioni fatte all'Ordine, che prima tornavano a benefizio della pia casa. Più tardi Pedifizio venne ampliato, e nel 1804 si pensò all'erezione d'un nuovo. Però gli avvenimenti guerreschi insorti nel frattempo ne ritardarono l'effettuazione. Ripristinata la pace, l'Ospitale riebbe nel 1814 le sue antiche dotazioni, e nel 1820 venne esonerato dall'accogliere i pazzi e le partorienti, il cui trattamento passò a carico dello Stato. Nel 1841 portavasi a termine P edifizio attuale del grande Ospitale, la costruzione del quale costò circa 700,000 fiorini (368). Nel 1555 veniva aperto a Capodistria un asilo per gli esposti, i quali più tardi, come si è detto, trovarono accoglienza nel civico Ospitale (369). Provvedimenti contro le pesti. La comparsa della peste bubbonica nella provincia, avvenuta per la prima volta nel 192 d. C. e rinnovatasi per 62 volte (370), nonchè il propagarsi fatale di epidemie vajuolose, costrinsero i Comuni istriani ad istituire per tempo Magistrati, il cui munere fosse quello di tutelare i paesi contro l'introduzione dei morbi contagiosi, specie della temuta peste bubbonica. Ed in ciò fare non potevano a meno d'attenersi [391] a quanto veniva fatto in Venezia, ove già nel 1485 s'istituiva un magistrato stabile alla Sanità, sotto il titolo di Provveditori; ed è anzi da notarsi che un secolo e mezzo prima, cioè nel 1348, una commissione di tre Savii veniva nominata dal Consiglio, affine studiasse e proponesse i provvedimenti opportuni ad evitare la corruzione della città (371). I podestà veneti, che avevano la residenza nelle città istriane, dovevano dare notizia a questi Provveditori della comparsa della peste o di qualsiasi altro contagio nel proprio raggio d'amministrazione, od in altri siti, come rilevasi dalle Commissioni loro date all'atto dell'assunzione della carica (372). A tali istituzioni della Dominante s'uniformarono i Comuni istriani ad essa soggetti, sicchè vediamo la carica dei Provveditori alla Sanità od altre consimili crearsi in tutte le città della costa istriana. Li vediamo nel 1578 in numero di tre a Capodistria, quando per l'imminenza della importazione della peste da Trieste o da Isola il loro numero viene rinforzato di altri tre, coll'aggregazione di Giuseppe Verona, Giovanni-Paolo Zarotto e Giovanni-Francesco (o Girolamo,) Gavardo (373). Nello stesso anno anche Isola aveva i suoi tre provveditori (374). Pirano possedeva tale carica di certo ancora nel secolo XVI, ed era senza salario (375). A Rovigno ed in altre città istriane si veggono in cambio istituirsi ufficii sanitari, a capo dei quali stava il Podestà veneto, ed un Comitato di cittadini. Nei Lussini la sorveglianza sanitaria marittima era regolata già da tempo. Ossero aveva un ufficio di sanità da tempi remoti, ed era affidato al corpo nobile della Comunità, il quale esercitava tale ufficio non solo in Ossero, ma anche nei Lussini. Su questa località, non ancora eretta a comune indipendente, Ossero aveva il diritto d'amministrazione, e quindi ancora al principio del secolo "XVI attivava su quell'isola una severa sorveglianza, mediante uno o due dei suoi membri a ciò particolarmente delegati. Costruivasi a questo scopo a Lussingrande sulla spiaggia del mare una casetta, della quale durano ancor oggi gli avanzi, ov'essi alloggiavano. Però la dimora permanente colà stancò i gentiluomini osseresi, i quali nel 1670 tentarono di esonerarsene, col costringere i Lussignani a recarsi in [392] Ossero onde soddisfare alle prescrizioni. Ciocchè sollevò violente proteste da parte di quelli di Lussino, sopite temporaneamente dalla decisione 18 maggio 1674 del Provveditore Pietro Civran, colla quale stabilivasi che le mansioni di deputato fossero affidate a due persone del luogo: decisione questa che, pel rinnovarsi delle condizioni anteriori, venne confermata in data 14 aprile 1722 dal Magistrato supremo di Sanità in Venezia. Secondo la medesima i due nobili d'Ossero deputati alla sorveglianza di Sanità, dovettero prendere nuovamente stabile dimora ai Lussini. Tale innovazione non fu però di durevole effetto, poichè pochi essendo i nobili d'Ossero, che s'accomodassero a dimorare ai Lussini, fu mestieri di ordinare al Colleggietto di Ossero di nominare due persone di Lussino a Deputati di Sanità, locchè avveniva per disposizione 18 luglio 1734 del supremo magistrato di Sanità in Venezia, e durò fino alla caduta della Repubblica. Nel 1807 il governo italo-francese pose a Lussinpiccolo una commissione sanitaria composta d'un presidente, d'un deputato e del medico del Comune, sottomettendo alla sua autorità tutti gli altri uffizii delle isole del Quarnero. Questa commissione fu mantenuta anche dal Governo delle provincie illiriche, sotto la subordinazione del ^Consiglio centrale sanitario di Trieste (376). In tempo di peste, oppure quando il morbo minacciava d'irrompere, il Governo veneto ed i Comuni tentavano di schermirsene ordinando la chiusura dei passi coll'erezione di rastelli, col taglio delle strade, coll'appostamento di linee militari, tenendo in armi le cernide, e mantenendo una crociera costante di barche armate (377). I rastelli s'estendevano lungo tutto il confine veneto, ed erano sorvegliati da militi appostati in appositi caselli. Tali caselli li troviamo nel 1712 al nord del Dominio a Rosariol e Lonche nel comune di Decani3). Più al sud li troviamo nel 1707 nel comune di Montona presso le case Brecevaz nella villa di Montreo (378), e sopra la Fineda vicino una grotta chiusa da circolo di pietra presso Mompaderno, nel comune di Parenzo (379). Ancor più al sud li troviamo nel 1743 nel comune di Barbana, lungo, la riva del mare (380), indi nel 1703 a Rovigno lungo la marina di Valdibora e l'estremo lembo dei borghi di Spirito Santo e S. Martino (381). I rastelli venivano possibilmente eretti almeno 40 passi entro i confini (382). I Comuni difendevansi poi in separato colla rigorosa sorveglianza alle porte delle città ed ai porti. Talvolta la specialità di queste misure erano dettate dagli stessi statuti. A Veglia venivano deputati per turno alcuni cittadini tolti dal ceto nobiliare e dai popolani, e le loro mansioni erano sorvegliate severamente dalle autorità. Chi poi avesse osato di entrare in città per la via di mare, provenendo da località infette da peste, senza averne ottenuta la licenza dal rettore o dai deputati, andava incontro alla pena di 6 mesi di carcere, al bando ed a 100 ducati di multa, più all'ab-bruciamento della barca o battello (383). A Parenzo non era neppure permesso lo sbarco sullo scoglio di S. Nicolò, se prima non si fosse ottenuta la pratica dall'Ufficio di Sanità, come lo prova la iscrizione sopra masso eretto sull'isolotto (384). Le stesse precauzioni adottavansi dagli altri Comuni della costa, i quali premunivansi reciprocamente contro l'importazione del morbo coll'estendere le cosidette fedi di Sanità (385). Pel ricovero, assistenza ed isolamento degli appestati venivano eretti i cosidettiz lazzaretti, dei quali si ha memoria che ne esistesse uno a Buje nella località esterna di S. Margherita (386) e di certo anche a Capodistria in quella di Lazzaretto. A Trieste i lazzaretti vennero istituiti appena nel 1730, nel qual anno veniva compiuto il lazzaretto di S. Carlo, e nel 1769 quello più grande di S. Teresa (387). Di grave danno alla salute pubblica erano i cimiteri situati entro le mura delle città, e le sepolture nelle chiese. Malgrado il divieto anteriore di seppellire i morti sotto il selciato delle chiese, troviamo tale uso in vigore a Pola ancora nel 1798 (388). I cimiteri entro l'abitato durano tuttora in molte parti della provincia, e ad onta delle prescrizioni legali ora vigenti, non sarà dappertutto sì facile il loro trasporto per riguardi finanziari, o di altro genere (389). Nei tempi di peste si procurava di seppellire i morti in appositi cimiteri, siti fuori dell'abitato e possibilmente lontani da esso. Capodistria seppellì i morti della peste del 1630 nel prato di Semedella in una grande fossa comune (390). Buje li seppellì nella località di S. Margherita, ove in vicinanza c'era il lazzaretto (391). Pirano aprì pei morti di peste nel 1348 apposito cimitero coll'acquisto di tre orti in vicinanza al Duomo (392). Parenzo e Pola fecero altrettanto ed inquinarono talmente il terreno attorno alla chiesa, da favorire l'azione del contagio, sicchè vennero ridotte a piccolo numero d'abitanti. — I Comuni ponevano somma cura nel mantenere la nettezza delle vie pubbliche, delle strade, ed in generale dei luoghi più frequentati. Gli statuti proibivano con molta severità in quasi tutti i Comuni il getto d'immondizie, d'acqua sporca, ed in generale di qualsiasi sudiciume, sopra le vie e piazze. Tali prescrizioni sono ripetutamente contenute negli statuti di Trieste. Le loro varie edizioni proibiscono il getto delle immondizie ed il lavare panni nel ruscello presso la Zudecca e la fontana Ceppi (393), nonchè in generale sulle vie (394), nella piazza fuori porta Riborgo, oppure nei fossati attorno le mura della città (395), e persino sulle strade esterne (396). Era proibito pure il getto di semplice acqua immonda, od anche monda, sulle vie (397), ed il tener letami ammassati nell'interno della città od il loro rimescolamento nelle strade pubbliche (398). Egualmente non era concesso il tenere cataste di legname (399). Gli statuti disponevano poi acche la piazza e la loggia del Comune venissero nettate una volta alla settimana (400). Anche lo statuto di Capodistria proibiva il getto di acqua monda od immonda, o dello sterco, sopra qualsiasi via, è così pure il getto del letame e di ogni sudiciume (401). Quello di Pirano vietava egualmente il getto delle acque sulle vie o piazze ed estendeva il divieto al letame, alle vinacce, pietre, e savorne, le quali cose non era lecito depositare od ammassare sui moli e sulle piazze, o di gettare nel porto. Lo statuto permetteva però di porre sulla piazza e sulle vie lo strame per fare il letame, solamente al tempo delle vendemmie (402). A Buje troviamo identiche proibizioni, aggiuntavi quella di non gettare dalle finestre la fuliggine (403). Egualmente a Parenzo, tanto per disposizione statutaria, quanto per ordine del Podestà (404). Gli stessi divieti vigevano a Portole (405). Le disposizioni di Cittanova furono riportate per esteso a pag. 81, e si trovano nello Statuto al libro VIII. Cap. 23. Lo statuto di S. Lorenzo del Pasenatico conteneva analoghi divieti ed ordinava in aggiunta che ogni sabato gli abitanti dovessero scopare le pubbliche strade. Il getto delle immondizie era proibito anche nei fossi del Comune o fuori delie mura (406). Eguali proibizioni, aggravate però per coloro [397] che lordano vicino alla Chiesa, si trovano negli statuti di Grisignana (407), Dignano, Rovigno, Due Castelli, Pinguente, Isola, Umago e nelle Terminazioni di Barbana (408). Lo statuto di Pola vietava di gettar carogne sulle strade della citta, nei barbacani, nel praticello e nel prato grande, oppur vinaccie od in generale altre immondizie (409). A Veglia, ove vigevano consimili prescrizioni, i cittadini dovevano nettare ogni mese le vie della città e raccogliervi le immondizie depositandole fuori della città in siti appositi, segnati con pali (410). A Montona era proibito di gettare immondizie fuori delle mura del Castello, od in vicinanza alle stesse (411). Gli statuti proponevansi di raggiungere la nettezza degli abitati anche col divieto di tenere entro gli stessi i porci e le capre, ed in generale gli animali minuti. Questo divieto lo troviamo negli statuti di Trieste, Capodistria, Pirano (temporariamente dal 1. o di Quaresima alla festa di S. Michele, 29 settembre), Buje (solamente le scrofe, mentre i porci sono permessi in istalle chiuse e bene condizionate), Parenzo, Veglia, Umago, Portole, e nelle Terminazioni di Barbana (412). [398]Prostituzione. La pubblica prostituzione, che nei tempi moderni si "presenta quale piaga estesissima e difficile, per non dire impossibile, ad evitarsi, non venne trascurata dagli statuti dei maggiori Comuni istriani. Non consta dagli statuti se il loro scopo fosse quello di tutelare le popolazioni contro l'introduzione dei morbi sifilitici; però i rigori usati contro le meretrici, le ruffiane ed i lenoni, ci sono d'indizio sicuro che tale morbo, sì crudele nelle sue conseguenze e sì versatile nelle sue forme, fosse nei secoli decorsi conosciuto in provincia, almeno nelle forme veneree. La sifilide, vale a dire le vere lesioni sifilitiche compajono in Europa non prima del cadere del secolo XV, mentre prima di tale epoca non si riscontrano che forme e lesioni cosidette veneree. Si vuole anzi aver osservato che la comparsa della sifilide coincide col ritorno dell'equipaggio di Cristoforo Colombo dalla scoperta dell'America, e che appena da allora essa siasi propagata per tutta l'Europa (413). L'essere stati scritti gli statuti per la maggior parte prima di quel tempo ci induce a credere che il morbo sifilitico non fosse conosciuto dai compilatori di quelle leggi, e che i rigori delle disposizioni statutarie fossero diretti non già a preservare le popolazioni dal contagio sifilitico, ma bensì dai morbi venerei comuni allora conosciuti. Gli statuti avevano senz'altro di mira anche lo scopo morale di limitare a confini ristrettissimi una piaga che abbrutisce l'individuo, e rallenta i vincoli di famiglia. Vediamo perciò [399] lo statuto di Trieste del 1150 abolire i bordelli e scacciare i lenoni e le meretrici, e ripetersi la stessa cosa negli statuti susseguenti (414). Egualmente a Pirano, ove nell'osteria del Comune erano severamente proibiti i postriboli (415), ed altrettanto a Rovigno, in cui era proibito alle meretrici la dimora in città, e puniti quei cittadini che loro dessero alloggio. Esse doveano abitare in luogo remoto e separato dalle altre abitazioni (416). La stessa proibizione riscontriamo a Pola, coll'aggiunta che le meretrici non potevano testimoniare (417). Veglia vietava il lenocinio, e puniva con multe i contravventori, i quali, se erano insolventi, venivano fustigati durante il passaggio, partendo dalla porta Pisana, attraverso la piazza, per arrivare alla porta grande. La sodomia era punita col rogo (418). Fattucchierie. Altro grave male tormentava nei tempi passati l'umanità, e questo era il pregiudizio. Dominando esso in modo assoluto le menti d'allora, era di supremo ostacolo allo sviluppo della medicina ed all'esercizio delle pratiche sanitarie (419). Molti pregiudizi derivano certamente dall'antichità. Uno studio severo ed analitico intorno agli stessi, potrebbe forse condurre a storici risultati interessantissimi. Ancora nei tèmpi antichi, quando dagli oracoli di Delfo o dall'antro della sibilla Cumana, venivano dati i responsi al volgo credulo, sotto forma arcana, sulle malattie, noi troviamo spiccatissima la tendenza di quei popoli ad affidarsi all'incomprensibile, ed a gettarsi in buona fede fra le braccia dei più strani pregiudizi. A quei tempi il campo della medicina era sfruttato dalle variopinte teorie della magìa. Nata questa dalla buona fede, venne presto elevata dai [400] Persiani all'alto onore di Sapienza, in modo che i suoi sacerdoti, chiamati Maghi, corrispondevano a coloro che i Greci denominavano Filosofi, ed i Romani, Sapienti. La magìa abbracciava le cognizioni delle cose naturali e divine, e così pure la medicina, la matematica e P astronomia, ed era tra i Persiani in così alta considerazione, che non ammettevasi alcuno alla reale dignità, che non ne possedesse per eccellenza i misteri. E tanto stimavasi dalle colte nazioni, che Pitagora, Empedocle, Democrito e Platone si trasferirono a bella posta in Egitto per istudiarla metodicamente, e per arricchire la Grecia di un tesoro così prezioso. Ma come Pacquisto della Sapienza costò sempre somma fatica, così avvenne in progresso di tempo che molti spiriti vili, rinunziando alla gloria di esser veramente dotti, ed appagandosi semplicemente di sembrare tali, cercarono di cattivarsi con un nuovo genere di studi magici la estimazione del popolo, e di passare con poco stento per uomini straordinari e meravigliosi. Quindi si diedero . a coltivare l'astrologia, la divinazione, gl'incantesimi, i maleficii, e tosto il nome di magìa divenne in pratica odioso, e non servì che a significare un'arte illusoria e spregevole. Specialmente la cosidetta magìa sopranaturale o nera, distinta dalla naturale, che corrisponderebbe alle nostre scienze fisiche, fu causa che venissero ad innestarsi nel popolo molte idee false, molte fatali superstizioni. Di tutte le prodezze attribuite alla magìa nera, la più decantata, e per i medici la più interessante, era la libera facoltà di tormentare con orribili malattie gli uomini e gli animali, di deludere la forza dei farmaci più attivi, e di cagionare in istrane guise la morte, ovvero di ridonare la salute, in virtù di certe espiazioni, o di alcuni incantesimi ed amuleti. Queste opinioni sulla magìa erano in voga fino dai tempi d'Ippocrate, come lo dimostra il suo libro ade morbo sacro». Da allora in poi, benchè molti tra i medici abbiano costantemente pensato P opposto, pure seguendo la storia de'tempi, trovasene sempre qualcuno, che, a seconda dei timori del popolo, ammetteva tali influenze. E vediamo emergere in ciò Apulejo, Cardano, Vallesio, Codronchi, Paracelso, Elmonzio, Donato ecc. e persino lo stesso Boerhaave. Nè ciò basta, che a quei tempi, sotto il nome di magìa simulata, distinguevasi l'arte appresa da certi fannulloni di comparire quali operatori di portenti, vomitando o scaricando per altre parti alcuni corpi estranei introdotti a bella posta,- o inghiottiti; oppur fingendo di succhiare il sangue ai morti, come i vampiri, o dando a credere che il demonio parli dal loro ventre, come fanno i ventriloqui, oppure inducendo con ispeciali sonniferi, con unguenti, o con altro luridi sogni, o strane convulsioni. Quando poi P autorità credette di dover aprire gli occhi, e d'intravvedere in tali [401] portenti un inganno od un'azione diabolica, allora sotto l'imputazione di sortilegio, di maleficio o di qualunque altra stregheria, salirono il rogo migliaja e migliaja di vittime innocenti. La frenesia per tali pene, e l'efficacia che ripromettevasene dall'applicazione, fu talvolta tale, che in 15 anni del secolo XVI nella sola Lorena vennero abbruciate per sortilegio ben 900 persone. Non ci è voluto 'molto che anche Galileo corresse la stessa sorte (420). Purtroppo di tali sciagurate sentenze non fu risparmiata neppure l'Istria: nel 1632, a S. Vincenti, veniva appiccata e bruciata come strega, certa Maria Radoslovich (421); a Castua, nella vicina Liburnia, li 3 aprile 1716, furono condannate a morte per stregoneria 14 persone (422). Dal tenore della [402] sentenza riprodotta in nota, riesce evidente quali fossero le paure che ispiravano le stregonerie e gl'incantesimi, e come fosse per conseguenza giustificato se gli statuti ricorressero contro tali vane operazioni a rimedi di così estremo rigore. Questi sortilegi portano il nome negli statuti di fatture, herbarie, maleficio e di stregherie; e venivano praticati allo scopo d'infondere nelle persone amore od odio, come conveniva al richiedente, ed eseguivansi mediante l'uso di speciali radici d'erbe, d'immagini di cera (423), o di bibite, in modo che tali operazioni assumevano talvolta l'aspetto e l'efficacia di veri venefici, e come tali venivano non di rado considerati dagli statuti. E sembra diffatti che dalla propinazione di alcune di quelle sostanze fossero avvenuti gravi accidenti, consistenti nella perdita parziale dell'uso di alcuni arti, o ne fosse derivata persino la morte. Nessuna meraviglia quindi, se gli Statuti di Trieste si sono occupati con rigore di tali operazioni (424). Isola condannava simili contravventori alla fustigazione ed al bollo (425), [403] Pirano, e Umago egualmente, e persino alla morte (426), Buje e Portole alla forca se uomo, ed al rogo se donna, qualora ne fosse susseguita la morte, ed alla perdita del corrispondente membro, allorquando il danneggiato fosse rimasto leso in uno dei membri. A chi poi con stregonerie riesciva di far pascere amore od odio fra due persone, veniva comminata una multa o la fustigazione, il bollo ed anche il bando (427). A Cittanova si frustava e bollava la prima volta il colpevole, nel caso di recidiva lo si bruciava (428). In Due Castelli e Pinguente alla fustigazione ed al bollo con ferro rovente, si aggiungeva il bando (429). Rovigno lasciava la qualità della pena air arbitrio del Podestà (430). Dignano condannava i colpevoli al marchio a fuoco in fronte, e gli avvelenatori se maschio alla forca, se donna al rogo (431). A Pola era proibito di consegnare tossici o veleni, e specialmente un'erba detta de tregno. Alle donne che vendevano in piazza vino, latte, pane e frutta era proibito di filare, sospettandosi chi sa quale sortilegio in tale occupazione (432). Egualmente a Portole (433). Albona faceva frustare i colpevoli, ed indi li bruciava (434). Nei casi non susseguiti da morte, e pei non recidivi, si faceva passeggiare a Veglia il colpevole attraverso la città, montato sopra un asino colla mitra sul capo, e col corredo di una buona dose di fustigazioni e del bollo a fuoco sopra ambo le mascelle. In caso di morte del [404] danneggiato, o di recidiva, il colpevole veniva dannato al rogo. Da quest'ultimo statuto si apprende che le sostanze impiegate nei sortilegi consistevano anche in ossa di morto, in capelli umani, in peli di cane o di murilege (conchiglia, forse astura), in unghie umane e polvere di terra (435). E non solamente la stregoneria, ma ben anco l'alchimia incuteva ribrezzo. Questa scienza donde ebbe origine la chimica attuale, siccome studiavasi in segreto, ed avvolgevasi a bella posta nel denso velo del mistero, attraeva sopra di sè le ire della Chiesa e dei Governi. Ritenendola opera diabolica, veniva severamente proibito d'occuparsene. In una Commissione del doge veneto al podestà di Umago, Andrea Zanne, dell'ottobre 1559 leggesi la proibizione ad ogni cittadino di qualsiasi ordine, anche se ecclesiastico, di lavorare d'alchimia per fare l'oro, l'argento od altro, di tenere fornelli, bozze od altri istrumenti appartenenti a quest'arte, sotto pena di carcere e bando per 5 anni (436). Non è pertanto da stupire, se sotto tali impressioni e modi di pensare si era sviluppata l'idea che la maggior parte dei morbi dipendesse dall'azione d'un essere maligno sopranaturale, contro il quale non vi era altro rifugio all'infuori dell'ajuto della religione. Il medico chiamavasi perciò di rado; e se ciò era indifferente nei singoli casi, assumeva poi un'enorme gravità nelle frequenti occasioni di contagi, i quali, propagandosi su vasta scala, facevano stragi fra le popolazioni. Le invocazioni religiose ci vengono narrate [405] dal vescovo di Cittanova Tommasini nella sua Corografia, e non ci torno sopra, avendone già diffusamente parlato in altro mio lavoro (437). Popolazione. Alle premure del Governo veneto, dirette a ripopolare le regioni rimaste prive d'abitanti in conseguenza delle pesti, delle guerre e dell'ammorbamento del suolo e dell'atmosfera, si associarono anche i Comuni e le Giurisdizioni feudali, concedendo agli abitanti nuovi franchigie ed investiture gratuite di terreni. Così disponeva lo Statuto di Capodistria: «quod ìIli qui venerinl'ad habitandum in Civitate Iustinopolis et steterinl'per quinque annos sinl'franchis ab omnibus angarijs», affinchè come dice il testo «Civitas Iustinopolis hominibus repleatur et reparetur», ed a buon motivo, perchè allora (1668) la città, sebbene alquanto rifrancata, sentiva tuttavia le conseguenze della peste del 1630, dalla quale era stata ridotta a soli 1800 abitanti dei 4500 che aveva prima dell'epidemia (438). Isola offriva due terreni comunali per lo spazio di due pluvine (aratro a ruote) di lavoro, a coloro che volessero venire ad abitare nella terra, i quali terreni erano esenti da fitto, e situati ai confini fra Pirano ed Isola nel territorio di Celula, verso Castillier. Contemporaneamente usava di tutti i mezzi per impedire l'emigrazione (439). Cittanova esonerava di tutti i pesi per tre anni i forestieri che immigrassero nella città o nel vicinato, e che vi acquistassero terre, ed all'espiro del triennio concedeva loro il titolo ed i diritti di cittadino (440). Eguali larghezze offriva lo statuto di Dignano (441). La giurisdizione di Barbana ordinava nel 1631 che tutti i capi di famiglia, padroni di terre, e le persone benestanti dovessero fabbricare, sotto pena di lire 100, uba casa nel Castello, coll'obbligo di abitarla almeno durante le feste, e per facilitare tali costruzioni concedeva gratuitamente la calce. Le case dovevano avere almeno una stanza in solaro, ed essere [406] coperte da lastre o tegole (442). Nel 1667 si obbligavano gli zuppani, pozuppi e giudici del Comune ad abitare in Barbana colle famiglie entro un mese, e così pure i territoriali benestanti, sotto pena di privazione delle cariche, e di lire 50 di multa (443). Dalla stessa giurisdizione veniva pure, favorita nel 1742 l'immigrazione dei Cargnelli, offrendo loro facilitazioni ed esenzioni di pesi; purchè prendessero stabile domicilio in Barbana, e, come dice la terminazione,: «onde studiare tutti i mezzi onde accrescere la Popolatione scarsa pur troppo ed infelice di questo Castello» ed onde «render con la moltiplicità dei fumi meno insalubre quest'aria nelli mesi particolarmente dell'Estate».
Come ci siamo studiati di dimostrare nel corso di questo lavoro, la sapienza dei nostri maggiori non è mancata di affermarsi anche nel campo sanitario, dettando con chiara percezione del carattere, dello stato e dei costumi del popolo, tutto un complesso di disposizioni intente a garantire la pubblica salute, e creando quasi dovunque nei Comuni quelle istituzioni che, sebbene ispirate principalmente al dovere religioso della carità all'egro ed al derelitto, contribuivano pure sussidiariamente al raggiungimento dello scopo suddetto. Tutto questo sarebbe stato però buono e bastevole in circostanze normali; ma le guerre regolari seguite senza interruzione durante il dominio patriarchino (1208-1421) tra veneti e patriarchi, genovesi, conti d'Istria, re d'Ungheria, arciduchi d'Austria; poi tra Venezia ed Austria e suoi alleati (1508-1523); e per ultimo la guerra per gli uscocchi (1612-1617), tutte funestissime per la provincia, e molto più ancora le frequenti pesti, di cui alcune fìe rissime nei secoli XIV e XV, e l'ultima del 1630-31, traendo seco la rovina economica e lo spopolamento, sfasciarono pure nel maggior numero dei Comuni gli ordini sociali, coi quali decadero altresì le provvidenze di buon governo in materia sanitaria, a segno tale che dal principio del 1500 al 1700, Pola, Parenzo, Cittanova ed Umago, ed in generale tutta la costa dalla Punta di Salvore a quella di Promontore, vennero in fama di avere l'aria micidiale, contro la quale sarebbe stata inutile ogni lotta per migliorarla. Ma, come giustamente soggiunge il De Franceschi nella sue «Note storiche», non era già l'aria che fosse insalubre, ma bensì «questa creduta insalubrità derivava [407] dalle case dopo le pesti cadenti in rovina per la morte dei proprietari, o per P abbandono in cui le lasciavano, trasportandosi altrove; mentre la scarsa popolazione rimastavi, viveva immiserita ed avvilita in mezzo alle macerie, fra cui crescevano lussureggianti le male erbe; e non curando la nettezza delle contrade e delle abitazioni, respirava un'aria pregna di miasmi, e gli abitanti privi di medici e di farmacie soggiacevano alle febbri, che dopo averli resi spettri ambulanti, lentamente li spingevano nella tomba, o in forma di perniciose li uccidevano in pochi giorni». Triste, e melanconico quadro, invero, delle vicende passate, e fortunati noi che viviamo in un secolo di così pronunciato progresso, da rendere impossibile, malgrado molto resti ancora da fare pell'igiene, il ritorno a quei tempi lagrimosi! Dr. B. Schiavuzzi. NOTA. Tratto in errore da quanto fu pubblicato nel vecchio «Archeografo Triestino» sugli antichi Statuti di Trieste (Vol. Il, a. 1830), ho citato più volte nel corso di questo lavoro lo Statuto del 1150. Avvedutomi però più tardi di questo errore, lo correggo ora, appoggiandomi air autorità del Kandler, che ne dice falsata la data; mentre il primo Statuto municipale di Trieste sarebbe stato invece quello dell'anno 1319. Vedi «Cod. dipl.», annotazioni ai diplomi 28 maggio 1313 e 3 ottobre 1323. |
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Note:
1.° Havendo inteso, che p. non esser alcun obbligato far carne alla Beccaria neitempi debiti, et a sufficienza p. bisogno del luogo, e Popoli sudditi, ben spesso occorre, che non si trova carne da comperare, quando pure è maggior bisogno, che è specialmente nel tempo dell'Estate, che s'attrovano molti ammalati, si come è successo p. il passato con patimento universale, et anco in vilipendio del Reggimento, posiache in tutti gli altri luoghi circonvicini vi è conduttor della Beccaria, il qual è obbligato à mantener di Carne a Pub.co benefitio, et havendosi offerto al Capitanio Nostro Luciano Basso, e Batt.a Petteglian habitanti in questa Terra simul, et in solidum, mantener di Carni buone e sufficienti, et à bastanza, et al prezzo, e secondo la Tariffa della Carne nuovamente fatta p. tutto Carnevale prossimo Venturo, ha pero S. M. accettato il partito di essi Luciano e Batt.a, con li patti, modi, e conditioni susseguenti, al stipular del qual accordo, obligo, e promissione furono presenti li sottoscritti Testimonii etc. 2. Che li Conduttori della Beccaria sudetti, siano obligati far carne sufficiente, et à bastanza p. bisogno di questo Popolo tre giorni alla Settimana, cioè il Sabbato, il Martedì, et il Giovedì; di esser scorticata detta Carne publicamente di giorno, e venduta secondo la Tariffa della Carne nella Beccaria deputata, et alcun altro, salvo, che li Conduttori sudetti non possino far carne da vender in questo luoco, in pena di L. 50, e di perder la Carne, che havessero scorticato, la metà della qual pena, sia dell'accusatore, e li suoi, che cavarono dagli animali, siano obligati dar all'Agente nostro al prezzo ordinario. 3. Che li conduttori sudetti, mancando di far carne nelli tempi, e giorni antedetti, e nel sud.° modo, incorrino in pena di pagar del proprio L. 10 p. cadaun giorno, che mancassero di far carne, d'esser applicate al benefizio Comun, e di più che si possa comprar da chi si voglia p. quel giorno, o giorni, che mancassero delli Animali così grossi, come minuti, e quelli scorticar à tutte spese, danni et interessi delli dti Conduttori ogni qualunque volta, che non cavasse quello, che costassero gli animali comprati, e scorticati non potendo de coetero gli Osti comprar alcun Animale, ne Carne da alcuno, ne in altro luogo p. uso della sua Ostaria, salvo che alla Beccaria sudd.a in pena di L. 10 p. cadauna volta, che contrafaranno, e la metà della pena sia dell'Accusador. Che se alcuno delli Vicini volessero vender alcuno de suoi animali p. amazzar alla sua Beccaria, e che non potessero accordarsi del prezzo con li conduttori, che in tal caso d.° Vicino, o'vicini, possi essi medesimi far scorticar nella Beccaria detti Animali p. suo conto. Che p. interesse delli Conduttori sudetti sia fatto quanto prima la descrittione delli Castrati, che sono sopra questo Territorio, acciochè non siano trasportati fuori, come ben spesso occorre, e questo, stante l'obligo, ch'hanno essi Conduttori di mantener di carne, come di sopra, ecc. ecc. Die 15 Aprilis 1576.
Pmo. Che secondo l'antica consuetude et uso del Comune nostro di Barbana sia con le formalità solite elletto un chirurgo p. ql tempo, che sarà stimato proprio da Cap.ni nostri, il quale abbia ad essiger annualm.te da cadaun suddito, che ha manzi un starol Form.*», da chi non ha Manzi, ma Animali minuti un starol di segalla, et da chi non ha Manzi, ne Animali minuti un starol d'orzo alli tempi del racolto come fu sempre praticato in pena à renitenti, e difettivi passato S. Michiel da esser sumariamente pegnorati e di pagar il grano, che dovessero a L. 3 p. starol sia, che sorte esser si voglia. 2.do Che essendo il Chirurgo stesso Speziale, et havendo Bottega di Speciaria buona, et bastevole p. l'occorrenze del Luoco, e Sudditi habbia ad esserli contribuito annualm.te, et p. il pmo di Maggio d'ogni anno di sua condota duc.tì dieci dalla Cassa delle Chiese, duc.ti otto dalla cassa delle Condanne in contante effettivo, e dal Fontico Duc.ti otto in tanti Grani misturati, e tutti essi ducati siano da L. 6=14, dalla Cassa del Capto della Colleggiata sud.a spontaneam.te concorsi duc.ti cinque da L. 7=6, e cadauno de Giud.ci, e Procurator del Popolo L. 3 in contante, come voluntariam.te si sono essibiti, e dalli Particolari poi secondo le loro essibitioni fatte al sud.to nostro Rappresa; Ma se il Chirurgo non sarà Speciale, e non haverà Bottega di Speciaria come sopra, cessi alle Chiese, Condane, Fontico, Capto Giud.ci, et Altri la contributione in contante, et habbia in tal caso a conseguire il solo salarlo in Grani, come fu fin hora praticato. 3.zo Che il Chirurgo, e Speciale, che sarà elletto sopra habbia impiantar imediatam.te la Casa qui in Barbana p. abitare a loco, e fuoco di continua permanenza, non potendo partire dalla Giuride senza previa licenza del Cap.no nostro in pena dell'imediata privatone della Condotta. 4.to Che sia il medesimo Chirurgo tenuto visitare cadaun Suddito infermo gratis p. la pma volta, et apprirli la vena, o applicarli le Ventose pure gratis p. la prima volta non solo nell'infermità, ma anche p. le purghe, et p. le altre operationi o visite sia pagato come fu sempre fin hora praticato. 5.o Che le Medicine, che somministrasse il Speciale med.mo all'infermi siano pagate secondo la Tariffa veneta in pena al Speciale in caso di contraffatione di essere processato criminalm.tc, et da esser privato della Carica. Venezia li 3 Maggio 1716. Giovanni Loredan Sig. e Pan. di Barbana, e C. Novo. D. O. M. 1753 • 10 • Maggio gl'illust.mi et eccell.mi Signori Che sia proibito a chiunque di vascello Alessandro Zeno Cav •
Proc • Sopra provd
v «Hic (morbus) Latium atque Italos invasit, et Alpibus extra Girtanner Cristos. «Trattato sopra le malattie veneree». Traduz. dal tedesco del D.r Francesco Antonj. — Venezia. G. Pasquali 1802. Voi. III, pag, 5. In Castova li 3 Aprile 1716. Invocati umilmente li nomi di Iesù Christo Dio e Signor Nostro e della Santissima Vergine Maria, senza machia di peccato originale concepta. Noi Gio. Domenico Pessi I. V. D., e Capitanio di Castova, Veprinicia, Moschenizza, e Podbreghia, con gli Onorevoli Giudici Ordinarii e più vecchi del Popolo di Castova, sedendo pro Tribunali. Avendo veduto il Processo, e gli Atti incominciati, continuati e terminati avanti Noi, contra Voi Antonio Zamlich, Matteo Trinussich, Pietro Puchar, Matteo Iurich, Giovanni Chinchella, Gasparino et Martino Stanich Sarepgnach; nec non Hellena Vedova Siniclich, et Hellena Cachet, Anna Milierick, Lucia vedova Percich Antonich, Catta. Chinchella Vuchich, Catta. Chinchella Gersanich, et Catta. Parmillich, Infamati, Denunciati, ac Denunciate, accusate, esaminate, convinte, Ree confesse, contro quali indubitam.te, e giudicialm.te consta, che voi stessi, e voi stesse abbandonato il Nsro. Dio creatore di tutte le cose, e rivoltati, e rivoltate dietro di Sattanasso con Diabolico voto vi siete portati, e portate alla Radunanza notturna degli Stregoni rinegando il medes.mo Dio Trino, et Uno, et Iesù Christo Sig.or Nsro. nascoso nel Divino Pane, et rinontiando la gratia del Battesimo, la fede di Xsto., e la Gloria del Paradiso, conculcando li Sacram.to e le cose Sacramentali, promettendo fedeltà al spirito Maligno Infedeliss.mo sedente in Soglio sotto specie umana, havete dato in voto li corpi, e le anime, e per insegna di fedeltà, anzi di servitù, e vostra schiavitudine, gli avete dato pezzi delli vostri vestimenti da esser conservati, et li vostri proprii nomi daste per esser annotati, in un orribile libro di Carte nere, congiongendo le vostre destre con l'antico nemico del genere umano, per amministrare aggiongendo forze, con le quali avete corrotto li parti delle donne, i fetti degl'animali, le Uve delle Vigne, i frutti degli alberi, e della terra concitando seccure, e tempeste, havete comesso omicidj, et infanticidj, et oppressi et uccisi infanti, e battezzati, e non battezzati, e gli sepolti nelli Cemeterj nascostam.te dissoterraste, et nella vostra radunanza portaste, e troncatigli il capo, le mani, e i piedi, le loro carne devoraste alle volte allesse, e per il più arrostite, presentando il capo al Demonio, et risservando per voi il grasso per poter aver il mortifero, et esecrabile unguento da quello una volta composto, con il quale unti dal destinato ad ognuno di voi maligno spirito, alle già dette, destinate, e stabilite radunanze intempestivam.te nel silenzio della notte vi eravate portati, e nelle vostre radunanze adoraste il Principe de'Demonj come Dio con gli genochij piegati, accendendo anche facelle, e fuoco... in forma ora di un Laidissimo Caprone, ora di un nerissimo cane mutato, e superando i mali con li mali, dopo molte allegrezze, balli, comessationi e compitationi, voi, uomini con gli succubi, voi donne con gli incubi trasformate in figura d'uomini, e di cani gli Demonj, esercitando miseramente con tasto freddiss.mo la nerissima e nefandissima Sodomia contro la natura de natura; e comettendo anche sceleratissimamente altri molti maleficij, Vene-ficij, Tossicationi ed incantesimi. Per tanto con questa nostra Sentenza dichiariamo e deffinitivamente prononciamo Voi tutti sopranominati dell'uno, e dell'altro sesso, tutti essere stati, et essere Apostati, Adoratori del Demonio, Omicidi, Infanticidi, Eretici, crudeli Antropofagi, Sodomiti, e Sodomite, Adulteri, e Fornicari, Malefici, Incantatori, Bestemiatori, Spergiuri, Infamissimi semi, venduti ai Demonij. Perciò condaniamo ogni uno et ogni una di voi di venire dapprima colpiti di spada fino a che moriate; poi di esser bruciati col fuoco, fino ad essere ridotti in cenere. — De dantibus tossicus vel maleficius ad manducandum vel bibendum. — Ibid. IV. 20. Scias captum esse in Consilio nostro decern, quod nemo sit qui esse velil'tam ecclesiasticus quam religiosus, et secularis quocumque nomine, et dignitate fungatur possit tam in hac urbe nostra Venetiarum, quam in alia parte dominii nostri tam terra quam mari laborare de arte archimiae pro faciendo tam aurum, quam argentum, nec laborare, aut tenere aliquod furnellum, bozzam vel aliud istrumentum pertinens ad hujus modi exercitium archimistate, sub poena standi in carceribus clausis et banni de venetiis et districtu, vel de illis terris et locis nostris ubi fueril'contra factum per annos quinque tunc proximos, et si fuerit accusator habeal'libras 500 de bonis accusati, et si non esset solvendo solvatur de pecuniis dominii, et si idem accusator fuerit servus vel serva sint liberi ab omni vinculo servitutis, si vero esset famulus vel famula scripta remaneat libera ab omni obligatione patronorum et habeat salarium suum cum integritate, nec non libras 500 ut supra, si vero contrafaciens praefatus esset persona ecclesiastica cujus vis gradus, et conditionis existat incurrat in poena banni decemnalis et etiam tam carceribus quam banni et pecuniae prout dictum ul'supra. Commissione al podestà di Umago Andrea Zanne. Ultimo ottobre 1559. Tratto da:
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This page compliments of Marisa Ciceran
Created: Tuesday, August 18, 2009. Last Updated:
Wednesday, December 30, 2009
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