Bernardo Schiavuzzi
Prominent Istrians

 

Attraverso l'agro colonico di Pola.

Confini.

Secondo il Kandler i confini dell'antico agro colonico correvano in buona parte lungo l'odierno confine che da oriente ad occidente divide il comune di Dignano da quelli di Barbana e di Sanvincenti; mentre dal punto ove la linea abbandona il confine di quest'ultimo comune, l'antico confine avrebbe seguito quello che attualmente divide Dignano dal comune di Valle, però non oltre il sito segnato sulla carta dello stato maggiore coll'altezza 196. Da questo punto il confine antico dell'agro non è certo l'attuale che divide questi due comuni; perchè secondo il Kandler e giustamente, esso sarebbe passato d'altura in altura in linea quasi retta fino al posto di Vestre (Vistro); sicchè è lecito di supporre che lo stesso dal punto 196 proseguisse pel Monte massimo (151 m.), per S. Michele di Valle (206 m.), per Valle stessa (142 m.) e che quindi da Valle pel Monte Leme (limes) andasse a finire a quel porto.

Dei segni o marche che indicavano il confine dell'agro colonico poco o nulla resta attualmente, nè per quanto io abbia percorso la maggior parte di queste terre mi fu dato di rintracciarne. Restano però alcune chiesette o cappelle, in parte ancor officiate ed altre in rovina, che io ebbi cura di visitare per scoprire se siano sorte al posto di templi romani od in generale di edifizi di quell'epoca.

Mi propongo quindi di esporre le mie osservazioni in proposito, riservandomi in seguito di estendermi su quanto [92] riguardo le strade e le costruzioni dell'epoca romana potei riscontrare nei territorii dei salius, delle centurie, o delle sortes, nelle quali l'agro era stato diviso.

Alla distanza di tre chilometri dal porto di Carnizza, ove il confine dell'agro ha il suo principio, esistono le rovine di una chiesetta campestre di piccole dimensioni. Di essa non restano che le mura perimetrali. Portava il titolo di S. Teodoro e stava come sta presentemente a cavallo della linea di confine. Codesta chiesa ha una grande importanza nella storia antica dell'Istria. Essa è orientata coll'altare ad est e coll'ingresso ad ovest. Fra le sue rovine vennero raccolte due iscrizioni, una delle quali fu pubblicata nell' «Osservatore triestino» del 16 maggio 1870 dal Kandler, e negli Atti e Memorie della Società istriana di archeologia e storia patria (Vol. IV, 459): mentre una seconda non ancora pubblicata fu da me ricuperata il 13 agosto 1900 in un cortile di Castelnuovo d'Arsa [ora Rakalj], ove vi era stata recata da S. Teodoro. La prima è scolpita sopra un'aretta votiva con dedica di Cn. Papirio Eumelo al nume Melesoco. La seconda incisa sopra una lastra di pietra calcare del luogo, porta pure il nome di Melesoco, tagliato però nel mezzo da un incavo, eseguito da chi adoprò il sasso per la fabbrica della chiesa. Ambidue le pietre sono in Dignano, conservate la prima nel giardino della famiglia Sottocorona, la seconda in quel lapidario. È quindi fuor di dubbio che sul sito della chiesuola di S. Teodoro esistesse nei tempi romani un tempio dedicato al dio Melesoco, deità questa, secondo il Mommsen non romana, ma gentilizia. Le lettere palesano che la dedica appartiene alla fine del primo secolo o al principio del secondo dell'êra cristiana.

Proseguendo lungo il confine per altri quattro chilometri fino alla villa Belavici, alla distanza di circa 500 metri a sud del medesimo esistono le rovine d'una cappella, che era dedicata a S. Dionisio. La cappella è orientata da est ad ovest e misura metri 10.75 in lunghezza e metri 6.23 in larghezza. Le mura sono di fattura prettamente romana nelle loro parti [93] inferiori. Dinanzi alla chiesetta verso mezzogiorno nel campo attiguo havvi una necropoli romana, come mi assicurò un contadino, che vi fece degli scavi a scopo agricolo; laddove io raccolsi quale segno della romanità del luogo cocci di vasi, d'anfore, di dogli e di tegole. La chiesetta, che apparteneva alla parrocchia di Momorano, fu officiata fino al 1724 da un cappellano mantenuto dagli abitatori delle ville Belavici e Bratolich, pertinenti però alla parrocchia di Barbana, fuori dell'agro colonico. In tempi anteriori fu d'importanza e godeva di molte rendite; mentre più tardi divenne dimora d'un romito. Abbandonata nel 1724, fu ancora per breve tempo conservata al culto; ma poi cadde in rovina. Il titolo a S. Dionisio fa supporre la successione al culto di Bacco e l'esistenza forse in quel sito d'un tempietto dedicato a questa deità del paganesimo.

Alla distanza di altri sei chilometri sulla linea del confine, nel punto ove lo stesso s'allaccia a quello fra Sanvincenti e Barbana, dura una chiesuola intitolata a S. Martino, in vicinanza della località di Bicici e di quella di Saini. La chiesetta è collocata sopra una piccola altura, che porta traccie di vecchie abitazioni ed al fianco destro d'una strada romana conducente a Golzaha ed a Pedena. Il nome del santo titolare è sospetto, ricordando esso Marte, che nei tempi romani veniva di spesso onorato con templi eretti sopra le alture. La chiesuola attuale venne fabbricata nel 1315, come lo dice un'iscrizione in caratteri dell'epoca (semigotici) scritta — non scolpita — sulla parete interna, di sinistra, della chiesuola, iscrizione che il buon senso dei villici rispettò, quando si tinse di calce l'interno di essa. L'iscrizione suona come segue.

Ì Anno Domini Millesimotricentesimo quintodecimo • indicìone tercia decima, diem • decimoquintem (sic) • mense Madii • opus • ecclesie • sancti • Martini • Dominus • Bobosius fecit at junus consecratio ejusdem • ecclesie facta fuit sub dito die • millesimo • dictione • fiere • fecit.

Ha parecchi strambotti. Ci avverte però che la chiesa. venne eretta nel 1315 per opera d'un Bobosio. Sulla pila dell'acqua santa si legge la data 1640 e sulla porta della chiesuola sta scritto: De novo erecta 1761 • M. Giacomo C. F. Si [94] rileva quindi che essa subì una riedificazione forse nel 1640 e di certo nel 1761.

La presenza di questa chiesuola sul trifinio Dignano, Barbana, Sanvincenti ed al confine dell'agro colonico di Pola non solo, ma anche sulla strada romana che da Pola conduceva verso Golzana e Pedena, dà adito a supporre che che la stessa trovisi nel sito ove nell'epoca romana era un delubro, dedicato forse a Marte.

Intorno all'esistenza nel medio evo d'una piccola abazia di S. Martino, mi riservo di parlare in altro lavoro.

Alla distanza di altri tre chilometri e mezzo sorge a cavallo del confine la chiesa campestre detta della Madonna dei tre confini, probabilmente perchè trovasi a pari distanza dai due confini di Valle e di Sanvincenti e da quello di Dignano. Essa sta su di un'altura posta a 247 sopra il livello del mare ed è di piccole dimensioni.

Dalla Madonna dei tre confini il limite dell'agro corre attraverso I'altura quotata colla cifra 236 sul mare, tocca la villa Zuccherich ed attraversa quello attuale di Valle all'altezza di m. 196, dopo percorsi circa 4 chilometri e 70 metri, per indi inoltrarsi attraverso il territorio di questo castello.

Attraversato il Monte massimo alto 151 metri, si raggiunge la collina di S. Michele, ove sopra un castelliere preromano è collocata la cappella dedicata a quel santo, tuttora officiata, appartenente al monastero ora diruto, di cui v'hanno memorie fino dall'anno 1178. Atteso il nome del Santo, il titolo del quale è comune a molte chiesuole collocate sulla cima dei colli, la cappella ricorda pure i delubri di Marte, che all'epoca romana erigevansi sull'apice delle colline, per invocare la protezione di questa divinità sui terreni circonvicini.

Ad un chilometro di distanza verso occidente domina la posizione e specialmente la vallata che da settentrione conduce verso Pola, il castello di Valle posto a 142 metri sopra il livello del mare. Il castello (castrum Vallis) porta traccie evidenti dell'epoca romana nella quale fu eretto ed il suo territorio è ricco di memorie di questa età.

Reputo che il confine proseguisse indi verso Vestre (Vistro) attraversando le alture segnate sulla carta già citata colla cifra [95] di 133 metri, tangendo o la posizione ove trovasi l'antica chiesa detta «Madonna alta» o meglio l'altura di Tujan (Tullianum) a 146 metri sopra il livello del mare, località questa che fornì tanto al museo di Trieste quanto a quello di Pola, larga messe d'oggetti e monete della repubblica romana, per indi proseguire pel monte Leme e Monleme (Limen = confine) a 124 metri, Monsporco a metri 85, raggiungendo da ultimo il porto di Vestre, noto perchè nelle vicinanze sorgeva nell'epoca romana la località di Vistrum.

Perticazione.

Dalla città di Pola o meglio ancora dalla località or detta Tivoli ed un tempo Valle S. Pietro, conduce verso Nord in linea interamente retta una strada campestre, che raggiunge Gallesano e che indi continua parte senza interruzione e parte con piccole deviazioni fino al Monte Orsino nel comune di Dignano, arrivando al confine dell'agro dopo essere stata di nuovo interrotta a metà distanza fra la chiesa della Madonna dei tre confini ed il trifinio Dignano-Barbana-Sanvincenti. Da Pola verso Sud la via non è tracciata e la sua linea termina alla punta di Verudella.

Nel punto ove la strada tocca Gallesano viene essa tagliata ad angolo perfettamente retto, da una via che attraversa il paese e che va per un paio di chilometri in linea retta verso Ovest, per raggiungere dopo brevi deviazioni Marana e poi Peroi. Verso Est però la strada continua per circa tre chilometri in linea retta per dirigersi alquanto verso Nord, donde poi alla distanza di circa 600 metri corre in linea perfettamente retta verso Oriente, toccando Monticchio e da qui inclinando verso Sud per arrivare a Nesazio.

La direzione di queste due vie, il loro incrocio ad angolo retto a Gallesano, che trovasi alla metà esatta del percorso, indussero, di certo non a torto, Pietro Kandler a considerare e ad ammettere la prima per il Decumanus maximus, così che l'ombelico dell'agro cadrebbe nel centro di Gallesano, ove l'ingegnere col groma, l'aruspice colle braccia avrebbero fissata la sua perticazione. Non posso accettare l'idea del [96] benemerito ora defunto Mons. Deperis, che pone l'ombelico dell'agro polese sopra il Moncastel vicino Gallesano, e ciò perchè è troppo evidente l'incrocio del Kardus maximus e del Decumanus maximus a Gallesano.

Messo ciò come fuori di questione, io volli esaminare coll'aiuto delle carte dell'i. r. stato maggiore ed anche con molti sopraluoghi, se realmente rimanessero traccie, evidenti ancor oggi, di calles e di limiles, di decumani e di cardi, cioè di vie che li percorrono e trovai con mia sorpresa e soddisfazione che di siffatte traccie v'ha abbondanza, alcune anzi, come la strada che da Pola conduce a Sissano (percorrente il secondo Decumanus citratus dextratus), seguono i decumani ed i cardi.

Considerato che le deduzioni del Kandler basavansi esattamente sopra circostanze di fatto, io divisi l'agro secondo le indicazioni di lui nei diversi Saltus, derivanti dalle limitazioni avvenute mediante i Cardi ed i Decumani e nelle Centurie e trovai che nell'ager citratus sinistratus v'erano 12 Saltus, di cui 6 completi e 6 parziali; che nel citralus dextratus vi erano 17 saltus, di cui 8 erano completi e 9 incompleti. L'ager ultratus sinistratus invece aveva 13 Saltus, di cui 3 soli erano completi e 10 incompleti ed il dextratus aveva 7 saltus, di cui uno solo era completo, gli altri incompleti. Numerai i diversi Saltus nei quarti dell'agro con cifre romane, principiando dal Nord verso il Sud e le centurie con cifre che seguonsi nello stesso ordine.

Le varie Sortes assegnate ai coloni risulteranno dal nome delle località esistenti od abbandonate, le quali ultime furono da me in massima parte visitate e studiate.

Territorio.

Agro ultrato sinistrato.

Il cardo massimo limita questa parte dell'agro verso oriente a due chilometri circa dalla chiesa della Madonna dei tre confini e verso occidente essa termina al porto di Vestre. Il primo Saltus abbraccia il territorio in cui trovasi Vistro. [97] Rovine abbondanti coprono il sito dell'antica località posta ai piedi dei colli di Rovinal, Monsporco e Monte Vestre. Vistro (Vistrum) è noto come patria di S. Massimiano, arcivescovo di Ravenna, il quale circa l'anno 546 eresse in Pola il tempio di S. Maria Formosa o del Canneto. Un castelliere preistorico copre il Monsporco (centuria 8.a) a cavallo del confine, mentre alle falde del Monte Lesso (centuria 22.a) alla spiaggia del mare, una cisterna romana ed altre rovine palesano che colà ai tempi romani v'aveva una villa rustica.

11 Monte delle arche, coronato pure da un castelliere preistorico, sito nella centuria 19.a ritrae il nome dalle pietre per fabbricare arche, oppure secondo il Kandler era topico per quella parte dell'agro. Nella centuria 25.a esistono le rovine d'una chiesuola che fu dedicata a S. Canonica attorniate da un castelliere preistorico. Altro castelliere si scorge nella località Garzotto.

Il secondo Saltus viene chiuso verso Nord da una linea che tocca il confine col Monte Leme (Monleme) e le alture di Tujan. Il Monte Leme, il cui nome deriva da limen (confine), alto 124 metri sul livello del mare, è occupato sulla cima da un castelliere preistorico. Le alture di Tujan invece ricordano una Sors della gens Tullia detta Tullianum. Le alture di Tujan, elevate 146 metri sul livello del mare, furono sede di vaste dimore negli ultimi tempi della repubblica romana, d'una necropoli di quell'epoca e fors'anco d'un delubro o santuario. Nell'agosto 1905 praticandosi degli scavi a scopo agricolo si rinvennero molti oggetti di bronzo, fra i quali una statuetta, pezzi d'armatura, di bardature, parecchie falere di argento e di bronzo, alcune fibule romane, un asse librale e molti denari della repubblica, nonchè vittoriati. Oltre a ciò alcune stoviglie di terracotta, notevole un rhyton a testa di bue, d'importazione dalla Magnagrecia; oggetti che passarono nei Musei di Pola e di Trieste. La centuria 4.a ove si trovarono quegli oggetti, confina con Ciubani, proprietà della distinta famiglia Bembo, confinante con un colle sede di un Castelliere, che diede in tempi anteriori ricca messe di oggetti preistorici, fra i quali un'ascia ad alette di bronzo.

Nella centuria 9.a esiste la chiesa di S. Maria alta riedificata [98] nel 1790 sull'area dell'antica, della quale si hanno memorie fino dall'anno 1177. V'ha tradizione che in quell'anno papa Alessandro III vi abbia dimorato quale ospite del monastero di Benedettini 0 d'Agostiniani, che vi stava unito e di cui ora esistono ampie rovine. Non potei accertarmi, ma è probabile che la chiesa ed il Monastero riposino sopra vecchi edifizii romani, essendo frequenti in quei dintorni ruderi di quella epoca.

Una chiesuola dedicata a S. Mauro trovasi nel mezzo della centuria 24, alla qual posizione conduce una via campestre che passa a poca distanza della calle che separa questa centuria dalla 25.a, e proviene da una via laterale diretta alle Alture di Tujan. La via passa in vicinanze ad altra chiesuola detta "Madonna pìccola" sita vicino al confine della centuria 10.a. La via stessa è di certo la 1.a calle parallela al Cardo 111.

Nel Saltus III troviamo a cavallo della calle fra la centuria 7.a ed 8.a il castello di Valle Castrum Vallis — valido Oppidum eretto dai romani a tutela dell'agro contro le incursioni dal lato della valle che si presenta verso settentrione.

Nella prossima centuria 9.a sopra un colle alto metri 206 havvi ampio castelliere e dinanzi allo stesso la chiesuola di S. Michele colle rovine del piccolo cenobio. Presso al castelliere vennero scoperti due tumuli preistorici. Non potei accertarmi se la base della chiesa 0 del convento siano di fattura romana. Come dissi antecedentemente, il sospetto sarebbe giustificato. Le più antiche notizie non vanno più in là del 1178, nel qual'anno esso viene nominato nel breve di Alessandro III dato a Rialto in Venezia, col quale il papa conferma le donazioni fatte dagli impecatori d'occidente alla chiesa di Parenzo; per cui figurando fra gli stessi anche gli antecessori d'Ottone II, che le rinnova, ne viene che il monasteio e la chiesa di S. Michele possono benissimo arrivare all'epoca bizantina, cioè prima del 788.

Una via conduce da Valle attraverso tutto il saltus verso Valenzan nel saltus sottoposto e la sua posizione e percorrenza ce la indica come una calle ora alquanto deviata.

Traccie di calles troviamo nelle centurie 16.a e 21.a del [99] quarto Saltus, le quali però non combinano col mio tracciato, e nella centuria 25.a una traccia d'un limes, tagliato di poi dal Cardo I esistente tuttora. A cavallo del confine, nel sito ove il Cardo II lo taglia trovasi il Monte massimo coronato da un castelliere preistorico. Altro simile giace nella centuria 22.a, nel sito detto «Turnina», circondante una chiesuola dedicata a S. Giovanni. Su questa chiesa d'antichissima origine i canonici di Pola per decreto del Patriarca d'Aquileja vantavano già dal 1252 diritti di decime.

Nella centuria 23.a nella percorrenza del decumano II trovasi il luogo di Gajan, nome d'una Sors appartenente alla famiglia Gallia. Il luogo è ricco di rovine con traccie di vasche e di abitazioni.

Nel Saltus V oltre alla via che percorre il cardo abbiamo in tre luoghi traccie evidenti di calles, che s'accostano o si staccano dal mio tracciato e d'un limes in continuazione di quello segnato al IV Saltus. Le calles riscontransi dalla centuria 18.a alla 25.a, dalla 19.a alla 24.a e dalla 10.a alla 25.a. Nella centuria 3.a trovasi la chiesa della Madonna dei tre confini già citata.

Del Saltus VI non esistono che due centurie complete e quattro frazionate e tranne una vecchia chiesuola dedicata a S. Damiano sita nella 9a centuria, null'altra traccia esiste di edifizii. La punta Gustigna (Gustegna) — Centuria 8.a — o come il Kandler la chiama anche Cristina — segnava all'epoca veneta il confine del territorio di Dignano ed ora serra il comune di Valle verso Rovigno.

Il VII Saltus sembra che contenesse due Sortes, essendovi le contrade Magnano a settentrione col colle M. Magnan, sede di un castelliere (centuria 1.a), e più a sud la contrada Liban. Magnano ricorda la gens Maiania (194 a.C. - 12 d.C.) e Liban forse la gens Marcia, dal nome di Q. Marcius Libo (174 a.C). Nella sors Maianium e precisamente nel predio che porta il nome di gentilizio di Valle, giacciono le rovine d'una villa rustica (centuria 99.a sopra un limes). Sull'altura Paravia nella centuria 13.a .

[100] Traccie marcate di calles si vedono fra le centurie 6.a e 7.a, 11.a e 12.a corrispondenti al mio tracciato e d'un limes egualmente conforme al mio tracciato fra la 7.a e 12.a centuria. Il terreno è ora coperto da dense ceppaie e solamente alla spiaggia del mare esistono traccie d'edifizii, cioè una vasca romana a piedi del monte Grego nella 6.a centuria, indi la chiesa di S. Paolo in rovina nella centuria 11.a, nelle vicinanze della stessa resti d'una villa romana; più al sud gli avanzi d'una fullonica e nella 17.a centuria la chiesuola di S. Giacomo. Il «Porto Colonne» rammenta edifizii dell'età romana, di cui sulla spiaggia esistono rovine.

Alla contrada Libano appartengono le vaste rovine di Betica e di Barbariga appartenenti ai Saltus VIII e XI.

Il Saltus VIII è marcatamente ricco di residui di romanità. Vi troviamo il Cardo terzo, quasi completamente marcato, congiungersi ad una via che probabilmente era in origine anche la parte dello stesso cardo decorrente nel Saltus III, che conduceva indi verso sud alla contrada Valenzan nel gruppo formato dalle centurie ó.a, 7.a, 8.a, 11.a, 12.a, 13.a e finalmente a Betica. Valenzan, località con nome prettamente romano, fu forse una sors toccata ad un veterano di nome Valens o Valentinianus, ed è ricca di ricordi dell'epoca romana. Nel sito che dicono Cisternelle (sulla carta dello stato maggiore sta scritto Fisternelle), appartenente alla contrada di Valenzan, trovansi ampie rovine di fabbricati dell'epoca romana. Visitai questa località nel 1905 e vi trovai una grande vasca da cisterna, delle rovine attraversate da un canale coperto alto circa un metro, dei bacini di pietra per spremere le olive ed un po'più ad oriente le rovine d'una chiesuola, vicino ad altre ampie rovine. Il bosco e le ceppaie nascondono la località, che solamente chi abbia pratica del luogo può scoprire. Era il sito d'una villa rustica romana, divenuta nel medio evo probabilmente la sede d'un piccolo monastero. La località sta sopra il limes meridionale della settima centuria. Nella prossima centuria 13.a sopra il limes in vicinanza dell'attuale stanzia Negri esistono rovine d'una villa rustica romana.

Due traccie di calles spiccano nella centuria 1.a e 6.a, nonchè nella 3.a-8.a e 4.a-9.a. Non corrono però in linea del [101] tutto retta e divergono alquanto dal mio tracciato. Traccie di limites abbiamo nella 3.a centuria, nella 21.a e 22.a ed uno quasi sopra il mio tracciato nella 24.a e 25.a.

A cavallo del 3.° limes, fra le centurie 12.a e 17.a, esiste la località Mandriol, corruzione di Montario/, Mont'Ariol o Monte delle are, sopra un colle alto sul mare 74 metri. Un ampio castelliere preistorico a due cinte occupa la collina e sulla spianata dello stesso trovasi il piccolo villaggio. Il monte fu di certo abitato dai romani, perchè non vi mancano cocci di quell'epoca, mentre alla base del colle verso mezzogiorno nello centuria 17.a trovasi un'ampia vasca di lavoro romano entro un fìtto bosco, che nasconde i vecchi ruderi della villa rustica, che colà esisteva. Ad occidente ed a mezzogiorno di Mandriol corre nella valle un tratto della strada romana, proveniente da Pola e diretta al canale di Leme e verso oriente la vallata detta Spariniana ricorda la Sors omonima dei tempi romani. Traccie d'una villa rustica appartenente alla Sors stessa si riconoscono nella centuria 17.a.

Ricca di rovine romane è la località Betica nella Sors Libanum. Il nome del predio moderno non è d'origine romana, ma gentilizio di famiglia che troviamo a Dignano nel secolo XVI e XVII ed in quest'ultimo secolo anche a Pola. La località dev'essere stata nei tempi romani sede d'una grande villa rustica con una fullonica o forse d'un abitato più esteso. Ne fanno fede la grande cisterna, ancora usata e le ampie rovine, che trovansi parte sopra terra, ma in massima parte ancora sepolte. Il sito mantenne la sua popolazione anche nei tempi bizantini, il che è dimostrato dagli scavi che il capitano del genio militare Schwalb vi praticò cinque anni or sono, i quali misero a giorno delle pietre scolpite d'egregia fattura, caratteristiche del secolo VI e VII dell'êra nostra, che appartennero ad una chiesa di buone dimensioni ora sparita.

Mezzo chilometro a S O di Betica nella centuria 21.a traccie di fabbricati romani presentansi sopra suolo e così pure nella 25.a centuria presso al cardo 2.o nella località detta Fonda Colomba una vasca romana fa cenno di villa rustica, che colà esisteva.

Il Saltus nono porta traccie marcate di calles e di limites. [102] Una calles che passa oltre tutto il saltus trovasi alla metà esatta delle centurie 2.a, 7.a, 12.a, 17.a e 22.a, mentre un'altra passa in vicinanza del mio tracciato orientale nelle centurie 10.a, 15.a, 20.a e 25.a. Traccie d'una calles trovansi in mezzo alla 3.a centuria e forma colla calles che passa per la 2.a e con una traccia di limes al sud, nonchè col secondo decumano al nord il quadrato quasi esatto d'una centuria. Traccie di limites trovansi nella 10.a centuria e sopra il mio tracciato fra quella e la 15.a, nonchè nelle centurie 17.a , 18.a, 19.a e 20.a, che coincidono quasi col mio tracciato. Quest'ultimo limes è la continuazione di quello trovato nell'ottavo saltus.

Oltre a parte del territorio della Sors Gallianum (Gajan), esiste in questo Saltus la contrada Panzago, che probabilmente prende il nome d'un predio romano. La località omonima, di cui ora esistono poche traccie, stava nella centuria 15.a, ove trovasi una chiesuola dedicata a S. Michele.

Questo saltus nella sua parte meridionale abbracciava dei predii che nel medioevo ebbero una certa importanza. Nella centuria 16.a dura nelle sue rovine una chiesa intitolata a S. Martino, circondata da vaste rovine. La località porta ora il nome di Midian, ma nelle epoche anteriori si chiamò Medolano (a. 983), Medelano (a. 1177), Medilanum (a. 1211) Ecclesia S. Martini juxta Medilanum, Midilanum (1300, 1331) e fu certo luogo d'importanza. Ciò si può ammettere pel motivo che attraverso l'attuale villaggio passa la strada romana ancora intatta, che da Pola per Dignano conduceva indi verso Parenzo. Anzi il nome stesso della località indica una stazione di via, posta alla metà (Medilanum, Medianum) del percorso della strada, che da Pola conduceva fino al confine dell'agro giurisdizionale (non colonico), terminante al canale dì Leme (Limes). Il Kandler anzi annovera la contrada fra le sortes e la chiama Median.

La chiesa di S. Martino ha antiche origini. Delle pietre sculte d'arte bizantina, che scorgonsi murate in una casa dell'attuale villaggio, fanno fede che già nell'ottavo o nono secolo essa esisteva, e le mura ancora in piedi di proporzioni rilevanti sono testimonii dell'importanza da essa acquisita nei secoli posteriori. Dotata di ricche rendite, la chiesa è fra quelle [103] di cui i vescovi ambiscono il possesso. Da parecchio tempo appartenente al vescovo di Parenzo, viene a questo confermata nel 1177 da papa Alessandro III ed indi nel 1211 dal patriarca d'Aquileia Volchero, che da tre anni era in possesso del Marchesato d'Istria. Più tardi il presule aquileiese investe di tutte le decime di Mediglian (sic) il capitolo di Pola, il quale come si rileva dal catastico del 1387, ne è in possesso da parecchio tempo. Nel 1569 poi il vescovo Antonio Elio ne investe abusivamente la sua famiglia, investitura confermata nel 1628 dal vescovo Saraceno.

Nel 1330 Medilano si stacca dall'agro comunale di Pola e passa con altre ville a formare quello di Dignano. Da questa epoca la chiesa e la località perdono un po' alla volta l'importanza, probabilmente per l'abbandono del passaggio attraverso l'antica via. Sopravvengono indi la malaria (nel 1300) e le pesti ed il paese abbandonato viene poi dato agli abitanti di nuova importazione.

Una chiesuola dedicata a S. Tomaso ancor oggi mantenuta al culto trovasi nella 18.a centuria in mezzo a rovine di antichi edifizi, appartenenti alla contrada Gosan, ricordante una sors Gusianum che colà s'estendeva. Nella 20.a centuria esiste tuttora offciata la chiesuola della Madonna della salute circondata da mucchi di rovine. La chiamano «la Madonna dì Gosan» forse perchè anche quelle rovine appartennero alla vecchia località. Nella chiesa si conserva un frammento di lapide sepolcrale romana, che null'altro contiene se non le dimensioni del sepolcro ed il divieto agli eredi di farne uso. Nelle vicinanze l'anno 1868 venne trovato in un campo un timbro metallico colla marca di P. Postumus Fìrmus.

Ad oriente della chiesa corre una calles che proveniente da Panzago passa vicino a S. Michele e s'estende al sud della Madonna della salute.

Il Saltus decimo ha traccie frequenti di calles e di limites: così nella 4.a e 5.a centuria due calles in continuazione di quelle della 24.a e 25.a del V Saltus, indi una calles che provenendo dalla 23.a centuria del V saltus corre in vicinanza alla chiesa di S. Quirino e prosegue in mezzo alle centurie 8.a, 13.a, 18.a, 23.a per indi continuare con parecchie interruzioni [104] fino quasi a Lisignanmoro vicino a Pola. Una eguale calles che indi conduce fino a Stignano nel territorio polese si stacca dalla centuria 1.a interrompendosi per breve spazio in parecchi punti. A questa parallela un'altra calles parte dalla 6.a centuria e s'interrompe alla tangenza del decumano I. Traccie di limites abbiamo nella 7.a, 8.a e 9.a centuria, nonchè nella 17.a e 18.a ed anche nella 23.a, 24.a e 25.a. Esse combinano col mio tracciato, mentre le calles da esso alquanto si staccano.

Codesto saltus non ha finora offerto nulla di speciale. La chiesa di S. Quirino, che trovasi nell' 8.a centuria e sul tracciato d'una calles, è di certo antica ed attorno alla stessa ci sono traccie di vecchi fabbricati. Nella 16.a centuria in vicinanza del Cardo I esiste la chiesuola di S. Margherita pure d'antica data. Accenna ad una Sors romana il nome Lisignana dato ai terreni posti nella 11.a centuria.

Del Saltus XI non rimangono che le frazioni della 4.a, 5.a e 9.a centuria appartenenti alla Sors Libanum. La frazione forma l'or detta punta Barbarìga, una volta chiamata punta Cissana. Sull'estremità della stessa veggonsi delle rovine d'un fortilizio veneto, che sta sopra altro di data romana. Alla spiaggia del mare nella 5.a centuria s'estendono le vaste rovine della sontuosa villa romana, scoperte alcuni anni or sono dal capitano del genio Schwalb e vicino ad essa l'ampia cisterna ora ridotta a cantina e stallaggio, che forniva l'acqua alla villa e ad una fullonica di cui restano gli avanzi. Dalla villa alle rovine di Betica nell'agro sono frequenti i residui romani. Da Barbariga provengono due lapidi sepolcrali romane, una molto mutilata ed una di speciale importanza, perchè allude ad una fabbrica di porpora, che forse esisteva colà. Secondo la stessa un liberto imperiale Tito Cornelio Crisomalo purpurario dedicava lapide a Q. C. Petronio seviro augustale, procuratore del Baffìo di Cissa in Istria e patrono del colleggio dei purpurarii cissensi.

Nel XII saltus incompleto anch'esso merita menzione una cisterna con traccie d'una fullonica che veggonsi al porto di Maricchio nella 2.a centuria. Rovine d'antichi edifizi non bene precisabili si trovano nell' 8.a centuria alla sponda del [105] mare. Una traccia di calles conduce da Fonda Colomba del VIII Saltus alla chiesa di S. Fosca, vecchia chiesa in vicinanza della quale si raccolse una tegola della figlina di L. Fullonius, e da colà ad un pozzo antico che trovasi nella 15.a centuria. La strada consolare attraversa il Saltus ad un chilometro circa dal mare.

Il Saltus XIII porta due frammenti di calles, uno entro le centurie 12.a, 17.", 22.a ed uno nelle centurie 14.a, 20.a e 25.a presso al mio tracciato. Due frammenti di limites corrono sopra i mici tracciati 1.° e 3.°. Buona parte del saltus appartiene alla contrada Gosan al nord, al sud a Peroi ed a Marana. Nel mezzo trovasi la contrada di Bagnole colla chiesa dedicata a S. Michele nell' 8.a centuria. La chiesa è edifizio del secolo XV, eretto presso una splendida basilica dell'epoca bizantina, come ne fanno fede gli avanzi di sculture di quell'epoca. Nella stessa era murata un'ara contenente dedica di Cajus Laecanius Ialysus a Giove Ottimo Massimo ora nel lapidario capitolino di Trieste. Il predio che ai tempi romani portava il nome di Balneoli ricorda che colà v'avevano dei bagni di piccole dimensioni, probabilmente ad uso dei numerosi abitanti dei predii vicini. Nei secoli posteriori la località assunse il nome di Bagnoli (1198-99), di Bonioli (1300) in latino Balneoli (1300) e seguì le sorti di Midian.

Nella 22.a centuria risiede la località di Peroi. Ai tempi romani si chiamò Praetoriolum (piccolo pretorio). Costituì una Sors vasta chiamata poi Massa (Matta) ossia un complesso di agri. Sotto il titolo di Casale Petriolo lo troviamo citato nel placito del Risano nel 804, della qual massa una parte era in possesso del duca Giovanni d'Istria. Nel 1197 gli arcivescovi di Ravenna v'hanno dei beni (Pctroro). Nella formazione del feudo Morosini viene nel 1198-90 conferita a Ruggero Morosini dal vescovo di Pola Ubaldo. Nel 1300 vi possedeva beni la famiglia Ionatasi di Pola; mentre nel 1336 i Sergi di Pola, succedendo nel feudo Morosini, vengono dal vescovo di Pola infeudati delle decime. Nel 1561 (Pedrolì) la località resa quasi disabitata e per le pesti, e per la malaria viene offerta per la ripopolazione e coltivazione dei terreni abbandonati a Leonardo Fioravanti bolognese, il quale non vi si stabilisce. Nel 1580-83 [106] vengono importate 15 famiglie greche di Napoli di Romania (Nauplia), che però nel 1585 rinunziano a quella sede ritirandosi dall'Istria. I pochi abitanti rimasti abbandonano un po' alla volta il luogo, in modo che nel 1644 la popolazione rimane ridotta a 3 sole persone. A ripopolare Peroi il governo veneto v'introduce nel 1657 tredici famiglie serbe di religione greco-ortodossa da Cernizza nel Montenegro. Dei vecchi abitanti di Peroi ne rimaneva nel 1659 uno solo, restando il luogo di proprietà dei serbi greco-ortodossi, come lo è presentemente.

La chiesa attuale della parrocchia di Peroi è di costruzione moderna. Quella che appartenne alla popolazione cattolica e che fu dedicata a S. Antonio venne da parecchi secoli abbandonata. Essa trovasi al limite del paese verso Ovest ed è di mediocri dimensioni. Ha forma oblunga, sorretta ai fianchi da barbacani. Il tipo è del tutto bizantino. Nell'interno sullo intonaco parietale si scorgono ancora dei rozzi affreschi del secolo XIII circa, rappresentanti dei santi in piedi. L'edifizio è ora adibito a stalla per bovini.

La contrada Marano, supposta dal Kandler quale Sors col nome Marianum probabilmente della gens Maria trovasi nella 25.a centuria. La villa che è ora ridotta ad un paio di case, venne data nel 1562 ai fratelli veneti Pietro e Marc'Antonio Memmo, perchè vi facessero coltivare i terreni abbandonati.

Il saltus XIV chiude l'agro ultrato sinistrato. Traccie marcate di limites e di calles riscontransi nell'agro. Una calles, quella che corre dalla 2.a alla 22.a centuria prosegue poi nel Saltus inferiore. Nella 1.a centuria esiste una vecchia chiesuola dedicata a S. Francesco, presso la quale corre la via che da Dignano conduceva per Midian a Valle. Nella 2.a Centuria presso il percorso del decumano I trovasi la chiesuola di S. Lucia con finestre traforate e con un frammento epigrafico romano, che ricorda un voto fatto a Giove Ottimo Massimo da M. Titius Maximus.

La città di Dignano trovasi nella 7.a centuria. Fu centro d'una Sors (Atinianum od Altinianum), appartenente all'agro comunale di Pola, da cui si stacca nel 1300, nel qual'anno anche il patriarca vi pone la sede dell'ufficio di regalia. Si [107] dice che parecchi secoli or sono fossero stati obbligati, per motivi di sicurezza, gli abitanti di parecchi villaggi dei dintorni a trasferire la loro dimora a Dignano, luogo levato a sorte fra Gurano e Ursignano, e si dice anche che alcune famiglie, fra le quali i Betica, siansi trasferiti dalla Spagna e che per tal motivo la città abbia mantenuto l'abbondanza di popolo in confronto di Pola. È però certo che Dignano sofferse proporzionatamente poco per le pesti ed anche poco per le febbri. La località, che ai tempi romani non ebbe certa importanza, non conserva molte traccie di romanità. Neppure le iscrizioni v'abbondano. Fra le poche esistenti cito quella posta sopra un sarcofago, che ora serve da pila d'olio nella chiesa parrocchiale, ricordante che lo stesso venne fatto eseguire essendo vivente Lucio Cornelio Calvo per se e per la sua liberta Cornelia Ostilia.

Ad oriente della città sopra il Monte Mulino nella 9.a centuria esiste un Castelliere preistorico. Nella seguente centuria, nella parte meridionale, trovasi la chiesuola di S. Giacomo di vecchia data. Forse è titolo d'una sors il nome di Pudenzan. dato ad una località esistente nella 17.a centuria, ove fino a pochi anni or sono stava una chiesa dedicata a S. Pietro. La località nel medio evo chiamavasi Podenzan (1200) indi Pudenzfln, Pudizanum o Pudicianum nel 1300. Appartenne all'agro comunale di Pola e nel 1300 passò al Patriarca d'Aquileia. Attraverso Pudizan correva la 1.a Calles che conduceva a Stignano. Un'altra chiesuola ora distrutta esisteva nella centuria 18.a ed era dedicata a S. Macario. Attorno alla stessa molte rovine coprono il suolo. Lungo l'antica via che vi passa attraverso, si scopersero alcune tombe romane ad incinerazione.

Agro citrato sinistrato.

Il primo Saltus limitato verso nord dal confine facente parte del trifinio Dignano-Sanvincenti-Barbana, ha due traccie di calles, una nella 16.a centuria (sul cardo massimo) ed una nella 14.a, 19.a e 24.a centuria. Un solo frammento di limes si osserva nella 17.a centuria. Il monte Orsino, alto 256 metri sul mare, che taglia il cardo massimo nella i6.a centuria [108] ricorda una Sors col titolo Ursinianum che colà aveva il centro; mentre nello stesso saltus, alquanto più al sud stava un'altra sors col titolo Nigrisianum nel sito ora detto Negrician. Il monte Orsino è cinto da vasto castelliere. Nella 22.a centuria nel percorso del 2.0 decumano esistono ruderi d'edifici romani.

Il confine dell'agro chiude a settentrione il secondo Saltus. Quattro traccie di calles riscontransi, di cui due stanno sul mio tracciato e due deviano dallo stesso. Lungo la prima calles, che passa fra la 1.a e 2.a serie di centurie fino al termine del saltus trovasi l'attuale villaggio di Filippa/io, punto centrico d'una sors omonima (Philippanum). La villa di certo d'origine romana, benchè povera di memoria dell'epoca, si spopolò per le pesti e per la malaria e venne ripopolata nel 1634 coll'importazione di famiglie slave dalla Dalmazia. Attraverso Filippano e parzialmente lungo la seconda calles corre la strada romana, che provenendo da Pola, per Lavarigo e Marzana conduceva e conduce tutt'ora per Barbana verso Albona.

Sul confine vicino al cardo 1 sulla sommità del monte Goli (monte calvo) esiste un castelliere preistorico. Un altro trovasi vicino alle case Bratelich sull'incrocio del cardo secondo. A cavallo di questo cardo, all'incrocio della 3.a calles, che indi si prolunga nel prossimo Saltus trovatisi le rovine della cappella di S. Dionisio già menzionata. Una via corre a nord del decumano 11 della centuria 24.a oltre il prossimo saltus.

Incompleto è il terzo saltus che segue, nonchè ridotto ad una centuria il quarto. Una via sopra il lìmes della 16.a centuria va da S. Dionisio al confine e conduce nel Castelnovano. Nella 24 a centuria entra invece la strada consolare che da Pola per Carnizza conduce al mare oltre il territorio di Castelnuovo al canale d'Arsa presso il Molino Blas. Sopra la calles da me tracciata che separa la 23.a dalla 24.a centuria, sull'altura detta Glavizza (210 metri sopra il mare) stanno vaste rovine d'un edifizio romano con cisterna, posto quasi come custodia del confine e della strada. La via uscente dalla 25.a centuria del saltus antecedente entra nella 21.a del saltus terzo a mezzogiorno dell'altura detta Stanzia Castellier, sopra la quale un ampio castelliere ne cinge la vetta.

[109] All'angolo NE dell'unica centuria del IV saltus trovansi le rovine della chiesa di S. Teodoro già citate.

Il saltus V contiene nelle centurie prossime al cardo massimo la via percorrente il cardo, alquanto deviata verso oriente. Essa è visibile ed è ancor oggi usata in quattro centurie. Due calles sono marcate nella 22.a e 23.a centuria. Estese rovine sorgono nella parte meridionale della 21.a centuria. Appartengono a Guran, villaggio che fu centro d'una sors Gurianum. Il villaggio, abbandonato dagli abitanti molto per tempo, probabilmente già nel secolo XV, fu proprietà dell'abazia di S. Michele in Monte di Pola diggià nel secolo XIII, la quale lo dà nel 1216 in feudo ad Andrea Giroldo. Nel 1300 è proprietà del patriarca d'Aquileia (Curanum), si stacca dall'agro comunale di Pola e passa a quello di Dignano. Il patriarca investe poi delle decime il capitolo di Pola per 3 quarti ed il vescovo per un quarto, come si rileva dal catasto del 1387.

Nella stessa centuria verso sud trovasi la chiesuola di S. Giacomo. Altra chiesuola trovasi sul tracciato della calles fra la 3.a e 4.a centuria, al titolo di S. Vito e Modesto. Ambidue non sono antiche e vengono ancor oggi officiate.

Una via proveniente da Lavarigo e per altra diramazione da Monticchio passa attraverso il VI saltus sopra il tracciato della seconda calles e si dirige verso Filtppano. Nel territorio della centuria 14.a e 15.a esisteva il centro della sors Arianum, di cui ora poca traccia rimane. All'incrocio della 3.a calles col 4.o limes trovasi la località di Marzana. È il centro d'una Sors Marciana appartenente alla gens Marcia, d'importanza perchè posta dinanzi Momorano, alla fine della valle di Badò, come a difesa di codesto ingresso nella colonia della via di mare. Marzana figura mediante due suoi terrazzani (Andreas e lohannes) nell'atto di dedizione di Pola a Venezia del 1243. Perde più tardi per le pesti e per là malaria, la maggior parte degli abitanti, e Venezia tenta di ripopolarla con Greci fuggiti dinanzi al Turco nel 1568; ma non vi riesce perchè essi poco dopo fuggono l'aria insalubre. Nel 1583 vi introduce gente slava dalla Dalmazia, la quale tetragona alle febbri vi resiste e ripopola il luogo. Marzana porta larghe traccie di romanità, perchè non poche sono le pietre sculte [110] che di quell'epoca v'esistono, notevole fra quelle un pezzo d'artistico fregio, che usato una volta per pila d'acquasanta, trovasi dinanzi alla chiesa cappellaniale. Così pure dell'epoca bizantina v'hanno memorie nel pluteo, conservato ora al museo di Pola.

Presso Marzana ad occidente del luogo, all'incrocio del decumano I colla 2.a calles, s'eleva sul terreno l'altura di Uciak a 196 metri sul livello del mare. Essa è coronata dalle cinte d'un castelliere, che fu abitato anche ai tempi romani, come viene dimostrato da tombe di quell'epoca trovate nel podere del benefizio cappellaniale di Marzana. Una via prima citata, la quale corre parallela ad una calles congiunge Marzana con Monticchio.

L'ultimo tratto della valle di Badò detta in questa parte la valle della Maddalena dalla Santa omonima titolare di Momorano, divide il VI saltus dal VII. A capo della valle sopra un'altura di 189 metri è situato il castello di Momorano ridotto ora ad un misero villaggio. Rimangono dell'antico maniero una torre mezzo rovinata, parti delle muraglie, una loggia, l'ingresso triplice e la chiesa parocchiale, vasta, di bella fattura, adorna d'un bellissimo altare del 1600 e di alcune buone tele.

Il castello che trovasi sopra ampio castelliere preromano a due cinte è forse, come lo vuole anche il Kandler, nel sito dove sarebbe stata Faveria, uno degli oppidi degli Istriani, che Claudio Pulcro distrusse. La sua posizione sul punto elevato, ove di sotto la valle di Badò biforcasi, per volgersi con un ramo verso Filippano, coll'altro verso Carnizza, era adatta alla difesa dell'ingresso nell'interno del paese contro i nemici che avessero tentato di penetrarvi per la via di mare ed è quindi ammissibile, che nei tempi preromani, quando la navigazione costiera recava le navi commerciali o nemiche nell'Istria, seguendo le coste orientali, Faveria, uno dei tre luoghi principali e fortificati degli Istriani, fosse collocata in sito prossimo a Nesazio ed al lato opposto della valle, per contribuire con quella località alla chiusura del paese.

Che cosa sia avvenuto del sito dopo l'occupazione romana non può dirsi. Il nome medioevale del paese varia fra Monmarana, [111] Mommarano (1363) e Momarano; la prima variante fa supporre un Mons Maranus o come vuole il Kandler un Mons Marianus. Si può quindi pensare ad una Sors della gens Maria. Non è però escluso che il nome del castello derivi anche dal suo patrono S. Maria Maddalena. Ad ogni modo è certo che i Romani abitarono il luogo e che forse il sito ebbe un tempio dedicato al Dio degli Dei, come lo dice l'ara, che capovolta sostiene la pietra dell'altar maggiore della chiesa (Domino et Dco Deorum Sacrum). Un'altra lapide funeraria ricorda la famiglia Laecania.

Dallo scematismo diocesano si rileva che la chiesa parrocchiale venne eretta già nell'anno 490, notizia che non so a quali fonti si appoggi. Del secolo IX ci resta memoria insigne nei quattro pilastrini a figure d'animali, ch'io ricuperai e che appartenevano all'amministrazione della chiesa (Museo di Pola).

Nel medioevo il castello fu di speciale importanza. Venuto per tempo in possesso dei vescovi di Pola, come avvenne di quasi tutto il territorio dell'agro comunale polese, se ne impadronì più tardi la chiesa d'Aquileia, i cui patriarchi ne infeudano per tempo i Sergi di Pola, i quali già nel 1332 figurano da parecchi anni in tale qualità. Tolti dal governo veneto ai patriarchi i diritti feudali di decima passano per un terzo al capitolo di Pola e pel resto al vescovo. Sappiamo anzi che abusivamente il vescovo di Pola Antonio Elio nell'anno 1509 ne investe del tutto la famiglia Elio-Condulmier, colla susseguente conferma del vescovo Giulio li Saraceno nel 1628. Però il castello come tale passa presto sotto la giurisdizione di Pola, in dipendenza della quale lo troviamo nel 1363 e poi di continuo fino alla caduta della Repubblica. Gli statuti di Pola se ne occupano colle decisioni del 1433, 1422, 1468 e ne nominano il capitano. In questa qualità troviamo anzi nel 1431 il nobile L. Lutarello de Ionatasi da Pola.

Nel 1585 fra la desolazione dei dintorni è ancora una delle poche ville abitate; però le pesti e la malaria battono anche alle sue porte ed il castello si spopola. La sua chiesa perde nel 1632 il capitolo, che cessa da solo. Ora la sede del parroco è a Carnizza e si funziona nella chiesa cappellaniale di S. Rocco.

[112] Momorano che trovasi sulla 1.a calles all'incrocio col 3.° limes è circondato da località che diedero di spesso oggetti romani. A mia conoscenza essi pervennero da un piccolo ripostiglio del 1.° secolo, trovato nelle vicinanze della villa Zvechi ed inoltre da due tombe romane lungo la strada del Prostimo, tracciata sopra la strada romana, che da Pola conduce all'Arsa.

Una delle tombe venne trovata nella 9.a centuria e l'urna di pietra conteneva oltre ad uno specchio e ad un ago d'argento con un delfino per capocchia (Museo di Parenzo), una moneta di Tiberio. L'altra tomba venne scoperta nella 18.a centuria. Era a cassetta con due urne di vetro, che il rozzo cantoniere stradale ruppe nella fretta d'estrarne il tesoro (i frammenti nel museo di Pola), e vi si trovò la chiave ed un pezzo di serratura della cassa di legno nella quale erano state deposte, nonchè un medio bronzo d'Augusto.

Una chiesuola ora in rovina, eretta su fondamenti romani. dedicata a S. Giacomo trovasi fra la 22.a e 23.a centuria quale testimonio dell'esistenza in questo sito di edifizi romani. La chiesuola era a vòlta, come s'usava di costruire nel mediò evo.

Nella 4.a centuria siede Carnizza grosso villaggio, di certo al sito di un abitato dell'epoca romana, posta sul percorso della antica strada romana. Un Marino di Carniza figura quale firmatario nell'atto di dedizione di Pola a Venezia del 1243 e'" questa è la più antica testimonianza che si ha finora dell'esistenza della villa. Nei secoli seguenti soggiacque anch'essa alle sventure che colpirono gli altri luoghi abitati della provincia; si spopolò e venne ripopolata con nuovi abitanti di nazionalità slava nel secolo XVI e XVII.

Lungo il lato orientale del saltus troviamo una serie di 'casali, come Peruschi, Vareschi, Segoti ecc., che indi continuano nel saltus inferiore XI, abitati da popolazione ora slava, ma d'origine rumena, come lo dice una tradizione vigente fra loro e le desinenze non slave dei loro cognomi. In altro lavoro espressi l'opinione che essi siano derivati da quei Rumeni, che nell'anno 1248, scappando dinanzi ai Tartari, vennero dalla Bosnia spinti nelle isole del Quarnero e da queste nell'Istria. [Ed. note]

[113] Nel territorio da essi abitato abbondano le traccie di edifizi romani, di ville rustiche coi loro opifici.

L'ottavo Saltus incompleto chiude l'agro limitato verso nord dal confine, verso sud dal mare. Una serie di tumuli scorgesi sul monte Cavallo. Ne vennero finora esaminati alcuni senza esito. In una cava delle vicinanze, nella 23.a centuria venne scoperto nel luglio 1903 un ripostiglio di monete romane e di oggetti della stessa epoca. Era collocato in un buco, dal quale ad eccezione d'alcuni oggetti che caddero attraverso una fessura del buco nel profondo della cava, s'estrassero 2 lampade di bronzo, 1 di terracotta, 2 frammenti di vaso di bronzo, 1 strygilum, indi 69 monete di bronzo, di cui 15 d'Augusto, 1 di Druso, 19 di Claudio, 1 d'Agrippa, 1 di Tiberio, 2 di Caligola, 1 di Nerone, 11 di Vespasiano, 3 d'Adriano e 15 indeterminabili (Museo di Pola).

Nella 16.a centuria esistono le rovine d'antica chiesuola al titolo di S. Elia. In valle presso al porto — detto in tempi anteriori «Porto lungo» veggonsi le rovine di grande vasca romana, che riceveva l'acqua dalla vicina sorgente.

Il IX saltus, oltre a contenere quale confine occidentale il cardo ed il decumano massimi porta traccie evidenti di calles vicine e quasi coprenti il tracciato mio lungo le tre prime file di centurie e di limites fra la prima e la seconda fila. Nella 24.a e 25.a centuria è la continuazione del decumano massimo verso oriente.

Un bacino d'acqua collocato fra la 2.a e la 3.a centuria porta il nome di Sejan ricordante una Sors Sejanum, che estendevasi dai confini di Guran fino a Buran e Paderno. Fra due limites molto bene tracciati e fra. la 8.a e 9.a centuria esiste sopra il colle di S. Martino un grande castelliere preromano, visibile a molta distanza, il quale però era abitato anche nei tempi romani, facendone fede i frammenti di fittili.che colà si veggono. È a doppia cinta, molto bene conservato.

Più verso sud, sul margine del Saltus esiste la contrada detta Buran, ora tutta coperta da bosco. Secondo il Kandler è dessa il sito d'una sors Burianum. Notisi per incidenza che il termine Buran nel dialetto di Dignano è nome di pianta (Buglossa). Nella centuria 18.a stanno vastissime rovine dette [114] Casali, le quali appartengono a vasto abitato romano detto Mons paternus più tardi Paternum o Paderno.

Paderno, le di cui vicende non sono note prima del secolo XIV, fu nel 1300 proprietà della chiesa d'Aquileia succeduta di certo al vescovo di Pola; appartenne però sempre all'agro comunale di Pola. Da questo si stacca però nel 1339 per passare a Dignano. Questa data è l'ultima che ci sia nota. Di poi il villaggio pei motivi comuni a tant'altri si spopola e mai venne riabitato. Ora costituisce un ammasso di rovine, che il contadino non distingue più col nome antico, ma che chiama Casali. All'incrocio del cardo massimo col decumano massimo sta Gallesano, l'ombelico dell'agro.

La borgata trovasi di certo al centro d'una Sors, di cui può supporsi che appartenesse a veterano della gens Gallia. Traccie evidenti di romanità esistono nell'abitato e nella campagna, consistenti di frammenti scolpiti d'architrave, capitelli, nonchè dell'epoca bizantina in frammenti di transenne e di plutei di vecchie chiese. Le lapidi trovate nelle vicinanze fanno cenno d'un'ara dedicata ad Iside da Q. Lutatius Iucundus. Altre portano la dedica ai Mani ed al Genio di P. Vatrius Severus, o rammentano che due liberti, L. Cornelius (Calono) e Cornelia (Ostilia) della Gens Cornelia, preparansi da vivi un sepolcro adatto; come lo fa pure un liberto della gens Annia, L. Anneìus (Chrestus) per se e per Vibia Massima; ed un liberto Orcivius alla sua contubernale. Un sarcofago poi che trovasi in casa Petris ricorda la pietà d'un Causorius Malabanus, il quale ai suoi nutritori Causorius Felicissimus e Causoria Victoria apprestava degna sepoltura.

Gallesano fu proprietà dei vescovi di Pola già da tempi antichissimi, ove essi possedevano terreni e diritti di decima, che il vescovo Ubaldo nel 1198-99 dava in feudo a Ruggero Morosini. Beni vi possedeva puranco l'arcivescovo di Ravenna, i quali facevano parte del cosidetto feudo di S. Apollinare, beni che già nel 1199 il conte Engelberto di Gorizia tenta di carpir loro. Nel 1300 Gallesano (Calisanum) trovasi in pieno possesso del patriarca d'Aquileia, il quale dispone del luogo, del territorio e di tutte le giurisdizioni come di cosa propria e lo annette alla regalia di Dignano, amministrata da proprio gastaldo [115] (1331. Gallisan). Nei secoli seguenti la villa ebbe pure a soffrire per le pesti e per la malaria ma in modo mite, sicchè nel 1500 essa era una delle più abitate. Gallesano conservò quindi l'antica popolazione, la quale solamente nella campagna, _ dove era molto diminuita, divenne nel 1589 sostituita da Morlacchi della Dalmazia. Il villaggio conserva ancora in piedi dei vecchi edifizii, sui quali potei leggere le date 1530 e 1551.

Interessar può di visitare la chiesa, anticamente parrocchiale, di S. Giusto nel vecchio cimitero. Ha la forma di basilica a tre navate e contiene internamente dei frammenti di scolture bizantine provenienti da più vecchia chiesa. È di certo opera del secolo decimoquarto, contemporanea all'istituzione della parrocchia. Subì però dei restauri nei secoli susseguenti.

Avendo più tardi cessato d'essere chiesa parrocchiale ne fu trasferito il titolo a quella di S. Rocco, eretta ad arcipretale dal vescovo B. Corneani nel 1670.

II decimo Saltus oltre al percorso del decumano massimo porta evidenti traccie di due calles, una sul tracciato mio della 1.a e l'altro attraverso le centurie mediane.

Un castelliere preistorico cinge la vetta del colle chiamato «Buon Castel», forse in tempi anteriori «Moncastel», che trovasi nella centuria 21.a. Alquanto verso settentrione nella stanzia del signor Tito Wassermann esistono traccie d'una villa romana, da cui in tempi anteriori s'estrassero un sarcofago di marmo ora adibito a vasca da bagno, anepigrafe, un frammento di grande cariatide di marmo (museo di Pola) e si rinvennero due tetradrammi attici di vecchia maniera (uno nella mia collezione) e tre denari romani. Una lapide colà rinvenuta fa cenno di sepoltura dedicata ad Hostìlia Maximilla dal marito C. Iulius C. f. Fuscus forse Sevir Augiistalìs.

Entro le centurie 1.a, 19.a, 23.a e 24.a sopra una collina che domina buona parte del territorio polese trovasi l'attuale villaggio di Monticchio. Codesto villaggio, chiamato in tempi anteriori anche Monticelli, sta nel sito, dove ai tempi romani esisteva il centro della Sors Rumejanum o Rumianum. II nome. antico va perduto appena nel 1580, quando il governo veneto investe il nobiluomo Gerolamo Barbarigo dei terreni di Rumejan e di Castagna, già abbandonata, e questi introduce nel sito [116] ora chiamato Monticchio dei nuovi coloni. Il vecchio nome viene ricordato in oggi solamente dallo stagno grande che fornisce l'acqua al paese, stagno che i contadini chiamano «lago di Rnmian».

La località che apparteneva all'agro ristretto di Nesazio, passa poi a quello di Pola ed i Polesi vi hanno vaste possessioni, come ce lo indica il dono di terreni in Rumiano al monastero di S. Michele in Monte di Pola, che un Sergio di questa città fa nel 990. Impossessatasi la chiesa d'Aquileia, il patriarca lo assegna nel 1331 alla regalia di Dignano. Negli anni che decorrono dal 1578 al 1580 passa in mano dei Barbarigo, i quali vi conducono dei nuovi coloni non solo di nazione slava, ma specialmente veneti. Di questi, ultimi anzi esistono discendenti ora slavizzati, rappresentati specialmente dalle famiglie Pauro. La località, che assume ora il nome di Monticchio si rimette in buone condizioni, peggiorate indi per l'insorgere della malaria e per le pesti. Lo spopolamento derivatone costringe il governo a mandarvi dei Morlacchi, che vi si stanziano nel 1647.

La chiesa parocchiale del luogo titolata a S. Girolamo conserva tre oggetti, degni di menzione, cioè una campana, una custodia ed una pisside. La campana collocata nell'edicola posta sulla chiesa porta la data del 1396 ed è opera di un Marco Vendramo q.m Marco, come lo dice la leggenda a rilievo lungo l'orlo. Sopra uno degli altari è posta l'antica custodia del 1300 con l'iscrizione gotica «Ine est corpus X». L'oggetto più prezioso è però la pisside d'argento di stile gotico e di lavoro squisito, dono forse dei Barbarigo.

A pochi passi verso mezzogiorno esistette nel sito detto Vescovìa o Biscupia una chiesa bizantina del secolo VIII, i cui frammenti di transenne sono conservati nel museo di Pola. Il titolo del'luogo accenna ai beni che i vescovi di Pola possedevano già nei primi tempi del cristianesimo, come in tutto l'agro colonico, così anche in Rumiano. In vicinanza dello stagno omonimo nella 25.a centuria trovasi una cava di pietre antichissima, dalla quale è probabile che i Romani avessero estratto le pietre per erigere Nesazio.

Il saltus XI assume speciale importanza o perchè esso [117] abbraccia i terreni, sui quali da un lato sopra il versante occidentale della valle di Badò trovasi Nesazio e sopra l'orientale le località di Cavrano e traccie di casolari dell'epoca romana, collocati lungo la strada romana. La valle di Badò, che rende ineguale ed assai accidentato il territorio del saltus, lo divide in due parti.

Al lato di ponente nella 22.a centuria siede l'ampio castelliere a due cinte, sopra il quale stanno le grandi rovine di Nesazio (Nesaetium), V antica capitale degli Istriani. Nella centuria 21.a oltre alla necropoli del predio Batél, esistono sulla collina detta Glavizza le traccie di vecchie dimore ed attorno alle stesse, nonchè a Nesazio, reliquie di tumuli, d'abitazioni con frammenti di stoviglie e d'embrici romani. .

La strada romana proveniente da Pola entra nel saltus a sud di Nesazio e discesa nella valle, ascende facendo un giro sulla costiera opposta, ove dopo fatta una flessione tocca Cavrano, per poi proseguire verso settentrione nel VII saltus. Cavrano, ora un meschino villaggio, ma nei tempi romani la sede d'una sors «Caprianum» trovasi a cavallo del decumano massimo nella 25.a centuria. Il Kandler assegna Caprianum all'agro di Nesactium. La sua romanità è attcstata dalle tombe di quell'epoca, che'di frequente il contadino scopre nei campi, talune fornite anche di urne di vetro. Dalle monete da me ricuperate a Cavrano risulta che la località fiorì nel 1.° secolo d. C. Però la sua storia è congiunta strettamente a quella della valle sottoposta, detta Valle di Badò o di Budana, come gli slavi del luogo sogliono chiamarla.

S'ha memoria di questa valle persino dell'anno 1061. Nel quale il vescovo di Pola Meningandio donava «una colonia di terra» situata nella stessa valle, detta allora «Badana» all'abazia di S. Michele al Monte di Pola, colonia che prima era tenuta da certo Grimoaldo. Nel 1215 poi il patriarca di Aquileia Volchero aggiunge al dono anche la fontana della valle stessa, detta allora «Fontana di Badò-Pirin».

Le gravi perdite d'abitanti causate dalle pesti e dalla malaria, costringono nel 1660 il governo ad introdurre nella circostante campagna trenta famiglie montenegrine, le quali presero stanza a Cavrano ed ebbero anche i terreni di Badò.

[118] Lungo la strada romana e nelle vicinanze dei villaggi di Vareschi, Segoti e Pavìci posti lungo una calles ed abitati per la massima parte da Rumeni ora slavizzati vennero di spesso trovate tombe romane ed avanzi di edifizii, con monete del 1.° e 2.° secolo.

Il saltus XII è interrotto dal mare. Tutto il terreno è coperto da fìtto bosco con piccoli appezzamenti di coltivato. Nella 21.a Centuria sopra un'altura siede il vasto castelliere di Casali, contenente avanzi dell'epoca romana. II terreno boschivo che forma il versante verso la ridente valle di Vignole, lungo le spiagge marine della quale riscontransi avanzi dell'epoca romana, di cui un bel frammento è murato in Cavrano, porta il nome di Quanque, terminazione latina rimasta intatta attraverso i secoli.

Agro ultrato destrato.

L'agro è limitato al nord dal decumano massimo ed all'est dal cardo massimo, mentre ad ovest il mare ne forma il confine. Le isole Brioni appartengono all'ager stesso formando, secondo me, un proprio Saltus.

Il saltus I oltre a contenere una parte della via consolare, porta traccie di calles in due centurie ed un limes, che combina col 3.° da me segnato.

Lungo la marina una grande vasca di lavoro romano trovasi nella seconda centuria nel sito chiamato «Murazzi», di certo per le rovine che colà occorrono. Una sors col nome di Tavanianum o Tavianum avea il suo centro nel saltus, nel sito or chiamato Tavian. Nel 1149 il luogo detto Tavianum figura fra le ville di Pola, che giurano obbedienza al doge veneto. Dopo di quest'epoca ogni memoria scompare ad eccezione del nome dell'antica villa mantenuto alla contrada, che contiene le sue rovine. Forse la chiesuola di S. Eliseo che si trova in quelle vicinanze è quanto rimane dell'antica località. Fra Gallesano e Fasana fu rinvenuta lapide frammentata su colonna, che rammenta l'imperatore Tito Vespasiano e che il Kandler attribuisce a memoria di riparazione di strada.

Nella 14.a centuria in riva al mare trovasi la borgata di [119] Fasana e Phasiana, località che data dai tempi romani. Oltre ad una vasca di vaste dimensioni, sopra la quale venne eretta parecchi anni or sono la cisterna comunale, ci danno testimonianza della romanità del luogo le iscrizioni rinvenute colà e nelle sue vicinanze. Una di queste rammenta una fanciulla Eufrosina morta nel fiore degli anni e l'altra un omaggio espresso all'imperatore Claudio.

Nell'inno a S. Fiore, vescovo che visse nel VI secolo Fasana viene citata come sede del predio sul quale il futuro vescovo di Cittanova fu colono. Vediamo indi che nel 1197 v'avea diritti di decime l'arcivescovo di Ravenna. Un Papo di Fasana giura obbedienza al doge veneto nell'atto di dedizione alla repubblica, nel 1243. Il patriarca d'Aquileia lo annovera nel 1300 tuttavia fra le sue ville, pei diritti di decima, dal quale ricevono investiture i Ionatasi di Pola. Nel 1331 il patriarca passa l'amministrazione dei suoi diritti alla Regalia di Dignano, dalla quale nel 1412 Fasana dipende ancora. Risparmiata di molto dalle pesti e dalla malaria, la troviamo nel 1585 in buone condizioni, le quali perdurano anche nei secoli seguenti, di modo che nel 1614 (Olmo) essa gode il vanto per la longevità dei suoi abitanti. Nell'anno 1688 vi viene istituita l'arcipretura.

Nella centuria vicina 19.a, ove ora è la villa Fragiacomo, esisteva ai tempi romani una villa rustica alquanto ricca e più tardi una chiesa ora diruta dedicata a S. Lorenzo. Più verso sud s'apre al mare il piccolo seno, che porta il nome di Val Bandon, che fra Olmo nel 1614 chiama Valle del Bondeno e che da altri invece viene fatto sinonimo di «Valle abbandonata». La valle appartiene alla località Florianum, sede della sors omonima, di cui restano sparse rovine sulla costa. Ricche rovine d'un bagno con un'esedra ornata di pavimento a mosaico di marmo, alabastro e porfido, appartenente ad una villa di ricco colono, trovansi in fondo alla valletta. E non mancano vasche d'acqua, traccie evidenti di fulloniche, che vanno estendendosi fino alla Punta Cristo, abbraccianti la piccola frazione del IV Saltus. È di certo ammissibile, come lo vuole il prof. Gnirs che a Florianum esistesse una stazione di traghetto per Brioni, diretta al porto di Val Catena, dinanzi [120] alla ricca villa romana colà scoperta. Florian oltre ad una tegola della figulina di C. Cejonius Musins offerse lapide sepolcrale che L. Laevus Elpidephorus ebbe dedicato alla consorte Laevia Hedonae.

Florian o Fiorali come anche viene detto, fu pure nel 1197 sede di diritti feudali dell'arcivescovo di Ravenna, che poi passano all'abbazia di Canedo e da questa alla Procuratia di S. Marco in Venezia, la quale nel 1649 v'accampa dei diritti.

Due scogli, uno detto di S. Girolamo e l'altro Crosada trovansi dinanzi alla spiaggia di Fioran. Lo scoglio di S. Girolamo chiamato Copres nello statuto di Pola del 1425, Caparie nel 1431 e Capretto in documenti del 1600, fu sede prima del 1650 d'un convento di frati dell'ordine di S. Girolamo, di cui ora non resta che frazione e la chiesa officiata, ed il sommo è coronato da un castelliere preistorico, per la massima parte distrutto dalle cave di marmi. Lo scoglio Crosada dicevasi Coseda nel 1425 e Cessada nel 1431 nello statuto prima citato.

Brionì. Il complesso di scogli che forma l'arcipelago dei Brioni fu nei tempi preistorici e nei romani molto abitato. Gli scogli e le isole sono le Pullari della Tabula Peutingeriana e di Plinio, denominazione che conservano fino nel secolo XVII, come lo attesta il vescovo Tommasini, e con esso Prospero Petronio, i quali danno al complesso delle isole il nome di Pullarie e chiamano Brioni l'isola maggiore.

Brioni maggiore possiede un bellissimo castelliere preromano sul «monte Castellier», murato da triplice cinta ed è probabile che un secondo fosse sul «monte della guardia», ora occupato da un fortilizio, per la costruzione del quale ne sparirono le traccie.

Nell'epoca romana le isole furono gradita dimora di gente facoltosa, che in ogni guisa favorì l'agricoltura e che delle stesse fece un luogo di delizie e di lucro. Tradizione vuole che Antonio Felice liberto d'Antonia madre dell'imperatore Claudio, assieme alla moglie Drusilla nipote di Cleopatra, avessero abitato nell'isola maggiore ove Drusilla sarebbe morta e sepolta. Di quell'epoca di splendore restano ampie testimonianze locali. Nel seno di Val Catena esistono le rovine d'una grande villa, con opificii, piscine e con tre templi. A piedi del [121] Monte Torre verso Valsalsa trovansi rovine d'edifizii con una vasca da cisterna. Egualmente sulle sponde di Portobuono riscontransi traccie di vasto fabbricato, coperto in parte da rovine posteriori. Così pure in Val Laura a piedi del Monte Cipro.

Sull'isola minore (Brioni minori) oltre ad una caverna in cui trovaronsi ossa dell'Ursus spelaaus, sulla punta Antilena vi sono traccie d'una fullonica e sulla spiaggie in Valle S. Nicolò rovine d'una villa rustica e d'una fullonica.

Nè minore fu l'importanza delle isole nelle epoche che seguirono. Dell'ottavo secolo ci restano le rovine della chiesa della B. V. in Brioni maggiore, la quale restaurata e rifabbricata in epoche posteriori, attesta per la sua forma basilicale a tre navi e pei fregi d"un capitello che ancor rimane, d'esser stata eretta in quel secolo. La tradizione vuole che la chiesa avesse appartenuto ad un monastero di Benedettini, seguiti indi dai Templari e soppressi questi, dai Cavalieri di Rodi, che tennero la chiesa in commenda.

L'abbandono del monastero da parte dei Benedettini fa pensare alle pesti, che nel secolo XIV infierirono in Istria e che furono la causa principale della chiusura di molti cenobi. Le isole Brioni non vennero certamente risparmiate dal'morbo, cui più tardi s'aggiunse la malaria, per cui la popolazione diminuì talmente, che nel 1421 la città di Pola provvide per ripopolarle e vi riuscì. La popolazione fu per la maggior parte italiana, come lo si desume dai cognomi, che in quel secolo e nel seguente portano quegli abitanti (Gobbo, Pirico, Zaneto da Bresa ecc.). Di quell'epoca abbiamo memoria nella chiesa di S. Germano, che secondo la data sull'edicola della campana, sarebbe stata eretta nel 1421.

Nel secolo XVI l'isola maggiore diviene proprietà della famiglia veneta Dona, che v'erige un palazzo con una torre. Durante questo dominio le condizioni nell'isola furono buone, come ce lo dimostra la circostanza che la popolazione potè salariare un curato (nel 1584 Pre Hieronimo Pirico) ed un chirurgo (Zaneto da Bresa — Giovanni da Brescia, morto nel 1500).

Dai Dona passa l'isola ai Da Canal, che troviamo padroni [122] ancora nel secolo XVII. Durante il dominio di questa famiglia, per la progrediente insalubrità del suolo, la popolazione principia a scarseggiare sulle isole. Nel 1681 vi sono appena 50 abitanti, divisi in 14 stanzie, tutti italiani, sicchè non solo la coltura del suolo ne soffre, ma anche le saline antichissime, delle quali dal medioevo in poi, erano investiti i vescovi di Parenzo, vengono abbandonate (— nel 1625 — esistevano ancora).

Dai Da Canal passa l'isola maggiore ai Frangini veneziani, divenuti poi per lunga dimora in Portogallo, cittadini di questo stato. I Frangini s'impossessano nel 1771 anche dell'isola minore (Brioni minori), che acquistano in livello dal vescovo di Pola. Però lo spopolamento delle isole prosegue senza dilazione e la popolazione si riduce ad un paio di famiglie di coloni, che stabilisconsi attorno al palazzo signorile, al porto. Le febbri sfibrano questi infelici, che non hanno più l'energia del lavoro e l'isola viene abbandonata alle sole forze della natura. Dense ceppaie coprono il suolo fertile, le antiche rovine e tutto quanto resta a ricordare la prosperità dei tempi passati.

Nel 1895 il ricco industriale Carlo Kuppelwieser acquista i Brioni dai Frangini e ridona alle isole lo splendore degli antichi tempi e la salubrità dell'aere.

Il secondo saltus contiene in quattro posizioni traccie di calles, delle quali una proveniente dal saltus superiore, passa all'inferiore e prolungasi sino a Stignano. Esistono anche tre traccie di limites. Il saltus assume una certa importanza perchè attraverso lo stesso passano due strade romane, quella consolare che conduce al Leme e l'altra che da Pola va a Dignano e che ora viene riattata.

Nella centuria 12.a esistono le rovine della chiesa di S. Pellegrino. In questa era murata una lapide funeraria romana con dedica d'un Cinnamus conliberto al liberto imperiale Theseus Hilarius.

La contrada d'Agello (Agelum = piccolo agro), che si estende a nord-est di S. Pellegrino, ricorda un piccolo agro, che ancor nel secolo XVI era di pubblica ragione, come lo prova il deciso del provveditore veneto Lodovico Memo del [123] 1589. Più verso mezzogiorno nella centuria 2.a si estendono le rovine di Vìrgulan, centro della sors omonima, attraversate dalla strada erariale che conduce a Trieste. Le rovine consistono ora di mucchi informi di macerie, le quali per aver fornito pietre da fabbrica e pietrisco da strada, sono ridotte a ben poca cosa. Il cardo massimo attraversa la sors al confine della centuria e chiude il saltus.

Il quinto saltus s'estende verso mezzogiorno abbracciando una parte del porto di Pola e della stessa città moderna. Le traccie di calles e di limites sono marcate per le prime in tre posizioni ed in una per le seconde. Nella prima serie delle centurie e precisamente nella terza esistono ampie rovine di una villa rustica. La località coperta da vasta foresta demaniale, giace nei pressi della via consolare e porta ora il nome di Lisignanmoro o Lusinamoro. La foresta appartenne ai Sergii Castropola, che nel secolo XIII la donarono al convento di S. Francesco di Pola, dal quale passò al demanio per la soppressione del convento avvenuta sotto il governo francese. Diritti di decima godevano il vescovo ed i canonici di Pola da epoca remota sopra la contrada detta nel 1500 e 1600 «Casale Surizo» ora detta Surida posta nella 2.a centuria, diritti che vengono dati in feudo a cittadini di Pola od a forestieri, come nel 1569 e 1628 agli Elio-Condulmier.

Un vasto castelliere preistorico sorgeva fino a quattordici anni or sono nell'ottava centuria sul colle detto «Castellier», ove venne eretto un fortilizio. Un altro trovasi sul colle Castion nella 6.a centuria ed un terzo esisteva sopra il Montegrosso, ora pure sparito per dare posto ad un fortilizio. Un grande tumulo non ancora frugato presentasi sopra la collina a levante di Stignano nella 13.a centuria.

La centuria 9.a è occupata dalla contrada Valdenaga, che nel 1300 fu proprietà dei Ionatasi e che nel 1433 e 1468 viene nominata dallo statuto polese come punto estremo del territorio comunale. La centuria 10.a porta il nome d'una sors Ruban (Rubanum). Sull'altura detta «monte di Lezzo» nella 5.a centuria si presentano due grandi tumuli, uno sulla cima del monte, l'altro più a settentrione.

A levante di Valdenaga, alla sponda del mare esisteva [124] ancora nel 1600 la chiesa di S. Pietro sita nella 15.a centuria, detta S. Pietro d'Orazion. La cita lo statuto polese nel 1424 e 1431, come segno di confine. Vi si osservava nel 1435 e nel 1483 una lapide funeraria che M. P. Antonius Hilarus dedicava alla madre Vibia.

All'incrocio del terzo limes colla prima calles trovasi la località di Stignano sede della sors Astinianum, che appartenne assieme a Promontore ed a Pomer all'agro proprio della città di Pola. La sorte del villaggio e del suo agro differisce di poco da quella dei contermini, perchè ben tosto l'arcivescovo di Ravenna ne viene investito dei diritti di decime, che passano poi per un terzo al vescovo di Pola, i quali le affidano or all'una or all'altra famiglia. Nel 1427 il vescovo de Luschis ne investiva Giacomo Sciavo de Gaciis. Non tardano le pesti e la malaria a decimare la popolazione, così da costringere nel 1589 il governo ad introdurvi delle popolazioni slave della Dalmazia. — Un Thoma de Stignano firma il documento di dedizione di Pola a Venezia nel 1243. Dell'epoca romana un cippo funebre ricorda la dedica di un Dionysus Spurius all'amico T. Flavius Elia, liberto dell'imperatore.

Nella centuria 18.a al fianco della strada attuale verso Stignano da Pola ed in vicinanza del limes ancor oggi marcatissimo esisteva fino pochi mesi or sono le rovine, ora scomparse, d'una villa rustica romana con un bagno, sopra il quale nel VI.° secolo venne eretta una chiesa. La località chiamasi ora Samagher. Nel 1686 dicevasi però Samagor, Samugor, Samager e nel 1700 Samogher, denominazioni che fanno pensare ad un San Macario o ad un Sant'Ermagora. Le rovine della chiesa acquistarono nel 1906 grande importanza, perchè da loro s'estrassero i frammenti della cassetta d'avorio con bassorilievi di lavoro bizantino del VI secolo, ora al Museo.

Rovine d'un bagno romano con pavimenti a mosaici marmorei si scopersero sulla sponda occidentale di Val Zonchi nella 21.a centuria. Nella prossima 22.a centuria nella contrada Carboneto (1691 Carbonè) si stacca la penisola detta «Punta» dei monumenti o Capo dei molumenti, nel 1600 Camulimenti, Valle Camulimenti od a dirittura Monumenti, località in tal modo denominata pei molti monumenti funebri che colà esistevano [125] in passato. Le rovine 'd'una vasta fullonica vennero scoperte sulla penisola, quando sulla stessa s'eresse una batteria. Da queste rovine vennero alla luce due lapidi con dediche di C. I. Chrysogonus alle dea Nemesi ed al Dio Silvano. Notisi che nel secolo XV una lapide con dedica dello stesso C. I. Chrysogonus a Giove Ottimo Massimo venne trovata a Pola «apud ecclesiam S. Germani», chiesa che forse era nelle vicinanze della fullonica.

Il lato orientale del Saltus contiene una parte della città di Po/a che s'estende lungo la stazione ferroviaria e precisamente quella parte, che dalla via consolare si spinge verso la marina e che per essere stata adibita a necropoli dei romani facoltosi, offerse messe di oggetti funcrarii di grande valore.

Buona parte del porto di Pola è situato nel VI saltus. 'Lo scoglio di S. Caterina conteneva una chiesa del VI secolo, di bella fattura, eretta forse sopra edifìzio più antico, che il Kandler suppone esser stato un mausoleo. Aveva un'abside circolare ed ai fianchi due celle minori pure absidate e misurava in lunghezza metri 7.60, in larghezza 11.40. Vi fu monastero di Benedettini, abbandonato più tardi e poi occupato da monache di S. Domenico, che nel 1597 per concessione papale l'abbandonano per unirsi a quelle di S. Teodoro in città.

Lo scoglio di S. Andrea che per l'erezione di fortilizii si chiamò indi scoglio Napoleone e poi scoglio Francesco, ebbe pure insigne abbazia di Benedettini erettavi nel VI secolo (551), donata nel 983 dall'imperatore Ottone all'arcivescovo di Ravenna. Li 3o maggio 998 il doge Pietro Orseolo vi viene ospitato. Abbandonata da quei monaci, cade in rovina nel 1642 ed al suo posto subentrò un fortilizio. La chiesa di cui non resta traccia alcuna era sul pendio verso la città.

Lo scoglio Olivi ora del tutto trasformato chiamavasi nel 1600 scoglio di S. Francesco indi di S. Floriano. Nei tempi romani vi dimorò Rasparagano re dei Rossolani, il quale nel 120 d. C. vinto da Adriano, ritiravasi a Pola a vita privata assumendo il nome di P. Elio, e disponeva di venirvi sepolto assieme al figlio. Nel medio evo vi vengono erette due chiese, una in mezzo allo scoglio, dedicata a S. Floriano e l'altra verso [126] la spiaggia dal lato di sud-ovest e dedicata a S. Sabba. Le rovine delle due chiese esistevano fino ai primi anni del secolo scorso e dalla vecchia mappa del 1820 si rileva che quella di S. Floriano era del doppio maggiore di quella di S. Sabba.

Il quarto scoglio, unito ora con una diga alla terraferma è quello di S. Pietro, sopra il quale esisteva la chiesa omonima, le di cui dimensioni erano in lunghezza metri 9.80 ed in larghezza metri 4.7. Era di forma bizantina e le stava attiguo un piccolo cenobio, diruto da vari secoli. Il Kandler lo denomina «S. Pietro d'Orazion», sebbene dallo statuto di Pola risulti evidente che S. Pietro d'Orazion era il titolo della chiesuola posta al confine del territorio medioevale della città, nella località or detta «Valle di S. Pietro», al lato settentrionale del porto di Pola. Però nel codice membranaceo col titolo «Translatio corporis sanctae Euphemiae» conservato nell'archivio del capitolo di Rovigno, nel quale si narra del fatto miracoloso avvenuto nell'anno 800, havvi il racconto intorno a due monaci Lefardo e Genesio, abitanti in colle sopra un'isola marina detta «insula orationum», sulla quale avrebbero essi voluto trasportare l'arca contenente il corpo della santa. Se l'opinione del Kandler è giusta, dovrebbe la chiesa di valle S. Pietro essere stata una filiale di quella dello scoglio, posta forse sui beni appartenenti al cenobio. L'avere identificato l'insula orationum collo scoglio S. Pietro si basa sulla circostanza, che i due monaci appartenevano al clero ed al popolo polense accorso ad assistere alla miracolosa traslazione, come il documento citato lo fa supporre.

Dal fatto che il cardo massimo attraversava l'antico campidoglio, ora castello di Pola, ne viene che tutta la parte, che sta ad occidente dello stesso giace nel sesto saltus. Oltre ai monumenti che di Pola romana restano in piedi, cioè alla vasca del Ninfeo, ai templi d'Augusto e di Diana, nonchè a quelli del medio evo, fra i quali quanto rimane del vecchio palazzo municipale del medioevo, devo qui far cenno di alcuni edifizii ora spariti. Citerò l'edifizio del Ninfeo adorno di marmii un vasto bagno situato ove ora è la caserma d'infanteria; il tempio di Giove al sito del duomo ed il foro coi due tempi di cui uno è ancora in piedi quasi completo, l'altro lo è nella [127] parte postica e le rovine del teatro di Giulia. Ciò per l'epoca romana. Dell'epoca bizantina e medievale citerò la chiesa di S. Giovanni al Ninfeo, la chiesa di S. Tomaso che era a lato del duomo, il battistero, buona parte del palazzo di città, la basilica di S. Maria formosa e del canneto e d'epoca più tarda la chiesa ed il monastero di S. Teodoro, collocata sul fianco della via omonima, la chiesa di S. Nicolò nel vicolo omonimo, trasformata ora in casa privata, quella di S. Giovanni che era all'incrocio della via dell'arsenale colla via Zaro, quella di S. Matteo che trovavasi nel terreno ora compreso entro le mura dell'arsenale, press'a poco ove ora sono i laboratori di chimica e quella di S. Policarpo posta nei pressi della via Santorio, vicino all'ospitale di marina.

Della basilica di S. Maria formosa mi limito a dire che essa sorgeva sopra le rovine d'un grande tempio romano, dedicato, secondo la tradizione, a Minerva. In occasione di scavi colà praticati nel 1904 s'estrassero resti insigni di questo tempio, ora deposti al Museo. Del tempio cristiano eretto nel 546 da Massimiano da Vistro lo spazio non permette d'occuparsi.

Di quello di S. Teodoro e del monastero annessovi si ha motivo a supporre che esso stesse ove all'epoca romana sorgeva un tempio dedicato a Venere, come lo dice un frammento di architrave con dedica a Venere celestina, scoperto nel fabbricarsi la caserma d'infanteria. L'erezione del chiostro sarebbe avvenuta nel 950 secondo il Kandler. Sulle ulteriori vicende del monastero dirò in un altro lavoro.

Le rovine della chiesa di S. Giovanni al Ninfeo furono scoperte nel 1906, mentre facevasi lo sterro per l'erezione di un opificio militare. Erano nell'attuale cortile dell'artiglieria a mezzogiorno dell'edifizio della pompa del Ninfeo (fonte Carolina) Dall'aspetto dei mosaici del pavimento e di frammenti d'iscrizioni su parapetti, estratti dal terreno, si può attribuire l'erezione della chiesa al secolo ottavo o nono. Però venne essa ampliata o rifatta nel 1150 quando passò in proprietà dei Templari, che v'aggiunsero un cenobio. Soppresso l'ordine dei cavalieri del tempio passa la chiesa nel secolo XIII ai cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme, poi cavalieri di Rodi, [128] che del cenobio fanno un ricovero pei pellegrini. Nel secolo XV vi subentrano i Padri Cruciferi. Questi v'erigono un battistero pel loro rito. Esisteva ancora nel 1600 e s'apprende che la stessa era a volta, di media grandezza e che una porta conduceva al serbatoio d'acqua. Nel 1534 esistevano murate nella chiesa due lapidi sepolcrali romane, di cui una ricordava la dedica di un liberto M. Lurius Zosimus al suo patrono M. Lurius Hyalissus, alla liberta Luria Spes ed al fratello M. Lurius Zosimus, l'altra un voto d'un Thomas tribunus.

Della chiesa di S. Tomaso che trovavasi a lato del Duomo e che, come dalle scoperte fattevi si può dedurre, doveva appartenere almeno al sesto secolo, parlerò in altra pubblicazione.

La chiesa di S. Giovanni vicino all'attuale arsenale era al posto d'un tempio dedicato ad Ercole (il secondo a Pola), come lo si desume dalla lapide scopertavi durante la sua demolizione nel 1862 «Herculi aug. sacrum». La chiesa era lunga 209 M. e larga 11.4.

S. Matteo era una chiesetta di stile bizantino lunga 24 metri e larga 95, eretta nel VII secolo. Aveva due cappelle absidate e nel mezzo l'abside maggiore. Un'apertura nel lato sinistro la congiungeva al cenobio. Fino al 1600 era data in prebenda ad uno dei canonici polesi, ai quali nello stesso secolo la toglie il consiglio della città per darla ai P. P. Zoccolanti di S. Francesco. Nel 1797 venne derelitta ed indemaniata nel 1805 dal Governo italiano. Nel 1483 esistevano nella chiesa due iscrizioni romane, una delle quali ricordava la dedica ai coniugi C. Helvìus Iulianus ed a Iulia Fortunata castissima ed incomparabile fatta dallo splendidissimo Ordine degli Aquileiesi e la seconda sopra un sarcofago di marmo, nel quale a suo tempo si rinvenne un bellissimo vaso di vetro ed altre cose, la dedica fatta da C. Precius Felix neapolitanus a Sextus Palpellius P. f. vel. Histrus, individuo coperto d'alte cariche civili e militari.

Nulla offre la cronaca intorno alle chiese di S. Nicolò e di S. Policarpo.

La sponda meridionale del porto di Pola, ora sformata per le costruzioni militari, le quali fecero persino sparire le insenature e con esse le vecchie denominazioni locali, era sede [129] nell'epoca romana di ville e di bagni. In Piscila, posizione in Valle S. Zeno alla metà circa del promontorio, si scopersero le rovine d'una villa rustica romana, con cantine fornite di dogli vinari. Da per tutto il terreno di quel promontorio offre agli scavi, frammenti fittili ed altri oggetti di quell'epoca.

Nel medio evo queste terre dicevansi la «punta del Musil  o del Muglilo» ed appartenevano alla città di Po!a, la quale nello statuto del 1431 disponeva per la sorveglianza dei ricchi pascoli, che le coprivano. Nel 1358, quando la città scarseggiava d'abitanti ed il territorio era deserto, si cedettero questi terreni ai Greci introdotti dai paesi caduti in mano ai Turchi, nonchè nel 1261 a Leonardo Fioravanti bolognese e compagni. Questi ultimi non vi si stabilirono; vi si mantennero però i Greci, fra i quali figura la famiglia Razzo, i cui eredi ancor oggi vi posseggono dei terreni e ne vendettero nei tempi decorsi buona parte al genio militare.

In luogo prominente fra la Valle Vergarola e la Valle di fuora venne eretta nel medio evo e durava fino a cento anni or sono, una torre, detta «Torre del Muglilo» e poi Torre di Orlando.

Rovine medioevali d'abitazioni esistevano in Val de Fiso, nell'allontanare le quali venne alla luce un tesoretto con monete del secolo XV, da me descritte nella Rivista della società numismatica italiana, nascoste colà certamente alla epoca della guerra di Venezia coll'imperatore Massimiliano.

La sponda meridionale della penisola oltre ai nomi delle valli di mare, dei promontori, di antica data (Brancorso, Mortori, Ovina, Consiletli) e in alcuni punti coperta da rovine dell'epoca romana, come vediamo in Val Saline ove nei pressi del Macello ex Valerio, venne trovato un pavimento musivo. Sulla punta di Verudella, all'esterno del Saltus, si scoprirono dei resti d'architettura e di sepolcri.

Agro citrato destrato.

Il decumano massimo limita a nord l'agro, mentre a ponente lo chiude il cardo massimo, a mezzogiorno ed a ponente e levante invece è interrotto dal mare.

[130] Nel primo saltus in tre punti sono ancor visibili le calles, le tre prime verso il cardo ed in un punto solo un limes. Nell' 8.a centuria sopra un colle alto 122 metri sul livello del mare esistono le rovine d'una chiesuola col titolo a S. Silvestro, attorniata da rovine antiche. Dalle rovine della chiesa venne estratto in tempi anteriori un grande sarcofago medioevale, che contenne i cadaveri d'un Iohannes e d'un Garibertus magistri.

Nella 9.a centuria stanno le rovine della località Ravaricum, sostituita ora dal villaggio di Lavarigo, che trovasi nella prossima centuria. Gli abitanti slavi di Lavarigo chiamano quest'ultima località «borgo» (Varoš) e vive fra di loro la tradizione che l'antica località giacesse ove ora sono le rovine d'un vasto villaggio, sito nel vicino bosco di castagni. Mi venne fatto credere anzi, che dalle rovine d'una chiesa esistente nel bosco e ch'io visitai, fosse stata estratta la campana fusa nel 1572 da Zuanne Battista Delton, la quale ora sta sopra la chiesa parrocchiale di Lavarigo, sicchè l'abbandono della vecchia località deve essere avvenuto dopo di quell'epoca. Però l'attuale Lavarigo è pure d'antica data, prova ne siano le reliquie sculturali bizantine dell'VIII secolo scoperte nel 1902 in occasione della rifabbrica della parrocchiale e forse il nome di borgo dato alla località indica una relazione di nesso colla villa nel bosco. S'aggiunga anche che la seconda campana porta la data del 1487 e venne fusa da quello stesso Salvator che fuse la campana di S. Tomaso di Pola, sicchè in quell'epoca l'attuale villaggio già esisteva.

Nell'epoca romana Ravaricum appartenne all'agro di Nesazio (secondo il Kandler) ed indi a quello di Pola. Nell'atto di dedizione di questa città a Venezia del 1243, vediamo fra i firmatarii un «frater Iohannes de ravarigo». Nel 1330 la villa che in quest'anno appartiene al patriarca d'Aquileia, si stacca da Pola e passa alla regalia di Dignano (Ravarigo). Però le disgrazie comuni a tutta l'Istria meridionale colpiscono anche Lavarigo, che perde la sua vecchia popolazione e riceve nella seconda metà del 1500 dei coloni slavi della Dalmazia; importazioni che si ripetono nel 1623.

Il territorio nelle vicinanze di Lavarigo è ricco di [131]  memorie dell'epoca romana. Una parte delle scoperte di quest'epoca venne annoverata nella descrizione del decimo saltus dell'agro citrato sinistrato ed un'altra parte verrà menzionata, quando ci occuperemo del prossimo saltus secondo.

Attraverso il saltus correva la strada romana che da Pola conduceva per Marzana a Barbana ed Albona e tangeva l'attuale villaggio di Lavarigo al lato orientale.

Nella 23.a centuria in mezzo a rovine d'antichi edifizi trovavasi la chiesuola di S. Pietro di cui restano solamente le mura perimetrali, un frammento di colonna, uno di stipite ed uno di urna sepolcrale. Era orientata da SO a NE colla porta a SO. Misurava 11 metri in lunghezza e 5 in larghezza ed aveva forma quadrilaterale. Le rovine trovansi di certo al centro di una Sors, di cui non saprei il titolo.

Il secondo saltus è intersecato in quattro punti da calles ed in tre siti da limites, i quali e le quali su per giù coincidono col tracciato da me segnato. Una anzi delle calli, la terza, proviene da Marzana ed attraversato tutto il saltus passa nell'inferiore (il sesto) ed arriva fino a Turtiliano. È rappresentata ora da una strada ampia, ben fatta e con rarissime curve.

Nella 3.a centuria, precisamente a lato della calle ora citata è conservata una cisterna romana intatta, coperta da grandi lastroni, con due aperture per attingere l'acqua. Ai fianchi un coperchio di sarcofago serve d'abbeveratoio per gli animali. I filtri esistono, ma l'acqua ora non gli attraversa ed entra invece nella cisterna per la superficie, raccogliendosi nell'ampia vasca impermeabile. Ai fianchi, delle rovine palesano l'esistenza d'una villa rustica romana.

Nella 7.a centuria, vicino alla località Radecchi, vennero nel decorso anno scoperte delle rovine di villa rustica romana. Egualmente nella località detta Casaletti posta al fianco d'un limes, visibile ancora. Da qui s'estrasse nell'abbattere una quercia l'abbozzo rozzo d'una sfinge, eseguito in pietra del luogo; nonchè nelle vicinanze vennero alla luce pezzi di cornicioni, di stipiti ecc. Non lungi da colà nella 6.a centuria, alle sponde d'uno stagno detto «Lacuz», esistono pure traccie

[132] d'abitati antichi, ai fianchi dei quali corre una calles, ben visibile.

Una sequela di boschi cedui e di praterie dette «i Campi d'Altura» occupa buona parte del saltus. In queste ultime nella centuria 22.a restano ampie rovine d'un abitato che dall'epoca romana ebbe a durare fino al medio evo. È il centro della sors Mimilianum o Milianum detta più tardi Mugnanello (1198-99), o Momianel (1589) ed indicato nel 1647 anche col nome di S. Domenica da una chiesa che nel mezzo della villa esisteva. Nel 1198-99 viene la villa data dal vescovo Ubaldo in feudo a Ruggero Morosini. Nel 1589 ne ottiene la investitura Gerolamo Barbo da Pola assieme ai terreni limitrofi di S. Lauro (Santo Loro). Una frazione del territorio però chiamata Momian grande era allora proprietà dei Sergi Castropola succeduti ai Morosini, i quali Sergi ne venivano privati nel 1664 per dare il terreno ai nuovi abitanti d'Altura. La località ora del tutto deserta è conosciuta oggi sotto il nome di Coronelli (Colonelli). Dalle rovine vennero estratti dei frammenti architettonici di bella fattura ed altre pietre sculte.

La prossima centuria 22.a è occupata dalla contrada detta Panturan al sito d'una Sors Panturanum. Panturan fu nel 1658, sotto il nome di Panturan grande e piccolo proprietà della Commenda di S. Giovanni del Prato di Pola.

La strada romana che da Pola conduceva a Nesazio ed Albona passa attraverso il terzo inferiore orientale del saltus, e tocca la località di Castagna, dagli slavi detta Costainizza. L'antico villaggio è ora ridotto alla sola chiesa della Madonna ed alle rovine di quella di S. Gallo, attorno alla quale, si dice, esistesse il cimitero. Castagna o Castaneto fu proprietà dell'arcivescovo di Ravenna, che nel 1197 ne infeuda cittadini di Pola. La villa era molto abitata nel medio evo. La sua popolazione però ben presto cominciò a diminuire causa le pesti e la malaria, in modo che nel 1585 la villa viene del tutto abbandonata ed i pochi abitanti vanno a stabilirsi a Monticchio. Nel 1580 Girolamo Barbarigo nobile veneto acquista i diritti feudali su questi terreni, che però la famiglia in breve tempo perde, per averli abbandonati e lasciati incolti. [133] Nel 1647 il governo veneto ne investe i Morlacchi d'Altura, i quali a modo loro danno il nome di Castagnizza alla località.

La chiesa della Madonna di Castagna è di piccole dimensioni e possiede una piccola abside. È ancora officiata. Sulla facciata al lato destro esiste un'iscrizione del 1300 in caratteri gotici, facente cenno d'un Baisio, ma di cui il senso non venne ancora interpretato. Sul lato posteriore è inserita una lapide romana incompleta contenente la dedica sepolcrale ad un Pyragonius per opera dei suoi. Nelle vicinanze della chiesa fu rinvenuto un frammento di lapide romana, ricordante persona della gens Vibia. Le campane della chiesuola sono antiche. Una porta la data del 1454, l'altra del 1521; la prima senza il nome del fonditore, la seconda colle iniziali IDF, cioè «Iohannes Delton fecit» vale a dire lo stesso fonditore d'una delle campane di Lavarigo.

Della chiesa di S. Gallo non rimangono che le mura perimetrali, che il proprietario del luogo s'accinge a demolire per spianare il terreno. Nel 1906 fu aperta una tomba che conteneva lo scheletro d'una donna senza oggetti e nelle vicinanze dell'ingresso venne alla luce una grande chiave, che fu forse quella della chiesa. Tanto la chiave quanto il cranio della sepolta sono al Museo.

Presso la chiesa della Madonna trovasi il grande stagno dell'antica villa ed intorno allo stesso mucchi di macerie indicano il posto d'edifizi antichi.

Al confine orientale del Saltus sul Cardo secondo sta l'attuale villaggio d'Altura eretto nel 1647 dai Morlacchi neoimportati. Altura s'estende nella sesta centuria del III saltus, occupando una parte dell'11.a. La località giace nel centro di una sors, che il Kandler segna col nome di Goricilianuni o Gorcilianum, dal quale si volle poi fare un «Gorilla», come sta scritto nell'attuale scematismo diocesano (Altura olim Goritia). Sull'alto del colle esisteva una chiesa dedicata a San Martino ed intorno a quella eressero i Morlacchi le loro case. La località non manca di rovine romane; perchè vi notai nella frazione meridionale della villa traccie di vasche d'acqua e resti di costruzioni, nonchè tegole bollate, e non può escludersi che la lapide murata nella corte Sladogna, dedicata alla [134] memoria d'un C. Furìus, milite della 4.a coorte, sia stata rinvenuta entro il perimetro della località e non a Nesazio come generalmente si crede. Del luogo è una lapide funeraria che la consorte d'un alto impiegato della corte di Tiberio, di cui è ignoto il nome, dedicava allo stesso ed ai proprii liberti e liberte.

Della chiesa di S. Martino ora diruta ed in luogo della quale gli Alturani nel 1647 eressero la loro parrocchiale dedicata a S. Giovanni Evangelista, nulla ora resta. Una reliquia della stessa, un pezzo di pluteo di fattura bizantina si trovò nel 1899 quando si ricostruì la chiesa, frammento che per la incuria di chi diresse i lavori, andò perduto dopo ch'io l'ebbi veduto. L'attuale chiesa parrocchiale ottenne nel secolo XVII la prepositura. Nel 1698 sotto il vescovo Bottari ed il preposito Nicolò Mezzulich il fonditore di Ceneda Gregorio Zambelli, forniva le campane, che ancora esistono.

Goricilianum appartenne all'agro di Nesazio. Dall'anno 1118 al 1150 l'ordine dei Cavalieri del Tempio v'ebbe beni in feudo dipendente dalla Chiesa di Ravenna ed indi da quella d'Aquileia, il cui Patriarca quale Marchese d'Istria nell'anno 1331 la contrada stessa con altri territorii assegna alla Regalia di Dignano. Gli stessi beni, soppresso l'ordine dei Templari, passano in feudo ai Cavalieri di S. Giovanni di Rodi nel 1314. Deserto più tardi il territorio e rimasti incolti i terreni, di cui una parte era frattanto passata in feudo ai Barbarigo di Venezia che tenevano Dobredol ed ai Castropola che avevano Cavresan, vi vennero investiti i Morlacchi dalmati, che prendono possesso di quelle terre nel 1647.

A pochi passi d'Altura verso nord, ove ora trovansi i casali Stermotich nella 6.a centuria, riscontransi traccie d'una villa rustica romana, segnate dai muri che sporgono dal terreno vicino alle quali attraverso la 1.a centuria passava la via romana conducente a Nesazio quindi verso Albona.

Fra la 2.a e 3.a centuria a cavallo del limite riscontransi traccie d'edifizi romani. Nella 3.a centuria trovasi l'ampio castelliere, posto di faccia all'apertura della valle di Badò. Il castelliere ha un robusto bastione verso ponente, tagliato dal vano d'ingresso; bastione che chiude da ambo i lati la sporgenza della costiera verso la valle. Al lato di levante, cioè verso la valle, le cinte sono deboli e ciò pel motivo che la pendenza molto ripida della costiera rendeva superflue altre opere di difesa. La località chiamasi tuttora Castellier. Vicino ad essa scende a valle la strada romana Pola-Nesazio-Albona per salire dall'altro lato sui fianchi di Cavrano.

Un castelliere preromano esiste pure sul monte Chitizze fra la 12.a e 13.a centuria ed un altro nel mezzo di questa ultima.

Nella 23.a centuria, nelle vicinanze della villa Ussich, in tempi anteriori detta «Maggese», vennero scoperte delle sepolture romane ad incinerazione, una delle quali diede un piccolo bronzo di «Magna Urbica». Notisi che nei muri d'uno stallaggio di certo Stermotich è fisso uno stipite d'arte bizantina col disegno a rilievo d'una croce, proveniente da una chiesa di Magrano, ora diruta ed un fregio romano di bel lavoro, proveniente pure da quella località.

Il saltus stesso è attraversato da calles di cui riscontransi traccie lungo il 1.° del mio tracciato ed il 3.° ed anche tra gli stessi. Di limites non ci sono indizi che nelle centurie sesta, settima e diciottesima.

Attraversata la valle di Badò s'arriva per la strada romana a Cavrano, di cui esposi le vicende nel saltus XI dell'agro citrato sinistrato. Sulle alture nella 10.a centuria esistono parecchi tumuli che hanno la parvenza d'essere preistorici; ma l'esplorazione di alcuni di essi fatta dal dott. de Marchesetti diede risultati negativi. Che invece di tumuli sepolcrali, non siano forse capanne — trulli — preistorici rovinati?

Del IV Saltus non esistono che due porzioni, le quali finora nulla offrirono.

Buona parte della città di Pala è sita nel V saltus ed è quella frazione che dalla via che conduce a Sissano, posta sopra il secondo decumano, s'estende verso nord, occupando i borghi di S. Martino, Arena ed il sobborgo di Siana. L'Arena sola è quanto rimane degli antichi monumenti che in questa parte della città esistevano ai tempi romani. Sembra anzi che allora, ad eccezione del terreno chiuso verso levante da una linea, che dal lato orientale s'estende attraverso la [136] parte superiore dell'attuale via Giovia al terzo inferiore della via S. Martino, fino alla stessa altezza della via Sissano, ove si riscontrano traccie di costruzioni di quell'epoca, questa frazione non sia stata coperta da fabbriche, ma che invece abbia servito da necropoli. Attraverso questo rione passavano due strade romane. Ambedue partivano dalla «Porta lovia» (Porta Gemina) ed arrivate sull'alto del rione diramavansi una verso la valle di Siana e conduceva per Lavarigo a Barbana ed Albona, la seconda invece continuava sull'alto, proseguendo dietro la foresta di Siana verso Nesazio ed Albona. Lungo il percorso della prima si scopersero tombe romane sull'alto del colle di Monvidal e poi giù nella valle, ove oggi sono i magazzini delle forniture militari, nel qual sito scoprironsi traccie d'un ponte, che attraversava il canale, ora coperto, che da Siana conduce al mare. Il Kandler opina che lungo questa via corresse la conduttura dell' «Acqua Augusta» diretta al sommo del Campidoglio. Diffatti alcuni tubi di pietra pieni di incrostazioni calcari vennero estratti nel 1894, quando si tracciò la via che conduce all'Arena. Credo però che l'acqua provenisse dal Ninfeo e fosse elevata sul Campidoglio e che quei tubi non avessero appartenuto a questa conduttura. Lungo quella via non si rinvenne finora traccia alcuna di tubulatura o di canali. Tombe si scopersero pure nel 1905 lungo il tracciato della via, presso la chiesa della B. V. delle Grazie ed erano ad incinerazione, consistenti di urne di pietra, povere d'oggetti. Lungo il percorso della seconda via attraverso la città, nulla si scoperse finora.

La parte della città abitata nell'epoca romana offrì agli scavi gli avanzi d'una necropoli ricca di cadaveri posti in sarcofaghi di cui taluni erano di marmo. Essa s'estendeva ove attualmente sono la via Nesazio e Pandrona della Pietà, fino all'angolo formato dalla via Giovia colla via S. Martino. Traccie d'un ricco fabbricato con rivestimenti di marmi finissimi e di porfido, venne scoperto, nel farsi le fondamenta d'una casa all'angolo suddetto. A ponente di questa necropoli seguiva fino all'altezza del colle di S. Martino una necropoli povera con cadaveri per la maggior parte inumati, probabilmente dell'epoca [137] romana, scoperta parecchi anni or sonò, le cui memorie si basano però su vaghe notizie da me raccolte.

A piedi del colle capitolino fra la porta Giovia e nell'interno delle mura, un'altra necropoli ad incinerazione, senza urne, ma coperta da tegole o da sfaldature calcari, s'estendeva fin alla «Porta lunonia» poi «Porta S. Giovanni», e fuori delle mura e della fossa seppellivansi i cadaveri cremati nel terreno, che estendevasi fino all'attuale via di Sissano; le quali tombe trovansi ora ad una profondità d'oltre due metri; come si constatò nel 1903 nell'eseguirsi gli scavi per la canalizzazione.

Vestigia di fabbricati vennero alla luce a piedi del colle capitolino dalla Porta Giovia (Gemina) alla lunonia (al Cristo) e nella via Carducci dinanzi alla casa Malusa, nel quale punto si scoperse la strada prima citata, formata da glarea compatta e fiancheggiata da cordone di pietra.

Dell'epoca medioevale nulla resta in piedi dei fabbricati, di questa parte della città. Nei pressi della «porta lunonia» sul pendìo del colle sorgeva fino al 1500 una chiesa dedicata alla Vergine, detta Santa Maria de Chio. La suppongo identica a quella detta di S. Maria alta, che stava nei pressi di «Porta fontana» (l'antica lunonia) ed era fornita d'un portico. Nel 1426 la stessa fu affìdata al canonico scolastico coi suoi diritti.

Sull'alto del colle detto di S. Martino sorgeva una chiesa dedicata a questo Santo, di.piccole dimensioni, posta ov'è presentemente l'edificio scolastico. Nel 1822 vi venne scoperta una lapide romana, posta in memoria d'alcuni membri d'una famiglia Threptus. Nel 1483 nella tavola dell'altare si vedeva inciso il frammento d'un'iscrizione ricordante la dedica d'un duumviro a Memmia Prisca. La necropoli romana che circondava la chiesa, offriva poi alla vista nello stesso anno un'iscrizione che Nigidius Capito dolente per la morte prematura della moglie Toxia Agrippina, aveva posto sul suo sepolcro; indi un frammento di lapide posta da Aurelius Plociamis e da Valeria Saturnina, un'altra di T. Luxidianus Nestor Augustalis polensis alla moglie Iulia Chrysantis, mortagli nell'età d'anni 31, e finalmente un sarcofago lungo 7 piedi, largo 3-1/2, che A. Cajus Lapis archiatro eresse per se e per Iulia sua consorte.

[138] Nella prima centuria e nei dintorni della stessa fino giù a valle s'estendeva la contrada Vidrian col villaggio di questo nome, del quale esistono ora scarse rovine. Ai tempi romani la contrada formava una Sors denominata Virtanum, la quale troviamo nel 1197 in proprietà dell'arcivescovo di Ravenna, che la dà in locazione a cittadini di Pola. Nel 1442 la località che dicevasi Vidrian era già abbandonata del tutto e nello statuto del 1424 e 1468 viene citata quale posizione di confine di Gallesano col territorio della città.

A sud di Vidrian nella località detta ora Monte delle Pere si scoperse nel 1905 un pozzo dell'epoca romana, colmato di sassi, dal quale s'estrassero ben 20 vasi bronzo (secchie per attingere 1'acqua) e due hydriae di bellissimo lavoro nonchè altri oggetti. S'estrassero anche parecchi scheletri umani, la presenza dei quali conduce a pensare d'assassini e di lotte. Più verso ponente, ove ora è l'edifizio dell'acquedotto «Francesco Giuseppe» si scopersero tombe romane ad incinerazione con oggetti, mentre il terreno all'intorno porta traccie d'antiche abitazioni.

A levante di Vidrìan è la contrada Beller ed indi il territorio che nel medioevo dicevasi di S. Lauro, nominato così nello statuto del 1424 e col titolo di Salito Loro nel 1589 quando dello stesso viene investito il cittadino polese Girolamo Barbo. Della chiesa di S. Lauro non esiste presentemente.-alcuna traccia.

La 13.a e 14.a Centuria nonchè frazioni delle vicine sono occupate dalla foresta di Siana, proprietà del fondo di religione. Siana è il titolo d'una sors Sejanum che colà s'estendeva ai tempi romani. Il vasto predio contiene traccie frequenti di romanità. Un vasto opificio rurale, forse un torchio trovasi al lato settentrionale; iscrizioni vennero scoperte all'orlo della foresta. Nell'alto, ov'era la chiesa di S. Lorenzo, tornarono alla luce tombe ed edifizi e più ad oriente a piedi del colle di San Daniele, la cui chiesa omonima non esiste più, ai lati della strada romana che conduce a Nesazio e di quell'altra che va per Lavarigo in Albona, apparvero tombe ad incinerazione. Sul colle poi traccie del culto reso a Silvano, con un'ara recante la dedica a questa deità, nonchè capitelli e varii oggetti [139] dell'epoca romana e dell'epoca preistorica, ricordanti questi il castelliere che cingeva il colle, ora fatto sparire in seguito alla costruzione d'un fortilizio.

Dopo la dominazione romana Siana, detta più tardi anche Savignana, diviene proprietà dell'arcivescovo di Ravenna, che l'infeuda a cittadini di Pola, come s'apprende da documento del 1197. Nel medioevo diventa proprietà dei Sergi-Castropola i quali nel 1300 donano la foresta detta ora Siana al convento di S. Francesco di Pola, che la tiene fino all'epoca Napoleonica, quando, soppresso il convento, i beni dello stesso e quindi anche Siana passano al demanio. I terreni invece siti a levante di S. Daniele, nella contrada allor detta Sandaglia (corruzione di S. Daniele) e che appartenevano pure ai Castropola, vengono un po' alla volta tolti ad essi e passati nel 1635, 1647, 1664 agli Alturani.

La strada romana che da Pola si dirigeva verso Lavarigo, uscita dalla città, lasciato a sinistra il Monte Ghiro (detto nello statuto del 1424 Monte Cucie) e quello di S. Giorgio, toccava a destra la foresta di Siana e proseguiva quindi per S. Lauro oltre il saltus.

Nell'ottava centuria, al suo lato sinistro, esisteva una chiesuola votiva ora riedificata in maggiori proporzioni e dedicata alla B. V. delle Grazie. La chiesa originale data dall'epoca bizantina, come ne fa fede un pezzo di pluteo scoperto nell'anno 1906 proveniente dalla stessa e conservato ora nel Museo. Nelle vicinanze, ai fianchi della vecchia via, vennero alla luce nel 1906 alcune tombe ad incinerazione di gente povera, con urne rozze di pietra, ora al Museo. Lungo la stessa via alla distanza d'un miglio da Pola venne nel 1435 scoperta una lapide riflettente un sepolcro di Laecania Attica, liberta di Caio Vibio Fusco.

Il monte S. Daniele che nello statuto del 1424 viene detto «monte Petenato» chiude il territorio comunale di Pola ed a levante d'esso trovasi una contrada che nel 1424 dicevasi Montegnal, denominata ora Barella (nome gentilizio di vecchi proprietari). Più verso mezzogiorno il territorio portava nel medioevo il nome di «Terra dell'arca» forse dalle cave di pietre colà esistenti, contenenti ancor oggidì frammenti di scolture [140] in lavoro; Ancor più al sud, ove oggidì esiste la stanzia Cattaro, era la contrada di S. Siro cosidetta nel 1332 e più tardi di S. Silero, attraverso la quale passa un limes molto bene marcato. Nello statuto del 1424 la contrada S. Silero chiude il territorio comunale di Pola. Nel 1500 essa viene data ai Sozomeno nobili di Cipro, dai quali passa per eredità ai Franchini, che la posseggono ancora nel 1647.

La vallata che occupa l'ultima serie delle centurie verso mezzodì e che viene limitata dal decumano II chiamavasi nel medioevo Valdagora, denominazione corrotta ora in Valdragon. Valdagora fu proprietà nel medioevo degli arcivescovi di Ravenna, i quali come emerge da documento del 1225, affittavano le decime a cittadini di Pola. Lungo il lato settentrionale della via che percorreva il decumano secondo, vennero scoperte nell'estate del 1906 due tombe romane, una ad umazione, l'altra ad incinerazione del 1.° secolo, come lo fa credere una moneta (M B) di Claudio I trovata nella seconda. Valdagora confina verso ponente con un'altra piccola depressione della Valmale o Valmade. Da questa località provengono un sarcofago ed un blocco di pietra scritti. Il sarcofago aveva contenuto le ossa di Aelia Artemisia madre pientissima di Aelius Trophimus. L'iscrizione sul blocco ricorda un Maecenas Sp. f. Rufus che erige un sepolcro a se, al padre, alla madre ed alle sorelle.

La contrada Speion dello statuto del 1424, detta ora Monte Turco, completa il saltus quinto e chiudeva altresì il territorio comunale nel medio evo, il di cui confine in questo punto coincide perfettamente col percorso del Kardo II.

Traccie evidenti di calles e di limites rimangono nel territorio del prossimo Saltus VI e troviamo marcate le calles nella seconda, terza, quarta e quinta serie di centurie in corrispondenza con quelle del secondo saltus e del decimo. Di limites esistono traccie evidenti nella serie orizzontale della 3.a, 4.a e 5.a delle centurie.

La contrada Montegnal e parte di quella di S. Lauro abbracciano frazioni della 1.a centuria. Una via romana che si staccava da quella conducente da Pola per Lavarigo a Barbana ed Albona tangeva il limite estremo di ponente della [141] centuria e passando per Mimìlianum allacciavasi più al nord a quella che conduceva a Ruminianum (Monticchio), posta sopra una calles (quella della cisterna).

Nella 3.a centuria ov'è ora la stanzia Perich trovansi rovine d'una abitazione rustica, con resti d'architettura, di frantoi di frutta e d'un'iscrizione votiva. A pochi passi di distanza da colà, nella stanzia Caich trovasi nel muro della casa un frammento d'un sarcofago che un Paullus M. F. Velleius duumviro, patrono della colonia fece eseguire per se e pel figlio Paullus. Dinanzi alla casa esistono parecchi frammenti architettonici romani.

Attraverso il terzo superiore di ponente del saltus passa la strada romana che da Pola conduce a Nesazio ed Albona. Nell 11.a centuria vicino al confine medievale del territorio comunale di Pola esisteva la chiesa di S. Germano presso ad uno stagno, nominato ora Bristovizza, detto fino al secolo 17.° lago di S. Germano. Della chiesuola restano ora appena le traccie delle mura perimetrali, ed era la stessa una delle molte chiese, che la pietà degli abitanti dell'agro, aveva eretto al Santo che nel 290 subì in Pola il martirio. S. Germano segnava nel 1586 il confine verso nord dei terreni affìdati dal governo veneto ai Nobili Sozomeno di Cipro.

Una distesa di praterie circonda S. Germano e continua per la 12.a centuria e parte della 13.a fino all'attuale villaggio di Giadreschi posto sul tracciato d'un limes che attraverso Valmale conduce direttamente da Pola e che s'incrocia colà con una calles diretta verso Monticchio. In questa distesa rare traccie esistono di abitazioni antiche.

Il villaggio di Giadreschi detto nel 1600 Giadrescova, il cui nome è gentilizio della famiglia Giadresco importata colà nel torno di quel tempo, trovasi di certo ove nei tempi romani od almeno nei medioevali, giaceva una località abitata. Di ciò fa fede una lapide romana, non ancor letta, immurata in una casa all'ingresso della villa ed un frammento di scoltura bizantina, che esiste pure immurata sopra una stalla e se vogliamo anche un grande coperchio di sarcofago, usato ora per abbeveratoio per gli animali e che vedesi dinanzi ad una casa del villaggio. Io non potei ancora rilevare il nome [142] romano della villa. La circostanza però che essa trovasi nella contrada di Lussati, nome certo d'una Sors, mi fa credere, che Lussan fosse la sua antica denominazione.

Ad oriente di Giadreschi nelle due prossime centurie è sita la contrada Calcanelli ora detta Canzonel. Sopra Calzanelli vantavano il diritto della metà delle decime i vescovi di Pola, che le infeudavano nel 1336 ai Sergi Castropola, dai quali poi quei diritti passarono per investitura ad altri e fra questi nel 1427 a Giacomo Sciavo de Gaciis, mediante il vescovo de Luschiis. La località viene detta nel documento del 1427 «Gaìcionelli» mutato nel 1731 in Canzonel e nel 1791 in Cansonel.

A levante della contrada esiste il bosco di Cerè {Cerreto) contiguo ad una valle detta Valgrampa. Cerè appartenne ai Conti Pola, come troviamo nel 1647, e più tardi nel 1752 ai consorti Giadresco.

Al nord s'estende la foresta di Magran, che in tempi anteriori dicevasi anche bosco di S. Marco. Nel bosco esistono traccie d'antiche abitazioni e le rovine d'una chiesuola. Vi si rinvennero resti d'architettura, sculture ed iscrizioni. Magrano è il titolo d'una sors «Macrianum» e d'una villa che esisteva colà nel medioevo, come lo dimostra il fatto, che un «Martino de Magrano» firmava l'atto di dedizione di Pola a Venezia. Nel, 1500 la villa più non esisteva e le sue rovine venivano coperte dalla boscaglia. La foresta passò per tempo in proprietà dei Sergi-Castropola i cui successori i Conti Pola di Treviso la tengono fino al 1759, quando ne rinunciano alle rendite.

Rovine spaziose d'una località abitata ricorrono a mezzogiorno della contrada Lussan. Esse appartengono ad una villa che esisteva fino ai medioevo ed il cui nome «Maderno» viene palesato dall'attuale della contrada omonima. Maternianum è il titolo d'una sors appartenente al territorio comunale di Pola. Abbandonata la villa dai suoi abitanti o resa deserta per la distruzione d'essi per opera delle pesti e della malaria, il territorio rimasto incolto, viene dal Magistrato sui beni incolti dato nel 1580ai Greci introdotti da Cipro; sicché vi troviamo insediato nella frazione detta Maderno grande od anche Madrino grande nel 1582 il greco Giovanni Mira e poi anche la [143] famiglia dei Sozomeno nobili cipriotti, ai quali nella 1.a metà del 1600 succedono i Franchini. Beni in Maderno grande posseggono nel 1648 anche i Giadresco detti Zulin. Ma la massima parte dei beni appartiene ai Sozomeno, che nel secolo XVI posseggono un latifondo, che da S. Germano s'estende attraverso Maderno, Turtilian fino a Sanpanos.

Nella 21.a centuria il monte Uban detto così nello statuto del 1424, sul quale è ora situato il villaggio di Scattari, chiude il confine del territorio medievale di Pola.

Il VII Saltus e la frazione dell'VIII chiudono l'agro colonico verso il mare. Il confine meridionale è segnato dal decumano 2, il quale oltrepassato Sissano s'estende verso il Monte della Madonna ed è ancor oggi marcato da un'ampia strada.

Il tratto settentrionale del saltus è occupato da buona parte della foresta di Magrano coll'altura omonima posta a 99 metri sul livello del mare. A mezzogiorno nel terreno collocato nelle centurie 2.a e 6.a e parzialmente nelle cinconvicine trovasi la contrada Lusan col bosco omonimo. Lusan è il titolo d'una sors Lusianun e d'un villaggio, di cui oggi non resta traccia e che forse trovavasi ove erano le traccie d'una chiesuola, che diede alcuni fregi bizantini.

Il saltus è attraversato da calles marcatissime che riscontriamo specialmente fra le centurie occidentali e da limites che vanno fino alla marina attraverso le boscaglie di basso fusto, che coprono il terreno. Una calles attraversa Magrano e Lusan e si dirige oltre Sissano per raggiungere quasi la località di Medolino. Notevole è il limes, il quale essendo la continuazione di quello che passa per Giadreschi, può dirsi formare una via, che direttamente da Pola conduce al Quarnero. Ai fianchi di questo limes verso nord troviamo l'altura di S. Martino che a 63 metri sul livello del mare domina, la contrada detta Saranzani.

Su questa collina esisteva nel medioevo e fino alla fine del secolo XVII una villa chiamata S. Martino, detta nel secolo XVI «S. Martino del monte del castello». Abbandonata per tempo dagli antichi abitanti, essa venne occupata assieme ai [144] terreni da Morlacchi, introdottivi nel 1587 dal territorio di Zara. Ora la villa è ridotta a rovine.

Il titolo Saranzani o Carsi di Saranzan portato dalla contrada dà motivo a ritenere che ove stava la villa di S. Martino fosse stata la «Casa Zerontiaca», di cui nel placito del Risano dicono gl'Istriani essersi appropriato il duca Giovanni, posta sopra una sors, che il Kandler intitola Zartian [Zartianum). La contrada fu di certo importante nei secoli decorsi e così pure la costa del Quarnero, ove sulla punta S. Stefano esistono ampie rovine di costruzioni robuste con sotterranei, appartenenti forse ad una chiesa dedicata al Protomartire. Il bosco detto Calderoi, prima Calderogi, esistente nella contrada Saranzani fu proprietà antichissima dei vescovi di Pola, i quali nel 1336 lo diedero in feudo ai Sergii Castropola.

A cavallo del decumano secondo nella centuria 21.a trovasi il villaggio di Sissano. Sede d'una sors Sissanum, racchiude la villa memorie dell'epoca romana, tra le quali la lapide importante, ora perduta, perchè fa cenno d'un collegio di Flamini, lapide che il Tommasini vide a suo tempo murata presso al lato meridionale della parrocchiale. Essa ricordava un monumento che Capria L. F. Rutila per testamento ordinò che si erigesse a P. F. Rutilae, ad arbitrio dei Flamini. Indi frammenti di colonne, di capiteli, di sarcofaghi, oggetti di vario genere di quell'epoca, che negli sterri vennero alla luce. Dell'epoca posteriore restano memorie in un pluteo di bel lavoro bizantino ed in una pietra sculta della stessa epoca, murata nel cimitero.

Sissano appartenne all'agro di Pola e come tale ebbe a giurare nel 1149 obbedienza al doge veneto. I vescovi di Pola ne godono già da antico tempo le decime, che nel 1198-99 il vescovo Ubaldo dà in feudo a Ruggero Morosini. Nel 1211 (Kandler) o 1252 (Cam. de Franceschi) il patriarca d'Aquileia appropriatisi quei diritti ne investe i Sergi di Pola, diritti che i cittadini di questa città nel 1332 riescono a toglier loro ad onta d'un documento patriarchino di riconferma, fornito ai primi nel 1336. 1 diritti stessi ritornano quindi per metà al vescovo ed al capitolo polese e per l'altra metà alla città, che ne dispongono come in passato. Troviamo diffatti che nel [145] 1569 il vescovo Antonio III Elio investe la famiglia degli Elio-Condulmier suoi parenti d'una metà del feudo di Sissano e precisamente di quella metà sulla quale vantava anche diritti il capitolo della Cattedrale. La stessa cosa avviene nel 1628 per opera del vescovo Giulio II Saraceno.

Nemmeno Sissano potè sfuggire alle conseguenze delle epidemie di peste e malaria, che infestarono l'Istria nei secoli XV e XVI. Però la popolazione non ebbe a soffrire le perdite enormi che distrussero cotante località. Sopravvissero alla decimazione parecchie famiglie, le quali mantennero inalterato il carattere italiano del paese e ciò ad onta delle importazioni straniere effettuate nel suo territorio, occupato in parte nel 1585 dai Ca' da Chiozza cretesi, dagli Sozomeno, dai Flebei cipriotti e poi nel 1588 da parecchie famiglie morlacche.

La chiesa parrocchiale di Sissano eretta nel 1527 sopra una più antica, ebbe ancor nel secolo XIV un capitolo, che cessò nel 1632 dopo la grande peste. Il suo parroco portava fino dal 1590 il titolo d'arciprete.

Accanto alla chiesa stanno le rovine d'un grande edilìzio medievale, anch'esso fondato sopra più vecchio edifizio dell'epoca romana, come lo provano gli oggetti romani e bizantini venuti alla luce in occasione di sterro per raccogliere pietrisco. È tradizione nella villa che queste rovine derivino dall'edifìzio d'amministrazione dei Sergi, quando ne godevano l'investitura feudale. L'attiguità della chiesa invece mi da motivo a pensare che esse sieno al posto di luogo fortificato dell'epoca romana, sul quale nei tempi posteriori ebbero sede il pievano ed il capitolo.

Notinsi i segni a guisa di stemmi che stanno scolpiti sopra la porta e sopra due finestre della chiesa medievale della SS. Trinità.

Nella 25.a centuria al termine del decumano 2.° sopra una collina ad 89 metri sul livello del mare e da cui si domina il Quarnero giace un ampio castelliere con cinta duplice da tutti i lati. Verso occidente a piedi del castelliere esistono le rovine d'una costruzione quadrilatera a forma di recinto, lunga ai lati oltre 30 metri e verso levante circa 20 metri. Il recinto è tagliato verso occidente da due muri che si [146] congiungono accostandosi ad un rialzo sopra il quale è edificata la chiesa della B. V. Il rialzo e le fondamenta della chiesa, nonchè le rovine del recinto sono di fattura prettamente romana. Dietro della chiesa esiste un cumulo di rovine, derivanti da una vasca romana, dalle quali s'estrassero mattonelle da pavimento ad opus spicatum e parecchie tegole colla marca «Faesonia». Fuori del recinto, verso mezzogiorno scorgonsi ampie macerie formate da rovine d'un abitato, il di cui nome è ora dimenticato, ma che basandosi sull'attuale denominazione della contrada, detta «Rubian», può supporsi siasi chiamato Rubianum o Rubanum.

La chiesa che è eretta, come dissi, sopra ad un edifizio romano, godette da tempi antichissimi di beni, sui quali diggià nel 1252 vantano diritti di decime i canonici di Pola, i quali nella stessa epoca li godono sopra una villa detta Braciglano, ch'io credo di poter supporre che sia stata in quelle vicinanze. I diritti stessi immedesimati a quelli goduti dai canonici di Pola a Sissano, vengono più tardi usufruiti dal vescovo di Pola, il quale ne dispone a suo bell'agio, dando motivo a gravi attriti col capitolo.

Un'altra chiesuola anch'essa d'antica origine e forse eretta sopra edifizio romano esisteva presso il decumano nella seconda centuria, nella contrada detta «Snargnan», di cui una parte trovasi nel settimo saltus. La chiesetta intitolata a San Lorenzo aveva il pavimento a rozzo mosaico di laterizio ed era di piccole dimensioni. Abbandonata dagli abitanti di Sissano e ridotta in rovina venne riedificata nel 1582 dai nuovi abitanti slavi di Lisignano e dotata li 15 Luglio 1587 dal provveditore veneto N. Salamon di 30 campi incolti. Ora di essa non restano che i residui delle fondazioni.

Il nono saltus occupa una parte grande della città di Pola. Le prime due centurie erano scarsamente abitate all'epoca romana. Invece un'estesa necropoli le occupava, la quale, come dissi descrivendo il saltus V, decorreva all'estremo limite dell'abitato e qui si dirigeva ai fianchi del Prato grande, che vuoisi fosse il Campo di Marte dei romani, per poi allargarsi all'estremità meridionale della città.

Più tardi sopra questo territorio s'eressero chiese ma [147] scarse abitazioni. Una di queste chiese venne riconosciuta nel 1901 quando ad oriente dell'attuale Piazza Verdi il sig. Cella eresse una casa. Non si trovarono della chiesa che i muri. perimetrali e frammenti di pavimento musivo dell'ottavo o nono secolo, colla dedica d'un Eclectus. La chiesa lunga circa 13 metri e larga circa 8, era ad una sola navata e confinava verso mezzogiorno, dov'è la mia casa, con un edifizio romano, fornito di un pronao a colonne, forse un piccolo. tempio a pavimento di mosaico bianco e nero. Ancor più al sud, attigue al tempietto si trovano delle lunghe fondazioni d'edifizio medievale, forse d'un convento. Cotali tre edifizii d'epoche diverse poggiano sopra un terreno roccioso sporgente verso sud ed attorniato ad ambo i lati dal terzo superiore in giù da terreni fangosi, sui quali riesce arduo di fabbricare.

Nella 6.a centuria lungo l'attuale strada verso Promontore a sud del prato grande, eretta sopra terreno solido, ma presso a spaziosi canneti stava una chiesa, ora del tutto distrutta, che per la vicinanza dei canneti si disse nel 1483 S. Giovanni di le cane e nel 1534 S. Ioannes a Caneto. Nel 1483 vi si leggevano murate due lapidi sepolcrali romane, una in memoria di I. Zozimus dedicata dalla consorte e l'altra eretta da un Aurelius Minervinus alla consorte Aurelia, che visse 45 anni.

A nord di questa chiesa s'estendeva fino alla via romana che conduceva al Sinus flanaticus la grande prateria, che dicesi servisse di campo di Marte ai tempi romani, la quale indi per l'abbandono del canale di deacquificazione si coprì d'acqua formand una palude, causa di malaria nei secoli seguenti. Sui fianchi del prato specialmente verso la città prolungavasi la necropoli ed era ricca di sarcofaghi, dei quali ancor oggi si scorgono frammenti murati nei recinti degli orti e dei cortili lungo le strade, chiudenti il prato verso ponente. Da questa necropoli proviene di certo l'iscrizione funeraria, che nel 1483 venne scoperta e che ricorda il sepolcro eretto da Octavius Mar. Carius alla moglie Caecilia Prima, alle figlie Octavia Proclia ed Aurelia Augusta nonchè alla nepote Diana. A levante invece all'incrocio della 2.a calles col 1.° limes esistono le rovine d'un tempio a tre navi, che porta il titolo di San [148] Giovanni. Della chiesa non esistono ora che le rovine dei muri perimetrali, ad eccezione di quello verso tramontana, che rimane per due terzi ancora in piedi. Il tempio era a tre navi contiguo al cenobio, del quale non rimane ora alcuna traccia. Il Kandler opina che esso fosse nel sito ove i Romani avrebbero eretto un Tempio alla Felicita, della quale deità pagana i cristiani avrebbero poi fatto una S. Felicita, cui nei primi secoli del cristianesimo sarebbe stato dedicato il tempio pagano ridotto al culto cristiano. A S. Felicita era realmente intitolato il tempio che nel secolo XII dalla Chiesa ravennate che lo possedeva viene assegnato assieme con i suoi beni ai Templari, i quali dal 1118 al 1150 si stabilirono nella provincia, dotati di ricche prebende. Col titolo di S. Giovanni e Felicita troviamo nel secolo XIII una confraternita. Sciolto l'ordine dei Cavalieri del Tempio, i beni degli stessi ritornano nel 1312 all'arcivescovo di Ravenna, il quale nel 1314 li assegna ai Cavalieri di Rodi, che ne fanno una Commenda. Investito della stessa figura nel 1488 un nobile veneto Aloise Morosini. Furono di certo quei Cavalieri, conosciuti anche col titolo di Gioanniti, di Gerosolimitani e più tardi di Cavalieri di Malta, che diedero al tempio la forma, che traspare dalle rovine. Memorie del 1563 ci dicono che la Chiesa era sostenuta da ventisette colonne di marmo eletto e che sopra l'ingresso stava scolpito lo stemma dell'ordine equestre. Nel secolo XVII il tempio esisteva ancora e ne era sempre proprietario l'ordine; poi cadeva in rovina.

Nel 1435 vi si leggeva murata una lapide romana che ricordava il sepolcro eretto da un T. Arius al fratello T. Arius Proculus milite, morto nell'età di 20 anni e nel 1866 veniva estratta dalle rovine una lapide posta sopra il sepolcro da Patrata e dai figli a Fortunulo Giulio Frontone.

Rovine d'una chiesuola con pavimento a rozzo mosaico vennero scoperte alcuni anni or sono sul percorso della calles che passa fra la 3.a e 4.a centuria, delle quali ora nulla resta. Sulla collina detta Moncanor a levante della villa Rizzi e presso la villa Fabbro trovansi le rovine ampie della villa che il Kandler stimava fosse quella dei Flavii, da cui il nome di Flavianum dato alla contrada. Fra la 4.a e 5.a centuria [149] attraversate da una calles esistono traccie d'una grande villa rustica in alcuni punti elevate sulla superficie, fra le quali trovasi una cisterna bene conservata e che contiene ancora l'acqua. La contrada tutta ritrae il nome da Flavianum e si disse nel 1500 per corruzione Faibanum, così pure nel 1600, "ora corrotto in Foiban, e fu proprietà dei vescovi di Pola, che la danno in feudo a cittadini polesi. Nel 1569 la ottengono gli Elio-Condulmier.

Dalla centuria 5.a nella quale trovasi buona parte del borgo S. Policarpo parte una via che conduce direttamente al porto di Veruda, passando a ponente del forte Cassoni vecchi. La via è antica, in alcuni punti scavata nel sasso e potrebbe venir indentificata colla 1.a calles del saltus. A mezzogiorno del forte, scorgonsi a levante della strada due tumuli e sul punto trigonometrico 46 un terzo, i quali hanno l'aspetto di essere sepolture preistoriche.

Nella 14.a centuria presso all'attuale villa di Valdibecco coprono il suolo rovine di caseggiati rustici, probabilmente della vecchia Val di Becco (Val de'Beco) citata sotto questo nome nel 1424 e nel 1433 nello statuto della città.

La parte meridionale del saltus è al lato occidentale occupata in buona parte dal porto di Veruda, che termina con un estuario sotto il colle di Vintian. Vintian è oggi costituito da poche case rustiche, collocate sopra il colle, attorno ad alcune cave ippuritiche, già usufruite dai Romani. Prima però dell'importazione di nuovi abitanti la villa omonima esisteva a piedi del colle al lato di mezzogiorno. In questo sito ampie rovine s'estendono sopra il suolo coperto ora da dense coppaie e nel mezzo d'esse vedesi quanto resta della chiesa di S. Tomaso. Essa era di piccole dimensioni, ad una sola navata ed ad abside semicircolare; era in piedi ancora nel 1628. In quest'epoca viene citata in un istrumento con cui si riconfermano delle investiture di terreni, che trovavansi nelle sue vicinanze, scrittura fatta dal vescovo Saraceno in favore degli Elio Condulmier, che tenevano la villa già nel 1569 per averla ricevuta dal vescovo Antonio Elio loro propinquo. Nelle vicinanze della chiesa vennero scoperte tre sepolture murate ed un capitello corintio; [150] Viteìan è il nome d'una Sors dei Vettii, famiglia romana, che come lo dice un'iscrizione funeraria, ebbe dimora a Pola. Lo statuto del 1424 cita il luogo col nomo di Vìttian, nel 1433 e 1468 di Vitian, mentre più tardi nel 1658 lo si dice Vintian e nel 1763 di nuovo Vittian. Apparteneva al territorio della città, la quale dovette permettere che dopo l'abbandono della vecchia villa, otto famiglie venute dal Montenegro si stabilissero nei 1658 sull'alto del colle.

Un ampio castelliere a due cinte benissimo conservate e con un bastione verso la parte orientale cinge l'estremità del colle di Vintian verso ponente. Fuori delle cinte e lungo le stesse delle pietre poste verticalmente al suolo fungono da stele indicanti tombe preromane. Una di queste venne aperta alcuni anni or sono e conteneva dei vasi di rozza fattura, completamente frammentati. Sulla spianata verso tramontana, nella 12.a centuria esistono macerie e tumuli, indizio di vecchie abitazioni.

Ad oriente di Vintian nella 18.a centuria veggonsi le grandi cave di pietra dette «cave romane» che diedero il forte calcare ippuritico, col quali i romani eressero l'Arena. In un sol punto scorgesi il taglio romano; il resto è sformato dai lavori d'estrazione eseguiti dodici anni or sono dalla ditta Wildi. Sui fianchi e sul colle di Vintian vedesi ancor presentemente l'azione dello scalpello romano. Le cave però appartengono alla contrada di Vincural. La villa omonima è posta ad oriente ed a piccola distanza dalle stesse, nella 23.a centuria. Gli odierni caseggiati datano appena da circa un secolo ed appartengono tutti ad abitanti di Promontore. Adibiti in origine a case rustiche nei predii campestri, divennero abitazioni stabili, quando il risorgimento di Pola indusse parecchi villici ad avvicinarsi alla città. La villa antica detta nello statuto del 1424 «Vencoral» era invece alquanto più al sud dell'odierno abitato, ove cumuli di macerie palesano vecchie dimore. Abbandonata circa nel 1500 la contrada attorno alla vecchia villa, viene data ad abitanti nuovi, fra i quali nel 1585 troviamo un Francesco Gobbo e più tardi nel 1674 degli Aiducchi dalmati, i quali però ne scappano ben presto.

Nella 20.a centuria sopra l'altura portante il nome di S. [151] Marina havvi un castelliere, le cui cinte non sono però molto marcate. S. Marina è il nome d'un vasto predio della famiglia Gelmi, in tempi anteriori della famiglia polese ora estinta dei Carlini. Ove sono le case coloniche esisteva in tempi antichi un convento. Una vecchia carta topografica dà il nome di S. Maria del convento alla località.

Nella stessa centuria oltre l'attuale via militare verso levante durano vaste traccie d'un abitato con una grande vasca di fattura romana. È ignoto il nome antico della località, compreso attualmente in quello di S. Marina. Suppongo però che colà fosse Marmolian o Marmilian, sede d'una Sors Marmolianum, che secondo lo statuto del 1424 e le aggiunte del 1433 e 1468 trovavasi al confine del comune di Pola verso Vencoral ed a nord di questa contrada.

Tra Vintian e Vincural il territorio s'estende verso la marina e va a terminare col monte delle Gallie e più al sud col monte Zelina. La località confinante col monte delle Gallie porta il nome di Veruda e così pure chiamasi l'insenatura marina e tutto il terreno che ne costituisce le sponde. Nel 1614 questi paraggi erano molto abitati e lo sono anco presentemente a merito del porto sicuro offerto dall'insenatura. Sul monte delle Gallie al punto trigonometrico 43 vedesi un tumulo, forse sopra sepolcro preistorico.

Il decimo Saltus limitato a settentrione dal decumano secondo comincia nella prima centuria col Monte Uban posto al confine dell'antico territorio della città, sul qual monte, così nominato nello statuto del 1424, trovasi presentemente il villaggio di Scattari. Traccie di calles e di limes esistono in parecchi punti. Fra quelle è notevole la strada posta sopra una calles, che provenendo da Marzana e passando per Monticchio, Giadreschi tocca Turtilianum e termina a Pomer.

Fra la 2.a e 3.a centuria attraverso la calles esistono le vaste rovine di Turtilianuni, ora in buona parte distrutte da un fortilizio. La contrada dicesi ora «Turcian» ed è proprietà degli eredi Delcaro succeduti dopo passaggi attraverso altri proprietarii nel latifondo già citato, donato dal governo veneto ai Sozomeno di Cipro. Turtilianum fu una sors romana. Si può ammettere che nell'epoca bizantina essa sia passata, in [152] proprietà degli arcivescovi di Ravenna, i quali v'avranno goduto i diritti di decima anche dopo che gli abitanti avevano nel 1149 giurato obbedienza al doge veneto. I patriarchi di Aquileja quali Marchesi d'Istria s'impossessarono quindi di questi diritti e li cederono in feudo nel 1211 ai Sergi Castropola, contro i quali nel 1334 hanno questioni relative ai cittadini di Pola. Nel secolo XIV la villa rimasta deserta d'abitanti va in rovina, i terreni non hanno più chi li coltivi, se ne impossessa il governo, che nel secolo XVI li assegna ai Sozomeno ciprioti, da breve tempo stabilitisi nella Polesana.

Rimane memoria di due chiese che erano nella villa, una dedicata a S. Michele e l'altra a S. Giacomo detta «S. Giacomo delle tre porte». Quest'ultima sussisteva ancora negli ultimi anni del secolo XVI.

Verso mezzogiorno ed alquanto a levante nella 9.a centuria collocata sul limes meridionale stava la località Azzan, di cui ora restano vaste rovine coperte d'un bosco ceduo di quercie. Fu la sede d'una sors romana Atianum. La villa giura obbedienza al doge nel 1149. I lonatasi v'hanno dei beni nel 1300. Il territorio però, feudo dei vescovi di Pola viene nel 1336 dato ai Sergi. La villa viene nel secolo XIV derelitta dai suoi abitanti, cade in rovina ed il suo territorio, sequestrato dal governo perchè tenuto incolto, viene nel 1584, perticato e dato nel 1585 e 1588 ai nuovi abitanti di Pomer, sotto il nome di contrada d'Azzan.

Nell' 11.a centuria una collinetta porta il nome di Monte Guerra. Ai piedi della stessa verso ponente nell'eseguirsi degli scavi per l'erezione d'una polveriera vennero alla luce delle tombe ad incinerazione, dalle quali non si ottenne che un solo oggetto, un fermaglio di bronzo per cinturone. Parecchi anni or sono su quella collina, non priva di traccie di antiche costruzioni, venne scoperto un ripostiglio d'armi antiche, che andò disperso.

Una grande distesa di terreni principia dal Monte Guerra e formando un complesso va verso levante e mezzogiorno. È un latifondo che appartenne all'Abbazia di S. Maria del Canneto. Il nome della contrada è Zampanos o Sanpanos, l'etimologia del quale m'è ignota. Esso accenna con tutta probabilità [153] ad una chiesa, che doveva esistere colà e le cui rovine trovansi realmente a poca distanza delle case coloniche. Diruta l'abbazia di S. Maria del Canneto, Zampanos venne assegnato nel secolo XVI in Commenda alla basilica di S. Marco in Venezia e poi al principio del secolo XIX venduto dal fisco alla famiglia Marinoni.

A poca distanza nella stessa centuria verso mezzogiorno-levante un mucchio di macerie indica rovine di vecchi edifizi, la cui provenienza romana viene palesata dalla presenza di frammenti di laterizii di quell'epoca.

Fra Sanpanos ed Azzano correva la strada romana che da Pola conduceva al Sinus jlanaticus, coperta ora in buona parte dalla strada che conduce a Medolino. Un ramo però della stessa che staccavasi nelle vicinanze d'Azzan conduceva a Barbolan grosso villaggio, situato sopra un'altura al Kardo II divisorio del saltus. Barbolan è ora ridotto alla sola chiesuola di S. Pietro tuttora officiata ed a molte rovine, alcune delle quali molto appariscenti e situate nelle vicinanze della chiesa stessa. La villa fu di. certo una delle ultime a venir del tutto abbandonata, perchè ancora a memoria d'uomo si rammentano le corse di cavalli ed altri trattenimenti popolari, che venivano dati a Barbolano nella festività di S. Pietro. Barbolan fu la sede d'una sors romana col citolo di Barbolanum. Delle sue sorti posteriori si sa, che gli abitanti ebbero a giurare nel 1149 obbedienza al doge veneto.

Nella 24.a centuria in riva al mare nel sito ora detto «Fontanelle di S. Giovanni» esistono rovine d'una chiesa dell'epoca bizantina con pavimento a mosaico di laterizio e nelle vicinanze della stessa sporgono dal terreno sarcofaghi dell'epoca cristiana, di cui uno porta scolpita una croce. È quanto resta d'un monastero probabilmente di Benedettini che colà esisteva nel medio evo e del quale abbiamo memoria del 1115 in un Iohannes monacus Sancti lohannis de Medilino, che firma quale testimonio un documento (A. M. X. 284). Però la costruzione cristiana posa sopra edifizi dell'epoca romana, testimoniati da mosaici di fino lavoro conservati sotto il pavimento della chiesa e nelle vicinanze della stessa. È forse la villa d'un ricco romano con un bagno, eretta sulla piaggia [154] della ridente insenatura, ove nel mare sgorga una sorgerite d'acqua dolce. La contrada dicesi Arano, ricordo della sors romana Aranum, cui appartiene la villa. In Arano godeva i diritti di decime il vescovo di Pola e nel 1198-99 il vescovo Ubaldo ne investiva Ruggero Morosini.

Il saltus XI e frazione del XII chiudono l'agro verso il Quarnero. Oltre ad una frazione della località Sissano trovasi nella prima serie di centurie la contrada Suargnan, che venne menzionata facendosi cenno della chiesuola di S. Lorenzo, contrada costituente una sors di piccola estensione. Nella centuria 5.a la contrada Rubimi indica pure un'altra sors. Rubano o Ruban è segnata come si disse a pag. 46 dalle rovine poste a mezzogiorno della chiesa della Madonna sul monte. Confinante con questa verso il mezzogiorno era la località Arignan (Arignanum), di cui pure restano poche rovine, e che fu sede d'una sors romana. Arignano giura nel 1149 obbedienza al doge veneto. Nel 1198-99 il vescovo Ubaldo trasmette per investitura il suo diritto a Ruggero Morosini.

Fra la 15.a e 16.a centuria trovasi Lisignano. La villa detta nei tempi romani Liciniana o Licinianum appartenne ad una sors della gens Licinia. Ancor oggi riscontransi fra i caseggiati traccie di mura, di vasche, tali da offrire sufficiente testimonianza dell'importanza che ebbe la località in quell'epoca. Nei dintorni di spesso l'agricoltore s'imbatte in sepolcri romani, oppure in costruzioni di quell'età. Fra le più meritevoli di menzione sono due tombe, una con urna di vetro trovate nella tenuta del barone Moorhammer, posta ad occidente-mezzogiorno di Lisignano. Nè solo Lisignano fu d'entità nell'epoca romana, ma ben anco nella bizantina, nella qual'epoca una chiesa stava colà, ove oggi è la parrocchiale, della quale chiesa fa testimonianza un frammento di pluteo, colà scavato due anni or sono quando si costruì la sacristia.

Nell'anno 1149 Lisignano (Lisianum) giura con Pola obbedienza al doge veneto e nel 1243 un Redulfus de lisignolo firma l'atto di dedizione di Pola alla repubblica. Sopra la villa ha diritti di decime il Patriarca d'Aquileia che tolti ai vescovi di Pola, li assegna nel 1331 alla regalia di Dignano. Le disgrazie che colsero in seguito l'Istria meridionale non [155] risparmiarono Lisignano, che nei secoli successivi rimase quasi priva d'abitanti e ridotta a rovine. Nel 1580 incomincia la riabitazione della località con genti slave fuggiasche della Bosnia-Erzegovina, la cui immigrazione continua per parecchio tempo. Ripopolata, la villa ottiene nel 1582 un proprio parroco.

Lisignano era congiunta al nord con Suargnan e Sissano mediante una strada — calles — e con Barbolan con un limes, che ancor visibile ed usato come strada conduce verso il porto di Cuje.

Cuje era una località posta all'insenatura marina ad oriente di Lisignano. Ora essa è ridotta alla sola chiesa della Madonna, collocata sopra un rialzo artificiale del terreno, che di certo copre delle rovine. Attorno alla chiesa riscontransi pure rovine, sepolte per la maggior parte in seguito ai lavori agricoli. La romanità del luogo è indubbia, perchè di frequente il suolo diede capitelli, fregi ed altri frammenti, nonchè una lapide che ricorda un tempio a Bacco {Libar), restaurato per incarico di Ottaviano Augusto. La località che dicevasi Cuvae fu nel secolo XII proprietà dell'arcivescovo di Ravenna. Più tardi i vescovi di Pola v'hanno diritto di decime, che nel 1336 infeudano ai Sergi Castropola. Decorso breve tempo la località perde del tutto i suoi abitanti e nel 1637 la si trova citata solamente pel suo porto (Porto di Cue).

Nella centuria 17.a sopra una collina alta sul mare 51 metri trovasi un ampio castelliere detto di Vercivan. Esso è a due cinte, distanti verso SO l'una dall'altra metri 1980, le quali s'uniscono al lato opposto ad un bastione che colà il castelliere chiude. Il diametro della spianata arriva a metri 85.20. A NO del colle esisteva nella pianura fino al 1671 il villaggio di Vercivan, il quale nella vigilia di S. Tomaso, il 20 dicembre di quell'anno, fu distrutto da un incendio (Arch. parr. di Lisignano). Del villaggio restano poche traccie. Rilevai da villici di Medolino, che alcuni anni or sono si scoperse a piedi del Castelliere una necropoli preistorica.

Vercìvan corruzione vernacola di Orcevano segna il sito ove esisteva il casale Orcionis citato nel Placito tenutosi al Risano e che il duca Giovanni s'era appropriato. Ai tempi romani era sede d'una sors Orcivianum, Orcevanum od [156] Urcivanum, divenuta poi nei tempi bizantini un predio d'un maestro dei militi. Urcivanum giura nel 1149 obbedienza al doge veneto assieme a Pola. Nel 1198-99 Orceano viene dato dal vescovo Ubaldo in feudo a Ruggiero Morosini e nel secolo XIII i vescovi lo danno ai Sergi di Pola. Rimasta la villa priva dei suoi abitanti viene nel 1587 (— Orcevan — ) dato ai Morlacchi di nuova importazione. Nel 1612 terreni presso Orcevan riceve Elia Micalevich da Vercoraz (Dalmazia) e finalmente l'incendio prima citato distrugge nel 1671 il villaggio, che non viene ulteriormente riedificato.

A poca distanza d'Orcevano, press'a poco nella centuria 18.a esisteva la località di Quarniano, di cui ora non resta traccia. Quarniano, che figura nel 1149 col nome di Quonianum o Quornianum giura in quest'anno obbedienza al doge.

Nella prossima centuria stava, fino ad paio di secoli or sono officiata, la chiesa di S. Maria di Pompiniano, che era quanto restava di Pompinianum, località che data dai tempi romani, ed era sede d'una sors. Pompiniano è pure una di quelle ville che nel 1149 giurano con Pola obbedienza al doge. Della villa rimangono mucchi di macerie, situate attorno alle mura della chiesa ridotte ora a circa metà dell'altezza primitiva.

Sul percorso del decumano terzo ed all'incrocio della seconda calles, segnata anche da una via che proviene da Orcevano, esiste la borgata di Medolino, sita alle sponde del Sinus flanaticus. La simiglianza del nome della villa con la località Mutila che i Romani avrebbero distrutta (deleta) all'epoca della conquista istriana, fece pensare che Medolino stesse al sito della vecchia Mutila. Però ad eccezione del grande castelliere di Vercivan e d'uno che esiste sulla punta Castello e che sono vicini alla borgata, nulla d'importante accenna al luogo dell'epoca preistorica. Tuttavia parlano per l'identità di Mutila che dopo «deleta» venne nonostante riabitata dai Romani il chiamarsi la villa «Mutilianum» in documento del 1197 e Mitila nell'atto di dedica di Pola alla repubblica, nel qual documento del 1243 figura fra i firmatari un «Andreas de Mitila». Secondo il Kandler Medolino appartenne quale«Mutila deleta» all'agro distrettuale di Pola romana.

Nella contrada attigua possedeva beni e diritti 1'arcivescovo [157] di Ravenna, che disponeva delle decime coll'investirne cittadini polesi (1197 — Mutiliano —), il che non impedisce a quest'ultimi ed agli abitanti del sito di giurare obbedienza al doge veneto assieme alla città di Pola nel 1149 (Medolinum). I vescovi di Parenzo godevano poi per investitura avvenuta da parte del patriarca Volchero nel 1211 d'un territorio detto di S. Mauro che era sito nelle vicinanze di Medolino (Territorium S. Mauri in Contrata Civitalis Polae juxta Medilinum). Medolino fu località molto abitata nel medio evo. Ci fa cenno di ciò il libro del re Ruggero scritto dell'arabo Edrisi nel 1150, il quale ci descrive la località come città ragguardevole. I suoi abitanti erano prettamente italiani, fra i quali nel 1331 troviamo la famiglia Garzoni ed altre, ed essa era salita tanto in prosperità da pretendere nel 1446 di staccarsi dall'agro distrettuale di Pola, cui da antichi tempi apparteneva, e di avere un podestà proprio, pretesa non soddisfatta dal Governo. Però non tardarono d'esercitare anche sopr'essa la loro azione deleteria le pesti e la  . Fino al 1564 la villa mantenne un grado di prosperità (esiste ancor oggi una casa colla data del 1536). Però in quell'anno essa, che contava già più di 750 fuochi, cominciò a decadere. Rimase d'una certa entità fino al 1585, essendo annoverata fra le 13 ville della Polesana, che delle 72 dei tempi passati erano ancora abitate. Invece nel 1620 dei suoi vecchi abitanti pochi ancora ne restano e vi comincia l'importazione dei nuovi, slavi della Dalmazia e della Bosnia, che poi la peste terribile del 1632 distrugge quasi completamente. Nel 1635 il villaggio contava appena 50 fuochi e la chiesa parocchiale di S. Agnese era ridotta ad estrema povertà. Nel 1649 riprendesi il trasporto di nuove genti, le quali con altre sopraggiunte più tardi e cogli Aiducchi venutivi nel 1671 ripopolano la villa che riacquista vigore.

Il saltus XIII chiude l'agro verso SSO formando un triangolo il cui lato maggiore è bagnato dal mare. La parte occidentale dello stesso è in parte occupata dalla penisola di Verudella, di cui si parlò toccando il VI e VII saltus ultrato destrato e dalla bocca del seno di Veruda. L'altura detta «monte Zelina» occupa la seconda centuria, coperta da dense ceppaie ed interrotta da cave moderne di calcare e la sua [158] Continuazione limitante verso nord la valle di mare Cacoja occupano la prossima centuria fino al confine della contrada di Vincuran già descritta. Il monte Grosso occupa la 4.a centuria, nudo di terriccio e coperto d'aride roccie, fino al confine del saltus verso oriente. In questa posizione, occupando anche parte delle centurie verso sud ed anche verso nord, stimo che esistesse la contrada Spogian citata nello statuto di Pola del 1433 e stimo pure che alla località omonima appartenesse il gruppo di vaste rovine con frammenti di laterizi romani, che scorgesi oltre il confine di Bagnole all'incrocio della 5.a calles col 1.° limes e precisamente attraversate da una via che copre il limes stesso. Spogian deve aver costituito una piccola sors romana.

Alla marina, al fianco del limes sopracitato fra mezzo ad altre macerie, si riconoscono le rovine d'una chiesetta che fu dedicata a S. Nicolò. Il sito dicesi Canali. La chiesetta di cui potei raccogliere alcuni affreschi murali a due colori rosso e azzurro, era in rovine già nel 1585 e le terre di cui era dotata dette «Terre di S. Nicolò», venivano date nel 1585 a Francesco Gobbo coll'obbligo di restaurare la chiesa. In documento del 1569 e del 1628 vediamo citata una «Cortina circa Ecclesiam S. Nicolai», appartenente al vescovo di Pola.

Dalle rovine della chiesa verso la marina fino al seno di Olmo grande s'estende la contrada di Bagnole collocata tutta nel saltus. Bagnole derivante da Balneoli non è rappresentata da rovine indicanti un abitato dell'epoca romana, ma da rovine di bagni di quel tempo, esistenti alla sponda d'Olmo grande, ora in buona parte distrutte dal mare, nonchè da traccie di singole abitazioni in vari punti, ma specialmente alle sponde della Valle Centenara o Malcabora. Inoltre grandi cave di calcare ippuritico che datano dall'epoca romana esistono ancora sulla frazione detta «Monte Ruppi», dalle quali s'estrassero persino abbozzi di capitelli, di sarcofaghi, d'urne ed anche d'una rozza statua. Nè mancano traccie dell'epoca preromana, giacché un grande cumulo sul promontorio detto «Monte Bombista» indica una sepoltura preromana.

La contrada di Bagnoli fece parte, come altri territori già citati, della potestà temporale dei vescovi di Pola. Il vescovo [159] Ubaldo nel 1198-99 ne dà i diritti in feudo a Ruggero Morosini, che passano nei secoli seguenti ai Ionatasi e poi ai Sergi-Castropola. Un paio di centinaia d'anni più tardi i terreni rimasti incolti e deserti per la diminuzione di popolo, passano al «Magistrato sui beni incolti», il quale, salvi i diritti feudali del vescovo, li consegna nel 1585 ai nuovi abitanti di Pomer.

All'imboccatura del seno di Cacoja si presenta un isolotto detto «Scoglio Veruda». Sopra lo stesso le rovine d'una chiesa e d'un convento con cisterna e con attiguo cimitero attestano che lo stesso era abitato da religiosi. Nei primi anni del secolo XV11 in vicinanza della chiesa dedicata alla B. V. delle grazie, abitava un eremita «fra Marco» il quale venne proditoriamente ucciso li 17 settembre 1605 da Nicolò Cipriotto coll'aiuto d'altri malfattori. Nel 1624 un nobile Morosini eresse il convento ed ampliò il tempio e vi pose alla custodia dei Padri Zoccolanti di S. Francesco. Però il convento fu di continuo esposto ai malfattori. I frati dovevano difendersi da se, in modo tale che nel 1672 un Aiducco che s'era arrischiato sullo scoglio per danneggiare il convento, veniva ucciso da una schioppettata tiratagli da uno dei Padri. Il cenobio tuttavia durò ancor oltre un secolo in mano sempre dell'ordine francescano. Ora esso è in rovina e 1'antico simulacro della Vergine, oggetto di grande devozione, trovasi nella chiesa parrocchiale di Pomer venerato da quel popolo. Sull'architrave della porta la leggenda PORTA VITE ETERNE • II • AVG. allude alle indulgenze del Perdon d'Assisi godute da chi il due d'Agosto si fosse recato a pregare in quel tempio.

Due scogli minori detti «Bisse» e «Frascher» appartenenti al vescovo di Pola, sono quanto rimane dei beni temporali goduti da quei prelati nei secoli decorsi.

11 prossimo XIV Saltus comprende buona parte del golfo di Medolino nella sua porzione settentrionale. Una via antica seguendo sopra il limes primo del saltus antecedente e prolungantesi nell'attuale conduce verso Pomer. Nella prima centuria essa tocca la località detta di S. Andrea, ove vi era una chiesetta di questo santo, ora del tutto scomparsa ed una abitazione rustica con torchio per le olive. Prima d'arrivare [160] alla villa, la strada ora riattata, era attorniata da sepolture romane, le quali scoperte nel 1905, diedero oggetti di gente povera. Da S. Andrea la via proseguendo sul tracciato del limes arriva a Pomer, sito nella seconda ed in parte nella settima centuria.

Pomer-Pomoerium apparteneva nell'epoca romana, secondo il Kandler, al corpo della città. Nel 1149 giura obbedienza al doge veneto assieme a questa. Rimasta disabitata per le pesti, la villa venne ripopolata nel 1561 con famiglie del Bolognese condotte da Sabba de Franceschi, Leonardo Fioravanti e Vincenzo dall'Acqua, cui vengono aggiunte nel 1583 delle famiglie slave della Dalmazia.

Dell'epoca romana nulla rimane a Pomer ad eccezione di rovine d'un'abitazione, forse bagno al lato settentrionale della penisola sulla quale trovasi il villaggio, edifìzio che era adorno di fini mosaici con cubetti vitrei colorati. All'epoca bizantina appartiene la chiesa di S. Fiore al cimetero, ricostruita più tardi e restaurata nel 1694. Rende testimonianza dell'antichità della stessa un frammento di finestra da me raccolto e recato al museo polese ed uno d* un pluteo, che sta tuttora murato nel cimitero. La chiesa di S. Fiore venne decorata nel XV secolo da bellissimi affreschi nell'abside, a colori vivi e naturali, rappresentanti il Redentore circondato dalla corte angelica. Purtroppo essi vanno sgretolandosi e di essi in breve nulla rimarrà. Della stessa epoca (1484) è una delle campane fuse da Antonio de Locadali in onore di S. Fiore. L'altra è del secolo seguente ed è opera di Santino de Regis milanese che la fuse nel 1578. Le altre chiese sono di data più recente e nulla offrono d'interessante, tranne la parocchiale che custodisce il simulacro della B. V. delle grazie, tolto alla diruta chiesa sullo scoglio Veruda.

Sulla stessa serie di centurie protendesi nel mare una penisola detta «Valdenaga» od «Isola Valdenaga» sull'importanza della quale si tratterà parlando del prossimo saltus.

Al di là del mare, nella 6.a centuria risiede la chiesa della B. V. degli «Olmi». Essa trovasi al sito ove fu già un luogo abitato distrutto dagli Uscocchi. Rovine ridotte a poca cosa circondano la chiesa, fra le quali è notevole un'ara, ove [161] trebbiavansi le biade, benissimo conservata. La chiesa di certo antica venne ristaurata in tempi a noi vicini e nulla conserva di notevole. Nel 1752 la contrada dicevasi Olme.

A mezzogiorno sul vertice dell'altura detta «Monterosso» trovasi un castelliere preromano bene conservato. Un eguale, però poco marcato, scorgesi sul cosidetto Monte Gradina e fra i due, sul vertice detto Monte Gomilla, esiste un grande tumulo preistorico esplorato nel 1900 dal dott. Marchesetti, il quale trovò la sepoltura formata da una cassa di pietre, ma priva d'oggetti, col cadavere ridotto in polvere.

Dalla posizione d'Olmi comincia la penisola di Promontore e le alture or ora citate appartengono ad essa. Nella centuria 15.a sul versante del colle verso il mare ed in direzione della insenatura detta «Valle Ronzi» esisteva nel medioevo una villa detta Ronzi, che venne in seguito distrutta dagli Uscocchi. Essa trovavasi al sito d'una località romana detta «Runtian», sede certamente d'una sors abbracciante tutta la penisola del promontorio, estrema punta della provincia istriana. Ora però poco o nulla si vede del villaggio, le cui rovine sono ridotte ad informi mucchi di macerie.

Da Ronzi il terreno roccioso continua a mezzogiorno verso l'estremità del saltus che è limitato da una frazione del decumano quarto. Le posizioni recano ora nomi slavi, dopocchè nel 1585 vi vennero i primi abitanti di questa nazione. Ma prima d'allora Val del pozzo dicevasi la pianura sottostante al Monte Munat e Monte tristo l'altura che la limitava a mezzogiorno.

Nella 20.a centuria trovasi il villaggio di Promontore. La villa riposa sopra residui d'un abitato dell'epoca romana, indicato da traccie di mura e di vasche di fattura romana, sporgenti fra le case moderne. Un frammento di lapide funeraria romana, rinvenuta colà documenta la romanità del luogo. Nell'epoca romana il territorio che era unito con quello di Pomer apparteneva al corpo della città di Pola. I vescovi di Pola vennero ben presto investiti dei diritti di decime del pane, carni e vino, che infeudano più tardi ai Sergii Castropola. Nel 1585, 1589 e 1597 il territorio viene dato a Slavi dalmati. Nel 1632 vi viene fondata una nuova parrocchia, avulsa da [162] quella di Pomer e nel 1664 s'erige la chiesa parocchiale di S. Lorenzo, sopra una più piccola, che prima v'esisteva. Le campane poste sopra la chiesa portano le date del 1633 e 1668.

I saltus XV e XVI non consistono che di frazioni di territorio, limitate a mezzogiorno dal mare e perciò tratterò di ambidue assieme. Il decumano terzo è segnato da una via tuttora esistente che da Medolino direttamente conduce a Punta grossa. Nella 4.a centuria esso passa vicino alle rovine d'una chiesa che fu dedicata a S. Antonio. Punta grossa fu proprietà nel secolo XVIII della famiglia veneziana Renier Zen della riva di Biasio.

Nella 1.a centuria ed in parte della 5.a del saltus antecedente trovasi un possedimento della Mensa vescovile detto «Isola Valdenaga». Il terreno che essendo ora unito alla terra ferma forma una penisola, porta traccie d'un fossato che lo divideva da essa. L'isola fu nell'epoca romana sede d'un luogo di delizie, ed a quanto vuole la tradizione, di membri della casa imperiale. Si vuole anzi che qui avesse dimorato Crispo figlio di Costantino magno. Della dimora di ricchissimi romani ci offrono valida testimonianza le spaziose rovine d'una villa splendida, ricca di marmi finissimi, che veggonsi al lato di levante - mezzogiorno, lunghesso la sponda del mare. Vi si scorgono spaziose stanze e sulla riva traccie di dighe, di moli. E più a ponente una grande cava antichissima, da cui s'estrassero le pietre per costruire la villa.

Una lingua di terra s'estende nel mare nella 6.a e nella 11.a centuria. La chiamano «Punta del castello», da un castelliere preistorico posto sulla cima. Il castelliere non ha cinte verso il mare, ma verso settentrione viene esso chiuso da un alto vallo, nel mezzo del quale sta l'ingresso. Da qui una via, chiusa fra due dighe naturali o rialzi artificiali conduce verso Nord, passando presso ad una rovina romana, che trovasi nel mezzo della piccola penisola. La rovina sita a levante dell'attuale caserma delle guardie daziarie, appartiene ad un'ampia cisterna, attorniata da altri edificii.

Sulla sponda del mare limitante il saltus verso il sud, non mancano indizi di romanità e vi si rinvennero tombe, rovine [163] d'abitazioni ecc. Il terreno diventa indi boschivo, formando la selva a basso fusto detta «Prostimo di Caselle» e va terminando colle punta Greca e Merlere. La contrada Merlera o Merlere come dicevasi nei secoli passati, non porta traccio di essere stata abitata: però essa appartenne agli antichi abitanti di Medolino e di Lisignano, i quali dalle belle praterie e dagli estesi campi ritraevano ricchi prodotti. Dopo lo spopolamento delle due ville il governo veneto d'accordo col consiglio della città, offerse nel 1558 parte di questi terreni ai Greci neoimportati, nel 1561 ai Bolognesi di Sabba de Franceschi e nel 1585 ai Ca' da Chiozza da Retimo (Candia) nonchè a Michele Pandimò pure di colà, dai quali deriva la designazione di Punta greca. Sarebbe però stato desiderio del governo, che quei nuovi abitanti avessero fissate le loro dimore su quei terreni, il che non essendo avvenuto, il governo dovette nel 1602 assegnare le Merlere agli abitanti di Lisignano in parte e nel 1646 agli Aiducchi importati dalla Dalmazia (Cattaro), i quali però non vi permangono che per corto tempo.

Gli ultimi due saltus sono il XVII ed il XVIII limitati dal mare da ambo i lati. Con essi, nonchè con gli scogli che gli attorniano si chiude l'agro colonico di Pola. La frazione della penisola di Promontore che li costituisce fu abitata si nei tempi preistorici, che nei romani. Nella località detta Monte Castril vi fu un grande castelliere ad una cinta, ma difeso verso settentrione da un forte rialzo di terreno. A ponente d'esso sulle spiaggie elevate dell'insenatura marina detta Valle S. Martino fu già un edificio romano ora scomparso, ma del quale fanno fede i molti frammenti di laterizi. Era abitato anche nei tempi posteriori e vi sorgeva più tardi una chiesa dedicata a S. Martino, che gli Uscocchi distrussero come fecero d'Olmi e di Ronzi. Ed anche qui le antiche denominazioni di Monte del Lu, di Terra di Brivan che erano al Nord di S. Martino e di Penezionala ora detta Penisola che era a ponente, di Monte e di Porlo di Sabbioncello (ora detto Sabrunzel) che erano a levante di S. Martino, vigenti nel 1585 e denotanti i terreni che colà esistono, sparirono e vennero corrotte col sopraggiungere delle genti slave.

Verso l'estrema punta non esistono traccie di romanità [164] o di costruzioni posteriori, ma tutto è sasso, aride erbe e pochi arbusti.

Gl'isolotti o scogli che trovansi nel golfo conservano gli antichi nomi, con scarse eccezioni. Solamente lo scoglio Tronibolo dicevasi Scrombolo nel 1585 e lo scoglio Solcovaz o Sorzer dicevasi S. Fiora nel 1732. Neppur uno degli scogli porta traccie d'antiche abitazioni.

La maggior parte delle notizie e degli appunti qui raccolti sono il frutto delle osservazioni da me fatte sopra luogo. Gli accenni storici ed epigrafici attinsi alle opere di Pietro Kandler, ai molti dotti lavori del dott. Gnirs, di Camillo de Franceschi, del prof. Weisshäupl, del dott. Marchesetti, del prof. Puschi o vennero desunti dallo spoglio dei molti documenti raccolti nei volumi di questi Atti e Memorie, nel C. I. L. del Mommsen e continuatori, come pure dei documenti dell'archivio del museo di Pola e dallo Statuto di questa città. Altre informazioni d'interesse locale mi furono fornite dal sig. Nicolò Tromba di Sissano, ch'io ringrazio di cuore.

Ci saranno degli errori, ci saranno parecchie ommissioni, inevitabili in un lavoro di appunti.

Dott. B. Schiavuzzi
Pola, li 3 Febbraio 1907.

Indice delle località

Tratto da:

  • Bernardo Schiavuzzi, "Attraverso l'agro colonico di Pola", Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria, Vol. 24, p. 91-172.

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Created: Monday, August 10, 2009. Last Updated: Sunday, April 03, 2016
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