Vincenzo Scussa
Prominent Istrians

 

incenzo Scussa nacque in Trieste nel Giugno 1620, da Antonio Scussa, maestro salinaro, e Caterina Conti, di lignaggio essa pur popolana. Come primogenito ch' egli era, tra per ragione di certa consuetudine, e tra per consiglio d'uno zio materno, il canonico Lazzaro Francol, che avrebbe scoperto nel giovinetto disposizione naturale a costumi civili, e proclività allo studio, fu questi dato in educazione ai RR. PP. Gesuiti, i quali, nell'anno appunto in cui venne alla luce lo Scussa, facendo pago un antico desiderio di Trieste, che voleva avere scuole di maggior levatura che non fossero le sole sue di grammatica e belle lettere, vi si erano fissati, ed avevano aperto un collegio o ginnasio che dir si voglia. Compiuta la rettorica sotto la direzione del P. Alessandro Posarelli, che vi sedeva prefetto, fu inviato, secondo alcuno pretende, a Gratz, o, com' altri, con più di probabilità vogliono credere, a Padova, nella cui Università esistevano apposite fondazioni per Triestini, coll'intendimento che avesse a proseguirvi gli studî nella facoltà civile e canonica.

Assolta la quale, si restituì in patria, dove, nel lasso di cinque anni, ebbe la sventura di perdere amendue i genitori, ch'egli amava con pia tenerezza, e con quel rispetto che sì grandemente abbellisce il tempo antico. Dal che conseguitò dovesse sottentrare egli stesso in loro vece, assumendo verso i proprî fratelli minori le parti di quelli; ufficio ch' e seppe disimpegnare con anima bastante al triplice malagevole carico, di provvedere, cioè, quei derelitti di tutto quanto è necessario alla vita, d'informarne colla dottrina la mente, di stabilire cogli esempi nel loro animo quella bontà, quella rettitudine, quella pietà, ch'erano virtù ingenite dei compianti autori de' suoi giorni.

Le quali amorevoli cure, avendolo educato al culto degli affetti, e resolo sollecito delle gioie domestiche, eccitarono in lui desiderio di farsi più dirittamente utile membro della società, col crearsi intorno una famiglia sua propria. Congiuntosi pertanto in [6] matrimonio con Caterina Passara, immagine di bontà e di candore, spirito amabile e sensato, lo Scussa risguardò quel vincolo siccome il complemento di sua esistenza, e promise a sè stesso un avvenire ricolmo d'ogni più desiderabile felicità. Ma Iddio aveva altrimenti ordinato nell'imperscrutabile decreto del suo consiglio; imperò che, aggiunto appena al dolce nome di marito, quello dolcissimo di padre, si trovò spogliato quasi in un ora e dell'uno e dell'altro, ed ebbe il cuore atrocemente piagato in quelli appunto che sono i più forti e delicati degli umani affetti.

In sì miserevole condizione, non seppe egli ravvisare miglior porto di pace, che aprendo l'orecchio alle interne voci dell'anima, obbedendo a quei sentimenti religiosi ch'erano in lui quasi connaturali, e che le istituzioni in cui fu cresciuto vi avevano profondamente radicati e invigoriti. Rivolse pertanto l'animo e i pensieri a quello stato al quale i parenti di lui con ferventissimo desiderio lo avevano di lunga mano predisposto; quello stato che all' uomo anche più povero, offre opportunità e mezzi infiniti di giovare altrui nelle svariate vicende dei casi umani, mercè la carità dell' istruzione, quella dei consigli, quella dei conforti; mercè l'unzione della speranza, e il balsamo delle future consolazioni.

Fu nell'anno 1666, e precisamente nello stesso mese in cui ebbe a sostenere l'enorme jattura, ch'egli, vestite le divise sacerdotali, entrò risoluto nella carriera ecclesiastica; costituito ben presto in condizione di cappellano presso queste RR. Monache Benedettine, e chiamato in pari tempo a professare filosofia. Dal 1668 al 1672 disimpegnò le mansioni di cancelliere presso il vescovo mons. Vaccano, e nel 1674, riconosciuto degnissimo di effondere la sua luce da più alto e maggior candelabro, l'antistite Gorizzuti, succeduto al Vaccano, lo investì di prebenda e canonicato nella Cattedrale di S. Giusto, e poco dappoi lo esaltò al seggio di vicario generale.

Uomo fornito di eccellenti virtù, credente nell'anima, schietto nelle maniere, povero e amico della povertà, veneratore delle semplici e sublimi regole del vangelo, facendo di queste la sola norma del suo operare, lo Scussa in tutto il corso della sua vita sparse di fiori la strada del Signore (1). Adoratore del bello e del buono, devoto all'esercizio degli studi e della pazienza, mite, amoroso, non è a dire quant'egli, come maestro, si affacesse all'anima ed al cuore de' suoi discepoli; quanto con l'autorità e la forza del suo consiglio, del suo esempio, delle sue lunghe, proprie e meditate sperienze, opponendo dighe e serragli, cercasse disciplinare il vivere cittadino, trarotto di que' giorni ad ogni guisa d'inferme abitudini, di ree passioni, di violenze e discordie. Cittadino, quant' altri mai, aperto e compiuto, amava egli Trieste sopra ogni cosa creata, e se le teneva obbligato di gratitudine e di tenerezza. Ciò che in altri è naturale affetto, era sacrosanto dovere in lui, il quale soleva dire: la pietà se grande verso i genitori e i congiunti, grandissima dover essere verso la patria.

Opera e frutto di sì nobile amore, fu il bisogno in lui sempre operoso d'occuparsi, non già delle accademiche pidocchierie de' Ricoverati, ma sibbene degli studi civili; d'onde il suo tenace proposito d'investigare, come fece, cupidamente, e di riunire le rare e sparte notizie del natio loco, gl'istituti, gli ufficî, le consuetudini, prendendo le mosse dalle età quasi inaccessibili alla storia, e progredendo vie via sino e durante i lunghi [7] giorni in che egli stesso si trovò ad essere testimonio occulare dei pochi lieti, e dei molti fortunosi avvenimenti di cui screziò la sua tela.

Quanto riflette ai costumi, alle opinioni, alla civiltà; la potenza e l'ingegno dell'animo de' cittadini, la loro virtù nelle armi, le glorie, le calamità, i rivolgimenti, le laide adulazioni, le concorrenze, le discordie, le larghe promesse, le amare delusioni, i beni da conservare, i mali da abbonire e tor via, le istituzioni dissipate o perdute da rimettere in piede, quanto gli sembrò atto e convenevole a fare altrui savio e prudente, quanto ad onorare, quanto a crescere e prosperare effettualmente il comune, tutto e' raccolse, di tutto lasciò sommaria contezza nelle sudate sue carte, affinchè i diletti suoi concittadini potessero dedurne, quando che fosse, addottrinamento al futuro.

E qui ci par degno di nota il ricordare, come avvenisse che lo Scussa, certo contr'ogni sua aspettazione, abbia dovuto un giorno cordialmente compiacersi con sè medesimo dell'amorosa opera sua, e benedire il tempo, la pazienza e l'ingegno che vi aveva adoperato intorno. Ciò dovett'essere il dì delle Ceneri 1690, giorno nefasto negli annali triestini, come quello in cui arsero e furono miseramente consunti amendue i palazzi del comune, dove, tra altre cose di non poco momento, custodivasi il meglio delle memorie e dei documenti interessanti la patria storia; gravissima perdita, alla quale il buon canonico, che ne fu dolente spettatore, non potè non ravvisare un qualche ristoro in quelle sue bene spese fatiche.

E le sue carte furono difatti fondamenti primi e principalissimi a cui attinsero e s'appoggiarono tutti, niuno eccettuato, i cultori della patria storia, a cominciare dal P. Ireneo della Croce, il quale (procedendo ben più onestamente di qualche paraboloso cronista che gli venne dappresso), nel vantaggiarsi che fece delle fatiche di quel suo degno concive, e coetaneo, ne fa solenne protesta colle seguenti parole di commendazione e di gratitudine: "Il mentovato signor Canonico Don Vincenzo Scussa, mio singolarissimo, stimatissimo e parzialissimo amico, alle cui laboriose fatiche deve molto la Patria nostra, e questa mia mal composta Historia attribuire alle sue sollecite persuasioni l'essere venuta al mondo ed alla luce: mentre egli può con ragione vantarsi d'haver in primo luogo raccolte ed epilogate dalla Cancelleria Episcopale ed archivio del Ven. Capitolo della Cattedrale di S. Giusto Mart., nostro patrono, protettore e padrone, molte notizie antiche della Città, che sepolte nell'oblivione piangevano la lor disgrazia, e sospiravano la diligenza d'alcun cittadino, qual le palesasse al mondo, e le cavasse da quella miseria, com'egli fece (2)."

La quale opera dello Scussa, che, rammorbidita un pochino per noi dalle bruschezze della vecchia ortografia, vede ora di primo tratto la luce, non vorrà certo tenersi in minor conto per ciò, che il sentimento delle virtù e dei vizî del favellare non fosse in lui meglio conosciuto di quel che infatti egli sia; avvegnachè la grandezza ed il valore intrinseco delle materie, fanno, ci pare, larghissima scusa alla imperfezione dello stile, comune d'altronde al paese e all'età in che il nostro autore fioriva, nei quali, purtroppo, non era tuttavia spento il reo giudizio, che faceva risguardare la toscana favella, malgrado il sovrano esempio dei classici nostri, come lingua di femminette, e lo scriver in essa un avvolgersi in vesti selvagge. Il perchè, mentre anco Trieste può menar vanto di non pochi autori suoi proprî, i quali seppero usare elegantemente la lingua del Lazio, niuno, o quasi niuno, ti occorre innanzi, il quale facesse [8] parlare la regina Italia in altra lingua (come dice il Perticari), che di massaia e di schiava.

Oltre alle cronache copiosamente e con tanta cura adunate, ed a qualche poesia latina; altro lavoro dello Scussa troviamo citato dal P. Ireneo (3), ed è la Descrizione della Diocesi Triestina; lavoro giacente forse nei silenzî di qualche pubblica o privata Biblioteca, sospirando anch' esso, come direbbe il P. Ireneo, la diligenza d'alcun cittadino il quale, a pro della storia nostra ecclesiastica, sappia rivolgere le peregrine notizie che racchiude, ed i dati statistici ond'è spruzzato, i quali (s'altri non erra), sarebbe opera vana cercare altrove (4).

Il canonico Stancovich nella sua Biografia degli uomini illustri dell'Istria (vaso di farfalloni) parlando appunto del nostro Scussa (5), dà contezza d'una Relazione della Caverna Lugea, che si legge nell'Ireneo (6), e che, a suo dire, sarebbe la sola cosa che il nostro cronista abbia messo in palese mediante la stampa. Se non che, il dabben canonico incappa anche quivi in una delle abituali sue inesattezze, mentre s'egli avesse un po' meno disavvedutamente consultato l'autore che cita, avrebbe appreso quello scritto appartenere di più diritta ragione a Don Giambattista Francol, protonotario apostolico e canonico anch' esso della nostra Cattedrale, il quale (secondo egli stesso dichiara) avrebbe avuto lo Scussa (amico suo strettissimo) per compagno nella visita della maravigliosa Caverna, e quindi niente più che concorrente in abbozzare e comporre quella relazione di cui regalò l'Ireneo.

Lo Scussa rese l'anima a Dio in Trieste, con molto cordoglio di cittadini, il dì 13 Settembre 1702, in età più che ottuagenaria, contento di chiudere gli occhi mentre il paese a lui tanto caro mostrava piegare a sorti migliori, mercè il concorso di propizie, peculiarissime circostanze, e la diuturna mirabile cooperazione di zelanti cittadini, i quali, guidati da carità vera di patria, si studiavano di fare altrui persuaso della naturale attitudine sua a vasta mercatura, e, colla forza d'inconcussi argomenti, espugnando discordi e malaffette volontà, conseguire, ch' e' fosse fatto centro e scala di quell'attività commerciale, il cui maraviglioso sviluppo doveva di corto fruttificare piena, viva e perenne testimonianza del caldo patriottismo che ardeva nei loro animi e della sapiente loro antiveggenza.

Le spoglie mortali del nostro cronista furono riposte nella rilevata sepoltura, che la Cattedrale di S. Giusto, in significazione d'onore e di riverenza, aveva destinata a custodire le ceneri de' suoi prelati.

F. Cameroni.

[Tratto da: Storia cronografica di Trieste, dalla sua origine sino all'anno 1695 del cananico Vincenzo Scussa Triestino, cogli annali dal 1695 al 1848 del procuratore civico Cav. Pietro Dott. Kandler, Stab. Tipogr. Litogr. di Coen Editore (Trieste, 1863), "Notizie intorno alla vita e alle opere del canonico D. Vincenzo Scussa, p. 5-8.]


Note:

  1. Questa lode congiunta ad altre onorevolissime al nostro cronista, si legge in una lettera con cui un Bonomo, sacerdote triestino, dà parte al P. Ireneo della Croce, allora nei Carmelitani di Padova, dell'urgente pericolo di vita in cui si trovava l'ottuagenario suo amico, Don Vincenzo Scussa. — Calogerà Misc. pag. 209.
  2. Storia di Trieste. Venezia 1798 pag. 30.
  3. Storia di Trieste. Venezia 1698 pag. 389.
  4. L'egregio cittadino, sig. Luigi de Jenner, cultore erudito di cose patrie, alla cui gentilezza dobbiamo il più delle presenti nozioni, ci rese accorti essere i ms. dello Scussa passati a mani del nipote di lui, Pietro Antonio Scussa, dottore di leggi; e successivamente in quelle del figlio di questi, Antonio, cappellano della regia nave S. Elisabetta, passato più tardi in condizione egualmente di cappellano presso queste RR. Monache, ed autore pur esso d'una cronachetta triestina inedita dal 1732 al 1749. — Nientedimeno le indagini da noi sperimentate per aver tracce dell'allegata Descrizione, tornarono onninamente frustranee. Avrà corso probabilmente il deplorato destino d'altra cronaca triestina, quella di Paolo Gradense!
  5. Biografia degli uomini illustri dell'Istria. Tom. II. pag. 282.
  6. Storia di Trieste, pag. 28.

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Created: Tuesday, January 19, 2016, Updated Tuesday, January 26, 2016
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