Vincenzo Scussa
Prominent Istrians

 

Biografia dello Storiografo triestino don Vincenzo Scussa

CANONICO SCOLASTICO DEL CAPITOLO CATTEDRALE SI S. GIUSTO ED UNA SUA OPERA INEDITA.

[Tratto da: Archeografo triestino, Vol. 15, 1890, pag. 501-529.]

Fra i tanti benemeriti e colti sacerdoti triestini, i quali colla loro penna illustrarono la storia patria, senza dubbio primo posto occupa don Vincenzo Scussa. (1) La sua prosapia era oriunda dal castello di Muggia. Il primo degli Scussa che trasferiva la sua dimora a Trieste fu Antonio, il quale figura come vivo ancora ai 6 febbraio 1482, e consta pure dagli antichi documenti del nostro civico archivio diplomatico, che nel 1488 era nostro concittadino un tale mastro Giovanni Scussa, semplice popolano.

Nacque il nostro Vincenzo a Trieste il giorno 6 giugno 1620 da Antonio Scussa, maestro o custode delle saline e da Catterina Francol, e fu battezzato nel duomo coi nomi di Vincenzo Francesco dal canonico Giuseppe Fabris, levandolo dal sacro fonte Cesario Michelli barbiere ed Isabella consorte di Lodovico Marenzi. Non era egli il solo figlio di mastro Antonio, che altri cinque ne riscontriamo in progresso di tempo nella sua famiglia: Giovanni, nato nel 1628, morto ai 12 ottobre 1724, sposo di Catterina Trauner ai 4 ottobre 1662, e defunta questa, passato in seconde nozze ai 13 giugno 1669 con Beatrice Girardi, morta ai 17 marzo 1703; Diana Maddaluzza, nata al [502] 5 dicembre 1632; Maddalena Francesca, gemella di Matteo Pietro, ambidue battezzati ai 23 febbraio 1637; Maddaluzza Vincenza, battezzata ai 22 gennaio 1639, morta ai 18 aprile 1703, sposata ai 5 settembre 1652 con Giovanni de Leo, defunto ai 12 marzo 1687.

Come primogenito, per consiglio dello zio materno Lazzaro de Francol, canonico della nostra cattedrale, che aveva scoperto nel giovanetto talenti non comuni e proclività allo studio, fu dato in educazione prima al pubblico precettore Felice Fattorelli, indi ai padri gesuiti, i quali appunto nell'anno, in cui venne alla luce lo Scussa, vi si erano fissati nella nostra città ed avevano aperto scuola di rettorica e di filosofia. Compiuto quest'ultimo studio, allora moderato dai padri Alessandro Posarelli e Lodovico Venchiarutti, fu inviato all'università di Padova, in cui esistevano delle apposite fondazioni per studenti triestini, onde continuare la filosofia ed ascoltare il diritto canonico. Abbandonata la quale col titolo di baccalaureo in filosofia, più per intimo convincimento e per innata pietà, che per assecondare i desideri dello zio materno, vestiva le divise ecclesiastiche, e ordinato sacerdote nel 1645 dal vescovo Pompeo Coronini, fu dapprima nominato cappellano del duomo. Mortogli peraltro il padre nel 1652 e poco dopo la madre che amava con sviscerata tenerezza, supplicò il vescovo Antonio Marenzi di allontanarlo dalla patria, in cui tanta iattura aveva sofferto. Adempiva il degno prelato i suoi voti, nominandolo nel 1654 cooperatore a Crusiza, e subiti dopo sei anni di vita esemplare in cura d'anime con sommo onore gli esami parrocchiali, ebbe nel 1660 la parrochia di Bresoviza, vacante per la morte di Paolo Paolini.

Ma breve tempo poteva reggerla. Notissimi erano al vescovo Marenzi i talenti e la pietà dello Scussa, il caldo suo patrio amore, per cui richiamandolo a Trieste il 1 novembre 1666, lo nominava cappellano e confessore delle nostre benedittine in S. Cipriano, destinandolo in pari tempo a professare filosofia ai giovani chierici.

Dotato di esimie virtù, schietto nei modi e nel trattare, amico e padre dei poveri, zelante del confessionale, non poteva rimaner più oltre occulto al vescovo ed al capitolo. Epperò rinunziando il canonico Girolamo Mezzerich col finire del 1667 alla [503] carica di cancelliere vescovile, a coprire questo posto delicato lo destinava nell'anno seguente il vescovo Francesco Massimiliano Vaccano.

Per lo spazio di soli quattro anni egli stette appresso questo prelato, e disimpegnando con zelo e con puntualità il suo ufficio, il tempo libero non consacrava già all'ozio ed ai passatempi, bensì, spinto da amor patrio, nello spigolare quelle tante carte e documenti, che allora conservavano il nostro archivio comunale, il vescovile ed il capitolare, conscio e persuaso, che se grande la pietà sua esser doveva verso Iddio e verso i congiunti, grande ancora esser doveva verso la patria. E poteva in certa qual guisa compiacersi di questi suoi lavori alla fine di sua vita, andarne santamente superbo, e benedire anzi la divina provvidenza per il tempo, la pazienza e l'ingegno occupati in favore della nostra storia patria. Ciò dovette essere nel giorno nefasto delle ceneri dell'anno 1690, in cui arsero e furono consunti amendue i palazzi del comune, dove tra le altre cose di valore non esiguo, si custodivano gelosamente le memorie ed i documenti interessanti la nostra storia patria: perdita gravissima, nella quale lo Scussa non potè non ravvisare un qualche compenso nelle sue fatiche spese bene e santamente.

Morto ai 19 aprile 1672 il canonico Leonardo Gobbi, per voti unanimi del nostro capitolo cattedrale, lo Scussa ebbe ai 31 ottobre di quello stesso anno una prebenda canonicale in San Giusto dal vescovo Giacomo Ferdinando Gorizutti, la quale coprì per lo spazio di ben trent'anni.

Dispersi come sono gli atti della nostra cattedrale, il diligentissimo don Angelo Marsich compilando il regesto delle pergamene conservate nell'archivio del reverendissimo capitolo della cattedrale di Trieste, due soli poteva rinvenire risguardanti il canonico Scussa, i quali trascriviamo nell'intiero contenuto: (2)

"14 febbraio 1685. Trieste, nella cancelleria vescovile. Il vescovo e conte di Trieste Giacomo Ferdinando Gorizutti, signore di Jalmico e consigliere imperiale elegge il canonico [504] scolastico don Girolamo Mezzerich ad arcidiacono, qual successore di don Cristoforo Jurco, morto li 11 del prossimo passato gennaio. Prestato ch'ebbe il giuramento il Mezzenich a tenore della bolla di Pio IV, il vescovo lo investe col proprio berretto e coll'anello pastorale. Il decano don Antonio Giuliani con delegazione vescovile lo mette in possesso li 15 febbraio. Testimoni: don Giovanni Ustia, don Daniele Francol, don Vincenzo Scussa, don Vitale Giuliani, don Pietro Bajardi, don Gianpaolo Sansoni, canonici, il diacono Tullio Calò ed il suddiacono Giovanni Battista Graiz.

17 novembre 1685. Trieste nella cancelleria vescovile. Giacomo Ferdinando Gorizutti vescovo e conte di Trieste, signore di Jalmico e consigliere imperiale, innalza don Alessandro Dolcetti, già da 30 anni canonico presso la cattedrale all'arci-diaconato con la pensione di Slavina annessa alla dignità stessa, in luogo dell'arcidiacono canonico don Girolamo Mezzerich, morto ai 19 del prossimo passato settembre; ne lo investe con la imposizione del proprio berretto ed anello pastorale, e delega il canonico decano don Antonio Giuliani che lo metta in possesso. Testimoni: Stefano Michelli, Giovanni Ustia, Vincenzo Scussa, Pietro Baiardi, Gianpaolo Sansoni canonici, Francesco de Iurco e ser Vitale de Vitalibus ed altri. Vicecancelliere vescovile don Pietro Rossetti."

Ma anche come canonico, sebbene di mal ferma salute, ebbe lo Scussa per volere dei vescovi, che molto lo stimarono, a sostenere altri impieghi. Il Gorizutti lo nominava ai 7 marzo 1674 cancelliere vescovile, mansione per la quale il nostro canonico non potendola disimpegnare come si conveniva, spinto da amor patrio eleggeva a vicecancelliere don Pietro Rossetti, maestro pubblico ed autore della perigrafia della diocesi tergestina, suo amicissimo, perchè, come rileviamo da una lettera scritta dal sacerdote Bonomo de Bonomo a fra Ireneo della Croce, allora nel convento dei carmelitani di Padova, lo Scussa ottuagenario, versava in sul principio del 1700 in pericolo gravisimo di vita. (3)

[505] Ristabilitosi in salute, depose l'ufficio di cancelliere, e morto al 11 aprile 1700 il canonico scolastico Stefano Michelli, fu eletto come suo successore ai 18 dello stesso mese dal vescovo Giovanni Francesco Miller. Anzi, durante l'infermità del canonico e vicario generale Vitale de Giuliani, fu chiamato a sostituirlo dai 9 settembre ai 21 novembre 1700 e dai 3 settembre ai 1 dicembre 1701, nominato poi dal vescovo suddetto vicario generale, dignità che copriva dal 1 gennaio ai 17 agosto 1702.

Rese lo Scussa l'anima a Dio in Trieste con sommo cordoglio de' cittadini il giorno 13 settembre 1702, nel suo ottuagesimo secondo, e fu sepolto il dopopranzo dei 17 con esequie celebrate dal capitolo e dal vescovo Miller, nella tomba destinata a racchiudere nel duomo le ceneri dei nostri canonici.

Visse egli ben 57 anni come sacerdote nella nostra città sotto i vescovi Coronini, Marenzi, Vaccano, Gorizutti e Miller, e durante quest'epoca, nel 1630 il vescovo Marenzi consacrava l'altare delle reliquie e nel 1653 quello della Concezione nel duomo. In questa stessa chiesa si celebrarono ai 6 agosto 1654 le esequie per l'imperatore Ferdinando IV; ai 12 agosto 1655 le esequie per Eleonora, vedova di Ferdinando II; ai 5 giugno 1657 per Ferdinando III; ai 23 aprile 1673 per Margarita prima consorte di Leopoldo I; ai 20 maggio 1676 per Claudia Felicita, seconda moglie di questo cesare; ai 8 giugno 1677 si consacrava l'ara massima del duomo e ai 14 Dicembre 1695 il neoeletto vescovo Giovanni Francesco Miller. Fu inoltre consacrata ai 13 agosto 1931 la chiesa del Rosario dal vescovo Marenzi, il quale dedicava anche ai 30 giugno 1658 quella della Madonna del Mare, distrutta da incendio il 1 gennaio 1636. Ai 25 settembre 1660 Leopoldo I visitava Trieste; ai 21 ottobre 1682 il vescovo Gorizutti consacrava la chiesa di s. Maria Maggiore; il palazzo comunale ardeva ai 8 febbraio 1690 e si fabbricava il nuovo nel 1691.

Dedito com'era alle belle lettere, lo Scussa teneva corrispondenza coi poeti Austriaco Wassermann, Giulio de Fin e Germanico dell'Argento, con fra Ireneo della Croce, il quale di spesso citandolo nella sua opera come suo collaboratore, ne parla del concive con queste parole di lode e di gratitudine:

"il mentovato signor canonico don Vincenzo Scussa, mio [506] singolarissimo, stimatissimo et partialissimo amico, alle cui laboriose fatiche deve molto la patria nostra et questa mia mal composta historia attribuire alle sue sollecite persuasioni l'essere venuta al mondo et alla luce; mentre egli può con ragione vantarsi d' haver in primo luogo raccolte et epilogate dalla cancellerìa episcopale et archivio del venerabile capitolo della cattedrale di s. Giusto martire nostro patrono, protettore et patrone, molte notizie antiche della città che sepolte nell'obblivione piangevano la lor disgrazia et sospiravano la diligenza d'alcun cittadino qual le palesasse al mondo e le cavasse da quella miseria com'egli fece." (4)

Ma oltre che coll'Ireneo, lo Scussa coi vincoli d'intima amicizia era legato col canonico e storico patrio Giovanni Battista Francol e con don Pietro Rossetti, cui non poche notizie offriva di Trieste. E qui prima di parlare delle sue opere, non possiamo fare a meno di stigmatizzare il plutarco istriano, don Pietro canonico Stancovich, il quale parlando dello Scussa, sebbene lo lodi come «dotto ecclesiastico e diligente raccoglitore delle cose patrie," ignora del tutto la sua biografia e cita soltanto le opere indicateci da fra Ireneo. (5)

Primo lavoro adunque dello Scussa, da noi scoperto l'anno 1876 nel civico archivio diplomatico di Trieste e che pubblichiamo con questi accenni biografici, è una breve istoria dei vescovi triestini del titolo : synopsis tergestinorum praesulum, quorum nomina reperiuntur. Terminata il giorno 30 luglio 1683, e scritta in lingua latina abbastanza elegante, comincia con Gaudenzio e va sino a Giovanni Francesco Miller, numerando in tutto 69 vescovi. Presenta, massime nel suo principio, molti abbagli cronologici e molti errori di nomi e di persone. Cosi, per esempio, il sesto vescovo nomina "Firniius" e non "Firminus;" del 24. ignora il nome; del 28. non sa il vero cognome e così pure del 30., ambidue del casato de Portis da Cividale; di Rodolfo de Pedrazzani ne fa due vescovi e cosi pure di Marino di Cernotis. [507] Valendosi del solo lavoro del vescovo Andrea Rapicio, ed in parte di quello dell'abate Ferdinando Ughelli, non avendo allora in mauo tutti i necessari documenti, e mancandogli la critica ed i mezzi per visitare altri archivi o per tenere corrispondenza con chi avrebbe potuto aiutarlo, il buon canonico deve certamente esser scusato.

A detta di fra Ireneo della Croce, fu nel 1678 col canonico Francol "concorrente in abbozzare e comporre la descrittone della caverna chiamata da latini lugea specus et da sclavi hiama" (6) stampata nella sua istoria.

Terzo suo lavoro, ora perduto, si era la descrizione della diocesi triestina. Di questa si valse fra Ireneo, (7) da cui sappiamo soltanto, che nel 1698 aveva in tutto 429 chiese con 54595 anime, cioè 37160 di comunione e 17435 minori senza le monache, il clero secolare e regolare, vale a dire: nella parte dell'impero 263 chiese con anime 32110 di comunione e 16370 minori e nella parte veneta 163 chiese con anime 5050 di comunione e 1085 minori.

A questa succedeva la storia di Trieste, dettata su base piuttosto ampia, con numerosi documenti e con la copia di molte iscrizioni romane, che pur troppo interrotta all'anno 1508 o per sua avanzata età o per ridurla a mole meno vasta, egli spediva a fra Ireneo, onde la esaminasse e rivedesse, aggiungendovi, come anche fece, le note e le osservazioni necessarie ed opportune. L'autografo, alto 0.20 m. e largo m. 0.17, scritto su carta bombacina in 168 pagine numerate, venne, ancora vivente l'autore, in proprietà del capitanoValerio Verzi, che lo donava nel 1697 a suo nipote Giovanni Zanetti da Muggia. Più tardi passò nella biblioteca dell'illustre ed erudito arcivescovo Giusto Fontani ni e poi in quella del di lui nipote, l'abate Domenico Fontanini, che in morte lo legava all'archivio capitolare di Udine, dove lo si custodisce nel volume XVIII del titolo "varia" da cui il benemerito nostro dottor Costantino Cumano fece estrarre una copia esattissima, per donarla nel dicembre 1863 al civico nostro archivio diplomatico.

[508] L'ultima opera del nostro concittadino, storpiata nelle edizioni di Francesco Cameroni e di Augusto Levi, porta il titolo: Trieste cronografico compendiato (falla raccolta inscrittioni, historie, manoscritti con suoi santi protettori guerre et assalti sostenuti, patriarchi di Aquileia et Grado, serenissimi arciduchi d'Austria, imperatori dominanti, vescovi, podestà et capitani della medesima citta da don Vincenzo Scussa canonico.

L'autografo scritto in carta bombacina, alto m. 0.19, largo m. 0.13, conta in minutissima scrittura 237 pagine. Passò, morto l'autore, nelle mani del nipote di lui, Pietro Antonio Scassa dottore in ambe le leggi e poi in quelle di suo figlio don Antonio, cappellano della regia nave Elisabetta, indi delle nostre benedittine e della Madonna del Mare, autore di una cronaca o diario di Trieste dal 1732 al 1740. Venuto in possesso del dottor Domenico Rossetti e poi del dottor Pietro Kandler, questi lo regalava ai 18 dicembre 1862 al nostro civico archivio diplomatico. In questo esiste pure in carta bombacina una copia contemporanea dell'autografo, alta m. 0.21 larga 0.14 di pagine numerate 245. Un tempo in mano del negoziante e patrizio Francesco Antonio Guadagnini, figlio di una pronipote dell'autore, fu da esso donata al 19 agosto 1800 alla nostra biblioteca degli arcadi romano-sonziaci, da cui passò nel nostro civico archivio diplomatico. Il negoziante e bibliografo Amadeo Svaier la faceva copiare, donando poi l'apografo alla Marciana di Venezia, che lo conserva sub num. 423. col. VI. Del resto la copia del Guadagnini differisce in parte dall'autografo. Ci offre dopo il 1690 notizie dell'anno 1365. indi l'indice generale, le cose dal 1690 al 1695, e per ultimo 39 iscrizioni romane trovate a Trieste.

L'autografo dello Scussa incomincia coi seguenti due poemi latini:

Tergestinae reipublicae civibus suis quaestus

Indigiti praebete aures quae summa laboris
Mens est haec vestri? Quantus amor patriae?
Quae sua sunt quaerunt omnes, et prima suorum
Cura cuique subest, ultima cura mei. [509]
Zelotes cives veterum monumenta notate
Noscetis liquido facta priora patrum,
Sanguine quo creti, qua sitis origine nati
:
Viticolae Noëmi, tertia progenies.
Romanas aquilas romanaque iura recepta
Publilia ingenuis connumerata tribus.
Elata, erepta alati vexilla leonis.
Austriaca hic bonitas vivere quiete sinit.
Ter — bene — gesta fui mater, vos lacte cibavi,
Ubera suxistis; ter — male — gesta ruam?

Erectioni novi palatii.

Quot saxa, tot praeconia,
Quot tabulae, tot casubulae
Felix canunt incendium.
Hac mole recta provide
In caesaris clementia
Tergeste grate reddita
Io triumphat iugiter,
Pacis Mavortis tempore
Antiquitatis pulveres,
Novum struunt palatium.
Phoenix secnnda prodiit
Felix romanis civibus.

L'opera esordisce con una tavola cronologica di Trieste durante il tempo de' pagani e prosegue con l'elenco dei nomi de' nostri santi protettori, dei sovrani, dei patriarchi di Grado e di Aquileia, dei vescovi, dei podestà e dei governatori di Trieste. Il contenuto che segue è diviso in due parti. La prima, descrivendo molte epigrafi romane della nostra città, pertratta in dieciotto capitoli le seguenti materie: «origine di Trieste — venuta dei norici ed istriani — venuta d'Antenore — del fiume Timavo — del tempio di Diomede — edificazione di Roma sino l'anno 575 di quella — guerra dalli romani mossa alli istriani — cronica antica di Monte Muliano, detto il luogo dove ora è Trieste — questa cronica di Monte Muliano esser veridica si prova — Trieste, quando ebbe questo nome — quando Trieste fu onorata d'essere colonia de' romani — di qual sorte la colonia [510] sia stata Trieste Trieste esser stata colonia romana si prova per autorità di scrittura — quante incursioni di barbari abbia provato Trieste avanti la nascita di Cristo — le mure di Trieste in qual anno fossero riedificate — di qual rito o setta fossero li abitanti di Trieste avanti e dopo Cristo nato molto tempo — dell'idolo Nettuno e Silvano. La seconda parte contiene 16 divisioni, ed arrivando sino all'anno 1695 termina colle parole : Così fermo la penna di Trieste compendiato, con stile debole et rozzo, il tutto a maggior gloria di sua divina maestà et onore de santi protettori :

Si nimius videor seraque Coronide longus
Esse liber, legito pauca, libellus ero.

Martial. lib. X. epig. 1.

Di quest'ultima opera Francesco Cameroni opina, che „non vorrà certo tenersi in minor conto per ciò, che il sentimento delle virtù e dei vizi del favellare non fosse in lui meglio conosciuto di quel che infatti egli sia; avvegnachè la grandezza ed il valore intrinseco delle materie, fanno, ci pare, larghissima scusa alla imperfezione dello stile, comune d'altronde al paese e all'età in che il nostro autore fioriva, nei quali, purtroppo, non era tuttavia spento il reo giudizio, che faceva risguardare la toscana favella, malgrado il sovrano esempio dei classici nostri, come lingua di feminette. e lo scriver in essa un avvolgersi in vesti selvagge. Il perchè, mentre anco Trieste può menar vanto di non pochi autori suoi propri, i quali seppero usare elegantemente la lingua del Lazio, ninno, o quasi ninno, ti occorre innanzi, il quale facesse parlare la regina Italia in altra lingua (come dice il Perticali che di massaia e di schiava."

Più giusto e più compendioso è il giudizio del nostro Kandler, dato colle seguenti parole nel suo discorso sulle Storie di Trieste:

"Non fu lo Scussa uomo di grande letteratura, né tale da alzarsi al concetto di storia né i tempi lo comportavano, né le istituzioni che ebbe glielo concedettero, né la vocazione del suo stato, passata il più della vita nella cura d'anime, in regioni abitate soltanto da idiotissimi contadini, ove ignota era la lingua latina, ignota l'italiana; e quell'italiano che scrive lo Scussa risente di quello straniero volgare, che fuor di Trieste [511] dovette apprendere ed usare. Non convien dimenticare che lo Scussa mai ebbe proponimento di scrivere storie; ma cronache siccome materiale a storia da farsi. Quella sua parte nella quale discorre dell'epoca pagana antica, è cosa a saltarsi a piè pari, risparmiate le indicazioni che sono di cose materiali, locali. Le cose anche rimote, di chiesa, comechè più legata al suo stato, sono diligentemente raccolte, e tali da desiderarsi in altri testi di scrittori; il medio tempo è meglio trattato e più regolarmente, e con verità, avendo desso attinto direttamente agli archivi che allor esistevano. Quanto non fu rinvenuto da lui negli archivi, fu da lui ignorato, siccome la congiura de' Ranfi; di altri, siccome i tumulti del 1468, ne seppe poco, cosi di altre cose. Nè lo Scussa vidde altri testi di storie triestine fuori delle memorie già fino allora imperfette del vescovo Rapicio. Lo Scussa ha talvolta giudicato meno esattamente li fatti, ma, fu sempre sincero, e noi, che abbiamo avuto occasione di vedere parecchie fonti alle quali attinse, possiamo attestare della sua sincerità, siccome possiamo fare testimonianza, che molte indicazioni sarebbero senza lo Scussa interamente perdute. L'ingenuità sua è, per alcune cose, testimonianza della comuni credenze di allora, le quali non erano sempre né sincere né esatte. Le donazioni di re Lottano, di altri re od imperatori, le emancipazioni singole si tennero in certa nebulosità di antico, la storia sincera, si credeva recasse pericolo di stato, e superato questo, si tennero come erano; non v'era allora né volontà di venire al vero, né critica per giungervi; ciò era riservato ad altri tempi, i quali né hanno incentivo a falsare i fatti, né difettano di mezzi a riconoscerli integri quali furono.

Siffatte cronache giovano alle storie recando indicazioni sincere, ne fu mai impedimento il difetto di critica o l'imperfezione delle conoscenze a pubblicarli; anzi nelle preparazioni a storia, si diedero dappertutto alle stampe cose le più imperfette e scipite, siccome appunto si fece allorquando si volle fissare la lingua italiana o toscana se si vuol dire.

Giudichiamo degno di lode il proponimento dell'editore, perchè reca materiali assai propizi al testo futuro delle storie di Trieste. [512]

E pensiamo che l'arido e l'imperfetto nel testo dello Scussa, possa togliersi con aggiunte che ne riempiano alcune delle lacune, riempirle tutte sarebbe arduo, e faticoso e prematuro. Così facendo crediamo che il testo dello Scussa non perderebbe punto di quella autorità storica che gli si compete a buon titolo, ed il lettore che non faccia uso dello Scussa nelle indagini storiche, ed a cui la monotonia di cronaca minuziosa, senza coordinazione di fatti singoli od avvenimenti complessivi, senza racconti è noiosa, troverà nelle aggiunte o nei commenti, diletto ed ammaestramento, e riposo dalla stancheggiante esposizione di mero cronachista.

L'opera dello Scussa, colla divulgazione per le stampe è ottimo e desideratissimo suffragio storico, dal quale potrà cavarsene bel profitto letterario; così si avessero lavori siffatti per altri argomenti o per ampiezza maggiore di territorio."

[continua]

Prof. don Pietro Dr. Tomasin.


Note.

  1. Procurando nel 1863 Francesco Cameroni per la prima volta l'edizione dello Scussa, vi premetteva una biografia, sbagliata da capo a fondo.
  2. Archeografo triestino. Trieste 1885. Vol. XI, pag. 363 seg.
  3. Calogerà. Opuscoli, pag. 209.
  4. Istoria di Trieste. Venezia 1698, pag. 30.
  5. Biografia degli uomini distinti dell'Istria. Trieste 1816, vol. II. pag 282 e seg.
  6. Trieste 1878, pag, 59. Anche il Francol ne dà un cenno nell' "Istria riconosciuta" pag. 103.
  7. Op. cit. pag. 389 e seg.

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Created: Tuesday, January 19, 2016, Updated Tuesday, April 19, 2016
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