Pietro Stancovich
Prominent Istrians

 

I testi croati nei manoscritti di Stancovich
di Bruno Dobrić

"Erudito istriano", poligrafo, scienziato conosciuto e affermato già in vita, e non solo in Istria ma anche nei più importanti circoli culturali europei (fu membro di quattro accademie italiane e di due francesi), autore di 23 libri nei più disparati campi dello scibile (poesia, catechismo, trattati di archeologia, storia, glottologia, agronomia, invenzioni tecniche), polemista e sfegatato sostenitore dell'origine istriana di S. Gerolamo, bibliofilo (donò la sua ricca libreria alla città di Rovigno e all'Istria)... tutto questo fu il canonico barbanese Petro Stancovich/Petar Stanković (1771-1851), la cui figura e opera sono indissolubilmente legate all'Istria. Per più di un secolo, e fino a poco tempo fa, l'intelligenza della sua opera fu inficiata dai fenomeni storici che percorrevano la penisola nella stessa epoca. L'ottica prepotentemente nazionale e politica da cui la si sogguardava era di parte: mentre gli esegeti italiani sottacevano o sottovalutavano il suo lavoro di elevazione religiosa e educativo tra la gente croata e il libro che scrisse in lingua croata, gli autori croati (da Spinčić in poi) ritenevano che egli avesse trascurato il popolo da cui proveniva e la sua stessa lingua materna. Questo approccio parziale, per quel che riguarda i critici croati, era indotto da un atteggiamento difensivo verso i tentativi di assimilazione nazionale in atto all'epoca. Le parti contrapposte distinguevano tutti - anche quelli che erano già defunti - in coloro che avevano servito il proprio popolo e coloro che erano stati al servizio dello "straniero", sicché alcuni importanti Istriani, che hanno contribuito alla cultura di ambedue i popoli - e tra questi s'inserisce indubbiamente lo Stancovich - sono stati immeritatamente ripudiati o giudicati con spirito di parte. Similmente, in tempi a noi vicini, in cui il rifiuto religioso è stato ideologicamente imposto, i meriti di Stancovich sono stati passati sotto silenzio. I tempi ora paiono maturi per valorizzare il suo complessivo contributo scientifico e divulgativo alla cultura dell'Istria, alla cultura di ambedue i suoi popoli.

La recente scoperta di alcuni suoi manoscritti in croato, custoditi dalla Biblioteca Scientifica, offre lo spunto per una riconsiderazione più esaustiva della sua opera. Sono testi poco o punto studiati, di carattere storico-letterario, linguistico e storico-ecclesiastico, altrettante testimonianze del passato culturale istriano nella prima metà del XIX sec, che meritano di venir vagliati dagli esperti, tanto più sapendo che ci sono giunti ben pochi testi scritti in lingua croata dell'Istria, di quel periodo. Uno è "Kratak nauk karstianski" (Piccola dottrina cristiana) dello Stancovich appunto, pubblicato a Trieste nel 1828.

Il carteggio custodisce la testimonianza storica della diffusione della lingua croata nel Barbanese nella stessa epoca.

In una lettera, scritta I'll gennaio 1831, il vescovo di Parenzo e Pola, Peteani, informava lo Stancovich della possibilità di mandargli a Barbana un sacerdote coadiutore, uno sloveno. Lo Stancovich rispose al vescovo il 4 febbraio 1831:

"(...)  Il sacerdote del Cragno proposto da V. S. Illma (...) temo che atto non sia a fungere le messe di cooperatore parrochiale capitolare per mancanza unicamente delle lingue italiana e slava, ambedue assolutamente necessarie. Se esso possiede la lingua italiana, e la lingua slava quale si parla nella Slavonia in Croazia, a Zagabria, ed in Dalmazia, che sono quasi simili a quella che si parla nella Diocesi di Parenzo e Pola, meno che Albona e Fianona, esso è atto a sostenere e fungere la mansione per cui sarà destinato: ma se esso non conosce sufficientemente l'italiano, e bene lo slavo su indicato, esso diviene affato inutile."

"La lingua del Cragno non può essere giovevole, essendovi la massima distanza fra quella e la slava, e tanto nella predicazione, come nella confessione, nell'assistenza de'mo-ribondi, esso non sarebbe inteso dal popolo, anzi diverrebbe ridicolo; né vi ha lusinga che in breve tempo esso potrebbe affrancarsi, poiché per esperienza riconosco la difficoltà, essendovi qui un certo Rutter per molti anni maestro ogni giorno parlando coi fanciulli in slavo,e col popolo, in undici anni di dimora ed esercizio ancora non ha imparato lo slavo, e parla tuttora cragnolino."

"Se dunque esso non possiede dette lingue a sufficienza diverebbe inutile, non sarebbe di solievo, ma piuttosto d'imbarazzo, bene io disposto però d'istruirlo nelle cose par-rochiali non però nelle lingue difficili d'apprendersi (...)"

La lettera testimonia che nella metà del secolo scorso la popolazione del Barbanese parlava la lingua croata e che i sacerdoti predicavano in questa lingua (la loro origine è rivelata dai cognomi: Vrbić, Bujačić, Crnobori). Attesta inoltre la buona conoscenza che Stancovich aveva del croato, della sua diffusione in Istria e della somiglianza con la lingua croata che si parlava nelle altre regioni della Croazia. Anche nel libro "Trieste non fu villaggio carnico..."(1830) egli rileva: "... e dirò che la lingua parlata dalla plebe nel triangolo da Arsia a Leme al promontorio polese si avvicina molto alla purezza della lingua croata, e che l'ho studiata a parte". Lo Stancovich distingueva la lingua croata da quella slovena, che per ignoranza venivano identificate: non solo, ma distingueva anche la parlata icavo-ciacava da quella ecavo-ciacava che si parlava nell'Albonese (1).

Il vescovo Peteani si convinse ben presto che le osservazioni dello Stancovich erano giuste, perché tre anni più tardi, in una missiva allo stesso che gli chiedeva di aiutare il giovane Martin Ćelija a studiare per sacerdote, scriveva:

"Io sento molto bene il bisogno di sacerdoti conoscitori del linguaggio illirico in questa Diocesi, ed era perciò sempre mio desiderio, che vi fossero degli aspiranti di questa categoria. Per altro ne abbiamo alquanti già presentemente, giacché fra gli studenti di Diocesi, che tendono allo stato ecclesiastico (...) vi sono 10 illirici."

Oggi sappiamo che quei giovani sacerdoti croati, che studiavano teologia a Gorizia o in Croazia, si distinsero in seguito nel risveglio nazionale dei propri connazionali. Basti dire che nella decina menzionata dal vescovo Peteani, nel 1834 c'era anche Juraj Dobrila, il futuro vescovo parentino-polese. Dal carteggio risulta evidente che la loro formazione fu un processo dettato dalla loro necessità di conoscere la lingua del popolo, cosa che per i preti italiani era molto difficile (nella lettera dianzi citata Stancovich dice che è una lingua ostica da imparare).

Furono dunque le esigenze imposte dalla realtà quotidiana e dalla cura delle anime a premere sull'esigenza di istruire i più dotati giovani croati dell'Istria, e fu proprio questo a risvegliare la loro autocoscienza, individuale e collettiva, di appartenenti a un popolo avente gli stessi diritti di tutti gli altri popoli. E fu ciò che li guidò nella loro attività pastorale e educativa. Saranno perciò proprio costoro a primeggiare nella difesa dell'identità del proprio popolo, quando incomberà il pericolo che venga assimilato da un altro. Va sottolineato che dalla lettera del vescovo è evidente che erano le più alte istanze della chiesa cattolica in Istria a stimolare l'istruzione di quei giovani sacerdoti, in ciò spinte esclusivamente da motivi religiosi.

Qui ci piace anticipare la conclusione - che di seguito tenteremo di motivare - che lo stesso Stancovich scrisse la maggior parte dei suoi testi croati e il suo unico libro croato guidato dalle medesime finalità pastorali, in quanto cosciente del fatto che la popolazione croata maggioritaria, alla quale quegli scritti erano diretti, abbisognava di elevazione religiosa nella propria lingua materna, il croato. Per gli stessi motivi sostenne la formazione di giovani preti provenienti dalla sua parrocchia. Conosciamo (sempre dalle sue lettere) anche i nomi di due di quei giovani: il già citato Martin Ćelija e Anton Gregorinić, che Stancovich mandò a studiare a Zagabria, probabilmente per fargli perfezionare il croato. Si diede da fare per diffondere il catechismo e nel 1831 ottenne una disposizione per cui la frequenza della dottrina diventava obbligatoria per i futuri sposi. Non va dimenticato che nelle poche scuole che allora esistevano in Istria il catechismo rappresentava la parte centrale e preponderante dell'insegnamento.

Tre dei testi croati dello Stancovich, trovati fra le sue carte manoscritte, sono ispirati alle necessità di educazione religiosa: la versione in croato di due poesie e il catechismo per bambini . Il manoscritto catechistico e l'inno "Plač Blažene Divice Marie" (Il pianto della beata Vergine Maria) sono stati trovati allegati a una copia del "Kratak nauk", conservato alla Biblioteca Scientifica di Pola. Lo scritto catechistico rappresenta la continuazione del "Kratak nauk" ed era riservato ai parroci per l'educazione dei bambini (con tutta probabilità i preti dovevano ricopiarlo). Alla fine del "Kratak nauk" sta scritto che nella parrocchia di Barbana, nel 1828, lo stesso testo catechistico era servito per l'ammaestramento di 800 fra bambini e giovani dai 7 ai 21 anni d'età.

Il manoscritto conta 10 pagine, formato 22 per 15 cm. La lingua è molto simile (forse identica) a quella del "Kratak nauk". E scritto nel dialetto icavo-ciacavo.

Un'approfondita analisi del testo potrà forse confermare che ne è autore lo stesso Stancovich, ma ciò nonostante già il fatto che egli lo riservasse all'educazione religiosa dei fanciulli nella loro madre lingua riveste una grande importanza culturale.

Tre pagine riportano poesie in lingua croata. Si tratta della traduzione dal latino di un inno medievale sul tema della Passione, "Stabat mater dolorosa", noto in croato come "Plač Marijin" (Il pianto di Maria) o "Gospin plač" (Il pianto della Madonna). Nel manoscritto stancoviciano il titolo è "Plač Blažene Divice Marie". Saranno gli esperti a stabilire la paternità della traduzione, ma si può certamente opinare che lo Stancovich, cui forse si deve la versione, l'aveva riservata alla popolazione croata, quasi certamente per essere cantata in chiesa. Il rifacimento, come pure l'originale, consta di 22 strofe di due ottonari e un settenario (8+8+7) a rima AAE/CCD. La lingua usata è l'icavo-ciacavo, la stessa del "Kratak nauk" e del catechismo.

Il terzo testo croato nel manoscritto di Stancovich è la rielaborazione di un sonetto di Martino Fioranti di Dignano.

Gli altri manoscritti croati del Nostro rientrano nei testi glottologici. La lingua croata è una di quelle che assieme ad altre viene esaminata comparativamente. Si tratta dei manoscritti di due piccoli vocabolari, di un dizionario toponomastico e delle citate traduzioni di parabole.

Queste ultime sono intitolate "Traduzione della Parabola del figlio prodigo in alcuni dialetti e lingue dell'Istria del canonico Pietro Stancovich. Barbana 1835". Il manoscritto è in-folio e ha 25 pagine. E la trascrizione del testo che il canonico mandò al linguista italiano Giovenale Vegezzi. C. Salvioni e G. Vidossi ne pubblicarono le traduzioni italiane nei dialetti che si parlano nell'Istria meridionale, a Dignano, Valle e Rovigno. La traduzione croata ("nella lingua slava") o esattamente: "il croato che si parla nell'Istria meridionale, ad es. a Barbana", è vergata in quattro colonne. Venne pubblicata a parte dal Salvioni nel berlinese "Archiv fur slavische Philologie" del 1931, con un breve commento.

Meraviglia che il testo, come tutto il manoscritto, non sia stato sinora pubblicato da noi. Il manoscritto, oltre alle traduzioni suddette, riporta anche quella in albanese, lingua parlata da un gruppo di Albanesi che si erano insediati nei dintorni di Parenzo.

Nel breve commento di accompagnamento lo Stanco-vich dice di aver tradotto da solo tutte le versioni - ad eccetto di quella di Valle e dell'albanese - e che le traduzioni sono letterali, fondate sulla parlata della gente semplice delle diverse località. ("Le traduzioni da me fatte sono basate al senso letterale del basso popolo dei rispettivi luoghi"). Fornisce quindi brevi cenni per ogni località citata. Circa Barbana afferma:

"...è un piccolo castello con podestaria, la cui Arcipretura Colleggiata compresi gli Slavi della campagna forma 2700 individui. Gli Slavi non abitano in alcun borgo, castello o città, ma sono dispersi in piccole vilette pei territori dei capoluoghi, parlano la propria lingua in varii dialetti ed hanno singolari costumi e particolare vestito uniforme ed immutabile."
La lingua del testo presenta molti tratti del dialetto icavo-ciacavo dell'Istria meridionale.

I tre vocabolari dello Stancovich meritano di venir dettagliatamente studiati dai linguisti. Il più corposo ha un lungo titolo:

"Omonomia ossia Dizionario de'Nomi di luoghi dell'Istria che sono simili ad altri nomi d'iuoghi in altre terre esistenti del canonico Pietro Stancovich".

C'è anche un titolo più breve: "Istarski homonimni rječnik" (Vocabolario omonimico istriano). Venne scritto nel 1830 e contiene 114 pagine di testo in-folio. Illustrerò con un esempio le peculiarità di questo vocabolario di toponimi omonimi: "Zagorie villaggio dell'Istria, presso Fianona" e di seguito: "Zagorie distretto della Croazia". Accanto ai toponimi istriani italiani e latini sono spesso riportati anche quelli croati, come ad es. "Ursaria in latino, Orsera in italiano ed Vrsar in slavo(...)", "Učka in slavo, Monte Maggiore in italiano". Richiamo l'attenzione sul toponimo "Pola città vescovile dell'Istria, detta in slavo PULA".

II linguista Giuseppe Vidossi osservava già nel 1913 che quel manoscritto meritava di venir studiato, ma neanche sinora lo si è fatto. E un testo particolarmente interessante per gli studiosi di toponimi istriani.

Il secondo vocabolario è senza titolo. E un dizionario botanico italiano-croato e croato-italiano. Contiene circa 400 termini, di cui una piccola parte è riportata con il lemma iniziale croato. Si tratta di un piccolo quadernetto di 15 cm per 11. Anche questo manoscritto attirerà certamente l'attenzione dei linguisti, specialmente per il fatto che la maggior parte dei termini croati sono dialettali.

L'ultimo manoscritto è un dizionario plurilinguistico in-folio, di venti pagine, allegato a quello del saggio linguistico del canonico. S'intitola "Idee primitive dell'uomo in istato di natura presso tutti i popoli del mondo per conoscere i rapporti delle lingue e loro origine". Come si vede Stancovich intendeva studiare le lingue in maniera comparata, motivo per cui scrisse appunto nel 1830 il vocabolario in questione. Nel testo di accompagnamento l'autore lo cita come "Dizionario poliglotte in 16 lingue", dizionario composto da lui stesso. Circa 150 vocaboli sono disposti in-folio su 13 colonne nel seguente ordine: latino, italiano, francese, spagnolo, inglese, tedesco, croato, ecc. Riporto alcuni vocaboli del dialetto ciacavo: pozimak (autunno), daž (piogga), čuda (molto), cako (padre), bak (toro), praz (montone), šenac (pidocchio), poredan (cattivo).

Talvolta sono citate due varianti: tic e ptica (uccello), brek e pas (cane), muž e samac (marito).

Sono proprio questi tre dizionari e la traduzione della "Parabola" che attestano che lo Stancovich prendeva in ugual considerazione nei suoi saggi linguistici tutte le lingue che conosceva, non trascurando nemmeno quella croata. Studiava il lessico croato sui dizionari del Della Bella, di Stulli, di Voltić e di Belostenac che possedeva (nella sua biblioteca a Rovigno è oggi conservato solamente il "Gazophylacium" di Belostenac).

Va rilevato che in quella stessa biblioteca si custodiscono tuttora due libri di glagolitico, uno di Klement Grubišić e l'altro, il "Glagolita Clozianus", di Kopitar. Il che rivela che è infondata l'accusa (diffusa da Spinčić in poi) che lo Stancovich distruggesse i libri glagolitici. Del resto, sulla sua casa natale di Barbana, è ancora visibile una scritta glagolitica scolpita che egli stesso vi fece mettere.

I suoi manoscritti in lingua croata confermano che il canonico non trascurava la lingua croata. Nella cura delle anime, nella diffusione dell'insegnamento religioso, nell'intercessione e appoggio a favore dell'istruzione, nella stesura infine di libri in croato e negli studi linguistici i suoi meriti sono imprescindibili.


Note:

  1. Per quel che riguarda la parlata albonese, nel manoscritto stancoviciano è riportata un'interessante testimonianza del marchese Tomaso Manzini di Albona. In una lettera inviata allo Stancovich il 5 ottobre 1826 Manzini gli comunica che per i lavori agricoli gli serve una persona "(...) che intenda del pari il linguaggio italiano, e lo croato, ossia slavo". E chiaro che il proprietario temerò necessitava di una persona che potesse parlare con i contadini, i quali comprendevano unicamente il croato (Manzini lo chiama esplicitamente così).
  2. Nei manoscritti stancoviciani è conservata pure la traduzione italiana da quel catechismo, che è più ampia del testo croato.Il titolo della versione italiana è "Catechismo per i fanciulli tradotto dallo Slavo", ha 18 pagine, formato 19x14 cm. Si tratta probabilmente dello stesso Stancovich.

Tratto da:

  • Jurina i Franina, Rivista di varia cultura istriana / n. 54 / autunno 1993, p. 52-55.

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Created: Thursday, July 17, 2008; Last updated: Sunday, August 30, 2015
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