Ritratto di Andrea Rapicio dalla prima edizione.

Pag. 137-143:

151. — RAPICIO Andrea, dottore in ambe le leggi, vescovo di Trieste sua patria, di una nobile famiglia di quella città, detta anche Ravizza e Ravizzia, dalla quale sortirono più uomini illustri in armi e dignità, contandosi altri due vescovi col nome di Enrico: l'uno del 1200 e l'altro del 1300 come si legge a pag. 88. (1).

Andrea nella sua prima gioventù studiò la lingua latina, l'umanità, e la poesia in Capodistria, ed ebbe a precettore Ambrogio Febeo da Pirano, condotto pubblico professore di belle lettere in quella città nel 1520 per la morte del Palladio Fosco. Il Rapicio nel suo poema Istria (ed. di Pavia,) con tenera riconoscenza rammenta le doti del Febeo, l'educazione ricevuta, e dolente ne piange la morte, la quale, com'egli dice, rattristò tutta l'Istria, su di che si osservi l'articolo Febeo. Passò in Padova [138] allo studio delle leggi, ed ivi ottenne la laurea in ambidue i diritti. Nel 1556 lo vediamo a Vienna, nè si scorge con altro titolo, se non con quello di giureconsulto nella dedica dell'indicato poema a Sigismondo Herberstein prefetto del regio fisco (a).

In qual epoca ottenesse distinti impieghi a corte io lo ignoro. Da varii documenti originali, esistenti presso il signor Alvisio, ultimo superstite di quella famiglia, da gran tempo traslocata in Pisino, troviamo alcune notizie di lui. Dalla lettera (copia autentica) dell' imperator Ferdinando I datata 17 marzo 1563 da Innsbruk, diretta... Honorabili docto... Andreae Rapitio jur. utr. doctori, nostro consiliario et secretario apparisce che in detto anno era già segretario di Cesare, ed era stato peranco commissario in Friuli, perchè quel principe ne loda l'operato: in arduo ac difficili ilio negotio explicando, quod nobis nunc est cum Ill.mo Dominio Veneto de finibus Fori Julii, deque rebus aliis maximi momenti, ed in quanta estimazione fosse tenuta dall' imperatore la di lui dottrina lo dimostrano le seguenti espressioni contenute in detta lettera: Cum igitur tu praefate doctor Andreas Rapici in omni litterarum genere, et praesertim in juris scientia ita versatus sis, ut eruditionem tuam doctissimus quisque magnis laudibus extollat, scuscipiat, et admiretur; perciò viene dichiarato motu proprio, e con onorifici detti in perpetuo consigliere aulico cogli onori tutti e prerogative a tal carica annessi.

Debbo credere, che dopo la morte di M. Gio. Battista seguita ai 4 di aprile dell'anno 1565, come da attestato (originale) del canonico Vincenzo Scussa, sia stato eletto vescovo di Trieste il nostro Rapicio, perchè si ritrova in Aquileja qual commissario per l'arciduca Carlo d'Austria, in unione al luogotenente di Gorizia Vido Dorumbergs, alla pubblicazione del concilio di Trento, e ciò apparisce da certificato (originale) di Giacomo Maracno vicario generale nello spirituale e temporale del patriarca di Aquileja Giovanni Grimani, scritto in Udine ai 20 di maggio 1570, e dice: attestatur qualiter R. D. Andreas Rapitius episcopus et comes tergestinus, fuit in civitate Aquilejae pro Ser.mo principe Carolo archiducae Austriae uti commissarius in publicatione sacros.ti concilii Tridentini anno 1565, incipiens die 13 novembris usque ad diem 20 ejusdem, una cum cl. et ill. D. Vitto Dorumbergs tunc loc. ill. comitatus Goritiae, et quod ecclesia tergestina est metropolitana lege subjecta ecclesiae Aquilejensi. Ch'egli intorno a questo tempo fosse eletto vescovo non solo si riscontra, ma dippiù ancora che non essendo per anco preconizzato, nè avendo ricevute le bolle pontificie, nè consecrato, nè preso possesso, pure esercitava la giurisdizione vescovile in quella città e diocesi. L' arciduca Carlo, di cui era consigliere, gli scrive a Trieste con lettera (originale) datata in Castris nostris apud vadum Malinzgi vocatum positis, del giorno 5 settembre 1566, avente la mansione venerabili fideli nobis dilecto Andreae episcopo tergestino consiliario nostro, e risponde al vescovo, il quale gli aveva comunicato esservi in Trieste persone che disseminavano velenose eresie, vivevano con iscandalo dei buoni, favorivano combricole [139] e radunante, nelle quali si trattava empiamente delle dottrine cristiane, e perciò l'arciduca gli ordina d'indicargli le persone e le loro dottrine, onde maturamente prendere le opportune risoluzioni.

Vincenzo Catto vicentino scrive al nostro vescovo a Trieste una lettera latina (originale) colla mansione italiana, al R.mo vescovo di Trieste Andrea Rapicio-Trieste; segnata da Pratalea negl'iddì di aprile 1567 colla quale risponde al nostro Rapicio di aver ricevute sue lettere, ed aver per mano un'opera sopra le acque di Abano, ed i Colli Euganei, la quale, compita che sia, l'assoggetterà al di lui fine ed erudito giudizio, aggiungendo di attribuire alle molteplici di lui curo il non aver ricevuta risposta alle lettere indirizzategli in Germania, dicendo quoniam antehac in aulicis negotiis fueris occupatus, quando Ferd. Imp. a secretis eras, nunc vero cum episcopus patriae tuae divino Consilio creatus sis, et ad honestandam hanc dignitatem plurima sane adjumenta virtutis, probitatis, ingenii attuleris, vix tibi tempus ad hujusmodi scriptiones suppetere arbitror: e chiude inviandogli due epigrammi latini in morte di due suoi cari amici, l'uno certo Gualdo elegante poeta toscano, dei primarii nobili di Vicenza, e l'altro il precettore Antonio Fracanziano, del quale dice, che avrà sempre cara memoria, dandogli con questi epigrammi un testimonio di non avere ancora tralasciata di coltivare la poesia.

Nell' anno stesso 1556 il vescovo Rapicio fu incaricato dall' arciduca Carlo a definire certa contesa insorta per un canonicato di Aquileja, per cui da S. Carlo Borromeo gli fu scritta l'annessa lettera commendatizia datata Milano 5 maggio 1566, la quale si conserva religiosamente compiegata, con grazioso contorno in un quadro nella casa Rapicio in Pisino.

LETTERA DI S. CARLO BORROMEO
al vescovo triestino Andrea Rapicio

Al Molto Reverenti. S.re come fratello
Monsignor Vescovo di
Trieste
.
Molto Reveren. S.re come Fréllo. Sono molti mesi, che essendo vacato un canonicato di Aquileia per morte di m. Hieronimo Frangipane da Castello, io ottenni dal papa mio zio di santa memoria che, per essere vacato nel mese di sua S. si conferisse al conte Bàrth. di Portia, il quale conoscevo molto degno di questo, et di maggior grado. Et scrissi in quel tempo al cardinale Delfino, ch'era nunzio a sua M. Cesarea, che in nome di N. S. ed mio ne dovesse ricercare al Sèrenis. Arciduca Ferdinando il possesso temporale per il conte. Ed il nunzio poi mi rescrisse, che sua altezza si contentava di concederglielo. Ma perchè il conte quasi subito si risolse di cedere il canonicato a m. Fulvio Frèllo del canonico morto, non si curò di pigliare il possesso, con dissegno, che si transferisse in lui questa grazia insieme col canonicato. Nondimeno hò inteso, che in questo mezzo vi si intruse un Fromontino, ed ora, che il Frangipane ha espedìto le sue bolle, ed tolto il possesso spirituale dal patriarca, s'è mosso senza alcuna raggione a fargli contrasto. Di che ho sentito gran dispiacere, parendomi, che se N. S. a miei prieghi haveva conferito questo benefizio al conte, ed esso l'haveva ceduto a m. Fulvio, che n'è molto meritevole, per quanto io ne sono informato [140] non ne dovesse esser ritardata, non che impedita la esecuzione, massimamente essendoci concorso il consenso del serenissimo Arciduca. Piacemi bene, che questa causa; come ho presentito, sia stata rimessa al giudizio di V. S. la quale come saprà conoscere le ragioni di m. Fulvio, così credo, che vorrà torre la sua protezione contra di chi lo cerca molestare indebitamente. Ed la prego di cuore a voler abbracciar la espedizione di questo negozio con quella affezzione ed prontezza, che io userei in favorire, ed aiutare in ogni onore, ed commodo di V. S. ed mettere m. Fulvio in possesso pacifico. Che oltra che farà quello, che s' aspetta dalla bontà, ed giustizia sua, che è conforme alla promessa del serenissimo Arciduca, io reputerò, che questo piacere sia posto nella mia propria persona, ed ne terrò con lei particolar conto, ed obbligazione non lasciando nelle occorrenze di mostrarle la mia gratitudine. Ed a V. S. mi raccomando di tutto cuore.

Di Milano a v. di maggio MDLXVI.
                           Di V. S. M. Rev.

Come fratello     
Il Card. Borromeo.

Che il nostro Rapicio avesse esercitato la giurisdizione vescovile in Trieste nel 1566 dice anche il Mainati nelle Cronache di averne trovato memorie in quel capitolo. Dobbiamo credere che fosse nato colla corte di Roma qualche dissapore per questa nomina, e che perciò fosse stata ritardata la conferma ed istituizione pontificia, mentre traspira dalla bolla stessa, che il diritto di elezione si fosse pretesa dalla sede romana; ma questa mala intelligenza fu sopita, mentre con bolla di Pio V. del giorno 11 kalendas augusti Rapicio fu confermato ed istituito vescovo di Trieste, portando l'intestatura Dilecto filio Andreae Rapitio electo Tergestinae, dicendo che da gran tempo le provisioni delle chiese vacanti sono state riservate alla disposizione dai pontefici, decernentes ex tunc irritum et inane, si secus super his a quoque, quavis auctoritate scienter, vel ignoranter contingerit attentari; Rapicio gli fu presentato da Carlo arciduca d'Austria, a cui competeva la nomina, come si riscontra da autentica copia di detta bolla (b).

L'imperatore Massimiliano II. Rapicio era per prendere possesso della sua sede deputò a' suoi nuncii il co.te Francesco della Torre, ed il conte Atimis capitano di Gradisca, perchè vi assistessero, e gli presentassero in pubblico una sottocopa o tazza d'argento (pecar) come dono, che la M. S. gì'inviava, in segno della sua grazia e benevolenza per i servigi prestati a lui ed al di lui genitore Ferdinando. La lettera dell'imperatore è segnata Vienna 7 ottobre 1567, cioè 47 giorni dopo la data del breve pontificio, e se ne ha copia autentica in lingua tedesca.

[141] Lo spirito di partito sembra che fosse dominato allora in Trieste, e che il nostro vescovo avesse esercitato del rigore, e forse anche imprudentemente, il quale poscia gli divenne fatale. L'arciduca Carlo Rapicio, lodando certa azione, actionem, seguita in Trieste tra lui e alcuni settarii, dal vescovo frenati; ma gl'ingiunge che in avvenire per castigare quei settarii si debba servire del braccio secolare, cioè del capitano, dei giudici, o del senato, vel senatus di quella città; affinchè: ne si vos ipsi immediate in eos animacivertatis, scandalum aliquod, seu inconveniens exoriatur; e dice di avere dato ai giudici ed al senato su di ciò gli ordini opportuni: ed aggiunge che in quanto agli usurai trovava necessario attendere il parere della di lui reggenza per istabilire debitamente quanto vi è di uso, aspettando che a Gorizia gli spedisca su di ciò il di lui voto, in quanto alle cose spirituali (2).

Da lettera (originale) di Graz, 5 luglio 1568, si rileva che l'arciduca Carlo, rispondendo al nostro vescovo sopra l'inchiesta se deve pubblicare la bolla in Coena domini spedita dal patriarca di Aquileja da porsi in esecuzione nella cattedrale di Trieste, ne loda la prudente condotta, gl'insinua di usare il silenzio sino a che il patriarca rinnovi l'ordine, nel qual caso risponda di non averlo eseguito per timore di non spiacere al suo principe; mentre non fu pubblicata giammai tal bolla in quella chiesa, ed avere anzi inteso, da persone degne di fede, che da varii principi d'Italia, e specialmente dai Veneziani non fu accettata, e che perciò, a maggiore di lui sicurezza significherebbe la cosa all' arciduca, ed in tal modo si esimerebbe dal pubblicarla; che se poi insistesse il patriarca, dovesse allora scrivere all'arciduca, ed attenderne le risoluzioni.

Rapicio fu pertanto famigliare, ministro, segretario, consigliere aulico, e commissario nel Friuli per Ferdinando I., morto nel mese di luglio 1504; incarichi non indicati dal Mainati, il quale lo dice soltanto segretario di Massimiliano, e consigliere dell' arciduca Carlo d'Austria (3 Rapicio a Pisino vi ha la seguente epigrafe:

ANDREAS • RAPICCIVS
S • C • M • FERDINANDI • PRI.
SECRETARIVS • CONSILIARIUS
PRO • EADEM • MAIESTATE • IN • FOROIVLII • FINIBVS • COMMISSARIVS
ANTISTES • AC • COMES • TERGESTINVS • MDLXVI.

[142] Fu egli inoltre consigliere dell'arciduca Carlo, e sembra che fosse stato anche segretario di Massimiliano, poichè nella lettera con cui gli accompagnò il dono della sottocoppa, lo chiama nostro antico, e fedele segretario. Il Mainati dice che fu anche in missione a Roma per parte di Ferdinando I., allo scopo di ottenere la dispensa matrimoniale dell'arciduca Carlo colla duchessa di Riviera.

Rapicio fosse morto avvelenato nel giorno 31 decembre 1573; ma ch'egli fosse stato avvelenato innocentemente e per equivoco, in un convito destinato a sedare le discordie di alquanti cittadini, e con un bicchiere preparato col veleno da uno della parte avversaria, come dice il Mainati, avrei molto a dubitare; poichè ad un vescovo che tiene il primo luogo in una tavola, ed è assistito anche da' suoi servi, è difficile concepire un equivoco, còl far passare a lui il bicchiere di un' altro. Io ritengo piuttosto, ch' egli espressamente sia stata avvelenato (4)

Ho osservato, che in Trieste Rapicio dava di piglio, ed anche con forti e forse imprudenti misure, mentre l'arciduca stesso lo consigliava di astenersene, affinchè non su cedesse qualche scandalo, o inconveniente alla di lui persona. Aveva dunque il vescovo due forti partiti disgustati con lui, e a lui contrarii, i quali, dobbiamo giudicare che vedendo quant'era potente, e bene accetto alle Corti, tutto dovendo da lui temere, pensarono a liberarsene col macchinare ed eseguire il sacrilego omicidio, col cauto mezzo del veleno: nè di ciò vi ha meraviglia, mentre, a quell'epoca appunto, i sospetti, le vessazioni, i partiti, e le vendette erano in vigore all' estremo, delle quali nel capitolo presente si osserva qualche esempio.

Il nostro Rapicio fu un prelato dotto, zelante, riputato, e dopo l'elogio che ne fece lo stesso Ferdinando è inutile ogni altro (5). L'Ughelli però nella prefazione ai vescovi di Trieste dopo Enea Silvio Piccolomini dice: Rapitius flos scilicet illibatus politiorum hominum, quos nostra aetas tulit; e non già nella colonna e pagina indicate dal Mainati. Ora secondo il mio metodo, dò notizia dei pochi suoi scritti: [143]

OPERE STAMPATE

  1. Andreae Rapitii nobilis Tergestini faciliorum musae carminum libri duo, quorum prior epigrammata quaedam continet. Venetiis 1552 in 4 di 54 pag.
  2. HISTRIA, poema latino stampato in Vienna nel 1556, di cui diede un'edizione in Pavia il sig. Pietro Kandler nel 1826 colle stampe Bizzoni, e nell'anno stesso il di lui avo Dr. Matteo Ceruti traduzione italiana in versi sciolti colle stampe di Weis in Trieste (6).
  3. Cinque Odi latine stampate in Vienna col suddetto poema. Kandler, che ignorasi in qual anno stampate, cosi pure qualche altra poesia.
  4. Un Epigramma latino in lode del canonico Bartolomeo Scardeone padovano, il quale si trova nell'opera: De antiquitate urbis Patavii, Mainati.

Lasciò tra le opere inedite che si conoscono:

Una relazione del vescovo di Trieste, la quale viene citata da Ireneo della Croce, e dallo Schönleben (7).Il Mainati dice a p. 116 T. III. che «le sue composizioni si conservano ancora dai signori Rapici Pisino.» Questa è una gratuita asserzione, non essendo alcuna delle sue composizioni in quella famiglia.

Note (1833)::

  1. Il dott. Pietro Kandler editore del poema colla stampa di Pavia dice nella prefazione, che questo poemetto fu stampato in Vienna nel 1546. Il dottore Matteo Ceruti di lui avo riporta la stessa epoca nella traduzione italiana. La dedica però dell'anno 1556 dimostra Terrore della stampa, mentre la dedica è posteriore di dieci anni, cosa che non può aver luogo, quindi la stampa e la dedica saranno seguite nel 1556.
  2. Erra il Mainati (Chron di Triest. T. III. p. 112) portando la bolla pontificia all'epoca 1568, mentre questa vi precede di un anno: un poco di riflessione, che avesse fatto ai suoi stessi scritti, ne avrebbe riscontrata l'implicanza e la contraddizione, mentre la lettera di Massimiliano dei 7 ottobre 1567 indica, che il Rapicio celebrerà in breve le di lui primizie. Non poteva ciò indicare il Rapicio se prima non avesse ricevuta la Bolla da Roma, la quale doveva precedere la lettera dell' imperatore, che accompagnava il dono, e destinava la deputazione; così fu diffatto, mentre la Bolla è del 21 agosto 1567, ed è la lettera dei 7 ottobre di detto anno, perciò la lettera di Massimiliano è posteriore di 47 giorni alla data della Bolla.

Altre note:

  1. Il Rapicio nacque in Trieste il 2 deccinbre 1533, e morì di veleno in patria il 31 dicembre 1573. — Vedi l'articolo pubblicato nell'Osser. Triest. n. 93 del 1844: Del vescovo di Trieste Andrea Rapicio, scritto da L. de Ienner. Altre notizie di questo vescovo si trovano nei Documenti di lui stesso, pubblicati a Trieste, tip.. Lloyd, 1862. (E.)
  2. Il vescovo Andrea Rapicio, nobile triestino, uomo di rara coltura, della pace e della patria amantissimo, si tolse il generoso ma difficile incarico di riconciliare le fazioni, che empivano la città di risse continue. L'arciduca Carlo gli scrisse: andasse cauto, anzi lasciasse fare a' tribunali; ma il vescovo non solito a dar indietro là dove si credeva chiamato dal dovere, persiste nella nobile impresa, finchè i faziosi, ammansatisi alcun poco, almeno in apparenza, lo invitarono al banchetto della pace il 21 decembre del 1573. Il Rapicio tenne l'invito; quando fu a tavola, che è che non è, impallidisce e cade morto. I più dicono abbia bevuto in isbaglio un bicchier di vino avvelenato, ch' era stato preparato ad altri. V. La storia di Trieste racc. ai giovanetti da Iacopo Cavalli. Trieste, Appolonio, 1877. — (E.)
  3. Ferdinando gli affidò parecchi affari della più grande importanza, fra i quali l'appianamento della vertenza che aveva colla Repubblica di Venezia per i confini del Friuli. Vedi Cenni intorno alla vita ed agli scritti di Andrea Rapicio del can. Giov. de Favento, prof. ginn. Atti del Ginn. sup. di Capod. 1869 - 70. Capod. Tondelli, 1870.
  4. Che non sia stato avvelenato per equivoco è pure opinione di mons. Favento (op. cit.); anzi egli attribuisce l'avvelenamento ad alcuni dei patrizii più furibondi, che per non volersi piegare ad un rappacificamento impostogli dall'autorevole influsso del vescovo, ne possa aver tramato l'iniquo attentato (E.)
  5. V. i documenti stampati in Trieste Andrea Rapicio e Rinaldo Scaracchio. Questo vescovo triestino fu uomo di sommo ingegno, poeta di fino gusto, dotto canonista, carissimo a tutti. Fu spento d'anni 40, vittima di patria carità, all'età nostra, che a libertà tanto agogna e delia libertà tanto abusa, soggetto di utile meditazione. G. Favento op. cit. (E.)
  6.  Fu trovato dal Kandler nel 1826 nella I. R. Biblioteca di Corte in Vienna. Il titolo è: Andreae Rapitii Iurisconsulti tergestini — Histria, Viennae 1556. Nel 1830 fu ristampato a Francoforte e a Lipsia; e nel 1870 negli Atti del Ginnasio sup. di Capod. per cura di mons. G. Favento con prefazione, cenno biografico, e note. — Due traduzioni italiane si conoscono di questo poema: L'una del Dr. Matteo Ceruti. Trieste, tip. Weis, 1826, l'altra di G. B. de Medici, Trieste, tip. del Lloyd, 1871. (E.)
  7. Altra opera inedita del Rapicio, citata dal Favento: Andreae Rapitii I. C. Terg. poemalum liber secundus. Esiste in autografo nel Civico Archivio di Trieste. (E.)

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Created: Friday, August 28, 2015; Last Updated: Wednesday, April 20, 2016  
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